Alessandra Solarino su Rainews 24 presenta il libro di Kyoko Hayashi, una degli ultimi hibakusha, i sopravvissuti alle bombe atomiche di 70 anni fa. I fatti, i segni, la riflessione, la difficile memoria.
““N. è piena di morti, è completamente distrutta, non c’è più nemmeno un gatto vivo..una città completamente muta”. Kyoko Hayashi ha 85 anni e vive a Tokyo. Quel 9 agosto di 70 anni fa era a Nagasaki, al lavoro in una fabbrica di armi ad Urakami insieme ad altre studentesse. Da allora vive con quello che chiama un “nemico interno”, la radioattività nascosta nel suo corpo, indelebile come una stimmate. “Se penso al senso della mia vita dal 9 agosto ad oggi – scrive nella postfazione di “Nagasaki, racconti dell’atomica” – in ultima analisi credo sia stata nella testimonianza del rapporto tra corpo umano e nucleare. Se questo ha un suo valore per me è sufficiente”.
Le opere della Hayashi hanno, ad un primo livello di lettura, un valore di testimonianza. La scrittura descrive con la precisione asciutta di uno scienziato organismi che si liquefanno, larve che se ne nutrono, la lenta agonia di chi è consapevole di morire un po’ ogni giorno, senza mai indulgere nel patetico. È il racconto in presa diretta, attraverso i personaggi femminili, di quello che accadde a Nagasaki, ma anche di cosa significa vivere da sopravvissuti al disastro. Al centro dei racconti non c’è la “grande storia” ma la messa a nudo dell’animo umano di fronte all’indicibile. Una prosa distaccata e coinvolgente, che ci spinge ad interrogarci su come ognuno di noi avrebbe reagito in una situazione così estrema.
“Nagasaki. Racconti dell’atomica” (Gallucci editore, traduzione di Manuela Suriano), il primo libro della Hayashi pubblicato in Italia, si articola in quattro storie. Nella prima, I due segni tombali, la vicenda di due amiche. Entrambe colpite dalla bomba, entrambe tra i morti dell’atomica. Ma Yoko muore il 9 agosto mentre Wakako si spegne ogni giorno un pochino, e il suo tormento è l’aver lasciato l’amica sola, a morire. “Non c’era la possibilità di preoccuparsi per gli altri”. È il senso di colpa per essere sopravvissuta. E se anche la madre di Yoko accusa la giovane nel suo silenzio, Tsune, invece, pensa che “il puro desiderio di sopravvivere doveva averla spinta a lasciare Yoko e a usare le sue ultime forze per tornare da Tsune (ndr la madre), sulla montagna di mandarini”. “Le ragazze – dirà Tsune alla morte di Wakako – non hanno nessuna colpa”.
La Hayashi racconta quei primi, vani, tentativi di soccorso, quando ancora nessuno aveva capito cosa fosse successo: “avrebbe potuto detergerla…con l’acqua del pozzo in giardino. Grazie a quell’acqua pura attinta dalle profondità della terra, l’avrebbe ripulita del terribile veleno della bomba”. La solitudine di chi ha vissuto qualcosa che non si può raccontare. C’è chi ipotizza che il nemico abbia “buttato delle taniche di cherosene” per poi lanciare delle bombe incendiarie. “Non vedo altre possibilità” commenta un personaggio. Una donna urla: “Il sole sta cadendo!”. L’oscurità la reazione immediata al flash atomico: “Non vedevo niente anche se avevo gli occhi spalancati. Un buio che ha profondità non fa paura perché si può guardare in esso e non dubitare della propria vista, ma quello era un buio piatto incollato ai miei occhi”. Nel disastro non ci sono eroi ma restano i ruoli: il medico fa il medico, il militare il soldato, nel tentativo, forse, di dare ordine al caos. “Vita e morte erano come i due lati opposti di un sottile foglio di carta in balia del caso”.
