Sono giorni grigi questi. Nebbie e brume avvolgono frequentemente i campi della bassa friulana di un tiepido inverno. Le ore di buio superano quelle di luce nei giorni del solstizio d’inverno. Le luminarie del Natale non sono luccicanti e splendenti, ma creano aloni diffusi. Sono atmosfere che mi inducono alla riflessione, al ricordo, alla memoria, alla dolce malinconia di quando penso a chi non c’è più. Nei giorni dello stare insieme, del festeggiare in compagnia, la mancanza di chi se n’è andato si fa più forte e scotta, ma scotta allo stesso modo del ghiaccio. Il buio sembra vincere, come fa la notte nei confronti del giorno a fine dicembre. Alberi di Natale, decorazioni luminose, candele, lucette sono tutti lì a dirci che l’oscurità non vince. Il credente trova in un bambino che, appunto, viene alla luce, in un Dio che condivide le sorti umane, il vagito di speranza, della vita; il non credente lo trova nel riposo che la natura si è presa per esplodere nel fragore primaverile. Entrambi possono incontrarsi nell’amore, nel sorriso reciproco del rispetto e della condivisione. Insieme, sommando luce a luce, con chi c’è, c’è stato e ci sarà. Buon Natale!
“La mia gemma è una lettera scritta da me; so che verrà usata per pretesti, litigi, ma il mio intento è assolutamente pacifico.” Questa è stata la premessa di L. (classe quinta) alla sua gemma che ora segue: “La mia gemma è un oggetto piccolo, direi piccolissimo per dimensione ma grande per significato. Si tratta di un presepe di pochi centimetri che il 9 dicembre ho portato in classe per condividere un evento per me importante, la Natività. Per non offendere chi, a differenza di me, legittimamente non crede o crede in un altro Dio, l’avevo scelto appositamente piccolo. Voleva essere un segno, nulla di più, ma anche nulla di meno in nome della libertà di espressione, di culto e intellettuale che ha sempre contraddistinto i discorsi in classe in tutte le materie, da filosofia a storia, da italiano a ovviamente religione. Alle proteste di una compagna, il resto della classe presente si è dichiarato favorevole in nome dello stesso Credo o del rispetto reciproco, senza sentirsi infastidito ma anzi gradendo la condivisione di una festività. In questa classe ci siamo indignati all’unisono dinanzi alle stragi di Parigi. Ci siamo commossi all’unisono per quei coetanei uccisi dall’intolleranza e dall’incapacità di rispettare la libertà degli altri, fosse di stampa o di religione o “semplicemente” di ascoltare musica. Ebbene, pochi giorni dopo quelle lacrime espresse a parole e quel grido di libertà che ha unito il mondo, nel microcosmo della nostra classe è andata in scena l’intolleranza. Il Bambinello è stato nascosto sotto un pezzo di carta fermata dal nastro adesivo, come se il solo vederlo mettesse a rischio la serenità di 27 persone. Non ho detto nulla, triste più per la viltà del gesto che per l’offesa arrecata alla mia fede. Mi sono limitata a “spacchettare” il piccolo Gesù. Ma quel presepe bonsai, a dispetto delle sue dimensioni, rappresenta un grande affronto per una o più persone, quelle stesse che ogni giorno, di ogni settimana, di ogni mese di questi ultimi due anni hanno elargito all’intera classe, ad ogni occasione anche la più pretestuosa, lezioni di politica non richieste e non gradite eppure civilmente e pazientemente ascoltate da tutti, sebbene recentemente mal sopportate. Ebbene ieri, giorno in cui ero assente per una indisposizione, quel piccolo simbolo di libertà, tolleranza e condivisione, a scanso di equivoci è finito dritto dritto in un angolo nascosto dell’armadio di classe. Sono sinceramente amareggiata. Per due volte ho visto lesa la mia e altrui libertà di credere in un Dio. Chi ha agito nell’ombra ha soprattutto dimostrato quanto sia enorme la distanza tra le parole e i fatti in tema di rispetto, uguaglianza, solidarietà e dialogo interculturale. Non vorrei essere fraintesa. Il gesto non merita commenti e neppure diventare un casus bellico, ma – secondo me- deve essere lo spunto per una riflessione comune. Credo nella tolleranza, nel rispetto reciproco, nella cultura italiana e multietnica, nel saper ascoltare il cuore e non solo la mente. Credo che questo episodio, indubbiamente piccolo se rapportato ad altri drammi, debba comunque ricordarci che la libertà non ha prezzo. Nella vita tutti noi, prima o poi, incroceremo lungo le nostre strade persone che, con prepotenza, ignoranza e ipocrisia, cercheranno di imporsi e di annullare le nostre libertà. Oggi come domani non dovremo farci intimidire. Noi siamo il futuro. Il mondo sarà presto nelle nostre mani. Non ci saranno scusanti. Le scelte che verranno fatte saranno le nostre e non potremo nasconderci nell’anonimato o accusando altri.” Una vita che nasce, una coppia che diventa generatrice di vita, un aiuto dato e ricevuto, delle persone povere e umili chiamate a condividere qualcosa che ha cambiato la storia (i pastori), l’uguale dignità del primo e dell’ultimo, la pace e la convivenza, l’incontro con altre culture e altri popoli (i magi), la natura non solo cornice ma protagonista della scena, gli animali coinvolti nella scena, l’attenzione centrata sul soggetto debole ma protagonista del futuro, dei fuggitivi che trovano un riparo. Ho pensato di buttare giù al volo dei significati che una persona non cristiana può trovare in un presepe. Vuole vederci altro? E’, appunto, una questione di volontà. E la volontà ha mille sfaccettature. E’ la volontà che mi porta a pensare che incontro, apertura, dialogo, conoscenza, corrispondano a un di più e non a un di meno. Qualsiasi simbolo, qualsiasi cosa, può essere interpretata in modi diversi, talora opposti. Qual è la volontà che mi guida in tale lettura? La volontà di incontrarmi o quella di scontrarmi? Pongo qui sotto una citazione. Ho tolto una parola per non renderla riconoscibile. Quando chiedo in classe chi possa aver scritto queste parole vengono nominati il papa, Gandhi, Manzoni (quella provvidenza con la P maiuscola…), Mandela, Obama… A pochi viene in mente il vero autore. “Quando guardo agli ultimi cinque anni che stanno dietro di noi non posso fare a meno di dire: questa non è stata opera solo dell’uomo. Se la Provvidenza non ci avesse guidati spesso, non sarei stato in grado di percorrere questo cammino vertiginoso. C’è qualcosa che i nostri avversari dovrebbero sapere sopra ogni cosa. Che noi, …, siamo fondamentalmente dei devoti. Non abbiamo scelta: nessuno può fare la storia di una nazione o la storia del mondo se le sue azioni e le sue capacità non sono benedette dalla Provvidenza.” Cosa voglio vedere? Quale volontà mi guida? La volontà di incontrarmi o quella di scontrarmi?
