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Costruzione mediatica o …?

Ed ecco il secondo articolo sulla manifestazione del 15 marzo, annessi e connessi vari… E’ lunghetto: si tratta di un’analisi della vicenda dal punto di vista delle teorie del complotto. Sarebbe più facile mettere un semplice link a Valigia Blu, ma ho da sempre scelto di ripubblicare per intero gli articoli nel timore che possano sparire dalla rete…

La figura di Greta Thunberg è stata pianificata a tavolino e costruita mediaticamente per favorire la quarta rivoluzione industriale dell’economia verde ed è il frutto di un esperimento di ingegneria sociale per manipolare, condizionare e spingere le masse ad agire su scala globale. È quanto asserisce Cory Morningstar in un articolo diviso in 6 atti pubblicato tra gennaio e febbraio scorso dal titolo “La fabbricazione di Greta Thunberg”. L’autore del pezzo ha isolato dettagli reali cucendoli tra di loro con interpretazioni spesso forzate all’interno di una cornice molto ampia (favorire la quarta rivoluzione industriale dell’economia verde) per costruire una narrazione che spieghi il vero motivo per cui Greta Thunberg sta protestando contro il clima ed è diventata un modello da seguire. Per certi versi, una costruzione narrativa simile a quella delle teorie dei complotti.
Nelle sei sezioni del suo articolo, Morningstar parte dalle relazioni di Greta con la start-up tecnologica “We Do Not Have Time” per poi tracciare i legami tra questa start-up, il “Climate Reality Project” di Al Gore, Banca mondiale e World Economic Forum e arrivare a parlare di come tutte queste organizzazioni tirino le fila dei movimenti giovanili, stiano costruendo un’emergenza climatica per poter spostare fondi e finanziamenti a società e organizzazioni che si occupano di servizi ecosistemici. Le ONG mainstream (in particolare il WWF, al quale sarebbe collegata la madre di Greta, Malena Ernman, insignita del titolo di WWF Environmental Hero of the Year 2017 e salita agli onori della cronaca con il lancio di un libro su Greta nel 2018 su uno dei principali giornali svedesi) – conclude Morningstar al termine della sua lunga disquisizione – stanno sostenendo e finanziando il movimento climatico per salvaguardare la loro influenza e manipolare ulteriormente la popolazione organizzando dalle retrovie gruppi di protesta negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Sarebbe questo, per l’autore dell’articolo, il più grande esperimento recente di ingegneria sociale di manipolazione delle masse e Greta Thunberg sarebbe il capo dell’intricata matassa che consentirebbe di ripercorrere le fila del gomitolo e svelare tutta l’architettura che si cela dietro i movimenti di protesta contro il cambiamento climatico.

