Saremo superflui?

artificial-intelligence-3382507_960_720.jpg

Pubblico un articolo di José Tolentino Mendonça, tradotto da Pier Maria Mazzola e pubblicato ieri su Avvenire. La domanda fondamentale è una di quelle che risuona più frequentemente al giorno d’oggi: l’uomo sarà sostituito e superato dalla macchina o ci sono degli ambiti in cui resterà imprescindibile? I pregi dell’articolo sono chiarezza e brevità e portano con loro il difetto di una certa generalità…
Dovremo fare una riflessione più approfondita circa l’impatto della tecnologia sulla forma della nostra umanità, andando al di là di un ingenuo stupore promosso dalla grande macchina del marketing. Anche in questo attraversiamo in un periodo di transizione. Una prima tappa che finora ha funzionato è quella della coesistenza, in cui le macchine sostituiscono alcune attività umane ma in un regime di subordinazione. Lo scopo della tecnologia è ancora valutato, in questa fase, come strumentale.
Ma stiamo per entrare in una nuova era, in cui i dispositivi tecnologici diverranno tendenzialmente “oggetti di compagnia”, allo stesso modo in cui dominiamo gli animali domestici, “di compagnia”, sottintendendo con questo un determinato grado affettivo di relazione e una pratica abituale di convivenza e di cura. Oggi, per esempio, siamo affezionati agli animali domestici. Ma cani e gatti sono anche compagni esigenti: hanno le espressioni e le necessità organiche degli esseri viventi, sono, come noi, soggetti all’imprevedibilità di un’esistenza contingente, non si può lasciarli andare, abbandonarli o dimenticarli. Oggi si comincia a guardare ai robot come compagni più facili, che offrono tutti i vantaggi degli “animali di compagnia” e altri ancora, ma senza il costo vitale che è loro associato.
La propaganda della prossima pandemia tecnologica sostiene che le macchine sono un antidoto all’isolamento e alla solitudine, dall’efficacia garantita. In un altro campo, ci sono scuole di medicina in cui si propone, con frequenza crescente, di sostituire le diagnosi fatte da specialisti con quelle effettuate da macchine, dato che il margine di errore di queste risulta essere più basso. Finora abbiamo creduto che la relazione tra medico e malato facesse parte del processo di cura. Il medico che parla con noi è mortale come noi e ciò contribuisce a generare un’empatia del tutto singolare. Ma… se le macchine fossero migliori?

JoséTolentinoMendonça
José Tolentino Mendonça

L’opinione predominante vuole che molte delle resistenze attuali verranno superate e che saremo sempre più disposti a sostituire le relazioni tradizionali con le nuove interfacce tecnologiche. La dimensione affettiva stessa cesserà di costituire un ostacolo, poiché i vincoli emotivi, gli affetti, i sentimenti, si rafforzeranno. Se oggi un adolescente può dire «io amo il mio computer perché mi fa entrare in contatto con i miei amici», fra non molto dirà: «Amo il mio computer perché è il mio migliore amico».
A quanti assicurano che i computer potranno avere una centralità accentuata nei processi tipicamente umani, è tuttavia necessario ricordare quello che un pc non può fare. Al posto del medico potrà esserci una macchina? Un giudice arriverà a essere sostituito da un computer? Per comprendere la miscela di fattori e di ragioni di un essere umano si richiede un discernimento umano. Se fosse meramente automatico, non sarebbe umano. E un pc può essere artista? Saprà imitare i grandi maestri, senza dubbio, ma non riuscirà ad anticipare quello che nella storia della musica è stato Beethoven o che Picasso ha rappresentato nella storia dell’arte.
Potrà mai, un computer, sostituire l’incontro con un altro essere umano? Che cos’avrà da insegnare sulle scelte libere, la gratuità, la prudenza o il perdono? Come potremo fare una domanda ed essere ascoltati, anche in quel dolore sommerso che nemmeno arriva a esprimersi con parole? Possiamo confidare che il pc sarà sensibile alla forza della nostra fragilità? Si potranno programmare, grazie a esso, le virtù, o un itinerario di ricerca spirituale? Quale risposta daranno al male, questi dispositivi, e alla morte? Se la nostra escatologia sarà solo un futuro migliorato dai computer, non ci sarà più niente che ci possa mancare?”

