Lo spartito di “Happy” è stata la gemma presentata da M. (classe seconda). “L’ho portato per due motivi. Il primo è perché la musica è la mia passione: suono il clarinetto da quando avevo 4 anni. Il secondo è perché attraverso la musica ho fatto l’esperienza della banda giovanile regionale, che ha significato crescita musicale e umana. Vi ho conosciuto una delle mie più grandi amiche”. Riprendo e sottolineo una delle frasi che appaiono nel video proposto da M. e che unisce i suoi due motivi: “L’amicizia è come la musica: due corde parimenti intonate vibreranno insieme anche se ne toccate una sola” (Francis Quarles).
Era proprio come oggi… A fine gennaio 1998 ho iniziato a insegnare. Nel corso di questi anni ho messo da parte vari scritti, riflessioni, ricerche ripromettendomi, prima o poi, di sfruttarli per una qualche pubblicazione. Tuttavia, ho raggiunto la consapevolezza che sarà molto difficile riuscire a farlo, per cui ho deciso, pian piano di pubblicare quel materiale su questo blog. Non lo raccoglierò sempre in maniera organica, né desidero creare una nuova categoria; cercherò di inserirlo nella struttura già esistente… Il primo post a questo riguardo sarà il prossimo…
Iniziare una lezione con i Led Zeppelin? Fatto. Grazie ad A. (classe terza) che ha proposto “Rock and roll” nella versione live del 1973 al Madison Square Garden. “Ho scelto i Led Zeppelin perché sono il mio gruppo preferito, anche se non con questa canzone. In realtà la mia gemma è la musica; fin da piccola suono chitarra e pianoforte, uno sfogo per i momenti in cui sono tesa. Questo gruppo è fonte di ispirazione con i numerosi assoli di chitarra. Tra le tante passioni, fotografare e cucinare, suonare è la maggiore”. Una delle cose che mi piacciono di più della storia del rock è la ricchezza di aneddoti (spesso mischiati a vere e proprie leggende metropolitane). Ne riporto uno che riguarda due icone: «E’ la fine del 1969, negli Stati Uniti in un volo in partenza da Phoenix i due “capelloni” più famosi di quel momento, il biondo Robert Plant ed il moro Jim Morrison per fatalità del destino si ritrovano seduti uno di fianco all’altro. I due si guardano e ghignano, si riconoscono, nessuno dei due apre bocca. Dopo un po’ è Jim Morrison a rompere il ghiaccio chiedendo: “cosa fai nella vita?”, Plant: “sono un cantante” e Morrison nuovamente: “ah, interessante e che genere di musica fai?”, così Plant risponde: “mah, un rock nuovo, la mia band si chiama Led Zeppelin”. Jim Morrison: “mai sentita!” Plant a sua volta: “e tu cosa fai per guadagnarti da vivere?”, Morrison: “oh, io sono un poeta”, e Plant subito: “ah, anch’io una volta facevo il poeta, poi ho avuto successo!”» (fonte web)
“Ho portato un diapason che simboleggia il mio amore per la musica: ha sempre fatto parte della mia vita e spero continui. Senza la musica non penso di poter vivere. Per me cantare è una cosa bellissima, la più bella che possa fare”. Queste sono state le parole di G. (classe quinta). Ogni volta che ho assistito a un concerto mi ha sempre incuriosito questo strumento che alcuni direttori utilizzano: è usato per dare l’intonazione alle voci di un coro o per accordare strumenti. Lascio come commento una domanda per una riflessione personale: qual è il diapason della nostra vita, con cosa le diamo l’intonazione?
Una canzone “colonna sonora” è stata quella scelta da G. (classe terza) come sua gemma. Non le interessa il testo, ma il ruolo che “Heroes” ha nella sua vita: “mi ricorda momenti belli passati in estate a Lignano insieme a degli amici e a persone appena conosciute ma diventate presto importanti; inoltre mi fa pensare all’addio a una persona cara che si è trasferita in un’altra scuola: il brano di Alesso è stato suonato alla sua festa di addio.” Afferma Gibran: “I sentimenti sono la musica della nostra anima, tocca a noi trarne dolci armonie o confusi suoni”.
