Dal settembre 2025 la coalizione jihadista JNIM assedia Bamako e controlla le vie d’accesso, bloccando carburante e beni alimentari e paralizzando gran parte del Mali. Il gruppo, affiliato ad al-Qa’ida, ha guadagnato terreno approfittando della crisi politica seguita al colpo di Stato del 2020, all’espulsione delle forze internazionali e alla debolezza dell’esercito maliano. Si prospettano tre scenari: una difficile riconquista militare da parte dello Stato, la possibile ma rischiosa presa di Bamako da parte dei jihadisti, oppure un negoziato tra governo e JNIM. Quest’ultima ipotesi appare la più probabile, benché implichi concessioni significative, tra cui un possibile ruolo politico per l’Islam radicale. Ma ecco l’approfondito articolo di Alessio Iocchi dell’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale). A fondo pagina anche la puntata di Stories di ieri, 18 novembre, a cura di Cecilia Sala.
“Da settembre 2025 la coalizione jihadista Jama’at Nusrat al-Islam wa’l Muslimin (JNIM) assedia Bamako, capitale del Mali dopo aver accerchiato altre importanti città: Mopti, Ségou, Nioro, San, Koutiala, Farabougou, Kayes, Timbuktu. I jihadisti pattugliano gli assi di circolazione per l’accesso alle città, bloccando tir e camion, sequestrando autisti, trasportatori e anche passeggeri dei bus di linea. Di conseguenza, come molte altre città maliane prima, Bamako è rimasta senza benzina e senza la quotidiana consegna di beni alimentari e animali dalle campagne. Il greggio, importato dai vicini Senegal, Costa d’Avorio e Guinea, è particolarmente vitale per il paese, essendo il Mali senza sbocco sul mare, senza riserve e dipendente dalla benzina per far funzionare i generatori e, dunque, tutto il sistema elettrico nazionale. Uffici e scuole sono rimaste chiuse per diversi giorni, ma a partire dal 8 e 9 novembre alcuni camion cisterna e tir sono potuti entrati nella capitale, a Ségou e San, consentendo la parziale ripresa di attività economiche e lavorative, il resto del Mali rimane virtualmente paralizzato. Con più di 4 milioni di abitanti, Bamako è non solo la città più grande ma anche il centro amministrativo, economico e culturale del paese, che finora era rimasto poco toccato da un’insorgenza limitata in prevalenza alle campagne. Che l’assedio sia il prodromo di un’avanzata che porterà JNIM a conquistare la capitale e il cuore del potere? Bamako potrebbe essere una nuova Damasco, conquistata nel dicembre 2024 da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), anch’essa, come JNIM, organizzazione della galassia al-Qa’ida, ora al potere in Siria e transitata su posizioni decisamente più moderate? Oppure come Kabul, riconquistata dai Taliban nell’agosto 2021 a coronamento degli Accordi di Doha?
Gli incontri e gli scontri tra JNIM ed esercito JNIM è una coalizione formata nel 2017 dai leader di Ansar al-Din, al-Murabitun, Katiba Macina ed elementi di al-Qa’ida nel Maghreb islamico (AQMI), gruppi jihadisti attivi nel corso della guerra civile maliana iniziata nel 2012. Guidata da Iyad ag Ghali e dal vice Amadou Koufa e affiliata ufficialmente ad al-Qa’ida, dal 2019 la coalizione è coinvolta in un conflitto con la provincia saheliana dello Stato Islamico (Islamic State-Sahel Province, ISSP) per il controllo di territorio e risorse, specie nel meridione del Mali. La competizione fra i due gruppi ha gettato la gran parte del paese nel caos e l’insicurezza sul territorio si è presto tradotta in instabilità istituzionale. Tra il 2020 e il 2021, sostenuto da proteste popolari organizzate dall’imam salafita Mahmoud Dicko, il colonnello Assimi Goïta rovesciava il contestato governo di Ibrahim Boubakar Keita (2013-2020). Il colpo di stato segnava anche l’inizio di una profonda rottura diplomatico-militare con la Francia, espulsa dal paese nel febbraio 2022 dopo un decennio di alti e bassi e presto seguita dal resto delle forze europee nel paese e dal contingente di peacekeeper ONU della MINUSMA. Liberatosi dalla complessa architettura securitaria francese e onusiana, Goïta accoglieva il gruppo paramilitare russo Wagner Group. Nel caos seguito all’espulsione di MINUSMA è possibile rinvenire le dinamiche che caratterizzano il conflitto anche oggi: se l’esercito, con enorme dispendio di uomini e risorse, riesce a riconquistare città e nodi strategici respingendo le milizie nelle campagne, queste ultime si pongono in controllo degli assi per l’approvvigionamento delle città fino alle frontiere – unici punti d’ingresso delle merci per un paese senza sbocchi sul mare. La pressione contro le forze governative ha visto un generale aumento nel corso degli ultimi dodici mesi. Nel 2024, dopo la brutale sconfitta inflitta a luglio all’esercito e agli ex Wagner (ora Africa Corps) nel villaggio di Tinzawaten dalle milizie secessioniste tuareg non-jihadiste, a settembre JNIM avvia la sua offensiva con il grande attacco alle caserme e all’aeroporto di Bamako – primo attacco nella capitale dal 2015 –, seguito dalle conquiste di diverse basi militari (Dioura, Boulkessi, Timbuktu, Mahou, Kayes, Farabougou, Nioro) e culminata con l’attuale accerchiamento delle città più importanti, inclusa Bamako.
