Pena di morte: buone notizie

E’ stato pubblicato da Amnesty International il nuovo rapporto sullo stato della pena di morte nel mondo. E’ in netto calo il numero delle esecuzioni (1032, erano oltre 5000 dieci anni fa), che si concentrano soprattutto in 5 stati: Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan.

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Fonte Amnesty 

Negli Stati Uniti si è registrato il numero più basso di esecuzioni dal 1991: 20 in tutto. Si sono concentrate in Alabama (2), Florida (1), Georgia (9), Missouri (1) e Texas (7). L’attenzione si sta focalizzando ora sull’Arkansas, stato che da più di 10 anni non effettua esecuzioni, ma nel quale sono previste in aprile 7 esecuzioni in 10 giorni.

Va però detto che pochi sono i dati sulla Cina, nella quale l’argomento resta coperto dal segreto di stato.

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Fonte Amnesty

Afferma Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International nel comunicato ufficiale che commenta i numeri del rapporto. “La Cina è una completa anomalia nel panorama mondiale della pena di morte, non in linea con gli standard internazionali e in contrasto con le ripetute richieste delle Nazioni Unite di conoscere il numero delle persone messe a morte”.

Il diario di Salih

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Mirza Saleh Shirazi

Nile Green è professore di storia presso la University of California, Los Angeles. Il suo ultimo libro è ‘The Love of Strangers: What Six Muslim Students Learned in Jane Austen’s London’ (2016). E’ autore di questo testo, tradotto in italiano da Francesco d’Isa, uscito su Aeon in collaborazione con la Princeton University Press, sotto licenza Creative Commons. L’ho recuperato su L’Indiscreto.
Duecento anni fa, giunge a Londra il primo gruppo di studenti musulmani della storia d’Europa. Inviati dal principe ereditario dell’Iran, gli studenti hanno la missione di esaminare le nuove scienze emerse dalla rivoluzione industriale.
Quando negli ultimi mesi del 1815 i sei giovani musulmani si stabiliscono nei loro alloggi londinesi, sono pieni di entusiasmo per il nuovo tipo di società che vedono intorno a loro. Folle di uomini e donne riuniti ogni sera presso le ‘case-spettacolo’, come chiamano i teatri della città. Londra è animata dalla definitiva sconfitta di Napoleone a Waterloo di qualche mese prima, e le nuove scienze – o ulum-i-ladid – che devono scoprire gli studenti sembrano ovunque, persino nei nuovi battelli a vapore che trasportano i passeggeri lungo il Tamigi.
Quando le settimane si trasformano in mesi, i sei stranieri cominciano a rendersi conto della portata del loro compito. Non hanno qualifiche riconoscibili, né alcun contatto tra i piccoli gruppetti accademici di allora: non conoscono nemmeno l’Inglese. Al tempo, infatti, non esiste ancora un dizionario Persiano-Inglese che li possa aiutare.
Nella speranza di imparare l’inglese e il latino, che prendono erroneamente per la lingua principale della scienza europea, gli aspiranti studenti arruolano un sacerdote di nome John Bisset. Laureato a Oxford, Bisset gli parla dei due più antichi luoghi di studio inglesi. Quando successivamente due degli studenti vengono assunti dall’eclettico matematico Olinthus Gregory, sviluppano ulteriori collegamenti con le università, dal momento che Gregory ha trascorso diversi anni come libraio di successo a Cambridge. Covano un piano per presentare almeno uno degli studenti, Mirza Salih, a un professore che potrebbe essere interessato a introdurre informalmente uno studioso straniero presso uno dei college di Cambridge.
Questo accade molto tempo prima che i cattolici siano autorizzati a studiare presso le università della Gran Bretagna, quindi l’arrivo a Cambridge di un iraniano islamico (che avrebbe poi fondato il primo giornale in Iran) causa scandalo e costernazione.
Il docente scelto per ospitare Salih è un certo Samuel Lee del Queens College. Lee sembra un candidato strano per sostenere il giovane taliban, come vengono chiamati gli studenti in Persia. Devoto evangelico, Lee è dedito alla causa di convertire i musulmani di tutto il mondo al cristianesimo. Insieme ad altri colleghi del Queens, compresa l’influente famiglia di Venn, ha anche degli stretti legami con la Church Missionary Society. Fondata nel 1799, la Società diviene velocemente il centro del movimento missionario di Cambridge.
Eppure è proprio questo che rende il giovane musulmano così attraente per Lee. Il punto non è tanto che la conversione di Salih possa portare un’anima più al cristianesimo. Piuttosto, in veste di persiano istruito, Salih può aiutare il professore nel grande compito di tradurre la Bibbia in persiano, un linguaggio che allora era utilizzato anche in tutta l’India, oltre che in quello che oggi è l’Iran. Lee coglie al volo l’occasione ed è così che Salih viene invitato a Cambridge.
Come rivela il suo diario persiano, a Salih il professore piace moltissimo. Anche se i posteri avrebbero ricordato Lee come un illustre orientalista di Oxbridge che sale al rango di Regius Professor di ebraico, la sua educazione è molto umile. Lee era cresciuto in un piccolo villaggio dello Shropshire, in una famiglia di falegnami, e nella sua adolescenza è stato apprendista falegname egli stesso. In un mio viaggio di ricerca in California, ho visitato Longnor, il villaggio natale di Lee. È ancora oggi un luogo remoto, raggiungibile con strade a una sola corsia nascoste nelle siepi. Presso la chiesa locale, ho trovato con gioia le iniziali del suo bisnonno falegname, Richard Lee, incise nella banchi che aveva fatto per i compaesani.
Duecento anni fa era quasi impossibile per un ragazzo di campagna come Sam Lee diventare un professore di Cambridge, ma egli ha un genio per le lingue che gli vale il patrocinio di un signore locale. Essendo anch’egli un giovane studioso pieno di ambizioni, Salih apprezza il percorso di Lee, e nel suo diario persiano parla della sua vita con ammirazione.
Attraverso il patrocinio di Lee, Salih è in grado di abitare al Queens College e cenare in sala con professori come William Mandell e Joseph Jee. A quel tempo, il presidente del Queens è il filosofo naturale Isaac Milner, celebre come chimico quanto come conversatore. Salih apprezza certamente le cene ai piani alti, ma il suo tempo a Cambridge non è tutto un banchettare. Fa molti viaggi di studio presso le librerie che lo interessano, in particolare la Biblioteca Wren presso il Trinity College, che ospita la statua di Sir Isaac Newton. Nel suo diario, Salih lo chiama ‘un filosofo che era sia gli occhi che la luce d’Inghilterra’.
In cambio dell’accesso al mondo dell’università, Salih aiuta Lee nel suo lavoro sulla Bibbia persiana. Scrive anche una lettera di raccomandazione quando Lee viene candidato al ruolo di Regius Professor. La lettera è ancora conservata negli archivi universitari.
Tra il diario di Salih, le lettere di Lee e i documenti universitari, emerge un ricco quadro dell’improbabile rapporto formato tra questo straniero musulmano e quello che allora era il più cristiano dei collegi di Cambridge.
L’università è solo uno dei tanti luoghi che Salih e i suoi compagni musulmani visitano durante i loro quattro anni in Inghilterra, alla ricerca dei frutti scientifici del secolo dei Lumi. L’incontro tra ‘Islam e l’Occidente’ è spesso raccontato in termini di ostilità e di conflitto, ma il diario di Salih presenta atteggiamenti molto diversi – di cooperazione, compassione e umanità – e, grazie alla testimonianza di un inaspettato rapporto con l’evangelico Lee, di amicizie improbabili. Scritto in Inghilterra contemporaneamente ai romanzi di Jane Austen, il diario di Salih è un testamento dimenticato, e un salutare ricordo dell’incontro tra europei e musulmani agli albori dell’era moderna.”