“Ho portato come gemma la scena di un film: è un po’ forte per i termini utilizzati. Il film parla di una ragazza che vive una storia con un ragazzo, ma poi incontra una ragazza di cui si innamora e con la quale vorrebbe iniziare una relazione ma il giudizio delle amiche la blocca. Secondo me viene rappresentata la realtà di oggi con la non accettazione delle persone per quello che dicono e che sentono.”Così S. (classe seconda) ha presentato e commentato la propria gemma. Il film è tratto dal fumetto “Il blu è un colore caldo”. Ne riporto una breve sequenza dalla quale emerge l’importanza di poter parlare con qualcuno che possa capirci.
“Ho scelto il pezzo finale di un film che in realtà non ho visto: è la lettera di un militare alla moglie per il figlio. All’interno è contenuta una poesia molto bella. Penso che proprio in questo periodo faccia molto riflettere, soprattutto sul non avere paura e sul rispettare gli altri facendo rispettare le proprie idee. Un altro pezzo significativo è l’invito a cercare di vivere appieno e ad avere valori da seguire e rispettare sempre”. Così S. (classe terza) ha presentato la propria gemma. Riporto per intero il testo della lettera: “Vivi in modo che la paura della morte non entri mai nel tuo cuore. Non attaccare nessuno per la sua religione, rispetta gli altri e le loro idee, e chiedi che essi rispettino le tue. Ama la tua vita, migliorala sempre, e rendi belle le cose che ti dà. Cerca di vivere a lungo e di servire il tuo popolo, e quando arriverà il tuo momento non essere come quelli i cui cuori tremano e gli occhi piangono, e pregano per poter avere ancora un po’ di tempo, per vivere in maniera diversa. Canta la tua ultima canzone, e muori come un eroe, che torna a casa.” A commento lascio qui le parole di un uomo che ha fatto della lotta uno strumento per arrivare alla pace e alla libertà: “Il singolo individuo può sfidare la violenza di un impero ingiusto per difendere il proprio onore, la propria religione, la propria anima e porre i presupposti per la caduta di quell’impero o per la sua rigenerazione.” (Gandhi)
“La mia gemma è la frase di una canzone: “e mi ricordo un magico Natale, il nuovo gioco che quasi non volevo toccare ed è così che vedo te”. Lo scorso Natale mi ero appena messo con la mia ragazza e questa frase mi ha fatto pensare a lei.” Queste sono state le parole di L. (classe quinta). Va specificato che la gemma ha avuto questo video come corollario ironico. Dopo questa gemma, come non riprendere il Talmud? “State molto attenti a far piangere una donna, che poi Dio conta le sue lacrime! La donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai piedi perché dovesse essere pestata, non dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale… un po’ più in basso del braccio per essere protetta, e dal lato del cuore per essere amata.”
“Mi è stato difficile scegliere cosa portare, perché volevo trattare di qualcosa che mi stesse veramente a cuore e non sono poche le cose in questo senso. Questo però è uno dei temi a cui tengo maggiormente.
Ero indecisa perché trovo la fine un po’ forzata (ma è un corto). Per me è ottimo modo per far capire situazione di queste persone. Di solito non si rispetta o si tende a non rispettarle per l’evidenza del genere sessuale. Ma non è giusto nei loro confronti. Ho conosciuto persone come Emile ed è dura, difficile mettersi nei loro panni. Ci vuole sensibilità e rispetto nel rapportarsi con loro. Non è un genitale a rendere il sesso di una persona. Sentirsi nati nel corpo sbagliato deve essere durissima; è un percorso lungo da affrontare quello di chi vuole cambiare sesso. Servono rispetto e comprensione”. George Bernard Shaw affermava: “L’unico uomo che conosco che si comporta sensibilmente è il mio sarto; ogni volta che mi vede prende di nuovo le mie misure. Gli altri invece vanno avanti con le loro vecchie misure e si aspettano che io faccia altrettanto”. Penso che sensibilità, rispetto e delicatezza invocate da A. (classe quinta) siano alcuni dei vestiti necessari che dobbiamo ricordarci di indossare quando ci approcciamo alle altre persone per far sì che il nostro cuore diventi per loro luogo di calore accogliente e non freddo antro respingente.
