“Ho scelto come gemma il mare di notte perché riesce a suscitare emozioni diverse a chiunque lo osservi. Per me il mare è casa, è divertimento, è malinconia, è dolore, è nonna, è amici, è famiglia ed è solitudine. Di notte, sotto un cielo stellato, diventa uno specchio di ciò che si ha dentro, capace di accogliere ogni nostro pensiero, ogni ricordo, ogni lacrima. Il mare contiene ricordi: le risate che riempivano l’aria, gli abbracci che sapevano di casa, e quel senso di appartenenza che solo gli amici sanno dare. Di notte, quando il chiasso si spegne, il mare diventa anche un luogo di malinconia. Ogni onda sembra riportare a riva un frammento di ciò che è stato, un ricordo che fa sorridere o piangere. È impossibile guardare il mare di notte senza sentire quel misto di nostalgia e meraviglia, senza ripensare ai momenti che ci hanno segnato e a quelli che avremmo voluto trattenere per sempre. Eppure, in tutta questa malinconia, il mare riesce a consolare. Il suo movimento costante, le sue onde che vanno e vengono, sembrano dirci che tutto passa, che ogni ferita si chiude, che ogni lacrima lasciata cadere sulla sua superficie diventa parte di qualcosa di più grande. È come se ci dicesse che anche noi, come lui, siamo fatti per andare avanti, per cambiare e trasformarci senza mai perdere la nostra essenza. Il mare di notte può essere un abbraccio, un luogo che raccoglie i nostri momenti più belli e i nostri dolori più profondi. È una promessa di possibilità infinite, un invito a lasciarci andare, a fidarsi di quel cammino luminoso che la luna disegna sull’acqua, anche se non so dove ci porterà. Il mare non è solo un luogo, è una sensazione, un frammento d’eternità che ricorda chi siamo stati e chi possiamo ancora diventare”. (M. classe quarta)
“All’inizio avevo parecchie idee per la gemma di quest’anno ma credo che questa immagine mi rappresenti maggiormente. L’osservazione delle costellazioni e della luna è sempre stata un attività piacevole sin da bambina. Credo che questa passione mi sia stata tramandata da mio nonno poiché anche lui adorava passare intere ore ad osservare il cielo. In questi due anni ho conosciuto 3 persone davvero importanti per me: i miei migliori amici. In estate usciamo ogni sera insieme e andiamo nel campo sportivo di C. Io e la mia migliore amica portiamo dei teli da adagiare sull’erba così possiamo distenderci e osservare le stelle. Qualche volta nascono dei battibecchi perché confondiamo le costellazioni e allora nasce una guerra su chi ha più ragione ma sono litigate divertenti che si risolvono in fretta. Un’altra mia passione è la luna. Fortunatamente ho ereditato il telescopio di mio nonno e qualche notte d’estate la passo con mio papà in giardino a guardare la luna. Questa estate mio papà mi ha raccontato che alla mia età lui osservava la Luna con mio nonno proprio come io faccio con lui. Questa frase mi ha sempre resa contenta e possedere il telescopio di mio nonno, che è mancato qualche anno prima della mia nascita, mi gratifica. Per me è l’unica fonte sicura che abbiamo entrambi la stessa passione. Mi piace guardare le stelle anche per ricordarlo e sentirlo così accanto a me. Spero che questa mia passione non si interrompa mai poiché mi lega con tantissime persone e i ricordi con esse sono indelebili nel mio cuore” (A. classe prima).
Riccardo Maccioni ha pubblicato su Avvenire un articolo sul ruolo della luna nel calendario di alcune religioni.
