E’ notte. Il rumore della lavastoviglie non copre il canto dei grilli che entra dalle finestre insieme al fresco portato da un fugace temporale serale. Mi sono appena imbattuto in un articolo di Samuele Pigoni dedicato ad un medico scomparso a gennaio e che non conoscevo, ma di cui probabilmente leggerò il libro citato: Giorgio Bert. “Ha animato la cultura italiana proponendo l’incontro tra scienze biologiche e sociali, medicina, letteratura e filosofia contribuendo al tentativo di umanizzare la cura, di superare la separazione tra scienze dure e studi umanistici, di introdurre nelle professioni d’aiuto una migliore consapevolezza del ruolo che le interazioni comunicative hanno nel destino dei processi di aiuto e guarigione.” Scrive Pigoni: “Mi sono trovato in piena pandemia ad affrontare una serie di esperienze legate alla malattia e alla morte di affetti a me cari e a osservare in presa diretta una serie di temi al centro del pensiero e dell’impegno di Giorgio Bert. Malattia e morte sono esperienze esistenziali centrali nella vita di tutti e nello sviluppo del pensiero umano: «Il fatto di essere mortali dà senso alla nostra esistenza. Che pensiamo o no esplicitamente alla morte, essa condiziona le nostre scelte, i nostri progetti, la nostra visione del passato e del futuro. È la morte a dare significato alla vita» (Gli uomini sono erba. Conversazioni sulla cura, Il Pensiero Scientifico Editore, 2007). Spesso però ci dimentichiamo che l’incontro con la malattia e la morte avviene attraverso la mediazione concreta dei sistemi umani che ne organizzano l’esperienza: ci troviamo all’improvviso ad attraversare le corsie degli ospedali, ad attendere lunghe ore in sale d’attesa, ad ascoltare parole più o meno comprensibili da parte del personale sanitario, a telefonare alla ricerca di informazioni sulle case di riposo, a rispondere a domande che ci vengono fatte per sapere come stiamo oppure ad attendere quelle che invece non ci verranno fatte. Incontriamo questi luoghi, fatti di assenze o presenze, frette o premure, proprio quando siamo più fragili e quando si generano nelle nostre biografie di malati o caregiver delle vere e proprie crepe che rischiano di danneggiarci con senso di privazione delle opportunità, di colpa, di perdita del controllo sulla nostra vita. Giorgio Bert ci ha insegnato, da formatore e teorico dei princìpi della medicina narrativa e studioso della comunicazione in ambito sanitario e non solo, che una migliore consapevolezza delle interazioni comunicative può favorire il fronteggiamento delle esperienze della fragilità.” A questo punto le parole di Pigoni ampliano il discorso e fanno risuonare in me delle corde utili a motivare il lavoro dell’anno scolastico alle porte: “Se i sistemi organizzativi sanitari – ma anche quelli scolastici, formativi, socio-assistenziali, aziendali – imparassero infatti ad accostare le persone a partire da una prospettiva sistemica e narrativa, se imparassero a percepirsi e percepire i propri membri come portatori di storie che vale la pena ascoltare e co-narratori di nuove storie da scrivere insieme, forse ridurremmo di un po’ le infiltrazioni dolorose che la vita porta con sé. Impareremmo a percepire che siamo parte di un sistema di relazioni che ci interconnette gli uni alle altre, fatti di interazioni ed equilibri in movimento e risposta a stimoli comunicativi e relazionali che influenzano decisivamente l’esito degli incontri e dunque le storie di malattie e di morte che inevitabilmente ci troviamo prima o poi ad attraversare. In quanto umani siamo di casa nella parola e non possiamo non comunicare: ogni gesto, parola, domanda, commento può far succedere cose diverse intorno a noi. L’invito che Bert ci ha fatto nel corso della sua vita e del suo lavoro scientifico è di cambiare prospettiva, di acquisire la postura del narratore di storie tra narratori di storie, di fare come i registi, che spostano la cinepresa, cambiano la disposizione delle luci, e con questo sanno mettere in luce punti di vista diversi, tanto diversi da cambiare la direzione della storia che abbiamo da narrare, e vivere: «Le storie possono avere sviluppi e finali differenti, e in questo senso costituiscono potenti fattori di cambiamento: è il motivo per cui nelle narrazioni non conta tanto la verità dei fatti quanto il percorso e il senso che a esse dà il narratore. Le storie costruiscono significato e sono pertanto dinamiche e variabili» (da Gli uomini sono erba).”
Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi. Il settimo è esplicato da Sergio Harari, direttore del Dipartimento di Scienze mediche all’ospedale San Giuseppe di Milano. Lo si può trovare a questo link.
“L’eterna giovinezza non esiste, difficile di questi tempi trovare diavoli seri con i quali stringere patti, ma investire sulla propria salute si può e si deve fare. Senza eccessi: niente ossessioni, la salute è fatta di buon senso e piccole attenzioni. Ne è una prova la dieta mediterranea: bilanciata e varia è forse la migliore al mondo. Gli estremismi in medicina non pagano, non esistono un cibo perfetto o una dieta magica valida per tutti, ognuno deve trovare il proprio equilibrio, sulla base delle proprie necessità e del proprio profilo di salute (si soffre di sovrappeso, pressione alta, colesterolo elevato, diabete ecc.?). Ascoltare il proprio corpo diventa quindi cruciale, è inutile affidarsi ciecamente a impossibili ricette magiche. Un’alimentazione sana, completa e varia ci eviterà inoltre l’assunzione di superflui e costosi integratori, dei quali molto spesso non vi è alcun bisogno, così come è fondamentale avere un corretto stile di vita, che comprenda attività fisica e movimento. La chiave di un buon rapporto con il nostro corpo passa però anche e soprattutto da una buona relazione con il nostro medico curante. Solo un dialogo costante può consentire di affrontare con buon senso dubbi, paure anche irrazionali, chiarimenti. Il web infatti rischia troppo spesso di somigliare a un moderno oracolo: può condurre a conclusioni tragiche o eccessivamente rassicuranti, a seconda del sentimento di chi lo interroga. Anche nell’informazione niente può surrogare la relazione con il curante. Prevenire si può: se oggi ci sono genitori che possono permettersi il lusso di non vaccinare i propri figli è perché la stragrande maggioranza degli altri li ha invece vaccinati e anche i loro beneficiano dell’immunità di gregge (quel fenomeno per il quale, quando il tasso di vaccinazioni è molto alto nella popolazione, anche i non vaccinati sono protetti). Vaccinare e lavarsi spesso le mani sono due atti semplici e fondamentali. La salute è certamente un diritto ma è anche un dovere, se tutti lo osserviamo e rispettiamo allora il nostro Servizio sanitario diventerà più sostenibile, per il bene di tutti. Abusare del proprio corpo con vizi e stravizi è un buon modo per buttarci via: droghe, sostanze dopanti, alcol, fumo e stress sono tutti pericolosi nemici da tenere ben lontano e combattere. Investiamo bene oggi perché, se immaginiamo la salute come un capitale che ci viene affidato, nel corso del tempo potrà fruttarci anni di vita in più in benessere. Altro che Dorian Gray.”
“Ho scelto questo video perché è la mia serie preferita e perché mi piacerebbe fare chirurgo e questa è una delle scene più belle”. Questa è stata la gemma di S. (classe terza). Nel giro di brevissimo tempo due gemme sono state centrate sul “da grande vorrei…”. Trovo adorabile vedere sognare i miei studenti, appassionarsi ad una professione e poi darsi da fare per alimentare quel progetto: “I sogni sono come le conchiglie che il mare ha depositato sulla riva. Bisogna raccoglierle e ascoltare la loro voce” (Romano Battaglia).
