Tutto chiaro

Scrive Vittorio Messori sul Corriere:

“Ci sarà tutto il tempo per analisi, bilanci, previsioni. Oggi, ancora sconcertati, cercheremo solo di dare una possibile risposta a tre domande che ci sono subito sorte. Innanzitutto: perché, un simile annuncio, proprio in questo giorno di febbraio? Poi: perché in una riunione di cardinali annunciata come di routine? Infine: perché il luogo scelto per il ritiro da Papa emerito?

papa, bendetto xvi, dimissioni papa, chiesaRiflettendoci, dopo la sorpresa quasi brutale tanto è stata imprevista (e per tutti, nella Gerarchia stessa), mi pare si possano azzardare delle possibili spiegazioni. L’11 febbraio, ricorrenza della prima apparizione della Vergine a Lourdes, è stata dichiarata dall’«amato e venerato predecessore», come sempre lo ha chiamato, Giornata mondiale del malato. Ha detto Ratzinger, nel latino della breve e sconvolgente dichiarazione: «Sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Terenzio, e poi Seneca, Cicerone e tanti altri avevano ricordato mestamente: senectus ipsa est morbus, la vecchiaia stessa è una malattia. Dunque, è infermo comunque chi, come lui, il prossimo 16 aprile compirà 86 anni. Ha aggiunto, infatti: «Il vigore del corpo e dell’animo negli ultimi mesi in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». Quale giorno più adeguato, dunque, per prendere atto davanti al mondo della propria infirmitas di vegliardo di quello dedicato alla Madonna di Lourdes, protettrice dei malati? In fondo, anche in questo vi è un segno di solidarietà fraterna per tutti coloro che, per morbi o per anni, non possono più contare sulle proprie forze.

Ma perché (è la seconda domanda) dare l’annuncio, ex abrupto , proprio in un concistoro di cardinali per decidere la glorificazione dei martiri di Otranto, massacrati dalla furia dei turchi musulmani? Non crediamo che vi sia qui un qualche richiamo alla violenza di un certo islamismo, attuale ora come nel XV secolo della strage in Puglia. Crediamo, piuttosto, che in questi mesi Benedetto XVI abbia meditato sul primo e solo caso di abdicazione formale di un Pontefice nella storia della Chiesa, quello del 13 dicembre 1294, da parte di Celestino V. Vi erano stati, nei «secoli bui» dell’Alto Medioevo alcuni casi di rinuncia papale, ma in circostanze oscure e sotto la pressione di minacce e di violenze. Ma solo Pietro da Morrone, l’eremita strappato a forza alla sua cella ed elevato al soglio pontificio, abdicò liberamente ed ufficialmente, adducendo anch’egli soprattutto l’età più che ottuagenaria e la debolezza che ne conseguiva. Prima di compiere l’inedito passo, aveva consultato discretamente i maggiori canonisti che gli confermarono che la rinuncia era possibile, ma andava fatta «davanti ad alcuni cardinali». È proprio quanto ha deciso di fare Benedetto XVI, che non aveva che quel precedente cui rifarsi: precedente del resto, spiritualmente sicuro, in quanto il buon Pietro fu dichiarato santo dalla Chiesa e non meritava davvero l’accusa di viltade lanciatagli contro dal ghibellino Dante per sue ragioni politiche. Insomma, in mancanza di altre regole, papa Ratzinger, sempre rispettoso della tradizione, si è rifatto a quelle stabilite otto secoli fa dal confratello di cui voleva condividere il destino. Probabilmente, non è casuale anche il fatto che l’imprevisto annuncio sia stato letto solo in latino, quasi per richiamarsi anche in questo a quel precedente lontano.

Ma, per venire alla terza domanda, per quale ragione, dopo un breve soggiorno a Castel Gandolfo (deserto, e dunque disponibile, durante la sede vacante) il già Benedetto XVI si ritirerà in quello che è stato un monastero di clausura, all’interno delle Mura Vaticane? Questo, almeno, il programma annunciato dal portavoce, padre Lombardi. Non sappiamo se quella sistemazione sarà definitiva ma, in ogni caso, neppure questa è una scelta casuale. Dicono le ultime parole dell’annuncio di ieri: «Anche in futuro vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio». Negli anni di pontificato ha ripetuto spesso: «Il cuore della Chiesa non è dove si progetta, si amministra, si governa, ma è dove si prega». Dunque, il suo servizio alla Catholica non solo continua ma, nella prospettiva di fede, diventa ancor più rilevante: se non ha scelto un eremo lontano – magari nella sua Baviera o in quella Montecassino cui aveva pensato papa Wojtyla come estremo rifugio – è forse per testimoniare, anche con la vicinanza fisica alla tomba di Pietro, quanto voglia restare accanto a quella Chiesa cui vuole donarsi sino all’ultimo. Né è casuale, ovviamente, l’aver privilegiato mura impregnate di preghiera come quelle di un monastero di clausura. Comunque, se la sistemazione in Vaticano sarà stabile, la discrezione proverbiale di Joseph Ratzinger assicura che non vi sarà alcuna interferenza col governo del successore. Siamo del tutto certi che rifiuterà pure il ruolo di un «consigliere» carico di anni ma anche di esperienza e di sapienza, pure se ci dovessero essere richieste esplicite del nuovo Papa regnante. Nella sua prospettiva di fede, il solo vero «consigliere» del Pontefice è quello Spirito Santo che, sotto le volte della Sistina, ha puntato su di lui il dito.