De obsolescentia (il post non è in latino!)

obsolescenza_peanuts

Un articolo di un mesetto fa pubblicato su Wired, a firma di Stefano Dalla Casa, sull’obsolescenza programmata.
Nonni e genitori hanno cercato di convincerci dell’esistenza di un passato mitologico in cui le cose che usiamo ogni giorno erano costruite, per esempio, in un materiale fantascientifico chiamato metallo e dove era possibile riparare gli oggetti invece di comprarne di nuovi. Noi siamo scettici di fronte a questi racconti, pensiamo che si tratti del fisiologico gap generazionale, eppure vecchi televisori in bianco e nero, perfettamente funzionanti, sono ancora in qualche cantina dopo decenni di onorato servizio, e in qualche casa i frigoriferi comprati negli anni ’70 fanno ancora il loro dovere. Possibile che esista un fondo di verità in queste leggende?
Scherzi a parte, esiste effettivamente un motivo per cui non riusciamo a tenerci uno smartphone per più di quattro anni: molti prodotti sono ideati per una vita minima inferiore a quella tecnicamente possibile. Uno dei primi esempi documentati dell’obsolescenza programmata è quello del cartello Phoebus, ma la realtà è più sfumata e complessa di quella solitamente dipinta dalle teorie del complotto.
Alla fine dell’ ‘800 la lampadina a filamento era ormai matura per la commercializzazione in massa e agli inizi del ‘900 la competizione per offrire ai consumatori la migliore lampadina era agguerrita. Come spesso accade, le maggiori aziende cominciarono ad accordarsi in modo da trarre reciproco beneficio dal mercato. Questa cooperazione portò in breve, per esempio, all’adozione dell’attacco Edison come standard, quello che ancora oggi utilizziamo con le moderne lampadine a led. Nel 1924 quasi 30 aziende da tutto il mondo firmarono a Ginevra la Convenzione per lo sviluppo e il progresso dell’industria internazionale delle lampade elettriche a incandescenza, formando il più esteso e influente cartello industriale del settore. Per controllare che i membri rispettassero le regole fu istituita la compagnia Phoebus, da cui oggi deriva il nome colloquiale del cartello: Osram, Philips, General Electrics e tutti gli altri membri avrebbero condiviso i brevetti e il know-how, avrebbero stabilito quote di vendita, le aree commerciali, i prezzi e si sarebbero accordati sugli standard da adottare. Uno di questi era la durata massima delle lampadine: le aziende si impegnavano a produrre, vendere e pubblicizzare lampadine che non superassero le 1000 ore di durata, pena una sanzione da parte del cartello.
Per quale motivo si decise di limitare artificialmente la durata del prodotto quando nel secolo precedente esistevano lampadine che duravano anche 2500 ore? Come spiegava nel 1949 l’economista Arthur A. Bright Jr. nel saggio The Electric Lamp Industry, c’è senza dubbio una ragione tecnico-economica che giustifica la decisione del cartello: una maggiore durata è possibile, ma questo va a spese dell’efficienza a causa del consumo del filamento. In altre parole il consumatore si ritroverebbe con una lampadina funzionante, ma sempre meno luminosa e che consuma (e costa) sempre di più rispetto alla luce che produce. Per gli usi più comuni dell’epoca una lampadina che durava fino a 1000 ore rimanendo sufficientemente luminosa poteva essere quindi un buon compromesso. D’altra parte non si può negare che la minore durata del prodotto obbliga il consumatore ad acquistarlo più spesso, e alle industrie che aderivano all’accordo questo certo non poteva dispiacere. Inoltre di fatto si toglieva al consumatore il beneficio di differenziare l’acquisto in base alla destinazione d’uso. Bright ricorda anche che la General Electrics, tra i promotori del cartello, nel 1936 aveva messo in vendita lampadine natalizie da 500 ore, ma quando scoprirono che i consumatori preferivano addobbare l’albero con piccole luci notturne, a bassa luminosità e della durata di 2000 ore, fece in modo che i venditori dissuadessero il clienti da acquistarle. Questa azienda inoltre nel 1933 introdusse lampadine da torcia elettrica che duravano più o meno quanto una batteria, mentre in precedenza resistevano fino a due ricambi. Anche in questo caso, è vero che le nuove lampadine erano più luminose, ma a differenza di quanto poteva valere per le lampade standard, il vantaggio per il consumatore era nullo. In conclusione, il cartello Phoebus generalmente è considerato il primo caso documentato di obsolescenza programmata, tuttavia non è possibile dire che la durata massima delle lampadine imposta dai produttori sia stata dettata esclusivamente dalla necessità di aumentare le vendite.