La parte finale del film “La musica nel cuore” è stata la gemma proposta da E. (classe quarta). “Non sono esperta di musica, però questo concerto mi piace molto e ho bei ricordi legati a questa sequenza. Inoltre, nel finale del film, qui non presente si dice: “La musica è ovunque, basta saperla ascoltare”. Secondo me anche nel silenzio c’è la musica, basta saperlo ascoltare.” C’è una vecchia canzone del 1968 di Tony Del Monaco che qualche anno fa è stata reinterpretata da Andrea Bocelli (qui insieme ad Elisa): tocca l’argomento del silenzio e secondo me è molto affascinante.
“Ho portato il mio vecchio ipod: mi interessa quello che c’è dietro e quello che c’è dentro. Dietro perché è con me da 9 anni, per cui ad esso sono legati tutti i ricordi, i viaggi in barca, in nave, in aereo, le amicizie e le persone. Dentro per la musica: mi rilassa, mi proietta, mi fa pensare e riflettere. Mi fa sentire a mio agio.” Si parla spesso di quella occidentale come di una società materialista nel senso proprio del termine per il suo eccessivo dedicarsi agli oggetti e alle cose materiali. La gemma di E. (classe quarta) mi ha fatto pensare alla mia difficoltà a separarmi dal mio vecchio walkman regalatomi dai miei dopo gli esami di terza media, o dalle musicassette da me assemblate quando ero adolescente. La paura è quella di provare nostalgia un giorno futuro. Nostalgia per quegli oggetti che contengono dentro di sé emozioni e sensazioni. E concludo sempre dicendomi: “E perché buttarli? Un posticino in qualche armadio lo trovo!” 😛
“La prima volta che ho sentito questa canzone è stato tre giorni fa. Mi ha trasmesso subito qualcosa; dopo di che l’ho ascoltata altre volte e ogni volta mi ha dato i brividi. E’ una canzone significativa che vuole aiutare gli stati colpiti dall’ebola; inoltre, mi piace che abbia a che fare col tema del Natale, con la speranza. Non è che una canzone risolva tutti i problemi, però può far nascere la speranza o la forza di superare gli ostacoli in chi è colpito direttamente o nei famigliari.” Queste sono le parole con cui M. (classe quinta) ha presentato la sua gemma. La prima versione di questa canzone, sempre per merito di Bob Geldof, è del 1984 e qui sotto pubblico il video. In entrambe c’è Bono Vox degli U2 che ha detto una frase che mi piace riprendere a commento delle parole di M.: “In una canzone i sentimenti sono più forti delle idee o delle parole. Si possono avere mille idee, ma finché non catturano l’emozione, rimangono una sterile dissertazione.”
E’ uscita dal banco con una custodia nera in mano, l’ha appoggiata sulla cattedra. G. (classe quarta) ha esordito dicendo: “Dentro la custodia c’è un flauto traverso: lo suono a sette anni ed è un modo per distaccarmi dalla realtà, dal mondo, dalle tensioni scolastiche. Quasi ogni giorno cerco di studiare e suonare i pezzi che mi piacciono di più. Ho scelto il flauto per suonare in gruppo, nella banda: questo mi ha fatto conoscere nuove persone alle quali altrimenti non mi sarei avvicinata.” Immediata è stata la richiesta della classe dell’esecuzione di un brano e così in classe sono risuonate le note della “Sonata in do maggiore” di Bach (terzo tempo). In particolare, nel video qui sotto, dal min 4.54 al min 6.41 circa.
A commento riporto una frase di Heinrich Neuhaus: “Mentre suono Bach, mi sento in accordo con il mondo e lo benedico”.
Sono rimasto indietro con la riproposizione della gemma di B. (classe terza), risalente a venerdì mattina.
