Io, più uguale di te

ogiue-drawingNon penso che questo post otterrà molti “like”, ma non è certo per questo che scrivo. Semplicemente, a volte si affastellano dei pensieri che chiedono di essere espressi per suscitare, magari, una discussione in classe. Solo che non voglio farlo argomentando, e allora passo attraverso la fantasia di un breve dialogo tra me ed Esculapia, un’alunna che non ho mai avuto ma che riassume le parole di molti.

E: “Prof, ho bisogno di parlarle dopo. Ha un attimo?”
S: “Va bene, quando suona.”

Suona.

E: “E’ che la prof. di paleontologia (sai mai che qualche collega legga e si identifichi!) ci ha preso in picca, me e la Drusilla.”
S: mumble mumble
E: “Non ci tratta come tutti gli altri. Fa continuamente preferenze. Ci ha chiamate e noi abbiamo saputo come la Desdemona: lei il solito 8, noi il solito 6 che ci portiamo dalla prima interrogazione del primo anno.”
S: mumble mumble
E: “Davanti ai vostri occhi non dovremmo essere tutti uguali, senza preferenze, tutti sullo stesso piano?”
S: “Hai mai provato a parlarle? A esporre le tue perplessità, magari con meno foga?”
E: mumble mumble
S: “Domani ce l’hai la seconda ora, prova!”
E: “Uh no, prof. Domani non vengo: fra tre giorni c’è la simulazione di terza prova e sto a casa a studiare”
S: “State a casa tutti?”
E: “No, no, prof, stia tranquillo, la maggior parte c’è”
S: “Ma non siete tutti uguali, senza preferenze, tutti sullo stesso piano…”
E: stronzo!

140? troppo poco

Bruxelles20130515_0070fbMi capita spesso di leggere tweet degli studenti come “ma che senso ha studiare matematica?” oppure “la filosofia fa schifo”. Confesso che mi piacerebbe avere una risposta di 140 caratteri in grado di essere convincente. Ma non ce l’ho. Anzi, se vado indietro con la memoria di 20-25 anni, ai tempi del liceo, mi accorgo di essermi posto le loro stesse domande. La risposta è venuta solo dopo. Perché? Colpa della scuola? Colpa degli insegnanti? Colpa del metodo? Colpa mia? Oppure merito? Merito del tempo? Merito di un lavoro che prevede prima una semina, poi un tempo di cura e infine il momento della mietitura? Insomma, un lavoro per forza di cose lungo… E aggiungo un vantaggio che io e la mia generazione e quelle precedenti alla mia abbiamo avuto sugli studenti di oggi: la qualità del tempo dello studio. Era un tempo “naturalmente puro”, unicamente dedicato allo studio, alla concentrazione. Il disturbo poteva venire dalla nostra fantasia, dai nostri pensieri, al massimo da un po’ di musica in sottofondo. Erano dei pionieri coloro che studiavano con la tv accesa. Oggi il tempo dello studio è fortemente intermittente, fatto di tanti piccoli momenti intervallati da un whatsapp, un tweet, un ask, un quadratino rosso sulla pagina di fb che la coda dell’occhio riesce a percepire. E non si può ignorare e dire “lo leggo dopo”. Ormai il cervello è già là, la concentrazione è già dimezzata, il pensiero è continuamente interrotto. Il tempo dello studio per essere efficace deve essere “artificialmente puro”, è necessario crearlo e proteggerlo dalle ingerenze esterne che sono molte di più di quelle di 20 anni fa. Oggi anche io quando leggo, studio, preparo lezioni, correggo, scrivo mi creo uno spazio di silenzio mediatico: non mi risulta difficile, ma… non ho 15 anni e la mia esperienza di scuola è stata diversa da quella di uno studente del 2013…

