“Come rondine che migra lontano con la sua fantasia non trovo più un filo su cui appoggiare i miei piedi. Chissà se il giorno di Pasqua io e te eterni bambini riusciremo a rompere il guscio. Ma abbiamo paura della guerra come tutti non vogliamo portarci dietro un amico che è nero, come l’odio e intanto andiamo nei cinema di periferia a vedere un vecchio film dove si parla d’amore. Alda Merini
Questa poesia è un elogio all’incertezza che tanto temo quanto è presente nella mia vita. La poesia, come la lettura della Bibbia, mi ha aiutato ad abbracciare la confusione di questi mesi. Solo senza più fili su cui poggiarsi possiamo essere veramente liberi, per quanto privi di sicurezza”. (A. classe quinta).
In questi giorni si parla molto di congelamento del conflitto russo-ucraino. Ovviamente non significa pace. E il congelamento funziona finché la temperatura resta bassa. Al primo riscaldamento c’è il rischio molto concreto che il conflitto riprenda. Quindi congelare non significa risolvere. Il pensiero va alla situazione balcanica, anzi, alle situazioni balcaniche, di cui spesso si preferisce non parlare. Sia mai che le parole scaldino e scongelino… Su RivistaIlMulino ho trovato questo interessante articolo.
“Krajina: proprio così, senza la “u”. Con o senza, l’accezione è sempre quella: “zona di frontiera”. Qui però siamo nei Balcani, e la lingua è il serbo-croato. Che le terre di confine siano, per definizione, suscettibili di numerose guerre e poi di altrettante paci, avremmo tutti già dovuto saperlo, anche prima che il conflitto ucraino mandasse in frantumi l’illusione europea di sostanziale inviolabilità dei confini. Le vicende della Krajina croata sono però qualcosa non solo di poco noto in Occidente, ma anche di visceralmente doloroso, quasi angosciante. E questa è la storia di una pace ancora incompiuta. Nata come frontiera militare nella seconda metà del Cinquecento per preservare le terre meridionali dei domini asburgici dalle incursioni e invasioni ottomane, la vecchia Krajina era assai più estesa della regione storico-geografica a cui oggi, generalmente, ci si riferisce; ma è proprio nel suo settore occidentale, vale a dire quello croato-slavone, che essa, da territorio adibito a mantenere la pace, è diventata un territorio in cui a essere mantenuta è proprio la guerra, in tutte le sue forme, anche quelle meno evidenti. Qui le comunità serbo-ortodosse giunsero soprattutto tra Sei e Settecento per sfuggire alle violenze delle truppe del Sultano. La loro integrazione si basava sui privilegi concessi dagli Asburgo; privilegi che erano tenute a ricambiare col servizio militare in caso di azioni belliche. La Krajina, per secoli, è stata quindi un territorio pronto, o per meglio dire, predisposto a una guerra di difesa. Una “tempesta” che non giunse dalle profondità anatoliche né dal Bosforo, ma che si addensò, in tempi a noi molto più prossimi, direttamente nei cieli della stessa Krajina, portò un nuovo tipo di guerra. A originarla fu lo scontro di violente correnti provenienti sia da Zagabria che da Belgrado: la disgregazione della Jugoslavia socialista, sotto le spinte centrifughe del nazionalismo, interessò quasi subito questa regione; la vittoria del partito dell’Unione democratica di Croazia di Franjo Tuđman nel Novanta e la nuova Costituzione croata, che considerava i serbi non più come uno dei popoli costituenti della Repubblica, ma come una semplice minoranza; l’atteggiamento dei leader serbi locali, in particolare i due Milan (Babić e Martić), sostenuti dalla retorica di Milošević, che li appoggiava apertamente soffiando sul fuoco della paura; e poi la prima ribellione, la Balvan revolucija (“Rivolta dei tronchi”), con i suoi blocchi stradali che recisero i collegamenti tra la regione dalmata e il resto del Paese. Tutti nuvoloni, sempre più minacciosi, che preannunciavano la tempesta. Ma fu nel ‘91, con l’indipendenza croata e con l’auto-proclamazione della Repubblica serba di Krajina, che il cielo si scurì irrimediabilmente. Quest’ultima pose la capitale a Knin, cittadina dalmata allora a maggioranza serba, provocando un massiccio esodo di croati, accompagnato dalle immancabili violenze. Il territorio secessionista occupava circa il 20% del neonato Stato croato e il congelamento del conflitto, l’anno successivo, fu solo un’illusione di stabilità. Con la caduta nel vuoto degli ultimi negoziati a inizio ‘95, si gettarono le basi per il culmine di quella che tanti croati, specialmente i nazionalisti, chiamano ancora oggi domovinski rat, “guerra patriottica”. Oluja, l’“Operazione tempesta”, investì la Krajina a partire dalle 5 del mattino del 4 agosto 1995. Il notevole dispiegamento di forze, l’appoggio dell’intelligence statunitense e, non ultimo, il venir meno del supporto diretto di Belgrado alle milizie di Martić favorirono il rapido successo governativo. Non si volle dare nemmeno il tempo alla comunità internazionale di intervenire a tutela dei civili, e ciò comportò un prezzo altissimo per il territorio interessato e per la sua storica presenza serba. Per numero di sfollati, circa 200 mila, si materializzò una delle più vaste pulizie etniche dalla Seconda guerra mondiale. La percentuale dei serbo-croati crollò dal 15 al 4,5%. In appena 4 giorni la “tempesta” si era sfogata, ma la guerra in Croazia era davvero finita? Non è più guerra guerreggiata, ma non è ancora vera pace. Come mai? Per rispondere, bisogna considerare il permanere di diversi fattori che non favoriscono il risanamento delle ferite, né sociali e umane, né materiali e territoriali. In primis, l’atteggiamento degli alti esponenti politici: auto-giustificazione e glorificazione nel caso croato; autocommiserazione e retorico vittimismo nel caso serbo. In entrambi si cerca di rinnovare nelle masse la convinzione che la propria parte fosse nel giusto e che tutte le responsabilità vadano fatte ricadere sull’altro. Ma, propaganda a parte, nei fatti come si mantiene una semi-pace? Una sintesi delle criticità può essere ricavata dalle parole di Milorad Pupovac, esponente di spicco del Partito democratico indipendente serbo, che rappresenta i serbi di Croazia oggi, e che nel 2019 diceva: “Non vi sono cambiamenti significativi, il problema maggiore è rimasto quello dell’assenza di procedimenti legali per i crimini di guerra e l’esodo forzato di quei giorni, la distruzione dei villaggi e il saccheggio delle proprietà, oltre che l’impedimento al ritorno. […] non vi sono visibili intenzioni di risolvere questi problemi”. I riferimenti che si ricavano sono numerosi. Si parla di una giustizia che ha spesso fallito i suoi obiettivi, a partire dalla mancata condanna definitiva dei comandanti militari di Oluja, i generali Ante Gotovina e Mladen Markač: dopo aver ricevuto una pena rispettivamente di 24 e 18 anni di carcere dal Tribunale dell’Aja nel 2011, sono stati assolti in appello l’anno successivo con una sentenza a dir poco controversa. Tagliente la dichiarazione di Carla Del Ponte, ex-procuratrice capo del medesimo tribunale: “Il presidente della Croazia [all’epoca Ivo Josipović] ha detto che sono stati commessi errori durante la guerra: non si chiamano più crimini, ma errori? Questa sentenza dà un duro colpo alla credibilità della giustizia”. Si può stilare una lunga lista di politici (a partire dallo stesso Tuđman) e di altri militari croati sui quali, nel tempo, sono emerse responsabilità sempre più pesanti circa una strategia di pulizia etnica a danno dei serbi – non solo durante e dopo Oluja, ma anche in precedenza – e per i quali sono state emesse poche e spesso tardive condanne. Una guerra che la giustizia ha, in buona parte, perso contro l’ingiustizia. Esiste poi una “guerra dei numeri”, come la definisce la giornalista Nicole Corritore: ancora oggi si discute sia sul numero dei morti che su quello dei profughi. Il centro “Veritas” di Belgrado parla di 835 civili serbi periti solo durante l’operazione militare, 1.070 contando anche lo stillicidio di uccisioni che caratterizzò agosto e settembre. Altre fonti serbe dichiarano 1.205 morti, mentre la sezione croata del Comitato Helsinki ne registra 677. Inoltre, in Serbia si parla normalmente di 250 mila profughi, circa 50 mila in più del numero stimato dal centro “Documenta” di Zagabria. Non ci sono però dubbi su un fatto: la maggior parte dei morti civili erano anziani. Gli effetti materiali di Oluja, già da soli, hanno creato i presupposti per un duraturo stato di difficile ritorno e reinsediamento dei serbi di Croazia, i quali sono in larga parte rimasti in Serbia o nella Republika Srpska. Un numero considerevole di abitazioni è stato saccheggiato e dato alle fiamme: oltre 20 mila gli edifici distrutti secondo il Comitato Helsinki. “Una sorta di museo dell’orrore a cielo aperto, un perenne monito della desolazione e dell’abbandono che solo le guerre producono e che nessuna bandiera nazionale può cancellare” scrive il giornalista Marco Siragusa descrivendo il tragitto tra Drniš e Knin, nell’entroterra dalmata. Ma gli scheletri degli edifici non sono le uniche cicatrici che il territorio martoriato della Krajina restituisce: il fotografo Igor Čoko, originario di Knin, dice che “la guerra cova sui muri”: “Oluja 95”, “Ubij Srbina” (uccidi il serbo) sono alcune delle scritte sinistre diventate elementi caratteristici del paesaggio antropico. Dai muri alla terra. Croazia: le mine uccidono ancora è il titolo dell’articolo che annunciava la morte di un cacciatore presso Sinj, in Dalmazia (N. Corritore, Osservatorio balcani e caucaso transeuropa, 6.2.2023). Prima di lui, tra il 1991 e il 2021, altri 2.017 civili sono rimasti coinvolti nell’esplosione di mine, di cui 524 hanno perso la vita. Anche tra gli sminatori il bilancio è tragico: 152 feriti e 65 morti in operazioni di bonifica. È la guerra nel suolo, la più simile all’originale, perché continua a mietere vittime con le armi. Nonostante l’opera di sminamento sia molto più a buon punto rispetto alla confinante Bosnia, a fine 2020 erano quasi 280 i chilometri quadrati di territorio ancora contaminato; nel 1996 erano 13 mila secondo le stime dell’Onu. Il primo conflitto ad aver seguito la fine della guerra “maggiore” fu però la “guerra tra poveri”, come la chiama Mauro Barisone, che negli anni del conflitto lavorò come volontario sul campo nell’ambito dell’Operazione Colomba. Lui e i colleghi erano “colombe” che, volando in mezzo alla “tempesta”, cercavano di portare, se non la pace, almeno la speranza. Con quella sua triste locuzione, si riferisce alla vera e propria lotta per la sopravvivenza che si originò, dopo Oluja, tra i pochi serbi rimasti e i profughi croato-bosniaci indotti a trasferirsi per consolidare il ribaltamento etnico della Krajina. Erano tutte vittime viventi delle guerre jugoslave, sopravvissuti che si contendevano il possesso di abitazioni devastate e prive dei minimi servizi per una vita dignitosa. La forma di guerra che fa più fatica a scomparire è però quella alimentata dall’indifferenza e dall’ignoranza. Assomiglia piuttosto a una guerriglia, in quanto perdurante e riemergente in modo più o meno localizzato e imprevedibile. Mi riferisco a episodi di intolleranza che si sono verificati anche negli ultimi anni, come le ripetute aggressioni fisiche a danno di serbi. Ma parlo anche di un costante clima di ostilità nei confronti di coloro che osano sfidare la narrazione nazionalistica e mettere in luce le innumerevoli macchie di Oluja. Anche se siamo lontani dai tempi in cui possibili testimoni di processi saltavano in aria, giornalisti scomodi finivano nella lista nera dei nemici dello Stato e intellettuali pro-verità venivano emarginati e pesantemente attaccati congiuntamente da stampa e politici, non va sottovalutata una certa dialettica del terrore. Ne sa qualcosa lo scrittore italo-croato Giacomo Scotti, autore di un libro-diario che racconta e denuncia le atrocità legate all’”Operazione Tempesta” (Croazia, operazione Tempesta. La “Liberazione” della Krajina ed il genocidio del popolo serbo, Gamberetti, 1996). Dopo aver subito un’aggressione potenzialmente fatale nel 1997, è stato bersaglio di minacce e insulti da parte di frange dell’estrema destra croata all’indomani dell’assoluzione dei due summenzionati generali. Con l’inizio del nuovo decennio una serie di incoraggianti segnali per la pace si è palesata. E se la politica è spesso restia a dare il buon esempio, un notevole ruolo viene svolto da enti non governativi, molti dei quali croati. A far riguadagnare terreno alla giustizia abbiamo, ad esempio, il centro “Documenta” di Zagabria, molto attivo nel prestare preziosa assistenza legale ai parenti delle vittime di crimini o di mancata restituzione di beni, tanto da aver conseguito alcuni significativi successi in tribunale. Tra questi, si può segnalare la sentenza del 2012 con la quale la Corte suprema croata, rispetto all’eccidio di Varivode (settembre 1995), ha riconosciuto che “è stato perpetrato un atto di terrorismo”. Ma anche sul fronte della “guerra dei numeri” ha ottenuto risultati: nel dicembre 2018 è stata presentata a Dubrovnik la “Mappa delle vittime delle guerre 1991-2001 sul territorio della ex Jugoslavia”, frutto di un intenso lavoro di collaborazione tra il “Documenta”, il “Centro per il diritto umanitario” (di Belgrado e di Pristina) e l’“Associazione per la giustizia, la responsabilità e la memoria di transizione” (di Sarajevo). Purtroppo, la vittoria in alcune di queste guerre è strettamente legata alle disponibilità economiche e alle scelte politiche di favorire gli investimenti, come per la bonifica dalle mine o per il rientro dei profughi. Marco Siragusa ci offre un’inquietante lettura a riguardo: “Mantenere quelle case distrutte o i campi minati attorno serve a ricordare la brutalità del nemico, ad alimentare la paura per quei vicini diventati improvvisamente assassini”. Buona parte della campagna e del territorio rurale – di cui la Krajina è composta per la sua quasi totalità –, senza investimenti e senza l’apporto di giovani, è destinata a restare semi-abbandonata. Non va meglio all’ex capitale ribelle: a differenza di Vukovar, la “Stalingrado croata”, che è letteralmente rinata dalle ceneri, Knin “è stata lasciata a marcire, abbandonata in tutti i sensi” constata amaramente Igor Čoko. Tuttavia, ciò che può veramente fare la differenza e favorire una solida pace nel lungo periodo, influenzando la stessa politica, è una presa di coscienza sempre più ampia nella società civile, in particolare tra le nuove generazioni, chiamate a gestire il complesso futuro di paesi come Croazia e Serbia. E sono proprio i giovani a dimostrarsi più permeabili al confronto costruttivo, piuttosto che alla propaganda. Senza la divulgazione della verità, il rinnovamento del ricordo delle vittime, il perseguimento della giustizia, c’è il rischio che il cielo sopra la Krajina rimanga cupo. A differenza della guerra, che fissa due visioni, due narrazioni contrapposte, la pace ha bisogno di un terreno comune per consolidarsi, di un riconoscimento reciproco di responsabilità, di condivisione di valori che non possono essere quelli divisivi del nazionalismo. Da qui l’importanza anche delle collaborazioni oltre i confini. Ne è un esempio la manifestazione congiunta di un gruppo di giovani serbi e croati nel 2019, quando hanno ricordato assieme sia le vittime di Oluja sia i morti croati dell’immane eccidio di Ovčara, in Slavonia, compiuto dall’esercito federale jugoslavo e da paramilitari serbi nel novembre del 1991. Così facendo, hanno gettato “una timida luce in un buio panorama di negazione, rimozione o addirittura revisione della storia” scrive Nicole Corritore. In occasione del XXVI anniversario di Oluja, invece, sono stati il “Documenta”, croato, e il “Centro per il diritto umanitario”, serbo, a gestire la campagna social Storm in The Hague, volta a sensibilizzare sulle contraddizioni emerse nei processi ai due generali. Volendo riconoscere qualche merito anche alla politica, va detto che il periodo a cavallo tra lo scorso e l’attuale decennio sembra aver rappresentato uno spartiacque tra due bacini temporali. Nel primo, l’atteggiamento e la narrazione erano ancora nettamente connotati da un certo bellicismo, sia nel linguaggio sia negli intenti; nel secondo, invece, hanno cominciato a trovare sempre maggior spazio una distensione e una più equilibrata presa di coscienza. “Non è mai successo prima che un ministro partecipasse a una commemorazione delle vittime dell’operazione Tempesta”: queste le parole pronunciate da Vesna Teršelič riguardo alla visita, nel 2020, del ministro dei Veterani croato Tomo Medved al villaggio fantasma di Grubori, per ricordare un massacro di civili serbi. Una sorpresa che l’attivista ha definito “una prima crepa nella retorica della vittoria”. Trent’anni dopo, la transizione dalla guerra alla pace deve poggiarsi su solide basi sociali, prima ancora che politiche, e la “tempesta” sulla Krajina potrà finalmente diradarsi. Compiendo l’unica pulizia auspicabile, quella dell’indifferenza e dell’ignoranza, si potrà uscire dallo stato limbico di “non più guerra ma non ancora pace” che in molte regioni dei Balcani, non solo in Krajina, persiste.”