“E’ una scelta un po’ strana la mia: ho ascoltato questa canzone in estate e due giorni fa, in un momento non bello l’ho ripresa e mi ha trasmesso felicità facendomi star bene. C’era contrasto tra la sensazione che avvertivo nel cuore e la canzone e questo contrasto mi è piaciuto”. Allora anche io pubblico una canzone che uso per contrasto nei momenti bui in cui si ha magari bisogno della completa mancanza di senso di questa canzone (tra l’altro la canzone dal sound country è di un gruppo svedese…)
La gemma di L. (classe quarta) sarebbe stata una persona in carne ed ossa. Non potendola portare in classe ci ha mostrato il canale youtube di questo batterista. Ci ha fatto ascoltare un pezzo come un altro e ha scelto questo:
“Per me la batteria è libertà, sfogo. In mezzo agli impegni della giornata cerco sempre di ritagliarmi anche un piccolo momento per potermici dedicare”. Ho trovato in rete questa frase anonima, la appoggio qui: “La tua band è brava tanto quanto lo è il tuo batterista”.
“E’ una canzone che mi rassicura” dice S. (classe quarta) presentando la sua gemma. La canzone è dei Simple Plan e si intitola “This Song Saved My Life”.
Le parole iniziali dicono: “Voglio iniziare facendoti sapere questo. Grazie a te la mia vita ha uno scopo, mi hai aiutato ad essere quel che sono oggi. Mi rivedo in ogni parola che dici, a volte sembra che nessuno mi comprenda. Sono intrappolato in un mondo in cui tutti mi odiano, sto passando per così tante cose. Non sarei qui se non fosse stato per te”. Quindi dietro alla canzone salvavita c’è anche qualcuno; e infatti S. conclude dicendo “è la storia di un’amicizia importante”. Questi sono i versi che hanno salvato me, parlano d’amore perché è l’amore quello che mi ha salvato: “Vorrei con te da solo sempre viaggiare, scoprire quello che intorno c’è da scoprire per raccontarti e poi farmi raccontare il senso d’ un rabbuiarsi e del tuo gioire; vorrei tornare nei posti dove son stato, spiegarti di quanto tutto sia poi diverso e per farmi da te spiegare cos’è cambiato e quale sapore nuovo abbia l’universo. Vedere di nuovo Istanbul o Barcellona o il mare di una remota spiaggia cubana o un greppe dell’Appennino dove risuona fra gli alberi un’usata e semplice tramontana. E lo vorrei perché non sono quando non ci sei e resto solo coi pensieri miei ed io… Vorrei restare per sempre in un posto solo per ascoltare il suono del tuo parlare e guardare stupito il lancio, la grazia, il volo impliciti dentro al semplice tuo camminare e restare in silenzio al suono della tua voce o parlare, parlare, parlare, parlarmi addosso dimenticando il tempo troppo veloce o nascondere in due sciocchezze che son commosso. Vorrei cantare il canto delle tue mani, giocare con te un eterno gioco proibito che l’oggi restasse oggi senza domani o domani potesse tendere all’infinito”.
La gemma proposta da D. (classe quarta) è imperniata attorno al video di “Story of my life” degli One Direction: “Troppi sono i pregiudizi su questa band in Italia: sembra che suonino solo per teenagers superficiali e vuote. Io con questa canzone voglio dire che questa è stata la colonna sonora di questi tre anni e dietro vi sono tante esperienze ed emozioni condivise anche con altre persone”.
Ha ragione D. Ci sono musiche che si fissano nella nostra memoria come i profumi e restano legati a quelle sensazioni in modo indelebile. Poi la musica è certamente soggettiva, può piacere o non piacere, ma questo è il suo lato più bello. E allora allego la canzone che ha segnato i miei tre anni corrispondenti a quelli di D. “Sono qui, tutto solo. La mia mente trasformata in pietra, ho riempito il mio cuore di ghiaccio per evitare che venga spezzato di nuovo. Ti ringrazio, mio caro vecchio amico, ma adesso non puoi aiutarmi, questa è la fine di una storia sbagliata. Stanotte non dormirò. Nel mio cuore, nella mia anima, odio davvero dover pagare questo prezzo. Dovrei essere forte, giovane e audace ma l’unica cosa che sento è il dolore. Va tutto bene, rimarremo amici, ho fiducia in me stesso e diciamo che va tutto bene: stanotte non dormirai da sola”.