Da ieri Mauro Berruto non è più il commissario tecnico della nazianale italiana maschile di pallavolo. Sul suo sito ho trovato questo post in cui il coach espone le proprie motivazioni. Lo riporto perché vi si parla di etica, responsabilità, scelte, rispetto, lavoro, valori, regole, comunicazione, new media, social network. In riferimento a quanto scritto nelle prime righe del comunicato ricordo che all’inizio della fase finale della World League, Berruto aveva escluso per motivi disciplinari quattro giocatori: Dragan Travica, Ivan Zaytsev, Giulio Sabbi e Luigi Randazzo.
“Oggi ho comunicato al Presidente Carlo Magri la decisione di rimettere il mio mandato di Commissario Tecnico della Squadra Nazionale di pallavolo nelle mani Sue e del Consiglio Federale. Il clima generatosi intorno alla squadra, in relazione al provvedimento disciplinare nei confronti di quattro atleti da me deciso in occasione della Final Six di World League a Rio de Janeiro, mi ha reso consapevole di non sentire più quella fiducia completa nel mio operato che sempre ho sentito e che è condizione necessaria per poter svolgere questo straordinario compito. Il dolore di rinunciare al mio ruolo di CT a un mese dell’obiettivo verso il quale tutto il mio lavoro era stato indirizzato nel quadriennio olimpico, non è negoziabile rispetto alla difesa di valori che ritengo fondamentali quali il rispetto delle regole e della maglia azzurra. Valori che ritengo altresì fondamentali nella mia visione di sport. La commovente risposta della squadra successiva alla mia decisione (la vittoria contro la Serbia e, ancora di più, la coraggiosa sconfitta contro la Polonia campione del mondo) mi restituisce la certezza che sui valori tutto si fonda. Tengo tuttavia, amaramente, questa certezza solo per me, ringraziando di cuore i 13 protagonisti di quelle due partite, perché il coro di chi ha letto nella mia decisione incapacità di gestione, inadeguatezza al ruolo, danno economico o addirittura causa scatenante di una brutta immagine per il nostro movimento mi fa pensare che il rispetto delle regole sia diventato merce negoziabile davvero. Se così è il mio passo indietro è dovuto, perché non è e non può essere questo il mio modo di intendere lo sport e fare il Commissario Tecnico. Ringrazio tutti coloro che hanno lavorato con me in questi anni, atleti e membri dello staff, perché tutti mi hanno insegnato delle cose. Un pensiero particolare va ai 30 atleti che in questi quattro anni e poco più hanno esordito con la maglia azzurra. E’ un record di cui vado molto fiero perché regalare questa gioia non ha davvero prezzo. Ringrazio tutti gli staff delle Squadre Nazionali giovanili e in particolare Mario Barbiero, motore inesauribile della nostra pallavolo maschile giovanile. Fin dal primo minuto ho voluto dimostrare come la nazionale Seniores fosse parte di un progetto comune che incomincia a quattordici anni con i Regional Days. Le nostre squadre giovanili stanno da qualche tempo brillando in Europa e nel mondo e considero questo fatto, insieme alla riforma dell’Under 13, un’ulteriore medaglia di cui andare fiero. Ringrazio il Presidente Magri per aver realizzato, il 17 dicembre del 2010, il mio più gigantesco sogno di bambino. Sono passati da quel giorno anni, medaglie, vittorie, sconfitte. 134 volte ho sentito suonare l’inno di Mameli con il cuore che scoppiava di orgoglio e di rispetto per quella bandiera distesa davanti a me. Tengo tutti questi ricordi ma ne scelgo uno: la fotografia scattata sul podio olimpico di Londra. L’onore più grande che potesse immaginare un ragazzo che aveva incominciato ad allenare in un oratorio della sua città. Ho un ultimo desiderio che devo soprattutto ai miei figli Francesco e Beatrice: vorrei spiegare loro che il nuovo modo di comunicare fondato sulle opinioni espresse sulle pubbliche piazze virtuali dei social network, ha fatto sì che siano state di me scritte cose che spero loro non leggeranno mai. Dietro ai ruoli ci sono persone e il principio del rispetto della persona dovrebbe guidare anche questo nuovo modo di comunicare. Mi piacerebbe che Francesco e Beatrice crescessero con l’idea che rispettare le regole e le persone è talmente bello da essere rilassante. Mi piacerebbe che andassero orgogliosi del fatto che il loro papà, partendo dal nulla, abbia avuto l’onore infinito di rappresentare il nostro Paese. Mi piacerebbe fossero orgogliosi del fatto che, al di là di 7 medaglie vinte, il loro papà possa essere ricordato per averlo fatto sempre e comunque con onestà. Con fatica, con onestà e con la schiena dritta. Mauro Berruto”
“Ho scelto come gemma questa canzone non per la cantante ma per il video, che mi riporta a un periodo molto triste della mia vita; ci tengo molto alle amicizie e il bullismo è una bruttissima cosa”. Così G. (classe terza) ha presentato la sua gemma. Nel testo, rivolto alle “cattive ragazze” si sente: “Come ti sentireste se ogni volta che vai a scuola c’è qualcuno che ti guarda male chiamandoti perdente… Cosa sai di me? Sai realmente cosa penso?… Forse qualcuno è stato maligno con te, allora pensi che sia giusto esserlo anche tu”. Dedico a G. queste parole che ho trovato in rete “Il bullismo spezza i rami più belli che un ragazzo o una ragazza possiede. Poi il tempo passa e nasce un fiore nuovo. Chi non si arrende vince sempre”.