Uno sguardo sullo Yemen

yemen_sanaa-388x250Pubblico un articolo di Giorgio Cuscito sullo Yemen. Nonostante sia fresco (comparso ieri qui), l’attualità è molto stringente: rispetto a quanto scritto nel pezzo, il presidente Hadi è fuggito e l’Arabia Saudita sta intervenendo (Ansa).
Lo Yemen è sull’orlo di una guerra civile. I ribelli huthi, che nei mesi scorsi hanno preso il controllo della capitale Sana’a e obbligato il presidente Rabbu Mansour Hadi a dimettersi, continuano la loro avanzata verso Sud. Il 25 marzo, questi hanno occupato l’aeroporto di Aden, città portuale dove Hadi si era rifugiato. Il presidente si troverebbe in un “luogo sicuro”, ma non avrebbe lasciato il paese. Gli huthi hanno anche attaccato la grande base aerea di al Anad a 60 chilometri da Aden. Nei giorni precedenti hanno conquistato Taiz, la terza città più grande del paese, inoltre sono entrati ad al Mukha, 80 chilometri a Nord dallo stretto di Bab al Mandeb, che collega il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Bab el Mandeb è uno snodo fondamentale lungo le rotte del petrolio proveniente dalla penisola arabica.
Inoltre, pochi giorni fa, una milizia jihadista affiliata allo Stato Islamico (Is), che afferma di chiamarsi semplicemente “Provincia di San’a” ha rivendicato gli attentati sferrati in due moschee sciite della capitale, che hanno provocato la morte di circa 150 persone. La presenza del franchising del “califfo” al Baghdadi può complicare ulteriormente lo scenario yemenita. Gli huthi, conosciuti anche come Ansar Allah (Partigiani di Dio) sono sciiti e appartengono alla comunità yemenita degli zaydi, che rappresenta almeno il 30% della popolazione. Gli zaydi hanno controllato il Nord dello Yemen per circa mille anni fino a quando nel 1962, in seguito a un colpo di Stato, hanno perso il loro potere. Il gruppo degli huthi è nato nel 1992, con il nome di “Gioventù credente”. Quello attuale viene da Hussein Badr al-Din al Huthi, che nel 2004 ha guidato la loro prima insurrezione nella provincia di Saada, loro roccaforte.
Lo Yemen si trova nella penisola arabica, a Nord confina con l’Arabia Saudita (tra i principali esportatori al mondo) e a Est con l’Oman. A Sud si affaccia sul golfo di Aden (Oceano Indiano), al di là del quale, a poche decine di chilometri di distanza, vi è l’Africa Orientale. In pratica il paese è una sorta di cerniera tra il Continente Nero e il Medio Oriente e un punto di transito dei flussi del jihad. La sua stabilità è importante sia per garantire il trasporto delle forniture di petrolio provenienti dal golfo di Aden, sia per ostacolare il terrorismo. La moderna repubblica dello Yemen è stata fondata nel 1990 con la fusione tra lo Yemen del Nord e quello del Sud. Da allora il paese, tra i più poveri al mondo, è stato segnato da numerosi conflitti interni. Nel 1994, forze secessioniste nel Sud hanno tentato (fallendo) la via dell’indipendenza e negli anni Duemila gli huthi si sono confrontati in più occasioni con l’esercito yemenita. Le proteste iniziate nel 2011 e ispirate dalle cosiddette “primavere arabe” in Egitto e Tunisia hanno costretto il presidente Ali Abdullah Saleh a dimettersi l’anno successivo. Questi aveva ricoperto tale carica per circa trent’anni, prima alla guida dello Yemen del Nord (1978-1990) poi di quello unificato (1990-2012).
La crisi cominciata nel 2011 ha consentito ad al Qaida nella penisola arabica (Al qaida in the arabian peninsula, Aqap) di consolidare qui il suo ruolo, creando delle roccaforti nel Sud del paese. Nel 2012 Hadi è diventato presidente ma ciò non è bastato a contrastare efficacemente il terrorismo e l’ascesa degli huthi. Come accennato prima, a gennaio 2015 i ribelli sciiti hanno obbligato il governo a dimettersi. Nel 2014, il presidente Hadi aveva proposto una riforma che avrebbe trasformato lo Yemen in una federazione di sei regioni. Una soluzione che gli huthi consideravano dannosa. La creazione della macroregione di Azal, densamente popolata, scarsa di risorse energetiche, priva di sbocchi sul mare, avrebbe incluso la maggioranza degli storici territori settentrionali dello sciismo zaidita. Hadi, che ha dichiarato le sue dimissioni non valide, è poi fuggito nella città portuale di Aden, nel Sud, insieme a truppe e forze di polizia a lui fedeli.