Ed è proprio in questa prospettiva religiosa che vi è, forse, risposta a un altro interrogativo: non era più «cristiano» seguire l’esempio del beato Wojtyla, cioè la resistenza eroica sino alla fine, piuttosto che quello del pur santo Celestino V? Grazie a Dio, molte sono le storie personali, molti i temperamenti, i destini, i carismi, i modi per interpretare e vivere il Vangelo. Grande, checché ne pensi chi non la conosce dall’interno, grande è la libertà cattolica. Molte volte, l’allora cardinale mi ripeté, nei colloqui che avemmo negli anni, che chi si preoccupa troppo della situazione difficile della Chiesa (e quando mai non lo è stata?) mostra di non avere capito che essa è di Cristo, è il corpo stesso di Cristo. A Lui, dunque, tocca dirigerla e, se necessario, salvarla. «Noi – mi diceva – siamo soltanto, parola di Vangelo, dei servi, per giunta inutili. Non prendiamoci troppo sul serio, siamo unicamente strumenti e, in più, spesso inefficaci. Non arrovelliamoci, dunque, per le sorti della Chiesa: facciamo fino in fondo il nostro dovere, al resto deve pensare Lui». C’è anche, forse soprattutto, questa umiltà, nella decisione di passare la mano: lo strumento sta per esaurirsi, il Padrone della messe (come ama chiamarlo, con termine evangelico) ha bisogno di nuovi operai, che vengano dunque, purché consapevoli essi pure di essere solo dei sottoposti. Quanto ai vecchi ormai estenuati, diano il lavoro più prezioso: l’offerta della sofferenza e l’impegno più efficace. Quello della preghiera inesausta, attendendo la chiamata alla Casa definitiva.”

Una trasparenza non sufficiente

Scrive Piero Schiavazzi su L’Huffington Post.

“Ci sono due notti romane, illuminate di fiaccole e dense di presagi, all’inizio e alla fine del Pontificato di Joseph Ratzinger. La prima lo precede come un antefatto, la seconda lo sigilla come un testamento.

La candidatura del cardinale tedesco affonda le radici nella predilezione del Papa polacco e germoglia in una primavera ancora fredda, sotto lo sguardo già immobile di Wojtyla, che gli affida come un’investitura la redazione dell’ultima Via Crucis, a pochi giorni dalla morte e all’acme del proprio Calvario. L’epilogo ha per teatro Piazza San Pietro, l’11 ottobre scorso, in una sera calda d’autunno e nel ricordo avvolgente di Papa Giovanni, a cinquant’anni dal Concilio e dal discorso della luna. “Quel giorno c’ero anch’io. Eravamo felici e pieni di entusiasmo”, ha esordito Ratzinger, guardando in basso dalla finestra e rivedendosi giovane tra la gente, nell’abbraccio del colonnato e di una stagione generosa di attese. “Oggi la nostra gioia è più sobria”, ha proseguito, scandendo un bilancio problematico, di retrogusto amaro e sapore montiniano. Il Papa professore, che il 19 aprile 2005 si era presentato al mondo con l’immagine solare della vigna, ha “imparato ed esperito” che in essa cresce “sempre anche la zizzania” e che i peccati personali possono organizzarsi, e stratificarsi, in vere e proprie “strutture”, utilizzando un concetto che Giovanni Paolo II, con il supporto del Cardinale Ratzinger, aveva elaborato mediante una chirurgia audace, astraendolo dall’analisi marxiana e depurandolo del nucleo materialista, in una sorta di battesimo culturale.

trasparenza.jpgContro le “strutture di peccato” Benedetto XVI ha combattuto senza riserve, avviando un’azione sistematica, irreversibile di trasparenza e portandone a tratti solitario il peso, fedele al dettato della Via Crucis al Colosseo, quando nelle meditazioni da lui redatte denunciò “la sporcizia” presente nella Chiesa. Alla glasnost di Joseph Ratzinger sono mancati però la forza, il tempo e forse il progetto per attuare una necessaria, consequenziale perestrojka. E, come già era accaduto a Gorbaciov, la glasnost senza perestrojka ci consegna un’istituzione più fragile, che per rigenerarsi ha bisogno di una leadership più forte. La “ristrutturazione”, o conversione, poiché la parola, come sottolineava Wojtyla, possiede un profilo spirituale, esige quello slancio, fisico e anagrafico, in definitiva quell’azione e concentrazione a tempo pieno, che il Pontefice sente di non potere offrire.

Ma il gesto che ha compiuto ieri, anche e soltanto in termini di forza, sprigiona una spinta di governo ed esprime un’autonomia di indirizzo con cui chi verrà dopo non potrà non raffrontarsi, già nel primo discorso della Sistina, davanti ai Cardinali che lo avranno eletto.”

Quella consapevolezza del limite

Scrive Salvatore Natoli su Avvenire.