D. (classe terza) ha iniziato facendoci ascoltare “Guardastelle” di Bungaro.
“Questa canzone non rappresenta il mio genere musicale ma mi ricorda i miei genitori: mio padre, che vedo due volte all’anno, e mia madre che ha qualche problema di salute. Poi ho scritto questa cosa, prof, ma vorrei che la leggesse lei per me: Mi sono chiesta varie volte cosa fosse la vita. Che senso abbia essere al mondo. La mia conclusione è che viviamo, beh, per vivere. Trovo incredibile quanto difficile possa essere trovare un sinonimo della parola “vita”. Gioia? Amore? Dio? Come si potrebbe descrivere un concetto tanto immenso con solo quattro misere lettere? La vita è colore. Una scala infinita di rossi, di blu, che si uniscono al giallo, si confondono col nero e invocano il bianco. Molti animali hanno una vista monocromatica, vedono tutto ciò che li circonda in un unico colore e non se ne rendono neanche conto; non possono neanche immaginare quante altre sfumature ci siano al mondo, e se neanche noi lo sapessimo? Ci potrebbe essere un ulteriore gamma di colori che non possiamo percepire. Noi siamo più fortunati, ma non per questo i migliori. La vita è musica. Un insieme di note e sinfonie. Composizione di suoni dolci, suoni caldi, suoni acidi, suoni armonici e contrastanti. Sospiri. Urla. Sussurri. Un Mi Bemolle può far nascere un musicista. Un arpeggio, e poi le scale. Do. Re. Mi. Fa. Sol. La. Si. E via avanti. Ci sono i Diesis, i Bemolle. Ma non è finita. Ci sono un’infinità di chiavi nascoste di cui non conosciamo l’esistenza. Dei mondi paralleli a cui ci sono stati sbarrati i confini. La vita è sogno. Attraverso il nostro cervello passano milioni di immagini mentre dormiamo, eppure ne ricordiamo solo un paio. Desideri. Ricordi. I nostri peggiori incubi. In una sola notte. Storie mai raccontate. Colline incantate. Fiabe mai scritte. E vuoi dirmi che la chiameresti ancora così? Quattro insulse lettere. Una parola. No, è molto di più. E’ un vortice di emozioni e sensazioni che aspettano di essere sentite, raccontate, amate. E’ qualcosa di astratto, eppure così dannatamente concreto. Qualcosa d’infinito, racchiuso in un infinito ancora più grande, che fa spazio all’immenso. Vita. Che parola stupida, non credi?” Riprendo delle parole della canzone proposta da D.: “Da qui, mi stacco da terra ad immaginare; da qui, chissà se c’è un mistero grande da scoprire; da qui, una libera preghiera per una pace da inventare. Ho fantasia e posso anche volare, la fantasia, lo sai ti fa volare”. Un gran bel volo ci ha fatto oggi, D. Eravamo in classe ma mentre leggevo le sue parole sentivo quelle pareti abbattersi e vedevo occhi e animi dei suoi compagni decollare e farsi un giro attraverso le ali che ci ha prestato.
“Ho portato questo pezzo di carta giallo: dietro vi sono 6 mesi di attesa, 1 giorno di ansia a scuola per sapere se l’avrei ottenuto, lacrime di felicità, attesa, grida, nuove conoscenze, incontri, foto, i due migliori giorni della mia vita cone le due ore e mezza più intense e veloci, sogni belli, serenità. Quando si sono aperti i cancelli di San Siro sono entrata tremante e durante il concerto sentivo che cantavamo insieme. Ci sono tante emozioni dietro a un pezzo di carta giallo”. Questa è la gemma di F. (classe quarta); ha portato il biglietto del concerto degli One Direction, tramite i quali ha conosciuto anche il suo secondo gruppo musicale preferito, i 5 Seconds of Summer, di cui abbiamo ascoltato questa
Sono andato con la mente al mio primo vero e sentito concerto: 23 maggio 1995, Milano, Bon Jovi. Gran caldo, Little Steven e Ugly Kid Joe come gruppi di apertura. Inizia il concerto e la band tiene il palco meravigliosamente, prendendo in giro i Take That (che poi sono gli One Direction di allora…). Concerto lungo, ecco la scaletta: Livin’ on a prayer You give love a bad name Wild in the streets Keep the faith I’d die for you Diamond ring Bed of roses Stranger in this town Blaze of glory Hey God Lay your hands on me I’ll sleep when I’m dead / Jumpin’ Jack Flash / Glory days Bad medicine / Shout / Bad medicine Always Blood on blood Wanted dead or alive Rockin’ all over the world Someday I’ll be Saturday night I’ll be there for you Runaway Finito verso mezzanotte, inizia il caos. Devono sfollare 35.000 persone e gli organizzatori pensano bene di far chiudere alla stessa ora la metropolitana. Raggiungiamo a fatica la stazione su bus stracarichi e stipati all’inverosimile. Arriviamo verso le 2.00, giusto in tempo! Sì, in tempo per vedere i fanali rossi del nostro treno che si allontana. Ci spostiamo a Milano Lambrate, bivacchiamo sulle panchine fin verso le 5.00 e finalmente saliamo su un altro treno… Ha ragione F.! Ci sono tante emozioni dietro a quei pezzi di carta!