Per la sua posizione geostrategica, il futuro dello Yemen interessa agli Stati Uniti e ai principali attori regionali, Arabia Saudita e Iran.
L’impegno di Washington dipende sia dalla vicinanza del paese all’Arabia Saudita, presunto alleato e uno dei suoi principali fornitori di petrolio, sia da ragioni di sicurezza. Aqap, infatti, sarebbe ispiratrice di molti attentati contro l’Occidente. Tra cui quello al cacciatorpediniere Uss Cole, ormeggiato al porto di Aden, nel 2000, quello – fallito – il 25 dicembre 2009 sul volo Amsterdam-Detroit e quello sferrato a Parigi presso la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo. Ragion per cui, dal 2002 Washington si serve dei droni per condurre uccisioni mirate. Lo scorso mese, gli Stati Uniti hanno chiuso la loro ambasciata a Sana’a ed evacuato il personale restante a causa del deterioramento della situazione. Washington ha fornito allo Yemen armi per oltre 500 milioni di dollari e ora teme che queste possano finire nelle mani dei ribelli oppure di al Qaida.
L’Arabia Saudita sostiene Hadi e accusa l’Iran, suo principale avversario regionale, di appoggiare militarmente ed economicamente gli huthi (con cui Teheran condivide la matrice sciita) per danneggiare indirettamente Riyad. Il presidente yemenita a sua volta accusa il suo predecessore Saleh e le truppe che sono ancora a lui fedeli di sostenere i ribelli huthi, con l’obiettivo di tornare alla guida del paese.
Lo Stato Islamico è la new entry nel quadro yemenita, anche se non è chiaro quanto sia forte il legame tra i miliziani affiliati nel paese e il nucleo dell’organizzazione in Iraq e Siria. Spesso, i jihadisti locali cercano di consolidare il proprio ruolo sul territorio e incutere timore nel nemico reclamando l’appartenenza a un gruppo terroristico più grande. Un fatto che tuttavia non ne riduce la pericolosità.
Il vuoto di potere nel paese, la consolidata presenza jihaidsta e gli interessi dei grandi attori regionali (Arabia Saudita, Iran, Qatar) rendono lo scenario yemenita molto simile a quelli siriano, iracheno e libico. Gli huthi, con il supporto delle truppe fedeli a Saleh, sembrano ora avere la meglio. Tuttavia, la loro avanzata verso Sud potrebbe essere ostacolata non solo dai soldati di Hadi, ma anche dall’opposizione delle tribù sunnite e dai miliziani di Aqap ed eventualmente dell’Is. Le organizzazioni terroristiche potrebbero far leva sull’avanzata degli sciiti huthi per intensificare l’opera di reclutamento nella comunità sunnita. Tutto ciò potrebbe far aumentare il rischio di un conflitto tra confessioni. Resta poi da vedere quali saranno le mosse di Iran e Arabia Saudita. Lo Yemen è un paese molto povero, in cui l’acqua scarseggia e gli aiuti umanitari sono da sempre indispensabili. Questo potrebbe essere un fattore chiave. Non è da escludere che qualora gli huthi consolidassero il loro potere nel paese, dialoghino anche con Riyad per avere assistenza finanziaria. Del resto, l’Arabia Saudita confina direttamente con lo Yemen e potenzialmente ha più soldi da offrire rispetto all’Iran, che dista circa 2 mila chilometri e in questo momento è sotto il giogo delle sanzioni economiche occidentali per la questione del nucleare ( i negoziati con gli Usa non si sono ancora conclusi). Nel frattempo, Riyad ha schierato delle truppe al confine con lo Yemen. Il consiglio di sicurezza dell’Onu ha espresso il proprio sostegno al presidente Hadi e affermato “il suo forte impegno a favore dell’unità, della sovranità, indipendenza e dell’integrità territoriale” del paese. Poi ha sottolineato la necessità di una soluzione politica per riportare qui la pace, in collaborazione con il Consiglio per la cooperazione nel Golfo. Il problema è che al momento né la il governo di Hadi (che ha chiesto un intervento militare dei paesi arabi e dell’Onu) né gli huthi sembrano intenzionati a dialogare. L’impasse potrebbe far scoppiare la guerra civile, creando i presupposti per un altro Stato fallito e facendo gli interessi delle organizzazioni terroristiche presenti sul territorio.”