I familiari delle vittime conservano le ossa dei loro morti, l’ultima cosa di loro che rimane: “La nostra bambina era esile, se trovi delle ossa sottili potrebbero essere le sue”. Un tema che ritorna nel racconto Il barattolo: “Kinuko aveva messo le ossa della madre e del padre in un barattolo vuoto e se lo portava a scuola tutti i giorni”. Un mese dopo la bomba l’erba torna a crescere. E la speranza si riaccende: “Anch’io potrò vivere, pensai tra le lacrime”. Centrale il tema di coloro che sembrano in salute ma portano “una bomba inesplosa dentro di sé”, divisi tra il terrore che quel “male dentro” si manifesti e quello spirito, tutto giapponese, ad andare avanti sempre e comunque: “La vita è così. Non ha senso stare fermi in un punto. Il presente deve essere sempre una nuova partenza”. Nel “barattolo” c’è chi, come Nishida, si sente a disagio “perché vorrei essere una vittima come voi”. Chi ha paura di restare in contatto con gli altri sopravvissuti, per non sentirsi dire: “mia madre è morta…mia moglie è morta…mia nuora è morta…”. E l’assurdo di dover dimostrare di essere hibakusha, qualcosa che non fa onore e che si preferirebbe nascondere, ma l’unico modo per ottenere le cure di stato: per avere il tesserino speciale bisogna portare tre testimoni vivi: “pressoché impossibile” commenta la protagonista de Il luogo del rito, il racconto forse più autobiografico. Per questo “la sofferenza di persone come Akiko e come me, anno dopo anno, diventa sempre più un problema che riguarda solo noi”.
Chiudiamo, a ritroso, con la prefazione del libro, dedicata ai lettori italiani. “La mia guerra era iniziata con i marinai che mi salutavano affabilmente sul fiume Giallo e finì con il bombardamento atomico”. Quei marinai erano italiani e il pensiero della scrittrice va a loro: “saranno tornati a casa tutti sani e salvi?”.”
6 agosto 1945: quale eredità?
Hiroshima, la memoria, il nucleare oggi, Fukushima, la dialettica politica, il compromesso: tutto questo nell’articolo di Stefano Vecchia su Avvenire.
“«Sempre più anche in Giappone tendiamo a considerare chi è in disaccordo con noi come nemico e vogliamo sconfiggerlo con ogni mezzo. Ignorando volutamente che proprio la volontà di vittoria è ciò che creato le armi nucleari e, oggi, ci tiene lontano dalla soluzione o addirittura ci spinge verso la Terza guerra mondiale, già avviata».
A segnalare la posizione del pacifismo giapponese, a distanza di 70 anni dalle bombe di Hiroshima e Nagasaki e in un clima di rinnovato nazionalismo, è Steven Leeper, pacifista e antinuclearista. Primo non-giapponese a guidare la Fondazione per la Cultura della Pace di Hiroshima, lo statunitense Leeper è oggi docente all’università della prima città-martire dell’atomica, dove la bomba provocò complessivamente 150mila vittime.
Quali emozioni suscita nei giapponesi, unici nella storia ad avere subito un bombardamento atomico, il 70° anniversario dell’olocausto di Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto 1945)?
«Come la maggior parte delle nazioni e il mondo in questi tempi, il Giappone va polarizzandosi o, piuttosto, multipolarizzandosi. Ne conseguono anche visioni diverse sull’olocausto e sulle conseguenze che continuano tutt’oggi. Il revisionismo ufficiale, mentre spinge a sottovalutare il ruolo giapponese nel conflitto in Asia-Pacifico, minimizza anche gli effetti che la guerra ha avuto sulla nazione, incluse le ragioni dei bombardamenti atomici e le conseguenze per la popolazione. A Hiroshima prendiamo ovviamente sul serio l’anniversario. La popolazione ritiene l’uso dell’atomica sulle due città una tragedia terribile e inumana, che dobbiamo ricordare per evitare che si ripeta».
Qual è la percezione che i giapponesi d’oggi hanno dell’olocausto nucleare e come questo influisce sulle loro vite?