Lo psicoterapeuta Alessandro Raggi, poco più di un anno fa, ha scritto per MedicItalia questo articolo ricco di dati e spunti di riflessione. Vi si parla di magia, superstizione, ciarlatani, professioni mediche, psicoterapia, psicologia…
“Ogni giorno in Italia più di 30.000 persone (di cui il 13% con un titolo di studio universitario) decidono di rivolgersi a presunti maghi e ciarlatani vari. Sette spirituali e fattucchieri plagiano persone di ogni età e ceto sociale, riuscendo ad accaparrarsi non solo soldi ma anche favori sessuali e ricompense materiali. Eppure, nonostante il raggiro subito, per vergogna o paura, solo poche persone (il 6% degli utenti che dichiarano di aver subito un raggiro) decidono di sporgere effettivamente denuncia alle autorità. Una recente normativa ha inoltre regolamentato alcune nuove professioni che sino a poco tempo addietro erano definite “pseudo-professioni”, come ad esempio i naturopati o gli agopuntori. Ricordiamo che “regolamentato” significa semplicemente che la Legge italiana ha preso atto dell’esistenza di tali figure. Credo però, che per quanto vi sia una differenza sostanziale tra i ciarlatani e le nuove professioni, potrebbe però innescarsi una deriva culturale a seguito di questa recente normativa (Legge n. 4/2013). C’è per quanto mi è dato osservare, infatti, un’eccessiva contiguità, tra alcune delle nuove professioni regolamentate e la pratica di alcune categorie di ciarlatani. Se si è parlato a lungo del fatto che i counselor si trovano, di fatto, a svolgere spesso senza alcuna competenza pratiche molto vicine se non sovrapponibili a quelle della professione di psicologo, si è parlato meno di altre categorie. Tra le nuove professioni recentemente disciplinate, infatti, accanto a pedagogisti, consulenti filosofici, kinesiologi, grafologi, musicoterapeuti e armonizzatori familiari, anche gli astrologi hanno cercato di ottenere la loro regolamentazione. Un tentativo del genere, se sommato all’avvenuta regolamentazione di pranoterapeuti, psicofilosofi e maestri di reiki, agli occhi del cittadino, può correre il rischio di esser visto passare come uno sdoganamento di pseudo professioni troppo vicine all’operato di alcune categorie di ciarlatani. Sebbene le commissioni CNEL non abbiano dato, per il momento, parere favorevole alle associazioni di maghi e astrologi, c’è mancato poco. È perciò probabile che si sia solo all’inizio di un percorso potenzialmente rischioso. Maghi, sensitivi, cartomanti, chiromanti veggenti: in Italia li abbiamo un po’ tutti. Si tratta di un fenomeno molto diffuso e a questi personaggi è riservato ampio spazio sui media. Qualcuno di questi dispone ancora oggi persino di trasmissioni TV o radiofoniche dedicate. Tra le specialità proposte vi sono le solite magia bianca, nera o rossa; ma si possono trovare anche rituali indiani, celtici o brasiliani. Filtri e pozioni, legamenti d’amore, soldi, fortuna, lavoro e salute, sono tra le richieste più diffuse nel mercato. La consuetudine a rivolgersi al mago è attribuita da uno stereotipo culturale all’abitante del mezzogiorno d’Italia, mentre i dati di qualche anno fa del rapporto Eurispes (2011) su indicazioni dell’Associazione Telefono Antiplagio, mostrano invece che quest’abitudine è diffusa al Nord (45% popolazione – 42% di presunti maghi) forse anche più che al Sud (35% popolazione – 30% di presunti maghi), mentre assume proporzioni epidemiche (in rapporto al numero di abitanti) nel Centro Italia (20% popolazione – 28% presunti maghi). I maghi, i guaritori e gli astrologi presenti in Italia sono circa 160.000 (in vertiginoso aumento negli ultimi dieci anni). Decine di migliaia le truffe e gli abusi segnalati all’Associazione Telefono Antiplagio. Gli italiani che frequentano questi impostori sono 12 milioni (il 20% della popolazione) distribuiti tra un 51% di donne, il 38% di uomini e l’11% di adolescenti. L’incasso totale tra chiaroveggenti, indovini, guaritori e maghi è stimato in circa 6 miliardi di € annui con una evasione fiscale che tocca punte del 98%. Durante lo scorso anno (2013) indovini, fattucchiere e cartomanti