Gli armeni di Isfahan

Interior of Vank Cathedral in Isfahan Iran

Un bell’articolo di Simone Zoppellaro sugli armeni di Isfahan. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso.
Arrivo a Nuova Giulfa in un pomeriggio di fine luglio, con un caldo torrido e una luce forte fin quasi a far scomparire le poche vie che compongono il quartiere armeno di Isfahan. Sono gli ultimi giorni di Ramadan, e pur essendo un luogo a forte presenza cristiana, tutti i caffè sono chiusi. Ce n’è un buon numero nel quartiere: si tratta perlopiù di locali molti curati nell’arredo, grandi poco più di una stanza, e avvolti in una penombra creata apposta per proteggere l’intimità dei giovani cristiani e musulmani che – nel contesto di una città chiusa e a volte ostica come Isfahan – trovano qui un po’ di sollievo. In uno di questi caffè, alcune ore prima del tramonto, avrò occasione di ordinare qualcosa da bere, cosa non così scontata in Iran nel mese del digiuno musulmano.
Di armeni, oggi, neppure l’ombra; si sente parlare solo persiano nelle strade, fra i pochi passanti. Ne incontro giusto uno: l’anziano commesso di un supermercato dove entro a comprare un po’ d’acqua.
A un primo sguardo, Nuova Giulfa mostra subito un carattere distinto rispetto al resto del tessuto urbano di Isfahan: un elegante quartiere residenziale, che è anche meta dello shopping per la borghesia cittadina. Fra i molti negozi presenti, e alcuni piccoli centri commerciali, adocchio un punto vendita di Benetton. Le vie appaiono molto curate, con ampi marciapiedi pavimentati che rendono gradevole il passeggio. L’impressione, simile a quella avuta in altri quartieri cristiani del Medio Oriente, è quella di un diffuso benessere economico: così a Beirut, ma anche a Damasco e a Aleppo prima della guerra.
A rendere ancor più caratteristico il quartiere, dandogli un’impronta alquanto europea, è la presenza di alcune piazze dove giovani e anziani trascorrono il loro tempo a discorrere. Su tutte, circondata da un bel portico di colonne, è piazza Giulfa, dove si trova il supermercato armeno Ararat, in cui è possibile acquistare del prosciutto di maiale dalla curiosa dicitura “riservato alle minoranze religiose”.
Camminando, le insegne di altri esercizi commerciali rivelano la loro proprietà armena. Mi imbatto così in un caffè Ani, dal nome dell’antica capitale dell’Armenia occidentale, in una pasticceria chiamata Akhtamar, come l’isola sul lago Van dove ha sede una importante cattedrale, e ancora in una palestra detta Masis, dal nome della cima maggiore del sacro monte Ararat. Nomi importanti, che parlano del legame profondo di questa gente con la loro terra d’origine.
Infine, quello che è senza dubbio il tesoro più importante di questo quartiere: le sue tredici chiese seicentesche. La più famosa, la Cattedrale del San Salvatore, di cui a maggio è stata annunciata la prossima iscrizione nella lista del patrimonio dell’umanità UNESCO, è una mirabile sintesi fra l’architettura islamica, l’armena e l’europea. Non meno elegante e bella – ed ugualmente rivestita di sontuosi affreschi – è la vicina Chiesa di Santa Betlemme, l’unica altra a essere aperta ai visitatori. Chi abbia visto anche distrattamente le chiese dell’Armenia caucasica, non può che essere colto da sorpresa: tanto sono spoglie e essenziali le prime, quanto quelle di Isfahan sono sofisticate e ricche, fatte apposta per rapire lo sguardo e il cuore di chi entra – in ciò del tutto simili alle coeve moschee della città.
All’origine di questo processo di acculturazione è una storia lunga più di quattro secoli. Giunti a Isfahan nel 1604 per volontà di scià ‘Abbas I, uno dei più grandi sovrani nella storia dell’Iran, gli armeni ebbero un ruolo fondamentale nel periodo di massimo splendore dell’impero safavide. Abili commercianti, furono deportati dalla piana dell’Ararat e dalla cittadina di Giulfa (nell’odierno Azerbaijan) fino alla capitale dell’impero, Isfahan, con il doppio intento di fare terra bruciata in una terra di confine contesa dal temibile vicino ottomano e di dare nuovo impulso allo sviluppo economico della capitale.
Stanziati fuori città, oltre le rive del fiume Zayanderud (limite urbano d’allora, in seguito travolto dall’espansione cittadina), gli armeni godettero di una grande libertà religiosa e presto, superata la tragedia dell’esilio, anche di un notevole benessere. Chiamarono il nuovo insediamento Nuova Giulfa, in memoria della patria perduta, e furono capaci in pochi anni – complice il sostegno della corona safavide – di creare una rete di commerci le cui propaggini si estendevano dalla Malesia e le Indie fino alla Russia e l’Europa.
Il giorno seguente, discorro a lungo della storia di questo quartiere con Artin Mouradian, direttore del Consiglio diocesano degli armeni di Isfahan. Mentre attendo d’essere ricevuto, seduto nella sala d’aspetto degli uffici dietro la Cattedrale, osservo un notevole viavai nel corridoio. E non posso fare a meno di pensare: ecco dov’erano gli armeni! L’impressione è in effetti che molti di loro conducano un’esistenza separata dal resto della città, chiusa nei propri spazi. Resto sorpreso dalle cifre che mi fornisce Mouradian: ci sono circa 10.000 armeni a Isfahan, e oltre 500 studenti nelle scuole armene di Nuova Giulfa. Numeri tanto più ragguardevoli se si tiene presente che sono 117.704 i cristiani in Iran (non solo armeni) rilevati dal censimento del 2011.
Con l’orgoglio di chi sa di appartenere a una storia importante, Mouradian mi racconta delle molteplici attività della sua comunità, che spaziano dalla musica (due cori) allo sport (come in altre città iraniane, anche qui è presente un centro ricreativo armeno) fino all’editoria (proprio a Nuova Giulfa nel seicento gli armeni diedero vita alla prima tipografia del paese). Con il centenario alle porte, non poteva mancare una menzione del genocidio armeno; e così Mouradian mi parla del loro impegno affinché si giunga anche in Iran a un riconoscimento ufficiale di questa tragedia.
Da un punto di vista religioso, quella di Isfahan è – insieme a quelle di Teheran e di Tabriz e Urmia – una delle tre diocesi della Chiesa apostolica armena presenti in Iran. Ogni domenica, si tiene messa a rotazione in due delle tredici chiese, di modo da tenerle in funzione tutte. A Nuova Giulfa si trovano anche minoranze cattoliche e protestanti piuttosto esigue.
Nel contesto di un Medio Oriente in fiamme, dove alcune fra le più antiche comunità cristiane rischiano di scomparire per sempre insieme al loro patrimonio spirituale e materiale, quella di Nuova Giulfa è una realtà che merita di essere preservata e conosciuta.
Per ciò che concerne l’Iran, quelle di Isfahan e Teheran sono le uniche comunità armene ad essersi mantenute numericamente importanti. Altre, a causa della migrazione interna (verso la capitale Teheran) e esterna (gli Stati Uniti, in primis) sembrano votate a una rapida sparizione.”

