Dalla terra alla testa

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Esperti degli spazi
dalla terra alle stelle
ci perdiamo nello spazio
dalla terra alla testa.
(Wisława Szymborska, Appello allo Yeti)

Ritorno

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Preferisco il tornare al partire. Scrive Cesare Pavese ne “La luna e i falò”: “Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Ho passato la maggior parte della mia vita a Palmanova e le estati a Bagnaria, dai nonni, in una casa in mezzo alla campagna; quando penso al luogo ideale per una vacanza i pensieri vanno alla montagna anche se sono tantissimi anni che non la passo là. Ora vivo a Clauiano e fino a poco tempo fa, se qualcuno mi avesse chiesto di descrivere le caratteristiche del luogo che sento veramente mio, non avrei saputo cosa rispondere. Ora, grazie alle quasi quotidiane passeggiate con Mou, ho capito: alle soglie dei quarant’anni riconosco la terra, l’aperta campagna, come il mio luogo dell’anima, nonostante le mie allergie alle graminacee, alle composite e alle betullacee… E mi sembra di essere tornato a casa. Ancora Pavese: “E di nuovo, guardandomi intorno, pensavo a quei ciuffi di piante e di canne, quei boschetti, quelle rive – tutti quei nomi di paesi e di siti là intorno – che sono inutili e non dànno raccolto, eppure hanno anche quelli il loro bello – ogni vigna la sua macchia – e fa piacere posarci l’occhio e saperci i nidi.”

Serenità o sgomento?

bruxIn una quinta stamattina avrei voluto leggere questo passo di Henry Newman (in rapporto a questa frase di Riccardo Pampuri “In questi bei giorni sereni in cui tutta la natura sembra si risvegli a nuova vita sotto il soffio della primavera come più dovremmo sentire la infinita bontà del nostro Padre celeste che tante cose belle e buone e perennemente crea per noi.”), ma non l’avevo a disposizione. Ho promesso di portarlo sabato prossimo, ma per evitare di scordarmelo, lo pubblico qui, così lo recupero sicuramente… Faccio notare che è un testo del 1864 e che a scrivere è un teologo cardinale (beato dal 2010).
“Ad osservare il mondo in lungo e in largo, le vicende della sua storia, la molteplicità delle razze umane, i loro inizi, le loro sorti, il loro contrapporsi l’una all’altra, le loro lotte; e i loro usi, costumi, governi, forme di culto; le loro imprese, il loro procedere senza meta, la casualità delle conquiste, la misera fine di realtà millenarie, i segni così deboli e dispersi di un disegno superiore (the tokens so faint and broken of a superintending design), l’evoluzione cieca (the blind evolution) di quelle che poi si rivelano grandi forze o grandi verità, il procedere delle cose, come da elementi privi di ragione, non verso cause finali, la grandezza e la miseria dell’uomo, la grandiosità delle sue aspirazioni, la brevità della sua vita, il velo che nasconde il suo destino futuro, le delusioni della vita, la sconfitta del bene, il successo del male, il dolore fisico, l’angoscia morale, il dominio e la forza del peccato, la diffusione dell’idolatria, la corruzione, la tristezza di una religione senza speranza, quella condizione dell’intero genere umano che l’apostolo descrive con così tremenda precisione: «senza speranza e senza Dio in questo mondo»; si ha una visione che dà sgomento e vertigine, e impone all’anima un senso di profondo mistero, assolutamente al di là di una possibile soluzione umana. Che dire di fronte a questa realtà che strazia il cuore e disorienta la ragione?” (John Henry Newman, Apologia pro vita sua)

Sentii un urlo attraversare la natura

urlo-munchSentivo la necessità di completare il trittico artistico di oggi…

“Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo. Ero stanco e malato. Mi fermai e guardai al di là del fiordo – il sole stava tramontando – le nuvole erano tinte di un rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando.” (Edvard Munch)