“In un film recente e controverso – Habemus papam – il regista Nanni Moretti ci raccontava di un cardinale restio a diventare Papa perché non si sentiva idoneo a prendere su di sé il grande peso di governare la Chiesa, schivato peraltro anche dagli altri; oggi Papa Benedetto XVI che si dimette dal pontificato perché non si sente più nelle condizioni fisiche o spirituali – o spirituali e fisiche insieme – per potere stare ancora alla guida della Chiesa. Nella storia della Chiesa ci sono state dimissioni celebri – tutti ricordano quella di Celestino V – tanto che il diritto canonico le prevede, anche se non appartiene alla prassi ordinaria. Da laico non voglio entrare nel merito della teologia – e visto che si parla di papato neppure della teologia politica – ma mi limito a notare come in genere e per lo più si tenda a identificare la Chiesa con il Papa, anche se il papato è un servizio alla Chiesa nella Chiesa. Non voglio neppure affrontare la questione circa il rapporto tra persona e funzione in questo caso direi meglio mandato, ma mi pare che nelle dimissioni del papa motivo di riflessione siano le ragioni da lui avanzate.

Nel momento in cui per motivi diversi non ci si sente all’altezza del proprio compito è giusto riconsegnarlo a coloro da cui lo si è ricevuto; e in questo caso alla Chiesa. Una decisione degna di grande apprezzamento perché indica come non bisogna mai confondere il compito con il potere e perciò sulla necessità di intendere il potere come servizio. In una società in cui si tende ad identificare sé con il potere – tanto che nessuno si dimette se non sconfitto – le dimissioni del Papa mostrano un senso alto di responsabilità nei confronti del proprio compito e perciò anche di dedizione alla Chiesa. L’erogazione di un servizio presuppone la consapevolezza del limite e perciò il dovere di ritirarsi quando si ritiene di non essere più in grado di espletarlo al meglio.

Dimettersi in questo caso oltre ad essere indice di una grande qualità morale, è anche un atto razionale, consapevole di quello che si è in grado di fare o meno. D’altra parte Benedetto XVI, nel corso del suo pontificato si è sempre appellato alla ragione fino al punto da impegnarsi, da teologo, a mostrare la ragionevolezza della fede senza nulla togliere al suo mistero. Certo quel che seguirà a queste dimissioni non è facile da prevedere: quanto una presenza così importante come quella dell’ex Papa influirà sul conclave e, ancorché silente, condizionerà l’elezione del nuovo Papa? Come è noto certe conseguenze insorgono anche quando non si vogliono. Ma ciò nulla toglie al valore etico di chi declina un mandato e si mette a disposizione per altro servizio che può meglio sostenere. Certo il peso che il Papa lascia in eredità al suo successore non è lieve: la Chiesa si trova oggi per la prima volta ad operare in un ambiente totalmente secolarizzato; possiamo dire di ‘atei nativi’, come nei processi cognitivi si parla di ‘nativi digitali’. Non più contro Dio, ma senza Dio, almeno secondo il modo tradizionale di concepirlo.

Di questo il Papa stesso se ne era reso perfettamente conto quando ha lanciato l’idea di una nuova evangelizzazione, consapevole che il regime di cristianità sia definitivamente consumato e i cristiani sono divenuti minoranza. Per questo o tornano ad essere lievito o periscono. Per questo quel che Benedetto XVI non farà più da Papa continuerà a farlo nella forma in cui lo ha sempre fatto, educando all’ intelligentia fidei , da teologo. E su questo piano i non credenti restano ancora interlocutori possibili.”

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Nello spogliatoio della propria coscienza

Scrive Piero Schiavazzi su L’Huffington Post

“Sebbene il nome di Celestino V appaia in queste ore il più evocato nelle cronache e spogliatoio uomini 1.JPGcliccato sulla rete, il paragone storico delinea per contrapposizione non una fuga, bensì un atto di governo. Per la precisione una riforma: forse la più grande nella Chiesa del post-concilio. Il “gran rifiuto” di Benedetto, a differenza di Celestino, modifica la consuetudine, non la consolida. Non si presenta come l’eccezione da non riproporre, o l’incidente da evitare, ma in prospettiva potrebbe configurarsi come l’esempio da seguire, modificando nei fatti la costituzione materiale della Chiesa e introducendo un precedente con cui qualunque successore, da oggi in poi, dovrà confrontarsi, senza il rifugio della tradizione. Dopo questo 11 febbraio sarà difficile per ciascun Papa “anziano”, nell’era della leadership globale, prescindere da una valutazione di congruità fra il suo orizzonte anagrafico e l’esercizio di una responsabilità globalizzata ventiquattro ore su ventiquattro, di fronte all’avanzare degli anni. Una scelta di portata sicuramente riformatrice rivela dunque, in definitiva, un risvolto e un animo conservatore. Proprio perché assoluta, per rimanere tale, la monarchia spirituale di un Papa non può misurarsi con un tempo biologico altrettanto assoluto. Era questa l’unica, autentica e comunque sorprendente riforma del Pontificato che ci si potesse attendere da un Papa sinceramente conservatore. Per lui, del resto, la cornice storica di un Papato che si chiude a sette anni dall’elezione non è mai stata quella del decennio, ma semmai del millennio. Altrimenti non si spiegherebbe che un Papa ottuagenario, sapendo di non avere molto tempo davanti a sé, abbia dedicato la metà delle proprie giornate alla scrittura, dunque al futuro, invece che ai viaggi, alle visite, alla gente, al presente. Come Sant’Agostino, sulla soglia di un nuovo mondo dagli esiti e contorni indecifrabili, più che ai contemporanei ha rivolto lo sguardo ai posteri, convinto che il secolarismo non si affronta nell’arco di una generazione e la riconquista delle terre perdute non esige condottieri, ma nuove semine. La semina però, questa sì, oltre alla scrittura, impone freschezza e vitalità. Benedetto XVI, meditando la sua decisione, deve avere avuto negli occhi l’adunata planetaria di Rio. Non a caso, in questi mesi di ormai immediata vigilia, molti si erano meravigliati che non si parlasse del viaggio del Pontefice in Brasile per la Giornata Mondiale della Gioventù, nel continente dove vivono la metà dei cattolici del mondo e per la Chiesa è d’obbligo dimostrare, e ancor più mostrare, la propria vitalità. Il Papa che in estate scenderà in campo al Maracanà sa che dopo la scelta di Benedetto XVI niente è più come prima e che alla fine del tempo regolamentare anche per lui verrà il momento, nello spogliatoio della propria coscienza, di decidere se giocare o meno i supplementari.”

