“Come ultima gemma di quest’anno ho deciso di celebrare le figure fondamentali della mia vita, soprattutto in questo periodo così travagliato. Le mie amiche G, R, I e B: non ci conosciamo da una vita in verità, solo dall’anno scorso, quando sono entrata nella loro classe col cuore colmo di timori e dubbi, ma loro hanno dissipato ogni mia inquietudine con una generosità rara. Sono presenze preziose che mi accompagnano in questo cammino cruciale, la conclusione del liceo, un’avventura che stiamo affrontando unite. Affrontare il liceo non è mai semplice: manca una mappa precisa, un manuale per ogni ostacolo. Eppure, con loro al mio fianco, sento di poter vincere qualsiasi tempesta. Ognuna riveste un ruolo insostituibile nel mio mondo. I. è l’ascoltatrice per eccellenza, quella che placa la mia ansia con la sola presenza, senza bisogno di parole; in lei ripongo grande fiducia e segreti che custodisce con cura, lei é come un’ancora silenziosa che mi restituisce serenità. G., la mia compagna di banco da due anni, è un faro quotidiano: mi salva puntualmente inviandomi le foto dei libri digitali che io mi dimentico sempre. Ma va oltre al semplice rapporto scolastico: è schietta, autentica, ti guarda dritta negli occhi e ti dice le cose come stanno, senza filtri, è una persona sincera e ce ne sono poche come lei. Tra tutte, è lei a scatenare le mie risate più genuine – basta uno sguardo complice per ridere come due sceme sulle cose più varie, e i suoi abbracci, rari ma sentiti, arrivano dritti al cuore. Lei non ripete in continuazione ti voglio bene, ma lo fa capire con i gesti, con la sua presenza, con il suo esserci. B., poi, irradia una dolcezza innata, un calore gentile e radioso che mi avvolge come un rifugio sicuro. I suoi abbracci profumati di vaniglia e quiete sono i migliori, lei trasmette una pace contagiosa. Ammiro molto B. come persona e la stimo tantissimo per la dolcezza d’animo che ha. Infine ma non per importanza , R., la persona più spontanea che io abbia mai incontrato: la ammiro per questa libertà assoluta. Sempre gentile e raggiante con chiunque, priva di malanimo, è un’amica su cui contare ciecamente. R. è come un sole nella vita delle persone e il suo dono speciale? Strapparti un sorriso semplicemente essendo se stessa, un’autenticità che in pochi possiedono. Da due anni, queste quattro colonne della mia quotidianità mi donano equilibrio nei momenti di incertezza, conforto nelle prove più dure e, soprattutto, ilarità assicurata. Non saprei immaginare la mia vita senza di loro: mi sentirei persa, isolata. Eppure, nessuna mi ha mai fatto provare solitudine; al contrario, mi hanno sempre accolta come un tassello essenziale, mai un’estranea. Ed è la prima volta che in tutta la mia vita posso dire di essere veramente parte di un gruppo” (G. classe quinta).
“Non so bene come iniziare il testo per questa gemma, perché a differenza delle altre, è qualcosa che sento talmente profondamente da non saper bene come esprimerla a parole. Quest’oggi ho deciso di portare come gemma, ciò che in quest’ultimo periodo mi ha dato più di tutto la forza di andare avanti e non rinunciare agli obiettivi che mi ero prefissata: i miei genitori. Potrebbe risultare abbastanza banale come scelta, ma chi mi conosce bene sa che la famiglia per me è un pilastro fondamentale nella mia vita. Pur essendo una frase fatta, racchiude nella maniera più concisa e sostanziale ciò che voglio spiegare e ciò che sento: A loro non devo solamente la vita, ma molto altro: Sono loro che mi hanno dato e continuano tuttora a darmi gli strumenti per capire ciò a cui voglio dare valore nella mia vita, ciò per cui voglio lottare e impegnarmi ogni giorno. Mi hanno insegnato il senso del dovere, del sacrificio, della resilienza, del rispetto e molti altri. Ho sempre ammirato la forza e la volontà di lottare di entrambi, li ho sempre ammirati per come hanno saputo affrontare a superare sempre a testa alta gli ostacoli che la vita gli ha posto davanti, ostacoli che io stessa alla loro età del tempo non avrei saputo affrontare con tale forza d’animo. Immedesimandomi in loro, mi rendo sempre di più conto degli sforzi enormi che fanno ogni giorno. Il fatto di racchiudere nel mio viso i tratti di queste due persone fantastiche mi spinge a guardarmi allo specchio e provare affetto per quello che vedo, e penso che questo non sia solo bellissimo, ma una delle espressioni d’amore più profonde. Quando mi viene detto che le espressioni del mio viso ricordano mio papà, mi si riempie il cuore di gioia. Quando mi viene detto che il mio sorriso è quello della mamma, sento un calore nel petto. Non so bene come descrivere il senso di gratitudine che provo nei loro confronti, ma so che è questo spingermi ogni giorno a dare il meglio di me. Sono grata del fatto di aver sempre avuto la possibilità di sbagliare, di cadere, di fallire, e di girarmi ogni volta per trovarli là, a volte di fianco a me e altre sopra sugli spalti, pronti a guidarmi in questa nuova esperienza che è la vita. Ripeto, è difficile, se non quasi impossibile per me spiegare quello che provo. So per certo che niente potrà mai sostituire il legame che abbiamo: l’umorismo che abbiamo io e mio papà, e che capiamo solo noi, la nostra incredibile somiglianza a livello caratteriale, per esempio per quanto siamo entrambi permalosi, i lunghi discorsi sulla vita che mi permettono di vedere le cose da punti di vista che non combaciano con il mio, i momenti passati a scherzare con mia mamma, le sue ricette sempre nuove e simpatiche, il suo animo sempre scherzoso e leggero e sopratutto la sua indole tenace e coraggiosa. Ma questi sono solo alcune delle qualità che caratterizzano i miei punti di riferimento; spero quindi di essere riuscita a trasmettere la loro essenza nella maniera più diretta. Vi voglio bene”. (S. classe quarta).
“Come gemma di quest’anno ho scelto di portare un soggetto diverso dal solito: il mare. Il mare è simbolo di cambiamento, può essere un dimenticatoio, può essere una casa per qualcuno oppure la sua più grande paura: sta un po’ a noi scegliere. Il mare può essere tutto come niente, può essere torbido o limpido, più o meno profondo, con sabbia o con sassi. Credo che alla fine il mare sia proprio io: più si va al largo e più diventa profondo, più è limpido e più meduse ci sono, più si va in profondità e più si scopre il fondale ma a che scopo se l’acqua diventa sempre più fredda?” (C. classe quarta).
“È da quando son piccola che io sono l’amica pianista. Quella che alle feste doveva sempre “suonare qualcosa”. Quella che iniziava a suonare e sentiva gli sguardi addosso. Quella che suonava anche quando avrebbe preferito restare tra il pubblico. Quella che, in fondo, non sapeva mai se stava suonando per sé o per gli altri. Un giorno mi chiesi: “ma chi sono io senza il pianoforte?”. Non avevo una risposta a quella domanda. Suonare uno strumento è sempre il primo pensiero che mi viene in mente quando qualcuno mi chiede “cosa ti piace fare”, come nei testi in tedesco che cominciano con “Mein Hobby ist…”. Crescendo, il pianoforte ha sempre avuto un qualche impatto su di me. La frustrazione durante lo studio di un nuovo brano, la soddisfazione dopo averlo imparato. L’ansia prima di una lezione dopo non aver studiato abbastanza, il sollievo dopo essere riuscita a cavarmela lo stesso. Tutte queste emozioni, negative e positive, mi hanno avvicinato a questo strumento, rendendolo parte di me. L’ho amato, odiato, ignorato, e ritrovato. Ma alla fine il pianoforte è stato la mia voce quando le parole mancavano, il mio rifugio quando il mondo era troppo rumoroso. Grazie alla musica ho incontrato delle splendide persone ognuna con le sue passioni. Ho incontrato amici, amori, dolori. Flautisti, pianisti, violinisti. E allora penso che forse la domanda “chi sono senza il pianoforte” non ha bisogno di una risposta chiara. Forse la risposta è che sono sempre stata io, anche nei momenti in cui non suonavo, perché ogni nota che ho suonato ha lasciato un’impronta dentro di me, e quella impronta sono io. Quando sono riuscita a capire che il pianoforte non è solo uno strumento che fa musica, ma una passione, un altro linguaggio, un altro mondo, non mi sono più interessata a cosa pensano gli altri. Perchè suonare non è più solo esibirsi davanti a un pubblico, ma riconoscere che dentro ogni pausa, ogni accordo, ogni melodia c’è un pezzo di me che finalmente si sente libera”. (V. classe terza).