La pena di morte nel 2013

E’ uscito oggi il rapporto sullo stato della pena di morte nel mondo nel 2013. Questo è il link al sito di Amnesty che così scrive:
Secondo il rapporto annuale di Amnesty International sulla pena di morte, Iran e Iraq hanno determinato un profondo aumento delle condanne a morte eseguite nel 2013, andando in direzione opposta alla tendenza mondiale verso l’abolizione della pena di morte. Allarmanti livelli di esecuzioni in un gruppo isolato di paesi – soprattutto i due mediorientali – hanno determinato un aumento di quasi 100 esecuzioni rispetto al 2012, corrispondente al 15 per cento. Il numero delle esecuzioni in Iran (almeno 369) e Iraq (169) pone questi due paesi al secondo e al terzo posto della classifica, dominata dalla Cina dove – sebbene le autorità mantengano il segreto sui dati – Amnesty International ritiene che ogni anno siano messe a morte migliaia di persone. L’Arabia Saudita è al quarto posto con almeno 79 esecuzioni, gli Stati Uniti d’America al quinto con 39 esecuzioni e la Somalia al sesto con almeno 34 esecuzioni.
Escludendo la Cina, nel 2013 Amnesty International ha registrato almeno 778 esecuzioni rispetto alle 682 del 2012. Nel 2013 le esecuzioni hanno avuto luogo in 22 paesi, uno in più rispetto al 2012. Indonesia, Kuwait, Nigeria e Vietnam hanno ripristinato l’uso della pena di morte. Nonostante i passi indietro del 2013, negli ultimi 20 anni vi è stata una decisa diminuzione del numero dei paesi che hanno usato la pena di morte e miglioramenti a livello regionale vi sono stati anche l’anno scorso.
Molti paesi che avevano eseguito condanne a morte nel 2012 non hanno continuato nel 2013, come nel caso di Bielorussia, Emirati Arabi Uniti, Gambia e Pakistan. Per la prima volta dal 2009, la regione Europa – Asia centrale non ha fatto registrare esecuzioni.
Segnalo anche questa infografica.
Questo è infine il rapporto nella sua interezza: Rapporto_pena_di_morte_2014

Pena di morte in calo

Qualche dato aggiornato sulla pena di morte: situazione dell’anno 2012 e primi sei mesi del 2013. La fonte è Nessuno tocchi Caino a cui rimando per ulteriori approfondimenti che qui ho tralasciato.