Uno sguardo geopolitico

Scrive Germano Dottori su Limes.

ratzinger_solo_460.jpg“Con un gesto a sorpresa, Benedetto XVI ha annunciato l’11 febbraio di fronte ad un Concistoro sgomento la propria abdicazione al Soglio Pontificio: un gesto senza precedenti nella storia moderna della Santa Sede che, se appare comprensibile alla luce della crescente fatica fisica dell’uomo, solleva nondimeno molti interrogativi e problemi circa il futuro immediato della Chiesa Cattolica. Diversi giornalisti ascoltati nei mesi scorsi pronosticavano una fine imminente per il regno di Joseph Ratzinger, perché c’erano dei dubbi circa le sue capacità fisiche di assorbire il forte stress collegato all’imminente visita pastorale in Brasile. Ma nessuno si aspettava un esito del genere. Benedetto XVI ha chiesto la convocazione di un conclave, che non dovrebbe vederlo protagonista diretto, dal momento che valgono anche nei suoi confronti le previsioni del diritto canonico che non consentono la partecipazione di alcun cardinale ultraottantenne alla scelta del futuro papa. Pare però difficile che un pontefice vivente, ancorché dimissionario, si estranei completamente dal processo che porterà alla selezione del suo successore. Non è anzi da escludere che una delle ragioni dietro questo passo inconsueto possa proprio essere proprio la volontà di influirvi. Benedetto XVI ha avuto un regno difficile, contrassegnato da aspre lotte intestine probabilmente generate dalle stesse modalità in cui avvenne la sua elezione, e forse desidera sbarrare la strada ai suoi nemici. La circostanza potrebbe pesare. È quindi probabile che gli avversari personali del pontefice abbiano vita difficile il prossimo marzo nella Cappella Sistina e che molte strategie già poste in essere dai cardinali più ambiziosi risultino pregiudicate da questa improvvisa rinuncia, che diventerà esecutiva alle ore 20 del prossimo 28 febbraio.

L’esistenza in vita di Joseph Ratzinger, tuttavia, non necessariamente favorirà coloro che si considerano nel Sacro Collegio più vicini alle sue posizioni, come l’attuale arcivescovo di Vienna. Fare previsioni risulta quindi difficile, come e più che in passato. È spesso ai candidati battuti nel precedente conclave che occorre guardare per ipotizzare la figura del successore. Il cardinal Martini, che alla prima votazione prese più voti del papa ora dimissionario, è scomparso ed è quindi fuori gioco. Ma in campo c’è ancora il gesuita argentino Bergoglio, che giunse vicino all’ottenimento di quella minoranza di blocco che avrebbe costretto i cardinali a cercare comunque una figura di mediazione tra gli opposti partiti in cui si dividono da anni i principi della Chiesa: quello dei sostenitori dell’eredità del Concilio e l’altro di coloro che invece ne vorrebbero l’archiviazione.

La conclusione repentina del pontificato di Benedetto XVI chiude un’esperienza purtroppo contrassegnata da incidenti e sconfitte più che da successi. Ratzinger ha polarizzato i giudizi, spesso spiazzando l’ala più conservatrice della cattolicità senza acquisire consensi tra i riformatori. È quindi rimasto solo, forse insopportabilmente solo, vittima delle ambiguità della sua complessa figura di intellettuale ed ecclesiastico. Questa abdicazione produrrà inevitabilmente anche dei riflessi geopolitici significativi. Si allontana dai vertici della Chiesa, infatti, un forte propugnatore della riconciliazione con il Patriarcato ortodosso di Mosca e al contempo un deciso avversario della politica mediorientale di attivo sostegno all’Islam politico perseguita dall’amministrazione Obama. Difficile che non ne risenta anche l’Italia, ancorché Roma sia stata già in altro modo indotta nel 2011 a distanziarsi dal progetto euro-russo per allinearsi agli orientamenti degli Stati Uniti.”

Una trama che non sappiamo

Scrive Marina Corradi su Avvenire

“Non accadeva da secoli. E si pensava non potesse accadere. Il mondo, da un capo all’altro, sbalordito. «Ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum». L’austerità del latino rende appieno la drammaticità e l’essere già storia di quelle poche righe: «Sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino…».

