Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia, musica, Storia

Colonne sonore rosa

Ho pubblicato poco fa una serie di articoli che parlavano di situazioni conflittuali, di guerra e guerriglia. Quando lavoro ho quasi sempre musica ad accompagnarmi e a volte capitano delle coincidenze. Mentre pubblicavo il post precedente la colonna sonora era “The postwar dream” dei miei amati Pink Floyd con le incalzanti domande a Margaret Thatcher, primo ministro inglese che aveva voluto la guerra delle Falkland.

Dimmi la verità, dimmi perché Gesù fu crocifisso.
E per questo che papà è morto? Era per te? Ero io?
Ho guardato troppa televisione?
C’è un ombra di accusa nei tuoi occhi?
Se non era per i Giapponesi, così bravi a fare navi,
i cantieri navali di Glasgow sarebbero ancora aperti.
E non deve essere un gran divertimento per loro
sotto il sol levante, con i loro ragazzi che si suicidano.
Che cosa abbiamo fatto, Maggie? Che cosa abbiamo fatto?
Che cosa abbiamo fatto all’Inghilterra?
Dobbiamo urlare? Dobbiamo gridare?
“Che cosa è successo al sogno del dopoguerra?”
Oh Maggie, Maggie, che cosa abbiamo fatto?

Pubblicato in: Religioni, Storia

Sullo Stato Islamico

Faccio seguito alle lezioni sostenute in classe sullo Stato Islamico e sul contesto geopolitico con alcuni articoli che riportano punti di vista variegati sulla situazione. Li ho trasformati in pdf per non perderli, ma indico di volta in volta anche il link corrispondente.

Il primo è tratto da Limes: Così noi Europei inventammo il Medio Oriente

Il secondo da Oasis: Dove nasce la violenza del risveglio islamista

Il terzo da Geopolitica: Isis_ Cui prodest_

Il quarto dal Corriere della Sera: La debolezza delle regole

Il quinto sempre da Oasis: Lo stato slamico spiegato a mio figlio

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, cinema e tv, Filosofia e teologia, Pensatoio

Sussurri di paura

Ieri mattina ho presentato, al Cervignano Film Festival, il film “Orizzonti di Gloria” di Stanley Kubrick, opera del 1957. Il film è ricchissimo e vi sono mille ottimi motivi per vederlo. Uno dei dialoghi più interessanti (e sottovalutati) dura pochissimo: poco più di un minuto di sussurri e bisbigli tra due soldati nella notte che precede un importante attacco. Afferma uno dei due in apertura: “Io non ho paura di morire domani, ho paura che mi uccidano”. Discutono su come sia preferibile morire, se colpiti da una mitragliatrice o da una baionetta, con la conclusione che la maggior parte degli uomini ha più paura del dolore che di morire. “Se è la morte che veramente ti spaventa, perché ti preoccupi di che cosa ti uccide?”. “Sei troppo profondo per me, professore. So solo che nessuno vuole morire”.
Ne potremmo parlare per una lezione intera.

Pubblicato in: Diritti umani, Pensatoio, Religioni, Storia

Quei cristiani iracheni più orientali e meno occidentali

Per iniziare a cercare di informarci un po’ sull’argomento “Isis” riporto un articolo molto interessante di Allan Kaval per Orient XXI, ripreso in Italia da Osservatorio Iraq, la cui redazione ha curato la traduzione. Molto probabilmente lo leggeremo in classe.

isis 2La situazione dei cristiani iracheni dopo l’offensiva dello Stato Islamico ha suscitato un ampio slancio di solidarietà da parte dei paesi occidentali. Sorgono però alcuni interrogativi: perché una reazione così tardiva se le comunità extra-islamiche sono in pericolo dal momento dell’invasione statunitense?
Perché i paesi occidentali continuano a proporre come soluzione l’esilio e non tengono conto delle richieste dei rappresentanti cristiani che vogliono restare in Iraq?
Dopo la presa della città di Mosul da parte dei combattenti dello Stato Islamico (Isis) in giugno e più ancora dopo l’offensiva jihadista verso le posizioni curde – tradotta ad inizio agosto nella conquista delle località cristiane della piana di Ninive – il cristianesimo iracheno, già minacciato dal caos che regna nel paese dal 2003, sembra ormai in via d’estinzione.
I cristiani di Mosul sono stati costretti dai nuovi padroni della città a maggioranza araba e sunnita a lasciare le proprie case – pena la morte – se non si fossero convertiti all’Islam o se si fossero rifiutati di pagare un’imposta vessatoria. La loro sorte ha sconvolto l’opinione pubblica occidentale e ha contribuito a riportare temporaneamente i cristiani iracheni sul fronte della scena internazionale.
Tuttavia, sebbene lodevoli in un contesto d’urgenza, le dichiarazioni formulate da certi governi hanno dato adito a qualche perplessità. Parigi, ad esempio, si è subito dichiarata pronta ad accogliere tutte le domande di asilo formulate dai rifugiati cristiani iracheni. Misure, giustificate da una ipotetica solidarietà confessionale, che contribuiscono però a normalizzare l’idea secondo cui la presenza di minoranze religiose in Iraq sarebbe un’anomalia dalle conseguenze funeste e che il posto di queste popolazioni non sarebbe nel loro paese di origine bensì in Europa o in Occidente, vicino ai “loro simili”.
Simili propositi sono ancor più pericolosi se consideriamo che sposano perfettamente le tesi di alcuni ideologi dello Stato islamico. L’obiettivo dichiarato dall’Isis è proprio quello di mettere in atto, nelle zone passate sotto il suo controllo, un ordine totalitario che faccia tabula rasa delle molteplici eredità della regione, cancellando le tracce della sua storia complessa e trasformandola in una nuova entità spurgata di ogni eterogeneità confessionale.
Ancora una volta, dunque, i cristiani iracheni sembrano dover pagare il prezzo di un’associazione – in parte imposta – all’Occidente. Fin dall’espansione dell’influenza europea in quello che era l’Impero Ottomano, nel XIX secolo, queste comunità – strumentalizzate e ripetutamente tradite dalle potenze coloniali britanniche, francesi e russe – sono state costrette, agli occhi dei loro vicini musulmani e delle autorità della regione, in una posizione che non hanno mai veramente scelto: quella di testa di ponte dell’Occidente in terra d’Islam, di quinta colonna nell’orto del nemico. La loro storia invece, indissociabile dal resto del passato mediorientale, si è sviluppata ben al di fuori delle esperienze e dell’influenza del cristianesimo latino e di quello greco-ortodosso.