Indecente, indocente, docente

Alessandro D’Avenia batte un altro colpo sulla grancassa della scuola bella. Ero tentato di scrivere sulla grancassa della “scuola che vorrei” o della “scuola dei sogni”. Poi mi sono detto che dovevo un po’ di rispetto a chi in questa scuola bella ci crede e ci lavora per renderla reale ogni giorno. L’articolo è presso da La Stampa di oggi. Immagino già alcuni colleghi “Eh, tante belle parole… ma poi i ragazzi di quinta all’esame devono sapere quello che viene loro chiesto…”. Al che domando: “Ma quando sei commissario esterno che cosa chiedi?”. “Beh, quello per cui sono stati preparati, le solite cose”. Il cane che si morde la coda…

scuola“Un libro li definisce «sdraiati». I ragazzi di oggi. Una generazione che non sa tenere la schiena dritta, ma spalma sulla vita la propria spina dorsale liquida. Avrei la schiena come la loro se mi avessero dotato di una comodissima sedia a sdraio, dalla quale avrei mandato a quel paese chi dopo averla fornita ora, pentito, la rivuole indietro. Moralismo. Nostalgia del tempo andato. Paternalismo sornione.
Gli sdraiati invece li vedo tendersi quando offri loro qualcosa di cui non possono fare a meno e che abbiamo sostituito con surrogati tecnologici, assenza di «no» e limiti, ma soprattutto di mete non autoreferenziali e narcisistiche.
Raddrizzano la schiena quando al moralismo sostituisci la morale: facendo loro toccare cosa è bene e cosa è male, non a parole; quando alla nostalgia del tempo andato sostituisci la nostalgia del futuro, sudando lo stesso loro sudore, non metaforico; quando al paternalismo sostituisci la paternità, difendendoli dalle paure ma sfidando le loro risorse migliori, dedicando loro tempo al di fuori di quello stabilito.
La spina dorsale cresce dritta a chi è teso verso la luce, come quelle piante a cui mia nonna metteva accanto un bastone fissato con uno spago, che le lasciava abbastanza libere da slanciarsi verso l’alto e non troppo libere da curvarsi su se stesse. Come si slanciavano verso il sole affondando proporzionalmente le loro radici! Dopo un po’, eliminati spago e bastone, rimanevano dritte, perché la fisica vuole che più ti slanci in alto più hai bisogno di radici profonde. Incolpare la pianta di non avere radici salde è incolpare se stessi, ma questo è duro da ammettere, e la colpa finisce sempre per cadere fuori dal recinto della responsabilità personale: loro, la tv, il consumismo, la scuola, la playstation (che abbiamo comprato con la sdraio).
Solo la vita e l’esempio educano, le parole non bastano. Non basta dire tieni su la schiena, se non additiamo il panorama da guardare oltre la soglia. Il nostro modo di vivere autoreferenziale lancia spesso proclami contraddittori rispetto alla schiena dritta che esigiamo. I bambini allo stadio fanno lo stesso che fanno i padri: e ci scandalizziamo pure? O li multiamo?
C’è però chi reagisce, cito da una delle tante lettere di contenuto analogo che ricevo:
Mi dica, le piace essere un professore? Pensa che abbia ancora un valore, per un professore, essere tale? Io sinceramente odio la scuola e non perché non ami studiare, imparare cose nuove, ma perché mi sento soffocare, quando la prospettiva è entrare in classe ed ascoltare passivamente persone che nel loro mestiere non mettono impegno, che sembrano sempre sull’orlo di una crisi isterica, che non fanno amare ciò che si vantano di insegnare.
Ho solo diciotto anni, che ne so io della vita, di come si svolge un mestiere? Potrebbe chiedermi e dirmi che tutto ciò è una scusa per giustificare il fatto che di studiare non mi va. Sì è vero, non mi va di studiare un argomento che non mi appassiona. Ma non dovrebbe essere proprio quello, il ruolo del professore? Far amare la cultura? Far amare lo studio? No, perché quello che nel mio liceo si fa è imparare a memoria. Ma a Lei non sembrano sbagliati i verbi che vengono usati per capire se si è studiato o meno? Interrogare e ripetere.
Io li odio questi due verbi, Professore, perché interrogare ha perso il suo significato latino, è diventata una minaccia, e alla domanda «La misoginia nella Medea di Euripide» – che neanche è una domanda a dirla tutta – si deve ripetere, come un automa, quello che il professore ha «pazientemente» dettato in classe per un’ora (50 minuti, nei primi dieci era a prendere il caffè col collega di turno) e le altre cinquanta pagine che invece avresti dovuto imparare a memoria a casa.
Io invece vorrei che un professore mi chiedesse: «Ma tu della Medea cosa hai capito?», «Ma perché secondo te Manzoni ha rinnovato completamente il genere del romanzo?», «Ma quindi a te cosa è rimasto di Hegel?», e vorrei lo facesse con quella luce che si ha negli occhi quando si fa qualcosa che si ama, per guidarci verso la maturità, quella vera, verso la capacità di guardare con occhio critico la realtà, quella luce che fa scattare dentro la curiosità, una volta a casa, di aprire il libro e capire «Ma quindi cosa voleva trasmettermi D’Annunzio, con tutta ’sta pioggia?».
Io guardo i miei professori e in loro vedo tante cose, tranne l’amore verso il proprio mestiere. Più che odiare la scuola, io odio i miei professori. Preferisco passare i pomeriggi a scrivere o visitare una mostra che hanno appena allestito o andare in quella libreria, un po’ nascosta tra le vie del centro, dove posso comprare un libro e sedermi a leggerlo.
Lei la vede intorno a sé la voglia di insegnare, di trasmettere qualcosa a coloro ci si aspetta siano il futuro del nostro Paese? Le vede le loro anime accese, vive, piene di voglia di fare, di dire?
Questa non è una lettera sdraiata, ma la lettera ben dritta di una ragazza all’ultimo anno di liceo, delusa, polemica, in uscita con un cumulo di nozioni in testa e la certezza di sapere chi non diventare. Eppure ne voleva di cultura, di quella che trasforma la vita, cultura indicata infatti come «luce che fa scattare». Non basterà rispondere che la vita è la fatica di fare «anche» ciò che non appassiona, perché lei la passione non l’ha vista proprio e le sembra di dover fare «solo» ciò che non appassiona, la morte in vita per chiunque, figuriamoci per un diciottenne.
Chiedete ad un ragazzo di oggi quali lezioni frequenta volentieri: vi citerà non l’«in-decente» (professore amicone, complice, che parla di sé e non fa lezione), non l’«in-docente» (colto ma freddissimo), ma il docente che li mette alla prova, che li sfida, che dà molto ed esige molto, che si occupa della loro crescita e non solo dei loro voti, il docente che amano e odiano, e che sceglierebbero autonomamente, se fosse loro consentito. I ragazzi si sdraiano nella scuola degli «in-decenti», e odiano quella degli «in-docenti» (letteralmente coloro che non-in-segnano anche se conoscono in modo ineccepibile la materia). L’in-docenza si nasconde dietro la ripetizione, la formula vuota, il dovere per il dovere, evita la vita, non la seduce, non per portare gli sdraiati verso noi stessi (triste e inutile beffa), ma per raccontare loro il sole, attraverso la luce di occhi posati sì sulle carte ma altrettanto sulle vite, perché raggiungano – singolarmente e insieme – la loro altezza. Prima di discettare sul ridurre di un anno la scuola italiana, per uniformarci (verso il basso) al resto dei Paesi europei (se la sognano una scuola con contenuti come la nostra), dovremmo provare a costruire scuole in cui sia consentito scegliere insegnanti decenti e docenti, come prova a fare qualsiasi mamma che vuole iscrivere il figlio in prima elementare.”