E ora? Gli scenari possibili sono tre, ma solo uno appare probabile – e auspicabile. Il primo consiste nella liberazione degli assi di approvvigionamento diretti alle città da parte dell’esercito maliano. Per giungere a questo risultato, tuttavia, l’esercito dovrebbe dirigere una mobilitazione armata tale da concentrare il grosso delle forze nel quadrante sud-ovest del paese, tra Senegal e Costa d’Avorio. Questa strategia risulta difficilmente realizzabile per diverse ragioni: il generale indebolimento in cui versa l’esercito; le scarse possibilità di poter contare sugli alleati dell’Alleanza degli Stati del Sahel-AES (ovvero i due regimi golpisti di Burkina Faso e Niger); infine, la riluttanza del governo nel ricercare la cattura di punti chiave con la forza. Finora, esercito, secessionisti e jihadisti hanno preferito il ritiro graduale di fronte all’avanzamento delle forze opposte, come accaduto a Kidal. Infine, l’ipotesi di supporto da parte degli stati vicini dell’ECOWAS (l’organizzazione regionale dalla quale i tre regimi dell’AES sono ufficialmente usciti) – in primis da parte del Senegal – risulta al momento improbabile. Il secondo scenario consiste nella conquista della capitale e nel rovesciamento del regime di Assimi Goïta da parte di JNIM. Si tratterebbe di uno scenario inedito. La conquista militare definitiva è un evento estremamente raro nei conflitti africani, e fino ad ora tutti i tribolati stati del Sahel sono riusciti ad evitarla. Al contrario, si sono spesso verificate lunghe e logoranti battaglie per il controllo, invero solo temporaneo, delle città più grandi, come Kidal o Timbuktu. La strategia di JNIM è chiara: soffocare il paese, renderlo ingovernabile e spingere l’esercito a negoziare. Tale strategia indica la volontà di raggiungere la massima posizione di vantaggio rispetto all’esercito, da usare come leva in un possibile negoziato. Tuttavia, la conquista di una capitale – palazzi delle istituzioni, banche, emittenti pubbliche, aeroporti – rappresenterebbe uno straordinario successo simbolico, e non solo, che potrebbe determinare il corso della guerra e dei negoziati. Se anche dovesse riuscirvi – e fosse poi in grado di mantenerne il controllo – JNIM dovrebbe comunque gestire, oltre a un’eventuale, vigorosa, controffensiva dell’esercito sulla capitale, il fronte rurale contro ISSP. E dovrebbe farlo disponendo di un minor vantaggio strategico rispetto, per esempio, ai Taliban nello scontro con la Islamic State Khorasan Province (IS-KP) nell’Afghanistan del 2021. I due gruppi, infatti, si scontrano nel paese dal 2015, ma è solo grazie al cruciale supporto militare americano richiesto nel corso degli Accordi di Doha a partire dal 2018, che i Taliban sono riusciti a mettere IS-KP alle corde. Inoltre emergono, sullo sfondo, importanti interrogativi politici. Al contrario di HTS in Siria, JNIM non ha mai tagliato i ponti con al-Qa’ida né perseguito in maniera programmatica l’obiettivo del cambio di regime politico, rimanendo fermo sulle posizione massimaliste e radicali tipiche del salafismo jihadista. In quanto coalizione, JNIM non dispone di un organo di governo centrale (come HTS o i Taliban), è frammentato su territori diversi e opera, rapido e mobile, soprattutto negli spazi rurali. Contrariamente ai Taliban, JNIM non dispone di partner internazionali che possano sponsorizzare un accordo come quello di Doha. Anche perché JNIM non veicola alcun messaggio di unità nazionale, come il deobandismo pashtun dei Taliban oppure “l’entità sunnita” evocata da HTS. Dentro JNIM convivono piuttosto diverse istanze: il comunitarismo fulbe e l’irredentismo tuareg, la lotta contro “istituzioni apostate” rappresentate dallo stato post-coloniale e un revanscismo etnico che maschera conflitti agrari.