Mario Calabresi ha intervistato il card. Pierbattista Pizzaballa. Qui si può ascoltare l’intera intervista. Sul profilo Fb del giornalista si può trovare un estratto. Ecco qui.
“«Era prevedibile che la Global Sumud Flotilla sarebbe stata fermata. Avevo parlato con loro per capire se si potesse uscire da un confronto che sembrava inevitabile, visto che il loro obiettivo, quello di sollevare l’attenzione sulla tragica situazione di Gaza, era stato raggiunto. Avrei evitato un confronto così diretto, soprattutto pensando che non porta nulla alla gente di Gaza e non cambia la situazione. Ora spero che tutto si concluda nel modo più pacifico possibile e che si possa tornare a parlare di più di quello che sta accadendo a Gaza, dove la situazione è drammatica». In trentacinque anni di vita a Gerusalemme un periodo così cupo, doloroso e tragico Pierbattista Pizzaballa non lo aveva mai vissuto. E la sua voce, piena di fatica e di dolore, ci invita a non distrarci, a tenere gli occhi e l’attenzione «su una situazione drammatica». C’era stato il tempo della guerra, quello della speranza, quello della faticosa costruzione di un processo di pace e poi il tempo del tramonto di ogni possibile convivenza con la vittoria degli estremisti e del radicalismo. Ora viviamo il tempo delle macerie. Dal 1990 Pierbattista Pizzaballa vive a Gerusalemme, dove era arrivato come giovane frate francescano per studiare la teologia e l’ebraico, e da allora è sempre rimasto lavorando per il dialogo e la pacificazione. Dopo essere stato custode di Terrasanta, Papa Francesco lo ha nominato Cardinale e Patriarca latino di Gerusalemme. In un lungo dialogo, che potete ascoltare nel podcast di Chora Media “Vivavoce, le interviste di SEIETRENTA” gli ho chiesto di raccontare la situazione di Gaza e di ragionare su quello che è successo in questi ultimi due anni, ma anche negli ultimi trenta. Per capire come si sia potuti arrivare a una situazione così drammatica e per provare a immaginare un futuro. Le sue parole sono molto asciutte e precise ma non fanno sconti: «La situazione è drammatica. Le immagini fanno solo parzialmente giustizia di ciò che si sta vivendo. La distruzione è immane. Oltre l’ottanta per cento delle infrastrutture è ridotto in macerie e ci sono centinaia di migliaia di persone che hanno dovuto spostarsi e sfollare tre, quattro, cinque o anche sette volte. Famiglie che hanno perso tutto». La sua fotografia della vita a Gaza parte della fame “reale”: «Non è soltanto questione di quantità ma anche di qualità: non entrano frutta, verdura e carne, due anni senza vitamine e proteine. Un disastro totale». A questo si somma «la quasi totale mancanza di ospedali che rende impossibile curare i feriti, i mutilati, ma anche quelli che hanno normali malattie e non possono essere seguiti. Penso a quelli che devono fare la dialisi ma non c’è più dialisi. Penso a chi ha il cancro in un luogo dove non esiste più l’oncologia». Ma non ci sono solo i bisogni materiali: «Penso anche che inizia il terzo anno senza scuola per i bambini e per i ragazzi. È molto difficile parlare di speranza se non dai una scuola, se è impossibile un’educazione». La situazione in cui è stata costretta la popolazione palestinese secondo il Cardinale «non è giustificabile e non è moralmente accettabile». «Era chiaro che dopo l’orrore commesso da Hamas il 7 ottobre, ci sarebbe stata una reazione. Ma quella che stiamo vivendo è qualcosa che va oltre e che non è comprensibile né giustificabile». In questo scenario la comunità cristiana che si è rifugiata nella parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza, sono cinquecento persone, ha scelto di restare. Una decisione sofferta e pericolosa ma inevitabile: «Nella parrocchia ci sono una quarantina di disabili gravi musulmani che non hanno alcuna possibilità di spostarsi e vengono assistiti dalle suore di Madre Teresa. E poi ci sono anziani molto fragili e malati che non possono partire. Per loro partire significherebbe morire. Per cui è stato chiaro che sarebbero rimasti lì e allora anche i nostri sacerdoti e le nostre suore hanno deciso di restare lì. E così anche il resto della comunità. Mi piace vedere anche in questo la scelta della Chiesa che decide di restare lì come presenza attiva pacifica». Gli ho chiesto se possiamo finalmente sperare che le operazioni militari israeliane e i massacri si interrompano e che gli ultimi ostaggi in vita possano tornare a casa. La sua risposta contiene un filo di speranza: «Siamo in attesa della risposta di Hamas, che spero arrivi presto e sia positiva, al cosiddetto piano Trump, che ha tante lacune ma è vero che nessun piano sarà mai perfetto. Sono tutti stanchi, esausti, sfiniti da questa guerra e ora sembra evidente che si va verso una conclusione». Ma la fine della guerra non è la fine del conflitto: «Il conflitto durerà ancora molto tempo perché le cause profonde di questa guerra non sono ancora state prese in considerazione. Il conflitto israelo palestinese non si concluderà finché non si darà al popolo palestinese una prospettiva chiara, evidente e reale. E poi l’odio, il disprezzo e il rancore che questa guerra ha causato dentro le due popolazioni israeliana avranno conseguenze e strascichi per molto tempo». Nella lunga intervista mi ha raccontato il trauma profondo del 7 ottobre, delle gravissime conseguenze sulla popolazione israeliana, della radicalizzazione degli estremismi di entrambe le parti, che da anni hanno sequestrato il dibattito pubblico, del rifiuto di vedere la sofferenza degli altri. E di cosa prova a sentir parlare della Riviera di Gaza: «È qualcosa che indigna: costruire una riviera su un luogo dove c’è stato tanto dolore, tante morti e tanto sangue è qualcosa che ferisce profondamente la dignità non soltanto degli abitanti di Gaza, ma di chiunque abbia a cuore il senso di umanità e di rispetto per le persone». Alla fine gli chiedo se di fronte a questo panorama di macerie fisiche, di macerie morali, di ferite, di morti, di sangue, si possa cogliere qualche segno di speranza. «Ne vedo tanti a Gaza e anche qui tra israeliani e palestinesi. Li vedo nella nostra comunità di Gaza, li vedo nei medici e negli infermieri che, anche a rischio della vita e senza strumenti e medicinali continuano inventarsi tutto il possibile per fare qualcosa. Li vedo in tante madri israeliane ma anche nei ragazzi che escono per strada per dire basta, con coraggio e anche sfidando l’incomprensione. Ho incontrato ragazzi diciottenni che sono finiti in carcere perché si sono rifiutati di andare a sparare. Questo mi fa dire che, nonostante tutto, c’è ancora tanta umanità che alla fine ci salverà. Saranno loro a salvarci».”
L’8 settembre scrivevo di quanto fosse stato interessante un intervento durante un corso di aggiornamento per insegnanti di religione. A parlare era stato Laris Gaiser e in quell’occasione aveva dato un’intervista al settimanale diocesano La Vita Cattolica, sul quale ho trovato una sintesi. Eccola qui, a firma di Valentina Zanella.
“Per arrivare alla fine del conflitto in Ucraina e garantire all’Europa una pace duratura «per almeno i prossimi 70 anni, non è sufficiente occuparsi solo del conflitto in quello stato. Le grandi potenze devono sedersi intorno ad un tavolo, come si fece al Congresso di Vienna nel 1815, e trovare un bilanciamento di poteri ampio. Anche per la Bosnia, per il Kosovo. Se ci si ferma solo al conflitto in Ucraina e lo si “congela” non si fa altro che preparare un altro conflitto per il futuro». A sostenerlo è il prof. Laris Gaiser, esperto di geopolitica, intervenuto il 3 settembre a Udine al ciclo di formazione diocesano per gli insegnanti di religione delle scuole secondarie. Gaiser è professore associato di Macroeconomia e Studi sulla Sicurezza alla Facoltà di Legge e Economia dell’Istituto cattolico di Lubiana, membro dell’Itstime – l’Università Cattolica di Milano ed è stato diplomatico del Ministero Affari Esteri e consigliere politico della Nato. È esperto in particolare di Balcani e proprio in quest’area, sostiene, «hanno origine e fine quasi tutti i problemi geopolitici dell’Europa». In un’intervista pubblicata sulla Vita Cattolica del 10 settembre 2025 spiega perché. «Innanzitutto perché lì si sono generati tanti “precedenti geopolitici” per quello che sta succedendo in Ucraina, in Crimea, nella parte orientale dell’Europa. E perché in Bosnia-Erzegovina e in Kosovo ci sono dei conflitti “congelati”, non risolti e che dunque dovremo affrontare». « Tutto ciò che è successo nei Balcani – sostiene Gaiser – si è riverberato 25-30 anni dopo in Ucraina, per questo io considero questa regione – che è proprio ai nostri confini – di vitale importanza per la stabilità e la pace futura del mondo. Temo che purtroppo noi non saremo capaci di gestirla e che questo ci porterà effettivamente a nuovi conflitti». Riguardo all’Ucraina, «purtroppo non ci sono buone prospettive, al momento». E «la responsabilità di questo – secondo Gaiser – è in larga parte dell’Europa». «Nel 2022 e nel 2023 – afferma – tutti, sia europei che americani, volevamo una cessazione del fuoco per la primavera del 2025 – lo dico per ragione veduta, in quanto ho avuto modo di collaborare a questi incontri – ed eravamo d’accordo per arrivarci. Poi ha vinto Trump e ha immediatamente dichiarato di voler far cessare la guerra in Ucraina, ma l’Europa a quel punto ha voluto fare il “bastian contrario”, sostenendo l’Ucraina a lottare fino in fondo. È allora che è venuto meno l’equilibrio tra l’America e l’Europa, cosa molto pericolosa per le relazioni internazionali e per noi stessi. Infatti in primavera non c’è stato l’accordo di pace». E ora? «Le grandi potenze devono sedersi intorno ad un tavolo, come si fece al congresso di Vienna nel 1815 – continua l’esperto di geopolitica –, per trovare un bilanciamento di poteri. E lì mettersi d’accordo anche per la Bosnia, per il Kosovo. Non solo per l’Ucraina. Solo così si può garantire una pace per almeno i prossimi 70 anni. In questo contesto mi preme sottolineare che la Chiesa Universale Cattolica ha capito prima probabilmente di tutti gli altri giocatori la rilevanza dell’attuale discrasia tra l’Europa e l’America». Un Papa americano per aiutare il dialogo? «Esatto. L’Europa e l’America sono un tutt’uno sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico e dell’alleanza militare. Quando l’Europa si stava allontanando dall’America, la scelta di un americano alla guida della Chiesa è stata un “colpo di genio dello Spirito Santo” per riavvicinare le due sponde e fare ciò che l’Europa di Bruxelles non riesce a fare: conoscere il cuore dell’Europa, che è cristiano, e dialogare con la sponda americana. «Spero solo che si dia spazio a Papa Leone per portare dei buoni frutti al tavolo del dialogo internazionale», auspica Gaiser.”
