Contrastare l’odiocrazia con l’umanità

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Torno sul tema delle polarizzazioni o della logica binaria a cui ci stiamo purtroppo abituando, con un articolo comparso su Avvenire due giorni fa. La firma è quella di Chiara Giaccardi, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna Sociologia e Antropologia dei media e dirige la rivista «Comunicazioni Sociali». Lo ripubblico perché ho trovato molte affinità col mio modo di vedere e anche di insegnare (quella citazione di Blake parla a tante/i ex allieve/i…).

“Il tema scelto da papa Leone XIV per la 60esima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali – “Custodire voci e volti umani” – tocca il cuore di una questione che definisce il nostro tempo: come mantenere l’umanità al centro quando la tecnologia pervade ogni aspetto della nostra esistenza, e il confine tra macchine ed esseri umani sembra assottigliarsi sempre più.
Per Platone, e altri dopo di lui, la tecnica è un “farmaco”: da una parte ci cura e potenzia le nostre capacità, ma dall’altra ci intossica. E queste due dimensioni, con buona pace di apocalittici e integrati, sono inevitabili e inseparabili. Quello che possiamo tentare è una “farmacologia positiva”, che limiti gli effetti tossici e valorizzi quelli curativi. L’intelligenza artificiale offre certo possibilità straordinarie – dalla diagnosi medica precoce alla risoluzione di problemi complessi, dall’efficienza comunicativa all’accessibilità dell’informazione. Tuttavia, il Papa ci avverte che la stessa tecnologia può generare «contenuti accattivanti ma fuorvianti, manipolatori e dannosi», replicare pregiudizi e amplificare disinformazione.
Il linguaggio digitale traduce tutto nella logica binaria dello 0/1. Questa semplificazione sta contagiando sempre più il nostro pensiero e i nostri rapporti umani: on/off, bianco/nero, pro/contro, amico/nemico. Stiamo perdendo la capacità di abitare le sfumature, di tollerare l’ambiguità, di convivere con la complessità.
Il digitale favorisce la polarizzazione anche perché gli algoritmi amplificano i contenuti che generano ingaggio, e nulla genera più ingaggio della rabbia e dell’indignazione. Si crea così un circolo vizioso dove la moderazione viene punita e l’estremismo premiato. Questo meccanismo può portare a forme di identità e di politica basate sulla identificazione del nemico da annientare: una vera e propria “odiocrazia”.
Come proteggersi da tutto ciò? Innanzitutto, rinunciando alla comodità di delegare il pensiero alla macchina: come infatti l’industrializzazione ha privato le persone del loro “saper fare”, così oggi il digitale rischia di compromettere il nostro “saper pensare”. Lo scriveva già Bernanos a metà del secolo scorso: «Il pericolo non si trova nella moltiplicazione delle macchine, ma nel numero sempre crescente di uomini abituati, fin dall’infanzia, a non desiderare altro che ciò che le macchine possono dare».
Dal digitale, comunque, non si può più uscire: è diventato l’aria che respiriamo, l’ecosistema in cui viviamo. Non possiamo tornare a un’era pre-digitale, né sarebbe auspicabile farlo. La questione diventa: dove appoggiamo la nostra critica? Su cosa fondiamo la nostra resistenza alla colonizzazione totale del digitale?

