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Tempo di pluralismo

2377-1 defDEF-350x500In questo articolo, pubblicato su Il Sole 24ore, Massimo Donaddio presenta il libro di Peter L. Berger intitolato I molti altari della modernità. Le religioni al tempo del pluralismo.
C’è stato un tempo in cui la gran parte degli studiosi riteneva che la modernità portasse inevitabilmente a un tramonto del fenomeno religioso, come effetto in gran parte della rivoluzione scientifica e tecnologica, che mette a disposizione di larghi strati di popolazione strumenti dalle enormi potenzialità, rendendo meno pressante l’urgenza del ricorso al divino attraverso la fede e la preghiera.
Quest’impostazione, di stampo illuministico ha ancora molti seguaci, come evidenziato nell’ormai classico saggio del filosofo Charles Taylor, L’età secolare (Feltrinelli, 2009). Eppure molti sociologi, da diversi anni, si sono in un qualche modo “convertiti” a un nuovo paradigma, più complesso, che mette in luce non tanto il tramonto delle religioni nel tempo della modernità, quanto la loro convivenza pluralistica all’interno di un mondo dove il discorso secolare rappresenta lo sfondo comune per ciascuno individuo.
Uno degli alfieri di questo approccio è il noto sociologo americano di origine austriaca Peter L. Berger, professore emerito alla Boston University e autore nel 2014 del saggio appena tradotto da Emi con il titolo I molti altari della modernità. Le religioni al tempo del pluralismo.
Berger parte dall’assunto generale che il fenomeno religioso sia sempre molto vivo, addirittura in crescita in alcune zone del mondo, nonostante la globalizzazione abbia portato molti popoli ad aumentare le proprie potenzialità, risorse e conoscenze tecniche. Con l’eccezione del continente europeo, contrassegnato da un certo laicismo, i continenti americano, asiatico e africano continuano a mostrare un grande attaccamento alla religione in tutte le sue varie forme, con un continuo proliferare di chiese, sette e confessioni varie.
Sempre più, anzi, religioni diverse sono chiamate a convivere fra loro, come pure con un indubbio approccio di ispirazione secolare, sia nelle menti degli individui che nello spazio pubblico. Secondo Berger, il grande cambiamento portato dalla modernità non è, quindi, il secolarismo (o laicismo), bensì il pluralismo, ossia la coesistenza di diverse visioni del mondo e di scale di valori all’interno della stessa società. Insomma, la laicità europea (e dei circoli intellettuali internazionali) non sarebbe l’unica forma di modernità: esistono, per lo studioso americano, altre versioni di modernità che accordano alla religione un ruolo molto più centrale.
Anche la tensione tra modernità e impostazione religiosa è un fenomeno che non è possibile ignorare: è, infatti, una realtà che continua a bussare alla porta del mondo occidentale in diverse forme. Per esempio è la sfida che si trova di fronte l’islam, in Europa come in Africa e in Asia: come è possibile essere devoti musulmani e nella stesso tempo praticare e apprezzare i valori della modernità? Come deve configurarsi una società islamica moderna? Gli stessi interrogativi vengono sollevati in Cina, in India, in Russia, in Israele, in altre società. È la convivenza tra questi due aspetti, il condividere allo stesso tempo valori laici e religiosi, la caratteristica delle società del tempo moderno.
Naturalmente è essenziale che siano attive strutture istituzionali e politiche che garantiscano l’equa convivenza di una pluralità di religioni e di visioni del mondo, all’interno di un contesto culturale-giuridico che garantisca la libertà religiosa e l’uguaglianza di ogni persona davanti alla legge.
Differenti sono le modalità per raggiungere quest’obiettivo: il mondo occidentale ha battuto la via della laicità di tipo illuministico – anche nella sua variante americana, vedi il Primo Emendamento della Costituzione degli Usa – ma non sono escluse altre sintesi operate da altri contesti sociali e culturali”.

