“Questa banconota da 200 leke è uno dei tanti piccoli oggetti legati alla mia infanzia che considero una gemma e che conservo come tale; si tratta dell’equivalente di poco meno di due euro che la mia nonna paterna mi diede qualche giorno prima che io partissi per il mio primo viaggio in Albania, in modo da potermi comprare un souvenir. La me di 10 anni fa, assolutamente priva di ogni conoscenza riguardo al valore del denaro, trattò la banconota come se si trattasse di una piccola fortuna e la ripose al sicuro sul proprio comodino, dimenticandosi dunque di portarsela con sé. Ciò che al tempo reputai un’assoluta ed insormontabile tragedia, si rivelò essere invece un amabile scherzo del destino che mi consente di custodire gelosamente uno dei ricordi, inerenti alla mia nonna paterna, più preziosi che ho; essa, oltre a sostituire un banale souvenir e a rappresentare un pezzo del mio paese natale, la cui cultura ho imparato ad amare sin da piccola, mi ricorda ogni giorno uno dei modelli a cui aspiro di assomigliare, una delle donne più forti che io abbia mai conosciuto, uno di quei personaggi che si narrano nei libri”.
Con queste parole E. (classe terza) ha presentato la sua gemma. A questo punto di solito c’è il mio piccolo contributo. Solo che in coda alle sue parole E. ha aggiunto: “Ero indecisa se portare questo o un pezzo del costume della mia prima festa di carnevale in Italia. Come ho detto, ho imparato ad amare la mia cultura fin da piccola e, mentre tutte erano vestite da principesse o fate, io ero vestita col costume da sposa tradizionale albanese e SEMBRAVO UN PO’ FUORI LUOGO, PERÒ ERO FELICE”. Non saprei aggiungere parole più preziose.
“E’ una foto che ho fatto alle mie migliori amiche questa estate: mi piace il fatto di essere stata io a fare la foto e non ad essere ritratta, preferisco avere un’immagine del ricordo piuttosto che esserne parte”.
Questa è stata la gemma di A. (classe terza). Il fotografo Marco Scataglini ha detto una frase che penso si adatti bene a questa gemma: “La fotografia sei tu, è ciò che sei nel momento in cui la scatti.” Felice, direi.
“Ho scelto questa canzone perché mi ricorda un periodo di questa estate in cui la ascoltavo sempre. Oggi, ogni volta che la risento, mi tornano in mente tutti i ricordi di quei momenti in cui ho fatto nuove conoscenze e di tanto divertimento. Mi piace anche il significato: è una canzone che parla d’amore.”
S. (classe seconda) ci ha fatto ascoltare Stolen Dance di Milky Chance, un brano del 2013. A volte musiche, suoni, profumi, immagini si fanno memoria: a loro abbiniamo sensazioni ed emozioni, come se fossero chiuse in un cassetto. Poi basta aprirlo ed eccoci a rivivere tutto…
“Non sapevo cosa portare come gemma. Una sera ero a letto e, si sa, prima di addormentarsi si pensano tante cose. Stavo ascoltando Photograph e quella canzone mi ha ispirato. Ho fatto un montaggio di foto dell’ultimo anno, con gli episodi salienti che lo hanno caratterizzato”. Così F. (classe quinta) ha presentato la sua gemma. Il pioneristico fotografo inglese Eadweard Muybridge scrisse: “Solo la fotografia ha saputo dividere la vita umana in una serie di attimi, ognuno dei quali ha il valore di una intera esistenza”. Ne abbiamo visto un pezzo…
Una canzone è stata la gemma di A. (classe seconda): “Ho scelto Photograph perché mi ricorda una persona importante e perché la ascoltavo sempre con le mie amiche in Inghilterra”. La fotografia è quello che, in questa canzone, permette di abbattere le distanze, di far sentire presente chi è lontano, di rendere vicino chi non c’è. Spesso dietro ad una di esse si nascondono mondi e significati preclusi a chi non ne conosce la vera storia. Sono diari per immagini.