L’opzione negoziale Il terzo scenario, più realistico, è quello di un accordo negoziato fra le due parti. Il tema del “dialogo con i jihadisti”, per anni osteggiato dalla Francia, è divenuto finalmente concreto nel 2021 quando, in accordo con il governo militare, l’Alto Consiglio Islamico ha intrapreso il dialogo con ag Ghali e Koufa. Già nel 2012 ag Ghali aveva aperto al dialogo con le istituzioni e nel 2017 Koufa aveva esplicitato le richieste per trattare: l’espulsione delle forze militari “apostate” (Francia, MINUSMA) e la discussione sulla sharia. Se la prima condizione ha, col tempo, trovato la giunta militare dello stesso sentire dei jihadisti, la seconda rimane contestata. Il principio di laicità, di eredità coloniale, è intrinseco alla Repubblica del Mali e riformarlo equivarrebbe a cambiare in maniera indelebile le istituzioni. Il regime militare si trincera dietro la solita retorica: “i terroristi sono in missione per conto del neocolonialismo”. Eppure molte voci, anche vicine al governo, aprono non solo alla possibilità di dialogare, ma evocano direttamente il nome di Dicko, auto-esiliatosi in Algeria, per mediare. Il nome di Dicko e del suo movimento, divenuto inviso alla giunta militare a causa delle critiche al governo, è da tempo al centro del dibattito pubblico sulla possibilità di negoziare con JNIM a causa del suo reiterato impegno alla promozione del dialogo con “i terroristi”. Pragmaticamente, il governo – come i jihadisti – ha tutto l’interesse a negoziare, se vuole evitare la paralisi di Bamako e garantire l’arrivo e la partenza di camion cisterna per il carburante e di tir per le derrate alimentari. Una volta aperto il canale di comunicazione, forti della posizione di vantaggio, i jihadisti potrebbero ottenere la nomina di un governo meno ostile, forse anche apertamente islamico – qualcosa di impensabile fino a poco fa. Ag Ghali, abile stratega e negoziatore, già anni fa capitalizzò sulla sua partecipazione alle rivolte tuareg per ottenere importanti incarichi, prima in Mali e poi in Arabia Saudita. Oggi, alla guida di una coalizione più forte, tiene in scacco l’esercito e la capitale. Per il regime militare si tratterebbe di un salto nel vuoto che costerebbe credibilità e popolarità, ma le opzioni alternative sono terminate. Gli incoraggianti esempi di dialogo fra istituzioni e jihadisti intrapresi, in contesti diversi, in Mauritania ed Algeria, vedevano gli esecutivi in vantaggio strategico sui jihadisti, al contrario del Mali. Isolato diplomaticamente, il Mali non può contare neanche sulle possibilità di sostegno dagli stati della AES: il Burkina versa in una situazione solo leggermente migliore, con il capitano Traoré trincerato nel Palazzo Kosyam a Ouagadougou, minacciato da golpe interni, e il grosso dell’esercito impegnato nel nord e nell’est del paese proprio a contenere l’espansione di JNIM verso la capitale; il Niger, invece, affronta da qualche mese una fortissima offensiva di ISSP nella regione di Tillaberi, a circa un centinaio di chilometri dalla capitale Niamey. Proprio Niamey, un centinaio di chilometri circa da Tillaberi, è la sede designata per la Forza Unificata dell’AES (FU-AES), unità militare congiunta dei tre paesi, definita operativa in settembre e tuttavia non ancora intervenuta sul campo. Gli scenari evocati, del tutto speculativi, non permettono previsioni ulteriori. Quel che è certo, purtroppo, è che la crisi decennale in Mali non vedrà una conclusione a breve.”
Lunedì 29 gennaio si è inaugurato a Berlino il primo padiglione della House of One, che vuole raccogliere i fedeli dei grandi monoteismi, laici, atei, agnostici e studiosi. Una casa per tre religioni, intervista a Andreas Nachama, Gregor Hohberg e Kadir Sanci a cura di Marco Ventura. Da La Lettura di domenica 28 gennaio 2018, reperibili qui o qui.
“Tre religioni, una casa. È lo slogan della House of One, la Casa dell’Uno, il cui primo padiglione viene inaugurato a Berlino domani, lunedì 29 gennaio. Il progetto prevede una sinagoga, una moschea e una chiesa riunite nel medesimo complesso architettonico. Secondo l’idea dello studio d’architettura berlinese Kuehn Malvezzi, i tre spazi per la preghiera e la celebrazione dei riti saranno uniti da una hall in cui si svolgeranno attività comuni. L’impresa fu annunciata nel 2011. Nel 2012 si svolse il concorso per l’assegnazione del progetto. L’inizio dei lavori è previsto nel 2019. La House of One sorgerà a Petriplatz, luogo simbolo della città medievale. Negli ultimi anni Berlino è diventata un laboratorio sulla religione. Il festival Faiths in Tune riscuote un successo crescente. La sperimentazione sull’insegnamento non confessionale della religione e dell’etica nelle scuole prosegue dopo la vittoria dei proponenti nel referendum del 2009. La città ospita la moschea progressista Ibn Rushd-Goethe dove grazie alla guida di una donna — sotto scorta per le minacce ricevute — si pratica l’eguaglianza di genere e si insegna la tolleranza verso i non musulmani. Il progetto della House of One, tuttavia, è diverso. È più grande. Appartiene a Berlino, certo, ma la trascende per abbracciare un