Approfitto del fatto che le pagine dei giornali sono occupate dalla questione dazi per tornare su un tema del quale si è parlato nelle scorse settimane: il riarmo dell’Europa. Ho letto un articolo interessante di Gastone Breccia, insegnante di Storia bizantina e Storia militare antica all’Università di Pavia: da anni si dedica anche alla ricerca in campo storico-militare contemporaneo, è esperto di teoria militare, di guerriglia e controguerriglia, ed è autore di studi sulla guerra di Libia e quella di Corea, oltre ad approfondimenti sui conflitti in Afghanistan, Iraq, Siria e, recentemente, Ucraina. Il suo articolo del 24 marzo su La Rivista Il Mulino penso possa fornire lo spunto per numerose riflessioni. Eccolo:
“Le ultime settimane hanno visto una rapida evoluzione della situazione internazionale caratterizzata dalla prospettiva di un parziale disimpegno degli Stati Uniti dalla difesa comune atlantica, a cui l’Unione europea ha risposto con il programma ReArm Europe – ora ribattezzato, per ragioni di convenienza, Readiness 2030 – che è diventato oggetto del dibattito politico anche nel nostro Paese. Questo contributo intende fare chiarezza, in maniera inevitabilmente schematica, su alcuni punti-chiave della questione. 1. La premessa della crisi attuale è che gli Stati Uniti non siano più un alleato affidabile dei Paesi europei. Su questo credo si possa concordare senza ulteriori approfondimenti, anche perché è il presidente Trump a ripeterlo e farlo capire con le sue scelte, prima fra tutte l’imposizione dei dazi commerciali alle merci provenienti dall’Ue, che del resto considera «un’istituzione concepita per fregare l’America». Ne consegue che l’Europa (Regno Unito compreso) si trova oggi di fronte a due opzioni: incrociare le dita e aspettare che passi la nottata, perché tra qualche anno la situazione potrebbe tornare ad essere più favorevole (ovvero più simile a quella degli ultimi ottant’anni), oppure tentare di provvedere da sola, in tempi brevi, alla propria sicurezza. È stata scelta la seconda strada ed è stato approvato un robusto finanziamento di 800 miliardi di euro in 4 anni; non c’è ancora accordo tra i vari Paesi sulle modalità – prestito della Banca europea degli investimenti o deficit spending, essenzialmente – ma si finirà per trovarlo. 2. Sgombriamo il campo da due falsità che vengono spesso ripetute, avvelenando il dibattito sul tema del riarmo europeo, o della «prontezza entro il 2030» che dir si voglia. Primo: ReArm Europe / Readiness 2030 non serve a far guerra alla Russia, né a «sconfiggerla». Nessuno pensa ai cosacchi che abbeverano i cavalli nelle fontane di piazza San Pietro o sulle rive della Senna, come si diceva una volta; nessuno teme un attacco diretto convenzionale russo al cuore d’Europa. Il pericolo esiste, ma è diverso, e il programma di riarmo è finalizzato a scoraggiare la Russia da tentare altre avventure, altre «operazioni militari speciali» in Paesi che una volta facevano parte dell’impero prima zarista e poi sovietico, mentre adesso sono parte dell’Ue. Chi ritiene anche questa possibilità non realistica, quasi certamente sbaglia, perché Putin ce lo ha ripetuto in tutti i modi: la Russia – la «sua» Russia – deve tornare a controllare lo spazio che storicamente e culturalmente le appartiene, e che va dal mar Nero al Baltico, da Odessa a Riga, come si legge nei nuovi manuali scolastici della Federazione. Che non si tratti solo di propaganda lo hanno dimostrato a sufficienza gli ultimi anni di guerra. La seconda falsità, dunque, è che la Russia desideri la pace: la Russia vuole solo una pace, la sua pace, che altri Paesi vedono come il ritorno di un dominio odiato e anacronistico. 3. La Russia, ci viene anche detto da vari commentatori, non avrebbe le capacità militari per proseguire la guerra oltre i confini dell’Ucraina: quindi sarebbe del tutto inutile spendere 800 miliardi di euro per scongiurare una minaccia inesistente. Come già ricordato, nessuno pensa a un attacco convenzionale al cuore della vecchia Europa: ma sono possibili, anzi probabili, in un prossimo futuro, azioni ostili «ibride» (hybrid warfare) per destabilizzare e poi colpire Paesi ai margini dell’Unione, dove vivono minoranze russofone, che potrebbero trasformarsi a loro volta nei focolai di un conflitto più esteso. Gli Stati nordici, dalla Scandinava alla Polonia, dalle Repubbliche del Baltico alla Germania, si stanno preparando per l’eventualità di una guerra con la Russia: a meno di non considerare i responsabili dei loro servizi di intelligence come una banda di sciagurati incompetenti, i loro timori devono essere valutati con estrema attenzione.
4. Comprendere il significato e i pericoli della hybrid warfare è fondamentale per compiere le scelte più adeguate alla sicurezza del continente nel prossimo futuro. Con questo termine si intendono tutte quelle azioni che, comunque vengano condotte e a prescindere dalle eventuali perdite umane causate, sono concepite per mantenersi al di sotto dell’orizzonte della guerra aperta: dalla disinformazione agli attacchi informatici per mettere in crisi aspetti essenziali della vita civile (circuiti bancari, sistemi di controllo dei trasporti pubblici, database dei servizi sanitari), dagli attentati senza rivendicazione al sabotaggio di infrastrutture strategiche. Cruciale è la capacità di individuare la minaccia e reagire rapidamente: ma nel campo della hybrid warfare chi è vittima di un attacco spesso si comporta come se avesse le mani legate, perché convinto di non aver subito un danno abbastanza grave da meritare una risposta aggressiva. È un pericolosissimo gioco di equilibrio in un mondo grigio, dove è difficile attribuire la responsabilità dei colpi subiti, valutare in tempo utile la loro gravità, e quindi elaborare una strategia efficace per colpire il nemico, e scoraggiarlo da intraprendere ulteriori azioni ostili. Un paio di mesi fa il vicesegretario generale della Nato, James Appathurai, ha spiegato che la Russia non solo ha intensificato da tempo i suoi attacchi ibridi contro i Paesi occidentali, ma continuerà senza dubbio a farlo anche dopo la fine della guerra in Ucraina: «Quello di cui abbiamo bisogno adesso», ha spiegato Appathurai, «è chiarire subito tra noi quali siano le no-go areas, ovvero quali tipi di attacco innescherebbero una risposta armata convenzionale, e quindi trovare il modo di comunicarlo ai russi». In questo ambito il pericolo è chiaro e imminente: una parte non secondaria delle risorse del programma Readiness 2030 andrebbe quindi destinata alla counter-hybrid warfare, la cui efficacia dipenderà in primo luogo da un cambiamento di mentalità, perché per battere chi usa tattiche non convenzionali bisogna essere capaci di agire in maniera ancora più flessibile, innovativa e spregiudicata. Non è solo questione di finanziamenti: come sempre, in guerra, è prima di tutto questione di mentalità, oltre che del talento personale delle donne e degli uomini destinati a combatterla. 5. La «guerra ibrida» è dunque già in corso, e per combatterla sarà opportuno spendere una parte non trascurabile degli 800 miliardi del programma Readiness 2030. Ci sono però altre minacce più tradizionali e altre armi di cui tenere conto: un conflitto potrebbe iniziare in maniera «ibrida», come del resto è accaduto nel 2014 in Ucraina, e poi trasformarsi in uno scontro tra forze regolari. Ad oggi – anche questa è una verità scomoda, ma da non nascondere all’opinione pubblica – un esercito europeo non esiste, né ci sono speranze che possa vedere la luce in tempi brevi, mentre i singoli eserciti europei non hanno né gli effettivi né i mezzi per difendere i confini senza un robusto sostegno statunitense. Che fare, dunque? Per quanto possa piacere poco, la sola strada praticabile nell’immediato è quella del rafforzamento dei singoli contingenti nazionali: più personale – nell’ordine di alcune decine di migliaia solo per il nostro Paese – e più mezzi di ogni tipo, sfruttando i modelli già in produzione. È soltanto una soluzione transitoria, ma la sola praticabile al momento per dotare l’Ue, nel giro di un paio d’anni, di una forza militare sufficiente (forse) non a fare la guerra, ma a scoraggiare avventure militari ostili all’interno dei suoi confini. 6. Ma che senso può avere la «prontezza» militare europea al di fuori della Nato? L’Alleanza è stata concepita per agire contando in larga misura sulla protezione offerta dal «socio di maggioranza» statunitense; se gli Stati Uniti non saranno più disposti a sostenere questo ruolo, il Patto Atlantico va ripensato, e vanno ridistribuite spese e responsabilità tra i Paesi che lo hanno sottoscritto. Cosa non semplice né rapida: nel frattempo, però, tutte le risorse utilizzate per rafforzare gli eserciti europei serviranno anche allo scopo di ridisegnare la strategia difensiva della Nato. 7. In conclusione, che cosa dobbiamo temere? Per contrastare azioni di hybrid warfare serve prima di tutto un cambiamento di mentalità: prontezza nel valutare realisticamente il pericolo, flessibilità nel reagire in maniera efficace; serve poi un coordinamento a livello europeo di tutte le agenzie di sicurezza e informazione, che dovranno essere dotate del personale e degli strumenti tecnologici necessari ad operare nella «zona grigia» dei conflitti non dichiarati. Per scoraggiare azioni ostili convenzionali bisogna possedere invece forze armate in grado di far pagare troppo cara a un avversario qualsiasi violazione del territorio di uno stato europeo. Come fare? Più effettivi e migliori armamenti è una risposta ovvia; ma quanti effettivi, e quali armamenti? La prima risposta, con un ampio margine di approssimazione, è alcune decine di migliaia per ognuno degli eserciti dei Paesi maggiori, compreso il nostro; la seconda è più complessa, perché esiste una distinzione tra armi difensive e offensive (troppe volte usata a sproposito negli ultimi anni) che bisogna tenere presente. Bisogna, in altre parole, pensare prima di tutto a rinforzare i sistemi missilistici per la difesa tattica di punto, i soli capaci di proteggere sia installazioni strategiche sia obiettivi civili, distribuire alle truppe un numero adeguato di Manpads e Manpats di ultima generazione («sistemi portatili di difesa aerea» e «sistemi portatili anticarro»), e persino – auspicabilmente – concepire nuovi mezzi corazzati a vocazione difensiva. Senza entrare troppo nello specifico, produrre e mettere in linea più Td (Tank Destroyers, «cacciacarri») che Mbt (Main Battle Tanks, «carri principali da battaglia»): i primi, infatti, non soltanto sono più economici e meno vulnerabili degli Mbt, ma sono stati concepiti – fin dalla loro introduzione durante la Seconda guerra mondiale – per contenere e impedire la manovra offensiva avversaria. Esistono esempi eccezionali, per concezione ed efficacia, che è possibile imitare, come il «Carro S» svedese degli anni Sessanta: la strada per la Readiness 2030 passerà anche da scelte innovative di questo tipo, in funzione di una strategia europea finalizzata alla protezione della libertà delle democrazie.”
“Come gemma ho scelto il dvd del film 1917, che mi hanno regalato i miei fratelli per Natale. Si tratta di uno dei miei film di guerra preferiti, per questo ho apprezzato molto il pensiero e l’ho scelto come gemma. Normalmente i regali che ci scambiamo sono molto casuali e non per forza hanno un significato, quindi sono rimasta sorpresa quando l’ho ricevuto” (L. classe quarta).
In Giappone esiste un santuario piuttosto controverso dato che vi sono venerati alcuni criminali di guerra, aspetto che non è per nulla gradito a Cina e Corea del Sud. Ne ha scritto Il Post.