“Come ultima gemma ho deciso di portare i miei diari. Ho cominciato a tenere un diario dalle elementari ed è un’abitudine che ho preso da mio nonno perché lui tuttora scrive ogni sera qualche riga su quello che fa durante il giorno e fin da piccola guardavo affascinata i suoi scaffali pieni di diari degli ultimi 50 anni. Così ho iniziato ad imitarlo, anche se ovviamente non avevo il tempo di scrivere ogni giorno e spesso interrompevo il diario dopo qualche mese perché me ne dimenticavo. Ma adesso ho preso la cosa più seriamente e negli ultimi anni ho scritto molto. Ho scoperto che scrivere è davvero utile e rilassante perché mi aiuta a svuotare la mente. Essendo una persona introversa faccio difficoltà ad esprimere a parole i miei pensieri, ma sulla carta riesco a scrivere qualsiasi cosa mi passi per la mente senza temere alcun giudizio. Infine trovo molto divertente andare a rileggerli a distanza di anni, soprattutto per vedere come sono cambiata oppure anche per riscoprire cose di cui mi ero dimenticata”. (V. classe quinta).
“Come gemma quest’anno porto un posto in cui tornerei sempre e che avrà sempre uno spazio nel mio cuore: Parigi. Mi ricordo la me piccola che sognava i tetti di Parigi e la grandezza della Tour Eiffel, guardando le immagini alla TV. Ho chiesto ai miei almeno un milione di volte di andarci e finalmente a 10 anni hanno deciso di portarmi. La me piccola era la persona più felice del mondo e ancora oggi ricordo quel viaggio come il più emozionante della mia vita. Il giorno in cui sono tornata a casa volevo già tornare e per questo un anno dopo sono tornata. Quest’anno sentivo la mancanza dell’odore del caffè che esce dai bistrot, il luccichio della Tour Eiffel di notte e l’eleganza di tutte le strade e per questo ho obbligato tutta la mia famiglia a tornare di nuovo. Per me ogni volta é come se fosse la prima, rimango sempre stupita dalla bellezza di questa città. A Parigi è come se ci fosse un’altra parte di me, una parte migliore che lascia i pensieri altrove e vive con spensieratezza. A luglio di questa estate sono stata per la terza volta e un giorno spero di prendere un volo per Parigi di sola andata e vivere per sempre con quella parte migliore di me” (B. classe terza).
“Mi fa strano pensare che la mia prima gemma sarà anche la mia ultima. Sento un po’ di pressione perché ascoltando i pensieri delle mie compagne vorrei fare qualcosa di memorabile, che sia altrettanto bello di ciò che hanno portato loro. Personalmente mi trovo in difficoltà di fronte ad una consegna di questo genere. Io non sono molto brava a parlare di emozioni e soprattutto a condividere ciò che ho dentro, quindi spero che, anche se formulato in modo forse mediocre, il mio messaggio possa passare. La mia gemma sono io, o meglio, la persona che sono oggi grazie alle persone che mi hanno accompagnata nel mio percorso. Portandomi come gemma spero di non risultare narcisista, il mio intento è un altro. Io sono il risultato di molteplici difficoltà, cambiamenti e momenti complessi, ma soprattutto di persone che mi hanno sostenuta quando non riuscivo a farlo da sola. Ci sono stati periodi in cui non è stato semplice stare bene con me stessa e andare avanti, ma oggi sono qui. Sono cresciuta, ho imparato a conoscermi, anche se non molto a fondo, e soprattutto a resistere, anche quando sembrava più facile farsi travolgere dalle emozioni. Non posso dire di essere felice, ma posso dire di stare bene e sapermi prendere cura di me stessa nonostante a volte sembri impossibile. Le fragilità esistono ancora, ma fanno parte della mia crescita. Ci tengo particolarmente a sottolineare l’affetto, anzi l’amore, e il supporto ricevuto dai miei amici, che mi hanno aiutato nei momenti in cui non vedevo la luce alla fine del tunnel e sono tuttora parte della persona che sono oggi. Questi amici meritano di avere un nome per la loro importanza nella mia storia. La mia migliore amica J. è stata la mia roccia, la persona a cui voglio più bene al mondo e a cui tengo di più. C., che mi ha insegnato cosa significa amore fraterno e per la quale provo molto rispetto. M., che è più di un amico, e mi ha insegnato che l’amore non è un privilegio destinato solo a certe persone e non deve essere necessariamente negativo, ma lo posso provare anche io. M., che mi è stato molto vicino e, nonostante non ci siamo parlati per qualche anno, ora è di nuovo parte della mia vita, si preoccupa ancora per me e di questo gli sono molto grata. E ultima ma non per importanza S., che si è mostrata da subito una persona su cui posso contare e che rende la scuola un posto un po’ meno brutto. Grazie. Anche se fatico a dirlo a volte, vi voglio tanto bene. Ho deciso di portare me, insieme alla mia storia e soprattutto alle persone che l’hanno resa possibile”. (L. classe quinta).
“Quest’anno per la seconda volta mi ritrovo a fare la gemma il giorno 7 di febbraio. Forse inizio a pensare che non sia più una coincidenza: è il momento che io spieghi perché. Per me questa data ha segnato un inizio e una fine di due capitoli diversi della mia vita che mi hanno insegnato molto. Il primo 7 febbraio una persona ha iniziato a far parte della mia vita, invece quello successivo un’altra persona se n’è uscita. Questa data, per quanto possa essere casuale, ogni anno mi fa riflettere su quanto io sia cambiata nel corso del tempo. È proprio in quei momenti che penso a quanto stavo bene o stavo male quel giorno esatto di qualche anno fa e vorrei poter parlare alla me del passato per poterle dire che tutto ha un inizio e una fine. All’inizio il pensiero che qualcosa di così bello non sia infinito e illimitato suscita angoscia, ma poi con il tempo capisci perché non lo è, e realizzi che sei frutto delle tue esperienze, che la tua anima ne raccoglie tanti piccoli frammenti come dei souvenir dopo una vita di viaggi in giro per il mondo, alcuni indimenticabili, altri che ti fanno capire che in quel posto non ci vuoi tornare più. Quindi oggi, 7 febbraio, spero di andarmene lontano e di tornare senza paura, pronta per ripartire un’altra volta ancora” (G. classe quarta).
“Come mia prima gemma ho deciso di portare una persona molto importante per me: mia cugina A. È una persona un po’ pazzerella, nel senso più bello del termine: le piace cantare, ballare ed essere semplicemente se stessa. Con lei posso fare lo stesso, senza sentirmi giudicata, cosa che purtroppo spesso mi capita con altre persone. Proprio per questo, stare con lei mi fa sentire libera e a mio agio. Con lei mi diverto sempre. Mi porta a fare shopping, cosa che in generale detesto, ma con lei non mi annoio mai. Mi fa visitare posti nuovi, provare cibi diversi e scoprire ristoranti nuovi. E’ sempre pronta ad aiutarmi, con piacere e senza mai farmelo pesare. In poche parole, è la migliore amica che tutti desiderano, e io mi ritengo davvero fortunata ad averla come cugina. Nonostante il nostro divario di età di due anni e il fatto che viviamo in paesi diversi, con abitudini e vite differenti, riusciamo a capirci perfettamente e a trovare sempre il giusto equilibrio”. (M. classe terza).