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Idolatri senza dèi

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Riporto parte di un testo che sto leggendo di Salvatore Natoli e che è per me fonte di molte riflessioni.
Un argomento o un personaggi esistono se appaiono nei media. Se escono di scena è come se non fossero mai esistiti. Ci sono personaggi – e molti – ma c’è assenza d’opera. Fantasmi di verità, fantasmi di libertà. Peraltro, la comunicazione di massa vive e si alimenta di scoop, crea icone e devoti; fan impazziti eseguono danze tribali intorno all’idolo del momento. A ciò si accompagna una sorta di superstizione delle cose, la dipendenza – a seconda delle persone – da questo o quell’oggetto, quasi fosse un amuleto della vita quotidiana. […]
Che fine ha fatto l’Illuminismo? […] la nostra contemporaneità … certamente mostra segni di cattiva salute e quello di essere idolatri senza neppure dèi è il più preoccupante. L’esito tragico del titanismo novecentesco ha mostrato come fossero fallaci quegli idoli a cui si erano innalzati altari e sacrificate vittime, ma dalle ceneri dei titani è emersa una miriade di idoli tascabili. Dèi di un giorno, ed è già troppo. Gli dèi minori che oggi popolano la terra hanno poco da spartire con gli antichi dèi, nel cui nome si celebravano i grandi misteri della vita: la generazione, la nascita, la morte. La stessa idea cristiana di salvezza – promessa e mai compiuta – si è spenta. Al suo posto è subentrata quella di benessere, e la felicità, lungi dal coincidere con la realizzazione di sé, è identificata piuttosto con l’efficienza, con l’effetto fitness. Oggi più che un politeismo tollerante ci imbattiamo in un monoteismo perverso: l’Io/Dio.”
(Salvatore Natoli, “Non ti farai idolo né immagine”, Il Mulino)

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Tra divinità e matite

Pubblico l’articolo di Matteo Andriola che abbiamo letto in quinta stamattina. Una riflessione molto interessante sfiorando Nietzsche, Kierkegaard e Marx, tra storia e filosofia.

Nessun dio può odiare una matita.

matite_ruota1Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, probabilmente non esagero ritenendo la satira lo specchio della libertà di un Paese. Tristemente attuale, il dibattito relativo agli eventuali limiti che essa dovrebbe imporsi tiene banco in maniera piuttosto vigorosa. La presenza di un limite negherebbe il concetto stesso di satira, questo è vero, ma ciò che spesso, troppo spesso, viene sottovalutato è il fatto che non sia possibile né corretto fare i conti esclusivamente con il livello di tolleranza del proprio Paese o della propria confessione, facendone l’unico termine di paragone. La recente tragedia cui abbiamo assistito impotenti, altro non è se non l’ennesima dimostrazione di quanto la vita sia oramai subordinata ad interessi differenti, un valore non più inalienabile e imprescindibile, quanto piuttosto una merce di scambio da utilizzare in una guerra destinata a concludersi senza vincitori né vinti. Le vittime del terribile attentato al periodico Charlie Hebdo pagano un dazio infinitamente salato, capri espiatori di una situazione di esacerbata intolleranza che li ha visti diventare un subdolo e abietto pretesto nelle mani di un fanatismo sempre più becero e ingiustificabile.

In situazioni come questa, la banalizzazione e la generalizzazione sono i nemici più ostici da fronteggiare, e l’ignoranza induce sempre più di frequente a ritenere che il colpevole di un gesto tanto efferato quanto vigliacco non sia il singolo in quanto tale, ma piuttosto ciò che esso rappresenta.