mondo affamato di dialogo. Di qui la scelta dell’inglese, House of One, un’espressione che gli stessi ideatori non traducono in tedesco. L’avventura è non meno grande dal punto di vista teologico. Si tratta di un progetto ardito, eppure opera di individui e comunità radicati nelle tre tradizioni monoteiste. È un tentativo di alfabetizzazione al religioso e di unità in nome dei principi consacrati nella Carta della House of One: non violenza, solidarietà, rispetto, eguaglianza, pari diritti. Una casa, tre religioni. E tre leader. I responsabili del progetto: il rabbino Andreas Nachama, 67 anni; padre Gregor Hohberg, 50 anni; l’imam Kadir Sanci, 40 anni. Rispondono insieme alle domande de «la Lettura» via Skype da Berlino. La conversazione si svolge in inglese. Intervista a Andreas Nachama, Gregor Hohberg e Kadir Sanci Cominciamo da voi. Dalle vostre storie. PADRE HOHBERG — Sono un berlinese, nato e cresciuto nella Germania dell’Est in una famiglia protestante. Anche mio padre era un ministro della Chiesa. In quanto cristiano durante il comunismo ero all’opposizione. Grazie alla fede e all’appartenenza a una Chiesa mi sentivo parte della forza più progressista della società. Le Chiese erano lo spazio per la democrazia e la libertà. Poi nel 1989 venne il tempo del cambiamento. Un tempo straordinario per me. Le parole della Bibbia, le candele, le preghiere avevano il potere di cambiare il sistema politico… Candele e preghiere? PADRE HOHBERG — Sì. Avevano il potere di cambiare. Facevano venire giù il muro. Senza un solo sparo. Solo con la preghiera e la parola di Dio. Fu un’esperienza decisiva per me. Viene da lì la mia speranza che anche questo progetto abbia il potere di cambiare il sistema di portare libertà e pace tra gruppi diversi. E lei, Rabbi Nachama? Anche lei è berlinese? RABBI NACHAMA — Sono cresciuto a Berlino, ma all’Ovest. Entrambi i miei genitori erano sopravvissuti all’Olocausto. Mio padre era stato in vari Lager. Mia madre si era salvata grazie a una famiglia cristiana che l’aveva tenuta nascosta. Durante la mia infanzia, il dialogo tra ebrei e cristiani non era una cosa da sinagoga o da chi sa. Aveva luogo in casa mia, ogni volta che veniva a trovarci questa famiglia fortemente cristiana, che aveva nascosto e salvato mia madre. Poi ho studiato religione nella Libera Università di Berlino, ho seguito i corsi che venivano offerti in teologia protestante. Ho studiato cristianesimo e anche l’islam. Il dialogo interreligioso così è diventato sempre più parte della mia vita. Lei è un altro testimone della fine del Muro. RABBI NACHAMA — Ho visto nella Germania dell’Est il potere delle parole nell’azione delle Chiese da cui è nata la rivoluzione del 1989. La mia speranza è che il potere del nostro stare insieme possa contribuire non soltanto a risolvere il conflitto in Medio Oriente, ma anche ad affrontale i problemi della nostra società. Imam Sanci, il suo percorso è molto diverso. IMAM SANCI — Sono nato in Germania da una famiglia immigrata dalla Turchia, una famiglia appartenente a una minoranza. Per questo mi sono trovato spesso nella condizione di ambasciatore… Ambasciatore? IMAM SANCI — Anzitutto un ambasciatore per i miei genitori che avevano difficoltà con la lingua. Ad esempio quando c’era da andare dal dottore, o negli uffici. Poi sono diventato anche un ambasciatore dell’islam. Spesso a scuola i compagni e gli insegnanti mi facevano domande sulla mia comunità. Non sapevo le risposte, ho studiato, ho imparato. E sono diventato anche un ambasciatore della religione e della cultura dell’islam. Ho cominciato così con la religione: trovandomi a dover parlare dell’islam. Poi nel 2001 c’è stato l’11 settembre. Che cosa è cambiato dopo le Torri gemelle? IMAM SANCI — Non potevo capire come gente che si diceva musulmana potesse aver fatto una cosa tanto terribile. Allora ho sentito la responsabilità, dovevo trovare un modo di rispondere, di combattere quelle idee. Mi sono messo a studiare. L’islam, ma anche l’ebraismo e il cristianesimo… Viene dunque da lì il suo interesse per l’House of One. Più precisamente come si è trovato coinvolto? IMAM SANCI —Durante i miei studi visitai la comunità ecumenica di Darmstadt-Kranichstein, cattolici e protestanti uniti nel desiderio di «due chiese sotto lo stesso tetto». Incontrai il pastore e gli dissi: dobbiamo fare la stessa cosa per i musulmani. Mi rispose: per noi protestanti e cattolici ci sono voluti sei secoli, dovrai munirti di pazienza. Poi mi arrivò la notizia di questo progetto e decisi di trasferirmi a Berlino per contribuire. A prima vista, quello che state facendo è molto nuovo. E se ci fosse anche qualcosa di meno nuovo, o addirittura di antico in questo progetto? RABBI NACHAMA — Abbiamo imboccato una nuova strada. Questa strada però è già stata aperta nel XX secolo. Abbiamo avuto già allora la prova che le comunità religiose e i singoli credenti possono cambiare il mondo. IMAM SANCI — Cos’è antico e cos’è nuovo nel progetto? La preghiera e i riti sono tradizionali, non sono nuovi. Restiamo all’interno delle nostre tradizioni. Ma la nostra visione è nuova. Cerchiamo insieme, in