Un bel pezzo di Marina Venegoni uscito la scorsa settimana su La Stampa. Dentro vi sono diversi argomenti che abbiamo toccato in classe, tra cui la musica attuale, lo scandalo, la pubblicità, la fedeltà a un idolo…
“Tra canzone e società è scoppiato il grande freddo. La forma artistica che per un secolo ha accompagnato amori, rabbie e nostalgie dell’esistenza umana, rischia di giacere per sempre sepolta dall’incuria alla quale l’esplosione delle tecnologie e l’assenza di nuova creatività l’hanno relegata. Le ultime tre significative notizie dal mondo pop? Il tweet di Justin Bieber che annunciava la pensione precoce, subito smentita dopo una valanga di tweet negativi dei fans; il primo posto nella hit americana di Beyoncé, conquistato (invece che con le solite fanfare) con la sorpresa totale nell’uscita: pura strategia di marketing; infine, il nuovo video di Miley Cyrus Adore You, nel quale la ragazzaccia, cantando en passant, si masturba sotto le lenzuola. Piccoli segnali, dai quali si converrà che il 2013 non si conclude in bellezza per le sorti della musica popolare, sempre più affidate non a nuove canzoni da cantare e nuovi autori da scoprire, ma a birichinate di marketing e marchette tout-court. Strumenti che hanno decisamente preso il sopravvento negli States, nei confronti dei quali noi siamo educande, con l’unica notizia (proprio di ieri) del ritorno al rock di Finardi nell’inedito Come Savonarola. «Urlo alla luna e al sole/ le inutili parole che nessuno sa ascoltare», canta Eugenio.
E il suo sfogo si rivela metafora illuminata di un’arte che ha allevato quasi un secolo di umani, ma ora nel mondo intero non sa catturare più l’immaginario collettivo, privata com’è di quella funzione identitaria che ne ha guidato per decenni il percorso e l’ascolto attraverso il riconoscimento del sé nelle novità che uscivano accompagnate dalla risposta pronta del pubblico, giovanile e non.
Triste verità. L’ascolto si è fatto superficiale e distratto, più che altro si consuma facendo altro. La musica non ha più appeal, è stata sepolta dall’evoluzione della tecnologia che si è mangiata quella che un tempo era l’attenzione al contenuto. Già gli Anni Zero, adesso che si può vedere un poco indietro, si sono distinti per essere stati privi di uno stile proprio, in cui si potesse identificare chi è cresciuto ascoltando i nomi e i titoli che fanno il ricordo sonoro di un’adolescenza e di una giovinezza.
Da lì in poi, la situazione si è ancora sfilacciata, decomposta in mille rivoli di ultranicchia. I filoni che hanno qualche successo, come soprattutto da noi il rap (con i suoi bravi vent’anni di ritardo), vengono sfruttati senza pudore. I film continuano ad essere divisi in belli e brutti, il pop invece no: perché anche il giudizio sulla musica è scomparso, seppellito dal gradimento diretto via Facebook o dal numero di followers su Twitter dell’idolo di riferimento. Tanto seguito, tanto onore. E se esce una porcata, tutti zitti. È una rivoluzione silenziosa ma non per questo meno significativa, che ha due soli contrappesi, ben legati fra di loro: gli idoli acclarati e i fan club.