“Questa è un po’ di terra presa in Virginia, su un campo di softball. Abbiamo giocato un torneo a Praga che aveva come premio un viaggio negli Stati Uniti. Siamo partite senza grosse speranze, poi, vuoi il caso, vuoi il destino, ce l’abbiamo fatta; l’ultima partita mi ha fatto vivere una fortissima emozione, e penso sia bellissimo che lo sport consenta tutto questo”. Questa la gemma di A. (classe quinta). Riporto una frase di Giampiero Mughini la cui conclusione può lasciare stupiti (tanto io insegno al linguistico…): “Il calcio, la ginnastica artistica, la pallavolo, l’atletica leggera, il tennis da tavolo, i tuffi. Gli sport amati e praticati. Il sapore delle palestre e dei campi sportivi, dove vince chi vale di più. La stretta di mano all’atleta che ti ha battuto o che hai battuto. L’amore mio smodato per lo sport, per la contesa leale, per la sfida in cui dai il meglio di te stesso. Il rispetto per l’avversario che hai davanti, ciò che lo sport t’insegna come nessun’altra cosa. Imparai nelle palestre e sui campi dello sport agonistico infinitamente di più che non al liceo classico”.
“La foto di mamma: questa è la mia gemma. Il legame con lei è una delle cose più preziose, per me è la migliore amica, a cui racconto tutto, anche le cose più intime. Mi dà molti consigli. È una persona estremamente buona, vive per gli altri, dandocene dimostrazione ogni giorno; ha rinunciato a un’importante carriera per me e mio fratello e ci mostra il suo amore immenso. Da piccola, con me, anche quando combinavo qualcosa, mai ha usato le maniere forti, dando insegnamenti con le parole e spiegando i motivi delle sue disapprovazioni, facendomi così crescere con l’idea che tutto possa essere risolto con il dialogo”. Ecco la gemma di E. (classe terza). Una simpatica frase di Tenneva Jordan a commento: “La mamma è quella persona che vedendo che i pezzi di torta sono quattro e le persone sono cinque, dice che i dolci non le sono mai piaciuti”.
“Amo i Queen, non potevo non portarli come gemma. “Under pressure” l’ho ascoltata tanti anni fa, la conosco da tempo. Si parla della società sotto pressione, dei consumi, della frenesia, in contrapposizione alla voglia di divertirsi, andare ai concerti, rompere la monotonia”. Questa la gemma di G. (classe quinta). Mi piace riportare la conclusione piena di speranza del brano: “Perché l’amore è una parola antiquata e l’amore ti fa prender cura delle persone che vivono ai margini della notte. E l’amore ci fa cambiare il modo di prenderci cura di noi stessi. Questa è la nostra ultima danza”. Prendersi cura degli altri e prendersi cura di se stessi come due aspetti del medesimo amore.
“Le Spice Girls hanno scritto il pezzo quando una di loro, nonostante la promessa iniziale di non farlo, ha lasciato la band. Le compagne, benché contrarie, l’hanno sostenuta nella sua scelta creando anche due occasioni di reunion. L’amicizia anche nella discordia penso sia il tema portante della gemma”. Ecco la gemma di T. (classe quarta). Cantano: “Le volte in cui ci volevamo divertire, il modo in cui urlavamo e gridavamo. Non avrei mai immaginato che saresti andata per la tua dolce strada. Cerca l’arcobaleno in ogni tempesta, trovalo, l’amore sarà lì per te, sarai sempre la piccola di qualcuno”. Enzo Bianchi afferma: “La pazienza è attenzione al tempo dell’altro, nella piena coscienza che il tempo lo si vive al plurale, con gli altri, facendone un evento di relazione, d’incontro, di amore”.
“Ho voluto portare come gemma una lettera al giornale di Luciana Annibali, la donna sfregiata dall’acido su mandato dell’ex fidanzato. L’ho scelta perché spesso ancora si parla di violenza sulle donne e qui si riassume il significato dell’amore e del rispetto per altri”. Questa è stata la gemma di F. (classe quarta). Proprio dopodomani ricorre il secondo anniversario da quella sera. Desidero pubblicare alcune frasi pronunciate da Lucia in un’intervista: “Oggi questo viso è parte di me, della mia storia, posso solo ringraziarlo e volergli bene. Mi sono sudata ogni piccolissimo passo avanti per vederlo migliorare e oggi mi sento bella della mia dignità e del mio orgoglio. Per me non è una sconfitta quello che lui mi ha fatto. La sconfitta è sua. Oggi c’è una nuova Lucia… Alle donne voglio dire: voletevi bene, tanto, tantissimo… È questa la chiave, se ti vuoi bene non consenti a nessuno di trattarti come uno straccio. Dovete credere in voi stesse, sappiate che ogni atto di violenza subita non dipende mai da voi che amate l’uomo sbagliato, ma da lui che lo commette”.