La Storia è però una maestra troppo autorevole e competente quando si tratta di fornire un insegnamento, e con il consueto rigore didattico ci ricorda come la religione, anche quella cristiana, abbia mietuto vittime con clamorosa regolarità nel corso dei secoli. Gli esempi sono troppi e sarebbe impossibile riportarli tutti in questa sede, ma pescando in un passato neanche troppo lontano, credo che alle popolazioni centroamericane massacrate dai conquistadores, i cattolici Cortes e Pizarro non dovessero apparire molto diversi da come appaiono oggi coloro che si rendono colpevoli di ingiustificabili barbarie in nome di un profeta che non può neppure essere raffigurato. Gli spagnoli tuttavia, e non è un mistero, non avrebbero neppure levato un’ancora se nel nuovo mondo non vi fosse stata l’opportunità di allungare le mani su enormi quantitativi d’oro, né i crociati dal canto loro avrebbero preso la strada di Gerusalemme se a Roma non avessero intravisto in questi pellegrinaggi armati la possibilità di un lauto guadagno. La religione, oggi come allora, a conti fatti, risulta il pretesto più valido e facilmente vendibile, in grado di rendere accettabile anche ciò che razionalmente non potrebbe mai esserlo. Il ricordo dell’attentato alle torri gemelle o le sconvolgenti immagini delle decapitazioni dell’ISIS sono ancora davanti agli occhi di tutti, e per quanto mi sforzi di trovare un senso a tutto ciò che da sempre accade, concludo sempre la mia ricerca a mani vuote. Tutti agiscono in nome di un dio, qualunque sia, caritatevole e misericordioso, ma per soddisfare le sue richieste, travisando e maneggiando ad arte il suo messaggio, ricorrono al contraddittorio strumento della violenza. Il superamento di Dio auspicato da Nietzsche, in questo senso, prescindendo dalla posizione religiosa di ciascuno, responsabilizzerebbe l’individuo, ponendolo di fronte a se stesso senza condizioni, privandolo di uno strumento che, snaturandosi, troppo spesso si tramuta in pretesto. Non è oggetto dell’intervento l’opportunità di credere o meno, ma partendo dal presupposto di scegliere la strada della Fede, qualunque essa sia, non si potrà fare a meno di constatare come nessun dio possa pretendere il sacrificio del sangue, di cui è invece perennemente assetato soltanto l’uomo, capace di perpetrare orribili violenze in nome di un credo, senza voler ammettere che il reale problema risieda in realtà nell’innata inclinazione dell’individuo a non accettare l’altro poiché ritenuto diverso, e di conseguenza inferiore. L’impressionante manifestazione di solidarietà tenutasi a Parigi dovrebbe configurarsi non come una manifestazione anti islamica, quanto piuttosto come una presa di posizione contro una situazione insostenibile in cui sono sempre gli innocenti a fare le spese di un disegno perverso in cui potere e interessi scavalcano con inconcepibile noncuranza il valore di quella vita che ogni uomo dovrebbe amare più di qualunque altra cosa, sia che creda sia che non creda. Come accennato, non mi preme in questa sede entrare in merito alla questione della Fede, poiché credo di non aver titolo se non per sostenere la mia intima posizione al riguardo; quello della Fede è un argomento delicato, la cui verità, come sosteneva Kierkegaard, è un discorso del singolo, suo e soltanto suo. Da qualunque angolazione la si osservi però, la violenza come strumento religioso risulta una contraddizione nei termini, e un mondo che si professa civile e moralmente evoluto, non può fare a meno in nessun caso di poggiare sulle solide fondamenta della tolleranza, in cui il rispetto della vita altrui è e sarà sempre il viatico migliore per raggiungere il rispetto di se stessi. In un Paese laico e democratico, la scelta religiosa rappresenta uno straordinario esempio di libertà che tutti dovrebbero proteggere gelosamente, ma la società ha sprecato troppo spesso l’occasione per riscattarsi e temo se la lascerà sfuggire anche questa volta, calpestando il prossimo e il diritto di espressione, preferendo mantenere in vita una tensione sempre più pericolosa e retrograda. Nel riscontrare il potenziale ottenebrante della religione, Marx colse nel segno definendola “oppio dei popoli”, e mai come oggi tale espressione risulta di sconvolgente attualità. Non mi illudo che la situazione possa cambiare, poiché non riconosco al genere umano la preziosa dote della tolleranza, ma sono certo di non sbagliare sostenendo che nessun dio, qualora dovesse esistere, possa accettare che un suo figlio muoia a causa di un disegno, a causa di una matita. Per quanto io mi possa sforzare, non intravedo nulla di religioso in ciò che sta accadendo, né riuscirò mai a convincermi del fatto che un dio possa pretendere ciò che la Storia ha voluto e vuole farci credere che pretenda.

L’Illuminismo ci ha lasciato in eredità molte teorizzazioni, ma il suo merito più grande è stato quello di rifiutare l’accettazione passiva di convinzioni secolari, e nessun filosofo del tempo potrebbe sentirsi offeso per il fatto che, per l’occasione, io scelga di rispolverare Voltaire, che sarebbe sicuramente sceso in piazza per manifestare la propria solidarietà alle vittime della tragedia parigina e che, senza remore né timori di sorta, avrebbe certamente ripetuto, gridandola a squarciagola, una delle più note affermazioni a lui attribuite: “Non sono d’accordo con te, ma darei la vita per consentirti di esprimere le tue idee”.”

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Laicismo tra illuminismo e oscurantismo

L’articolo che posto prende lo spunto dal gesto del papa, ma è un pezzo sulla laicità (sullo stesso argomento ne avevo scritto anche qui). In particolare contiene le critiche da parte del filosofo Corrado Ocone al libro “Lo strano illuminismo di Joseph Ratzinger” di Vincenzo Ferrone. E preso da L’Huffington Post.