“Come prima gemma, ho pensato di portare qualcosa che potesse raccontarmi. La mia gemma è questo libro, si intitola: “11 favole di felicità”. Mia madre me lo regalò quando ero piccola, avevo più o meno 8 anni; ero una bambina molto ansiosa e avevo bisogno di sentirmi più tranquilla. Questo libro rappresenta il mio bisogno di pace, che mi accompagna da sempre. Mi ricorda che fin da piccola ho avuto un mondo interiore molto forte, ed è una parte importante del mio percorso con l’ansia. Ho scelto questo libro perché racconta un percorso, e io vorrei raccontare un po’ la bambina che sono stata, sperando di non annoiare nessuno. Da piccola avevo molte preoccupazioni, ed era più raro vedermi tranquilla che agitata. Avevo paura della morte e di morire, dei ladri; il mondo esterno mi spaventava, e quello che sentivo al telegiornale mi terrorizzava. Spesso avevo quelli che chiamavo “pensieri cattivi”, e che oggi definirei “pensieri intrusivi”. Ero molto sensibile e pensavo tanto, e come spesso succede alle persone sensibili, attribuivo un’enorme importanza a dettagli che per altri erano insignificanti. Alla classica domanda: “preferisci mamma o papà?” rispondevo sempre “entrambi”, perché non volevo che nessuno dei due ci rimanesse male. Davo molta importanza alle parole che usavo, notavo gli sguardi, i toni di voce; percepivo molto gli altri, e questo spesso mi rendeva incomprensibile ai loro occhi. Tutto questo mi faceva sentire diversa. Non capivo perché io fossi così e ricordo che cercavo qualcuno che mi somigliasse. A questa mia ansia personale si aggiungeva lo stress che vivevo a scuola. Alle elementari ho avuto parecchie difficoltà: con le maestre, con i compagni e con lo studio. Quando sei piccolo credi a tutto quello che ti viene detto, e sei fortemente influenzato dall’ambiente in cui passi gran parte della tua vita; se ti dicono che non sei capace, finisci per crederci. Avevo difficoltà a studiare e a fare i compiti, soprattutto in matematica. Volevo essere brava come gli altri, ma mi sentivo diversa, più lenta. Spesso mi sentivo stupida, incapace. La maestra mi teneva in classe durante la ricreazione a fare le operazioni mentre i miei compagni erano fuori a giocare. Non dimenticherò mai la frustrazione di capire un problema di matematica ma non riuscire a spiegarlo poco dopo; l’ansia di andare alla lavagna, gli sguardi di disapprovazione. I miei genitori tornavano a casa dai colloqui tesi e frustrati, e l’immagine che ne usciva era quella di una bambina che non si impegnava abbastanza. Nonostante ciò, ho sempre cercato di difendere me stessa. Non avevo autostima, ma avevo carattere e un forte senso di giustizia, che però spesso mi portava a uscire dalla classe quando provavo a parlare. Ho scoperto solo alla fine delle elementari di avere un DSA, e di essere discalculica.
Questa pagina fa riferimento a una delle favole del libro: Oscar, il coccodrillo che rischiò di annegare nelle proprie lacrime per colpa dei suoi pensieri.
Leggere il libro e ripetermi la “coccostrocca” mi rasserenava un po’, mi faceva sentire al sicuro. La danza è stata la mia salvezza, il mio appiglio per non perdermi: quando entravo in sala non mi sentivo più stupida o sbagliata, mi sentivo capace, brava. Essere in prima fila ai saggi mi appagava e mi spingeva a voler rendere fiero qualcuno. Nei momenti più difficili mi ripetevo: “resisti che Lunedì c’è danza”. Sono cresciuta con la mia testa, con i miei pensieri e con la mia ansia. Ho imparato a non scappare da ciò che provo, ma ad affrontarlo. A un certo punto capisci che non puoi lasciare che le emozioni ti controllino, perché altrimenti smetti di vivere, e arrivi a una consapevolezza difficile ma fondamentale: sei tu a scegliere come vivere la tua vita. E questo significa anche che nessuno verrà a salvarti, perché sei tu che devi farlo. È così che sono cambiata. Oggi sono felice della persona che sono, perché voltandomi indietro mi rendo conto di tutto ciò che ho affrontato e dei principi che mi guidano. L’ansia c’è ancora, probabilmente fa parte di me, ma ora so riconoscerla: la osservo e non scappo”. (A. classe quarta).
“Come gemma, quest’anno ho deciso di portare i miei amici. A fine dicembre, ho partecipato ad un campo animatori in cui ho avuto modo di riflettere su chi o cosa fosse il mio rifugio e chi la mia casa. Inizialmente non trovavo molta differenza tra queste due parole, ma pian piano ho capito che il rifugio è dove andiamo se cerchiamo di scappare da qualcosa che non ci fa stare bene, mentre la casa è dove puoi andare sempre, nel bene e nel male. Ho fatto fatica nel trovare qualcosa di diverso per entrambe, ma sono finita per dire la stessa cosa sia per la casa che per il rifugio… I miei amici. I miei amici sono la cosa più importante che ho. Mi stanno vicino in ogni situazione e non mi giudicano mai, di conseguenza so che per loro non sarò mai sbagliata. Sono il mio rifugio perché quando mi succede qualcosa di brutto sono i primi da cui vado a raccontare tutto e sono i primi che stanno ad ascoltarmi per ore. Sono la mia casa, invece, perché con loro basta vedersi 5 minuti e già si sta bene. Con loro faccio di tutto e di più e sono felice di condividere le mie esperienze con loro. Sono molto fortunata ad averli perché penso che molta gente, specialmente della mia età, non abbia un gruppo di amici così e mi rendo conto che senza di loro sono persa. Mi fanno ridere in ogni momento e sono felice che sono proprio loro a farmi sorridere. Ovviamente non è sempre tutto rose e fiori, anzi, capita molte volte che discutiamo, però penso che le discussioni ci aiutino a crescere e a diventare più maturi. Sono contenta di aver avuto l’opportunità di litigare con qualcuno di loro perché siamo riusciti a migliorare e a legare di più. Sono grata di averli nella mia vita e spero davvero che rimangano per sempre”. (C. classe seconda).
“Cara E. del passato, carissima versione passata di me. Sei la mia gemma, l’unica persona che per me c’è sempre stata. Come stai? Non c’è nemmeno bisogno che tu risponda: so già che sei felice. E non parlo di te di cinque anni fa, ma di te di dieci anni fa o più, con quell’aria spensierata e quel sorriso genuino e infantile che regalavi a tutti. Tu, che il mondo lo vedi come il più semplice dei giochi. Tu, che parli senza pensare alle conseguenze. Tu, che riesci a vedere oltre le etichette. Tu, che trovi il bello in qualsiasi cosa fai. Mi manchi. Dove sei finita? Spero che tu possa sentire queste parole, perché provo esattamente tutto quello che sto scrivendo. Sono successe così tante cose in questi anni che non puoi nemmeno immaginare… Non ho ancora trovato la risposta a tutte le tue domande, ma ad alcune sì: Sì, mamma e papà ci portano ancora in viaggio, sia me che Lucy. No, le medie non sono assolutamente come nei film americani. Sì, sei ancora in contatto con alcuni di loro. No, non sei sola. Si, hai ancora una vena creativa. No, non sei un’incapace E sì, la vita non va sempre come dovrebbe andare — e va bene così. Con il tempo riuscirai più o meno a capirlo. Se devo essere sincera però adesso probabilmente non mi riconosceresti… anche se la frangia ce l’ho ancora: dopotutto siamo nate con la frangia. Gioco ancora con la nostra cara Wii, e ogni tanto mi stupisco che funzioni ancora. Amo ancora vedere le persone sorridere e farle sorridere. Amo ancora ridere per le cavolate più assurde e insensate. Amo riguardare un programma o un video svariate volte senza mai stancarmi. Ho ancora paura dell’andare al piano di sopra o in cantina da sola. Suono ancora il pianoforte, e sì, sei finalmente riuscita a farti regalare la chitarra dello zio. Guardo ancora il cielo quando assume colorazioni particolari. Racconto ancora storie e ne invento altrettante. E purtroppo però, proprio come te, forse non mi sono ancora del tutto accettata. La vita è dura, E., non posso negarlo. E se penso a tutto quello che dovrai affrontare, mi si stringe il cuore. Ma allo stesso tempo mi rassicura sapere che riuscirai a superarlo e ad arrivare dove Io oggi sono. Non ho ancora raggiunto tutto ciò che vorrei, ma se guardo la te di cinque anni fa, mi sento già meglio… infatti ultimamente mi sono fatta l’idea che Sì… potremmo avere di più ma potremmo anche avere di meno. Dunque il mio suggerimento è: Non smettere mai di sorridere. Non avere paura: se deve succedere, fregatene…che succeda. Non cercare di combatterlo a tutti i costi. Nonostante ciò lo ammetto: Se potessi tornare indietro, cancellerei tante cose… ma non voglio spaventarti: è solo un periodo. Non preoccuparti dei voti a scuola. Non preoccuparti di quei buffoni. Non sei sbagliata. Non sei ciò che vogliono farti credere. Non devi chiedere scusa a nessuno per essere come sei. Siamo così diverse, e allo stesso tempo incredibilmente simili. Perché dico che siamo diverse? Io dico le parolacce; tu invece ti copri le orecchie e ti offendi appena ne senti una. A volte resto in silenzio; tu non fai altro che chiacchierare con tutti, senza barriere e senza paura del giudizio. Ogni tanto sento la tua presenza, il tuo ritorno. Lo percepisco chiaramente quando accade. E, in effetti, se ci penso, è sbagliato dire che siamo diverse. Entrambe ridiamo quando qualcuno ci guarda in modo insolito o comico. Entrambe cantiamo parole di canzoni straniere in una lingua che sembra aliena. Entrambe ci imbarazziamo quando qualcuno ci fa un complimento o ci dimostra affetto. Entrambe cerchiamo di essere gentili, indipendentemente dalla persona che abbiamo davanti. No, noi non siamo diverse. Noi siamo la stessa persona. E chissà se tu sei fiera di me… tanto quanto io lo sono di te”. (E. classe quarta).