Pesci sugli alberi

primo-giorno-di-scuola2“Se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido” Albert Einstein

Panorami

PACE da noi_0023bw fbHo fatto questo scatto a giugno. Ieri è riemerso dall’hard-disk e mi ha portato a fare una riflessione sul mio lavoro. Nella foto ci sono il mio caro amico Carlo insieme al suo piccolo Pietro: un padre e un figlio. Non mi soffermo su questa relazione, perché al momento potrei raccontare per esperienza diretta solo il punto di vista di figlio. Guardando l’immagine, però, mi è venuta alla mente l’idea che sta dietro a quello che, secondo me, dovrebbe essere un insegnante: qualcuno che ti mette davanti a un panorama, a una vastità, a uno spettacolo, a tante possibili strade da poter percorrere, a una molteplicità di scelte da poter esercitare. L’insegnante è chi ti ha portato lì e ti lascia valutare quel paesaggio da solo, senza starti davanti impedendo una parte della visuale o, ancora peggio, facendo la strada al posto tuo. Però è lì dietro, e se hai una domanda da fare o un pensiero da condividere, sai che puoi girarti e chiedere, parlare, confrontarti, crescere.
E lo stile del papà di Pietro è anche quello di Eva, la sua mamma…
PACE da noi_0069 fb

La felicità del dono

Matrimonio Cate e Vince_0017fb.jpg

Dare voce agli studenti durante le lezioni… E loro, a commento del volontariato che fanno nel tempo libero, arricchiscono te e i compagni facendoti conoscere cose così: “La vera felicità del dono è tutta nell’immaginazione della felicità del destinatario”. (Theodor Adorno)