“Ho portato questa canzone nonostante non mi piaccia molto la musica italiana; questo brano lo ascoltavo da piccolo, poi era un po’ passato di moda e non si sentiva più. L’ho riascoltato qualche mese fa e ritrovarlo è stato bello e divertente”. Questa è stata la gemma di M. (classe terza). Un’espressione di Murakami sull’importanza dei ricordi: “I ricordi sono solo un combustibile per alimentare la vita (…) E se per caso quel combustibile non ce l’avessi, se il cassetto dei ricordi dentro di me non esistesse, penso che già da un bel po’sarei stata spazzata in due di netto. Sarei morta sul ciglio della strada, raggomitolata in qualche miserabile buco.”
Ecco la gemma di A. (classe terza): “Questa canzone l’ho ascoltata da piccola; la prima volta mi ha destato tante emozioni. Personalmente ho sempre dato molto valore a oggetti e vecchie foto. Amo molto gli album con foto stampate, oppure girare vecchie foto e leggere il commento che c’è dietro. Per questo motivo mi piace immortalare i momenti di adesso: immagino quando, tra qualche anno, rivedrò le foto, mi commuoverò e mi emozionerò pensando ai momenti felici o alle persone speciali con cui li ho passati. Questa canzone sa prendermi e raccontare le emozioni che provo”. C’è una frase di S. Littleword: “La fotografia è un istante catturato dai Poeti del Tempo. E’ scrivere gli attimi per regalarli al futuro”.
Un libro è stato il protagonista della gemma di M. (classe seconda): “Questo è il primo libro dei Beatles che ho ricevuto. Ricordo bene quel momento: ero in V elementare, avevo appena sostenuto degli esami a scuola, mi pare fosse un giovedì, c’era il sole e in macchina c’era questo libro. Ci sono molto affezionata: le prime volte lo avvolgevo in una coperta e lo portavo anche a dormire con me. Questo è il primo, ne ho anche altri, ma questo è il più importante”. Ci sono fotografie che vengono scattate dal nostro cervello. Questa è una di quelle: si ricordano molti particolari legati ad un momento significativo della nostra vita. Grazie a M. per averci regalato un suo scatto interiore.
“La mia gemma è l’album di foto regalatomi per i 18 anni dalla mia migliore amica: ci conosciamo dall’asilo, e nell’album lei hai incollato tutte le foto scattate da quando ci siamo conosciute fino ad adesso. Ci siamo emozionate entrambe”. Questa la gemma di E. (classe quinta). Fissare un ricordo, un’emozione, uno stato d’animo per riuscire a riviverne poi un sentore penso sia un inno alla vita.
“Ecco la mia scatola dei ricordi con tutto quello che mi fa sorridere quando lo guardo: cartoline, lettere, oggetti, e soprattutto la lettera della mia migliore amica per i miei 18 anni.” Così V. (classe quinta) ha presentato la propria gemma. Dalla lettera emergono vicinanza, protezione, condivisone, coinvolgimento, felicità, sorrisi. In una puntata di Desperate Housewives una delle protagoniste afferma: “Ogni volta che sento l’emozione sopraffarmi mi limito a immaginare una scatola vuota, e a infilare dentro quella scatola tutte l’emozioni che provo e poi immagino di mettere via la scatola in un armadio grande e vuoto e chiudo la porta!”. Quante emozioni c’erano in quella scatola stamattina!
“Ho voluto portare come gemma qualcosa di significativo per me, un ricordo: quando ero piccola, durante le vacanze a Lignano, mio padre metteva spesso questa canzone dei Red Hot Chili Peppers, anzi proprio tutto l’album. Mi riporta ad un bel periodo della mia infanzia”. Questa la gemma di J. (classe terza). Non posso più spruzzarmi addosso Trussardi uomo. Questo profumo è legato ad un periodo non positivo della mia vita. Grigio Perla invece è uno dei miei preferiti, mi trasmette una sensazione di calore. Profumi e musiche, colori e immagini sono gli sfondi delle nostre giornate e si legano in modo inscindibile ai nostri ricordi. Basta un attimo per essere catapultati nel passato.