hanno aumentato gli introiti annui (in controtendenza rispetto a categorie professionali serie) di circa il 19%. Lombardia, Lazio e Campania sono in Italia le regioni con il più alto numero di addetti all’occulto, mentre si rivolgono a loro circa un italiano su tre spendendo tra i 50 e i 1000 euro a consulto. I reati più frequenti contestati a questi individui dalla Magistratura sono: esercizio del mestiere di ciarlatano, l’evasione fiscale, circonvenzione d’incapace, truffa, estorsione, esercizio abusivo della professione medica e psicologica, abuso della credulità popolare, violazione della privacy e pubblicità ingannevole. Molti di questi finti operatori del paranormale riescono a vendere le proprie millanterie anche a distanza, persino attraverso siti web di aste on-line. Se a questo piccolo esercito si sommano i sedicenti maestri spirituali, le sette, i centri di “cultura” esoterica e altre cose del genere, i numeri in gioco e i soldi turlupinati alle persone, potrebbero raggiungere cifre davvero impressionanti. Si tratta di cose diverse rispetto ai ciarlatani? È probabile che maghi da un lato e sedicenti maestri spirituali dall’altro si rivolgano a un pubblico differente, ma a mio avviso entrambi rispondono ingannevolmente a un bisogno umano che di fondo è molto simile: la ricerca di sicurezza. La nostra epoca è caratterizzata dopotutto dalla costante incertezza e da una persistente carenza di punti di riferimento, che si esprime spesso in modo patologico sia a livello sociale sia individuale. Questi impostori sono storicamente sempre esistiti, ora però si trovano evidentemente a cavalcare il momento di disagio delle persone, giocando pericolosamente con le insicurezze collettive. Oltre a impostori, maghi e veggenti, in alcuni casi, le persone possono essere vittime di veri e propri plagi messi in atto da personaggi apparentemente insospettabili. “Maestri spirituali”, “mamme”, “padri”, “sacerdoti”, questi individui si lasciano soprannominare in modi apparentemente lontani da ogni sospetto. Bisogna invece imparare a osservare e tenersi lontani da situazioni ove qualcuno dichiara una presunta superiorità morale o spirituale per essere ascoltato e seguito. Sette esoteriche, circoli mistici, riunioni tra “illuminati”, anche solo dei semplici cenacoli di lettura di testi “spirituali”, possono trasformarsi per i malcapitati in vere e proprie situazioni in cui si diviene vittime di suggestione e sottomissione spesso senza nemmeno rendersene conto. I personaggi che tendono a plagiare i propri “adepti” lo fanno in maniera molto subdola, utilizzando l’arte della persuasione in maniera molto efficace e altrettanto ambigua. Questi soggetti non vengono mai completamente allo scoperto e si ammantano spesso di un’aria amichevole e falsamente rispettosa. Dopo aver conquistato la fiducia degli adepti, iniziano le richieste, via via sempre più impegnative, sino a riuscire spesso ad estorcere, senza utilizzo della violenza denaro, favori, prestazioni sessuali. Molte delle domande poste dalle persone a queste categorie di ciarlatani sono riconducibili a problematiche di ordine psicologico, oltre che in alcuni casi, persino medico. Tra le richieste ‒ ovviamente inevase ‒ formulate ai ciarlatani (maghi, cartomanti, ecc.) vi sono: sofferenze d’amore problemi familiari drammi esistenziali conflitti in ambito lavorativo difficoltà d’integrazione sociale timidezza rendimento scolastico problemi di salute Ebbene, questi sono tutti ambiti nei quali la competenza dello psicologo, dello psicoterapeuta e, per la salute fisica, del medico, è specifica e garantisce all’utente l’unico ambito possibile di efficacia e professionalità. Se come si è visto le problematiche che affliggono gli utenti di queste categorie di personaggi sono per lo più riconducibili a difficoltà di ordine psicologico, per quale motivo così tante persone preferiscono rivolgersi a un possibile truffatore, un sedicente mago, piuttosto che andare dallo psicologo? Le motivazioni possono essere tante e dato che anche persone istruite cadono vittime dei raggiri dei ciarlatani, non sempre tutte