Grazie

Famiglia e rugby

Mi ha scritto l’altro giorno uno studente, in risposta a un lavoro che avevo assegnato:

rugby2.jpg“Ecco. Il mio valore più importante è la famiglia… Ho scelto questa immagine perché penso che il Rugby sia come una famiglia: ci può essere qualsiasi persona in una squadra: c’è quello veloce, quello snello, quello tarchiato, quello alto, quello ciccione, quello grosso… Tutti questi con differenti personalità…. belle o brutte… E nonostante il carattere e l’aspetto fisico differenti l’uno dall’altro questa squadra è una sola: agisce, lotta, si aiuta a vicenda, ognuno ha il suo compito, proprio come una famiglia. Non deve mollare. Deve avanzare. Continuare il percorso anche durante le difficoltà…

Io gioco a rugby. Sono al primo anno dell’under diciotto e sono il più piccolo. Io ammiro molto i compagni più grandi di me. Essi hanno più tecnica, più fisico ed esperienza… Sono più forti, superiori a me, anche in partita, e ad allenamento (infatti le prendo molto spesso). Nonostante questo anche se ogni tanto fanno gli spavaldi con me, gli voglio bene, li rispetto con tutto il cuore e so che anche se mi legnano ad allenamento, nel vero match, nel momento del bisogno, quando sarò placcato, loro saranno lì a prendere la mia palla per poi portarla oltre la linea di meta. Con loro son sicuro: avrò sempre un sostegno, sia morale che fisico. Per questo ritengo che la famiglia sia importante, sia dal punto di vista sociale che sportivo.

Devo dire che riflettendoci, ci sono vari tipi di famiglia in questo mondo, anche se non ce ne rendiamo conto. La prima cosa che viene in mente appena qualcuno dice la parola famiglia, sono i genitori e i parenti. Se pensiamo bene invece ci sono anche altre famiglie. A scuola, al lavoro, nello sport, ovunque.

La famiglia condivide tutto nonostante le difficoltà.

Oggi uscendo dallo spogliatoio ho visto i due soliti fuori quota della squadra… Sono acerrimi nemici in campo. Quando si devono scegliere le squadre ad allenamento loro sono sempre separati, l’uno contro l’altro. Se le danno di santa ragione. Alla fine pero’ si chiamano a vicenda “mate”, vengono ad allenamento insieme, ridono insieme, c’è un’ intesa incredibile … Sono inseparabili… Io penso che ci sia qualcosa di magico in questo sport… Si condivide tutto: dalla fatica degli ultimi minuti impossibili da giocare, dove le ossa scricchiolano, i lividi si sentono di più e le gambe si indolenziscono, alla pasta del terzo tempo, dove si ride e scherza anche con la squadra avversaria.

Il rugby insegna tante cose. Ti insegna ad attribuire i valori alla vita, ti insegna a rispettare, a dare sostegno, a non mollare al primo tentativo, a perseverare…. ad essere UNITI… Come una famiglia…

Il rugby è come la vita. C’è tutto dentro: Difficoltà, dolore, amore, passione… Non per questo è definito dai gallesi “LO SPORT CHE VIENE GIOCATO IN PARADISO”… E lei cosa ne dice prof, pensa che qualche volta Dio si metta a fare qualche partita di rugby per insegnare a noi la vita?”

Non senza il suo nome

identità, scuola, solitudine, coraggio, relazioni, amicizia, sogno, eva, nightwishImmaginiamo una bambina o una ragazzina sensibile (“un cuore più generoso di tutti gli altri che mi ha sempre fatto vergognare del mio”) che, all’interno della propria classe, se ne resta piuttosto appartata in quanto viene spesso presa di mira dalle prese in giro dei compagni (“Eva vola via, sogna il mondo lontano, in questo crudele gioco di bambini non c’è un amico che chiami il suo nome, Eva prende il largo sogna il mondo lontano”). Eppure, nonostante l’isolamento, Eva non perde la propria identità (“lei cammina da sola, ma non senza il suo nome”). Se ci fosse anche solo una parola gentile sopporterebbe di restare ancora un po’ in quella situazione a cullare il sogno di un mondo migliore, di un paradiso, di un Eden (come la prima donna che aveva il suo stesso nome)… invece ci sono i compagni ad uccidere quel sogno e quel cuore buono. Fino a quando qualcuno, anche uno solo, non fa un passo e apre ad Eva un campo di girasoli…