Il documentario del 2010 The Light Bulb Conspiracy (qui sopra) parla del cartello citando una lampadina a incandescenza del 1901 che oggi funziona ancora, suggerendo che allora ci fossero senza dubbio le capacità per creare una lampadina ad alta efficienza e a lunga durata, ma si tratta di una conclusione semplicistica e fuorviante: il compromesso tra durata ed efficienza è una reale limitazione delle lampadine a incandescenza, ma al tempo stesso non è giustificabile che le aziende lo usassero come scusa nei casi in cui la minor durata delle lampade non aveva vantaggi per il consumatore (come nelle luci di Natale e nelle torce).
L’obsolescenza programmata è considerata alla base della società di consumo, ma bisogna resistere alla tentazione di immaginare che tutto ruoti intorno ad avide industrie riunite in cospirazioni planetarie per costringerci a comprare più di quanto dovremmo.
Certo, i chip che bloccano le cartucce dopo un certo numero di stampe o di tempo (anche se contengono ancora inchiostro utilizzabile) sembrano una vera carognata, ma più in generale fabbricare prodotti che abbiano un prezzo abbordabile e una vita utile non eccessivamente prolungata è quello che permette di mantenere alti i consumi e la produzione o, per dirla come una pubblicità governativa di tanti anni fa: far girare l’economia. Non è certo un caso che l’agente immobiliare Bernard London, il primo a usare l’espressione obsolescenza programmata, la volesse usare per portare l’America fuori dalla depressione. Oggi per molti beni di consumo semplicemente non ha senso puntare a un design o a materiali particolarmente durevoli perché saranno comunque sostituiti da nuovi modelli. Insomma, il problema non è solo lo smartphone con la batteria non sostituibile, ma il fatto che non sempre per noi la durata di un oggetto è un valore. Se avessimo a disposizione spazi e risorse illimitate, questo modello potrebbe continuare all’infinito senza troppi problemi, ma non è così e i nodi stanno venendo al pettine. Produrre, per esempio, i nostri gadget elettronici ha un enorme costo ambientale e sociale, e dopo pochi mesi diventano un rifiuto che deve essere riciclato e smaltito solo in strutture specializzate. Gran parte di questi rifiuti elettronici viene però inviata, usando canali più o meno legali, nei paesi in via di sviluppo, senza nessuna garanzia che vengano trattati nelle maniera corretta (e in sicurezza).
Un’alternativa sostenibile, sia dal punto di vista ambientale che economico, potrebbe essere l’ecodesign, un approccio alla progettazione che tiene conto dell’intero ciclo vitale del prodotto, compresi il suo riciclo e smaltimento. A livello europeo l’ambizione è quella di inserire questi principi nei piani industriali della comunità europea tramite l’applicazione della direttiva Ecodesign.”

Gemme n° 261

E’ una canzone a cui sono molto legata, in particolare dove canta “È bello ritornar normalità è facile tornare con le tante stanche pecore bianche. Scusate non mi lego a questa schiera morrò pecora nera” e “molti qui davanti ignorano quel tarlo mai sincero che chiamano Pensiero”: spesso accettiamo idee che ci vengono imposte, tendiamo a fermarci e a sentirci arrivati non crescendo più e non vedendo oltre. Penso sia importante mettersi sempre in gioco e progredire in questo senso.” Queste le parole con cui S. (classe terza) ha presentato “Canzone di notte n. 2” di Francesco Guccini.
Mi sento di condividere la passione per il Guccio e di citare un verso dell’ultimo album (veramente ultimo vista l’intenzione di non comporre più). Trovo che queste parole de “L’ultima Thule” si sposino bene: “Ma ancora farò vela e partirò io da solo, e anche se sfinito, la prua indirizzo verso l’infinito che prima o poi, lo so, raggiungerò”.