4973629493_25131208f3_b.jpg“Nei discorsi pubblici che comunemente si fanno si tende a distinguere nettamente, e anzi a contrapporre, il pensiero laico di matrice illuministica a quello cristiano e soprattutto cattolico. E non c’è dubbio che, da un punto di vista empirico di breve raggio (cioè attinente i concreti comportamenti degli uomini di Stato e di quelli di Chiesa), possano esserci fondati motivi per giustificare la contrapposizione. Così come possono essercene altrettanto e fondati, in verità, per contestarla. Arrivare però già solo a concepire un libro come l’ultimo di Vincenzo Ferrone, pubblicato da Laterza con imprevedibile coincidenza proprio in questi giorni di fine pontificato, mi sembra sintomatico, mi si permetta di dire, non solo dell’incapacità di pensiero speculativo e dialettico che è propria dell’autore, ma anche, più in particolare, della fortuna che gode un modo rozzo, prevenuto, a sua volta dogmatico, di affrontare il problema della laicità. Mi riferisco al volume Lo strano illuminismo di Joseph Ratzinger. Chiesa, modernità e diritti dell’uomo, che si ripromette addirittura di “denunciare l’uso disinvolto della storia da parte delle gerarchie vaticane quando si tratta di fare i conti con la modernità, i diritti dell’uomo e il cosiddetto post-moderno”. In esso, l’autore fa le pulci a discorsi, interventi, libri di Benedetto XVI, criticandolo aspramente, da vecchio anticlericale ottocentesco. Senza riuscire a cogliere minimamente, a mio avviso, né lo spessore intellettuale e umano del pontefice dimissionario, né la complessità e difficoltà di temi che esigerebbero una preparazione specifica e una finezza intellettuale che solo in pochi hanno. Non nego tuttavia che il libro di Ferrone possa fungere da stimolo, da una parte, ad una riflessione sul senso “filosofico” complessivo del pontificato che volge al termine; dall’altra, alla ricerca di un’impostazione teoricamente più avvertita del tema del rapporto fra cristianesimo e illuminismo, o meglio fra cristianesimo e modernità. E’ una dimensione interpretativa quella che io suggerisco del tutto antitetica non solo a quella di Ferrone, ma anche di Vito Mancuso, che pure ha diverso spessore intellettuale, sempre secondo me. Mi riferisco, in particolare, ad una frase contenuta in un articolo uscito su Repubblica lo scorso 7 dicembre, a commento di alcune frasi pronunciate il giorno prima dal cardinale Scola. In esso, dopo aver affermato che è solo grazie all’avvento della laicità illuminista, e in particolare della sua idea di diritti umani naturali, che il cristianesimo è stato costretto ad aprirsi un po’ al pluralismo religioso, Mancuso scrive: “la libertà religiosa è stata il dono della laicità al cristianesimo”. Ed è questa l’idea che fa da sfondo anche al libro di Ferrone. Ma, mi chiedo, come è possibile dimenticare che quella laicità e quell’idea di diritti umani nasce proprio da uno sviluppo interno del cristianesimo: che non sarebbe concepibile senza le sue categorie logiche, senza le sue idee guida, senza la sua etica basata sull’interiorità di coscienza e sul libero esame? L’idea stessa di una universale natura umana non si richiama forse all’idea degli uomini come figli di un unico Dio, tutti eguali fra loro? E il concetto di individuo è tanto lontano da quello cristiano di persona? In un certo senso si potrebbe dire che l’illuminismo (ma anche qui bisognerebbe porsi la domanda: “quale illuminismo?”) non fa che rendere più pura, più spirituale, quella visione del mondo cristiana che nella storia ha sempre oscillato fra i poli di una dialettica, cioè fra la tendenza ad autoaffermarsi nella sua essenza più pura e quella opposta a istituzionalizzarsi attraverso la creazione di una Chiesa con i suoi dogmi e la sua gerarchia.

Più in generale, il cristianesimo ha poi immesso, in una visione essenzialistica delle cose qual era quella greca, il tarlo della storia o l’elemento della storicità. E’ questo il senso ultimo, filosofico, di un dogma come l’incarnazione, l’idea rivoluzionaria del Dio che si fa uomo. La cifra dell’Occidente è la lotta che si svolge da sempre in esso fra forme e storia, fra natura e spirito. Ed è un dissidio che attraversa in egual misura sia il cristianesimo sia l’illuminismo, che sono entrambi all’interno appunto di una storia comune. Quando molti uomini di cultura, e fra loro annovererei senza dubbio Ratzinger, fanno riferimento ad una laicità diversa da quella propria del modello francese, credo che si riferiscano all’intolleranza che può presentare una concezione, mi si scusi il bisticcio di parole, laicistica di laicità: un modello che, iscritto all’interno di una retorica e di un modello istituzionale repubblicani, voglia dettare a tutti le regole di una pretesa “neutralità”. Come ha scritto Norberto Bobbio, con la sua indubitabile capacità di essere chiaro e di andare dritto al cuore delle questioni, anche la laicità può diventare un dogma e farsi laicismo, specificando che “per laicismo s’intende un atteggiamento di intransigente difesa dei pretesi valori laici contrapposti a quelli religiosi e di intolleranza verso le fedi e le istituzioni religiose”. Ed ha aggiunto significativamente: “il laicismo, che ha bisogno di armarsi e di organizzarsi, rischia di diventare una Chiesa contrapposta ad altre Chiese”. Come si vede, ci sono molti motivi che imporrebbero a tutti, oggi che Ratzinger si è dimesso, di non portare troppa acqua al mulino della sterile contrapposizione fra laici illuministi e cristiani oscurantisti.”