Fonte
“Domenica il ministero degli Esteri della Corea del Sud ha diffuso un messaggio di rammarico e critica nei confronti del governo del Giappone dovuto al fatto che il primo ministro giapponese Fumio Kishida ha fatto un’offerta al santuario shintoista di Yasukuni, a Tokyo. Non è una cosa nuova: ogni volta che esponenti del governo giapponese hanno un qualche tipo di rapporto con questo controverso luogo di culto religioso, infatti, il governo sudcoreano protesta. A Yasukuni sono venerati quasi 2,5 milioni di militari e civili giapponesi morti in guerra: nello shintoismo gli spiriti dei morti possono essere venerati come entità da onorare e a cui chiedere protezione e il santuario è dedicato a loro. Dal 1978 però tra questi militari ci sono 14 criminali di guerra della Seconda guerra mondiale condannati a morte da un tribunale degli Alleati nel 1948, tra cui il primo ministro degli anni della guerra Hideki Tojo e il generale Iwane Matsui, comandante delle truppe durante il massacro di Nanchino, in Cina, durante il quale vennero uccisi circa 250mila civili cinesi e violentate circa 20mila donne. Per questo la Corea del Sud e la Cina, che nei primi decenni del Novecento furono occupate e colonizzate dal Giappone (parzialmente, nel caso cinese), considerano il santuario il simbolo del nazionalismo e imperialismo militarista giapponese. La dominazione giapponese in Asia e le conquiste per espanderne i territori furono particolarmente brutali e portarono alla morte di milioni di persone e alla riduzione in sostanziale schiavitù di centinaia di migliaia di cinesi e coreani. Per questo in passato, per spiegare agli europei come si sentissero relativamente al santuario di Yasukuni, alcuni parlamentari della Corea del Sud lo paragonarono a un “santuario nazista”. Il governo sudcoreano ha invitato i leader giapponesi a «dimostrare un sincero pentimento» rispetto alle responsabilità storiche del Giappone. Negli ultimi due anni le relazioni diplomatiche tra i due paesi sono migliorate per l’iniziativa del presidente conservatore sudcoreano Yoon Suk-yeol, ma le divergenze sulla memoria storica continuano a essere un tema discusso. Il santuario di Yasukuni si trova nel quartiere di Chiyoda di Tokyo, poco distante dal Palazzo Imperiale. Venne costruito dall’imperatore Mutsuhito (a cui ci si riferisce come Meiji in Giappone) nel 1869 e oltre che ai caduti della Seconda guerra mondiale è dedicato ai militari morti nella guerra Boshin, un conflitto civile avvenuto tra il 1868 e il 1869, nelle due guerre tra Cina e Giappone del 1894-1895 e 1937-1945, e la cosiddetta Prima guerra d’Indocina, tra il 1946 e il 1954. Fino al 1945 era un’istituzione finanziata dallo stato giapponese, che all’epoca non era separato dallo shintoismo, la religione politeista giapponese (l’imperatore era peraltro considerato di natura divina anche prima della morte). Dalla fine della Seconda guerra mondiale invece è indipendente e non è nemmeno affiliato all’Associazione dei santuari shintoisti (Jinja Honcho), la principale organizzazione dello shintoismo. L’imperatore Hirohito (1901-1989), quello sotto il quale il Giappone partecipò alla Seconda guerra mondiale, continuò a visitare il santuario fino al 1975, smettendo dopo che su iniziativa del clero del santuario cominciarono a esservi venerati i criminali di guerra. Suo figlio Akihito e l’attuale imperatore Naruhito invece non lo hanno mai visitato. Per quanto riguarda i primi ministri, molti negli anni sono andati nel santuario ma quasi mai in veste ufficiale: in quelle rare occasioni, ad esempio nel 2013 con Shinzo Abe, i governi cinese e sudcoreano espressero dure critiche. Per quanto riguarda Kishida, da quando è diventato primo ministro nel 2021 ha più volte mandato delle offerte al santuario di Yasukuni in occasione delle festività primaverili (una è in corso) e autunnali, e nella ricorrenza del 15 agosto, anniversario della resa del Giappone nella Seconda guerra mondiale. Di persona non lo ha mai visitato come primo ministro, ma domenica è andato nel luogo di culto uno dei ministri del suo governo, Yoshitaka Shindo.
Pubblico un altro editoriale di Fabio Cantelli Anibaldi scritto su Lavialibera. Parte da una considerazione della saggista Anne Applebaum (di cui ho apprezzato il libro Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici) su Vladimir Putin per poi considerare una paura che accomuna tutti gli uomini ma che viene affrontata in modi molto diversi: la paura della morte. Riflette su come il potere e il suo esercizio possano regalare l’illusione di dominare il tempo e, di conseguenza, sottomettere la morte. Solo facendo pace con il proprio limite, con le proprie paure, con il proprio bisogno d’amore, si può arrivare ad amare sorella morte e apprezzare la vita come “un’avventura di amore e di pace, di passione e di conoscenza”. Ritengo che gli spunti di riflessione siano veramente molti.
“Sembra ossessionato e pieno d’odio. Sembra entrato in una fase nuova. Non so di cosa abbia paura, se della morte o di perdere il potere. Di certo è vissuto isolato per due anni, a causa della pandemia. Mi chiedo cos’abbia fatto, cos’abbia letto e guardato, per tutto quel tempo, da solo. Oggi sembra un uomo malato, disturbato. Così parla di Vladimir Putin la saggista americana Anne Applebaum, vincitrice nel 2004 del Pulitzer con un monumentale studio sui Gulag sovietici, intervistata dal Corriere della Sera. Parole che dicono l’incapacità e insieme il timore dell’Occidente a indagare le radici della guerra, limitandosi a una scontata condanna morale corroborata da manifestazioni in cui urlare la propria indignazione. Non metto in dubbio la buona fede di chi è “sceso in piazza” né la buona volontà del Papa che invita anche i non cristiani a digiunare il primo giorno di Quaresima. Penso solo che non serva a nulla, che la guerra non si ferma denunciandone l’orrore – quante migliaia di volte è stato fatto? – e che chi la fa troverà sempre una buona ragione o almeno un alibi per continuare a farla, tanto più se i suoi accusatori lo definiscono un criminale: cosa che, lungi dal ferirli, esalta i criminali. Le parole di Applebaum sono in tal senso emblematiche. La studiosa si avvicina al nocciolo della questione quando osserva che, dopo la pandemia, Putin pare entrato in una fase nuova: ossessiva, disturbata, malata. Ma subito se ne allontana quando commenta: “non so di cosa abbia paura, se della morte o di perdere il potere”.
È proprio questa presunta alternativa a impedirle di capire che le due paure sono, in realtà, una: paura della morte e di perdere il potere sono facce di una stessa medaglia quando l’esercizio del potere assume forme patologiche, ossia quando diventa, come perlopiù accade, una droga. In tal senso per Putin – come per tutti i potenti della Terra – la lunga stagione del covid dev’essere stata un incubo. Non tanto o non solo perché ha sentito la propria incolumità in pericolo, ma perché il covid ha dimostrato un potere sulle vite degli altri infinitamente maggiore del suo. Per un uomo di potere – politico o economico che sia – la morte è pietra d’inciampo, smacco, scandalo perché è l’unica cosa sulla quale il suo potere non può nulla. La morte rivela la natura fittizia, teatrale del delirio di onnipotenza degli esseri umani quando non sono educati a riconoscere il loro limite costitutivo, il loro essere irrimediabilmente mortali. Delirio che però non riguarda solo gli uomini che concentrano su di sé enormi quantità di potere. Troppo bello se il problema fosse riducibile ai Putin, ai Bolsonaro e alle loro imitazioni in salsa pseudodemocratica tipo Johnson. O ancora, spostandosi in ambito economico-finanziario, ai vari Bezos, Musk, Zuckerberg… Il problema si estende agli innumerevoli che, se fossero al posto dei succitati, si comporterebbero allo stesso modo se non peggio. Se concentrato nelle mani di un autocrate vero o potenziale – cioè di qualunque persona si identifichi con un “io” non avendo scoperto come Rimbaud che «io è un altro» – il potere è droga che fa sentire onnipotenti perché decide sulla vita e la morte degli altri, considerati alla stregua di sudditi, soldati o impiegati di quel potere. Lo stesso vale per il denaro. Il time is money di Rockfeller e dei primi miliardari moderni si è capovolto in money is time: possedere denaro dà l’illusione di vivere più a lungo, accumularlo quella di vivere per sempre. Il predominio del capitale poggia su una garanzia di durata: se sono ricco potrò fronteggiare gli imprevisti della vita, se ho miliardi di euro o dollari ne uscirò indenne da quasi tutti. Quel “quasi” allude all’incontro con la morte, eventualità che i super-ricchi e gli autocrati rimuovono costantemente dal loro orizzonte psichico e esistenziale proprio perché la temono come nulla al mondo. La morte: screanzata guastafeste che osa presentarsi nella sala dove il potente e la sua cricca stanno ridendo, ballando, gozzovigliando, fornicando per ricordare a tutti che la festa un giorno finirà. Magnati e dittatori sono accomunati dalla stessa priorità: rimuovere il pensiero della morte per abbandonarsi spensierati all’ebbrezza che procura l’eccesso di soldi e di potere. Chissà cos’ha fatto, si chiede Applebaum, Putin durante l’epidemia? Cosa avrà pensato nei momenti infinitamente lunghi in cui il suo potere non valeva quasi più nulla? In cui non poteva più addobbarsi di costumi magniloquenti o intimidatori, in cui era stato sottratto alla sua scena? Se non fosse l’omuncolo tronfio e anche pavido che è, si sarebbe sentito mancare il terreno da sotto i piedi e, abbandonandosi al vuoto, avrebbe fatto pace con il suo limite, con le sue paure, con il suo bisogno d’amore, il bisogno d’amore che segna il soggiorno degli umani su questa Terra perché nasce dalla consapevolezza di esserne ospiti contingenti, viandanti mortali. Ma è come togliere a un tossicomane l’eroina: superata la crisi d’astinenza si pone per lui il vero problema, cioè avere il coraggio di cambiare davvero, di andare al fondo delle sue paure – in primis quella di morire – e scoprire cosa c’è alla radice della dipendenza, il bisogno di amare e di essere amato, di sentirsi nutrito e protetto come nel grembo materno. Se questo coraggio non c’è e se non c’è nemmeno l’umiltà di chiedere sostegno affinché maturi in lui, il canto delle sirene della droga diventa richiamo ammaliante e irresistibile. Putin questo coraggio non ce l’ha avuto, come miliardi di uomini su questa Terra, ed ecco allora che il mondo dopo la pandemia si prospetta minacciosamente simile se non uguale al precedente, come se la lezione della pandemia – siete tutti interdipendenti, siete tutti vulnerabili – non fosse servita a nulla. Uscire da una crisi ma uscirne uguali è il peggio che ci si possa augurare: una crisi è, sempre, un’occasione di cambiamento cioè di vita, perché la vita è nella sua essenza divenire. La vita gira al largo dalle anime cristallizzate, si ritira dagli uomini che non mollano la presa da sé stessi, gli uomini che si preoccupano soltanto di affermarsi e durare. Tornando alla guerra, è la rimozione della mortalità a rendere crudele il potere e intrinsecamente violento il sistema che gli fa capo. Chi detiene il potere ma disconosce la sua mortalità per ciò stesso si costruisce un’immunità psicologica dalla morte uccidendo o facendo uccidere. La logica che, a loro insaputa – ne sono vittime ma non lo sanno – guida tutti i Putin di questa Terra può essere espressa così: ti faccio uccidere quindi prendo il posto della morte impersonale che colpisce a caso, la morte che accade a tutti e per tutti meno che a me, che la eguaglio per onnipotenza. Una civiltà che non riconosce la morte la infligge, e quel che resta dell’Occidente è un infliggere la morte per sentirsi onnipotenti e, finché si può, immortali. Poi c’è modo e modo d’infliggere la morte e in tal senso mi pare che si debba almeno riconoscere a Putin il merito di giocare a carte scoperte, usando gli eserciti e le armi. C’è un modo più subdolo e vigliacco di uccidere con l’economia. Si parla in questi giorni di “sanzioni” contro la Russia come se il sistema economico neoliberista non fosse di per sé sanzionatorio, mosso da una logica selettiva che prevede diritti ridotti a privilegi, appannaggi riservati a chi se li può permettere, cioè a chi ha i soldi per acquisirli. Il “mercato” è una prosecuzione su vasta scala della logica dei lager o dei gulag, dove, tolti i comandanti dei campi e le loro cricche – i Rudolf Höss, gli Franz Stangl, i Naftaly Frenkel – non veniva subito ucciso solo chi era in grado di lavorare, venendo ucciso poi dal carico di lavoro, dalla fame, dalle malattie. In conclusione, come uscire da questo circolo vizioso che riguarda non solo autocrati e magnati ma la natura umana in generale, come ci racconta da sempre la grande arte e letteratura, affascinata di come basti un po’ di potere per corrompere l’animo dell’uomo, essere in gran parte codardo, incapace di guardare in faccia la sua fragilità?È evidente che non se ne esce senza una nuova cultura ed educazione che, a differenza di quelle tecnologiche/tecnocratiche, tutte volte a formare impiegati del “sistema mercato”, insegni a riconoscere e a rispettare la morte, a tenerne conto. E infine a volerle bene, perché è per lei, grazie a lei, che sentiamo il bisogno di amare e di essere amati, è solo per lei che la vita può essere una meravigliosa avventura di amore e di pace, di passione e di conoscenza.”
“Ho deciso di portare due canzoni: una mi è venuta in mente subito, appena proposto questo lavoro, l’altra la ascolto di continuo da due giorni pensando all’attualità.La prima è Ordinary man di Ozzy Osbourne, un singolo uscito nel gennaio del 2020, cantato insieme ad Elton John, il quale accompagna anche con il pianoforte. Il brano vede alla voce gli stessi Ozzy ed Elton, alla chitarra Slash (GNR), al basso Duff McKagan (GNR), e alla batteria Chad Smith (RHCP). E’ una reunion di leggende dal passato piuttosto travagliato. Si pensa che la canzone sia un testamento di Ozzy dove parla del suo passato, non proprio lucido e scorrevole. Durante la sua vita ha fatto abuso di alcol e droghe di tutti i tipi. Ha abbandonato la scuola a 15 anni, praticato furti, viene accusato di omicidio, finisce in galera per qualche settimana, ubriaco fradicio urina sul memoriale di Fort Alamo, dal palco raccoglie un pipistrello che credeva finto e con un morso gli stacca la testa (scoprendo poi con orrore che non era poi così tanto finto…), dopo il licenziamento dai Black Sabbath si chiude in un hotel per un anno e si fa portare cibo soltanto cibo, alcol e droghe e ne esce grazie alla sua fidanzata diventata poi sua moglie. Si potrebbe andare avanti secoli a raccontare tutte queste pazzie. Noi godiamoci questa ballata, diversa dal suo solito Heavy Metal, canzone piena di significato e molto commovente per lo stesso Ozzy. Preciso che ad un certo punto canta Been higher than the blue sky, il cui significato letterale sarebbe arrivato in alto tanto da raggiungere il cielo blu ma il cui reale senso è sono stato strafatto di roba che quasi avrei potuto raggiungere il cielo blu.