“Ho portato questo libro perché è uno dei pochissimi oggetti che mi sono rimasti dal periodo in cui vivevo in Brasile. Me l’hanno regalato i miei compagni di classe quando stavo per trasferirmi in Italia. Dentro ci sono tutte le loro firme e un biglietto che dice: “ti mandiamo Lineia perché non ti dimentichi di noi e nemmeno delle capuchinhas”. Le capuchinhas sono dei fiori, e in Brasile questa frase è un modo affettuoso per dire: “ricordati non solo di noi, ma anche di tutto quello che faceva parte della tua vita là”. Il libro in sé è un racconto per bambini, pensato per far conoscere l’arte di Monet attraverso gli occhi di due ragazzini, la sua casa, i suoi giardini, il suo mondo. In realtà non l’ho mai letto fino in fondo. Per me finirlo sarebbe come chiudere quel capitolo della mia vita. Io ho cambiato spesso paese e ho dovuto lasciare quasi tutto indietro ogni volta. Questo libro invece mi ha seguito in tutti gli spostamenti. Non lo guardo quasi mai, non è un oggetto a cui penso nella vita di tutti i giorni… ma forse proprio per questo significa così tanto: è uno di quegli oggetti che senza volerlo finisce per raccontare una parte di te, anche quando tu non ci pensi più.” (A. classe quinta)
“Quest’anno ho deciso di portare come gemma la casa al mare. Con il passare degli anni mi sono accorta che l’unico luogo che mi ha davvero visto crescere e cambiare è stata proprio lei: la casa al mare. È il posto dove passo tutte le mie estati da quando ero piccola. Ogni volta che arrivo lì mi sento subito a casa, come se il tempo non fosse mai passato. Le giornate sono sempre state piene di giochi insieme ai miei cugini: correvamo sulla sabbia, costruivamo castelli, inventavamo giochi e ridevamo per qualsiasi cosa. Le sere d’estate sono quelle che ricordo meglio. Ogni sera mangiavo un gelato mentre guardavo il mare. Era un momento tranquillo, in cui potevo pensare a tutto o anche a niente. La casa al mare non è solo una casa: è il luogo che mi ha accompagnata nella crescita e che conserva i miei ricordi più belli. A 17 anni, rimane per me un posto speciale, dove mi sento sempre me stessa” (S. classe quarta).
Su Rocca ho trovato un curioso articolo di Rosella De Leonibus: si tratta di una lettera alla propria ansia e si apre con una citazione. “L’ansietà è un sottile rivolo di paura che si insinua nella mente. Se incoraggiata, scava un canale nel quale tutti gli altri pensieri vengono attirati” (Robert Albert Bloch). Ma ecco il testo.
“Ansia: travaglio d’animo, tormento, tribolazione (dal latino: anxietas, anxietudo). La psicologia ti definisce come un senso di incertezza relativo al futuro, con sentimenti spiacevoli di timore, in genere vaghi e non proiettati su oggetti o eventi riconoscibili. Nel senso comune, ti si descrive come viva preoccupazione, attesa inquietante e angosciosa. Bene, ora che so come ti definiscono, ho intenzione di scriverti una lettera. Non perché io ti voglia bene, per favore no, direi invece che, se devo dire la verità, ti odio, con tutto il mio cuore, sì, quel cuore che tu mandi in affanno quando meno me lo aspetto. Ti voglio scrivere perché voglio che tu mi stia a sentire, sì, proprio tu che mi blocchi la parola in gola quando ti pare, senza alcun riguardo per le pessime figure che mi fai fare… E quindi, a noi due. Mi leggerai fino in fondo, lo pretendo, perché io ti sto a sentire anche in piena notte, quando mi svegli all’improvviso con un bagno di sudore, il fiato mozzo, gli occhi sbarrati nel buio.
C’E’ POSTA PER TE Cara la mia ansia, cara nel senso che mi costi davvero cara. Ecco, cominciamo con questo. Le occasioni mancate a causa tua, che ti infili in mezzo tra me e la persona che vorrei sedurre, ti metti tra i piedi quando sono in un posto nuovo e mi impedisci di godermi l’avventura per le paranoie che mi sventoli davanti al naso. Per non parlare degli esami e dei colloqui di lavoro in cui mi hai sabotato, svuotandomi il cervello davanti a domande banali per cui mi mordevo la lingua solo pochi minuti dopo, una volta fuori dalla stanza dell’incontro. Perché tu, vile e traditrice come sei, appena fuori da quella stanza sei balzata giù dal mio cervello e la lucidità di colpo è tornata. Quindi, cara mi costi e mi sei costata, il giorno in cui ti addebito tutti i fallimenti, le mancate azioni, le figuracce, ti mando in rovina. “L’ansia in bancarotta… Costretta a risarcire i danni!”, quanto vorrei questi titoli su tutti i social… Già, perché, tanto per non abbonarti alcun addebito, mi torturi anche lì, che dovrebbe essere il mio spazio di decompressione. Perché mi sento male se non vedo il “mi piace”, e vado in apprensione per i discorsi di odio che mi becco ogni volta che esprimo pubblicamente una posizione. E poi quella tremenda sensazione di essere tagliati fuori dai circuiti comunicativi, Fomo, la chiamano, fear of missing out, e io soltanto so com’è collegata al mio grande assente, il sentimento di autostima, e alla paura ancestrale di dover subire un’esclusione… Quindi, odiata ansia, farò di tutto per cancellarti dalla mia vita. Se fossi un partner, ti avrei già mandato al tuo paese, ma tu saresti ritornata mille volte, più possessiva e invadente che mai a grattare alla mia porta, a infilarti nelle fessure delle imposte, a sgusciare furtiva dentro l’uscio quando esco, così nel frattempo ti saresti impossessata della casa e non avrei avuto pace neppure al mio ritorno. Che vuoi da me? Tu sei muta, ma io lo posso dedurre facilmente dai risultati che ottieni. Mi tieni alla larga dalle novità, mi precludi ogni prospettiva che non sia già praticata, ogni slancio un po’ più ampio, e finisci per oscurare l’orizzonte delle mie speranze occupandolo con le tue nuvole nere e i tuoi annunci di tempesta.
E IL PERFEZIONSIMO? COLPA TUA. “È detto che la nostra ansietà non svuota il domani dei suoi dispiaceri, ma soltanto svuota l’oggi della sua forza” (Charles Haddon Spurgeon). Ti ho sfidato, qualche volta, ho voluto buttare il cuore oltre l’ostacolo, ho fatto l’esatto contrario di quel ritiro dal campo che tu mi gridavi nelle orecchie, e il risultato è stato solo che l’energia non mi è bastata per arrivare in fondo. Per cui hai vinto anche allora, lasciandomi solo la corda più lunga e giocando con me come fa il gatto col topo, sapendo bene fin dall’inizio che saresti stata tu ad assestare la zampata finale. Ecco, vedi, ho una rabbia enorme nei tuoi confronti, e ora che l’ho messa per iscritto mi accorgo che dietro c’è tanta tristezza. Perché, per quanto io continui a guardarti come una nemica, come un parassita, un’ospite indesiderabile, sei dentro di me, sorgi dal mio interno, da una parte antica del mio cervello, quella più direttamente connessa alle funzioni vitali del mio corpo. Che dolore riconoscere che vivi dentro di me… che dolore riconoscere che sei nata per proteggermi da pericoli futuri, e anche se non ci sono guai in vista, comunque mi ordini di stare in guardia, non si sa mai… Tu lo sai bene, anche se io non lo posso ricordare, quanto fosse difficile per me nell’infanzia aver fiducia nel mondo… il mondo allora per me erano i genitori, il loro modo di amarmi, fatto di insicurezze e ambivalenze, il loro modo di scoraggiare le mie prime esplorazioni, e quella reazione aggressiva che avevano nei miei confronti quando mi capitava qualcosa di spiacevole, come se, invece di consolarmi e rassicurarmi, si arrabbiassero per via dello spavento che avevo procurato loro… Ho imparato là a non osare più di tanto, è là che ti sei manifestata dentro di me, perché non dovevo sbagliare, non dovevo incappare mai in alcun problema, altrimenti non ci sarebbe stato nessuno a venire a prendermi. La tua funzione era di proteggermi, visto che nessun altro lo avrebbe fatto, evitando ogni rischio, e così ho imparato a camminare sulle uova, testa china e spalle chiuse, passo incerto e voce spenta. Meglio meno, meglio non chiedere, vietato sbagliare. E poi è scattata la trappola: forse se faccio le cose al meglio, forse se imparo a dare il massimo qualcuno mi amerà di più, mi amerà meglio, mi offrirà finalmente un riparo? Se offro solo il profilo migliore, piacerò di più? Se mi occupo degli altri e dimentico me, sarò una creatura finalmente indispensabile e quindi visibile? La risposta è negativa, purtroppo, con l’aggravante che con questa ricerca dell’eccellenza ho accumulato tensioni intollerabili, sforzi inumani, che mi hanno lasciato la mandibola sempre bloccata, le spalle doloranti, l’intestino in fiamme, il bacino rigido, i piedi contratti… Mi hanno plasmato a poco a poco come una figura pietrificata, efficiente ed efficace agli occhi del mondo, ma sola, irraggiungibile dietro la mia corazza.