Una Chiesa particolare
Nei primi secoli dell’era cristiana, i cristiani d’Assiria (Alto Tigri) si erano ritrovati sotto il dominio della Persia achemenide e avevano cercato di distinguersi dalla Chiesa di Antiochia, situata nell’area bizantina, per essere accettati e tollerati dalla dinastia iranica. Da allora hanno seguito una traiettoria storica e teologica distinta e parallela a quella degli altri mondi cristiani, posti sotto il controllo di Roma e Costantinopoli. Per tutti coloro che si opponevano al dogma bizantino – come la Chiesa nestoriana – la Persia zoroastriana e i suoi annessi mesopotamici rappresentavano infatti un rifugio sicuro contro le persecuzioni del basileus, imperatore di Costantinopoli. Né latine né greche ma di lingua siriaca e di tradizione semita, le Chiese orientali cominciano a sviluppare una loro zona di influenza. Indipendenti dai grandi centri cristiani del vecchio mondo, conoscono una diffusione particolare – ben illustrata dall’esempio della Chiesa nestoriana – che si riversa lungo le vie di comunicazione dell’Impero persiano per raggiungere l’Asia centrale e poi i confini della Cina e dell’India, ben al di là dell’orbita di Roma e Costantinopoli.
La situazione delle comunità cristiane della Mezzaluna fertile non cambia di molto con la conquista musulmana della regione nel VII secolo. Gli imperi arabi del Vicino Oriente rivestono, di fronte a Bisanzio, una posizione analoga a quella dei persiani sconfitti. Le relazioni dei cristiani con le nuove autorità della regione sono floride, tanto che i primi secoli della dominazione islamica coincidono addirittura con un periodo di espansione del cristianesimo siriaco. Numerose chiese e monasteri vengono così costruiti nelle pianure settentrionali della Mesopotamia e l’élite cristiana si avvicina al potere musulmano nelle grandi città dove le minoranze costituiscono una parte importante della popolazione (in particolare a Baghdad sotto il Califfato abbaside – 750-1258 – che costituisce l’età d’oro dell’Islam medievale).

Il peso delle crociate
Sono invece le Crociate, a partire dall’XI secolo, che iniziano a scuotere le relazioni tra le comunità cristiane e gli Stati musulmani in Medioriente. Il collegamento implicito tra Occidente cristiano e cristiani d’Oriente innesca conseguenze funeste che portano a confondere l’esistenza di quest’ultimi con gli interessi delle potenze straniere, i cui strascichi continueranno a lungo a farsi sentire. Sebbene, contrariamente ad altre minoranze della regione, le chiese di tradizione siriaca non si siano schierate al fianco dei crociati e per questo siano state risparmiate dalla reazione delle autorità islamiche, i membri di queste comunità iniziarono ad essere guardati con diffidenza e scetticismo in un contesto generale di confronto geopolitico e religioso.
Le Crociate avviarono così il declino della realtà siriaca, che sarà quasi cancellata dalle invasioni mongole del XIII secolo e che riuscirà a conservarsi solo nelle montagne del Kurdistan e in qualche bastione dell’antica Assiria, come ad esempio l’attuale provincia di Mosul. E’ proprio in questa regione che la cristianità siriaca ha iniziato il suo processo di riavvicinamento alla cristianità europea. Nel 1553 viene fondata la Chiesa caldea, legata al papato romano, che in poco tempo diventerà maggioritaria nella Mesopotamia settentrionale. Più tardi, all’interno dell’Impero ottomano, dinamiche simili saranno alla base dei principali eventi storici che segnano la regione. Durante la metà del XIX secolo l’Impero retrocede dal territorio balcanico e cerca di ristrutturarsi attorno all’identità islamica. Intanto, all’interno delle frontiere, le potenze europee e la Russia coltivano le loro alleanze con le minoranze cristiane arrivando perfino a contestare la sovranità ottomana su una parte dei suoi sudditi. Al contatto con l’Occidente – e dunque con la “modernità” – queste comunità scoprono le idee dei Lumi e poi il nazionalismo. Se i cristiani orientali non si espongono in prima linea, gli armeni – che beneficiano di legami strutturati con l’Europa – ne saranno considerevolmente influenzati.

Un genocidio dimenticato
La loro rinascita nazionale contribuisce di rimbalzo alla formazione di un nazionalismo cristiano di cultura siriaca che pretende di trascendere le divergenze ecclesiastiche per far emergere una nuova nazione assiriana. Fondata esclusivamente su un criterio religioso, questa nuova nazione si inventa un substrato etnico basato sull’eredità mitica delle antiche civiltà mesopotamiche che l’Europa sembra riscoprire proprio in quel momento. Di conseguenza i cristiani d’oriente nel loro insieme sono sempre più associati dalle autorità ottomane agli interessi dei loro nuovi protettori francesi, britannici e russi. Lo scoppio della Prima guerra mondiale, che oppone la Sublime Porta a queste tre potenze, farà poi dei cristiani siriaci dei veri e propri nemici dell’interno. Nel 1915 sono vittime – come gli armeni – di un vero e proprio genocidio che conta circa 300 mila morti. Perpetrato essenzialmente nel territorio dell’attuale Turchia, questo massacro costringe i sopravvissuti a fuggire verso quello che diventerà l’Iraq, occupato dai britannici, dove raggiungono i propri correligionari. Qui sono di nuovo strumentalizzati dal Regno Unito che li utilizza, nel quadro del suo mandato sul territorio iracheno, per soffocare le rivolte curde e sciite.
Nel 1933, dopo l’indipendenza del paese, saranno oggetto di nuove carneficine poiché considerati collaboratori di una potenza occupante, la quale tuttavia – in seguito al ritiro – sembra abbandonare le comunità siriache alla loro triste sorte.
La fine della Seconda guerra mondiale inaugura invece un periodo più favorevole per i cristiani d’Iraq. Con il trionfo del nazionalismo arabo, la loro appartenenza religiosa non sembra porre grandi problemi anche se si ritrovano costretti a proclamare la loro arabicità e a rinunciare alla propria distinta identità culturale come pure all’utilizzo della lingua siriaca. Tale situazione non impedisce ad alcuni membri di integrare i circoli esclusivi del potere, come nel caso di Tarek Aziz, quadro importante del regime di Saddam Hussein.
Allo stesso tempo, per tutto il corso del XX secolo, i cristiani siriaci animano una fitta diaspora verso i paesi occidentali – che ne facilitano l’emigrazione e l’accoglienza – anche a causa delle crisi ripetute attraversate dal paese dopo gli anni ’70.