“Ero indecisa fra due cose. Alla fine ho scelto il libro di Sepùlveda “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”: ha fatto parte della mia infanzia e fa ancora parte della mia adolescenza. E’ la storia semplice di un gatto (il mio animale preferito) e di una gabbianella: da grandi il libro può essere ancora letto perché insegna la libertà e punti che di solito tralasciamo (il rispetto per la natura e per gli animali) e mette in luce l’egoismo degli uomini (anche se alla fine compare un uomo che aiuta gli animali). Pur essendo scritto con un linguaggio semplice, è un libro che insegna molto: spesso gli adulti perdono la concezione che si possa imparare anche dalle cose semplici”. Riporto una citazione che mi pare particolarmente azzeccata in riferimento alle ultime parole dette da S. (classe quarta): “Ora volerai, Fortunata. Respira. Senti la pioggia. È acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole ed arriva sempre come ricompensa dopo la pioggia. Apri le ali… … Ora volerai. Il cielo sarà tutto tuo”.
La potenza e l’importanza della parola è un tema che spesso ho affrontato anche in classe, magari con riferimento alla magia (l’abracadabra che fa avvenire l’incantesimo) o alle religioni (“E dio disse” del racconto cosmogonico della Genesi o “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio” del prologo del vangelo giovanneo). Nell’articolo che pubblico il ricercatore in Filosofia morale Giovanni Grandi lo affronta in maniera mirabile in merito agli eventi parigini.
“«Chi ziga forte ga sempre ragiòn» (chi urla forte ha sempre ragione). È un detto popolare delle mie parti, probabilmente simile in chissà quanti altri posti, e fotografa la dinamica piccola delle nostre liti: se non riusciamo a ricomporre presto le diversità di vedute il tono della voce si accende, ci si allontana anche fisicamente – gli automobilisti/piloti sono un esempio plastico nel lancio delle reciproche invettive – e ci si sgola, nel tentativo di sovrastare la voce dell’altro dinnanzi al pubblico improvvisato che inevitabilmente si sarà destato e sarà accorso. Alla fine ha ragione, cioè riesce a rimanere più impresso nell’uditorio, chi ha urlato più forte. Nei talk show non va diversamente rispetto al mercato. Il giorno dopo le grandi manifestazioni per Charlie Hebdo riflettevo sul fatto che nell’immaginario degli attentatori, in qualche modo, hanno potuto più le vignette (urlanti?) di una prima pagina che non la pratica (silenziosa, senza punti di domanda) di accoglienza, di tolleranza e di integrazione che certo non manca in un Paese come la Francia. La parola – sussurrata, urlata, scritta, rappresentata… –, ce ne rendiamo conto ancora una volta e drammaticamente, è uno strumento potentissimo. C’è la parola che consola, e tutti sappiamo quale balsamo possa essere nelle nostre solitudini, nei momenti in cui tutto sembra collassare. C’è la parola che incoraggia, altrettanto efficace. Non parlo della proverbiale pacca sulla spalla. C’è qualcosa di molto più reale. Quando accompagni qualcuno nel superare un passaggio difficile in montagna capisci che c’è una grande differenza tra l’illustrare a secco come affrontare la roccia e l’essere lì accanto, parlando alla persona mentre esegue una manovra. Senza quella presenza che si fa parola molti attraversamenti rimarrebbero invalicabili. Qualcosa di simile accade anche nei processi di riabilitazione: la presenza di un terapista che accompagna la movimentazione con le mani e insieme con la spiegazione e l’incoraggiamento è notoriamente la più efficace. C’è la parola che denuncia, che attira l’attenzione con la sua forza e che conquista – sia pur in modo diverso – offesi e offensori. Facilmente gli offesi, perché dà voce alla loro attesa di giustizia. In modo meno appariscente ma altrettanto efficace gli offensori, perché quando una parola ci mette a nudo di fronte a noi stessi, di fatto ci conquista, ci tocca. E ce ne rendiamo conto, perché se non vogliamo registrarla in noi stessi non possiamo far altro che ricorrere dentro (e fuori) di noi allo stratagemma del «chi zìga forte»: per sovrastare un richiamo giusto che interpella bisogna alzare il volume delle proprie ragioni. Oppure, in qualche misura, arrendersi e rivedere qualcosa di sé. C’è però anche la parola che ferisce. Alle volte lo sappiamo che sarà così, perché colpire ferendo è nelle nostre intenzioni, magari come “coda” di un diverbio simili a quelli dei mercati di memoria popolare. Alle volte però dipingiamo la lama che esce dall’anima come se fosse semplicemente una parola che denuncia, quasi meravigliandoci degli effetti collaterali che la stoccata ha generato. Il punto è che – a conti fatti – non possiamo essere noi parlanti da soli a stimare fino in fondo dove stia il confine tra denuncia e ferita. Ce lo rivela solo la risposta di chi riceve le nostre parole. Stabilire il limite tra il richiamo giusto e lo sberleffo che mortifica e umilia è una tra le più grandi imprese cooperative nello scambio delle parole difficili. Questo limite esige una grandissima capacità di ascolto delle reazioni dell’altro, per ritarare continuamente il peso della parola, in modo da raggiungere i punti dolenti senza recidere, in modo da mettere a nudo ma senza togliere la dignità. Che, alle volte, è una questione sottile come il telo verde che copre un paziente in sala operatoria. Una società dai molti volti e dalle molte culture deve fare i conti continuamente con il potere della parola. E non può ignorare che la parola forte, di denuncia, ha sempre dinanzi a sé due possibilità: quella di consentire a tutti di fare un passo avanti insieme o, viceversa, quella di ferire scavando un solco maggiore tra chi – magari su una questione sola – coltiva visioni diverse. Non possiamo non essere indignati e concordi nella denuncia della violenza che ha colpito Charlie Hebdo: non c’è giustificazione – religiosa o laica che sia – per l’attentato alla vita altrui. Allo stesso tempo non possiamo neanche avere la faccia stupita di chi non conosce la potenza della parola. Non nella società della comunicazione e dell’advertising. Scendere in così tanti in piazza può non essere una «lavatrice della coscienza» – per usare qui una espressione dai risvolti ambigui di Marine Le Pen – se tutto questo si tradurrà anche in una maggiore attenzione per le parole severe che tutti ci scambiamo e che, certo, in una società libera dobbiamo poter continuare a scambiarci. Perché ha ragione non «chi ziga forte», ma chi sa trovare (ed accogliere) parole decise tanto quanto amiche negli attraversamenti più delicati, tenendo continuamente in primo piano quel che la sensibilità dell’altro restituisce.”