Le parole a lungo ponderate in silenzio, maturate in un confronto serrato fra la coscienza di un uomo e Dio, erompono, inattese. Il web impazzisce. I potenti dichiarano. Ma noi credenti, noi che amiamo Benedetto XVI, che ne ascoltiamo da anni le parole e ne conosciamo il profondo amore per la Chiesa, siamo rimasti, ieri, profondamente smarriti. Tu, te ne vai? In quanti conventi e cattedrali e chiese e missioni e case e favelas in tutto il mondo questa domanda è risuonata ieri, dolorosa. Tu, Pietro, rinunci. E noi nelle nostre fatiche e sofferenze ci siamo sentiti più soli, come un esercito il cui generale, gravato dagli anni, lasci il campo. Semplicemente, dolore: un dolore filiale è ciò che milioni di fedeli hanno sentito addosso, ieri. Noi, non sappiamo. Non conosciamo in che modo la «ingravescens aetas» abbia incalzato il Papa, sempre più da vicino, e come, rodendone le energie, abbia avuto la meglio sulle forze dell’uomo.

Nemmeno possiamo immaginare quale carico di responsabilità e sfide gravi oggi sul Papa. Se sapessimo, forse capiremmo. Ciò di cui non dubitiamo è che questo gesto sia ancora e sempre di amore per la Chiesa; che Benedetto abbia pensato al bene Chiesa, prima che a sé, nel decidere. Ci sono, fra le righe degli ultimi discorsi, parole che lette oggi sembrano quasi voler consolare quelli come noi, gli smarriti. «Essendo cristiani – aveva detto il Papa nella lectio divina al Pontificio seminario romano maggiore, venerdì scorso – noi sappiamo che nostro è il futuro, e che l’albero della Chiesa non è un albero morente, ma albero che cresce sempre di nuovo». Pensava già anche a noi Benedetto XVI, quando scriveva queste parole? Come un padre che avverta il declino, e al dolore dei figli risponda facendo memoria che, in Cristo, nulla muore per sempre; e che se qualcosa sembra finire, è per rinascere ancora. Dentro una immensa storia che continua possiamo farci una ragione, nel nostro smarrimento, dell’andarsene di un padre. Non lo ameremo, per questo, di meno; anzi forse di più, come quando sulla faccia di tuo padre un giorno d’improvviso vedi quanto pesano gli anni, e i dolori.

E vengono in mente le ultime due pagine di ‘La mia vita’, autobiografia di Ratzinger prima del pontificato, in cui spiegava perché, nel suo stemma di arcivescovo di Monaco e Frisinga, avesse messo un orso. Secondo la leggenda, Corbiniano, fondatore della diocesi di Frisinga, stava recandosi a Roma quando un orso aggredì e sbranò il suo cavallo. Allora il santo ordinò all’orso di caricarsi il fardello del cavallo, fino a Roma. Alla leggenda il futuro pontefice associava un commento di Agostino al Salmo 72, in cui il santo scriveva: «Sono divenuto per Te come una bestia da soma, e proprio così io sono in tutto e per sempre vicino a Te». Che non sia questa, di domandava Ratzinger, un’immagine del mio personale destino? Come già avvertendo sulle spalle il giogo incombente. Il libro finiva così: «Quando sarà lasciato libero l’orso, non lo so, ma so che anche per me vale: “Sono divenuto la Tua bestia da soma, e proprio così sono vicino a Te”». L’orso ha portato un carico grande. Ora cede agli anni, e al gran peso; per ciò che ritiene il bene della Chiesa, umilmente cede. Ci resta, luminosa, quella parola sull’albero che non muore, ma germoglia sempre e di nuovo. Sotto al cielo di piazza San Pietro, grigio in una mattina di febbraio, la Chiesa continua. E invisibili si incrociano promesse e vocazioni e destini, come fili di una trama che non sappiamo; ma che attende noi, e i nostri figli, e il Papa che verrà, in un disegno buono.”

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Nella società del carrierismo

Riporto la prima parte dell’articolo del giornalista austriaco Gerhard Mumelter per Internazionale. La seconda parte tocca la politica italiana e non mi interessava riportarla qui.

“Trovo tranquillizzante quello che è successo l’11 febbraio a Roma. Che una delle personalità più potenti del mondo possa congedarsi senza emozione visibile con una breve dichiarazione in latino, cogliendo di sorpresa tutta la stampa mondiale, è un fatto singolare e simpatico.

Il fatto che in una società in cui fingere efficienza è un’abitudine diffusa, qualcuno riconosca di non avere più le forze necessarie per guidare un’istituzione affidatagli è un avvenimento raro e di forte valore simbolico. Un gesto innovativo e nobile che cancella molte perplessità dell’opinione pubblica sul pontificato di Benedetto XVI. Immaginarsi un papa in pensione finora era un assoluto tabù. Il brevissimo discorso del papa ci ha fatto tornare in mente la famosissima scena del film Habemus papam di Nanni Moretti. Ma non c’erano espressioni esterrefatte, nessuna ombra di panico o disperazione nelle facce dei cardinali. Si sapeva che Joseph Ratzinger non avrebbe mai voluto fare il papa e sognava ritirarsi per dedicarsi ai suoi libri. Si è piegato alla volontà del conclave per spirito di servizio. E ha chiuso il suo pontificato con uno dei gesti più forti e inattesi nella lunga storia della chiesa. Perché riconoscere la propria debolezza e stanchezza è un fatto proibito e anticonvenzionale nella società del carrierismo, in cui fingersi forti, efficienti e invincibili è una moda dilagante.”