La fine dell’ordine pubblico dopo il 2003
Un colpo decisivo per queste comunità è stato l’intervento americano in Iraq del 2003, con l’arrivo nel paese di militanti islamisti che Mosulscelgono come bersagli privilegiati uomini e luoghi di culto per ragioni ideologiche. L’affossamento dell’ordine pubblico ha permesso a gruppi mafiosi di attaccarsi impunemente ai cristiani siriaci, sprovvisti di milizie di autodifesa e le cui connessioni con l’estero sono percepite come garanzie di riscatti redditizi. Così Bassora, Bagdad e Mosul si sono progressivamente svuotate dei loro abitanti cristiani. Chi non ha la possibilità di scappare dal paese si rifugia nel Kurdistan iracheno, dove le autorità locali garantiscono la sicurezza e favoriscono l’accoglienza permettendo il reinsediamento nelle antiche zone di popolamento siriaco.
Questa sorta di status quo è stato ribaltato dall’avanzata dello Stato Islamico nel 2014. L’offensiva jihadista, che le forze curde non sono riuscite a contenere, ha incrinato la fiducia di una parte degli ultimi cristiani d’Iraq verso il governo di Erbil. L’aiuto militare accordato al Kurdistan iracheno dagli Stati Uniti e da alcune potenze europee ha permesso sì la controffensiva, scartando l’ipotesi di una conquista di queste regioni da parte delle truppe dell’Isis, ma il territorio del Kurdistan ha comunque perso – simbolicamente – il suo status di santuario inattaccabile.
E’ quindi l’esilio definitivo e senza ritorno che appare ad alcuni come l’unica soluzione per i cristiani d’Iraq. Se quelli insediati da tempo nelle città curde sono meno interessati, le decine di migliaia di persone che sono scappate dalle località cristiane delle pianure di Mosul – rimaste in mano ai jihadisti – non pensano di rientrate nelle loro case, desiderosi piuttosto di dimenticare un Iraq che di loro non ne vuole più sapere. Di fronte a questo fenomeno, la risposta più chiara che hanno offerto gli Stati occidentali è stata quella di incoraggiare l’esilio. Le dichiarazioni rilasciate in questo senso dal governo francese, ad esempio, presentano notevoli problemi. In primis hanno fatto nascere in migliaia di persone speranze che non potranno mai essere soddisfatte, e inoltre contribuiscono a rafforzare l’idea che l’esilio sarebbe l’unica vera via d’uscita, scartando a priori l’ipotesi che i cristiani d’Oriente possano continuare a vivere dove hanno sempre vissuto. Se le pianure di Ninive fossero liberate, potrebbero invece diventare oggetto di una protezione internazionale in grado di garantire l’autonomia del territorio e di rafforzarne le istituzioni e le forze di sicurezza. I progetti di regioni cristiane autonome in Iraq esistono da diversi anni e la loro realizzazione appare oggi prioritaria per riuscire ad evitare la scomparsa di queste popolazioni dalla loro area di insediamento secolare. Tuttavia, sostenere questo obiettivo implica per le potenze occidentali l’abbandono di una visione esclusivamente vittimistica e un reale trasferimento di mezzi a beneficio delle comunità siriache irachene.”

Pubblicato in: Diritti umani, Religioni, Storia

Boko Haram: uno sguardo dalla Nigeria

boko-haram

Pubblico un articolo di Claudio Fontana che ho trovato su Oasis: le ultime parole di Kukah non lasciano molto spazio a motivi di sollievo (tra l’altro, non nascondo che mi ha fatto un po’ specie trovare alla fine dell’articolo originale un banner pubblicitario dell’Eni).

«Di Boko Haram, il gruppo terroristico che continua a colpire in modo crudele in Nigeria, sequestrando bambine e bambini e uccidendo alla cieca, Monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo della diocesi di Sokoto, è ormai un esperto. Anche la sua diocesi ne avverte la pesante e costante minaccia. Sede storica del Califfato, Sokoto si estende su più di centomila kilometri quadrati, che coprono quattro stati della Repubblica Federale della Nigeria, e ha una popolazione di 12 milioni di abitanti, di cui il 5% cristiani, e tra questi 60 mila cattolici.

Eccellenza, lei vede una correlazione tra la situazione di povertà diffusa e di dissesto economico del Paese e la nascita e diffusione di un movimento terroristico come Boko Haram?

Quella del nesso causa-effetto tra povertà e capacità di presa sulla popolazione di un messaggio fanatico e violento è una tesi molto diffusa. Eppure la povertà può essere una condizione necessaria ma certo non sufficiente per spiegare Boko Haram. Questo gruppo terroristico, infatti, non è nato da persone povere ma anzi proprio da persone che avevano accesso a importanti risorse economiche.
Non è questione di povertà: oggi gli affiliati di Boko Haram sono giovani musulmani che hanno viaggiato in molte zone diverse del mondo musulmano. Sono figli di persone molto privilegiate, come si evince dal caso dell’attentatore che stava per far esplodere l’aereo diretto negli Stati Uniti nel Natale del 2009: suo padre è uno degli uomini più ricchi della Nigeria. Dunque non è questione di povertà, ma di radicalizzazione della società musulmana: molti giovani musulmani della Nigeria vengono a contatto con altri musulmani attraverso pellegrinaggi in luoghi in cui al Qaeda ed altri movimenti estremisti sono dominanti. Queste persone vengono in Nigeria e sono ampiamente responsabili della situazione in cui viviamo ora.

Quindi Boko Haram è solo in parte un problema interno alla Nigeria. Quanto beneficia di influenze esterne? Perché la Nigeria non riesce a controllare efficacemente i suoi confini?