Il commento di C. (classe quinta) al filmato scelto come gemma è stato molto sintetico e “raffreddato”. “Questo film mi è molto piaciuto e soprattutto questa sequenza: dobbiamo inseguire quello a cui teniamo e che desideriamo”. A commento e a ulteriore stimolo di riflessione, una scena di Coach Carter:
Ritengo che Raimon Panikkar (1918-2010) sia stato uno dei pensatori che maggiormente hanno contribuito al rispetto e al dialogo interreligioso. Pubblico oggi un articolo, non di semplice lettura per la verità, di Fausto Ferrari tratto dal sito Dimensione Speranza, a sua volta sintesi di una conferenza tenuta da Panikkar nel novembre del 2004 a Montserrat.
“Credere che le nostre categorie occidentali rendano possibile capire tutto è una chiara dimostrazione d’imperialismo culturale, se non di colonialismo culturale. Questa forma di violenza si è diffusa ovunque; dobbiamo costantemente chiederci se abbia o meno anche influenza su di noi. 1. I rischi di un modo di pensare occidentale a) Un’analisi della situazione attuale C’era una volta un amante sconsolato il quale, per molti, molti anni, aveva mandato appassionate lettere d’amore alla sua bella in una terra lontana. Un bel giorno, lei finalmente gli rispose informandolo che aveva sposato il postino… Come la bella della favola, l’Occidente si è innamorato del proprio messaggero. Si è infatuato di un approccio razionale alla realtà. La ragione, però, il regno della razionalità, è solo un intermediario. La religione in Occidente le ha sacrificato troppo. È ora di rendersi conto che il nostro compito è di dimenticare la lettera e aggrapparci al Signore. L’Occidente ha insistito anche sull’importanza della Storia. Si vedono missionari che cercano di convincere gli hindū che il cristianesimo è vero perché Gesù era un personaggio storico, mentre Krishna è solo un mito. Ma questo modo di pensare, per un hindū, non ha alcun senso. Anche Napoleone era un personaggio storico… e allora? «Krishna vive nel mio cuore!». Culture diverse hanno una diversa nozione del tempo. In sanscrito, la stessa parola può significare «oggi» o «domani». Del pari, l’Occidente ha praticamente divinizzato la legge. Ma un Dio legislatore è assai poco significativo per un non-occidentale. In Occidente ci sforziamo sempre di mettere in risalto ciò che è essenziale e specifico. Il vantaggio di questo approccio riduzionistico alla realtà è che ci consente di dominarla. Il successo della cultura occidentale dimostra quanto sia efficace questo metodo. Ma che senso ha che i monaci tentino di dare risalto alla «specificità del dialogo interreligioso monastico»? Dobbiamo infine evidenziare il rischio insito nella tendenza a sottolineare sempre il dato misurabile e quantitativo. Che senso può avere riferirsi a un incontro in termini di percentuale? «Il mio pensiero è ora al 50% buddhista»! b) Che cosa comporta questo modo di pensare È assolutamente necessario prendere in considerazione i rischi che comporta un modo di pensare che è stato usato per giustificare l’imperialismo ed esclude ogni possibilità di dialogo. Credere che le nostre categorie occidentali rendano possibile capire tutto è una chiara dimostrazione d’imperialismo culturale, se non di colonialismo culturale. Questa forma di violenza si è diffusa ovunque; dobbiamo costantemente chiederci se abbia o meno anche influenza su di noi. Quando diciamo che Brahman è il Dio degli hindū, diamo per implicito di sapere esattamente che cosa sia un dio. Tuttavia, per gli hindū, Brahman non è un creatore né esercita alcuna provvidenza. Brahman non è maschile, non è trascendente. Riusciremo mai ad ammettere che ci sono dei limiti nell’idea di Dio che ci viene dalle tradizioni semitica e greco-romana? Abbiamo il coraggio di ammettere che è limitata anche la nostra idea di religione (quando ad esempio ci chiediamo se il buddhismo lo sia) e di preghiera (quando ci chiediamo se possiamo pregare con chi non crede che Dio sia Persona)? Dovrebbe essere chiaro che l’aspetto interreligioso e quello interculturale sono inseparabili. Inoltre, malgrado i suoi lati positivi, il modo di pensare occidentale ha impedito lo sviluppo di alcuni aspetti del cristianesimo. Quando il «Simbolo» degli apostoli è diventato l’«insegnamento» degli apostoli, il cristianesimo si è avviato a diventare un’ideologia. Una riflessione critica sul significato e sui rischi del nostro modo occidentale di pensare è quindi indispensabile quando partecipiamo a un dialogo interreligioso. 