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Il Papa suggerisce una strada: mantenere «l’umanità come agente guida». La critica deve radicarsi in ciò che il digitale non può catturare, che non è “datificabile” né automatizzabile: l’esperienza vissuta, l’interiorità, la capacità di contemplazione, il silenzio fecondo, l’intuizione che precede la razionalizzazione. Non tutto può essere tradotto in algoritmi. L’amore, la sofferenza autentica, la creatività genuina, l’esperienza del sacro, la bellezza che commuove, la giustizia che indigna mantengono una dimensione di mistero e imprevedibilità che sfugge al codice binario e alla manipolazione algoritmica. La persona umana porta in sé una dimensione di infinito che nessun sistema finito può contenere completamente. E la bussola per non smarrire la strada non sono principi astratti, ma il volto concreto dell’altro. Potremmo rileggere la celebre formulazione kantiana “il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me” come “il cielo stellato sopra di me e il volto dell’altro davanti a me”. Entrambi rappresentano l’irriducibile singolarità: ogni stella unica nel firmamento, ogni volto unico nell’umanità. L’infinito e il finito che si abbracciano e formano una unità indissolubile e irriducibile. Il volto dell’altro, come insegnava Emmanuel Lévinas, è epifania dell’infinito nel finito, appello etico che precede ogni computazione. È nel riconoscimento di questa singolarità che possiamo fondare la resistenza alla riduzione dell’umano a profilo digitale. Ma la cultura individualista di cui siamo imbevuti ci porta a vedere nell’altro una minaccia, o al massimo uno strumento per la propria realizzazione. E il digitale, coniugandosi con l’individualismo contemporaneo, ci trasforma in profili isolati, ingranaggi di una megamacchina che ci connette tecnicamente ma ci separa umanamente. Profili statistici piuttosto che persone con un nome e una storia.
La proposta di papa Leone di introdurre nei sistemi educativi l’alfabetizzazione mediatica e sull’intelligenza artificiale è fondamentale, ma non basta. Serve un’educazione più profonda: quella a riconoscere che, come scriveva papa Francesco e come le scienze ci dicono da tempo, «tutto è connesso». E che, quindi, l’individualismo radicale è un’astrazione, una ideologia che ci disumanizza e ci rende oltretutto più vulnerabili alla potenza del digitale. Serve un’educazione alla contemplazione, al silenzio, alla lentezza, alla capacità di sostare con le domande senza precipitarsi verso risposte algoritmiche immediate quanto riduttive. Serve uno spirito “poetico”, dato che la poesia è la lingua delle connessioni dell’uno e del molteplice, che ci fa vedere «il mondo in un granello di sabbia e l’eternità in un’ora», per parafrasare Blake.
Lo spirito non è qualcosa di astratto ma una forza di trasformazione, che pervade tutte le dimensioni non quantificabili, come l’arte. E come scriveva Rilke: «Essere artisti vuol dire non calcolare e contare». La sfida è mantenere viva questa dimensione umana nell’ecosistema digitale, non come nostalgia del passato ma come profezia del futuro. Un futuro dove le macchine saranno davvero «strumenti al servizio e al collegamento della vita umana», e non padroni che decidono per noi cosa pensare, desiderare, temere o amare.”

Gemma n° 1875

“Ho pensato molto a cosa portare come gemma, e, mentre all’inizio pensavo a qualcosa di particolare, un evento particolare, un oggetto, una persona, alla fine ho deciso di portare un insieme di cose, ovvero l’intero anno 2021, che è da poco giunto al suo termine. Il 2021 è stato un anno molto particolare per me, penso sia stato il più difficile da superare dato che mi ha posto parecchi ostacoli davanti, per prima cosa la separazione dei miei genitori. In realtà in questi ultimi anni già li vedevo discutere e litigare ma subito dopo si riappacificavano abbastanza facilmente; al contrario durante i primi mesi dello scorso anno, fino a giugno quando si sono ufficialmente separati, i litigi erano sempre più frequenti e non era per niente piacevole sentirli discutere a toni alti quasi tutte le sere. Per fortuna io e mia sorella siamo sempre state unite e in questa situazione ci siamo date forza a vicenda per superare quei momenti. Durante l’estate ho avuto modo di abituarmi alla loro separazione e le cose sembravano andare per il meglio; tuttavia il loro rapporto è rimasto ed è ancora abbastanza conflittuale per vari motivi, cosa che personalmente non mi fa stare bene dato che a volte tendono a scaricare la loro rabbia e i loro problemi sia su me che su mia sorella. So che non lo fanno di proposito e che vogliono soltanto farci sapere come stanno le cose tra di loro, però non è semplice starli a sentire dopo tutti i momenti felici che abbiamo passato come famiglia. Oltre a questo, ho riscontrato parecchi dubbi su me stessa e il mio futuro, mi è capitato spesso infatti di non avere fiducia nelle mie capacità, di sentirmi persa e di avere timore per quello che sarà il mio futuro. Durante il primo periodo scolastico da settembre a novembre avevo poca voglia di studiare e impegnarmi, mi sentivo senza motivazione, come se stessi andando avanti senza una meta precisa. Fortunatamente a dicembre, iniziate le vacanze natalizie, ho avuto modo di riposarmi e rimettermi “sulla carreggiata”, senza dover pensare a voti e verifiche. Aspettavo il nuovo anno con speranza,  e adesso mi piace interpretarlo come una sorta di nuovo inizio verso serenità, crescita personale e nuove esperienze positive”.

Sono lì, seduto dietro il banco che negli ultimi due anni ha sostituito la cattedra, ad ascoltare gemme come queste (e la prossima). E l’istinto sarebbe semplicemente quello di alzarmi e abbracciare queste ragazze e questi ragazzi che condividono le loro vite in classe. Un abbraccio silenzioso che non aggiunga parole alle loro, ma che sia semplicemente porto sicuro in cui far approdare quei vissuti. Ma la pandemia non lo consente, le convenzioni non lo consigliano. Però lo posso dire a G. (classe quinta): Ti abbraccio e mi piacerebbe poter prendere un po’ di quel dolore e sollevartelo dal cuore. E ti stimo, ti ammiro e ti incoraggio per il modo in cui hai iniziato il nuovo anno.