6:30 di un mattino d’inverno

La neve scende, nell’alba silenziosa

Una rosa di qualche altro nome

Eva lascia la sua casa di Swanbrook

Un cuore più generoso di tutti gli altri

che mi ha sempre fatto vergognare del mio

Lei cammina da sola, ma non senza il suo nome

Eva vola via

Sogna il mondo lontano

In questo crudele gioco di bambini

Non c’è un amico che chiami il suo nome

Eva prende il largo

Sogna il mondo lontano

Il buono in lei sarà il mio campo di girasoli

Derisa dall’uomo fino al più profondo disonore

Una ragazzina con una vita davanti

Per il ricordo di una parola gentile

Rimarrebbe in mezzo ai bruti

Tempo per un altro audace sogno ancora

Prima della sua fuga, splendore dell’Edencampo_di_girasoli.jpg

Che uccidiamo insieme al suo cuore amorevole

Eva vola via

Sogna il mondo lontano

In questo crudele gioco di bambini

Non c’è un amico che chiami il suo nome

Eva prende il largo

Sogna il mondo lontano

Il buono in lei sarà il mio campo di girasoli

(Eva, Nightwish)

Come?

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Vi segnalo l’ultimo post del prof. D’Avenia, di cui riporto questo estratto: “Come si fa, ragazzo, ragazza, a raggiungerti dove te ne stai rintanato? Come si fa a metterti sotto gli occhi quella bellezza unica e in costruzione che cerchi a tutti i costi di nascondere tanto fa male non esserle all’altezza? Come si fa a spiegarti che tra gli 80 miliardi di esseri umani che hanno calpestato il suolo non ce n’è uno o una come te? Come si fa a farti credere che sei la tua biografia, ma che sei sopratutto la tua autobiografia? Come posso io insegnante mostrarti sulla mappa geografica del desiderio che le terre di tua conquista sono ancora da scoprire? Come posso aiutarti a costruire il mezzo migliore per raggiungerle? Come faccio a sapere se sei fatto o fatta per una nave, per una bicicletta o per andare a piedi?”

Un nuovi inizio

Per ben cominciare

Le mie letture estive

Una delle prime domande che pongo ai miei studenti di rientro dalle vacanze estive è: “che libri avete letto in questi tre mesi?”. Dopo avermi risposto, loro ribaltano la domanda a me. Quest’anno li anticipo qui… mettendoci titolo, autore, data di conclusione lettura e giudizio personalissimo, copiati dal mio account su anobii. Tutto nel pdf

LIBRI LETTI IN ESTATE.pdf

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Mare alto

4140697763_5eaa3b2f11_o.jpgStamattina, sfogliando il numero settembrino di XL, mi sono imbattuto nella rubrica che Marco Lodoli tiene sul mensile, uno dei passi per me imprescindibili. Anche stavolta, ne è valsa la pena. Scrive dei primi passi che un ragazzo può compiere nel mondo della musica, dalla sua camera o dal suo garage, al piccolo club o palco, al palcoscenico, alla radio, ai concerti… “L’underground trova una consacrazione ufficiale, diventa cultura popolare, collettiva, condivisa. Così funziona la cultura in un paese sano. Così non funziona più in Italia. Ciò che viaggia in un circuito alternativo, resta lì, ha il suo pubblico, ma è comunque un pubblico selezionatissimo, una sorta di aristocrazia del gusto, e a poco a poco la spinta si ammoscia, la cantina soffoca l’immaginazione nata per correre in piazze e strade. In Italia si è drasticamente interrotta la comunicazione tra la novità e l’ufficialità. […] Il noto scansa l’ignoto, e così facendo entrambi si spengono tristemente.”