Sogni e sognatori

Sogni di viaggi, di velocità, di tecnologie, di invenzioni, di idee geniali… incubi di pressioni, di premura, di superficialità, di menefreghismo, di lavoro allo sfinimento. E di quel sogno luminoso non restano che le ceneri…Ma a morire sono i sognatori, non i sogni. Quelli a bordo dell’R101, un dirigibile britannico schiantatosi e poi incendiatosi su una collina del nord della Francia il 5 ottobre 1930 nel suo volo inaugurale. La sua storia è raccontata in un bellissimo brano dai toni epici nel nuovo album degli Iron Maiden, “The Book of souls”, uscito il 4 settembre. L’ultima traccia è “Empire of the clouds”, il brano più lungo mai scritto dal gruppo britannico, 18 minuti (qui una traduzione).

Gemme n° 25

Spero di non annoiare con questo video che dura poco più di cinque minuti”: ha esordito così M. (classe seconda).

A volte mi fa paura lo spazio che occupano i social network nelle relazioni, soprattutto tra noi giovani. Ho visto questo video parecchie volte perché mi ha colpito molto”. Anche io l’avevo già visto due volte: la prima volta ho letto i sottotitoli, la seconda ho guardato le immagini e solo oggi mi sono accorto che è tutto in rima… Sono dell’idea che la tecnologia sia uno strumento e come tutti gli strumenti la sua bontà o meno è legata all’uso che se ne fa. Vero è che si tratta di uno strumento molto potente e non tutte le sue potenzialità e caratteristiche sono immediatamente comprensibili. Rimando a quanto scritto qui.

Ad occhio nudo

Corsica_355 copia small

Un articolo molto interessante di Roberto Cotroneo a proposito di globalizzazione, tecnologia, medioevo e rinascimento, estetica e memoria, futuro ed eternità, cultura e lasciti. Suscita mille riflessioni che abbiamo sfiorato proprio stamattina parlando di progresso tecnologico…

huizingaÈ davvero curioso che mentre cerchi di vedere un video su uno smartphone ti venga in mente un vecchio libro pubblicato nel 1919: quello di un saggista olandese, divenuto celebre perché capovolgeva la lettura di un’epoca storica. Il libro si intitola: L’autunno del Medioevo e il suo autore si chiamava Johan Huizinga.
Perché mettere assieme un video in streaming da internet e un saggio molto importante che parla di tutt’altro? Perché Huizinga sostiene che il medioevo non era un medioevo, ma un’epoca importante, florida, e che il Rinascimento con la sua esplosione di vitalità, di arte e di creatività non era l’uscita dal tunnel dei secoli bui, ma per certi versi persino un declino.
Oggi il nostro vissuto sta per essere spazzato via da nuovi linguaggi, da un diverso modo di percepire le cose, dalla globalizzazione, dal mondo che è diventato più piccolo, e da una nuova estetica. Da un futuro che sembra possa permetterci tutto e da mezzi di espressione che fino a qualche anno fa neppure si immaginavano. L’ho scritto varie volte, e ne sono sempre più convinto.
Ma stiamo perdendo la nitidezza di quello che percepiamo: abbiamo alleggerito il mondo per renderlo più mobile, per diffonderlo più rapidamente. La musica che ascoltiamo è di peggiore qualità rispetto a quella che potevamo sentire in cd, perché i formati audio devono essere più leggeri. Una macchina fotografica digitale che abbia la definizione di quelle con la pellicola costa moltissimo, e in ogni caso non ci permetterebbe di trasferire gli scatti attraverso internet, sarebbero troppo pesanti. I video hd sono sempre più diffusi, eppure noi li vediamo a definizioni più basse mentre viaggiamo o ci muoviamo. L’esigenza, sempre più ampia, di connettersi in mobilità ci costringe a moderare il peso di quanto vediamo e ascoltiamo. La compressione serve a farci vedere le immagini e ascoltare musica in modo più semplice, ma per farlo bisogna impoverire le informazioni.
Se corri troppo per il mondo non hai il tempo di sentire la consistenza della terra che hai sotto i piedi. Questo porta a un cambio estetico e culturale che passa attraverso un abbassamento dell’intensità e dunque della qualità. Vale per i gigabyte, vale per i pixel, vale per i formati audio, vale per le emozioni. E allora non c’è via di uscita: più sei veloce più devi essere leggero, più sei leggero più devi rinunciare ai dettagli, alla lentezza che permette di tenere fermo ragionamento e pensiero finché non sedimenta. Paradossalmente questo finisce per riguardare anche sentimenti, affetti, amicizie e lavoro, rapporti interpersonali in genere.
Huizinga contrapponeva l’intensità del romanico e del gotico, la grandezza della pittura e dei mosaici medioevali, la straordinaria capacità di cogliere il senso del tempo del misticismo francescano o domenicano, rispetto all’effervescenza del nuovo rappresentato dal Rinascimento.
E se oggi fossimo all’autunno della contemporaneità? Forse. Non sappiamo se stiamo uscendo da un nuovo Medioevo per entrare in un Rinascimento digitale. E neppure come cambierà il nostro modo di produrre arte e cultura, di vivere sentimenti e futuro, di condividere la nostra storia in modo che sia leggibile dai nostri nipoti.
E non siamo sicuri che tutto quello che facciamo rimarrà: non abbiamo certezza che i supporti digitali, gli archivi elettronici che memorizzano tutto, saranno ancora leggibili tra 50 o tra 100 anni. È possibile che da questa bulimia di dati, di server, di archivi immensi possa rimanere poco e che ci abitueremo a vivere e a percepire in definizioni più incerte. Ma se il nostro futuro sarà un nuovo medioevo o un rinascimento scintillante è difficile dirlo. Dovremmo forse chiederlo a un altro Huizinga.”