mondolegenda
“I Paesi o i territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica sono oggi 158. Di questi, i Paesi totalmente abolizionisti sono 100; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 7; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 5; i Paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni o che si sono impegnati internazionalmente ad abolire la pena di morte, sono 46. I Paesi mantenitori della pena di morte sono scesi a 40 (al 30 giugno 2013) rispetto ai 43 del 2011. I Paesi mantenitori sono progressivamente diminuiti nel corso degli ultimi anni: erano 42 nel 2010, 45 nel 2009, 48 nel 2008, 49 nel 2007, 51 nel 2006 e 54 nel 2005.
Nel 2012, i Paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali sono stati 22, rispetto ai 20 del 2011, ai 22 del 2010, ai 19 del 2009 e ai 26 del 2008.
Nel 2012, le esecuzioni sono state almeno 3.967, a fronte delle almeno 5.004 del 2011, delle almeno 5.946 del 2010, delle almeno 5.741 del 2009 e delle almeno 5.735 del 2008. Il calo delle esecuzioni rispetto agli anni precedenti si giustifica con la significativa riduzione stimata in Cina dove sono passate dalle circa 4.000 del 2011 alle circa 3.000 del 2012.
Ancora una volta, l’Asia si conferma essere il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Se stimiamo che in Cina vi sono state circa 3.000 esecuzioni (circa 1.000 in meno rispetto al 2011), il dato complessivo del 2012 nel continente asiatico corrisponde ad almeno 3.879 (il 97,8%), in calo rispetto al 2011 quando erano state almeno 4.935.
Le Americhe sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per gli Stati Uniti, l’unico Paese del continente che ha compiuto esecuzioni (43) nel 2012.
In Africa, nel 2012, la pena di morte è stata eseguita in 5 Paesi (erano stati 4 nel 2011) e sono state registrate almeno 42 esecuzioni: Sudan (almeno 19), Gambia (9), Somalia (almeno 8), Sudan del Sud (almeno 5), Botswana (almeno 1). Nel 2011 le esecuzioni effettuate in tutto il continente erano state almeno 24.
In Europa, la Bielorussia continua a costituire l’unica eccezione in un continente altrimenti totalmente libero dalla pena di morte. Nel 2012 tre uomini sono stati giustiziati per omicidio.
Dei 40 mantenitori della pena di morte, 33 sono Paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In 17 di questi Paesi, nel 2012, sono state compiute almeno 3.909 esecuzioni, il 98,5% del totale mondiale.
Un Paese solo, la Cina, ne ha effettuate circa 3.000, circa il 76% del totale mondiale; l’Iran ne ha effettuate almeno 580; l’Iraq almeno 129; l’Arabia Saudita almeno 84; lo Yemen almeno 28; la Corea del Nord almeno 20; il Sudan almeno 19; l’Afghanistan 14; il Gambia 9; la Somalia almeno 8; la Palestina (Striscia di Gaza) 6; il Sudan del Sud almeno 5; la Bielorussia almeno 3; la Siria almeno 1; il Bangladesh 1; gli Emirati Arabi Uniti 1 e il Pakistan 1. Molti di questi Paesi non forniscono statistiche ufficiali sulla pratica della pena di morte, per cui il numero delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto.”

Statuine al bando

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Dal 1979, anno della rivoluzione khomeinista, l’Iran ci ha abituati a demonizzare le varie mode e tendenze provenienti dall’Occidente malato: la musica rock, la Barbie, i jeans, i Simpsons, Mc Donald’s… Ecco che ora si affaccia una novità che prendo da Andkronos: “Sono le statuette che rappresentano Buddha l’ultimo bersaglio della censura iraniana, che le ha messe al bando in quanto strumento di “invasione culturale” dall’estero. Il divieto di esporre rappresentazioni scultoree della figura sacra del buddhismo e il conseguente ordine di sequestro per quelle in vendita nei negozi del paese è arrivato dall’autorità per la salvaguardia del patrimonio culturale iraniano, come ha riportato il quotidiano locale ‘Arman’”. Aggiungo il fatto che la maggior parte delle volte le statuine non hanno valenza religiosa ma estetica, facendo da ornamento su mobili e nei giardini.

Mai sarò messo a tacere

Da Missionline

«Ieri mi hanno minacciato dicendo che mia madre deve prepararsi a indossare l’abito nero150570_551269438222383_1857186432_n.jpg e che se non chiuderò la mia grossa bocca faranno in modo che resti spalancata solo per le preghiere. Le mie intenzioni non sono contro la mia nazione, non sono affatto un traditore, io amo il mio popolo: siete voi i veri traditori, voi che vi comportate così con la vostra gente. Giorno e notte ricevo telefonate e lettere, ma non posso stare in silenzio davanti al dolore e alla tragedia che vedo. Non ci sarà mai nella mia vita un momento in cui sarò messo a tacere, anche se questo dovesse portare alla mia morte. Signori, non potreste essere voi a chiudere la bocca e a porre fine alle ingiustizie in modo che noi non dobbiamo denunciarle? Ogni giorno affrontiamo arresti, torture ed esecuzioni di gruppo mai dichiarate ufficialmente, i prigionieri politici subiscono il peggiore trattamento, privati persino della presenza degli avvocati. Non lasciano neppure alle famiglie la possibilità di raccogliere informazioni sui loro cari detenuti. Che razza di legge è questa? Quale nazione senza legge si comporta così? Credete che far sopravvivere il vostro regime qualche giorno in più valga tutti questi omicidi ed esecuzioni? Non abbiamo più paura. Le violenze e le torture non fermeranno il nostro impegno a far uscire le notizie dall’Iran. Il vostro motto è: “Arresteremo, tortureremo, vi faremo tacere e non potrete più dare informazioni”. Ma il nostro è: “Vogliamo uscire dall’oppressione, otterremo la nostra libertà o con la fine della nostra lotta o con la fine della vostra ingiustizia”. Lunga vita all’Iran e agli iraniani e che la mia vita sia sacrificata per il mio Paese».