E SE CI ALLEASSIMO? La sento incrinarsi, da un po’, la corazza, e tu, ansia, che ti eri trasformata in tensione e spasmi, torni a manifestarti nel tuo regno preferito, quello delle emozioni. Credevo di averti domato con l’autodisciplina, con il senso del dovere, ma eccoti, non ammetti briglie, vuoi dirmi qualcosa finalmente? Vuoi dirmi che tu sei l’energia vitale che non ho potuto ancora vivere? Che sei la mia difficoltà a stare nel presente perché il presente che mi si offriva non era vivace, attraente, sereno? Vuoi raccontarmi oggi che tu sei la mia energia? Che hai sofferto accanto a me e con me per tutte le volte in cui non ho potuto lasciarmi andare, per tutte le volte in cui l’ambiente è stato poco accogliente, per ogni errore che non è stato aiutato a diventare apprendimento, per ogni modello mancato, per ogni sostegno non ricevuto? Vuoi dirmi che hai dovuto farmi tu da scudo, poiché non potevo contare su una forza interiore che non aveva avuto le condizioni per consolidarsi? Vuoi dirmi che ognuno di quei sintomi che tanto mi spaventavano, ognuno dei cento malesseri psicosomatici di cui ho ricevuto la visita devastante, ognuno di loro era un grido di libertà soffocato? E mi vieni a raccontare che questa energia può ancora essere ravvivata e può trovare una forma adattiva per manifestarsi? Vuol dire che quel grido muto dei sintomi può diventare man mano slancio vitale, curiosità nuova, e può avere presa sul mondo invece che avvilupparsi alla mia gola? Vuoi farmi vedere quanto hai condensato, in forma di malessere, i “no” che non potevo dire, i “sì” che mi erano stati strappati per compiacenza, vuoi stare qui a narrarmi di come hai mantenuto accesa la mia vitalità nonostante tu ne abbia limitato a tua volta, con la tua presenza, le possibilità di espressione? Vuoi che facciamo un patto? Che io non cerchi più di annullarti, che io riconosca che mi hai salvato e protetto quando ero troppo fragile, che io accolga il tuo messaggio di alleanza? Perché sei una forma elementare di energia per sopravvivere, ma se ti tengo accanto e ti do respiro puoi evolvere e diventare la mia migliore body guard. E io saprò che mi metterai in allerta solo quando servirà, e che non mi giudicherai per una svista, un tentativo fallito. Saprò che è mio compito assicurarti pause di benessere, di natura, di gioco, di leggerezza. E che l’amore in tutte le sue forme è il tuo migliore nutrimento trasformativo. E allora, dai, vecchia mia, ho fatto bene a scriverti questa lettera, ti ho visto da vicino e tu lo stesso, abitiamo lo stesso corpo, abbiamo tutt’e due bisogno di esperienze creative, e vive, e libere. Ti puoi sciogliere, ora, puoi allargarti, diluirti, oppure sprizzare con forza come le bollicine frizzanti che escono dalla bottiglia appena stappata, ci possiamo concedere quel brivido di eccitazione, quello scintillio di vita che ci radica nel presente e ci spinge verso il futuro con occhi desideranti. Alleate. Ciao cara, senza paura. Ciao cara, con un pizzico di brio. Ciao cara, con leggerezza.
“La tua ansietà è direttamente proporzionale alla tua dimenticanza della natura, perché tu porti in te stesso paure e desideri illimitati” (Epicuro)”
Uno dei lavori che faccio a inizio anno con le prime riguarda il nome che ciascuno di noi porta. Riflettiamo sul significato, sul motivo per cui ci è stato dato, sul fatto se ci sentiamo rappresentati o meno da esso. E’, in fin dei conti, la prima cosa che riveliamo di noi nel momento in cui ci presentiamo a qualcuno. Nel mio lavoro è una delle prime cose che cerco di memorizzare, perché sentirisi chiamare per nome è anche un sentirsi visti, considerati, riconosciuti. Per dei genitori scegliere il nome è un momento importante ed emozionante: si comprano i libri sui nomi o si consultano i siti per conoscerne i significati. Nel rito del Battesimo è una delle prime cose che viene chiesta ai genitori. Nella Bibbia il cambio di nome indica un cambiamento di stato, di vita, di identità (cosa poi ripresa in alcuni ordini religiosi, soprattutto femminili). Il 21 marzo di ogni anno vengono letti tutti gli oltre mille nomi delle vittime innocenti di mafia. Sul nome riflette anche questo articolo di Anita Prati su SettimanaNews.
“Che cos’è un nome? È dando nomi che l’Adam, creatura di terra e di sangue, può conoscere e riconoscere il mondo, è ricevendo il nome che l’indistinto del mondo emerge nella sua irripetibile singolarità. Il nome discrimina, distingue, estrae dalla massa confusa, individua l’individuabile, ciò e chi è in sé non più discriminabile, separabile, divisibile. L’atto di nominazione sancisce visibilità ed esplicita legami: dare il nome conferisce statuto speciale al nominante e al nominato, ha a che fare con la domesticazione e si tiene sul crinale scosceso che da una parte racconta l’appartenenza e dall’altra l’usurpazione. «C’è una rosa… e credo che mi abbia addomesticato…» – dice il Piccolo Principe alla volpe. Dal mondo vegetale emergono le piante, tra le piante i fiori, tra i fiori i fiori con le spine, tra i fiori con le spine le rose, tra le rose la mia rosa. Ma, ci avverte la poeta [Gertrud Stein, Rose is a rose is a rose is a rose in Sacred Emily, ndr], Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa. Nominare può sì dichiarare vicinanze, narrare appartenenze, sancire proprietà, ma il mare dell’essere si intride di sabbia quando lambisce la battigia del dicibile e più il nome si fa vicino alla cosa, più deve dichiarare l’impasse: la nominazione ha a che fare con il mistero – parola tremenda, in cui il verbo greco myo riecheggia onomatopeicamente il mugolio di chi, tenendo la bocca chiusa, non può o non deve parlare. Il nome dice tutto, e non dice niente. Ci porta sulla soglia e ci lascia lì. Un cimitero di montagna, abbandonato. Il cancello di ferro arrugginito cigola sui cardini. Sulle lapidi ingrigite le lettere si distinguono a fatica, a fatica compitiamo nudi nomi. Epigrammi incisi su stele funerarie di antiche civiltà, conservate nei magazzini polverosi dei musei, appoggiate alla bell’e meglio alle pareti di porticati e sale che attraversiamo con passo veloce. Liste onomastiche di regnanti o di generali in armi. Il sigillo dell’artigiano inciso sul bassorilievo, accanto al nome della madre o del padre che ha commissionato il monumento funebre più bello in ricordo del figlio tanto amato. Il mistero della vita affidato ad un gesto, ad un segno, ad un nudo nome. Un monumento ed un nome. Yad vaShem. L’orrore di sei milioni di morti aperto nella carne della storia. Quante morti, quanti morti. Marzabotto. Gorla. Srebrenica. Kigali. I cimiteri militari con le loro croci bianche, perfettamente allineate in un grande prato verde. La scalinata di Redipuglia. Il Sacrario di Nervesa. Nomi, solo nudi nomi, testimoni della labile inconsistenza di storie ormai trapassate e consunte, eppure garanti, nella morte, di ciò che è la Vita. Lo scorso 30 luglio il Washington Post ha pubblicato i nomi dei bambini uccisi a Gaza. Non bastano otto ore per leggerli tutti, uno ad uno. Nelle piazze e in luoghi significativi, sulla strada che porta alla pace, leggiamo ad alta voce i nomi di questi bambini e di queste bambine palestinesi, insieme ai nomi dei bambini ebrei uccisi il 7 ottobre. Ogni nome una vita, ogni vita un mistero che chiede alla nostra anima di mettersi in ginocchio. È qualcosa che ha a che fare con il senso più profondo del sacro che ci sia dato sfiorare.”