riconducibili all’ignoranza. L’inganno della soluzione facile, la superstizione, l’illusione di poter modificare il corso della propria vita senza mettersi in gioco in prima persona, ma affidando unicamente a un “entità” esterna le proprie sorti. A mio avviso però si può aggiungere anche un altro ordine di spiegazione: le persone vogliono essere da un lato rassicurate e aiutate, dall’altro vogliono sentirsi in qualche modo anche accolte nella propria irriducibile complessità. Ci si vuole sentire individui dotati di una psiche immaginativa, dove c’è ancora spazio per l’indeterminatezza, l’esoterismo, l’essere ritenuti parte di un universo ancora misterioso e ancora da decifrare e da spiegare. La mia ipotesi, condivisa da molti autorevoli autori alcuni dei quali citati in bibliografia, è che molta della psicologia contemporanea si sia appiattita su un modello di stampo medico psichiatrico e che non si differenzi granché da questo. Una parte della psicoterapia sembra più interessata alle diagnosi, alle tecniche, ai trattamenti, alle prove d’efficacia, alla purezza metodologica, anziché all’ascolto e alla comprensione – psicologica – della psiche umana. Queste considerazioni prescindono dal tipo di orientamento che può avere lo psicoterapeuta e attengono piuttosto a un modo trasversale di intendere il singolo approccio alla sofferenza e al dolore psicologico. L’oltranzismo nel considerare la questione metodologica e tecnica come predominante conduce, a mio avviso, alla disumanizzazione della psicoterapia. Anche l’intransigenza verso la purezza del “setting” di un certo modo rigido di intendere tutt’oggi la psicoanalisi è parte in causa in questo tipo di discorso. Credo, infatti, che molto dello spazio eroso agli psicoterapeuti non solo dai ciarlatani e dagli operatori dell’occulto, ma soprattutto da tutta la pletora di operatori delle cosiddette “nuove professioni” – counselor, consulenti filosofici, naturopati, ecc. – non sia altro che l’effetto di una divaricazione accentuata tra una psicologia (e una psicoterapia) fondata sempre più su uno sterile tecnicismo “generico” e sempre meno sulla comprensione soggettiva del dolore dell’animo umano. Riassumendo il pensiero dello psichiatra americano Szasz (1974), una parte consistente della psichiatria occidentale è rimasta ancorata a una visione meccanicistica di stampo biologicistico, della psiche umana e parte della psicologia – a volte – cade nell’errore di imitare proprio questa psichiatria di stampo più organicistico. Per Antonucci (2007) è infatti proprio il “pregiudizio psichiatrico” ereditato da parte della psicoterapia odierna che impedisce di intraprendere il vero lavoro psicologico con la sofferenza degli uomini. Il linguaggio della psicoterapia in molti casi non contempla più parole fondamentali per la psiche umana che invece il “consulente filosofico” riesce a integrare nel suo setting senza temere di apparire poco “scientifico”. Molti psicologi, infatti, hanno smesso, come ritiene anche Hillman (1999), di occuparsi di amore, del rapporto tra la vita e la morte, di “anima”, di cose che ai loro occhi appaiono come “indimostrabili” da un punto di vista empirico. Essi si stanno avvicinando sempre più alle posizioni della psichiatria meccanicistica che ha prodotto il DSM V (ultima edizione del manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) e ne hanno adottato anche il linguaggio oltre che la propensione a effettuare diagnosi sempre più “precise”, inventando, di fatto nuovi sintomi e nuove sindromi, che come dicono Frances e Spitzer (2011) “non fanno altro che abbassare le soglie di molte malattie, con il risultato di aumentare enormemente le diagnosi e quindi di “psichiatrizzare” larghe fasce della popolazione.” Terreno fertile, insomma, per molte categorie che millantano di poter avere un dialogo più “aperto” degli psicologi con aspetti sensibili della psiche umana? Qualunque sia la problematica per cui una persona decide di rivolgersi a un operatore dell’occulto o a un “maestro spirituale” improvvisato, va detto con estrema chiarezza che il problema è destinato non solo a non