E. (classe seconda) ha presentato così la sua gemma: “Vi presento Eureka, la mia cavalla, anche se è da un po’ che non cavalco. Era anche una passione di mio nonno che in pratica non ho mai conosciuto, perché scomparso quando io ero molto piccola. E’ un modo per avvicinarmi a lui.”
Così dei cavalli parlava Lev Tolstoj: “Il cavallo possedeva al massimo una qualità che faceva dimenticare tutti i suoi difetti; aveva il “sangue”, sangue “che si fa sentire”, come dicono gli inglesi. I muscoli fortemente rilevati al di sotto della rete delle vene, distesi sotto la pelle sottile, mobile e liscia come raso, sembravano duri come ossa. La testa asciutta, con gli occhi in rilievo, luminosi e vivi, si allargava verso le froge prominenti dalle membrane iniettate di sangue all’interno. In tutta la linea della cavalla, e in particolare nella testa, c’era qualcosa di volitivo e nello stesso tempo di dolce. Era una di quelle bestie che sembra non parlino solo perché la conformazione della loro bocca non lo permette”.
“Questa è una maschera che ho fatto io in II elementare durante una gita quando vivevo in Spagna. E’ stata l’ultima gita con quella classe e mi sono divertita molto. Mi ricorda un sacco di cose e anche che i compagni di classe avevano fatto cose elaborate e carine a differenza della mia. Mi ricordo anche che eravamo a coppie distesi su un prato. Ho anche altre cose manuali di quel periodo, ma questa è quella che mi piace di più”. Questa la gemma di E. (classe seconda). Riporto dal sito unaparolaalgiorno questa curiosità in riferimento al vocabolo “persona”: “per-só-na dal latino: per attraverso, sonar risuonare. Così era chiamata in antichità la maschera indossata dagli attori, che oltre a coprire il volto funzionava da amplificatore per la voce. Dalla maschera si passa al personaggio. Dal personaggio si passa alla persona – uscendo dalla scena. Questa testimonianza storica è tanto eloquente. Rappresenta bene il filo di Arianna che l’uomo si porta dietro uscendo dal teatro, il debito immenso che ha nei confronti di quest’arte per quanto riguarda la conoscenza di sé. Sembra quasi che la persona si veda veramente bene solo da una platea. Che il personaggio si comprenda sinceramente solo quando indossa una maschera – che paradossalmente lo purifica dall’esagerazione controllata e finta del volto, restituendoci quello stesso personaggio ma tanto più vivo, tanto più adamantino e tanto più vero”.
“Ho ascoltato questa canzone la scorsa estate e mi è piaciuta subito. Nella vita vanno messe via le cose, le sensazioni, le emozioni; prima o poi vanno fatte passare, ma non è sempre facile. Alcune cose non si riescono a far passare…”. Così C. (classe quarta) ha presentato la sua gemma. La soffitta è un luogo che mi piace, la trovo affascinante, misteriosa, anche se è la mia. A volte ci vado per ritrovare qualcosa, so cosa cercare e ho le idee chiare; altre volte mi ritrovo tra le mani oggetti che non pensavo di aver tenuto. E dietro a questi oggetti ci sono persone, situazioni, atmosfere, odori, immagini, suoni. La cosa bella? Averle. Nella soffitta reale o in quella mentale. “Ho messo via”, canta Ligabue. Non “ho buttato via”.