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Che sensazione strana

Scrive Luca Bortoli su Vinonuovo

“Che sensazione strana, santo padre, saperti lì ancora per pochi giorni, avere un limite inesorabile oltre il quale non sarai più… così come sei. Che strano saperti a tempo, come se poi non fosse sempre stato così, come se la vita stessa non fosse a tempo, per tutti noi.

Che cosa così particolare iniziare con te questa quaresima nell’Anno della fede e sapere che la termineremo nel triduo con il tuo successore. Il tutto evocando su questo momento di passaggio categorie, fatti, gesti che da sempre per noi prendono forma quando arriva la morte. Ma questa non è la tua morte, tu sei qui con noi, continui a pregare con e per noi, in un presente che guardandoti non riusciremo mai a spogliare del tuo passato: tu sei stato papa, ma sei ancora qui con noi.

Chi sarai, il vescovo emerito di Roma? Mons. Ratzinger? O chissà, forse semplicemente don Josef, quel giovane don Josef che ha coltivato instancabilmente la vigna del Signore, crescendo senza misura nella fede e mantenendo intatta la passione per la Chiesa. Già, la stessa passione che ti ha fatto rinunciare. Così ti fai da parte, e ci mostri la grandezza della vita in Dio, che va oltre le missioni, le nomine e le elezioni, scorre continuamente cara ai Suoi occhi, al di là della forma contingente e del passato. E rimetti ancora una volta davanti a tutto il bene della Chiesa. Mi chiedo che cos’hai provato in questi mesi e che cosa stai provando ora. Mi sembra perfino che continuare sarebbe stato più facile per te, perché aprire nuove vie, fare la rivoluzione, è comunque sempre più faticoso che seguire un solco già tracciato, ma così, avrai forse pensato, avresti imposto la tua presenza, più debole, e molti avrebbero creduto che ti volessi arrampicare sulle vette di Giovanni Paolo. No, quella non era la tua via, la via giusta per una Chiesa di cui tu hai indicato tutte le sporcizie e le debolezze. “Quando sono debole, allora sono forte perché sei Tu la mia forza”. Hai dato sostanza a queste parole di san Paolo, santo padre, hai rimesso ancora una volta la Chiesa di fronte alla debolezza che le è congenita, poiché fa parte dell’uomo, e hai composto un inno alla stessa vita umana, degna creatura, e hai raggiunto vette alte quanto quelle dell'”amato predecessore”.

Che strano saperti lì, in quelle stanze da cui presto traslocherai, tra i tuoi libri e i rosari, mentre fuori il mondo parla della tua rivoluzione e vorrebbe farti mille mille domande: perché, quando hai deciso, con chi ne hai parlato… e chissà, forse anche come stai… È così strano sapere che tra poco la tua vita cambierà, che tornerai a vedere in tv il papa affacciarsi da quel balcone, e che cosa gli dirai quando lo incrocerai nei viali dei giardini vaticani? Scomparirai, lo sento. Non farai mai nulla che possa sollevare il dubbio che tu voglia ancora influire sulla vita della Chiesa. Ma è così rassicurante saperti tra noi, nella tua dimensione, come se in quell’appartamento che fu un monastero ti fossi accostato alla strada e ora ci guardassi continuare quel cammino che finora abbiamo fatto dietro a te, per essere e fare Chiesa. Ogni giorno.”

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Quando la storia ti passa accanto

602-408-20130211_153107_B1B11D8D.jpgSono seduto davanti al pc e guardo fuori la campagna coperta di bianco; ripenso a ieri, quando la storia ha fatto un’altra delle sue curve. Capita, nella vita, di assistere a queste svolte che poi si ritrovano sui libri di testo: penso al 1989 di piazza Tienanmen e del muro o al 2001 delle torri, ai crolli dei regimi dell’est o al 1990 della liberazione di Mandela. Ieri è stata una di quelle. Molti su fb scrivono che non gliene frega niente: a livello personale sarà sicuramente vero, l’importante è essere consapevoli che questa è storia che ti scorre accanto. E per la storia non è così indifferente quel che è successo e quel che può succedere (il 1989 o la questione dei paesi dell’est europeo con un papa diverso da Wojtyla sarebbero stati così?). Scrivo senza aver letto ancora nulla, nessun articolo, nessun editoriale. Lo farò: la mia professione me lo richiede, e pure il mio interesse. Metterò qui il materiale che giudicherò utile a suscitare riflessioni, materiale non per forza “ortodosso”. Ma questo, per me, è il momento in cui molte sono le domande che mi affollano la mente.

Perché? Nel senso: il vero perché? non sono un complottista, né uno che vuole vedere segreti là dove magari non ci sono, certo mi hanno colpito reazioni opposte: l’Osservatore Romano che parla di decisione presa da molto tempo e cardinali e collaboratori che parlano di sorpresa, di fulmine a ciel sereno, di sconcerto. Quello che dovrebbe essere l’entourage stretto del papa è sembrato cascare dalle nuvole.