C’è molta corruzione in Nigeria: corruzione nella burocrazia, corruzione all’interno dell’esercito, corruzione nei servizi di controllo dell’immigrazione, troppe persone di malaffare stanno pagando per entrare in Nigeria. Se si guarda alla Nigeria settentrionale, si osserva come ci siano enormi territori dove ci si può muovere liberamente, anche perché in Chad, in Niger e in parti del Sudan, sotto l’ombrello della religione le persone sono libere di spostarsi. Inoltre, in Camerun e in Nigeria si parla la stessa lingua, così non si distingue chi è criminale e chi non lo è. Nessuno sa il numero preciso, ma chiaramente una percentuale rilevante delle persone coinvolte in Boko Haram non è nigeriana. Ci sono persone che arrivano da diverse nazioni: Mali, Somalia, giovani musulmani in cerca di azione, specialmente dopo il collasso del regime in Libia. Questa è una parte del problema: non è sufficiente affrontare Boko Haram se non si ha il controllo dei confini.
Boko Haram si finanzia tramite il traffico di droga, tramite attacchi criminali alle banche, rapinano molte persone e fanno anche ricorso ai sequestri di persone, principalmente di bianchi, stranieri, operai edili. Da questi rapimenti ottengono grandi somme di denaro perché hanno sempre trovato famiglie che hanno pagato milioni di dollari. Sono questi elementi criminali che finanziano Boko Haram, una questione di criminalità, non di Islam.

A proposito di rapimenti, il mondo intero è rimasto scioccato dal rapimento di centinaia di giovani studentesse nigeriane e si è diffusa in modo quasi virale la campagna mediatica #bringBackOurGirls che ha coinvolto personalità di varia provenienza. Come è stata percepita questa mobilitazione da chi vive in Nigeria?

Anche nella mia chiesa abbiamo organizzato una messa e siamo scesi in strada in millecinquecento fedeli per dire “bring back our girls, riportate a casa le nostre ragazze”. Quindi anche noi abbiamo partecipato alla campagna. La chiesa cattolica in Nigeria ha avuto un giorno in cui ogni diocesi, ogni chiesa che poteva, ha organizzato un’ora di preghiera per le ragazze. La campagna è qualcosa che ha causato molto interesse sulla Nigeria.
Riguardo poi all’efficacia della campagna, la si può osservare da due livelli. È stato possibile innalzare la portata della campagna quando persone come Michelle Obama, David Cameron, attori e attrici o individui di alto profilo hanno iniziato ad aderire, portando l’attenzione internazionale sulla campagna. E dopo questo Obama ha detto che gli americani stanno venendo in Nigeria, gli israeliani stanno venendo, i francesi stanno venendo, gli inglesi stanno venendo. Si può considerare questo come un risultato della campagna. Il secondo punto è che sappiamo solo in parte l’efficacia della campagna perché non sappiamo se anche gli americani con i sofisticati equipaggiamenti che hanno e l’intelligence internazionale potranno riportare a casa le ragazze, perché ora è chiaro che sono state divise e non sono più tutte nello stesso posto.

Se non ci si può aspettare che siano l’intelligence o i militari a liberare le ragazze, resta aperta la via dei negoziati con Boko Haram?

Credo che il dibattito in Nigeria verta sulla questione del dialogo con Boko Haram. Sostengono di essere aperti ai negoziati, ma dicono anche che parte del problema è che il governo nigeriano non si fida di loro durante le trattative. Ci sono tre punti critici, Boko Haram dice: “Chiediamo il dialogo, ma vogliamo tre cose. Uno: rilasciate i nostri membri imprigionati. Due: risarciteci, ricostruite le nostre moschee e case che sono state distrutte”. Infine, accusano il governo di aver arrestato alcuni dei loro affiliati che si sono fatti avanti per le negoziazioni. Se il governo non accetta queste condizioni, Boko Haram non inizierà i negoziati. Chiaramente con un po’ più di sofisticatezza e con il governo un po’ più disinvolto penso che sarebbe probabile avere qualche tipo di trattativa informale. Ma ora Boko Haram ha detto di non essere più interessato alle trattative, probabilmente a causa della frustrazione di alcuni membri della comunità musulmana che si erano esposti e avevano preso parte alle negoziazioni, ma poi sono tornati indietro pensando che il governo non fosse serio. L’ex presidente Obasanjo è stato la prima persona ad avere un incontro con Boko Haram ed è ancora in contatto con loro. Purtroppo, per strane ragioni, sembra che l’attuale presidente non stia cooperando con lui. Obasanjo ha avuto un incontro con degli emissari di Boko Haram e dopo il meeting ha affermato che non è sicuro che le ragazze potranno tornare. Ma ha anche affermato che il governo federale non ha pubblicamente riconosciuto il suo ruolo e non gli ha detto di proseguire. Dunque dobbiamo considerare anche questi aspetti legati alla politica interna.

Non possiamo quindi aspettarci che la soluzione al “problema Boko Haram” possa arrivare dalle policies del governo?

Dobbiamo prima di tutto capire che dall’11 settembre fino ad ora gli Stati Uniti stanno combattendo il terrorismo, con tutti i sofisticati mezzi che hanno. In tutta Europa ci si sta proteggendo e l’assenza di attentati a Londra, New York o Parigi è il risultato dell’efficacia dei pesi e contrappesi implementati dagli Usa, non certo del fatto che i terroristi per loro scelta si siano arresi. Quindi, per una nazione come la Nigeria, con la sua estensione, dobbiamo accettare che non ci siano soluzioni semplici. A condizione che i politici nigeriani siano disposti a non scivolare nella beghe politiche, si potrebbe ottenere un po’ di sollievo perché parte della discussione con Boko Haram, per come ho capito, includeva un periodo di cessate-il-fuoco che Boko Haram sembrava preparato a concedere, prima che la discussione si interrompesse. Parte del problema quindi è che né il governo, né nessun altro, sembra essere in grado di incaricare persone sufficientemente credibili per svolgere il ruolo di mediatori. Questa secondo me è la questione cruciale.»

Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Storia

Da Aleppo

Prendo da Oasis e ripubblico senza altri commenti questi due estratti di e-mail che arrivano da Aleppo:

aleppo

“15 aprile 2014

[…] In queste condizioni durissime non sentiamo affatto avvicinarsi la Pasqua, perché siamo in una situazione difficilissima, in particolare ad Aleppo in questi giorni. Da una settimana soffriamo per una lunga interruzione dell’elettricità e dell’acqua e i generi alimentari faticano ad arrivare in città a causa dei violenti scontri che si svolgono lungo le vie di accesso. Questo ha causato un aumento pazzesco dei prezzi dei generi alimentari. La vita è diventata difficilissima, una famiglia come la mia per vivere ha ormai bisogno di 400 euro al mense. Ma come sai io non ho lavoro da più di un anno e mezzo. Per questo vorrei domandarti come posso ottenere un visto per me e la mia famiglia verso il vostro Paese, almeno fino a quando finirà la guerra da noi. […] Vi auguro di stare bene e in pace.