La scalatrice e il teologo

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Pubblico un articolo interessante di Federico Pace, in cui presenta un libro che a breve leggerò, frutto della collaborazione della conterranea scalatrice Nives Meroi e il teologo “scomodo” Vito Mancuso. La fonte è La Repubblica.
«Ci sono luoghi al mondo che non si esauriscono nelle loro sembianze geografiche. Luoghi che contengono gli antichi semi che hanno dato vita alla nostra cultura, ai nostri pensieri e ai nostri più profondi aneliti. Il Sinai è di certo tra questi. Circondato dalla silenziosa maestosità del deserto e indelebilmente caratterizzato dall’aspetto trascendente e religioso del Dio che consegnò a Mosè le tavole con il Decalogo, il monte ora viene raccontato in un libro, in uscita in questi giorni, da Nives Meroi e Vito Mancuso. La prima, grande scalatrice che ha raggiunto undici delle quattordici vette sopra gli Ottomila metri senza utilizzare ossigeno supplementare, portatori d’alta quota e campi fissi. Il secondo, teologo, docente di storia delle dottrine teologiche presso l’università di Padova e protagonista quotidiano del discorso tra religione e società civile.
Il libro dal titolo Sinai, che inaugura la collana Wild della Fabbri, è un cahier de voyage originale come forse solo i diari di viaggio scritti da più persone riescono a essere. Nives Meroi descrive la partenza, con il suo compagno di cordata e marito Romano Benet, dalle nevi del Friuli Venezia Giulia per quel deserto spesso territorio di scontri e conflitti, racconta l’atterraggio in Egitto a Sharm El-Sheikh, senza nascondere il fastidio per i metri cubi di cemento delle costruzioni alberghiere e lasciando trasparire la gioia per l’incontro con l’accompagnatore Mustafa. Dal canto suo, Mancuso percorre un’altra strada, più rarefatta e astratta e porta per mano il lettore tra le parole dei testi sacri. I monti, scrive nelle sue prime pagine, sono “un luogo privilegiato per l’incontro con il divino” dove si riscopre “un’origine dimenticata, ma tuttavia radicata dentro di sé”.
sinai meroi mancusoL’alpinista, che per scrivere usa carta e penna, entra in contatto con la natura, sale sui dromedari e partecipa alla cena beduina. Assaggia il pane, il tè che profuma di salvia, il riso, il kebap e le verdure. Arriva al monastero di Santa Caterina e alle 2 e 45 di notte si avvia verso la salita al monte mentre si leva “un rumore sordo di tribù che si mette in cammino”. In vetta, al sorgere del sole, scopre di essere in compagnia di cinquecento giovani, molti dei quali probabilmente sono tra quelli che qualche anno fa erano scesi in piazza Taqrir pieni di speranze poi andate deluse. Dall’altro canto, Mancuso si inerpica tra le parole dei sacri testi, mette a confronto le narrazioni dell’Esodo con quelle del Deuteronomio, scompone ogni singola parola per capire, in che modo e a chi, sia davvero apparso Dio, quel Dio che sul Sinai, tra lampi e fulmini, “interviene direttamente nella storia degli uomini come mai aveva fatto prima e come mai farà dopo”.
L’aspetto trascendente e quello naturale. Il deserto, il vento, il silenzio. Il rapporto fisico con la montagna. Nel libro Nives Meroi, che intercala il suo racconto con memorie delle scalate degli Ottomila, pone al centro il suo rapporto con la natura. “Generatrice di sublime – scrive – e allo stesso tempo capace di indifferenza assoluta”. Percepita alle volte come forza potentissima, di fronte al quale l’essere umano non può nulla, e altre come entità fragilissima aggredita spietatamente dalla nostra moderna sete di crescita spesso priva di equilibrio. La natura, ci racconta al telefono Meroi, “è quello di cui noi siamo parte. Penso che la cosa più importante e semplice che ho imparato anche da questo viaggio, è proprio questo. Nelle spedizioni che ho fatto, in questo viaggio in Sinai, il delirio di onnipotenza viene subito ridimensionato. Noi siamo elementi della natura, e dobbiamo imparare a rimanere in contatto con lei”. Traspare forte anche il legame tra lo scalare una montagna e la necessità di narrare una storia. “So di non essere né una studiosa, né una scrittrice – ci confessa candidamente – ma per me è importante narrare delle storie perché, quello che conta dal mio punto di vista, non è tanto raggiungere la cima, quanto tornare giù e raccontare quello che ho visto, quello che ho vissuto e condividere in qualche modo quello che ho compreso”.
Mancuso sottolinea come gli studi e le indagini archeologiche testimoniano la difficoltà a stabilire che il Sinai di cui noi oggi parliamo, sia effettivamente il Sinai di cui parla la Bibbia. Eppure il fascino per questo monte non si esaurisce. Perché? Mancuso risponde alla domanda che gli poniamo spiegando come esista “un Sinai interiore che significa una dimensione di altezza e di trascendenza verso cui ogni civiltà si sente attratta”. Ma non solo, c’è un altro aspetto per il teologo che alimenta l’attrazione verso questo luogo, un aspetto “che riguarda la dimensione della sollecitazione e della provocazione che la libertà umana riceve di fronte alle dieci parole, al decalogo, a un imperativo etico. La tua libertà esiste, ma è fatta per aderire alla giustizia, al bene, a tutte quelle cose che i comandamenti del Sinai ci presentano”.
Il Sinai ancora oggi così provoca incanto e spaesamento. Il monte è stato cercato e inseguito nel tempo da un numero infinito di artisti. Dipinto da El Greco, raccontato da Alexandre Dumas e terra di rifugio per Antonio Tabucchi. Forse è nelle parole che Mancuso ci rivolge prima di chiudere la chiacchierata che ci ha concesso, la chiave di tutto il libro: “Scrivere del Sinai mi ha insegnato di nuovo che l’ultima parola riguardo al problema di Dio, a questa attrazione, a questa ricerca, non è la razionalità, non è un pensiero, ma la nube della non conoscenza, è un misto di timore per i lampi e le teofanie (ndr. apparizioni della divinità), questa dimensione quasi vulcanica, la scrittura di questo libro mi ha richiamato profondamente a questa dimensione che chiamerei “apofatica”: c’è qualcosa di più importante delle parole, c’è la vita nuda che si pone di fronte alla misteriosità dell’esistenza”.»