Il secondo brano è Wind of change dei tedeschi Scorpions, scritto nel 1991 benché molti pensano sia stata scritta prima della caduta del muro di Berlino. E’ un video toccante con molte scene di guerra e che parla di sogni infranti di bambini”.
E’ un appassionato di musica S. (classe terza), si esalta ogni volta che ne può parlare e starei ad ascoltarlo a lungo. Non lo sa che tra i miei cd c’è un live degli Scorpions, proprio del Crazy world tour del 1991. L’ho rimesso su dopo anni e penso che pezzi del testo della canzone che dà il titolo a quell’album commentino da soli questa gemma e quello che stiamo vivendo (il testo lo prendo da Canzonimetal): “Oh, è un mondo folle. Mi sveglio la mattina per la mia dose di notizie, avanzo lentamente verso il letto della ragazza, ne ho abbastanza della verità. Investite i vostri dollari e rubli, acquistate un pezzo di muro e fatelo diventare il vostro cortile. Son così stanco di tutto… Oh, è un mondo folle. … potremmo trovare il Titanic, mettere un uomo sulla luna ma non possiamo rimanere a fissare il cortile dall’esterno: uomo, è meglio iniziare subito. Oh, è un mondo folle … Torno a casa dalla mia bambina, è stato un altro giorno duro, rottura di palle per l’esattore delle tasse, quindi che altro dire, loro hanno speso i loro soldi per missili, per la terza guerra mondiale, ora noi siamo ammucchiati nel mio cortile non abbiamo più bisogno di loro. Oh, è un mondo folle!”
Sto leggendo, ascoltando e guardando notizie, immagini, video cha arrivano dall’Afghanistan. Fa male e per questo ho deciso di non mettere nulla qui sul blog di quanto visto: ho preferito un quadro nero. Lascio spazio alle parole che il giornalista Toni Capuozzo ha scritto sul suo profilo fb: “Prima accompagnano l’aereo , un corteo disperato e festoso. Qualcuno riesce ad aggrapparvisi. Ci sono delle immagini che non se ne vanno più. Dell’11 settembre, visto e rivisto, non sono, nel mio album, quelle degli aerei che si conficcano nelle torri. Ho comprato, a New York, il libro che raccoglie le storie di ogni vittima. Ma non è quello che si apre, nei miei ricordi. E’ un libro di letteratura, un romanzo. “Molto forte, incredibilmente vicino”. E’ la storia di Oskar, orfano di un padre ucciso nel crollo delle torri gemelle. Nel libro ci sono le fotografie delle persone che si lanciarono dagli ultimi piani. Il bambino le scorre all’indietro – come facevamo noi da bambini con certi libriccini – come se fosse possibile tornare indietro nella storia, far risalire agli ultimi piani quelle silhouette nere, che scivolano per sempre lontano. E’ quella l’immagine che non cancellerò mai: il tempo di caduta, la scelta di morire per mano propria, piuttosto che soffocare nel buio…… oggi a Kabul altre figurine…. si erano aggrappati ai portelloni di un aereo in decollo. Quando i portelloni si sono chiusi, sono precipitati. Il tempo di caduta, l’ignoranza del volo aereo, la scelta di morire così, non lo so. Ma nella grande mappa delle vittorie e delle sconfitte, nel mappamondo della geopolitica, resteranno queste piccole tracce nere.”
“laggiù dove le montagne si tuffano nel mare e la gente non ha mai sentito parlare della guerra e del fratello che uccide il fratello…” Utilizzo Twitter in maniera poco social: praticamente non ho interazioni. Ogni tanto pubblico qualcosa, la maggior parte delle volte lo uso come strumento di scoperta. Come in questo caso… Grazie a un articolo di Maria Elena Murdaca su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa ho scoperto il libro Inseparabili. Due gemelli nel Caucaso di Anatolij Pristavkin, la storia di due orfani russi che si ritrovano coinvolti nelle tragiche vicende del 1944 conseguenti alla deportazione forzata dei ceceni ad opera di Stalin.
“… è un romanzo di recupero della memoria, ambientato all’epoca di una delle pagine più nere della storia dell’Unione Sovietica: le deportazioni staliniane durante la Seconda guerra mondiale. Gli spostamenti obbligati di intere popolazioni, ancora oggi, rimangono un evento poco conosciuto dal grande pubblico. L’opera, ricca di spunti autobiografici, racconta l’esodo di massa dal punto di vista di una categoria particolare di deportati: i russi. Le varie etnie caucasiche tramandano l’epopea di generazione in generazione, alimentandone il ricordo: ogni nazionalità ha il proprio giorno della memoria (il 23 febbraio per i ceceni, l’8 marzo per i balkari). Diversamente, il trasferimento forzato, o quantomeno fortemente incentivato, dei russi non è rimasto impresso nella memoria nazionale collettiva, né gode della considerazione di tragedia. Ciò non cambia il fatto che lo fu. A essere trasferiti nel Caucaso, per modificarne la composizione etnica, dopo lo sradicamento delle popolazioni autoctone, furono gli indifesi. Sfilano, nella narrazione, orfani, vedove, mutilati, invalidi, persone sole, ognuna di loro con una storia di miseria e solitudine, come l’educatrice Regina Petrovna: “Le mogli degli aviatori rientrati a casa dovevano andare dalle famiglie di quelli che non erano tornati. Era la regola. La cosa più terribile era entrare in una casa, dove ancora non sapevano niente, e far finta di esserci capitate per caso. […] E le mogli degli altri piloti vennero da me […] I tedeschi si avvicinavano: il nostro villaggio di aviatori fu trasferito. Non avevo nessun motivo per seguire gli altri. Ero vedova e per di più con la responsabilità dei due piccoli… Sono andata all’orfanotrofio, dove i miei bambini sarebbero stati insieme a quelli degli altri, e io me la sarei cavata più facilmente. Si faceva la fame! Poi ho deciso di venire quaggiù… pensando che sarebbe stato un po’ più semplice” O, ancora, Demjan, un altro diseredato: “Si ricordava del giorno in cui, ricoverato in un ospedale militare nei dintorni di Bijsk, una città della regione dell’Altaj, era andato al fiume con l’intenzione di annegarsi: aveva ricevuto una lettera dove gli comunicavano che sua moglie e i suoi figli erano stati bruciati vivi dai nazisti nella loro isba… E lui era storpio e ormai non serviva più a nessuno […] Ad un tratto la dottoressa disse che nel Caucaso c’erano terre fertili e disabitate. Aspettavano gente che le lavorasse. Perché non provare!…” Attraverso le rocambolesche avventure dei gemelli Saška e Kol’ka Kuz’min, due scavezzacollo russi spediti in Caucaso alla colonia, Pristavkin rielabora e ripropone la propria esperienza. “Naturalmente i Kuz’min non sapevano che gli organi regionali avevano avuto la bella idea di decongestionare gli orfanotrofi dei dintorni di Mosca – nella primavera del ’44 ce n’era un centinaio sparso per la regione. A questi ragazzi andavano aggiunti i besprizornye, che vivevano alla bell’e meglio dove capitava.” I Kuz’min, Saška e Kol’ka, pur essendo identici, indistinguibili e inseparabili, non conoscono il significato del termine “famiglia”, che a loro risulta sempre ostile. In compenso, tutto il loro notevole ingegno è teso al procacciamento di generi alimentari allo scopo di non morire di inedia, tanto a Tomilino, nei dintorni di Mosca, quanto nel fertile e ricco Caucaso. Per questo motivo le loro trovate e la loro inventiva non suscitano il riso: la morte per fame incombe ad ogni momento su di loro, e per il lettore è impossibile dimenticarsene. Con l’intento di recuperare un tassello, Pristavkin sottolinea vigorosamente come la sofferenza e le prevaricazioni subite da russi e ceceni siano parallele e di eguale intensità. Il “gemellaggio” fra russi e ceceni, entrambi vittime del medesimo tiranno, è incarnato dal personaggio di Alchuzur, giovane ceceno, orfano a causa dei soldati russi, che subentra a Saška, a sua volta vittima della crudele rappresaglia cecena, fino ad assumerne la funzione di “gemello” e persino il nome, al fianco del superstite Kol’ka. “Nel nostro dormitorio c’erano anche due fratelli, i Kuz’min, che noi chiamavamo i gemelli Kuz’min. E benchè non si somigliassero affatto: uno era un vero russo, biondo col naso all’insù, l’altro era scuro e aveva i capelli neri, corti, gli occhi neri e spiccicava soltanto qualche parola in russo… ma i gemelli Kuz’min affermavano, anche se nessuno glielo chiedeva, di essere fratelli di sangue!” Lo struggente sodalizio fra Kol’ka e Alchuzur-Saška, in uno scenario desolato e dolente, è il mezzo che assicura a entrambi la sopravvivenza, in una realtà di guerra, in cui essere bambini e innocenti non offre alcuna garanzia, e russi e ceceni possono essere egualmente crudeli. “- Giù! – gridò forte l’uomo. O sparo! Puntò nuovamente il fucile su Kol’ka e Kol’ka si distese a faccia in giù. Rimase immobile e sentiva urlare l’uomo e Alchuzur. Ma Alchuzur gridava forte nella sua lingua e l’uomo rispondeva in russo, sicuramente perché voleva che anche Kol’ka sentisse. Perché gli fosse chiaro che adesso l’avrebbe ucciso. […]- Ma tochna cumna!- gridava Alchuzur. -Non ucciderlo! Lui salvato me da soldati… Lui chiamare me fratello…” Scene oniriche e di fantasia intridono tutta la narrazione, che ha un tono malinconico e nostalgico: mentre la nostalgia del ceceno Alchuzur ha per oggetto la famiglia e il villaggio, distrutti dalla guerra, quella di Saška e Kol’ka è universale, per una condizione umana da paradiso perduto in cui tutti gli uomini sono fratelli: “- Ho fatto amicizia con Alchuzur – avrebbe detto Kol’ka.- Anche lui è nostro fratello! – Penso che tutti gli uomini siano fratelli – avrebbe risposto Saška, e loro sarebbero andati lontano lontano, laggiù dove le montagne si tuffano nel mare e la gente non ha mai sentito parlare della guerra e del fratello che uccide il fratello”
Quello che segue è un post piuttosto lungo. Si tratta dell’articolo uscito su La Civiltà Cattolica 4010 a firma Antonio Spadaro (direttore della rivista) e Marcelo Figueroa (pastore presbiteriano e direttore dell’edizione argentina de L’Osservatore Romano). Ho deciso di pubblicarlo perché lo trovo ricchissimo di spunti di riflessione.
“In God We Trust: questa è la frase impressa sulle banconote degli Stati Uniti d’America, che è anche l’attuale motto nazionale. Esso apparve per la prima volta su una moneta nel 1864, ma non divenne ufficiale fino al passaggio di una risoluzione congiunta del Congresso nel 1956. Significa: «In Dio noi confidiamo». Ed è un motto importante per una nazione che alla radice della sua fondazione ha pure motivazioni di carattere religioso. Per molti si tratta di una semplice dichiarazione di fede, per altri è la sintesi di una problematica fusione tra religione e Stato, tra fede e politica, tra valori religiosi ed economia. Religione, manicheismo politico e culto dell’apocalisse Specialmente in alcuni governi degli Stati Uniti degli ultimi decenni, si è notato il ruolo sempre più incisivo della religione nei processi elettorali e nelle decisioni di governo: un ruolo anche di ordine morale nell’individuazione di ciò che è bene e ciò che è male. A tratti questa compenetrazione tra politica, morale e religione ha assunto un linguaggio manicheo che suddivide la realtà tra il Bene assoluto e il Male assoluto. Infatti, dopo che Bush a suo tempo ha parlato di un «asse del male» da affrontare e ha fatto richiamo alla responsabilità di «liberare il mondo dal male» in seguito agli eventi dell’11 settembre 2001, oggi il presidente Trump indirizza la sua lotta contro un’entità collettiva genericamente ampia, quella dei «cattivi» (bad) o anche «molto cattivi» (very bad). A volte i toni usati in alcune campagne dai suoi sostenitori assumono connotazioni che potremmo definire «epiche». Questi atteggiamenti si basano sui princìpi fondamentalisti cristiano-evangelici dell’inizio del secolo scorso, che si sono man mano radicalizzati. Infatti si è passati da un rifiuto di tutto ciò che è «mondano», com’era considerata la politica, al perseguimento di un’influenza forte e determinata di quella morale religiosa sui processi democratici e sui loro risultati.