libertà. Questo andare insieme è nuovo. Cerchiamo soluzioni. Nella storia ognuno ha cercato soluzioni da solo — ebrei, cristiani e musulmani — ognuno per conto proprio. Ora cerchiamo insieme. Questa è la novità. Padre Hohberg, lei è cresciuto nella Germania dell’ateismo di Stato. Nel vostro stare insieme non c’è forse il compattarsi di un fronte religioso davanti alla crescente percentuale di non credenti in Occidente? PADRE HOHBERG — La maggior parte delle persone a Berlino è non credente. Vogliamo dialogare anche con loro, con la società laica. È parte del progetto. Nella House of One avremo quattro spazi. Tre per la chiesa, la sinagoga e la moschea. Il quarto sarà per chi cerca la religione, chi la critica, atei e agnostici. Dobbiamo tenere in considerazione la maggioranza laica… RABBI NACHAMA — Pensiamo che sia importante il dialogo fra noi tre, ma anche con tutti coloro che sono interessati a entrare in contatto con noi, siano essi non credenti o credenti di altre religioni. Pensiamo che la pace nella società possa essere raggiunta solo se tutte le componenti si impegnano in una qualche forma di dialogo. Naturalmente sappiamo bene che in una città di quasi quattro milioni di abitanti non possiamo parlare con tutti, ma cerchiamo di fare il possibile! (Ride). IMAM SANCI —Dunque abbiamo tre tipi di dialogo. Il primo tipo è tra noi. È un processo lungo. Non è semplice formare un’unità. Il secondo tipo è il dialogo tra noi, tra noi nella nostra unità, e i credenti di altre religioni. Infine c’è il dialogo tra noi e i non credenti. PADRE HOHBERG — La cosa veramente importante è che qui a Berlino la reazione dei più laici al nostro progetto è molto positiva. Quanto è stata importante l’unità tra voi sul piano personale? Non sarà stato facile imparare a lavorare insieme. RABBI NACHAMA — Quando sono arrivato, due anni e mezzo fa, per sostituire il mio predecessore, non mi preoccupava affatto l’incontro con il pastore, ma avevo timore dell’imam. Ora siamo amici. Credo che quando inizi ad ascoltare e parlare… e ascoltare e parlare, allora non ci accorgiamo nemmeno più che siamo insieme. Ma siamo insieme. Formiamo un’unità. Dico sempre che siamo davvero fratelli in questo compito. IMAM SANCI — Non è una cosa facile. Il successo dipende dalle persone che sono impegnate nel progetto. Ringrazio Dio di essere seduto qui con Gregor Hohberg e Andreas Nachama. Se abbiamo successo è perché ascoltiamo, e perché siamo… Come si dice Ehrlich? RABBI NACHAMA — Onestamente. IMAM SANCI — Onestamente in dialogo. Non abbiamo altri fini. Solo avere un dialogo sincero. In un tempo di irrigidimento delle identità religiose, voi andate controcorrente. Immagino che nelle vostre comunità non manchino le riserve, le critiche, magari anche gli attacchi. RABBI NACHAMA — La mia comunità… sono il rabbino dell’unica comunità ebraica riformata di Berlino… non solo mi sostengono, ma apprezzano il progetto. Per la festa dell’Hanukkah, in dicembre, abbiamo avuto una celebrazione in sinagoga e sono state invitate le persone che lavorano alla House of One. No, le cose vanno bene. La gente ci chiede piuttosto perché non ce ne sono di più nel mondo di House of One. Qualcuno deve cominciare. Speriamo che il movimento in cui siamo impegnati diventi normale in dieci, vent’anni. Ciascuno ha le sue preghiere e le sue tradizioni. Ma è naturale trovarsi insieme, pranzare insieme. È artificiale non farlo. PADRE HOHBERG — Nella nostra comunità ci sono voci critiche. La maggior parte teme che le religioni si mescolino. Ma se ho tempo per spiegare, la gente comprende che il progetto ha a cuore anche lo studio delle rispettive religioni, e le critiche si attenuano. IMAM SANCI —Anche da noi ci sono critiche. Verso il progetto e verso di me personalmente. Tuttavia ho fatto splendide esperienze. A Berlino e in tutta la Germania molti musulmani hanno fatto donazioni per sostenerci. È un buon segno. Non siamo soli. Siamo aiutati da tante persone, religiose e non religiose. Persone che vogliono vivere in libertà. Le parole di Rabbi Nachama sono molto importanti. Siamo stati invitati nella sinagoga, e poi in chiesa. Li abbiamo a nostra volta invitati da noi per il Ramadan. Questo possiamo farlo solo se c’è gente dalla comunità che ci sostiene. Non posso farlo da solo. La vostra campagna di finanziamento sembra ben organizzata. C’è un organo di controllo indipendente. Le spese amministrative sono basse e contate di spendere per la costruzione più del 90% dei fondi che riceverete. Non avrete nulla dalla tassa di Stato di cui godono le Chiese tedesche. Però il fisco garantirà la deducibilità delle offerte. E fuori dalla Germania? Come sta andando la raccolta internazionale? PADRE HOHBERG — Abbiamo ricevuto donazioni da più di sessanta Paesi. IMAM SANCI — Pensi che il primo dono che abbiamo ricevuto per la House of One è arrivato dall’Italia. Da un’artista cattolica. Non mi ricordo il nome. Tre campane: una con la forma del rabbino, una con la forma dell’imam e una con la forma del pastore. Campane? IMAM SANCI — In ceramica. Con tre ritratti. Cioè il mio, di Padre Hohberg e di Rabbi Tovia Ben- Chorin, predecessore