essere risolto, ma ad aggravarsi. Infatti si correrà semplicemente il rischio di rinviare i tentativi di soluzione più seri, oltre che di indebitarsi economicamente e si deve trovare il coraggio di farsi aiutare. Ci si può rivolgere a un’associazione di consumatori oppure chiedere nei casi più gravi l’aiuto delle forze dell’Ordine. Psicologi, psicoterapeuti e psichiatri possono essere di grande aiuto nel sostenere le vittime di queste millanterie. Non di rado, infatti, si possono sviluppare nell’individuo delle vere e proprie sintomatologie psicologiche anche a seguito dei raggiri subiti e della scoperta, spesso scioccante, di essere rimasti vittime di un inganno. Ovviamente è sempre preferibile rivolgersi a un professionista – psicoterapeuta, medico, psicologo – anche solo per un consulto in caso di problemi (amore, lavoro, salute, stress, ecc.) piuttosto che attendere che la difficoltà degeneri e si veda di seguito il ricorso alla “magia” come un possibile – ingannevole – rimedio dell’ultimo minuto. Per quante possano essere le visioni discordanti tra i vari orientamenti in psicoterapia circa il significato, l’applicazione, il limite della parola “scienza”, è pur sempre – e comunque – fondata su basi scientifiche, su metodi, osservazioni, verifiche, teorie e dibattiti culturali. C’è ancora spazio per l’anima, il cuore, i sentimenti, il “prendersi cura” oltre che il curare? A mio avviso assolutamente si. Per questo, se si ritiene di poter essere caduti vittime di un raggiro, dunque, in nessun caso si ceda alla vergogna, sentimento molto comune tra quanti sono stati ingannati da un sedicente mago e ci si rivolga invece a un professionista serio per chiedere supporto e aiuto.”
Io purtroppo non ci sarò perché quella sera gioco (tra l’altro proprio nello stesso paese…), ma per chi vuole conoscere la storia di Max Tresoldi, l’occasione di venerdì 1 febbraio, alle 20.45 al teatro Mons. Lavaroni di Artegna, è da segnare sul calendario. Chi è?
“Lo schianto in autostrada. Il mondo che va in frantumi e la vita che sembra arrestarsi. È il Ferragosto del 1991 quando Massimiliano Tresoldi, 20 anni, entra in «stato vegetativo». Un grande sonno da cui – dicono i medici – non si sveglierà mai più. Inizia un’odissea tragica da un ospedale all’altro che coinvolge la sua famiglia, mentre Max vegeta del tutto ignaro della vita attorno a lui. O così sembrerebbe, perché dopo dieci anni il ragazzo, diventato uomo, si risveglia. E da quel giorno racconta: «Io sono sempre stato qui, vi ascoltavo e vedevo tutto». Nella testimonianza di sua madre Lucrezia c’è tutto il pathos di un caso quasi unico al mondo, non solo per l’incredibile risveglio, ma per la straordinaria «terapia» che lo ha reso possibile: l’amore. E 50 amici presenti 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno.” (da http://www.ancoralibri.it/Catalogo/ProductID/6817)
Cosa fai nella vita? Perché lo fai? Che senso ci trovi? Sono domande a cui dà una sua risposta il medico dell’anno di un prestigioso ospedale newyorkese, la dottoressa italiana Elvira Parravicini, intervistata qui da Riro Maniscalco per Il Sussidiario.
“Non e’ una ragazzina, anche se lo sembra. Quando poi parla mettendo tutto (o quasi) al diminutivo, non puoi fare a meno di sorridere. Sarà perché è abituata a trattare con i bambini piccoli, anzi, piccolissimi. Quelli che sono appena nati e lo sono a malapena e Dio solo sa se e quanto potranno continuare a vivere. Elvira Parravicini, neonatologa di Seregno, arrivata a New York (per starci) a metà degli anni novanta dove, a quasi 40 anni, ha dovuto ripartire dalla gavetta affrontando i famigerati “steps”, “residency” e “fellowship” che ogni medico americano deve percorrere (e non è che ce la facciano tutti). Elvira ce l’ha fatta e martedi 4 dicembre il suo ospedale, il prestigioso Morgan Stanley Children’s Hospital, della Columbia University a New York, la premia come “Medico dell’Anno”. Detta così suona come una ordinaria storia di successo. Ed è certamente una storia di successo. Ma bisogna capire perchè questa “bambina grande” è stata scelta tra tanti “grandi dottori”.