Gli idoli. In prima fila i figli dei Talent Show, Mengoni in testa (il più votato dai lettori de La Stampa), per passare poi a Emma e Amoroso; Chiara la tengono su con le stampelle e gli spot, ma poco succede. Come fenomeno apparentemente indie, i rapper da Fabri Fibra fino a Salmo, che spuntano come i funghi dopo la pioggia d’autunno. Poi, i nomi della musica tradizionale: in testa Jovanotti il cui successo trova seguito anche fra i più giovani grazie alla capacità rigeneratrice del personaggio; e ancora, certo, Luciano Ligabue il cui team è una (gioiosa) macchina da guerra; e Vasco, che però fila sottotono a una canzone per volta in attesa di piazzare sorprese e stadi esauriti.
Il più vitale? Suonerà strano ma è Franco Battiato, più richiesto che mai in duetti nobilitanti, reduce da un pregevole album dal vivo con Antony, per coltivare nuove esperienze che mettano radici. Gente di primo piano come Samuele Bersani, che è da ascoltare, gode di un seguito tutto sommato ridotto.
Ma la musica popolare è soprattutto, oggi, guerra per bande. Ad essere scomparso è l’ascolto complessivo. Tecniche di marketing conquistano agli idoli stormi di agguerriti membri di fan club, regalando loro l’illusione di far parte di una setta, con piccoli privilegi come i raduni alla presenza della star, doni e soprattutto vendite di gadget, biglietti dei concerti in anteprima. Finisce che si segue un nome solo e si ignora il resto, e se in Rete leggono commenti negativi, i fans piombano giù come gli stukas. In fondo, per avere un’audience assicurata, sono gli stessi artisti che coltivano i demolitori dell’arte che più è stata vicina alla gente comune. Accompagnandone la crescita, i sogni e le speranze nei decenni.”
Stamattina, sfogliando il numero settembrino di XL, mi sono imbattuto nella rubrica che Marco Lodoli tiene sul mensile, uno dei passi per me imprescindibili. Anche stavolta, ne è valsa la pena. Scrive dei primi passi che un ragazzo può compiere nel mondo della musica, dalla sua camera o dal suo garage, al piccolo club o palco, al palcoscenico, alla radio, ai concerti… “L’underground trova una consacrazione ufficiale, diventa cultura popolare, collettiva, condivisa. Così funziona la cultura in un paese sano. Così non funziona più in Italia. Ciò che viaggia in un circuito alternativo, resta lì, ha il suo pubblico, ma è comunque un pubblico selezionatissimo, una sorta di aristocrazia del gusto, e a poco a poco la spinta si ammoscia, la cantina soffoca l’immaginazione nata per correre in piazze e strade. In Italia si è drasticamente interrotta la comunicazione tra la novità e l’ufficialità. […] Il noto scansa l’ignoto, e così facendo entrambi si spengono tristemente.”
Mentre leggevo queste parole la mia mente, in questo mese che segna la riprese delle attività didattiche, è andata alla scuola, agli studenti che tra una settimana ricomincerò a vedere ogni giorno, a quelli “nuovi”, con le loro storie tutte da scoprire, a quelli “vecchi”, in piena corsa nel cammino del liceo che hanno scelto, a quelli “stravecchi”, che parlano delle superiori al passato. E ho trovato, nell’ultimo paragrafo dell’articolo di Lodoli, l’augurio per questo nuovo anno scolastico: “Il nuovo resta ai margini, ignorato, schifato. I ragazzi bussano e la porta non si apre. I musicisti suonano e le note gli ricadono addosso, pioggia gelata, acqua malinconica. […] il pop nazionale e internazionale non lascia più quasi nessuno spazio, si va sul sicuro, e ciò che è sicuro ristagna e marcisce in una top ten, in una playlist, in un gerontocomio di lusso”. Bene. Ho voglia di lasciare acque stagnanti, ho bisogno di mare alto, ignoto, sconosciuto, largo. Sono pronto a navigare sopra le profondità per poi potermi immergere: là c’è spazio per tutti.