Immagine realizzata con l’intelligenza artificiale della piattaforma POE
Mignolo del piede versus qualsiasi spigolo. Inizio questo post con questa dolorosa immagine evocativa. Anche molto reale, visto che è quello che ho provato ieri sera, quando ho sbattuto contro una scatola di plastica che tengo sotto la scrivania. Dentro la scatola c’è qualcosa di legato al passato, a un’abitudine che avevo e che poi ho perso: i ritagli di giornali, riviste, mensili che ritenevo interessanti e che sarebbero potuti tornarmi utili. Ho smesso di raccoglierli quando mi sono reso conto che non li andavo più a cercare perché avrei dovuto digitalizzarli e poi perché, in fin dei conti, li trovavo già digitalizzati in rete (tutti gli abbonamenti che ho li possiedo anche in versione digitale). Mi sono anche accorto che ciò che salvo digitalmente mi resta molto meno in mente rispetto a quello che sottolineo e ritaglio materialmente, ma tant’è. Infine ammetto che internet mi ha messo a disposizione molto, ma molto di più, di quello di cui potevo disporre nel passato senza web. Basta pensare agli archivi: mi servirebbero due case se dovessi conservare tutto… O alla comodità di recuperare un articolo di un quotidiano anche solo di una settimana prima. Senza internet mi sarei, ad esempio, perso un pezzo come quello che ho appena finito di leggere di Alessandro D’Avenia, uscito una settimana fa sul Corriere della Sera e reperibile anche sul blog del professore. Credo che lo leggeremo insieme in più di qualche classe. Eccolo.
“Ho chiesto ai miei studenti la loro paura più grande. La maggioranza ha risposto: rimanere soli. Un timore connaturato all’uomo, ma che stupisce nell’epoca della condivisione costante. Sebbene iper-connessi siamo iper-slegati, e “social” non è sinonimo di relazione significativa ma di solitudine di massa. E questo perché l’unico modo per non sentirsi soli è il riconoscimento della propria unicità: volersi ed essere voluti al mondo come si è. Se ciò non accade non dipende dai social ma dalle relazioni primarie (personali, familiari, amicali). L’onlife, come Luciano Floridi (La quarta rivoluzione) definisce l’identità oggi, si sposta fuori dalla vita spirituale che è il luogo dell’amarsi e del sentirsi amati, e si affida a rappresentazioni (“Chi sono per te?” diventa “Chi sono online?”). Ma se ad essere amata è la rappresentazione di me e non io, allora ci si sente soli anche in mezzo alla folla (o ai follower). Il concetto di auto-stima, oggi tanto diffuso, è l’ingannevole correttivo di questa mascherata, perché non può auto-amarsi chi non si sente amato, e non esiste doping spirituale per una identità relazionale come quella umana: l’io nasce e rinasce da un tu che ci fa sentire voluti. I social non possono darci l’amore, perché non arrivano al sé, possono darcene l’impressione, ma amata è la post-produzione che facciamo di noi, non noi. Figuriamoci per un ragazzo che sta cercando di dare alla luce il sé autentico e viene invece allenato a farsi “un profilo”, cioè a identificarsi con l’ego voluto dal mondo. Questo alimenta la paura della solitudine. Che fare? Il sé è una nascita graduale che richiede parti dolorosi. Quando mi è capitato di perdermi, sono riuscito a dare alla luce un sé più autentico solo rinunciando alle rappresentazioni rassicuranti dell’ego, compromessi d’amore che amore non erano, e ci sono riuscito grazie alla forza ricevuta da persone che non amavano quelle rappresentazioni, ma me: mi vogliono bene “a prescindere”, cioè per loro è un bene che io ci sia, a prescindere da cosa io rappresenti. Ci accade come nel Cyrano de Bergerac di Rostand in cui il protagonista, innamorato di Rossana, non ha il coraggio di dichiararsi a causa della bruttezza del suo volto deturpato da un naso gigantesco, e si limita a prestare le parole del corteggiamento al giovane spasimante di lei, Cristiano, bello quanto vuoto. Cristiano è come il profilo social di Cyrano. A un certo punto Cyrano, nella scena memorabile in cui, nascosto, detta le parole d’amore a Cristiano, fa chiedere alla donna: “Mi ameresti anche se fossi orrendo?”. Tradotto: anche se fossi me stesso? Ecco il punto: i ragazzi oggi hanno bisogno più che mai di sapere se c’è qualcuno che li ama (li vuole al mondo, si impegna per il loro esserci) così come sono e non così come il mondo li vuole. A quell’età poi ci si sente brutti non tanto o non solo per l’aspetto fisico in trasformazione, ma perché, messi da parte i genitori, ci si scopre “soli”, cioè unici, ma si teme che questa unicità non interessi a nessuno là fuori. E così si cerca approvazione (non amore) ovunque, anche a costo di vendersi, tradirsi, nascondersi. La paura di rimanere soli non è la paura di non trovare qualcuno, ma di non essere “belli” abbastanza perché qualcuno ami proprio noi, anche perché l’unicità, scambiata per “farsi vedere”, è fatta proprio di ciò che nascondiamo: i nostri limiti. In una cultura della performance, auto-promozione e post-produzione di se stessi, si teme di non essere amabili e farsi amare diventa un lavoro. Tutti i ragazzi sono generati biologicamente ma pochi spiritualmente, cioè non riescono a contattare il sé, quel nucleo della persona che non è frutto di costruzioni, prestazioni, risultati, ma che si scopre e si abita se è amato gratuitamente, a prescindere da qualsiasi risultato. La domanda di Cyrano è la domanda di tutti: “Posso essere amato anche se sono brutto?”, dove “brutto” non è estetica ma la verità di chi io sono, l’unicità dei miei limiti. I social che parlano il linguaggio del mondo, cioè dove gli umani ricevono attenzione solo perché se lo meritano o perché ti seducono, non possono nutrire la vita spirituale, che è vita amata gratuitamente. Nessuno di noi si è dato la vita e quindi per sentirsi amato ha bisogno di sapere che quella vita è stata voluta a prescindere da tutto (per questo i ragazzi adottati hanno la cosiddetta ferita dell’origine e prima o poi vanno alla ricerca dei genitori biologici, per sapere quella verità oscurata dal fatto di essere stati “abbandonati”). Ma un amore che ci ama anche “brutti”, che ci vuole esistenti a prescindere è una chimera? No, se il poeta può così testimoniare della sua amata: “Possesso di me tu mi davi, dandoti a me” (Pedro Salinas, La voce a te dovuta). Ecco la vita spirituale: il possesso di sé che nasce dall’amore gratuito. Questo amore è stato da sempre ritenuto “divino” da noi umani perché noi non riusciamo ad amare così, eppure si dà anche nel quotidiano quando qualcosa o qualcuno smette di farmi sentire un mezzo e mi rende un fine: “sei il fine e quindi la fine del mondo!”. Può accadere in un bosco, in un quadro, in un angolo di città, in un volto, in una carezza, in una parola… insomma in tutte quelle situazioni in cui cose e persone non “si aspettano” nulla ma “ci aspettano”, lasciano “in pace” (danno pace al-) la nostra alterità (unicità), non ci manipolano, non ci rendono oggetti ma soggetti, ci rendono liberi, in ultima istanza ci testimoniano un amore che ci vuole esistenti, a prescindere da quanto siamo belli e bravi. Questo amore è la vita vera, la vita che non muore, la vita eterna, l’unica realtà che vince la paura di rimanere soli. E se in noi troviamo questo desiderio, allora questo amore c’è, altrimenti non ne avremmo notizia o nostalgia. La paura della solitudine dei ragazzi si rivela per quello che è: desiderio di spogliarsi delle rappresentazioni con cui l’ego crede di meritarsi di esistere ed essere amato, per far nascere il sé, che è dove la vita limitata che abbiamo si sente amata a prescindere. Abbiamo appena festeggiato San Francesco che comincia la sua vita nuova proprio da giovane, con un denudamento sulla pubblica piazza: rinuncia a tutte le finzioni dell’ego per abbracciare la vita vera, quella in cui tutti sono figli e quindi fratelli e sorelle, dal fuoco alla morte. Non fa altro che seguire la frase paradossale di Cristo secondo cui chi perde la vita la trova, cioè solo chi smette di nascondersi e si libera dalle illusioni d’amore trova l’amore. Cyrano, alla fatidica domanda sul poter essere amato anche brutto (convinto com’è che la sua vita sia tutta definita dal naso deforme) si sente rispondere da Rossana: «Ma certo! E ti amerei ancora di più». Solo quando mi vengono restituite amate le mie insufficienze, le cose di cui io stesso mi vergogno, allora mi sento amato, e la mia vita è in pace, perché è voluta sino alle sue fondamenta. La paura di rimanere soli di questa generazione non è altro che la ricerca dell’amore “a prescindere”, non sotto condizione, che Social, dio delle inesauribili aspettative e solitudini, non potrà mai dare.”