«In maggioranza, nonostante quello che ci si potrebbe aspettare, i giapponesi non odiano gli Stati Uniti che sganciarono su di loro le prime e uniche atomiche sperimentate su una vasta popolazione civile. Vogliono la riconciliazione e la promozione di dialogo e negoziati che risolvano i conflitti. Credono che le armi atomiche debbano essere abolite e usano gli esempi di Hiroshima e Nagasaki per sostenere la loro causa. D’altra parte non manca chi – pure a Hiroshima – crede che il Giappone debba dotarsi di armi nucleari e prepararsi a utilizzarle per difendersi da potenziali nemici, come Cina e Corea del Nord. Per essi, i bombardamenti sono stati terribili e la guerra un inferno che è però una soluzione migliore rispetto a manifestare debolezza davanti al nemico. Ritengono che il Giappone debba avere un ruolo di potenza che gli spetta di diritto. Un terzo gruppo, giovani soprattutto, semplicemente ignora il problema. Per essi le armi atomiche sono storia e l’impegno per la pace è irrilevante. Quello che vogliono sono un lavoro e una vita felice per se stessi e per i loro figli, rifiutano l’impegno e cercano solo il benessere».
Come si situa la ricorrenza di quest’anno, nel contesto del nazionalismo crescente e dell’emergenza energetica innescata dalla crisi della centrale di Fukushima-1 con lo tsunami dell’11 marzo 2011?
«La stessa polarizzazione che riscontro per la memoria dell’atomica, si evidenzia riguardo la vicenda di Fukushima e l’uso dell’energia nucleare. In generale, i pacifisti sono contrari al ripristino delle centrali (chiuse nella loro totalità dopo il blocco dei reattori di Fukushima), mentre gente della destra, nazionalisti e molti imprenditori (soprattutto quelli connessi all’industria nucleare) vogliono la riaccensione dei reattori per aumentare l’autosufficienza energetica e abbassare il costo dell’elettricità. Una posizione contestata dalle popolazioni locali ma che sta risultando vincente. Molti altri, tuttavia, forse la maggioranza, non sanno che cosa pensare riguardo l’energia nucleare e lasciano la questione agli esperti e al governo».
Come l’attivismo antinuclearista e pacifista in Giappone può agire in una nazione che sembra ansiosa di dimenticare quegli eventi e le loro conseguenze?
«Io, come me molti altri, considero il potere nucleare (meglio, l’energia che ne deriva) una minaccia diretta alla vita umana su questo pianeta. Comunque, il problema più grande a cui ci troviamo davanti è una patetica incompetenza a risolvere pacificamente i conflitti. I favorevoli e contrari al nucleare, sia quello di uso bellico, sia civile, sono così avversi gli uni agli altri che non possono nemmeno entrare nella stessa stanza per cercare la verità e risolvere i problemi. Non sanno come farlo, non lo credono nemmeno possibile. Piuttosto che discutere i nostri conflitti con l’obiettivo di arrivare a una soluzione condivisa, ci focalizziamo sulla vittoria. Cerchiamo di eleggere politici che facciano quello che vogliamo e se non ci riusciamo, protestiamo, manifestiamo e operiamo per rendere impossibile agli altri di imporci la loro visione. Così facendo, alla fine impedendo a noi e a loro di arrivare a un qualche compromesso».”
La mia pelle kaki
Una storia di dolore e coraggio che raccolgo da Internazionale del 16 gennaio. La penna è quella di Lee Marshall.
“Qualche minuto prima del tramonto di un freddo pomeriggio di gennaio, gli ultimi cachi sull’albero nel mio giardino sembrano illuminati dall’interno. È una luce strana, non del tutto naturale. Questo antico frutto cinese è cugino del cachi americano, Diospyros virginiana, che tanto meravigliò i primi coloni inglesi. Il capitano John Smith trascrisse circa cinquanta parole della lingua powhatan mentre era prigioniero (almeno così lui racconta) della tribù della bella Pocahontas, che intercesse per salvare il capitano dalla morte e poi lanciare un cartone animato della Disney. Una di queste parole era persimmon, il cachi. La parola è ancora in circolazione (insieme a mocassin e una manciata di altre), i powhatan no. Furono uccisi o ridotti in schiavitù dai coloni, ma non prima che questi ultimi scoprissero la bontà del persimmon pie, tuttora un classico dolce invernale del New England.