Perché tanta urgenza? L’11 ottobre era iniziato l’anno della fede… Si era in attesa di una nuova enciclica… Erano in programma viaggi importanti…

E’ poi così strano che una persona di 86 anni non ce la faccia più a sostenere un tale peso? Dovrebbe essere normale, decisamente prima di quell’età…

Quali difficoltà per un fine teologo e filosofo ad essere pastore di un gregge così vasto, eterogeneo, variegato? Quali i pensieri intimi?

Si può fare un bilancio onesto di questi quasi 8 anni?

E ora? come si sposteranno gli equilibri all’interno della Chiesa? Che rotta prenderà la barca?

E’ il momento degli interrogativi: verrà, poi, anche il momento delle risposte.

In coscienza davanti a Dio

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Non voglio aggiungere parole mie al fiume che si sta versando in queste ore: ci sarà tempo per commentare questo 11 febbraio 2013 che entrerà nei libri di storia. Pubblico qui sotto alcuni siti per chi voglia seguire o approfondire le cose:

http://www.avvenire.it/Pagine/default.aspx

http://www.famigliacristiana.it/

http://www.rainews24.rai.it/it/

http://chiesa.espresso.repubblica.it/?ref=hpsbdx

http://www.internazionale.it/

http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%252FHome

http://www.zenit.org/it/index

http://www.agensir.it/

http://temi.repubblica.it/limes/

http://www.culturacattolica.it/

http://www.cyberteologia.it/

http://www.olir.it/

http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it

http://www.luigiaccattoli.it/blog/

Ovviamente a questi si aggiungono tutti i siti dei quotidiani…

Twittermania

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La mia opinione su @pontifex (che in questi attimi sta per sfondare quota 500.000 follower) è molto semplice, elementare. Ho sempre pensato che sui social, su twitter… se ci si sta, ci si sta, altrimenti è meglio non starci. Aprire un account su fb per fare i guardoni o per andarci due volte all’anno non ha molto senso; certo lo puoi fare, ma non dire che sei su fb. Aprire un account su twitter e usarlo solo per fare pubblicità alle tue attività di personaggio famoso dopo un po’ diventa stucchevole: è la differenza tra chi fa stare qualcuno in rete al posto suo e chi,invece, ci sta direttamente; è la differenza tra Ligabue (748.000 follower, 960 tweet) o Vasco (260.000 follower e 163 tweet), e Jovanotti (1.277.000 e oltre 5.000 tweet). Sono mezzi di cui ti devi appropriare se vuoi esserne protagonista, se vuoi utilizzarli per le loro potenzialità, e non semplicemente perché vanno di moda. Se i follower percepiscono che dietro ci sei tu, allora ne scoprono un senso, altrimenti nel giro di poco tempo cliccheranno su “smetti di seguire” le parole di un portavoce… Ovviamente sono pronto a essere smentito dai fatti.

Primavera o autunno?

proteste-islam-kabul-300x225.jpgDa Il sussidiario prendo un interessante articolo su primavera araba / autunno arabo di Luca Gino Castellin.

Dopo il drammatico attacco di Bengasi, in cui sono stati uccisi l’ambasciatore americano Christopher Stevens e altri tre membri del corpo diplomatico statunitense, tutti i media internazionali hanno raccontato il dilagare delle proteste dal Nord Africa fino al Sud-Est del Pacifico, attraverso il Medio Oriente e l’Asia Centrale, titolando con voce unanime “rivolta contro l’Occidente”. Questa scelta è sicuramente giusta, ma non aiuta a cogliere fino in fondo le conseguenze dei tumultuosi disordini in molti Paesi islamici. Indirizzate contro i simboli e le istituzioni della nostra civiltà, le violente manifestazioni di questi giorni sono anche una rivolta contro il mondo arabo.

Soprattutto, sono un atto di sfida a quella “primavera araba” che sembrava aver indirizzato – pur tra molte ambiguità e contraddizioni – i vari popoli della regione verso un presente e un futuro di speranza. Pertanto, a preoccuparsi di ciò che sta avvenendo dall’altra parte del Mediterraneo non dovrebbero essere soltanto gli Stati Uniti d’America, ma anche tutti i governi democraticamente eletti in questi due anni.

Gli Stati Uniti devono fronteggiare un nemico assai noto: il carsico antiamericanismo che pervade il mondo islamico. E devono farlo per difendere l’ingente capitale diplomatico investito nel supporto al lento e difficile processo di transizione in atto nella regione. La responsabilità di quanto è successo non risiede – come, invece, ha sostenuto Mitt Romney in maniera assai cinica (tanto da essere apertamente richiamato da altri esponenti del Grand Old Party) – nelle linee di politica estera dell’Amministrazione Obama verso il Medio Oriente. Le accuse del candidato repubblicano alla Casa Bianca rappresentano semmai una strumentalizzazione politica molto provinciale, che mette in mostra un grave deficit (forse, il principale) della sua piattaforma elettorale. D’altronde, la politica muscolare di George W. Bush non ha ottenuto maggiori risultati, piuttosto ha contribuito ad alimentare l’odio verso l’Occidente. Dopo una scellerata guerra preventiva contro il regime di Saddam Hussein, l’Iraq si trova infatti nuovamente in pericolo di fronte alla deriva autoritaria del Primo Ministro sciita Nouri al-Maliki. La strategia di Obama, a cui forse è possibile imputare un eccessivo ottimismo, costituisce invece una novità interessante e da non archiviare al primo vero ostacolo. L’aver scommesso sul desiderio di giustizia e di libertà dei popoli della regione (o di alcune loro componenti, anche minoritarie) è stato un rischio grande, ma che andava corso. E che, al tempo stesso, deve essere sostenuto.