28 aprile 2014

[…] Noi da 10 giorni siamo senza elettricità e acqua. È la crisi più dura che abbiamo vissuto, a causa dell’interruzione dell’elettricità e dell’acqua e dell’aumento del costo dei generi alimentari e della casa. Ieri ad Aleppo c’è stata una grande esplosione, grandissima, ha provocato una scossa terribile. Stiamo pensando di uscire dalla città, ma prima di tutto non abbiamo i soldi necessari per farlo. Poi ci ho messo tutta la vita per costruirmi la casa ed è veramente difficile lasciarla con una tale facilità. Aspettiamo almeno che le cose si calmino e che la strada ritorni sicura per il Libano. […] Buona Pasqua a voi. Pregate perché abbiamo pace e sicurezza.”

Pubblicato in: Storia

Piazza Piazza

Ucraina mapHo appena letto due articoli molto interessanti sulla questione Ucraina e visto che non voglio traumatizzare nessuno (soprattutto per la lunghezza apparente del secondo) li metto in allegato come pdf. Il primo, decisamente più breve, è opera di Marcello Foa ed è comparso originariamente su Il Giornale ieri pomeriggio: la focalizzazione è sullo scontro Obama-Putin. Il secondo, più lungo, è un alto volo sulla crisi ucraina, quindi con una prospettiva più ampia. Va detto che è stato scritto il 22 febbraio, quindi non tiene conto, pur prospettandola, della crisi in Crimea. L’ho preso da Limes, che non ne è la fonte originaria, come si evince dall’allegato. L’autore è Dario Quintavalle. L’ho trovato molto piacevole e di facile lettura: dovete affrontarlo se desiderate capire il senso del titolo di questo post 😛

Crisi Ucraina, quello che non viene detto – Vatican Insider

Due o tre cose che so sull’Ucraina

Pubblicato in: Diritti umani, Storia

La deriva del Sud Sudan

Prendo dal sito di Limes un articolo di oggi di Antonella Napoli sul Sud Sudan.
Ad Addis Abeba proseguono i colloqui di pace per porre fine agli scontri tra l’esercito fedele al presidente Kiir e i ribelli guidati dal suo ex vice Machar. Scoperte le prime fosse comuni. Gli sfollati sono già 120 mila.
In Sud Sudan, le forze dell’esercito fedeli al presidente Salva Kiir e i ribelli leali all’ex sud sudanvice presidente Riek Machar, nonostante i colloqui di pace in corso ad Addis Abeba, continuano a combattere. La situazione è in stallo, soprattutto sul punto relativo ai prigionieri politici. Kiir accusa Machar di avere tentato un colpo di Stato e non intende liberare i funzionari governativi ritenuti complici del fallito golpe, mentre il suo ex vice chiede il rilascio immediato di 11 prigionieri di alto profilo. Le violenze etniche fra i sostenitori di Kiir e quelli di Machar sono scoppiate il 15 dicembre. Il Consiglio di Sicurezza pochi giorni dopo ha approvato all’unanimità la richiesta del segretario generale Ban Ki-moon di rafforzare la missione di pace delle Nazioni Unite dispiegata nel paese. La risoluzione porta a circa 14 mila le unità del contingente che avrà un mandato limitato alla protezione dei civili. Ad oggi si stimano oltre 120 mila sfollati, 45 mila dei quali hanno trovato rifugio nelle basi Onu, e un migliaio di vittime.
Nel frattempo l’Unione Africana cerca di mediare un accordo di pace tra le parti. Il governo sud sudanese si è impegnato a un cessate il fuoco dopo due settimane di scontri. Machar, ritenuto il massimo responsabile dei massacri nei confronti di numerosi civili, non sembra però intenzionato a deporre le armi anche se fa sapere di essere pronto a trattare. Gli 8 leader dell’Africa orientale riuniti a Nairobi stanno predisponendo una bozza di accordo che dovrebbe garantire lo stop alle crescenti violenze in Sud Sudan. Il presidente etiope Hailemariam Desalegn e quello keniano, Uhuru Kenyatta, hanno già incassato l’ok di Juba a sospendere ogni azione repressiva nei confronti degli oppositori.
Anche gli Stati Uniti sono in prima linea per scongiurare la nuova guerra civile nel giovane Stato africano. Il presidente Barack Obama ha annunciato l’invio di un contingente statunitense per proteggere i cittadini e gli interessi americani ed “evitare che gli ultimi combattimenti facciano precipitare il Sud Sudan nei giorni bui del suo passato”. L’inquilino della Casa Bianca si augura che “le violenze cessino e tutte le parti ascoltino i saggi consigli dei loro vicini e si impegnino per il dialogo e per misure immediate che riportino la calma e sostengano la riconciliazione”.
Nonostante il progresso delle trattative, gli scontri proseguono. L’esercito del Sud Sudan, fedele al presidente Kiir, continua infatti a contrapporsi ai militari golpisti guidati da Machar nella zona petrolifera di Malakal. Si tratta di un’area di importanza strategica perché ricca di petrolio. I ribelli controllano ancora la città di Bantiu, la più grande della provincia di al Wahda, ma le truppe governative hanno ripreso il controllo di tutto il territorio circostante. Nei combattimenti sono stati coinvolti anche molti civili, vittime di una vera e propria pulizia etnica. I funzionari delle Nazioni Unite sul posto ritengono che a correre maggiori rischi sia la popolazione nei dintorni di Bor, nello stato di Jonglei, dove sono in corso gli scontri più intensi. Finora le località in cui c’è stato il maggior numero di vittime sono Juba, Malakal, Bentiu e Pariang. Il commissario per i Diritti umani delle Nazioni unite, Navi Pillay, ha confermato la notizia diffusa da emittenti locali del rinvenimento di centinaia di corpi in fosse comuni, per lo più di etnia dinka. La prima fossa comune è stata scoperta a Bentiu, nello Stato di Unity e almeno altre due sono state rinvenute a Jebel-Kujur e Newside. E il timore, forse più una certezza, è che l’orrore non sia ancora finito.

Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Storia

Perdite

Provare per un po’ a camminare con le scarpe di un’altra persona. C’è da sperare che siano del numero giusto, ma potrebbero essere troppo strette e causare dolore o troppo larghe e rendere incerto il nostro passo. Potrebbero essere del numero corretto ma di una forma strana, magari col tacco, o un sandalo infradito, fastidioso per chi non è abituato a portarlo. Potrebbero essere perfettamente adatte al terreno come degli scarponi quando si è in montagna, oppure decisamente fuori luogo come delle scarpe da calcio a un matrimonio. Provare a indossare le scarpe di un altro e tentare di muovere dei passi mi aiuta a cercare di capire il suo punto di vista, la situazione che lui sta vivendo. Lo voglio fare anche oggi, e lascio qui questa scarpa scomoda… (la fonte è un articolo di Marialaura Conte preso da Oasis)

“«Della perdita del passato, ci si consola facilmente; è della perdita del futuro che non ci disorientatisi riprende». E ancora «il Paese di cui l’assenza mi rattrista e mi ossessiona non è quello che ho conosciuto nella mia giovinezza, è quello che ho sognato e che non ha mai potuto vedere il giorno».
Queste parole estrapolate dall’ultimo romanzo di Amin Maalouf, scrittore libanese che vive in Francia dal ’76, sono capaci di descrivere con una sintesi geniale quello che Oasis ha visto e sperimentato recentemente in Medio Oriente, visitando i campi profughi, ascoltando le testimonianze di chi, stando dentro la ferita della guerra, li aiuta e accompagna.
Anche il titolo di questo romanzo, I disorientati, aiuta a comprendere cosa c’è in gioco oggi. Da una parte, infatti, descrive in modo particolarmente aderente il profilo di chi si trova trapiantato in un altrove non scelto, imposto da circostanze storiche che investono le vite dei singoli in modo imprevedibile. Rimanda al volto di una delle tante donne incontrate in un campo nella Bekaa. Giovane di neanche trent’anni, il volto pallido incorniciato da un velo nero stretto, con i suoi bambini appesi alle braccia, una signora siriana esprimeva il dolore per la perdita del marito assassinato vicino a casa, ma ancor di più il vuoto per la sua vita sospesa, l’angoscia per un futuro incerto, per una vita sospesa nell’incertezza più totale: privata della possibilità di tornare indietro e di andare avanti. E dall’altra questa parola del titolo, “disorientati”, contiene in sé “oriente”. Come rilevato dallo stesso Maalouf, essa richiama chi ha perso il suo “Oriente”, o il suo personale sogno, e al tempo stesso l’idea di un Oriente che, perdendo i suoi “sognatori”, va smarrendo se stesso. Si svuota.
La suggestione che porge Maalouf ai suoi lettori sembra dire qualcosa anche all’Occidente e dell’Occidente. Ma per comprenderlo occorre tornare a Beirut. Qui, a inizio settembre, quando la situazione era molto tesa per la minaccia del bombardamento americano, il prof. Pascal Monin, dell’Université Saint Joseph spiegava che nulla fa più paura ai libanesi delle autobombe, perché colpiscono imprevedibili e vigliacche le vittime più innocenti in momenti ordinari, come i bambini sulla via verso la scuola. E, aggiungeva Monin, la vera bomba innescata oggi pronta a saltare non si sa bene dove è quella dei profughi: un milione sui quattro di popolazione (dati dello scorso settembre), diffusi in tutto il territorio, armati in alcuni casi, sicuramente arrabbiati, sono uno dei problemi rimossi dalle istituzioni, incastrati in logiche dei blocchi contrapposti delle varie forze politiche. In Libano si parla di un milione di persone, alle quali vanno aggiunte le centinaia di migliaia in Giordania, Turchia, Iraq, Egitto…
E in Europa? Qui si litiga su dove e come sistemare gli immigrati che arrivano dal Sud e dall’Est del mondo. Qualche giorno fa un giornale milanese pubblicava un titolo che diceva: A Milano non c’è più posto per i profughi siriani. Ma, avendo in mente i numeri mediorientali e l’immagine della distesa di Za’tari, il campo nel nord della Giordania, il secondo più popoloso del mondo con i suoi 150.000 ospiti, sorge immediata la domanda: quanti sono i profughi che giungono a Milano? Secondo alcuni dati registrati in Prefettura, i siriani che hanno chiesto asilo politico a Milano sono centoventi. Solo centoventi. Certo si tratta di numeri ufficiali, sappiamo che spesso non corrispondono alla realtà, ma il numero è esiguo se paragonato al movimento registrato tra Siria, Libano e Giordania. E Milano è Milano, una delle capitali europee.
Mons. Maroun Lahham, quand’era vescovo a Tunisi, nel 2011 aveva usato toni forti per dire all’Europa che era paradossale vedere la fatica che faceva ad accogliere poche migliaia di immigrati tunisini in cerca di cibo e lavoro, non delinquenti, quando la stessa Tunisia aveva fino ad allora accolto numerosi profughi libici potendo offrire molto di meno. «L’Europa si salva – aveva detto Mons. Lahham – finché è fedele alle sue origini cristiane. E uno dei valori cristiani più forti è la condivisione, la solidarietà. Apritevi allora al fratello che si trova in difficoltà, anche se diverso». Senza voler semplificare la questione molto complessa dei profughi né scivolare in facili buonismi, è indubitabile che questo tema ancora una volta sta smascherando il volto impagliato della vecchia Europa, per la quale può risultare vitale un paragone con l’esperienza che viene da Oriente.”

Pubblicato in: arte e fotografia, Storia

Scatto la storia

Ancora un pezzo splendido dall’Osservatorio Balcani e Caucaso: chi ama la storia, la fotografia, o semplicemente le storie lo saprà apprezzare. E’ la storia di uno scatto di 20 anni fa esatti. A scrivere è Mario Boccia, l’autore della foto.

sarajevo.jpg

“Seduti fuori un piccolo bar, in via Radojka Lakić (partigiana nata nel 1917 e fucilata nel 1941) io e Edoardo aspettiamo il caffè. Qui, in piena guerra, ho gustato il miglior Nescafè della mia vita, preparato con cura maniacale, con lo zucchero sbattuto a mano, per mascherarlo da espresso con la crema. Per noi giornalisti, costa tre marchi tedeschi. Troppi, ma ben spesi.