Per amore e per forza

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«Si spreme il vino dai grappoli, ma quanto più bello di una vasca piena di vino è il vigneto con la sua terra grezza che non si mangia né si beve, e i pali di legno morto in lunghe file baluginanti! “Insomma, il creato-egli pensò – non è sorto grazie a una teoria, bensì … ” e voleva dire per forza, ma s’intromise un’altra parola che egli non s’aspettava e il suo pensiero si concluse così: ” … per amore e per forza, e la congiunzione disgiuntiva fra queste due parole è sbagliata!”» (R. MUSIL, L’uomo senza qualità, tr. it. di Anita Rho, Einaudi, Torino 1985 (ed. or. 1930-1943), vol. I, p. 574.)

Il tronco del mistero

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Vibra nel vento con tutte le sue foglie

il pioppo severo;

spasima l’anima in tutte le sue doglie

nell’ansia del pensiero:

dal tronco in rami per fronde si esprime

tutte al ciel tese con raccolte cime:

fermo rimane il tronco del mistero,

e il tronco si inabissa ov’è più vero.

(Clemente Rebora)

Primi profumi

Un giro con Mou per i campi e avverto che la primavera preme per socchiudere il portone di questo inverno: profumi, primo tepore, suoni. Anche se non c’è da fidarsi troppo… Piano, con calma, rispettando i ritmi della natura…

“Sorridi. La vita è come una siepe fiorita in una foresta di solitudine dove le foglie sono speranze, i fiori sogni, le spine i giorni tristi della vita. Sorridi. Perchè le spine, una alla volta, cadranno e la siepe fiorirà ancora a primavera” (Romano Battaglia)

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Inginocchiarsi

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“Non si può amare un bosco, se lo si vede solo come una fabbrica di ossigeno. L’amore nasce da un rapporto diretto e c’è un solo modo per conoscere la foresta: inginocchiarsi e guardarla da vicino” (Ermanno Olmi)