“Più che cantarla allo stesso modo di poeti o romanzieri, la fede la utilizza spesso come misura del tempo. Nelle religioni monoteiste la luna ha una grande rilevanza. Innanzitutto, in collegamento con il procedere quotidiano dell’esistenza umana. Un dato evidente soprattutto in queste ore in cui i musulmani festeggiano la fine del Ramadan, il nono mese del calendario islamico, tempo dedicato alla preghiera, alla meditazione e al digiuno dall’alba al tramonto. Il suo inizio cambia ogni anno poiché corrisponde al giorno successivo all’avvistamento della nuova luna crescente, una piccola falce peraltro non facile da individuare tanto che spesso ci si rifugia in complicati calcoli astronomici. Tutto sommato più semplice stabilire il giorno della Pasqua cristiana, che è una solennità mobile, nel senso che cade sempre di domenica ma in giorni differenti perché, come stabilito dal Concilio di Nicea nel 325, va celebrata la domenica successiva alla prima luna piena di primavera. Qui a complicare la situazione arrivano i calendari, così nel 2024 chi segue quello gregoriano, cioè cattolici ed evangelici, hanno festeggiato il 31 marzo mentre le Chiese ortodosse, in ossequio al calendario giuliano, dovranno attendere il 5 maggio. Andrà meglio nel 2025 quando, per altri giochi di calendario, tutti i cristiani festeggeranno insieme il 20 aprile. E chissà che non sia l’occasione per avviare un dialogo che permetta all’eccezione di diventare regola. Ma naturalmente anche la Pasqua ebraica, Pesach, è legata alla luna. Come noto ricorda la liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto e l’esodo verso la terra promessa. Quanto alla data, si celebra il quattordicesimo giorno del mese di nissàn, in corrispondenza della luna piena. A partire da un calendario i cui mesi durano quanto un ciclo lunare. Tuttavia questo magico satellite naturale della terra, interroga le religioni anche a prescindere dai calendari. Nella Sacra Scrittura compare 54 volte. È creatura di Dio nei Salmi 8 e 74 mentre nel 104 insieme al sole segna le ore e le stagioni: «Hai fatto la luna per segnare i tempi e il sole che sa l’ora del tramonto» (Sal 104, 19). Nella Bibbia se ne parla la prima volta In Genesi al capitolo 37 a proposito del sogno raccontato da Giuseppe, figlio di Giacobbe. «Egli fece ancora un altro sogno e lo narrò ai fratelli e disse: “Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me”. Lo narrò dunque al padre e ai fratelli. Ma il padre lo rimproverò e gli disse: “Che sogno è questo che hai fatto! Dovremo forse venire io, tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?”. I suoi fratelli erano invidiosi di lui, ma suo padre serbava dentro di sé queste parole». Celeberrima inoltre la visione raccontata nell’Apocalisse: «Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto» (Ap 12,1-2). Quasi inutile dire che nella tradizione cattolica questa donna è Maria stessa. «Ella appare “vestita di sole”, cioè vestita di Dio – spiegò Benedetto XVI l’8 dicembre 2011, solennità dell’Immacolata Concezione -: la Vergine Maria infatti è tutta circondata dalla luce di Dio e vive in Dio. Questo simbolo della veste luminosa chiaramente esprime una condizione che riguarda tutto l’essere di Maria: Lei è la “piena di grazia”, ricolma dell’amore di Dio». La Vergine tiene sotto i suoi piedi la luna – proseguì papa Ratzinger – che è «simbolo della morte e della mortalità. Maria, infatti, è pienamente associata alla vittoria di Gesù Cristo, suo Figlio, sul peccato e sulla morte; è libera da qualsiasi ombra di morte e totalmente ricolma di vita». E alla fine, a dispetto del sogno ininterrotto della letteratura romantica, sempre secondo l’ultimo libro della Bibbia la luna scomparirà. Succederà nella Gerusalemme celeste perché «la città non ha bisogno di sole, né di luna che la illuminino, perché la gloria di Dio la illumina, e l’Agnello è la sua lampada» (Ap 21, 23).”
“In alcuni momenti ho solo bisogno di fermarmi, sospendere qualsiasi preoccupazione e vivere l’attimo come se il tempo avesse interrotto il suo corso. Per questo ho scelto come gemma la Luna: quando la osservo attraverso il cannocchiale, oppure ad occhio nudo dal finestrino dell’auto o dalla strada, riesco a sentirmi in pace. Inizio a pensare a tutti quelli che la stanno osservando nel medesimo istante, ma soprattutto a chi l’ha fatto prima di me, compresi i familiari che non ci sono più e tutte le persone che non ho mai conosciuto; in quei momenti mi rendo effettivamente conto di quanto la vita sia effimera e di quanto futili siano spesso quelli che chiamo problemi, e questo mi tranquillizza come poche altre cose riescono a fare. Allo stesso tempo, è come se potessi comprendere solo osservando la Luna che ogni cosa che ho vissuto è accaduta per un motivo, che ogni scelta ha avuto un senso, e che tutto mi ha condotto a quel preciso istante in cui non devo far altro che lasciar andare” (B. classe quinta).