“Il film da cui ho preso questa sequenza racconta di una foresta ricca di alberi, gli Alberi delle Feste più Liete; ogni albero apre un portale verso una festa. Il protagonista arriva da Helloween e giunge al Natale. Il film è uno dei miei preferiti e mi ricorda l’infanzia perché mi piaceva talmente tanto che ho obbligato i miei a comprare la videocassetta: ogni anno lo rivedo più volte. Tra l’altro questa canzone è quella che più amo nel film, mi rende felice: la ascolto e sorrido.” Questa la gemma di S. (classe quinta) La voce narrante del film afferma:
“È stato molto tempo fa, più di quanto ora sembra, in un posto che forse nei sogni si rimembra, la storia che voi udire potrete, si svolse nel mondo delle feste più liete. Vi sarete chiesti, magari, dove nascono le feste. Se così non è, direi… che cominciare dovreste!” Solletica la curiosità, attira, invita, calamita, magnetizza… E più avanti si sente “Il curioso va all’interno”… Buon cammino, buone scoperte, buona profondità.
“Ho portato questa canzone perché “The script” sono la mia band preferita, e questo brano mi piace in particolare. Sono poco conosciuti, ma io penso che siano veramente bravi”. Questa la presentazione della gemma da parte di M. (classe quarta). Ho cercato in rete la traduzione del brano e penso valga la pena riportarla perché sotto la gemma di M. c’è altro, scende una lacrima dai miei occhi e le mando un abbraccio:
“Se potessi vedermi ora, se potessi vedermi ora Era il 14 febbraio, San Valentino, arrivarono le rose, ma ti portarono via Tatuato sul mio braccio c’è un amuleto per disarmare il male Devo rimanere calmo, ma la verità è che te ne sei andato E non avrò mai l’opportunità di farti sentire queste canzoni Papà, dovresti vedere tutti i tour che faccio! Ti vedo vicino alla mamma, cantate insieme, sotto braccio E ci sono giorni in cui perdo la fede Perché quell’uomo non era buono, era grandioso Mi diceva “La musica è il rifugio per il dolore” e mi spiegava, benché fossi giovane mi diceva “Prendi quella rabbia, scrivila su un foglio, porta il foglio sul palco e fai saltare il tetto!” Sto provando a renderti orgoglioso facendo tutto quello che hai fatto tu Spero che tu sia lassù con Dio dicendo “Quello laggiù è il mio ragazzo!” Cerco ancora il tuo volto tra la folla oh se solo potessi vedermi ora Ti vergogneresti di me, o mi faresti un inchino, oh se solo potessi vedermi ora Se poteste vedermi ora mi riconoscereste? Mi dareste delle pacche sulla schiena o mi critichereste? Seguireste tutti i solchi del mio viso provocati dalle lacrime Mettereste la mano sul mio cuore che è freddo sin dal giorno in cui vi hanno portati via da me Lo so che ne è passato di tempo ma vorrei sentirvi dire che bevo e fumo troppo ma se non potete vedermi ora questa merda è una routine Mi dicevate che non avrei riconosciuto un vento prima che mi avesse colpito e che avrei conosciuto il vero amore solo se avessi amato e l’avessi perso. Se tu hai perso una sorella, qualcuno ha perso una madre e se hai perso un padre, qualcuno ha perso un figlio E mancano, mancano tutti Se avete un secondo per guardarmi da lassù, mamma, papà, mi mancate Cerco ancora il tuo volto tra la folla oh se solo potessi vedermi ora Ti vergogneresti di me, o mi faresti un inchino oh se solo potessi vedermi ora Mi chiameresti un santo o un peccatore? Mi amereste comunque se fossi un perdente o un vincitore? Ogni qual volta che mi guardo allo specchio Ci assomigliamo così tanto, e la cosa mi fa venire i brividi”
“Ho portato una poesia che viene recitata alla fine del film Papà ho trovato un amico. La trovo molto emozionante.
Salice piangente con lacrime a forma di ramo, perché piangi e non rispondi se ti chiamo? E perché un giorno lui ti ha dovuto lasciare? E perché non è potuto restare?
Sulle tue fronde si arrampicava e con la sua piccola mano leggera ti accarezzava.
Nella tua ombra vinceva l’estate, pensavi fossero eterne le sue risate?