A inizio estate, su Vox, è stato pubblicato un articolo interessante di Katherine Kelaidis sul legame tra religione e politica negli USA di Donald Trump. Da studioso delle religioni e dei fenomeni ad esse legati, è un argomento che mi piace approfondire. In pochissime parole l’autrice sostiene che si tratti di una fede politica: una religione dell’identità e della nazione, che usa il linguaggio della fede per ottenere potere. Il pezzo è molto lungo, per cui ne propongo una sintesi. In fondo, accompagno il testo con un video del giornalista Francesco Costa, direttore de Il Post: affronta il tema del rapporto tra statunitensi e religione ed è dell’aprile 2024 (pre-elezioni USA).
Per oltre sessant’anni la “destra religiosa” americana è stata quella dei boomer: un movimento cristiano tradizionalista, teocratico, che voleva “rimettere Dio nelle scuole” e ispirare la legge civile ai principi biblici. Con Donald Trump nasce però qualcosa di nuovo. Il suo progetto non è far conformare lo Stato alla Chiesa, ma piegare la Chiesa alla volontà del nazionalismo americano — un’ideologia che identifica la libertà e la prosperità degli Stati Uniti come privilegio esclusivo dei cittadini bianchi, eterosessuali e patriottici. L’articolo sottolinea che questo modello somiglia più alla Russia di Putin (dove la Chiesa ortodossa è subordinata al Cremlino) che a una teocrazia come quella iraniana. In altre parole: la religione viene svuotata e sostituita con un culto politico di “America First”. Trump ha creato una Religious Liberty Commission e tre consigli consultivi formati da leader religiosi, esperti giuridici e laici. Ufficialmente, dovrebbero analizzare la storia della libertà religiosa negli Stati Uniti. Ma, secondo l’autrice, l’obiettivo reale è riscrivere quella storia da una prospettiva nazionalista e ideologica. I presidenti precedenti (Bush, Obama, Biden) avevano invece un Office of Faith-Based and Neighborhood Partnerships, cioè un ufficio di collaborazione con le organizzazioni religiose per problemi sociali (povertà, traffico di esseri umani, ambiente). Trump lo ha abolito. Nel suo modello, non è la religione a migliorare la società, ma è l’America stessa a diventare la fonte di religione e moralità. Le chiese prosperano o falliscono in base a quanto si adeguano alla “vera” identità americana. Dei 39 membri della Commissione, non c’è nessun protestante “storico” (metodisti, presbiteriani, episcopali), che un tempo rappresentavano la “religione civile americana”. Al loro posto: evangelici conservatori, cattolici tradizionalisti, ebrei ortodossi, un arcivescovo greco-ortodosso, due musulmani convertiti bianchi e Ben Carson, avventista del settimo giorno. Questa composizione rivela che la nuova alleanza non è teologica, ma culturale. È un fronte interreligioso unito dal sentirsi “assediato” su temi come genere, sessualità e razza. Le differenze dottrinali vengono accantonate: ciò che conta è difendere una certa visione identitaria della nazione. Contrariamente a quanto afferma la propaganda, il movimento non mira a restaurare il passato, ma a trasformare radicalmente la società americana. Se la vecchia destra religiosa era teologica e poi politica, la nuova crea una teologia a misura della politica. Trump è visto come una figura quasi messianica: non un salvatore delle anime, ma dell’America stessa. In questo contesto, il linguaggio religioso serve solo come strumento di legittimazione politica. Kelaidis cita due casi emblematici che rappresentano una religione civile dove l’oggetto di fede è l’America stessa, non Dio. Ismail Royer, musulmano convertito e membro della Commissione, è stato condannato per aver aiutato persone a unirsi a un gruppo terroristico in Pakistan. Ora promuove la libertà religiosa come arma politica e dichiara: “L’America è un paese cristiano fondato su principi cristiani”. Per lui, la teologia conta poco: ciò che importa è la comune battaglia culturale contro il liberalismo. Eric Metaxas, scrittore e attivista evangelico, ha percorso un cammino simile: il suo interesse non è la dottrina cristiana, ma la difesa di una certa idea di ordine sociale e politico. Una differenza cruciale con la “vecchia” destra religiosa: il nuovo movimento non parla quasi mai di salvezza, inferno o vita eterna. L’obiettivo non è più influenzare le anime, ma modellare la società nel presente. In questo senso, l’autrice paragona la “religione di MAGA” al culto imperiale romano, centrato sulla potenza e fertilità della nazione. La preoccupazione per la natalità, il rifiuto dei trattamenti medici che rendono sterili i giovani trans, la retorica contro l’aborto come “perdita di cittadini americani”: tutto questo rientra nella logica di un culto della forza e della riproduzione nazionale, più che in una dottrina cristiana. Trump ha poi promosso parate militari, nuove feste nazionali e ora una riscrittura agiografica della storia americana. Questi elementi costituiscono, secondo l’autrice, una forma moderna di religione civile imperiale: l’America come realtà sacra, il patriottismo come fede, Trump come pontefice politico. L’autrice, infine, si sofferma sui metodi per lottare contro questo modo di vedere le cose: i metodi che funzionavano contro la vecchia destra religiosa (smascherare ipocrisie morali, appellarsi alla Bibbia) non funzionano più. Il nuovo movimento non prova vergogna, non risponde a richiami teologici o morali: è animato solo dall’utilità politica. Per combatterlo, serve una nuova alleanza tra progressisti e credenti conservatori che restano fedeli a principi morali autentici — cioè che riconoscono un’autorità superiore allo Stato o al leader politico. Questi “tradizionalisti non MAGA” (vescovi cattolici, protestanti moderati, mormoni) potrebbero essere alleati inattesi nel contrastare la “Chiesa di MAGA”. In conclusione, Trump e il movimento MAGA hanno dichiarato una guerra religiosa non solo contro il secolarismo, ma anche contro la religione tradizionale che rifiuta di sottomettersi al nazionalismo. Non è una teocrazia, ma qualcosa di più nuovo e insidioso: una religione della nazione e dell’identità, mascherata da fede. Per affrontarla, conclude Katherine Kelaidis, non basteranno le Scritture né gli appelli alla coscienza. Bisognerà riconoscerla, smascherarla e costruire alleanze inattese con chiunque creda ancora in un potere più alto di Donald Trump.