di Rabbi Nachama. Uno splendido regalo. Padre Hohberg, lei appartiene alla Chiesa evangelica luterana tedesca. Ha avuto incarichi anche presso il Berliner Dom. La immagino attivo nei rapporti con la Chiesa cattolica. Quale posizione hanno i vertici diocesani? I cattolici sono coinvolti nel progetto? PADRE HOHBERG — Ci sono molti contatti. Abbiamo avuto un incontro positivo con il nuovo arcivescovo Heiner Koch. Ci aiuterà. Ora stiamo fondando un consiglio scientifico in cui siederanno l’arcivescovo cattolico, il vescovo luterano, i rappresentanti degli uffici centrali tedeschi delle comunità ebraiche e islamiche. RABBI NACHAMA — Stiamo cercando di incorporare nel nostro consiglio scientifico le istituzioni religiose. Niente è chiuso. Siamo aperti. Via via che incontriamo persone disponibili, troviamo il modo di coinvolgerle. Quale servizio religioso avrà luogo in ognuno dei tre spazi? Ad esempio nella cappella, o chiesa cristiana? A proposito, come la chiamerete: proprio chiesa? PADRE HOHBERG — Sì, sarà una chiesa. Ecco, chiesa. Dove si celebrerà con rito luterano, presumo, visto che è questa la sua confessione. PADRE HOHBERG — La nostra idea è che avremo tre spazi sacri. Uomini e donne potranno pregare in uno dei tre. Invitiamo ciascuno a pregare nella propria tradizione. Anche i cattolici, i battisti e gli ortodossi. L’unica condizione è che dovranno sottoscrivere le regole… Le avete elencate nella Charter for a Partnership of Judaism, Christianity and Islam, su «sviluppo concettuale, costruzione e uso della House of One». PADRE HOHBERG — I punti fondamentali sono la democrazia, poi … IMAM SANCI — … l’eguaglianza… PADRE HOHBERG — … eguaglianza tra tutte le persone… IMAM SANCI — … il rispetto… . PADRE HOHBERG — … e il rispetto. Allora, se possono sottoscrivere queste regole, possono pregare in uno dei tre spazi, secondo la propria tradizione. Questo vale anche per la moschea? IMAM SANCI — Sì. Stiamo progettando questi spazi — la moschea, la sinagoga e la chiesa — in modo che possano utilizzarle persone di confessioni diverse. Attraverso questo segno indichiamo agli altri che sono benvenuti, che tutti possono venire alla House of One… PADRE HOHBERG — Sciiti, sunniti Sarà possibile anche per gli sciiti celebrare nella moschea? IMAM SANCI — Sì, sarà possibile. Lei è sunnita, giusto? IMAM SANCI — Esatto. Io vengo dalla tradizione sunnita. Ma non importa a quale confessione si appartiene. Se possono sottoscrivere la Carta della House of One, sono invitati. E possono pregare nella loro tradizione; oppure possono pregare con noi. Questa è la nostra visione. Costruiremo gli spazi perché anche gli altri possano venire. Poi, se verranno o no, questo non dipenderà più da noi. Non sarà in nostro potere. Ma dove pensate possa portare questa unione dei tre monoteismi? Mi pare che stiate ponendo le premesse per un solo grande monoteismo verso cui convergeranno le tre tradizioni. Indipendentemente dalla vostra volontà e dal progetto. So che vi sto mettendo in difficoltà. (Silenzio) PADRE HOHBERG (Rivolto agli altri) — Un unico grande monoteismo? RABBI NACHAMA — Non intendiamo realizzare con gli altri una unione delle religioni. Noi vediamo il mondo come fatto da diverse fedi. La House of One è una casa in cui ognuno può pregare nella propria tradizione. Abbiamo discussioni in cui cerchiamo di imparare circa le altre vie, ma ognuno resta nella sua. PADRE HOHBERG — Abbiamo molte discussioni su queste questioni religiose. Sono difficili. Non abbiamo risposte conclusive. La parola conclusiva spetta a Dio. Questo ci rende umili verso le altre tradizioni. C’è la volontà di Dio, non possiamo conoscerla. Dobbiamo restare disponibili ad essa. State dicendo questo? PADRE HOHBERG — Giusto. IMAM SANCI — Nell’islam fiqh è un termine molto importante. Se ti sei perso… fiqh è la legge islamica. Fiqh significa comprensione. Questo vuol dire che devi capire la parola di Dio e riflettere. Dobbiamo restare umili. Sei solo una persona che cerca di capire l’intenzione di Dio. Non basta dire: questa è la parola di Dio, e dunque questo è assoluto. No. Io sono la persona che cerca di capire la parola di Dio. Questo atteggiamento rende possibile il ritrovarci insieme. Sono sicuro di essere sulla via giusta. Ma devo lasciare la porta aperta, perché sono solo un uomo. Sono… come si dice fehlbar? PADRE HOHBERG — Che posso commettere errori. IMAM SANCI — Posso commettere errori. Posso fraintendere. Il vostro percorso è arrivato a un momento cruciale. Siete pronti per l’apertura? Cosa vi aspetterà poi? PADRE HOHBERG — Lunedì 29 gennaio apriremo un padiglione. Per un paio di anni le attività si svolgeranno lì. Cominceremo la costruzione vera e propria alla fine del 2019. Nel frattempo dovremo lavorare sui contenuti e raccogliere fondi. Ci vorrà molto denaro. In conclusione vi propongo di tornare alla dimensione personale della vostra avventura. Al rapporto che s’è instaurato tra voi. RABBI NACHAMA — Tutte le volte che abbiamo fatto celebrazioni insieme ci siamo posti la stessa domanda. Come dobbiamo fare? Abbiamo seguito la strada più semplice. Qualche volta il pastore ha