Mentre leggevo queste parole la mia mente, in questo mese che segna la riprese delle attività didattiche, è andata alla scuola, agli studenti che tra una settimana ricomincerò a vedere ogni giorno, a quelli “nuovi”, con le loro storie tutte da scoprire, a quelli “vecchi”, in piena corsa nel cammino del liceo che hanno scelto, a quelli “stravecchi”, che parlano delle superiori al passato. E ho trovato, nell’ultimo paragrafo dell’articolo di Lodoli, l’augurio per questo nuovo anno scolastico: “Il nuovo resta ai margini, ignorato, schifato. I ragazzi bussano e la porta non si apre. I musicisti suonano e le note gli ricadono addosso, pioggia gelata, acqua malinconica. […] il pop nazionale e internazionale non lascia più quasi nessuno spazio, si va sul sicuro, e ciò che è sicuro ristagna e marcisce in una top ten, in una playlist, in un gerontocomio di lusso”. Bene. Ho voglia di lasciare acque stagnanti, ho bisogno di mare alto, ignoto, sconosciuto, largo. Sono pronto a navigare sopra le profondità per poi potermi immergere: là c’è spazio per tutti.

Due specie di terra

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Scrive Erri De Luca in Tre cavalli: “Ci sono due specie di terra… Una ha l’acqua di sotto, si fa un buco e affiora. È terra facile. L’altra dipende dal cielo, ha solo quella fonte. È magra, ladra, capace di rubare acqua al vento e alla notte, e appena ne ha un poco la spende tutta subito in colori trattenuti nel midollo dei sassi e mette forza di zuccheri nei frutti e butta profumo da sfacciata. È terra di cielo asciutto” . Vi ho letto molto del mio lavoro, delle mie relazioni. A pensarci bene, vi ho letto molto del mio carattere…

Tramonti differenti su orizzonti uguali

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Scrive sul suo blog Roberto Cotroneo:

“Non lo so se ritornare vuol dire quello che tutti pensano: vuole dire rivisitare gli stessi luoghi, la stessa memoria, essere di nuovo dove si era prima. Nessuno può ritornare, eppure nessuno riesce a rinunciare all’idea che si possa ritornare: come una via di uscita, una breve immortalità. Se io posso tornare allora io sono ancora quello che ero, e tutto è ancora possibile. Se io posso rivivere quanto ho vissuto, vuol dire che ho fermato il tempo. Ma il tempo è un dio minore, e una delle manifestazioni del tempo è dare illusione del ritorno.

Così il ritornare è un modo per affrontarlo questo tempo strano: e quando ti rendi conto che tutto è cambiato capisci che il tempo del ritorno non è altro che il tempo del cambiamento. E che c’è un orizzonte del ritorno come c’è un orizzonte del futuro. Ma la sorpresa è che si tratta dello stesso orizzonte.”

Sono molto simili le sensazioni che provo alla fine di ogni anno scolastico, quando finisce anche il tempo degli scrutini, degli esami di stato, dell’organizzazione dei corsi di recupero e degli esami dei “sospesi”. Metto via tutte le carte, gli appunti, le scartoffie burocratiche. E mi preparo al ritorno: verso le radici del mio essere insegnante, verso le motivazioni che mi hanno fatto scegliere, nel 1995, di lasciare Scienze Geologiche per essere un prof. Lo faccio ogni anno per rimettere carburante nel motore, per alimentarmi a una fonte per me necessaria. E mi trovo concorde con Cotroneo: ogni anno mi scopro cambiato e sento la necessità del ritorno per aprirmi al futuro di un orizzonte che è sì uguale a se stesso se visto con un grandangolo, ma che se venisse esplorato con un teleobiettivo mostrerebbe caratteristiche peculiari sempre diverse. Queste ultime fanno sì che i colori del tramonto su quell’orizzonte uguale siano sempre differenti.

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Burocrazia

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A volte, e purtroppo sempre più spesso, penso che la scuola rischi di trasformarsi in quel mostro che in questa citazione fulminante è descritto da Ennio Flaiano: “Presentano al burocrate un progetto sullo snellimento della burocrazia. Ringrazia vivamente. Deplora l’assenza del modulo H. Conclude che passerà il progetto, per un sollecito esame, all’ufficio competente che sta creando”.