“…e coloro ai quali quella musica giunge, sempre poi la odono nei propri cuori, e il desiderio del mare mai più li abbandona” (J.R.R.Tolkien, Il Silmarillion)
Pochi giorni fa avevo scritto un post intitolato Musica dell’anima in cui avevo legato fra loro la notizia della chiusura del Coro e Orchestra sinfonica nazionale greci dell’Ert e le parole di Moni Ovadia. Ieri sera, passando sull’account twitter di Roberto Cotroneo mi sono imbattuto in queste parole, tratte dal suo libro “Presto con fuoco” del 1995:
“Avrei voluto pensare alla musica come fosse un gesto magnanimo, un regalo del buon Dio nei sette giorni della Genesi: la musica frutto della creazione, assieme agli animali, alle piante, al sole, alla luna, alle stelle. Se c’è un buon motivo per pensare che Dio non esiste è in questo universo muto, profondo, insopportabile. Da bambino guardavo le stelle, e non pensavo solo che erano belle, che riempivano di luccichii tutta la volta del cielo; pensavo a quelle palle di fuoco, lontane miliardi di chilometri, mute, senza suono: perché il vuoto non diffonde musica, solo l’aria, gli oggetti, le cose che vibrano, hanno un loro suono. Studiavo i pianeti, e immaginavo le loro rivoluzioni, lente, in quel mare di nulla e di buio, acceso soltanto da lontani bagliori, e pensavo che nessuna musica avrebbe potuto interrompere quel dramma del silenzio che doveva durare da milioni, miliardi di anni. E allora forse mi poteva consolare l’esistenza di un Artefice, o magari un Dio, un motore immobile capace di spezzare questo orrore. Sì, era meglio che un Dio ci fosse, e fosse come una voce, meglio una nota, magari grave, che interrompeva per qualche secondo quell’eterno universo muto, quel silenzio siderale…”
Stamattina su fb una collega ha messo il link al video dell’ultima apparizione del Coro e Orchestra sinfonica nazionale greci dell’Ert, la televisione nazionale che ha chiuso le trasmissioni qualche giorno fa. Le immagini sono molto commoventi e mi hanno toccato nel profondo, anche perché proprio ieri, durante una delle mie passeggiate campestri in compagnia di Mou, ascoltavo un vecchio podcast di “Uomini e profeti”. Era ospite Moni Ovadia che commentava così l’esecuzione del Kol Nidre, il canto che apre la liturgia del Kippur ebraico:
“Io penso che il canto redima la parola dalla monotonia, dalla banalità, anche dall’arroganza. La parola è canto prima di essere significato; la sua prima istanza è il canto. Questo accomuna tutte le fedi. La capacità del canto, della musica, di toccare l’anima trascende anche le coordinate della religione; è un elemento che tocca l’essere umano nelle sua profondità e gli permette di trascendere il dato puramente materico al quale è legato con quasi una sorta di immediatezza. Ci sono dei canti e delle musiche che toccano tutti gli uomini, le coordinate spazio-temporali cadono, cade tutto questo. Portano all’intimità più intima, dove non ci sono le pietrificazioni, i pregiudizi, le idee precostituite. Dice Abraham JoshuaHeschel che il cantore deve perforare l’armatura dell’indifferenza. Non è la dimensione del bel canto, della bella voce: qualcuno, non ricordo chi, ha detto che si può cantare senza voce, senza anima no.”
Nei volti di musicisti e cantori greci ho visto tanta anima, un’anima che non si può lasciare senza il cibo che la alimenti e che alimenti l’anima di ciascuno. La mia collega, musicista, ha così commentato il video: “Mettere a tacere la Musica penso sia una delle azioni più avvilenti e svilenti per una nazione… e purtroppo anche la nostra sta vivendo la stessa tristissima realtà”. Vivo la musica da ascoltatore e mi emoziona tantissimo. Questo post vuole essere una carezza per chi la musica la crea e la vive sulla propria pelle.