2. Il compito dei contemplativi nel terzo millennio I monaci hanno una missione storica. Oggi il loro compito, come tutti i contemplativi, è quello di liberare la fede cristiana dai lacci della cultura occidentale. Il che non significa una nuova forma d’iconoclastia, quanto piuttosto la continuazione del processo iniziato con il Concilio di Gerusalemme. Saremo in grado di andare oltre la cultura occidentale solo se la ragione, che ha esercitato su di essa un dominio così profondo, sarà rimessa al posto che le compete. In ogni caso, il dialogo interreligioso avviene sempre in un determinato contesto culturale. Prima di fornire indicazioni più precise sul metodo tipico di questa forma di dialogo, dobbiamo però richiamare alcuni punti basilari. a) Abbracciare l’intera realtà Una «riforma» non basta: dobbiamo impegnarci in una «trasformazione» – ancora meglio, un cambiamento di mente e di cuore. Letteralmente, il termine metanoia indica un superamento della razionalità. I mistici dell’Occidente sanno bene che cosa è in gioco qui. Già i teologi vittorini del XII secolo dicevano che, oltre all’oculus sensuum e all’oculus rationis, c’è l’oculus fidei. È vero che la parola «misticismo» ha assunto connotazioni negative, ma, fino a quando non avremo trovato un’espressione migliore per indicare questa realtà, non potremo farne a meno. Il misticismo non è un sostituto della verità o qualcosa di extra… un lusso per gente che abbia un sacco di tempo libero. Esso è parte integrante della realtà; senza di esso, la realtà viene deformata. Dio non è una monade, una sostanza, ma è Trinità, relazione. Ecco perché dobbiamo andare oltre un monoteismo che si lascia esprimere mediante una semplicistica reductio ad unum. Meister Eckhart disse che Dio, è al tempo stesso, incommunicabilis e omnicommunicabilis. Se il «terzo occhio» mistico è aperto, si può vedere Dio dovunque. Per questo motivo possiamo dire che il pluralismo, correttamente inteso, è uno degli aspetti migliori del misticismo. Se mettere in evidenza e isolare il dato specifico significa semplicemente identificare ciò che differenzia una cosa da un’altra (ad esempio, ciò che distingue il dialogo monastico interreligioso da altri tipi di dialogo), c’è ben poco da ricavarci. L’essenza di qualcosa non consiste in ciò che lo rende diverso, quanto piuttosto nel suo aroma, in ciò che lo rende unico – e questo è ineffabile. Se proprio insistiamo a voler parlare della specificità dei monaci, allora dirò che essa consiste nel fatto che il monachesimo va oltre ogni specificità! L’unità a cui aneliamo è quella della «beata semplicità» e della «nuova innocenza». Advaita non significa «non dualità» (un rifiuto della dualità, che implicherebbe che esiste qualcos’altro «là fuori»), ma a-dualità (con la a privativa). Di conseguenza, non è molto sensato definire «doppia appartenenza» l’atteggiamento che si riscontra in alcuni ambiti religiosi, perché così dicendosi dimostra di avere ancora un punto di partenza dualistico. La saggezza la si ottiene trasformando tensioni distruttive in polarità feconde. Ma, se ti senti interiormente diviso nella tua appartenenza, allora decidi per una delle due parti. Non puoi restare sospeso nel mezzo. b) Accettazione della kenosis Nel corso di due millenni, la tradizione cristiana dell’Occidente ha elaborato una simbiosi tra due o tre culture. Possiamo a ragione andare orgogliosi di questo risultato. Ma, in questo inizio terzo millennio, anche se gran parte dell’umanità è bombardata di messaggi promozionali dell’American way of life, sappiamo che i tre quarti della popolazione mondiale rimangono sostanzialmente estranei alla nostra cultura cristiana e postcristiana. Perciò, se crediamo nel mistero di Cristo, è giunto il momento di diventare veramente «cattolici», ossia appartenenti al mondo intero. Perché ciò avvenga non è necessario inventare nuovi modi di esprimere il Mistero, quanto piuttosto acconsentire a un «impoverimento» e perfino a una «spogliazione». Sì, dobbiamo cominciare con lo spogliare Cristo di tutti i paramenti occidentali di cui lo abbiamo rivestito. Saremo allora in grado di porre in atto un cambiamento analogo a quello che gli apostoli osarono compiere quando esentarono i cristiani dalla circoncisione, al primo Concilio di Gerusalemme. È tempo di prepararci a un Gerusalemme II! Ma la via della kenosis è estremamente esigente. Superare convinzioni profondamente radicate comporta una rigorosa ascesi spirituale. Si rischia di perdere tutto. Per essere più esatti, la kenosis esige che ci si impegni a una revisione radicale della propria fede. A questo punto è importante fare una distinzione tra fede e credenza. Le credenze sono molte e spesso incompatibili. (Possiamo annotare en passant che, anche se esse sono incommensurabili – come il raggio di un cerchio e la sua circonferenza –, sono tuttavia in relazione reciproca, quindi si può stabilire tra loro un dialogo). In quanto alla fede, essa si situa al di là di queste incompatibilità perché non ha, propriamente parlando, un oggetto: è piuttosto un atto di adesione. Per diventare veramente liberi, dobbiamo sviluppare una fedeltà che non conosce limiti. Tuttavia, il rifiuto di assolutizzare le nostre credenze non implica affatto l’intenzione di assolutizzare i nostri dubbi! Fede e dubbio non sono incompatibili, come l’acqua e il fuoco. Fanno ambedue parte della vita. c) Elaborare un metodo per il dialogo A che tipo di dialogo sono quindi chiamati i monaci? Sarebbe bene ricordare il genere di dialogo in cui molte comunità monastiche sono già state