Lyman Stewart
Il termine «fondamentalismo evangelico», che oggi si può assimilare a «destra evangelicale» o «teoconservatorismo», ha le sue origini negli anni 1910-15. A quell’epoca un milionario del Sud della California, Lyman Stewart, pubblicò 12 volumi intitolati I fondamentali (Fundamentals). L’autore cercava di rispondere alla «minaccia» delle idee moderniste dell’epoca, riassumendo il pensiero degli autori di cui apprezzava l’appoggio dottrinale. In tal modo esemplificava la fede evangelicale quanto agli aspetti morali, sociali, collettivi e individuali. Furono suoi estimatori vari esponenti politici e anche due presidenti recenti come Ronald Reagan e George W. Bush. Il pensiero delle collettività sociali religiose ispirate da autori come Stewart considera gli Stati Uniti una nazione benedetta da Dio, e non esita a basare la crescita economica del Paese sull’adesione letterale alla Bibbia. Nel corso degli anni più recenti esso si è inoltre alimentato con la stigmatizzazione di nemici che vengono per così dire «demonizzati». Nell’universo che minaccia il loro modo di intendere l’ American way of life si sono avvicendati nel tempo gli spiriti modernisti, i diritti degli schiavi neri, i movimenti hippy, il comunismo, i movimenti femministi e via dicendo, fino a giungere, oggi, ai migranti e ai musulmani. Per sostenere il livello del conflitto, le loro esegesi bibliche si sono sempre più spinte verso letture decontestualizzate dei testi veterotestamentari sulla conquista e sulla difesa della «terra promessa», piuttosto che essere guidate dallo sguardo incisivo e pieno di amore del Gesù dei Vangeli. Dentro questa narrativa, ciò che spinge al conflitto non è bandito. Non si considera il legame esistente tra capitale e profitti e la vendita di armi. Al contrario: spesso la guerra stessa è assimilata alle eroiche imprese di conquista del «Dio degli eserciti» di Gedeone e di Davide. In questa visione manichea, le armi possono dunque assumere una giustificazione di carattere teologico, e non mancano anche oggi pastori che cercano per questo un fondamento biblico, usando brani della Sacra Scrittura come pretesti fuori contesto. Un altro aspetto interessante è la relazione che questa collettività religiosa, composta principalmente da bianchi di estrazione popolare del profondo Sud americano, ha con il «creato». Vi è come una sorta di «anestesia» nei confronti dei disastri ecologici e dei problemi generati dai cambiamenti climatici. Il «dominionismo» che professano – che considera gli ecologisti persone contrarie alla fede cristiana – affonda le proprie radici in una comprensione letteralistica dei racconti della creazione del libro della Genesi, che colloca l’uomo in una situazione di «dominio» sul creato, mentre quest’ultimo resta sottoposto al suo arbitrio in biblica «soggezione». In questa visione teologica, i disastri naturali, i drammatici cambiamenti climatici e la crisi ecologica globale non soltanto non vengono percepiti come un allarme che dovrebbe indurli a rivedere i loro dogmi ma, al contrario, sono segni che confermano la loro concezione non allegorica delle figure finali del libro dell’Apocalisse e la loro speranza in «cieli nuovi e terra nuova». Si tratta di una formula profetica: combattere le minacce ai valori cristiani americani e attendere l’imminente giustizia di un Armageddon, una resa dei conti finale tra il Bene e il Male, tra Dio e Satana. In questo senso ogni «processo» (di pace, di dialogo ecc.) frana davanti all’impellenza della fine, della battaglia finale contro il nemico. E la comunità dei credenti, della fede (faith), diventa la comunità dei combattenti, della battaglia (fight). Una simile lettura unidirezionale dei testi biblici può indurre ad anestetizzare le coscienze o a sostenere attivamente le situazioni più atroci e drammatiche che il mondo vive fuori dalle frontiere della propria «terra promessa».
Rushdoony
Il pastore Rousas John Rushdoony (1916-2001) è il padre del cosiddetto «ricostruzionismo cristiano» (o «teologia dominionista»), che grande impatto ha avuto nella visione teopolitica del fondamentalismo cristiano. Essa è la dottrina che alimenta organizzazioni e networks politici come il Council for National Policy e il pensiero dei loro esponenti quali Steve Bannon, attuale chief strategist della Casa Bianca [sollevato dall’incarico il 18 agosto 2017] e sostenitore di una geopolitica apocalittica[1]. «La prima cosa che dobbiamo fare è dare voce alle nostre Chiese», dicono alcuni. Il reale significato di questo genere di espressioni è che ci si attende la possibilità di influire nella sfera politica, parlamentare, giuridica ed educativa, per sottoporre le norme pubbliche alla morale religiosa. La dottrina di Rushdoony, infatti, sostiene la necessità teocratica di sottomettere lo Stato alla Bibbia, con una logica non diversa da quella che ispira il fondamentalismo islamico. In fondo, la narrativa del terrore che alimenta l’immaginario degli jihadisti e dei neo-crociati si abbevera a fonti non troppo distanti tra loro. Non si deve dimenticare che la teopolitica propagandata dall’Isis si fonda sul medesimo culto di un’apocalisse da affrettare quanto prima possibile. E dunque non è un caso che George W. Bush sia stato riconosciuto come un «grande crociato» proprio da Osama bin Laden. Teologia della prosperità e retorica della libertà religiosa Un altro fenomeno rilevante, accanto al manicheismo politico, è il passaggio dall’originale pietismo puritano, basato su L’ etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber, alla «teologia della prosperità», propugnata principalmente da pastori milionari e mediatici e da organizzazioni missionarie con un forte influsso religioso, sociale e politico. Essi annunciano un «vangelo della prosperità», per cui Dio desidera che i credenti siano fisicamente in salute, materialmente ricchi e personalmente felici. È facile notare come alcuni messaggi delle campagne elettorali e le loro semiotiche abbondino di riferimenti al fondamentalismo evangelicale. Accade per esempio di vedere immagini in cui leader politici appaiono trionfanti con una Bibbia in mano. Una figura rilevante, che ha ispirato presidenti come Richard Nixon, Ronald Reagan e Donald Trump, è il pastore Norman Vincent Peale (1898-1993), il quale ha officiato il primo matrimonio dell’attuale Presidente. Egli è stato un predicatore di successo: ha venduto milioni di copie del suo libro Il potere del pensiero positivo (1952), pieno di frasi quali: «Se credi in qualcosa, la otterrai», «Se ripeti “Dio è con me, chi è contro di me?”, nulla ti fermerà», «Imprimi nella tua mente la tua immagine di successo, e il successo arriverà», e così via. Molti telepredicatori della prosperità mescolano marketing, direzione strategica e predicazione, concentrandosi più sul successo personale che sulla salvezza o sulla vita eterna. Un terzo elemento, accanto al manicheismo e al vangelo della prosperità, è una particolare forma di proclamazione della difesa della «libertà religiosa». L’erosione della libertà religiosa è chiaramente una grave minaccia all’interno di un dilagante secolarismo. Occorre però evitare che la sua difesa avvenga al ritmo dei fondamentalisti della «religione in libertà», percepita come una diretta sfida virtuale alla laicità dello Stato. L’ecumenismo fondamentalista Facendo leva sui valori del fondamentalismo, si sta sviluppando una strana forma di sorprendente ecumenismo tra fondamentalisti evangelicali e cattolici integralisti, accomunati dalla medesima volontà di un’influenza religiosa diretta sulla dimensione politica. Alcuni che si professano cattolici si esprimono talvolta in forme fino a poco tempo fa sconosciute alla loro tradizione e molto più vicine ai toni evangelicali. In termini di attrazione di massa elettorale, questi elettori vengono definiti value voters. L’universo di convergenza ecumenica, tra settori che paradossalmente sono concorrenti in termini di appartenenza confessionale, è ben definito. Quest’incontro per obiettivi comuni avviene sul terreno di temi come l’aborto, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, l’educazione religiosa nelle scuole e altre questioni considerate genericamente morali o legate ai valori. Sia gli evangelicali sia i cattolici integralisti condannano l’ecumenismo tradizionale, e tuttavia promuovono un ecumenismo del conflitto che li unisce nel sogno nostalgico di uno Stato dai tratti teocratici. La prospettiva più pericolosa di questo strano ecumenismo è ascrivibile alla sua visione xenofoba e islamofoba, che invoca muri e deportazioni purificatrici. La parola «ecumenismo» si traduce così in un paradosso, in un «ecumenismo dell’odio». L’intolleranza è marchio celestiale di purismo, il riduzionismo è metodologia esegetica, e l’ultra-letteralismo ne è la chiave ermeneutica. È chiara l’enorme differenza che c’è tra questi concetti e l’ecumenismo incoraggiato da papa Francesco con diversi referenti cristiani e di altre confessioni religiose, che si muove nella linea dell’inclusione, della pace, dell’incontro e dei ponti. Questo fenomeno di ecumenismi opposti, con percezioni contrapposte della fede e visioni del mondo in cui le religioni svolgono ruoli inconciliabili, è forse l’aspetto più sconosciuto e al tempo stesso più drammatico della diffusione del fondamentalismo integralista. È a questo livello che si comprende il significato storico dell’impegno del Pontefice contro i «muri» e contro ogni forma di «guerra di religione». La tentazione della «guerra spirituale» L’elemento religioso invece non va mai confuso con quello politico. Confondere potere spirituale e potere temporale significa asservire l’uno all’altro. Un tratto netto della geopolitica di papa Francesco consiste nel non dare sponde teologiche al potere per imporsi o per trovare un nemico interno o esterno da combattere. Occorre fuggire la tentazione trasversale ed «ecumenica» di proiettare la divinità sul potere politico che se ne riveste per i propri fini. Francesco svuota dall’interno la macchina narrativa dei millenarismi settari e del «dominionismo», che prepara all’apocalisse e allo «scontro finale»[2]. La sottolineatura della misericordia come attributo fondamentale di Dio esprime questa esigenza radicalmente cristiana. Francesco intende spezzare il legame organico tra cultura, politica, istituzioni e Chiesa. La spiritualità non può legarsi a governi o patti militari, perché essa è a servizio di tutti gli uomini. Le religioni non possono considerare alcuni come nemici giurati né altri come amici eterni. La religione non deve diventare la garanzia dei ceti dominanti. Eppure è proprio questa dinamica dallo spurio sapore teologico che tenta di imporre la propria legge e la propria logica in campo politico. Colpisce una certa retorica usata per esempio dagli opinionisti di Church Militant, una piattaforma digitale statunitense di successo, apertamente schierata a favore di un ultraconservatorismo politico, che usa i simboli cristiani per imporsi. Questa strumentalizzazione è definita «autentico cristianesimo». Essa, per esprimere le proprie preferenze, ha creato una precisa analogia tra Donald Trump e Costantino, da una parte, e tra Hillary Clinton e Diocleziano, dall’altra. Le elezioni americane, in quest’ottica, sono state intese come una «guerra spirituale»[3]. Questo approccio bellico e «militante» appare decisamente affascinante ed evocativo per un certo pubblico, soprattutto per il fatto che la vittoria di Costantino – data per impossibile contro Massenzio, che aveva alle sue spalle tutto l’establishment romano – era da attribuirsi a un intervento divino: in hoc signo vinces. Church Militant si chiede dunque se la vittoria di Trump si possa attribuire alla preghiera degli americani. La risposta suggerita è positiva. La consegna indiretta per il presidente Trump, nuovo Costantino, è chiara: deve agire di conseguenza. Un messaggio molto diretto, quindi, che vuole condizionare la presidenza, connotandola dei tratti di una elezione «divina». In hoc signo vinces, appunto. Oggi più che mai è necessario spogliare il potere dei suoi panni confessionali paludati, delle sue corazze, delle sue armature arrugginite. Lo schema teopolitico fondamentalista vuole instaurare il regno di una divinità qui e ora. E la divinità ovviamente è la proiezione ideale del potere costituito. Questa visione genera l’ideologia di conquista. Lo schema teopolitico davvero cristiano è invece escatologico, cioè guarda al futuro e intende orientare la storia presente verso il Regno di Dio, regno di giustizia e di pace. Questa visione genera il processo di integrazione che si dispiega con una diplomazia che non incorona nessuno come «uomo della Provvidenza». Ed è anche per questo che la diplomazia della Santa Sede vuole stabilire rapporti diretti, fluidi con le superpotenze, senza però entrare dentro reti di alleanze e di influenze precostituite. In questo quadro, il Papa non vuole dare né torti né ragioni, perché sa che alla radice dei conflitti c’è sempre una lotta di potere. Quindi non c’è da immaginare uno «schieramento» per ragioni morali o, peggio ancora, spirituali. Francesco rifiuta radicalmente l’idea dell’attuazione del Regno di Dio sulla terra, che era stata alla base del Sacro Romano Impero e di tutte le forme politiche e istituzionali similari, fino alla dimensione del «partito». Se fosse così inteso, infatti, il «popolo eletto» entrerebbe in un complicato intreccio di dimensioni religiose e politiche che gli farebbe perdere la consapevolezza del suo essere a servizio del mondo e lo contrapporrebbe a chi è lontano, a chi non gli appartiene, cioè al «nemico». Ecco allora che le radici cristiane dei popoli non sono mai da intendere in maniera etnicista. Le nozioni di «radici» e di «identità» non hanno il medesimo contenuto per il cattolico e per l’identitario neo-pagano. L’etnicismo trionfalista, arrogante e vendicativo è, anzi, il contrario del cristianesimo. Il Papa, il 9 maggio, in un’intervista al quotidiano francese La Croix, ha detto: «L’Europa, sì, ha radici cristiane. Il cristianesimo ha il dovere di annaffiarle, ma in uno spirito di servizio come per la lavanda dei piedi. Il dovere del cristianesimo per l’Europa è il servizio». E ancora: «L’apporto del cristianesimo a una cultura è quello di Cristo con la lavanda dei piedi, ossia il servizio e il dono della vita. Non deve essere un apporto colonialista». Contro la paura Su quale sentimento fa leva la tentazione suadente di un’alleanza spuria tra politica e fondamentalismo religioso? Sulla paura della frattura dell’ordine costituito e sul timore del caos. Anzi, essa funziona proprio grazie al caos percepito. La strategia politica per il successo diventa quella di innalzare i toni della conflittualità, esagerare il disordine, agitare gli animi del popolo con la proiezione di scenari inquietanti al di là di ogni realismo. La religione a questo punto diventerebbe garante dell’ordine, e una parte politica ne incarnerebbe le esigenze. L’appello all’apocalisse giustifica il potere voluto da un dio o colluso con un dio. E il fondamentalismo si rivela così non il prodotto dell’esperienza religiosa, ma una concezione povera e strumentale di essa. Per questo Francesco sta svolgendo una sistematica contro-narrazione rispetto alla narrativa della paura. Occorre, dunque, combattere contro la manipolazione di questa stagione dell’ansia e dell’insicurezza. E pure per questo, coraggiosamente, Francesco non dà alcuna legittimazione teologico-politica ai terroristi, evitando ogni riduzione dell’islam al terrorismo islamista. E non la dà neanche a coloro che postulano e che vogliono una «guerra santa» o che costruiscono barriere di filo spinato. L’unico filo spinato per il cristiano, infatti, è quello della corona di spine che Cristo ha in capo[4]. ******** [1]. Bannon crede nella visione apocalittica che William Strauss e Neil Howe hanno teorizzato nel loro libro The Fourth Turning: What Cycles of History Tell Us About America’s Next Rendezvous with Destiny. Cfr anche N. Howe, «Where did Steve Bannon get his worldview? From my book», in The Washington Post, 24 febbraio 2017. [2]. Cfr A. Aresu, «Pope Francis against the Apocalypse», in Macrogeo, 9 giugno 2017. [3]. Cfr «Donald “Constantine” Trump? Could Heaven be intervening directly in the election?», in Church Militant. [4]. Per approfondire queste riflessioni, cfr D. J. Fares, «L’antropologia politica di Papa Francesco», in Civ. Catt. 2014 I 345-360; A. Spadaro, «La diplomazia di Francesco. La misericordia come processo politico», ivi 2016 I 209-226; D. J. Fares, «Papa Francesco e la politica», ivi 2016 I 373-385; J. L. Narvaja, «La crisi di ogni politica cristiana. Erich Przywara e l’“idea di Europa”», ivi 2016 I 437-448; Id., «Il significato della politica internazionale di Francesco», ivi 2017 III 8-15.