L’uso di internet

africa internetCome utilizzo il web? In un articolo del 13 giugno su Sette, Roberto Cotroneo scriveva:
Gli ultimi dati che possediamo sulle tendenze di internet pubblicate da KPCB (Kleiner Perkins Caufield & Byers) ci dicono che gli utenti che accedono a Coursera sono per il 42 per cento del Sud America, Africa e Asia. Coursera è una piattaforma statunitense, ideata dall’Università di Standford che offre corsi universitari gratuiti. Si insegnano: discipline umanistiche, scienze sociali, economia, medicina, biologia, matematica e informatica in più di dodici lingue del mondo. E anche Duolingo, una piattaforma mondiale che offre corsi di lingua, ha il 45 per cento di accessi dai paesi del terzo mondo.
Così mentre la vecchia Europa e il Nord America si ubriacano di selfie e di chiacchiere sui social, i paesi più poveri utilizzano la rete, e quel che possono della rete per imparare l’inglese o lo spagnolo, o per studiare attraverso piattaforme personalizzate. E lo fanno attraverso reti mobili, e spesso attraverso tablet o smartphone. Per motivi ovvi. Se questa tendenza continuerà, e non c’è motivo di pensare il contrario, accadrà qualcosa di molto interessante. Accadrà che internet sarà certamente il futuro per qualche miliardo di persone, e sarà vecchio e nevrotico per tutti quelli che non avendo bisogno di accedere a saperi e informazioni vere utilizzeranno i propri saperi e le proprie informazioni come una vetrina narcisistica. Mentre in Africa studiano e possono finalmente imparare a basso prezzo e con un’efficacia impensabile, in Europa e nel Nord America ci chiediamo quanti danni può fare internet, e come fermare questa ossessione per il web, per i social e per l’essere connessi 24 ore su 24.

In pratica il web, lo stare connessi, nei paesi emergenti e nei paesi del terzo mondo è novità e futuro, mentre da noi è un modo ulteriore per consolidare le vecchie nevrosi e la voglia di esibizionismo. E se da noi gli psicologi e i clinici parlano nei loro convegni di una nuova forma di narcisismo patologico, conseguenza dei social che stanno demolendo e dissolvendo le identità, altrove il web diventa proprio strumento di identità e di consapevolezze future, e ha poco a che fare con le solitudini telematiche.”

Pur di averlo

L’altro giorno, in una quinta, parlando di globalizzazione, ho detto che uno che butta via l’i-phone 4 per passare all’i-phone 5per il solo motivo di sentirsi insoddisfatto del prodotto precedente, non sta mica tanto bene. Su Rainews24 ho trovato questa foto.

 

iphone5-pechino-1a.jpg

Il cartello della ragazza diceMio marito non è affidabile, non mi compra l’iPhone 5, cerco un uomo ricco che mi compri l’iPhone”. Forse questa è messa peggio e fa il paio con la frase di Natalino Balasso che ho pubblicato ieri su fb:

“Se nel 1980 avessero detto a un bimbo di 10 anni: “Quando tuo figlio avrà la tua età gli regalerai un telefono da 2 milioni di lire” quel bimbo avrebbe pensato: “Questi sono imbecilli” E non poteva sapere che l’imbecille sarebbe stato lui.”