Elvira, sembra che al tuo ospedale non abbiano trovato nessuno di meglio da premiare… Ma cos’hai fatto di speciale per meritarti questo riconoscimento?
Veramente non lo so e non me lo aspettavo proprio. La mia ipotesi è questa: siccome questo è un premio dove chi vota sono le infermiere, certamente ha a che fare col lavoro di questi anni nella cura del Comfort Care. Mi spiego meglio. Quando un bambino è terminale e sta per morire, i medici se ne possono andare, possono dire “non c’è più niente da fare” e non affrontare la situazione. Questo succede nel 99 per cento dei casi. Ma l’infermiera no, lei è lì al capezzale del bambino coi genitori e la famiglia. E’ una situazione molto molto difficile da gestire, sembra impossibile. Come si può stare di fronte a questi bimbi, a cui non possiamo offrire una cura medica che li guarisca? Così, io credo, da quando ho cominciato a prendermi cura dei bambini terminali, come medico, è come se avessi detto alle mie infermiere: io sono qui con voi, con questi bambini e le loro famiglie. Io so che un bambino malato, anche se vive per sette minuti, ha bisogno del suo medico e della sua infermiera per quei sette minuti… Ho fatto medicina per aiutare i bambini malati, qualunque sia la lunghezza della loro vita. Non è che posso dire: la tua vita è cosi corta che non vale la pena di impegnarsi. Anzi è il contrario. Proprio perché è corta deve essere la più bella e intensa possibile. Cosi ho deciso di stare con questi bambini e sono stati loro che mi hanno insegnato quello di cui hanno bisogno. Allora le infermiere hanno capito che esiste un modo professionale di prendersi cura dei piccoli. Dopo forse un anno che avevo iniziato, alcune sono venute a cercarmi chiedendo di lavorare con me su questi casi. Le mie infermiere volevano aiutare questi bambini, ma mancavano di un’ipotesi di lavoro. E io ho imparato tanto dalle infermiere!
Come sei arrivata a fare quel che fai?
Semplicemente lavorando dove lavoro. In patologia neonatale mi sono trovata di fronte a dei bambini che avevano malattie che alcuni chiamano “incompatibili con la vita”, definizione che non mi piace. Infatti la loro vita c’è, solo che è molto breve. Ho incontrato pazientini che non potevano vivere più di poche settimane, giorni o minuti, anche con tutte le cure mediche offerte dalla medicina moderna. Mi sono detta: “Anche questi sono miei pazienti, come mi prendo cura di loro?” Cosi ho sviluppato una cura medica che ho chiamato comfort care dove il focus è sul benessere del paziente, visto che la guarigione non e’ possibile. Per un medico, particolarmente in questo paese, la vita lavorativa rischia di mangiarsi tutta la vita.
C’è per te un confine tra l’una e l’altra?
La mia vita è una, cioè la mia vita sono sempre io che faccio cose diverse. All’ospedale curo i neonati, poi canto in un coro, ho molti carissimi amici, ho una casa da tenere, cucinare, pulire, fare la spesa. Faccio cose diverse, ma ogni persona o situazione che ho davanti, sia un bimbo malato o un amico, o la spesa da fare, rispondo a Qualcuno che mi mette di fronte una certa situazione, o una certa persona, per motivi Suoi, e allora posso dirGli di sì o di no. Da questo punto di vista prendermi cura dei bambini terminali è dire sì come andare a fare la spesa, con, ovviamente, le dovute differenze.
A questo punto della tua vita professionale c’è gente che ti chiede, che ti fa domande rispetto a questa tua professione, che ti segue. Cosa vuol dire per te? E cosa vuol dire essere medico dell’anno oggi?