Ma sono i Paesi della regione – tra cui soprattutto Libia ed Egitto – a dover prestare particolare attenzione ai tumulti in corso. La vittoria della coalizione liberale nell’ex regno di Gheddafi non ha infatti allontanato il grave problema che attanaglia il suo nuovo governo: ossia l’incapacità di acquisire ed esercitare il monopolio legittimo della forza nel Paese. Senza un pieno controllo del territorio, infatti, la presenza di sacche di resistenza fedeli al regime precedente e di formazioni terroristiche qaediste non potrà che diventare un male endemico della nuova Libia. E ciò potrebbe costituire un pericolo anche per l’Europa e in particolare per l’Italia. Finché le forze di sicurezza del governo di Tripoli non saranno in grado di garantire l’ordine interno, il nostro Continente va incontro a due grandi incognite: da un lato, quella riguardante le dinamiche migratorie illegali; dall’altro, quella relativa alla sicurezza e al pieno rispetto dei contratti economici in atto con la Libia.

Anche in Egitto le manifestazioni di questi giorni non devono essere sottovalutate. Il Paese – dopo la decisione della Corte Suprema dello scorso giugno – è ancora senza un Parlamento. E il presidente Mohamed Morsi, seppur rafforzato dal consenso elettorale e dai pieni poteri, deve evitare di lasciarsi travolgere dalle violenze salafite. Morsi può dimostrare la saldezza della propria leadership soltanto rifuggendo dalla comoda – ma, al tempo stesso, illusoria – acquiescenza verso qualsiasi deriva islamista. Anche per i Fratelli Musulmani – un movimento magmatico e con diverse anime al suo interno – c’è sempre il rischio di essere sorpassati sulle ali estreme da altre formazioni. Quella di fronte a Morsi è una scelta importante, dove il presidente deve saper agir con equilibrio. Da una parte, egli non può mostrarsi troppo indulgente verso i disordini di questi giorni. Gli islamisti, infatti, possono trasformarsi in un serio problema anche per Morsi, soprattutto perché rischiano di rendere sempre più incerta quella continuità della politica estera che aveva reso il governo del Cairo un alleato pragmatico sia per l’Occidente, sia per Israele. I recenti attacchi al Quartier generale dell’esercito egiziano nel Nord del Sinai evidenziano le grandi difficoltà a cui le forze di sicurezza del Paese si trovano di fronte per garantire il controllo di questa delicata e nevralgica zona di confine con lo Stato ebraico. Dall’altra parte, il presidente egiziano non può nemmeno apparire eccessivamente duro con sollevazioni più o meno spontanee, che hanno avuto come causa scatenante l’offesa al profeta Maometto. In un momento di transizione così delicato, infatti, la possibilità di essere soggetto al ricatto da parte di una minoranza islamista per motivi religiosi e ideologici costituisce un grave rischio, che può riversare sulle istituzioni politiche molto discredito e indebolirle sensibilmente. L’esigenza di ordine e sicurezza, intrecciata a quella di minore corruzione e maggiore giustizia, è un elemento essenziale nella società egiziana del dopo Mubarak, che il ceto politico egiziano si trova a dover gestire in un clima sociale assai teso ed esplosivo.

Che cosa può insegnare allora la furia islamista di questi giorni? L’attacco è una sfida non solo per l’Occidente, ma anche e soprattutto per il mondo arabo. La “primavera arab”» è stata – e ancora rimane – un fattore positivo e un’opportunità di cambiamento. Archiviarla alla prima difficoltà, per rivolgersi al triste orizzonte di un crepuscolare “autunno arabo”, è soltanto segno di cinismo (speculare all’iniziale idealismo di alcuni osservatori poco disincantati). Ciò che occorre invece è un sano realismo, come quello testimoniato da Benedetto XVI nel suo viaggio in Libano. Mentre la maggior parte degli esperti si improvvisava novella Cassandra e i governi di tutto il mondo erano pressoché impotenti di fronte agli avvenimenti, il Santo Padre incontrava il popolo della terra dei cedri – un popolo non solo segnato da anni di guerra civile, ma anche e paradossalmente modello di convivenza tra cristiani e musulmani – per affermare con intelligenza e fermezza le ragioni profonde della convivenza e della pace. Il Papa è ben consapevole che nel cuore di ogni uomo alberga un desiderio di bellezza, verità e giustizia che nessun film può sopprimere. Ma, come l’esperienza del Meeting Cairo dimostra, per rispondere a quelle esigenze insaziabili occorre un incontro e un’educazione. Senza fragili illusioni, è proprio ciò di cui il Medio Oriente ha bisogno oggi.