“Con il piede io scansai bugie, volgarità, calunnie, guerre, maschere antigas”… Sono parole che mi sono tornate alla mente stamattina mentre ascoltavo le notizie di cronaca che rimbalzavano tra l’attacco chimico in Siria e la risposta statunitense. Quelle parole sono tratte, guarda il caso, da una canzone, intensa ed emozionante, che celebra uno dei grandi eroi russi, Yuri Gagarin. L’ha composta, ormai quarant’anni fa (1977), Claudio Baglioni, ispirato da un testo di Evgenij Aleksandrovič Evtušenko. Tra l’altro era aprile anche il giorno in cui Gagarin spiccò il suo volo. Leggo il testo e mi chiedo: è necessario allontanarsi dalla terra, dai suoi eventi, dagli uomini che ne sono gli autori, per cogliere la bellezza? E’ necessario immergersi in quello squarcio nel cielo per vedere le lentiggini di Dio? Non è possibile sposare l’eternità anche qui, magari coi piedi piantati nella terra e il volto alzato a quel volo nell’infinito?
“Quell’aprile s’incendiò, al cielo mi donai, Gagarin, figlio dell’umanità. E la terra restò giù, più piccola che mai, io la guardai – non me lo perdonò. E l’azzurro si squarciò e stelle trovai, lentiggini di Dio, col mio viso sull’oblò io forse sognai e ancora adesso io volo. E lasciavo casa mia, la vodka ed i lillà e il lago che bagnò il bambino Yuri, con il piede io scansai bugie, volgarità, calunnie, guerre, maschere antigas. Come un falco m’innalzai e sul Polo Nord sposai l’eternità, anche l’ombra mi rubò e solo restai e ancora adesso io volo e ancora adesso io volo, volo, volo, nell’infinito io volo. Sotto un timbro nero ormai io vi sorrido ma il mio sorriso se n’è andato via, io, vestito da robot per primo volai e ancora adesso io volo e ancora adesso io volo, volo, volo, e ancora adesso io, e ancora adesso io volo, volo, volo, nell’infinito io volo.”
Shaharzad Hassan mostra un suo disegno, fotografato nel campo profughi di Idomeni, Grecia, 18 marzo 2016 (Matt Cardy/Getty Images)
“La mia gemma consiste in alcune foto dei disegni fatti da Shaharzad Hassan, una bambina di Idomeni, campo profughi in Grecia. Lei è siriana, ha 8 anni e così sta raccontando l’esperienza della diaspora siriana. Sono rimasta colpita perché i disegni raccontano la storia di questi profughi attraverso i suoi occhi. Da un lato emerge la tenerezza, dall’altro quanto loro capiscano la situazione. Penso sia una visione molto realistica dei fatti.” Questa è stata la gemma di G. (classe quinta). Magnus Wennman è un fotoreporter svedese. In un’intervista alla CNN, presentando il proprio lavoro “Where The Children Sleep” che potete vedere qui, ha detto: “Il conflitto e la crisi possono anche essere difficili da capire , ma non è difficile capire che questi bambini hanno bisogno di un posto sicuro per dormire. Questo è facile da comprendere. Hanno perso la speranza, e ci vuole molto perché un bambino smetta di essere tale e smetta di essere felice, anche nei posti veramente brutti”.
Pubblico quasi per intero l’articolo di Nicola Pedrazzi pubblicato ieri su Riforma.it (qui quello intero). Si tratta di un’intervista all’ostetrica Ludovica Tosolini, presidente di Mam Beyond Borders.
“Nonostante il “cessate il fuoco”, la guerra in Siria non si arresta, prosegue sulla pelle dei civili. Nei giorni scorsi, raid missilistici russi hanno colpito duramente diverse strutture mediche del nord del paese, mietendo decine di vittime. Ne parliamo con Ludovica Tosolini, ostetrica e presidente dell’associazione Mam Beyond Borders che dal 2014 cura progetti socio-sanitari in aree di conflitto: principalmente in Africa e anzitutto a protezione dei bambini. Due anni fa Ludovica ha lavorato tra Turchia e Siria, lungo una porzione di confine che al momento le autorità turche hanno deciso di chiudere. Quando è arrivata in Siria? Dove lavorava? «Sono arrivata in Siria nel 2013. Al campo profughi di Bab al Salam seguivo un programma di screening della malnutrizione, in collaborazione con lo staff di Medici Senza Frontiere di Azaz, cui trasferivamo i bambini gravi, i casi di malnutrizione severa. Una collaborazione che una volta avviata funzionava anche a distanza, dall’Italia. Noi volontari stranieri non dormivamo in Siria ma in Turchia, attraversavamo il confine ogni mattina per raggiungere il campo. Un’attività che non abbiamo più potuto svolgere sul terreno dall’estate del 2014 ». Ovvero dal rapimento di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo. In Italia da quel momento è cambiata la percezione della Siria. «Io sono rientrata in Italia nel luglio 2014, la settimana prima del rapimento. Un anno dopo, nel settembre 2015, la Farnesina ha convocato tutti i presidenti delle associazioni con progetti umanitari in Siria e in altri paesi consegnandoci un decalogo di regole da seguire. L’ente che assicura per la Farnesina è la Siscos, e al momento non assicura più gli operatori umanitari per la Siria. Risultato: noi non mandiamo più nessuno. Stando così le cose, l’unica attività che possiamo svolgere è tenere contatti con le persone e i referenti che abbiamo conosciuto in loco oramai tre anni fa». Dove lavorano i medici con cui siete in contatto? «Non operano più nell’ospedale dove andavamo noi perché è stato bombardato due volte, si sono spostati tutti nell’ospedale di Medici senza Frontiere. La sala parto che avevamo avviato assieme a We Are Onlus era gestita già allora da personale locale, da ragazzi siriani cui facciamo ancora riferimento (mi piace ricordare in particolare Zakarya Ebraheem, un’anestesista che lavora anche per Ocha). La sala parto di cui ti parlo è stata distrutta in un raid aereo, era il giorno di Natale. Sono morte sei persone, tra cui un neonato e i suoi genitori. I media italiani non ne hanno parlato, non si è saputo nulla. Quegli stessi locali sono stati presi di mira lunedì scorso, da quanto sappiamo in entrambi i casi erano bombe russe». Com’è quel tratto di confine turco-siriano? «Quello che ho visto io nel 2013 non conta, perché oggi la situazione è cambiata completamente. La Turchia ha blindato quella porzione di confine con la Siria: andando verso Kilis, la prima cittadina turca dopo la frontiera, non è più possibile lasciare il paese, tuttavia a seguito dei massicci bombardamenti su Aleppo una calca di sfollati continua ad accumularsi su quella direttrice, tra Azaz e Bab al Salam. Bab al Salam era e sta tornando a essere un campo profughi, una prigione a cielo aperto. È da qualche settimana che stiamo mandando aiuti economici ai ragazzi che gestivano l’ospedale che avevamo contribuito a organizzare. Ora lavorano tutti per la mezza luna rossa. Cerchiamo di garantirgli quantomeno i farmaci essenziali per i bambini, per le bronchiti». Che idea si è fatta della situazione politica? «Non un’idea diversa da quella che può farsi chiunque leggendo i giornali. Le “grandi potenze” si sono incontrate a Monaco l’11 febbraio scorso. Si sono accordate su un generico “cessate il fuoco” ma per la Russia questa misura non può interrompere la lotta al terrorismo: all’Isis, ad al Nusra e ad altri gruppi legati ad al-Qaeda. Ora, se l’Isis è territorialmente riconoscibile nell’est del paese, altri gruppi sono difficilmente circoscrivibili, mischiati come sono al Free Syrian Army, ovvero ai ribelli che combattono i lealisti di Assad. Ecco perché Aleppo e Azaz continuano a essere colpite: perché sono zone ancora contese tra lealisti e ribelli, e com’è noto, al di là della lotta al terrorismo, la Russia è schierata con i primi. Dal punto di vista umanitario, quello che mi compete, in Siria la “linea rossa” così come l’ha chiamata Obama è stata oltrepassata da troppo tempo, da prima degli attacchi chimici. Ieri il «Corriere della Sera» ha addirittura parlato di “deportazione”, riportando la notizia della polizia turca che ha imposto con la forza ai profughi siriani di firmare un “consenso di rimpatrio” (peraltro scritto in turco) prima di rispedirli oltre confine.”
“La mia gemma è composta di due parti diverse. Prima un video legato ai fatti di Parigi: mi ha colpito la consapevolezza del bimbo che ci siano persone cattive, benché il papà lo rassicuri dicendogli che basta poco per potersi proteggere. Rispondere con la guerra non penso sia il modo giusto. La seconda parte invece è una cosa personale: un mese fa ho visto una foto, ci sono stata male, poi una persona mi ha mandato un messaggio inaspettato che mi ha colpito molto per l’amicizia dimostratami.” Questa è stata la duplice gemma di M. (classe quinta). Non mi sento di commentare un video come quello del bambino che racconta la sua paura. Ricordo che alcuni anni fa ho letto un libro sui bambini nelle guerre e sul tentativo di raccontarsi attraverso dei disegni. Non ho parole.
“Compresi gli uomini del tenente Danda saremo in tutto una ventina. Che facciamo qui da soli? Non abbiamo quasi più munizioni. Abbiamo perso il collegamento con il capitano. Non abbiamo ordini. Se avessimo almeno munizioni! Ma sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mnié khocetsia iestj, – dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. -Spaziba – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta – mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco. Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano con me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere.” (Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve, Einaudi, Torino 1965, pp. 148-150)
Capire quale sia la situazione in Siria penso sia una delle sfide più grandi per i non addetti. Questo articolo della redazione di OasisCenter cerca di fare un po’ di chiarezza con il contributo di Paolo Maggiolini.
“La recente decisione russa di impegnarsi militarmente in Siria sta riportando l’attenzione sul conflitto che da quattro anni infiamma il Paese mediorientale e sembra aver messo fine a quella condizione di stallo che ne ha determinato le dinamiche sino a questo momento. In tale contesto è fondamentale capire quali sono, dove operano e da chi sono sostenuti i protagonisti del conflitto.
LE FORZE PRO-ASSAD Il regime di Assad è sostenuto internazionalmente dalla Russia e dall’Iran. Sul campo operano gli effettivi dell’esercito governativo siriano, varie milizie legate al presidente e le milizie di Hezbollah e di altri gruppi sciiti. La Russia, che dispone in Siria dell’importante porto di Tartus (l’unico sbocco sul Mediterraneo per la flotta militare russa), ha finora colpito soprattutto le zone occupate dai ribelli, in particolare la regione di Idlib, recentemente conquistata dalla coalizione formata da Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham. L’esercito siriano Le forze del regime di Bashar al-Assad sono concentrate lungo una dorsale che corre da sud a nord e controllano i territori che guardano al Libano e al Mar Mediterraneo e includono le città di Damasco, Homs, Hama e Latakia. Nei mesi passati, diverse fonti sottolineavano la debolezza dell’esercito siriano, ridotto ormai alla metà della sua forza originale (300.000 uomini) e limitato dalla presenza sempre più rilevante di soldati di leva. Il presidente siriano ha potuto ovviare a parte di queste criticità grazie alla messa in campo di milizie irregolari (le famigerate Forze di Difesa Nazionale) e, soprattutto, al supporto di forze esterne, come quelle di Hezbollah. Altre milizie A sostegno di Assad operano altri gruppi poco conosciuti, di estrazione sunnita, alawita, curda e cristiana. Tra queste si possono menzionare la Muqawama Suriya, la Liwa’ Dir’ al-Sahel e Dir’ al-Watan. Hezbollah Hezbollah è la principale milizia sciita impegnata in Siria. Essa giustifica il suo intervento come jihad difensivo per la protezione del santuario di Sayyida Zaynab a Damasco e per combattere le forze takfîrî, cioè i gruppi sunniti estremisti che accusano i musulmani devianti, e in particolare gli sciiti, di miscredenza. Sostenuta dall’Iran, coordina altri gruppi sciiti presenti sul territorio, tra i quali vi sono anche contingenti iracheni e addirittura pakistani. Hezbollah opera principalmente nei territori confinanti con il Libano da Qalamoun a Homs.