Quando gli altri mi fanno domande rispetto al mio modo di essere medico o mi seguono, io li rimando a due cose. Primo, ad essere seri col loro desiderio dell’inizio, il desiderio che li ha spinti ad entrare nella professione medica. Il punto di orgine è sempre puro e dobbiamo riguardarlo in continuazione per sapere cosa veramente vogliamo. La seconda riguarda essere onesti con la realtà. La realtà sfida il nostro desiderio, il suo compimento, la sua tenuta. Dico queste cose perché ho avuto e ho degli amici che mi invitano con fermezza a questo stesso lavoro e tutto quello che mi è successo non sarebbe mai successo – veramente non l’avrei neppure immaginato – senza di loro. Essere medico per me è molto semplice: è essere in rapporto con il Mistero che genera me e che mi ha invitato e suggerito di fare medicina, e che poi ha chiamato alla vita i miei pazientini e me li ha messi davanti. Dal punto di vista medico, è fondamentale che stia in rapporto col Mistero mentre curo i miei bimbi, perché solo Lui sa dove la vita di ognuno di loro deve andare. Solo seguendo le sue “indicazioni” – segni clinici, ecc. – capisco il trattamento medico adeguato, rispettando la loro piccola vita.
Cosa ti aspetta domani?
La cura di molti bambini che possono guarire e andare a casa felici e sani coi loro genitori e la cura di altri che vivono pochissimo tempo, ma che mi insegnano più degli altri che la bellezza della vita è che loro ci sono, anche solo per sette minuti! Infatti la bellezza della loro vita è che c’è Qualcuno che li vuole, come vuole me e te, caro Riro.”
Gianni Bonadonna è un oncologo a cui un ictus ha fermato la possibilità di operare ma non di pensare. In un’intervista di Sara Gandolfi, su Sette, afferma:
Cosa significa essere un buon medico?
«La medicina è nettamente cambiata nel corso degli ultimi decenni grazie alle nuove tecnologie. Oggi il medico ha a disposizione un vasto campo di trattamenti farmacologici e quelli chirurgici si fanno più audaci. Avanzamenti tecnologici che però hanno creato miti e illusioni: al medico il mito di essere diventato onnipotente, al pubblico l’illusione che per ogni malattia ci sia un rimedio per guarire, subito. La medicina deve tornare a essere umana. È tempo di iniziare a insegnare sin dall’università a entrare nel mondo delle malattie come sono vissute dai pazienti. L’obiettivo principale della professione medica rimane quello di rendere un servizio all’umanità. Facendo tesoro degli errori passati e presenti, dovremo riconsiderare che abbiamo a che vedere con esseri umani e non soltanto con molecole.
Cosa ha il diritto di chiedere un paziente?
«Il malato ha il diritto di conoscere e decidere, di autodeterminare le proprie scelte. Il medico deve rispettare i diritti del paziente senza atteggiamenti autoritari e paternalistici, fornire con tatto e sincerità gli elementi necessari perché il malato partecipi con maggior consapevolezza alle procedure di diagnosi e cura e, quando richiesto, a uno studio terapeutico. La medicina per i clinici come per i pazienti deve restare un’arte, un modo d’incontrarsi e dialogare tra persone, non un contatto accidentale e frettoloso».
Per “mettersi nei panni” di un paziente, un medico deve ammalarsi?
«Non necessariamente. Ci sono medici più sensibili. Il medico deve saper infondere al malato fiducia per le cure che gli somministra, speranza di guarigione e soprattutto fargli sentire che non lo considera solo un numero ma una persona a tutto tondo. Un bravo medico non fa sentire abbandonato il malato, l’attenzione e l’ascolto sono una grande cura. Alcuni medici lo sanno: dai pazienti imparano il significato della vita, capiscono il peso della sofferenza».
È il medico o il paziente che deve decidere “quando fermarsi”?
«Il medico deve informare con tatto il paziente quando non vi è più possibilità di alcun trattamento efficace. In questo caso farlo vivere nel modo più dignitoso possibile è un atto di umanità, evitandogli l’accanimento terapeutico, cure inutili, le sofferenze evitabili. È l’alleanza medico-paziente che farà prendere la decisione corretta».