Una giornata di lavoro sta per finire. La tregua sulla città regge. Dalle loro postazioni sulle montagne, i militari serbi non stanno sparando. La guerra sembra lontana anche se, a pochi chilometri da qui, gli ex-alleati croati e musulmani si combattono aspramente. Mostar est è allo stremo, assediata da soldati che pregano a Medjugorje. La pulizia etnica è spietata e reciproca ovunque. Nemmeno i villaggi più sperduti sono risparmiati. Perfino Pocitelj, sulla strada che costeggia la Neretva verso il mare, è rasa al suolo. Era il villaggio degli artisti e dei pittori. Hanno piantato una croce bianca alta cinque metri davanti alla moschea bruciata. Per intimidire, non per pregare.

L’altro ieri il “Bošnjacki Sabor”, un parlamento autoproclamato, tutto musulmano, ha respinto l’ennesima proposta di cessate il fuoco della diplomazia internazionale, basata sulla partizione su base etnica del paese. Oggi il parlamento bosniaco ufficiale ha ratificato quella decisione.

L’arrivo del caffè coincide con un sibilo agghiacciante sopra di noi, seguito da un’esplosione che fa male. Prendo le macchine fotografiche e corro dov’è caduta la granata, in via Maresciallo Tito (partigiano, presidente Jugoslavo e fondatore del movimento dei non allineati, nel 1961). Un altro sibilo mi paralizza le gambe. Sento vibrare il muro sul quale mi sono appiattito. Il secondo colpo ha colpito l’altro lato dell’edificio. Mi affaccio dall’angolo: la strada è deserta. Metto il ventotto e misuro la luce, piatta e senza ombre. Mi avvicino, ma un muro scheggiato e un po’ di calcinacci non significano niente. La foto non c’è. Penso ai feriti che ho visto. Non ai morti, ma alle urla dei feriti leggeri, con le schegge in corpo e le ossa fratturate.

Un uomo grida di mettermi al riparo. Vicino la “Vječna vatra” (la fiamma eterna di Sarajevo che dal 6 aprile 1946, anniversario della liberazione, ricorda i caduti nella guerra contro i nazisti), sull’altro lato della strada, c’è un androne. Una decina di persone sono lì dentro, strette in silenzio. “Rimani qui”, dice. Occhi che mi guardano, espressioni tese di gente dignitosa. Questa è la foto. Stringo la macchina, l’obiettivo è giusto, ma esito. Un’altra esplosione. Scappo fuori, senza avere avuto la forza di scattare. Lo rimpiango. Non ho retto quegli sguardi. Mi sentivo un estraneo. Privilegiato e giudicato per aver scelto di essere lì (forse sono arrossito). Almeno ora sono sotto tiro, come gli altri. Guardo quello che succede attraverso una lente. La macchina è uno scudo che protegge e tiene a distanza.

Un altro sibilo, meno forte, l’esplosione tarda (un paio di secondi?), è più lontana. Vedo movimento verso il mercato. Mi avvicino, monto il duecento, seleziono un tempo veloce, controllo la luce. Una ragazza mi corre incontro. Inquadro, scatto e maledico di non avere impostato il motore sullo scatto continuo (per non sprecare pellicola). Troppo tardi, ormai mi è addosso e mi supera, ignorandomi. E’ finita.

Scatto ancora. Una coppia che corre, una donna dall’altro lato della strada, ma tutto sembra di meno. Ho in testa lo sguardo della ragazza che corre. Quella ragazza non correva per paura, ma per rabbia. Essere entrambi sotto tiro non ci mette sullo stesso piano. La sua rabbia la posso intuire, ma non condividere. Lei è a casa sua e stanno sparando sulla sua città, le sue abitudini, la sua vita. Io sono un ospite volontario (e retribuito). Parte della sua rabbia deve essere anche per me, che ho rubato l’intimità di quella corsa. Che ci faccio qui? “Dovere di cronaca”, certo, ma ripeterselo non è sufficiente. Lo stomaco si contrae di nuovo per un’esplosione più vicina, e i pensieri spariscono.

Passano alcuni minuti. Ora c’è silenzio. Penso che uno scatto buono forse l’ho fatto. Non ho mai smesso di camminare, di guardarmi intorno. Non ho visto feriti, per fortuna. Mi sono sempre sentito uno sciacallo, dopo quelle foto.

Cerco di ragionare. Pochi giorni fa il primo ministro serbo bosniaco Vladimir Lukić, a Pale, ci aveva rilasciato un’intervista rassicurante. Sembrava estraneo a quello che succedeva nel resto della Bosnia. Per lui la guerra era una storia residua di terre contese tra croati e musulmani, poi si sarebbe ufficializzata la divisione del paese. E adesso? Perché hanno ripreso a sparare su Sarajevo? Volevano contestare la decisione del “Bošnjacki Sabor”? Qualcuno scriverà che queste granate sono solo un monito. Si può morire per un “monito”? Che pensava la ragazza che correva? Perché non intervistare lei, piuttosto che i soliti tromboni? Non devo pensarci adesso, sono qui per scattare foto e raccontare fatti.

Torno verso il bar. I caffè sono ancora sul tavolo. Edoardo mi chiama urlando e insultandomi. Per sdrammatizzare, faccio un piccolo coup de théâtre: prima di entrare prendo i piattini con le tazzine piene. Voglio dire che va tutto bene con un gesto. Anche nel bar è pieno di gente, come nell’androne. Entro e le mani iniziano a tremare forte, non posso farci niente. Il caffè, ormai freddo, schizza fuori. Tutti ridono. Almeno è servito a questo.

Edo mi abbraccia (sento ancora quella stretta). Una ragazza con un occhio bendato mi offre una grappa. Si chiama Amra. Sorride. Poi saprò che il padre le è morto davanti pochi mesi fa, proteggendola con il corpo, quando una granata esplose mentre uscivano di casa, in via Mehmed Pascià Sokolović (Gran Visir ottomano che fece costruire il ponte sulla Drina a Višegrad, nel 1571. Suo fratello era Makarije Sokolović, Patriarca cristiano ortodosso di Peć).

Le targhe stradali, color rosso bruno, raccontano storie di resistenza e inclusione. Non potrebbe essere altrimenti. Siamo a Sarajevo.”

(Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso)

Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Letteratura, Storia

Una vita appesa ad un fax

Joe_Kubert_Fax_DA-_Sarajevo-0014.jpg

Ho da poco terminato di leggere il fumetto di Joe Kubert “Fax da Sarajevo”. Racconta la storia, vera, della famiglia Rustemagić, marito, moglie e due figli, della loro vita durante l’assedio di Sarajevo del 1992 e della loro fuga. Ervin Rustemagić racconta tutto attraverso dei fax inviati fortunosamente. Lascio qui alcuni estratti della vita di Ervin, della moglie Edina, della figlia Maja e del piccolo Edvin.

“Oggi nevica a Sarajevo, e nessuno sa cosa ci riservi questa giornata, né quanto sangue colerà sulla neve.

Per noi che siamo qui, appare oggi ridicolo ripensare agli attentati terroristici in Italia, in Francia, in Inghilterra… quando i terroristi uccidevano 5, 6 o una dozzina di persone. Quanto chiasso è stato fatto per quegli attentati!! Noi qui abbiamo centinaia di attentati terroristici di quel genere ogni giorno e tutti se ne fregano! New York, Londra, Parigi, Roma, Amburgo sono sotto shock quando una bomba esplode in una stazione o nella metropolitana… Solo nel nostro quartiere di Dobrinja finora sono esplose 250.000 fra bombe e granate…

Maja compirà dieci anni il 20 luglio e il suo unico desiderio è che rimaniamo in vita.

Ieri era il 114° giorno di assedio a Sarajevo e un amico qui ha detto: ‘Perfino le Hawaii dopo 114 giorni di vacanza risulterebbero insopportabili’. Mi inquieta pensare a quello che succederà dopo la guerra. Ho paura che non ci potrà mai più essere una vita normale qui.

‘C’è gente che muore troppo presto, altra troppo tardi. Raramente al momento giusto’. Ebbene, le decine di migliaia di persone che sono morte in Bosnia durante questi ultimi mesi sono morte troppo presto. Un bambino è morto ieri nel ventre di sua madre, uccisa da una granata, venti giorni prima di nascere.

Un milione e cinquecentomila granate sono esplose nella città di Sarajevo (tre granate per abitante fino ad ora), e nessuno potrà mai dire quanti milioni di proiettili siano stati sparati. E’ il barbaro assedio di una città all’alba del 21° secolo.”

Pubblicato in: Storia

Tensioni solo asiatiche?

Stamattina mi è stata chiesta qualche informazione sulla questione nordcoreana. Metto dei link che mi sembrano utili, al di là di tutti i quotidiani noti. Andando su Limes e cercando come tag Corea Nord si ottiene questo; la stessa operazione su Rainews24 porta qui; su Linkiesta non ho trovato il tag specifico ma uno sull’Asia i cui primi risultati sono comunque dedicati alla questione. Invece questa è una mappa della Cnn sulle armi nucleari. All’argomento è dedicata la copertina del nuovo numero di Internazionale. Qui c’è il materiale di Eurasia. Qui quello di Notizie Geopolitiche. Mi sembra sufficiente.NK Nuclear Sites Map.jpg

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia, Storia

Il puzzo della brillantina

Ha 15 anni e frequenta il liceo Gozzano. Scrive questo articolo, da cui promanano una passione travolgente e una rabbia contro noia, apatia e indifferenza: lo pubblica sul giornale della scuola. E’ il 1942. Domani, se mi ricordo, vi dico chi è 😉

“Un turbine caotico, vorticoso che si abbatte sulla terra tutto distruggendo nella sua furia irresistibile, istituzioni, ideali, posizioni di fortuna che vengono completamente sconvolte. Un succedersi continuo di avvenimenti, un perenne capovolgimento di situazioni. Ecco le caratteristiche del momento che viviamo.

chagall.jpgMomento storico paragonabile a pochi, forse a nessuno nella storia dell’umanità e destinato ad avere ripercussioni storiche, politiche e sociali non limitate a un breve spazio né per poco tempo. Questo è un aspetto del nostro tempo, ma ve n’è un altro non meno consolante, ed è precisamente l’abbozzolarsi di alcuni, purtroppo anche giovani, nel loro involucro meschino coperto di muffa e di polvere, degnando di uno sguardo supremamente passivo gli avvenimenti che stanno cambiando la faccia del mondo. È precisamente il rinchiudersi in una tana maleodorante di brillantina e tabacco. È precisamente l’osservare dalla finestra ciò che succede, pronti a rinchiuderla e a sbarrarla alla prima corrente d’aria un po’ forte. E non sanno questi tali che da un momento all’altro il bozzolo verrà schiacciato, che nella tana buia e profonda penetrerà accecante la folgore della realtà quotidiana.

Non mi venite a dire che voi sapete dov’è il Sangro, dove si trova Isernia, che sapete la distanza tra Krivoj Rog e il Bug e il vero accento dei nomi dei generali russi. Non mi venite a dire che conoscete il numero dei motori del nuovo apparecchio tedesco né pronunciatemi il nome esotico di un’isola del Pacifico. Tutto questo non basta, si può far così ed esser più morti che mai nel vivere questo momento storico, più inerti dell’operaio che non sa tante cose ma agisce sul serio per strappare la fabbrica al padrone, più inerti dell’uomo della strada che dice Reic ma si prepara a pescare dal torbido un posto che non sia tra gli ultimi della società futura. Perché il domani, nero e pauroso come una notte senza luna, sarà di chi saprà prenderselo, di chi si troverà con le armi in mano per lottare, anche duramente, contro tutto e contro tutti per il trionfo di una causa di giustizia. Domani emergeranno dalla massa quelli che avranno una base solida, una formazione intellettuale e morale sicura. Perché ognuno dovrà crearsi da sé il suo avvenire, faticosamente, pezzo per pezzo, con tenacia e sacrificio; riuscirà meglio chi sotto al lavoro e al sacrificio abbia già saputo piegare le spalle e incurvare le gambe. Noia, apatia, indifferenza, peggio che mai esasperazione contro il nostro dovere sono un delitto contro noi stessi. Ottimismo facilone e pessimismo astenico sono uno scavarci la fossa sotto i piedi. Esigenze anacronistiche sono un coprirci di ridicolo. Ho chiesto a un giovanotto impomatato perché leggesse tanti romanzi: «Evado – mi disse con sussiego – dalla realtà quotidiana». Allora ho avuto un fremito e ho rimpianto di non essere un violento, del resto il puzzo della brillantina mi faceva schifo.”

No, dai, scherzavo, chi vuol sapere di chi si tratta può andare qui.