“Ho scelto un’immagine molto semplice ma che per me ha un grande significato: un tramonto. Sin da quando sono bambina ho sempre amato i tramonti, in generale il cielo, le stelle e l’astronomia. Questa foto l’ho scattata una sera di luglio mi ricordo che ero seduta sullo sdraio in giardino ed ero rimasta incantata da questo tramonto. Riguardando questa foto mi vengono in mente anche tutti i bei momenti che ho passato quell’estate” (G. classe terza).
“Ho scelto la canzone Margherita di Riccardo Cocciante perché quando ero piccola, fino all’età di 7 anni, mio padre me la cantava sempre la sera prima di addormentarmi, quindi è molto importante per me”.
Questa la gemma presentata da M. (classe seconda, e no, non si chiama Margherita…). Posto che la canzone non è una ninna nanna, evidenzio le parole che tuttavia possono essere riferibili ad un bimbo e avere la caratteristica di un augurio: “Fatti grande dolce luna e riempi il cielo intero, e perché quel suo sorriso possa ritornare ancora splendi sole domattina come non hai fatto ancora”.
“A tredici, a quattordici anni io vivevo prevalentemente per strada. Ogni tanto passavo la notte da qualche amica che abitava in campagna. Invece di dormire, trascorrevamo il tempo sdraiate nei campi, incuranti del freddo, dell’umido, e interrogavamo per ore la volta celeste. Importava qualcosa di noi alle stelle lassù? Il fuoco che ardeva in loro era per noi inimmaginabile: quei piccoli soli dal basso della terra sembravano soltanto dei puntini di ghiaccio. Da qualche parte nello spazio siderale era nascosto il nostro destino? O invece era scritto solo nel nostro cuore? Come sarebbe stata la nostra vita adulta? Avremmo fatto un lavoro che ci piaceva? E avremmo trovato prima o poi il grande amore? E i figli? Quel cielo che, da parte a parte, colmava l’orizzonte era la nostra sfera di cristallo. Nell’adolescenza la grazia delle domande bussa per l’ultima volta spontaneamente alla porta. In un’epoca di rare distrazioni come quella in cui sono cresciuta, bussava quasi con irruenza. Ora invece deve sgomitare nel frastuono per riuscire a farsi aprire se non una porta, almeno uno spiraglio. Ma sicuramente bussa e continua a bussare e, ai ragazzi che osano porsi in ascolto, offre da subito un dono straordinario – la luce che a un tratto irrompe nello sguardo”. Susanna Tamaro, Avvenire, 21 novembre 2014
Domani non scriverò sul blog: mattina a scuola, pomeriggio scrutini. A sera mangerò una fetta di torta con la mia famiglia per festeggiare il 41° compleanno. Neppure dopodomani scriverò: festeggerò l’11 giugno 1995. Vent’anni fa è stato quello di Sara quel viso giovane, illuminato dalla luna, che ha guardato come me, quella notte, quella piccola nube d’argento da cui è iniziata la nostra storia. Festeggiamo il tempo, quello passato e quello a venire, festeggiamo la durata, festeggiamo la vita che si dipana e l’amore.
DURATA (di Ghiannis Ritsos) La notte ci guarda tra il fogliame delle stelle. Bella notte silenziosa. Verrà una notte in cui non ci saremo. E anche allora il granoturco canterà le sue antiche canzoni, le mietitrici s’innamoreranno accanto ai covoni, e tra i nostri versi dimenticati come tra le spighe gialle un viso giovane, illuminato dalla luna, guarderà come noi stanotte, quella piccola nube d’argento che si piega e appoggia la fronte sulla spalla dell’altura. (da Esercizi, 1950-1960 – Traduzione di Nicola Crocetti)
“A volte, nel buio, mi avvicino, passo a passo, verso l’orlo di un precipizio, ma se sbuco su una strada maestra tiro un respiro di sollievo. Anche quando penso di non farcela, conosco la bellezza della luce della luna, lassù. Una luce che penetra nell’anima” (Banana Yoshimoto, Kitchen)