Così aveva scritto pochi giorni fa sul suo blog Sattar Behesti, 35 anni, uno dei blogger iraniani che diffondono le notizie sul dissenso mai spento a Teheran. Sapeva benissimo di essere nel mirino: le immagini di qualche settimana fa sulle manifestazioni nel bazar rilanciate attraverso i social network sono costate agli attivisti un nuovo giro di vita della cyber polizia degli ayatollah. Fatto anche di minacce personali, che per Sattar si sono tragicamente avverate: arrestato la scorsa settimana, ieri la sua famiglia ha ricevuto una telefonata dal carcere di Kahrizak. «Venite a ritirare il cadavere di vostro figlio». Secondo la ricostruzione dei siti dell’opposizione iraniana Sattar non è sopravvissuto alle torture. Si è avverato, dunque, quanto scriveva nel suo blog. Ma il vero problema è che si sta avverando anche il resto delle minacce rivoltegli dal regime iraniano. Quelle che non dipendono dalla violenza degli sgherri di Teheran, ma dall’indifferenza del resto del mondo. Perché purtroppo è vero: la morte di Sattar sta scivolando via nell’indifferenza. Diffusa ieri pomeriggio la notizia si è guadagnata qualche riga su qualche sito, ma non ce n’è già traccia – ad esempio – sui grandi quotidiani italiani di oggi. Ha scelto anche il giorno sbagliato per morire, Sattar, quello della sbornia da otto o dieci pagine sulle elezioni americane.

Campi del sapere non adatti alla natura femminile

Stamattina, in una quinta stavamo leggendo alcuni articoli di approfondimento sulle proteste nel mondo islamico e abbiamo dato un’occhiata ad alcuni siti per controllare se ci fossero aggiornamenti. Ci siamo imbattuti in questo articolo preso da Linkiesta. A me sono venute in mente le emozioni provate durante la lettura di Persepolis…

donne_iran.jpg“Alcuni studenti hanno già ricominciato, altri inizieranno nelle prossime settimane. Le università di tutto il mondo stanno riaprendo le proprie aule, salutando l’inizio di un nuovo anno accademico. Per moltissime ragazze iraniane, però, l’istruzione universitaria rischia di rimanere un sogno irrealizzato. Sono ben trentasei, infatti, gli atenei che, nella Repubblica Islamica, hanno vietato l’accesso alle donne. Una brutta “novità” che limita ancora di più i diritti riservati agli individui di sesso femminile nel Paese di Mahmoud Ahmadinejad. Settantatasette i corsi di laurea interessati dal divieto, spiega l’agenzia di stampa nazionale Mehr News Agency. Tra le materie accessibili soltanto agli uomini, specifica il sito Rooz Online, ci saranno contabilità, ingegneria e chimica. Tra gli atenei che vieteranno l’accesso alle donne ci sarà anche l’Università di Teheran, la più grande del Paese. Anche qui saranno affette soprattutto materie scientifiche, come la matematica, la selvicoltura e la biologia, e i corsi di laurea dedicati all’insegnamento della gestione del petrolio. Continua l’emarginazione sistematica delle donne da parte del governo retto dal Presidente Mahmoud Ahmadinjad, che soltanto un anno fa aveva imposto la separazione di maschi e femmine all’interno degli atenei. Secondo Abolfazl Hasani, dell’Istituto iraniano di Educazione, “alcuni campi del sapere non sono adatti alla natura femminile”. Una situazione resa ancora più paradossale da un dato, pubblicato dal New York Times, secondo cui le donne rappresenterebbero il 60 per cento degli studenti totali iscritti alle università del Paese medio-orientale. Una situazione, quella della donna in Iran, sempre più difficile: le repressioni degli ultimi anni, infatti, hanno fatto svanire anche le pochissime conquiste ottenute all’inizio del decennio scorso. Chi non indossa “propriamente” il velo, in Iran, rischia fino a 100 frustate in pubblico. E secondo il leader spirituale del Paese, Ali Khameini, le donne non hanno nemmeno diritto a compiere attività politica, né a partecipare ad attività sociali. Troppo fragili per assumersi qualsiasi tipo di responsabilità al di fuori di quelle legate all’educazione dei figli ed all’impegno casalingo. Una vita segnata, senza possibilità di svolta: e la chiusura degli accessi universitari è un ulteriore passo in questa direzione.”

Cristiani d’Iran

Un viaggio, in Iran. Ne è autrice Irene Paci. Lo pubblica Avvenire.

“Riconosciuti dalla legge, tollerati in pubblico ma sottoposti a una discriminazione sostanziale nella vank.jpgburocrazia, negli uffici, nelle scuole, nei tribunali, ogni volta che ci sia da far valere un diritto civile. La vita dei cristiani in Iran non è facile. «Siamo cittadini, ma di serie B, di seconda classe», dicono quei pochi che accettano di parlare, fatto salvo che desiderano non rivelare la loro identità. Eppure i templi cristiani, nel Paese, non sono catacombe. La chiesa cattolica di Teheran, accanto all’ambasciata, fondata dai salesiani nel 1936, è stata rinnovata da poco e ha campane e croci in bella vista; le chiese armene di Isfahan sono incastonate nel quartiere di Jolfa che è cristiano dall’epoca dello scià Abbas I, nel 1604; gli edifici di culto sono monumentali, meta di turisti di tutte le confessioni religiose e possono vantare un museo abbastanza ricco di reperti della tradizione; perfino la chiesa protestante di Rasht, quella che è più nell’occhio del ciclone a causa degli ultimi arresti di fedeli e pastori, all’esterno è riconoscibilissima: due croci rilevate sul portone che spiccano sul fondo bianco del muro.