condotto la celebrazione, qualche volta l’ha condotta l’imam o l’ho condotta io. L’importante è che non dobbiamo dire sì o amen a quello che ciascuno di noi dice. È importante rispettarsi. Conta stare uno accanto all’altro. È una bella sensazione. Come essere seduti insieme, ora, allo stesso tavolo. IMAM SANCI — Quando stavo facendo il mio dottorato in Scienze religiose, Rabbi Nachama si è offerto per aiutarmi con la ricerca. Dedicherò una domenica a fare ricerche che ti saranno utili, mi ha detto. Ha dedicato il suo tempo libero a me, all’imam. È stata una cosa molto importante per me. Ho risparmiato molto tempo. Mi ci sarebbe voluto un mese perché conoscevo poco la materia. E lui avrebbe potuto fare qualcosa di più utile per sé. PADRE HOHBERG — Una volta eravamo seduti insieme, come ora, e parlavamo dello humour nelle religioni. Ognuno ha raccontato una storia divertente dalla propria tradizione. È stata una bella esperienza». (Ridono. Il tempo è finito. Fanno per alzarsi). E le storie divertenti? PADRE HOHBERG — Mi spiace ma proprio non saprei come tradurle in inglese. Ridono ancora. Resto con un’ultima domanda che non voglio fare a loro tre in questo momento. Ai tre uomini. Ai tre uomini leader religiosi. Riguarda le donne: la loro assenza, il loro ruolo, il loro spazio nel progetto. Rivolgo la mia domanda a Kathrin Hasskamp, giurista, direttrice del marketing e dei rapporti con il pubblico per la House of One. Ma ha troppo da fare. L’inaugurazione di domani, lunedì 29, preme. Ci sono tante cose da organizzare e sta crescendo l’attenzione dei media. L’ultima domanda deve aspettare per avere una risposta.”
«Nessun simbolo ma culti affacciati su una piazza» intervista all’architetto Simona Malvezzi a cura di Stefano Bucci, in “la Lettura” del 28 gennaio 2018. Coesistenze. Geografie di luoghi senza divisioni : così recitava il titolo della mostra, curata da Dionigi Albera con Manoël Pénicaud, che a Parigi, al Musée national de l’histoire de l’immigration ha raccontato, attraverso gli occhi e i progetti di artisti e architetti, come si potesse «unire senza annullare le identità». Un lungo viaggio «negli interstizi della fede», come lo avevano definito i curatori, che da Marc Chagall porta a Mimmo Paladino, dalla Sinagoga di Djerba dipinta da Maurice Bismouth nel 1920 alla barca dei migranti (con Sacra Famiglia) immaginata da Benito Badolato e Pasquale Godano nel 2013 e oggi conservata nella parrocchia di San Gerlando a Lampedusa. A concludere il percorso (accanto alle immagini dei luoghi di preghiera e di meditazione interconfessionali degli aeroporti di Vienna, di Stoccolma, di Tallinn) c’era The House of One , il progetto per una casa di preghiera e di studio aperta alle tre religioni monoteiste, pensato dallo studio di architettura Kuehn Malvezzi (fondato a Berlino nel 2001 da Simona Malvezzi, Wilfried Kuehn e Johannes Kuehn). Un progetto da 45 milioni di euro per edificare un luogo di culto comune a un passo dall’isola dei musei, nella Petriplazt. Che lunedì 29 gennaio, domani, alla 12 in punto prenderà definitivamente il via con l’inaugurazione del padiglione in legno, scala 1:1, con lo stesso loggiato del progetto definitivo, che comincerà a presentare (con incontri e riflessioni) il progetto di questa House of One, in attesa dell’inizio dei lavori, previsto per il 2019 (conclusione in due anni). L’intervista «L’idea — spiega Simona Malvezzi a “la Lettura” — è stata quella di una piazza coperta attorno alla quale si innestano i tre luoghi di culto: essi sono collocati in maniera uguale uno rispetto all’altro e non uno accanto all’altro, e circondano in questo modo lo spazio centrale con la cupola, che è l’ampliamento della Petriplatz all’interno dell’edificio. Lo spazio centrale mostra il proprio ruolo di piazza anche attraverso la facciata di mattoni che in qualche modo sembra aprirsi dall’esterno verso l’interno e segna la propria funzione di soglia. Viceversa la sinagoga, la chiesa e la moschea hanno ognuna una configurazione diversa e specifica che rispecchia la propria liturgia». Nelle intenzioni degli architetti e del Trio della tolleranza (come è stato subito battezzato quello composto dal rabbino Tovia Ben-Chorin, prima che arrivasse Andreas Nachama, l’imam Kadir Sanci, il pastore Gregor Hohberg che è all’origine del progetto), la House of One dovrà mettere le tre religioni sullo stesso piano. A questo servirà lo spazio centrale comune (sovrastato da una grande cupola) dove si apriranno la moschea, la sinagoga, la chiesa. Ma per cementare ulteriormente la nuova struttura si è voluto tenere ben presente la storia: il progetto si innesterà infatti sulle fondamenta della chiesa St. Petri, una costruzione ottocentesca demolita dal governo della Germania dell’Est nel 1964. In realtà, la prima chiesa era del 1230 ed era il primo edificio documentato della città di Berlino, dunque un’area centrale e storicamente importante. «Gregor Hohberg, il pastore della comunità protestante a cui doveva essere restituita la proprietà dopo la riunificazione tedesca — precisa l’architetto Malvezzi —, anziché promuovere la costruzione di una nuova