Era del New England, precisamente di Lowell, Massachussets (altra parola indiana, altra tribù sterminata), il pilota dell’aereo militare Bockscar, che il 9 agosto 1945 decollò da una base in mezzo al Pacifico. Arrivato sopra Nagasaki, l’aereo sganciò una bomba atomica che esplose a 550 metri dal suolo, sviluppando una potenza di 25 chilotoni. Quarantamila persone morirono all’istante. Erano la metà dei morti istantanei di Hiroshima, rasa al suolo tre giorni prima, ma solo perché il pilota di Bockscar cambiò bersaglio a causa delle condizioni climatiche, liberando il suo carico sulle acciaierie Mitsubishi in un sobborgo industriale di Nagasaki, diviso dal centro della città (il bersaglio assegnato) da un rilievo collinare che assorbì la forza esplosiva.
Erano le 11.02 quando una luce più forte del sole brillò nel cielo sopra Nagasaki. Sumiteru Taniguchi era in bicicletta e portava a tracolla la borsa della posta che doveva consegnare. Aveva solo 16 anni, ma già da due anni, nel paese in guerra, lavorava come postino. Fu sbalzato dalla sella. Quando alzò la testa, notò che dei bambini che prima stavano giocando vicino a lui erano stati “spazzati via come polvere”. Poi vide la bici accartocciata a qualche metro di distanza. Si mise in piedi e cercò di raccogliere le lettere bruciacchiate, ma mentre si chinò vide la sua pelle cadere dal braccio come quella di un martire scorticato. Si accorse che anche la pelle sulla schiena non c’era più. Si mise a camminare, ma dopo un po’ non era più in grado di andare avanti. Dopo due giorni fu raccolto e portato con un carro presso un ospedale d’emergenza allestito in una scuola elementare.
Taniguchi avrebbe passato 21 mesi sdraiato sulla pancia in attesa che le sue ferite si rimarginassero. Spesso, per il dolore, non riusciva né a mangiare né a respirare. Fu tenuto in vita da due dottori statunitensi mandati là per riparare i danni fatti da una bomba statunitense: lo salvarono immergendolo, per lunghi periodi, in una vasca contenente una soluzione di penicillina. Un giorno una troupe di cineoperatori militari statunitensi lo filmò usando una nuova pellicola a colori, ancora poco diffusa all’epoca. Uno di loro, Herbert Sussan, ricorda che “quando abbiamo acceso le luci sul suo corpo, mi sono venuti i brividi”. In una foto diventata famosa, tratta dal filmato, si vede la schiena di Taniguchi tutta spellata, con il bianco delle ossa che emerge in qualche punto. Il colore non è molto diverso della polpa di un cachi.
Molti anni dopo, nel 1994, un residente di Nagasaki chiede a un botanico, Masayuki Ebunuma, di aiutarlo a salvare un albero di cachi sofferente, uno dei 24 sopravvissuti alla bomba atomica. Ebunuma lo cura, poi ne prende qualche seme che riesce a piantare. L’anno seguente, l’artista Tstsuo Miyajima lancia il Kaki tree project, dedicato alla diffusione in tutto il mondo di cachi derivati dall’albero madre di Nagasaki, concentrandosi soprattutto sui giardini delle scuole. Ora questi alberi sono arrivati in venti paesi, compresa l’Italia, dove ci sono decine di cachi di Nagasaki a Brescia, Venezia, Vicenza e altre località.
Sumiteru Taniguchi, il ragazzo con la schiena che sembrava l’interno di un cachi, è sopravvissuto alle ferite. È ancora tra noi e ha dedicato la sua vita a sensibilizzare il mondo sui danni causati dalle armi nucleari e a lottare per la loro messa al bando.”