coinvolte. Prima di tutto, si deve accettare una conversione «senza se e senza ma», se si vuole davvero accogliere l’alterità dell’altro. L’altro non è solo another (uno dei tanti, un caso all’interno di una serie) ma an other, «un altro», qualcuno che è diverso, unico. Di questi tempi non possiamo pretendere di conoscere la nostra stessa religione, se non ne conosciamo un’altra. Come spesso si dice oggi, per essere religiosi bisogna essere interreligiosi. Le parole possono ingannare. Le traduzioni sono spesso approssimazioni, e i termini si evolvono nel corso della storia. L’insegnamento di Confucio sulla «politica delle parole» è valido ancora oggi. Sappiamo quanto spesso le nostre incomprensioni – peggio, le nostre caricature – abbiano sfigurato le altre religioni. La prima cosa da fare è rimediare a questa situazione, ed evitare ogni genere di distorsione. Se, da una parte, è evidente che dobbiamo studiare le altre religioni, è importante in particolare ricordare che l’essenza del dialogo è l’incontro tra persone. Per capire (under-stand) gli altri dobbiamo «stare al di sotto» (stand-under), ascoltando con umiltà. Un incontro ha luogo quando i partecipanti sono vulnerabili. Questi incontri portano all’amicizia. O più precisamente: senza contatti interpersonali amichevoli e fiduciosi, il dialogo non può nemmeno cominciare. La caratteristica precipua del dialogo interreligioso tra monaci e monache è che esso è un «dialogo di esperienza». Ci si raduna in silenzio, si lavora insieme senza aspettarsi alcun profitto personale, ci si impegna nel dialogo intrareligioso – ogni forma di dialogo che non sia esclusivamente intellettuale è un’esperienza, un’esperienza comune. Sebbene non si dia mai un’esperienza pura e semplice, talvolta è possibile percepire una profonda comunione nel silenzio. Qual è il significato di queste esperienze? A un certo punto ci toccherà cercare di spiegarle, ma sappiamo che il nucleo di tali eventi non può essere espresso a parole. In breve, potremo dire che queste esperienze ci avvincono più strettamente gli uni agli altri. Questo tipo di dialogo richiede una specifica «metodologia», che però non è stata ancora messa a punto. Infine, va aggiunto che per questo genere di dialogo occorre tempo, magari molti anni. Coloro che si sentono chiamati a lasciarsi più profondamente coinvolgere nell’opera del dialogo interreligioso, devono compiere una full immersion in un’altra religione. Per evitare che questa immersione si riduca a una forma di turismo spirituale – o peggio, a una forma di «inculturazione» colonialista – occorrerà almeno un anno. Non molti sono in grado di affrontare questo impegno. Ma evitiamo di cedere alla tirannia dei numeri. La Storia dimostra che un manipolo di pionieri può fare miracoli. […] Raimon Panikkar (Traduzione dallo spagnolo di Milena Carrara Pavan).
Se una persona ama la montagna e la natura, le rispetta, e cerca e trova in esse tracce di trascendenza, e se ama anche il fumetto, allora il volume “K”, scritto da Shiro Tosaki e disegnato da Jiro Taniguchi, è molto interessante, soprattutto se ha affinità con la spiritualità orientale. “K dice di riuscire a comprendere il cuore delle persone dalla montagna… da come la parte più intima dell’animo recepisce il rispetto e il timore per la natura! K agisce in armonia con i grandi cicli divini… non ha mai fretta! Aspetta di diventare una cosa sola con la volontà divina… Nell’immensità del cielo echeggia una voce diversa da quella che gli esseri umani conoscono!”
In una delle mie classi (una quinta) non ero ancora riuscito a spiegare questa nuova iniziativa delle gemme. L’ho fatto stamattina: finisco la descrizione, mostro un esempio e A. mi chiede “Prof! E se io avessi la gemma già qui?”. Eccola:
“Ho visto questo video pochi giorni fa e mi ha profondamente colpito ed emozionato. Ho voluto condividerlo con la classe perché penso sia importante poter permettere a una persona di potersene andare con dignità” ha concluso A. Ne abbiamo parlato molto brevemente in aula, lo commento qui con poche parole: pietà, pietà per la persona, per se stessi, per la condizione umana, profondamente umana.
La gemma proposta da F. (classe quinta) è in linea con l’argomento che stiamo trattando, quello della globalizzazione, e con la lezione tenuta in classe la scorsa settimana da un esperto informatico sull’uso e sull’abuso del coltan nella costruzione dei condensatori.
“Dopo la lezione di martedì scorso ho portato questo video: ci sono delle cose che stiamo perdendo, specie animali che si estinguono e il pianeta che sta andando verso un punto di non ritorno”. Forse la cosa che fa più specie è che questo discorso è del 1992! Se qualcuno vuole leggersi il discorso con calma: Severn Suzuki Lo commento con una frase dei nativi americani Mohawk:
“Quando avrete inquinato l’ultimo fiume e avrete preso l’ultimo pesce, quando avrete abbattuto l’ultimo albero, allora e solo allora vi renderete conto che non potete mangiare il denaro che avete ammucchiato nelle vostra banche.”