Ma nella Repubblica islamica d’Iran che vive una sorta di schizofrenia sociale – la vita pubblica, aderente alle regole e alla legge, è solo la testa della medaglia su cui la vita privata, modernissima e con qualche eccesso, ne è la croce – non stupisce che quel che si veda, a un primo sguardo, non corrisponda a ciò che esattamente è. Le comunità, soprattutto nel Nord del Paese, dove ultimamente le conversioni dall’islam al cristianesimo sono state numerose, vivono blindate. Non è permesso l’accesso ai non cristiani alle funzioni: si vive nel timore di mettersi in casa un delatore, una spia, anche fosse il vicino di casa o un parente molto prossimo. I numeri telefonici della chiesa armena di una città del Nord del Paese girano tra pochi adepti: tutti sanno che qualsiasi chiamata è registrata, che chi dice di recarsi lì potrebbe essere seguito. E, infatti, se il numero arriva nelle mani di uno straniero che vuole sapere o conoscere, non è raro che qualcuno lo fermi e gli chieda, non senza ambiguità, perché si trova lì e se volesse seguirlo per andare a prendere un tè. Per penetrare nelle sacrestie iraniane, quello che funziona è il passaparola, stando bene attenti a capire chi ci si trovi di fronte. A Isfahan, la cattedrale di Vank, costruita tra il 1606 e il 1655 con il sostegno dei sovrani della dinastia safavide, dà l’impressione che essere cristiani in Iran sia un fatto accettato e anche valorizzato, vista la magnificenza del sito e il flusso di turismo soprattutto interno. Ma si fa fatica a domandare a chi ha in custodia le chiavi di questa e delle altre due chiese (le chiese di Betlemme e di Maria) di essere ammessi la domenica, quando si celebrano le funzioni religiose, nelle sedi del culto vero e proprio. E alla domanda: «Ci sono discriminazioni nella vita quotidiana?», la risposta, nel migliore dei casi, è un invito in casa privata ma da soli, lontani da orecchie indiscrete.

Dalle esperienze rivelate si comprende che tra la teoria e la prassi giuridica, c’è il mare: come nel caso del risarcimento danni dopo un incidente stradale, nell’accesso all’università a numero chiuso o alle scuole. I cosiddetti dhimmi (cioè i cittadini non islamici) pagano sempre di più: non hanno, di fatto, gli stessi diritti degli sciiti. «Su settanta milioni di iraniani – dice un religioso che vuole rimanere anonimo – i cristiani cattolici sono pari allo 0,35% della popolazione totale. La popolazione cristiana si è anche ridotta a un terzo rispetto a dieci anni fa». Molti hanno chiesto il visto austriaco, per poi avere come destinazione finale gli Stati Uniti. «Ma si vive in un paradosso: nonostante nel Maijlis, l’assemblea consultiva islamica, le minoranze abbiano diritto ad almeno un rappresentante; nonostante per legge tutti gli iraniani siano uguali, senza distinzione di appartenenza per gruppo etnico, colore, lingua e nonostante tutte le minoranze abbiano diritto di protezione se vivono su questo territorio, in conformità con i principi islamici, di fatto non è così». Infatti, la Repubblica islamica permette la libertà di culto ma non di religione. E questi sono gli articoli (13 e 14) ai quali sono stati inchiodati i rappresentanti della comunità protestante di Rasht. A Rasht la religione è un argomento tabù, complice il fatto che negli ultimi anni molti musulmani sono passati al cristianesimo e si sono uniti a un movimento crescente (la Hauskirche, Chiesa domestica), diventato anche più forte della Chiesa cattolica. Su questa scia sono aumentati i controlli della polizia, le intimidazioni, gli arresti: un musulmano che si converte al cristianesimo sa che si macchia del reato di apostasia, punibile con la morte.

Anche per questo motivo i musulmani praticanti non entrano in una chiesa dove si officiano i riti, temendo di potere essere indicati come apostati nel caso di un controllo delle autorità. Del resto, il rapporto di Human Rights Watch del 2011, pubblicato da poco dall’agenzia di informazione cristiana Mohabat news, indica una tendenza in crescita che la conoscenza sul campo conferma. In un anno la pressione del governo sulle minoranze è aumentata: sono state rilevate 274 violazioni che hanno coinvolto 876 persone. I baha’i sono al primo posto in 100 occasioni, i dervisci al secondo con 46 episodi, i cristiani al terzo con 29. Il tutto in un quadro che registra un totale di 498 sentenze di condanna a morte. Il prossimo 8 settembre, con la sentenza definitiva per il pastore Youcef Nadarkani, arrestato nell’ottobre 2009 a Rasht, già condannato a morte in primo grado per apostasia, si saprà se bisognerà conteggiare un’altra vittima. Rea di avere dichiarato una fede diversa da quella all’imam Alì, padre dello sciismo.”