 

Arrivederci

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Ci sono alcuni momenti nel mio mestiere che non mi piacciono proprio, anzi, che mi fanno male. Il momento più doloroso è quell’Arrivederci mormorato l’ultima volta che esco da una quinta e che invece so bene essere un Addio. E’ senz’altro un momento ricco anche di soddisfazioni, di immagini legate ai cinque anni passati insieme, ai cambiamenti, loro e miei. Mi capita spesso di ripensare alle prime lezioni, nel ’98: tutto preparato nei minimi dettagli, al minuto, persino quando fare una battuta… nulla lasciato al caso… tutto sotto controllo e ben poco naturale. Mi rivedo con un sentimento di tenerezza per quel che sono stato. Ma tornando ad esempio a stamattina, e a tutte le altre volte di questi anni, in quell’attimo in cui do le spalle alla classe ed esco, sento la mancanza di un rapporto che si è costruito; e più avanti vanno gli anni, più è forte quel sentimento che diventa immediatamente nostalgia. E’ vero, dico “arrivederci”: ci si vedrà ancora, durante gli esami, dopo gli esami, in giro, su fb… Ma non posso negare di sentire che è anche un addio a quella classe e a quel gruppo; e ciò indipendentemente dal fatto che siano stati uniti o meno tra loro. E’ semplicemente qualcosa che non ci sarà più e che avverto come qualcosa di mio. Vero, bellissimo, stimolante e affascinante vederli crescere e diventare adulti, però la nostalgia resta. Faccio un respiro profondo e li accarezzo tutti col pensiero: “Arrivederci”.

Cosa si fa laggiù?

Sto leggendo “Margherita Dolcevita” di Stefano Benni e mi sono imbattuto in una pagina che mi ha fatto sorridere dolcemente, pensando al mio passato da studente e al mio presente da insegnante. Durante una lezione di matematica la prof. si accorge che in fondo alla classe ci sono chiacchiere e risate. Parte da qui la citazione di quella pagina:

“- Cosa si fa laggiù all’ultimo banco, si ride?

ridere scuola.jpgHa pronunciato “si ride” con un tono come se dicesse “si spaccia droga”, “si fabbricano bombe”.

Allora mi sono alzata e ho detto:

– Effettivamente, signora professoressa, stavamo ridendo in quanto ritenevamo buffo ciò di cui parlavamo, ma non c’era niente di oggettivamente malsano o criminoso nel nostro atteggiamento, io capisco bene che se ridessimo ininterrottamente per tutto l’orario scolastico ciò farebbe sospettare una nostra disattenzione, o spregio, o beata cretinaggine, ma ritengo che un po’ di umorismo anche in questa austera sede faccia bene allo spirito e, di riflesso, alla gioia dell’apprendimento. In quanto al rapporto fra riso e matematica….

Non mi ha fatto finire. Ha ringhiato: ”smetti-o-ti-do-due”, e per fortuna è suonata la campanella.

Ma insomma, ho pensato, quasi tutti i film e la tivù e i giochi per ragazzi ci invitano a ridere e stare allegri, così poi vediamo le puntate successive e compriamo i gadget. Però a scuola non possiamo ridere un minuto.

La morale è: non dobbiamo ridere quando siamo contenti noi, ma quando sono contenti loro.”

Hey Ho! Let’s go!

Marky Ramone_0147 fb.jpg

Un invito ai giovani a non farsi mettere i piedi in testa, soprattutto a non lasciare che qualcuno calpesti i sogni. L’essere disponibili ai sacrifici e a passare i tempi difficili pur di perseguire un obiettivo (montare grate alle finestre, consegnare messaggi… o vivere insieme ad altre persone per riuscire a pagare l’affitto e avere come unica preoccupazione guadagnare qualcosa per poter mangiare). Mantenere aperta la mente a molte esperienze (“abbiamo creato il punkrock, ma ascolto Sinatra, Miles Davis, il jazz…”). L’importanza della cultura e dell’istruzione.

Ecco qui: ho appoggiato semplicemente così alcuni dei punti toccati stamattina da Marky Ramone nell’aula magna del nostro liceo. Un refolo di storia del rock ha soffiato oggi a Udine.

Un’anima che si sta ancora cercando

artista-del-giorno-il-talento-italiano-alessa-L-pDpq5b.jpegC’è un insegnante italiano diventato famoso per i libri che ha scritto. Molti studenti lo conoscono: è Alessandro D’Avenia. Sul suo blog sta trattando del talento presente all’interno di ciascuna persona, in particolare degli studenti che incontra. Spesso il talento è visto come qualcosa di nascosto che va fatto emergere e portato alla luce. In riferimento ai ragazzi che stanno terminando il percorso liceale e che quindi sono pronti a spiccare il volo verso nuovi lidi, afferma:

“Molti di loro sono più preoccupati di fallire che pieni di entusiasmo per l’inizio di qualcosa di nuovo. Tali sono le pressioni dell’ideologia stritolante del successo come riconoscimento della folla, che la paura finisce con l’offuscare la chiarezza della loro vocazione professionale che si è mostrata almeno parzialmente nel corso di 13 anni di scuola, dei quali ho assistito agli ultimi, i più importanti in questo senso. Devo sempre ricordare loro che il successo non è negli occhi degli altri, ma nell’essere se stessi. La scuola spesso allena a superare prove e non alla vita, a cui ci si allena solo con una progressiva conoscenza di se stessi (limiti e talenti) e scelte conseguenti. Shakespeare scriveva che “quando l’anima è pronta, allora le cose sono pronte”. La paura di ragazzi che non riescono a scegliere è frutto di un’anima che si sta ancora cercando, molti invece sono più sicuri della scelta e ne hanno sì paura, ma proprio perché è la sfida nuova della loro vita: riuscirò a realizzare il mio talento? L’anima è pronta, le cose a poco a poco, con sacrificio e passione, lo diventeranno.”

A questo punto, D’Avenia si rivolge ai colleghi insegnanti: “Potremmo provare a impostare il lavoro educativo in chiave di talenti invece che di pratiche di addestramento, necessarie sì, ma non sufficienti. Che me ne faccio di un ragazzo che sa affrontare un test e non sa neanche se quel test è quello che gli serve per realizzare la sua vocazione professionale e portare a compimento i germi di destino che ha intravisto negli anni di scuola?”

Una battaglia infinita

Avevo già scritto qualcosa sul copiare-non copiare: ci torno sopra con questo articolo breve di Massimo Gaggi comparso oggi su Sette.

braccio-finto_1.jpeg“Copiare – copiare un compito, una tesina, copiare a un esame – è una piaga che scuole e università sono chiamate a combattere da quando gli alunni scrivevano col pennino e il calamaio. Con le tecnologie digitali tutto è diventato più difficile tra “copia e incolla”, compravendita di testi online, o l’illuminazione improvvisa che arriva a uno studente, durante un esame, da uno “smartphone” casualmente poggiato sulle ginocchia. I casi di plagio in questi anni si sono moltiplicati ovunque, coinvolgendo anche maestri della cultura “alta” e portando perfino alla decimazione di intere classi di Harvard, l’università più celebre d’America, accusate di aver copiato massicciamente e in modo sfacciato. La tecnologia facilita e accelera questi processi, ma offre anche gli strumenti per intercettare chi si appropria di lavori altrui. E anche per radiografare il fenomeno. Un professore della Rutgers University, che ha analizzato i lavori di oltre cinquemila studenti è, per esempio, arrivato alla conclusione che i ragazzi iscritti alla Business School copiano molto più dei loro colleghi degli altri istituti e facoltà. E se molti siti come Wordprom offrono agli studenti saggi d’ammissioni alle grandi università americane già usati ma facili da “ricondizionare” e riutilizzare, le accademie si attrezzano adottando software come Turnitin che hanno la capacità di scandagliare questi lavori alla ricerca di citazioni o paragrafi che ricalcano quelli di altri “paper” sullo stesso argomento. Ma anche questi meccanismi possono essere aggirati usando la tecnologia giusta e camuffando meglio un testo acquistato in Rete. Una battaglia senza fine alimentata anche dal fatto che nella cultura digitale dei giovani il “copia e incolla” non ha più lo stigma dell’atto illecito: è vissuto come una pratica che confina col crowdsourcing. Anche perché molti sono ormai convinti che la scuola, più che far assorbire nozioni ai giovani, deve insegnare loro come trovare le conoscenze di cui hanno bisogno nel momento nel quale gli servono davvero. Una percezione che, oltretutto, cambia da Paese a Paese. L’economia è globalizzata, la cultura no: gli studenti asiatici, per esempio, usano lavori altrui in misura molto superiore a quelli occidentali perché non percepiscono questa pratica come immorale. Il 70 per cento degli studenti cinesi che chiedono di iscriversi alle università americane presentano documenti in parte copiati che loro ritengono di aver arricchito con la pratica del cosiddetto “remix”. Una battaglia tra guardie e ladri sempre più sofisticata che, secondo molti, vedrà comunque alla fine perdenti le accademie perché le tecnologie digitali e la cultura della Rete spingono verso il superamento del concetto stesso di plagio.”