Smetti di piangere salice piangente, perché questo piangere non servirà a niente. Credi che la morte te lo abbia tolto, che non tornerà mai. Ma cercalo nel tuo cuore, lo ritroverai”.
Questa la gemma di F. (classe quarta). Pubblico il pezzo di film da cui è tratta:
Questa, invece, è una canzone di Vasco Rossi che ha una storia lunga. Metto anche il testo, si intitola “La favola antica”. Mi sembra che possano essere colte delle somiglianze.
C’era una volta una favola antica quasi da tutti ormai dimenticata che continuava a volare nell’aria aspettando colui che l’avrebbe di nuovo narrata era una favola vecchia era un poco svanita come un barattolo di aranciata aperta ma non voleva rassegnarsi e cercava di “non dimenticarsi”!
Parlava di una bambina bionda che non voleva dormire da sola e la sua mamma poverina doveva starle sempre vicina Un giorno venne una bella signora tutta vestita di luce viola prese la mamma per la mano e la portò lontano, lontano La bimba pianse cento sere poi si stancò e si addormentò Quando il mattino la venne a svegliare con un bellissimo raggio di sole vide la mamma poverina che sotto un albero dormiva e la signora vestita di viola disse “non devi più avere paura… di restare sola”
C’era una volta una favola antica quasi da tutti ormai dimenticata che continuava a volare nell’aria aspettando colui che l’avrebbe di nuovo narrata era una favola vecchia era poco svanita come un barattolo di aranciata aperta e per non essere dimenticata diventò vera… diventò! oh oh oh! … la vita!
LE ROSE BLU (Roberto Vecchioni, Di rabbia e di stelle) Vedi, darti la vita in cambio sarebbe troppo facile, tanto la vita è tua e quando ti gira la puoi riprendere; io, posso darti chi sono, sono stato o chi sarò, per quello che sai, e quello che io so. Io ti darò tutto quello che ho sognato, tutto quello che ho cantato, tutto quello che ho perduto, tutto quello che ho vissuto, tutto quello che vivrò, e ti darò ogni alba, ogni tramonto, il suo viso in quel momento il silenzio della sera e mio padre che tornava io ti darò. Io ti darò il mio primo giorno a scuola, l’aquilone che volava il suo bacio che iniziava, il suo bacio che moriva io ti darò, e ancora sai, le vigilie di Natale quando bigi e ti va male, le risate degli amici, gli anni, quelli più felici io ti darò. Io ti darò tutti i giorni che ho alzato i pugni al cielo e ti ho pregato, Signore, bestemmiandoti perché non ti vedevo, e ti darò la dolcezza infinita di mia madre, di mia madre finita al volo nel silenzio di un passero che cade, e ti darò la gioia delle notti passate con il cuore in gola, quando riuscivo finalmente a far ridere e piangere una parola… Vedi, darti solo la vita sarebbe troppo facile perché la vita è niente senza quello che hai da vivere; e allora, fa che non l’abbia vissuta neanche un po’, per quello che tu sai, e quello che io so. Fa che io sia un vigliacco e un assassino, un anonimo cretino, una pianta, un verme, un fiato dentro un flauto che è sfiatato e così sarò, così sarò, non avrò mai visto il mare non avrò fatto l’amore, scritto niente sui miei fogli, visto nascere i miei figli che non avrò. Dimenticherò quante volte ho creduto e ho amato, sai, come se non avessi amato mai, mi perderò in una notte d’estate che non ci sono più stelle, in una notte di pioggia sottile che non potrà bagnare la mia pelle, e non saprò sentire la bellezza che ti mette nel cuore la poesia perché questa vita adesso, quella vita non è più la mia. Ma tu dammi in cambio le sue rose blu fagliele rifiorire le sue rose blu Tu ridagli indietro le sue rose blu. Sono tre i personaggi di questo brano: chi parla, Dio e un lui che compare solo negli ultimi tre versi della canzone. E’ una preghiera, una richiesta che Vecchioni pone a Dio, un’offerta. Dare la vita non sarebbe difficile, non sarebbe neppure un regalo visto che è stato Dio a darla all’uomo (“tanto la vita è tua e quando ti gira la puoi riprendere”). Quello che il cantante vuol dare a Dio è la sua esistenza, è quello che lui ha vissuto e che vivrà, le sue esperienze, i suoi sogni, le sue canzoni, i suoi ricordi del padre e della madre, i suoi amori, i suoi rapporti, i suoi affetti, i suoi dolori, i giorni della ribellione… Senza queste cose la vita sarebbe nulla a pertanto sarebbe anche facile darla a Dio. Senza queste cose l’uomo si svuoterebbe di senso, il “fiato dentro a un flauto sfiatato”. Allora l’offerta è davvero grande, importante, preziosa, l’unica offerta che un uomo può fare per cercare di ottenere qualcosa di importante da Dio, addirittura qualcosa che non si potrebbe neppure ottenere (le rose blu in natura non esistono…). Spiega Vecchioni: “Adesso farò una cosa che non è nemmeno una canzone… è molto di più… ed è una cosa nata in un momento di grande sofferenza nella vita di uno dei miei figli. Non credo che esista al mondo un dolore più grande di vedere soffrire una persona che si ama, soprattutto se è un figlio. Te ne stai lì, ti chiudi, il sangue che scorre, i nervi si accavallano, i muscoli fermi. E allora mandi una preghiera che sembra una bestemmia, o una bestemmia che sembra una preghiera, all’unica cosa che pensi che ti possa ascoltare, che poi si chiama Dio… E devi dare a Dio tantissimo per avere in cambio qualcosa per tuo figlio, non gli puoi dare in cambio solo la vita, è troppo facile… e allora gli dai in cambio tutto quello che hai vissuto, che è differente, come se non avessi mai amato, mai sognato, mai cantato, mai visto una donna, mai visto un bambino, mai visto la Primavera, mai visto il mare, come se non fossi mai nato oppure fossi nato ma come un lombrico, un verme, una schifezza di essere. E gli chiedi in cambio, per questo dare via tutto, quell’altra cosa. Perché arriva un momento che non te ne frega niente della bellezza della poesia, dei sogni e di tutte le piccole cose importanti che hanno fatto la tua esistenza”.
“Ho portato il cappellino e i braccialetti del Giro d’Italia: mi riportano indietro di 4 anni e mi fanno ricordare mio nonno che non c’è più e questa passione che lui mi ha trasmesso. Da ammalato non poteva vedere le tappe e io, mentre facevo i compiti, ascoltavo le radiocronache e poi gliele raccontavo e lui era molto felice e ricambiava stringendomi la mano. Quest’anno, poi, sono stata alla tappa finale a Trieste e mio papà era volontario per la protezione civile: mi trasmette l’idea che dare una mano è importante”. Sono le parole con cui G. (classe terza) ha presentato la sua gemma. Riporto un cenno di una canzone di Paolo Conte che amo molto e che racconta un ciclismo di altri tempi: “E tramonta questo giorno in arancione e si gonfia di ricordi che non sai; mi piace restar qui sullo stradone impolverato, se tu vuoi andare, vai… e vai che io sto qui e aspetto Bartali scalpitando sui miei sandali, da quella curva spunterà quel naso triste da italiano allegro, tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano. C’è un po’ di vento, abbaia la campagna e c’è una luna in fondo al blu…”
“Ho portato il cd fatto da un mio amico con foto e video dell’estate. Sono bei ricordi con persone che vedo di rado. Penso che in futuro sarà ancora più bello rivedere tutto”. E’ stata questa la gemma di A. (classe terza). L’attore inglese Jeremy Irons ha detto: “Abbiamo tutti le nostre macchine del tempo. Alcune ci riportano indietro, e si chiamano ricordi. Alcune ci portano avanti, e si chiamano sogni.”