Quei momenti in cui senti proprio una vibrazione nell’aria, senti dei battiti che pulsano all’unisono, avverti che si sta creando uno spazio per la comunanza dei cuori: quando succede in classe è bellissimo ed è impossibile non accorgersene. Si tratta di emozioni silenziose che fanno un rumore fortissimo. Il pensiero mi è andato a quei momenti leggendo il bellissimo articolo di Giovanni Scarafile, professore associato di Filosofia Morale presso l’Università di Pisa, pubblicato su Avvenire domenica 30 marzo e parla di incontri che accadono davvero.“Nelle pagine del suo Diario fenomenologico, Enzo Paci osserva – quasi con stupore, o forse con una certa amarezza – che la comunicazione quotidiana, anziché unire, spesso ci lascia divisi. Sembra suggerire che dietro la cortesia, dietro la familiarità delle parole consuete, si nasconda un’intesa che non è tale: un’intesa apparente, automatica, tenuta in piedi da attese mai dette. «L’autenticità di un incontro è un evento raro», scrive. «Quando avviene è come se fosse raggiunta la radice del mondo – un fondo solido, e pur fragile, che permette al mondo di avere un senso». Letta oggi, quella frase scritta nel 1957 non suona datata. Anzi. Forse proprio adesso, immersi in relazioni dove il gesto è spesso previsto, il ruolo già definito, la conversazione regolata da codici impliciti, ci rendiamo conto con più urgenza di quanto sia raro – e prezioso – l’incontro che accade davvero. Non quello che seguiamo per abitudine, ma quello che ci sorprende. E ci espone. Nei rari momenti in cui qualcosa si incrina nella routine, qualcosa accade: un’improvvisa apertura, un varco in cui l’altro c’è davvero. Ed è lì che il mondo cambia consistenza. Ma che cos’è, davvero, quella “radice del mondo” di cui parla Paci? Di certo non è un’idea astratta, né un fondamento metafisico. È, appunto, un accadere. Un accadere vivo, fragile, in cui la parola – finalmente – non serve a coprire ma a svelare. È quel momento in cui il dialogo smette di essere scambio o mera negoziazione e diventa qualcosa di più: un’intimità intellettuale e affettiva, in cui non si resta prigionieri di sé, e nemmeno si scompare. È qui che Paci osa un’affermazione radicale: «Gli interlocutori sono se stessi, e davvero se stessi, se nessuno dei due è soltanto se stesso». Una formula paradossale, eppure esatta. Quella radice è solida perché ci sostiene; ma anche fragile, perché non la si può forzare. Non si crea a comando. Può accadere, può non accadere. Ed è proprio per questo che ha valore. Non è un sistema, è un’eventualità. Ciò che accade, in quei rari momenti, è una rottura dell’automatismo espressivo: il linguaggio torna carne, e la presenza dell’altro non è più funzione, ma evento. È lì che si apre la possibilità di un senso comune che non viene stabilito, ma accolto. In silenzio, e senza difese. Da qui, una domanda: quale rapporto c’è tra questa esperienza e la felicità? Se smettiamo di pensare la felicità come meta individuale, e iniziamo a vederla come qualcosa che si dà nella relazione, allora l’incontro autentico diventa non solo rilevante, ma centrale. Perché ci dà coerenza, restituisce continuità alla nostra esperienza. Non è una felicità euforica, ma un senso vissuto, concreto. Un accordo sottile tra le cose. È possibile forse cogliere questo stadio per via negativa, dato che ci troviamo in sua assenza molto più spesso di quanto non accada di sperimentarlo direttamente. L’incontro autentico, infatti, in cui la parola non è solo scambio ma esposizione reciproca, è raro e per questo stesso motivo riconoscibile soprattutto nel suo contrario: nella ripetizione vuota, nella prevedibilità dei ruoli, nell’assenza di un ascolto reale. Per dare un nome a questo stato, non bastano i termini già disponibili nel lessico psicologico o filosofico, poiché nessuno di essi ne coglie con esattezza la specificità: non è malinconia, non è frustrazione, non è solitudine in senso stretto. Si tratta piuttosto di una nostalgia dell’ascolto mancato, di una tensione verso qualcosa che non c’è stato e che tuttavia dovrebbe esserci: una forma di desiderio dolente per ciò che non si è potuto dire, per ciò che non è stato ascoltato, per ciò che avrebbe potuto accadere se l’altro fosse stato davvero presente. È da questa mancanza che nasce il termine inaudalgia: dolore per il mancato ascolto. Il termine nasce dall’unione tra inaudito (ciò che non è stato ascoltato) e algia (dolore), e cerca di esprimere l’esperienza peculiare di un dolore che non ha oggetto evidente, ma che si radica nel fallimento dell’incontro, nella sistematica assenza di uno spazio autentico in cui la parola possa fiorire.
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L’inaudalgia non è un sentimento passeggero, ma un tono emotivo di fondo che definisce molte delle nostre giornate. Capita, ad esempio, durante una riunione, che ognuno esponga il proprio punto di vista con apparente chiarezza, ma senza che nessuno realmente ascolti. Le parole scorrono ordinate, pertinenti, eppure prive di adesione. Nessuno interrompe, nessuno polemizza, ma anche nessuno risuona. Si esce da quella stanza con l’impressione che nulla sia avvenuto, se non una serie di monologhi paralleli. È lì che si avverte l’inaudalgia: non per ciò che è stato detto, ma per tutto ciò che avrebbe potuto emergere se solo qualcuno avesse osato esporsi davvero, o fermarsi un istante nel silenzio dell’altro. Come se ne esce? Non basta parlare. Non basta incontrarsi. È necessario qualcosa di più profondo: un passaggio, un processo che Husserl chiamava Vergemeinschaftung, comunalizzazione. È un lento avvicinarsi, un cominciare a sentire insieme. Un accordarsi che si costruisce nel tempo. Si tratta di un’esperienza che può iniziare in modo apparentemente ordinario: ad esempio, due persone parlano di qualcosa di quotidiano — il lavoro, un ricordo d’infanzia, una difficoltà recente — e nei primi scambi ciascuno resta in parte chiuso nella propria prospettiva, come se si trattasse solo di raccontare qualcosa all’altro. Poi, quasi impercettibilmente, qualcosa cambia: un dettaglio colpisce, un tono di voce si carica di attenzione, un silenzio viene rispettato. In quel momento, il vissuto di ciascuno comincia a modificarsi in relazione a quello dell’altro. Ci si accorge che le parole dette non sono più semplici informazioni, ma veicolano un’apertura reciproca. È lì che avviene il passaggio decisivo: non si è più soli nella propria intenzionalità, ma si entra in una trama in cui i significati si formano congiuntamente, senza che nessuno dei due li possa più rivendicare come propri. La comunalizzazione, in questo senso, rappresenta non solo un rimedio all’inaudalgia, ma anche la condizione per una forma di felicità che non è il semplice appagamento individuale, bensì la pienezza che nasce dal sentirsi parte viva di un “noi” costitutivo, capace di sostenere il mondo e renderlo abitabile. In questo movimento – dalla nostalgia dell’inaudito alla grazia dell’incontro – si gioca forse la possibilità stessa di abitare un mondo che non sia solo scenario delle solitudini parellele, ma spazio vivente di significati comuni. Riscoprire la dimensione dialogica dell’esistenza significa allora riconoscere che la vera felicità non è conquista, ma evento; non è possesso, ma apertura; non è compimento solitario, ma grazia che si manifesta quando, nella fragilità dell’incontro autentico, il mondo ritrova finalmente la sua radice.”
“Di solito la scelta della gemma non mi è mai stata difficile ma quest’anno volevo portare qualcosa di veramente caro a me. Ho sempre portato come gemme cose materiali, quest’anno invece non saprei come nominare la mia gemma. Potrei dire che la mia gemma è stata la mia estate 2024, o anche tutto l’anno intero, ma in verità quello che intendo dire è che la mia gemma di quest’anno sono io. Sono io perché sono cresciuta e ho realizzato delle cose che ora sono diventate dei valori fissi nella mia vita. Per esempio Quest’estate mi sono lasciata andare, ho esagerato, ho sbagliato, ho perso la pazienza e mi sono arrabbiata. Ma quest’estate ho anche riscoperto l’amore per il mare, l’amore per le risate serali tra amici ma soprattutto l’amore per me stessa. Quest’estate ho imparato a raccogliere il buono e il cattivo da tutte le cose. Che sia un bel concerto o un brutto litigio ho imparato a masticare le delusioni e a trasformarle in lezioni di vita senza le quali adesso sarei ancora totalmente persa. Prima di quest’anno ero una persona molto arrabbiata e chiusa. Arrabbiata con me e con gli altri. Questo mi impediva di essere felice. Invece mese per mese ho imparato a vivere delle piccole cose e questa è stata come una medicina per me. Imparare a notare il canto degli uccellini la domenica mattina o le foglie che poco a poco iniziano a cadere dagli alberi. Anche semplicemente sentire la risata di un bambino, prima mi passava inosservato perché vedevo solo il colore nero intorno a me. Il modo in cui sono cambiata nell’ultimo anno è stato il cambiamento più radicale della mia vita e nonostante tutti gli errori che ho commesso risbaglierei tutto da capo. Mi sono guardata dentro per mesi e mesi non comprendendo nulla della mia persona ma alla fine sono riuscita per la prima volta in tutta la mia vita a far uscire parti di me nascoste da sempre. Potrei dire di essere maturata quest’anno ma mi sento di aver ancora tanta strada da fare. Sì, perché in verità non vedo l’ora di sbagliare ancora, arrabbiarmi, perdermi se serve. Ma soprattutto di sentire i brividi quando i miei piedi toccano la sabbia del mare per la prima volta, di scoprire nuovi posti con le mie amiche e di ricordare il rumore delle nostre risate. La mia visione del mondo è cambiata radicalmente insieme a quella della mia persona, e a volte mi piace ricordare i momenti di totale spensieratezza insieme ai miei amici e quelli di riflessione in solitudine. La mia gemma di quest’anno sono io, ma non la me di adesso che é solo risultato dei miei 17 anni di vita. La mia gemma sono le esperienze che mi hanno fatto soffrire ma scoprire la felicità dietro a tutto come se fossi tornata bambina.” (A. classe quarta).