Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Storia

La mia pelle kaki


Una storia di dolore e coraggio che raccolgo da Internazionale del 16 gennaio. La penna è quella di Lee Marshall.
Pianta-kaki“Qualche minuto prima del tramonto di un freddo pomeriggio di gennaio, gli ultimi cachi sull’albero nel mio giardino sembrano illuminati dall’interno. È una luce strana, non del tutto naturale. Questo antico frutto cinese è cugino del cachi americano, Diospyros virginiana, che tanto meravigliò i primi coloni inglesi. Il capitano John Smith trascrisse circa cinquanta parole della lingua powhatan mentre era prigioniero (almeno così lui racconta) della tribù della bella Pocahontas, che intercesse per salvare il capitano dalla morte e poi lanciare un cartone animato della Disney. Una di queste parole era persimmon, il cachi. La parola è ancora in circolazione (insieme a mocassin e una manciata di altre), i powhatan no. Furono uccisi o ridotti in schiavitù dai coloni, ma non prima che questi ultimi scoprissero la bontà del persimmon pie, tuttora un classico dolce invernale del New England.
Era del New England, precisamente di Lowell, Massachussets (altra parola indiana, altra tribù sterminata), il pilota dell’aereo militare Bockscar, che il 9 agosto 1945 decollò da una base in mezzo al Pacifico. Arrivato sopra Nagasaki, l’aereo sganciò una bomba atomica che esplose a 550 metri dal suolo, sviluppando una potenza di 25 chilotoni. Quarantamila persone morirono all’istante. Erano la metà dei morti istantanei di Hiroshima, rasa al suolo tre giorni prima, ma solo perché il pilota di Bockscar cambiò bersaglio a causa delle condizioni climatiche, liberando il suo carico sulle acciaierie Mitsubishi in un sobborgo industriale di Nagasaki, diviso dal centro della città (il bersaglio assegnato) da un rilievo collinare che assorbì la forza esplosiva.
Erano le 11.02 quando una luce più forte del sole brillò nel cielo sopra Nagasaki. Sumiteru Taniguchi era in bicicletta e portava a tracolla la borsa della posta che doveva consegnare. Aveva solo 16 anni, ma già da due anni, nel paese in guerra, lavorava come postino. Fu sbalzato dalla sella. Quando alzò la testa, notò che dei bambini che prima stavano giocando vicino a lui erano stati “spazzati via come polvere”. Poi vide la bici accartocciata a qualche metro di distanza. Si mise in piedi e cercò di raccogliere le lettere bruciacchiate, ma mentre si chinò vide la sua pelle cadere dal braccio come quella di un martire scorticato. Si accorse che anche la pelle sulla schiena non c’era più. Si mise a camminare, ma dopo un po’ non era più in grado di andare avanti. Dopo due giorni fu raccolto e portato con un carro presso un ospedale d’emergenza allestito in una scuola elementare.
Taniguchi avrebbe passato 21 mesi sdraiato sulla pancia in attesa che le sue ferite si rimarginassero. Spesso, per il dolore, non riusciva né a mangiare né a respirare. Fu tenuto in vita da due dottori statunitensi mandati là per riparare i danni fatti da una bomba statunitense: lo salvarono immergendolo, per lunghi periodi, in una vasca contenente una soluzione di penicillina. Un giorno una troupe di cineoperatori militari statunitensi lo filmò usando una nuova pellicola a colori, ancora poco diffusa all’epoca. Uno di loro, Herbert Sussan, ricorda che “quando abbiamo acceso le luci sul suo corpo, mi sono venuti i brividi”. In una foto diventata famosa, tratta dal filmato, si vede la schiena di Taniguchi tutta spellata, con il bianco delle ossa che emerge in qualche punto. Il colore non è molto diverso della polpa di un cachi.
Molti anni dopo, nel 1994, un residente di Nagasaki chiede a un botanico, Masayuki Ebunuma, di aiutarlo a salvare un albero di cachi sofferente, uno dei 24 sopravvissuti alla bomba atomica. Ebunuma lo cura, poi ne prende qualche seme che riesce a piantare. L’anno seguente, l’artista Tstsuo Miyajima lancia il Kaki tree project, dedicato alla diffusione in tutto il mondo di cachi derivati dall’albero madre di Nagasaki, concentrandosi soprattutto sui giardini delle scuole. Ora questi alberi sono arrivati in venti paesi, compresa l’Italia, dove ci sono decine di cachi di Nagasaki a Brescia, Venezia, Vicenza e altre località.
Sumiteru Taniguchi, il ragazzo con la schiena che sembrava l’interno di un cachi, è sopravvissuto alle ferite. È ancora tra noi e ha dedicato la sua vita a sensibilizzare il mondo sui danni causati dalle armi nucleari e a lottare per la loro messa al bando.”

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