chiesa ha pensato di coinvolgere la comunità ebraica e la comunità islamica. Insieme hanno concepito un centro interreligioso delle tre religioni abramitiche. Attraverso un concorso di architettura è stato scelto il nostro progetto per questa tipologia inedita nel luogo più antico della capitale tedesca. Perché questa scelta? «Credo che sia piaciuto il concetto di dialogo su cui si basa la House of One: per aprire un dialogo e un dibattito bisogna avere conoscenza dell’altro e del suo modo di pensare. Ma noi vogliamo che questo progetto sia in qualche modo aperto alle altre realtà: oltre a diventare un luogo di culto abbiamo pensato di dare vita a un centro di educazione che si rivolge a tutti, anche e soprattutto alle persone agnostiche e laiche». La sequenza degli spazi segue il principio della molteplicità in un’unità e dell’eterogeneità in un unico edificio. I rituali sono diversi e «non mischiati», ma nonostante questo l’edificio sarà costruito «con la sfida dell’essere universale». Per gli architetti «è stato interessante soprattutto rendere dal punto di vista costruttivo questa prospettiva nello stesso tempo interculturale e universale, questa idea di costruire un monumento ibrido». Da fuori, oltre la parete di mattoni e cemento non si comprenderà esattamente la natura dell’edificio «perché volutamente non ci sono elementi che richiamino in maniera troppo risolutiva la simbologia delle tre religioni in esso rappresentate. Né campanili, né minareti, né altro». D’altra parte la richiesta specifica del bando era che si potessero intuire le tre diversità nell’universalità. Certamente c’è anche un effetto «sorpresa» per chi viene da fuori. La disposizione interna permetterà di orientare la preghiera nella moschea verso la Mecca mentre nella Sinagoga verso Gerusalemme: entrambe avranno poi spazi dedicati alle donne. Un altro elemento importante sarà quello della luce, ricavata con una serie di tagli di diverso tipo nelle pareti, una luce «che ricopre un importante ruolo simbolico in tutte le religioni». La sicurezza? «Da quando il progetto viene discusso pubblicamente, cioè dal 2012, non vi è stata nessuna aggressione verbale o fisica nei confronti degli ideatori — dice Simona Malvezzi — e non ci aspettiamo particolari problemi di sicurezza. In ogni caso ci sarà, solo, lo spazio per un eventuale controllo di sicurezza all’entrata». Con i finanziamenti raccolti fino a ora, si potrà costruire la prima parte dell’edificio. Dopo la realizzazione del padiglione, i lavori inizieranno nel 2019 e saranno completati circa due anni dopo. Il progetto sarà finanziato dalla comunità di simpatizzanti attraverso un’operazione di crowdfunding gestita sul sito. E con dieci euro qualsiasi cittadino potrà sostenere la posa di un mattone della futura House of One. Il sogno? «Che questo diventi un modello esportabile di dialogo tra le comunità in una reale dimensione di diversità, in cui identità differenti entrano in contatto l’una con l’altra, in uno spazio che le preservi nella loro differenza ma che allo stesso tempo le faccia incontrare»
Nella rubrica Ădāmà su Jesus di maggio 2014, Gabriella Caramore scrive:
“Perché le religioni, mi chiedevo il mese scorso in Ădāmà, se il mondo sembra procedere, per lo più, senza bisogno di riferirsi a un Dio, o a una sapienza codificata, o a grandi figure spirituali, e sembra non avere sete d’altro che di sé stesso, e del proprio inoltrarsi convulso e inconsapevole verso la catastrofe? Una prima risposta la rinvenivo nel fatto che ciò che ha dato vita alle grandi tradizioni religiose è la stessa sete di conoscenza che ha dato origine al sapere filosofico, scientifico, morale, politico di tutta la storia dell’umanità.
Ma vi è un’altra “spinta” che ha contribuito al sorgere delle religioni, alle loro scritture, alle loro storie, alle loro aggregazioni: quella di alleviare le sofferenze di uomini e donne, di dare un senso al dolore, quando non lo si possa estinguere del tutto, quella di contenere le forze distruttive che abitano il cuore dell’uomo. In una parola, il tentativo di fare comunità, di creare società, di costruire convivenza.
Quando a Gesù viene chiesto – come si racconta nei Vangeli sinottici – quale sia il comandamento più grande, in una sintesi geniale accosta due versetti della Bibbia ebraica, e risponde che, alla fine, vi è un solo comandamento: quello di amare l’unico Dio e di amare chiunque ci si presenti come prossimo. Se ci si china sul prossimo con amore, si ama anche Dio. E se si ama Dio, questo amore si manifesta nella cura del prossimo. Ma se noi allarghiamo lo sguardo al di fuori dell’orizzonte giudaico e cristiano, troviamo affermazioni analoghe in tutte – ma davvero tutte – le altre sapienze: nei grandi poemi indiani e nei discorsi del Buddha, nei pensieri di Confucio e nelle massime del Dao, nel jainismo e nello zoroastrismo, nella sapienza latina e nei discorsi del profeta Muhammad. Questo, in definitiva, il “programma” di ogni religione, che sfocia fino al grande mare della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: “Ciò che tu non vuoi che ti venga fatto, non farlo a nessun altro”.”