LE FORZE ANTI-ASSAD A livello internazionale, le principali forze che operano per la caduta di Assad sono l’Arabia Saudita, la Turchia, il Qatar e gli Stati Uniti. Esse sostengono sul campo una molteplicità di attori che si distinguono sia sotto il profilo tattico-strategico che per quello ideologico-politico. L’Arabia Saudita è il principale fornitore di aiuti militari e finanziari di diversi gruppi ribelli, e in particolare di quelli salafiti. Gli Stati Uniti forniscono assistenza militare a diverse formazioni ribelli, non escluse quelle islamiste e jihadiste. La CIA ha lanciato un programma di addestramento mirato di 5000 ribelli anti-Assad, poi fallito. Jabhat al-Nusra Partendo dalle realtà non collegabili a ISIS, la formazione sicuramente più nota è Jabhat al-Nusra. Costola siriana di al-Qaida, essa opera nella regione di Idlib, lungo il corridoio che separa Hama e Homs, nei pressi di Damasco e sul fronte meridionale, in particolare sulle alture del Golan. È sostenuta e finanziata dalla Turchia, dall’Arabia Saudita e da altri Paesi del Golfo. Ahrar al-Sham Meno noto di al-Nusra, esso rappresenta in realtà il movimento di opposizione forse più importante per effettivi e partecipazione popolare. Di ispirazione salafita, punta al rovesciamento del regime di Assad per istituire uno Stato fondato sulla sharî‘a, tanto che dottrinalmente non è facile distinguerlo da Jabhat al-Nusra, anche se a differenza di quest’ultima non è classificata dagli USA come organizzazione terroristica. Opera nelle aree di Aleppo, Idlib, Homs e Hama. Nel 2012 Ahrar al-Sham ha dato vita al Fronte Islamico Siriano, un sigla in cui sono confluite diverse milizie affini, tra cui Jaysh al-Islam, forza che agisce principalmente a Damasco e Liwa’ al-Tawhid, impegnata soprattutto a Aleppo. È sostenuta finanziariamente dai Paesi del Golfo. Jabhat Ansar al-Din È una coalizione jihadista che agisce nella Siria settentrionale autonomamente da altri gruppi come ISIS, Jabhat al-Nusra o Ahrar al-Sham. È formata dalla Harakat Fajr al-Sham e dalla Harakat Sham al-Islam. Originariamente ne faceva parte anche il Jaysh al-Muhajirin wa-l-Ansar, che forniva alla coalizione i contingenti più cospicui, ma se ne è recentemente distaccato per unirsi a Jabhat al-Nusra. Prima di questa scissione, Jaysh al-Muhajirin era collegata tramite il suo leader Salah al-Din al-Shisani all’emirato del Caucaso ed era composta soprattutto da combattenti caucasici. Ora è invece perlopiù formata da militanti arabi ed è guidata da un saudita. Esercito Siriano Libero (Free Syrian Army) All’inizio della rivolta siriana è stato il braccio armato della Rivoluzione. È composto da formazioni di estrazione esclusivamente siriana e in particolare da disertori dell’esercito governativo. Non essendo classificato come gruppo estremista è destinatario di finanziamenti internazionali, ma è difficile valutare la sua reale capacità operativa.
Le “operation room” Davanti a una tale complessità ed eterogeneità di gruppi combattenti, il fronte delle opposizioni ha cercato di creare delle ‘camere operative’ con lo scopo di aggregare differenti formazioni all’interno di fronti specifici, ritrovando nell’opposizione al regime di Assad il comune denominatore. Queste sinergie operative sono emerse anche in funzione anti-ISIS, come dimostrato nel dicembre 2013 nel nord-ovest della Siria quando le forze di diverse formazioni confluite nell’“Esercito Islamico” (Jaysh al-Islam) riuscirono a infliggere gravi perdite alle forze del Califfo. Su questa linea è anche interessante ricordare la creazione dell’“Esercito della Conquista” (Jaysh al-Fatah) grazie a cui diversi gruppi si sono coalizzati, in particolare Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham, riuscendo a creare e mantenere una zona di influenza nel contesto di Idlib.
I curdi del PYD Esistono infine altri due attori rilevanti del conflitto civile siriano che però si distinguono rispetto alle precedenti formazioni per specificità ideologiche e strategiche: l’ala militare del PYD (Partito dell’Unità Democratica, secondo alcuni diretta emanazione del PKK) e ISIS. Per quanto concerne la prima formazione, le forze curde si sono distinte sul campo riuscendo a bloccare l’avanzata di ISIS nel gennaio del 2015 a Kobane e tuttora controllano due ampie sacche a nord della Siria con lo scopo finale di unificare l’intera regione di Rojava, ad oggi interrotta nella sua parte centrale. ISIS Infine, presenti sul territorio siriano fin dall’inverno del 2013, le forze di ISIS hanno il loro punto nevralgico nella città di Raqqa. Nonostante si insista a comparare ISIS a uno stato con frontiere e un territorio ben delimitato, la sua presenza in Siria si articola piuttosto lungo corridoi strategici, che permettono i collegamenti con le città irachene occupate (Ramadi e Mosul in particolare) e con le altre aree siriane sotto controllo (tra cui Palmyra e parzialmente Deir ez-Zor) o attacco (tra cui Aleppo e Damasco).”
“Le parole di Ogni adolescenza le sento molto vicine al periodo che sto vivendo, mi ci ritrovo, e sono cantate da un gruppo a cui sono affezionata. Sono andata ad un concerto dei Tre allegri ragazzi morti ad aprile e ci sono andata da sola. Me lo sono goduto e apprezzato nella sua integrità, senza riferimenti a qualcuno che sarebbe potuto essere con me; mi sono goduta anche il sound-check con loro che suonavano senza maschera ed è stato molto emozionante, mi sentivo un’infiltrata.” Con queste parole A. (classe terza) ha presentato la sua gemma. Il ritornello della canzone dice: “Ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia falsa, che sia vera, ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia vinta, che sia persa”. E poi la seconda strofa: “E non ti vantare se la tua è stata mondiale, la mia sembra solo un fatto personale, e non ti vantare se c’hai perso un fratello, la guerra è guerra e succederà anche a me. E non ti vantare se la tua si chiama Vietnam, la mia è poco più di un argomento da giornale, e non ti vantare se c’hai perso un fratello, l’amico mio c’ha perso il cervello”. Ricordo ancora la rabbia che provavo quando, adolescente, cercavo di manifestare i miei pensieri, di sfogare le mie ribellioni, di esternare le mie sofferenze interiori e mi imbattevo in adulti che sminuivano quello che dicevo e soprattutto sentivo dentro. Ho fatto un tuffo all’indietro di 25 anni, ho indossato i vestiti di A. e mi ci sono ritrovato in pieno anche io in quelle parole dei Tre allegri ragazzi morti. Certo, non c’era solo quello, ma c’era anche quello e lo ricordo bene, benissimo; e alcune ferite di quella guerra sono state lunghe da guarire, lasciando anche delle cicatrici.
Una storia dalle tinte fosche e cupe all’interno delle tensioni russo-ucraine, a firma di Danilo Elia su Osservatorio Balcani e Caucaso.
“Il tenente Nadiya Savchenko è la donna pilota più famosa d’Ucraina. Una carriera di oltre dieci anni nelle forze armate di Kiev, prima come paracadutista e poi come elicotterista sui Mi-24. Il 30 luglio scorso Nadiya è comparsa davanti ad un giudice russo per rispondere di omicidio. L’udienza preliminare si è tenuta a porte chiuse nella cittadina di Donetsk, a un tiro di schioppo dai territori in guerra dell’Ucraina, da non confondersi con l’omonima città sotto il controllo dei separatisti, al di là del confine. Nadiya è stata portata lì dalla prigione di massima sicurezza di Novocherkasska, vicino Rostov sul Don, dove era stata trasferita pochi giorni prima dopo più di un anno trascorso a Mosca, tra il carcere n. 6, l’ospedale penitenziario Matroskaya Tishina e il famigerato istituto psichiatrico Serbsky. All’udienza per la prima volta non è stata ammessa la stampa, e tutto quello che sappiamo lo dobbiamo alle parole del suo difensore, Mark Feygin, e ai suoi tweet. Come quello in cui ha scritto che “il tribunale di Donetsk oggi sembra Fort Knox”, mandando una foto dei corpi speciali Omon della polizia fuori dall’edificio. Per Feygin, e non solo, la mossa delle autorità russe di spostare il processo da Mosca a questa sperduta periferia è l’ennesimo bastone fra le ruote alla difesa di Nadiya. Per il suo difensore il processo contro di lei è montato senza la minima prova, un caso altamente politicizzato, perché “in Russia non esistono tribunali indipendenti. Il sistema giuridico della federazione dipende da un potere autoritario, è solo un’appendice repressiva del governo”. E ancora, “L’unica cosa che può aiutare Nadyia è una forte pressione internazionale. Nient’altro”. Nadiya è accusata dell’omicidio di Igor Kornelyuk e Anton Voloshin, due giornalisti della tivù di stato russa Rossiya 1 uccisi da colpi di mortaio il 17 giugno 2014 a Metalist, vicino Lugansk in Ucraina. Stavano filmando un posto di blocco separatista preso di mira dall’artiglieria ucraina. Secondo il Comitato investigativo russo, una specie di superprocura alle dirette dipendenze del Cremlino, che ha condotto le indagini, sarebbe stata proprio lei dal suo elicottero a dare le coordinate a terra per sparare i colpi mortali. La tesi accusatoria e la versione difensiva, però, raccontano due storie completamente diverse. Nadiya è caduta prigioniera dei miliziani filorussi a giugno dello scorso anno nelle vicinanze di Lugansk. Secondo i ribelli, è stata catturata durante uno scontro con le truppe ucraine del battaglione Aydar. La stessa Nadiya però ha raccontato una versione differente in un’intervista a un giornalista russo della Komsomolskaja Pravda, Nikolai Varsegov, quando era ancora prigioniera dei miliziani in Ucraina. Ha detto di essere stata catturata insieme ad altri commilitoni sul campo di battaglia di Shchastya, mentre cercava di soccorrere i feriti. Non era cioè in missione di combattimento col suo elicottero, ma stava partecipando come volontaria in supporto a medici e infermieri militari. I suoi carcerieri l’hanno filmata ammanettata a un tubo mentre si rifiutava di rispondere alle loro domande e hanno caricato il video sul web. Nadiya è rimasta in prigionia nelle loro mani con certezza dal 18 giugno 2014, data della sua cattura e della diffusione del video, al 24 giugno, giorno in cui Varsegov l’ha intervistata. Ma poi di lei non si è saputo più niente. Finché non è ricomparsa davanti a un giudice a Voronezh, in Russia, il 9 luglio 2014, con l’accusa di immigrazione clandestina. Secondo il procuratore, era stata arrestata casualmente durante un controllo di routine perché trovata senza documenti. In un secondo tempo la polizia si sarebbe accorta di avere tra le mani un ufficiale dell’esercito ucraino. Le indagini del Comitato investigativo avrebbero poi ricondotto Nadiya all’uccisione dei due giornalisti russi. Secondo l’accusa, Nadiya, dopo essere stata catturata a Lugansk, sarebbe sfuggita ai suoi carcerieri, avrebbe disertato dall’esercito ucraino e cercato rifugio illegalmente in Russia attraversando il confine senza documenti. Lei invece racconta di essere stata consegnata ai russi, che l’hanno incappucciata e portata al di là del confine, dove ha avuto inizio il suo incubo. Finora Nadiya ha passato più di un anno in detenzione cautelare, senza cioè che la sua colpevolezza fosse dimostrata. In ogni udienza di proroga della carcerazione, le richieste della difesa sono state puntualmente rigettate. A dicembre dello scorso anno, quando era ormai chiaro che non sarebbe uscita di galera tanto presto, Nadiya ha iniziato uno sciopero della fame. Non ha mangiato per 83 giorni. Ha perso quasi 20 chili ed è arrivata a un passo dalla morte. Ha anche stracciato ogni record del penitenziario. “Nessuno ha mai resistito tanto”, ha detto il medico della prigione a Feygin. “Di solito, dopo un paio di settimane la loro volontà crolla”. Per tutta risposta il giudice ha disposto il suo internamento nell’istituto psichiatrico Serbsky, una struttura statale tristemente famosa dai tempi dell’Urss come centro di detenzione dei dissidenti, che spesso erano dichiarati mentalmente infermi e sottoposti a inumani “trattamenti psichiatrici”. Nel frattempo, anche grazie al suo sciopero della fame, il caso di Nadiya è diventato internazionale. Manifestazioni per la sua liberazione si sono tenute in tutto il mondo, l’hashtag #FreeSavchenko si è diffuso sul web e la rappresentante degli Usa all’Onu, Samantha Power, ha portato il caso all’attenzione delle Nazioni Unite. In patria Nadiya è diventata un’icona. Alle ultime elezioni parlamentari è stata candidata a distanza da Yulia Tymoshenko nel suo partito Batkyvshchyna, è stata eletta alla Rada. L’immunità parlamentare che le spetta è risultata ovviamente inutile in Russia, così come l’essere rappresentate dell’Ucraina presso la Pace, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Nadiya resta in carcere. L’avvocato Feygin dice di aver raccolto prove a sufficienza della sua innocenza, aggiungendo però che “i fatti non contano niente in questo processo”. Il portavoce del Comitato investigativo, Vladimir Markin, ha detto invece che “le prove raccolte dagli investigatori sono abbondanti e dimostrano la colpevolezza dell’accusata nell’uccisione di due o più persone sulla base di odio sociale e di un piano premeditato”. Nadiya sarà giudicata in base dell’articolo 105 del codice penale russo, che prevede la condanna all’ergastolo per l’omicidio volontario. “Ma lo stesso codice penale proibisce la condanna a vita per le donne”, ha aggiunto Markin. “Nadiya Savchenko può essere condannata a un massimo di 25 anni”. Quello che non ha detto Markin è che la riduzione della pena massima consente di svolgere il processo senza l’ausilio di una giuria popolare. A giudicarla saranno tre giudici a porte chiuse, e la sentenza potrebbe arrivare in tempi rapidissimi.