La fabbricazione di Greta Thunberg ai fini del consenso

Il primo atto dell’articolo di Morningstar – dedicato alla figura di Greta Thunberg e tradotto integralmente in italiano dal sito Voci dall’estero –  ha avuto risonanza in Italia (insieme a tante altre bufale diffuse sul conto di Greta) per sostenere che la giovane attivista svedese fosse una figura artefatta, una marionetta che parla per conto di altri, e per screditare le istanze portate dalle enormi proteste giovanili, che venerdì scorso hanno occupato strade e piazze di tante città in tutto il mondo, e di un intero movimento che, complici anche i media, è stato identificato esclusivamente nella figura dell’adolescente svedese che sfida i grandi capi di Stato e le istituzioni globali.
In particolare, l’autore dell’articolo punta l’attenzione su come la figura di Greta Thunberg sia spuntata all’improvviso dal nulla con un tweet pubblicato il 20 agosto 2018 che mostrava la foto di una ragazza svedese seduta su un marciapiede mentre protesta per il clima: “Una ragazza di 15 anni davanti al Parlamento svedese fa sciopero a scuola per 3 settimane fino al giorno delle elezioni. Immaginate solo come deve sentirsi sola in questa foto. La gente non si ferma. Ognuno continua le proprie faccende come al solito. Ma è la verità. Non possiamo, e lei lo sa!”.
Il tweet, segnala Morningstar, è stato pubblicato dal profilo della società “We Do Not Have Time” (“Non abbiamo tempo”), fondata da Ingmar Rentzhog. Nella foto sono stati taggati la protagonista della foto (Greta Thunberg), un movimento giovanile (Zero Hour) e la sua fondatrice (Jamie Margolin), il Climate Project Reality di Al Gore (ndr, candidato alle presidenziali negli Stati Uniti nel 2000 e sconfitto da Bush e dall’inizio della sua carriera politica impegnato della battaglia per il clima), People’s Climate Strike, tutti soggetti che, secondo la ricostruzione che farà l’autore del pezzo negli atti successivi, sono protagonisti della costruzione “emergenza clima” per poter dettare l’agenda politica globale e far sì che vengano finanziati quelle organizzazioni che si occupano di servizi ecosistemici.
Pochi giorni dopo la prima protesta, l’account su Medium di “We Do Not Have Time” pubblica un post dal titolo “Questa ragazza quindicenne infrange la legge svedese per il clima” che ricostruisce la figura di Greta Thunberg e sottolinea che “We Do Not Have Time ha segnalato lo sciopero di Greta dal primo giorno e in meno di 24 ore i post sulla sua pagina Facebook e i tweet hanno ricevuto più di 20mila like, condivisioni e commenti. Non c’è voluto molto perché i media nazionali se ne occupassero. A partire dalla prima settimana dello sciopero, almeno sei tra i maggiori quotidiani, come anche la TV nazionale svedese e danese,  hanno intervistato Greta. Due leader politici svedesi si sono fermati a parlare con lei”.
L’articolo continua dicendo che Greta “ha subito trovato venti sostenitori che ora siedono accanto a lei. Questa ragazzina ha fatto notizia sui giornali nazionali e in TV. Questa ragazzina ha ricevuto migliaia di messaggi di amore e sostegno sui social media … Movimenti giovanili, come #ThisIsZeroHour di Jamie Margolin che #WeDontHaveTime ha intervistato, sostengono con grande urgenza che gli adulti dovrebbero prestare attenzione alla crisi climatica che è una minaccia esistenziale che deve essere affrontata con forza ORA”.
Ma quello che sembrava essere il rilancio di una protesta spontanea, prosegue Morningstar, era in realtà il lancio di un marchio, l’inizio di un’operazione di marketing. Il fondatore di “We Do Not Have Time”, Rentzhog, è anche fondatore di Laika (un’importante società svedese di consulenza che fornisce servizi all’industria finanziaria, recentemente acquisita da FundByMe), è parte del board di FundedByMe ed è membro della Climate Reality Organization Leaders di Al Gore, dove fa parte della Climate Policy Task Force europea. L’organizzazione di Al Gore, fondata nel 2006, è a sua volta partner di “We Do not Have Time”, tra i cui consulenti ed esperti sulla gioventù sono indicati Greta Thunberg e Jaime Margolin. Queste connessioni sarebbero la prova che dietro il “fenomeno Greta Thunberg” ci sarebbe una campagna orchestrata da grandi società e organizzazioni che cercano di spostare fondi nell’industria del clima grazie alla costruzione di una narrazione secondo la quale “non abbiamo più tempo, la catastrofe umanitaria è imminente, le temperature del pianeta si stanno alzando irrimediabilmente”.
Il pezzo – al cui interno non si fa riferimento agli studi e alle ricerche di climatologi internazionali e ai rapporti diffusi da istituzioni intergovernative come le Nazioni Unite – prosegue riportando stralci di interviste rilasciate da Rentzhog in cui spiega che la sua start-up tecnologica offre “partnership, pubblicità digitale e servizi relativi ai cambiamenti climatici, alla sostenibilità e alla crescente economia verde ed economia circolare” a ‘un vasto pubblico di consumatori e rappresentanti coinvolti’” e che “We Do Not Have Time” “è attiva principalmente in tre mercati: social media, pubblicità digitale e compensazione per le emissioni del carbonio”, un mercato – aggiunge Morningstar – che “solo negli Stati Uniti ammonta a oltre 82 miliardi di dollari, di cui il carbonio compensato volontario rappresenta 191 milioni di dollari”.
Figure come Greta Thunberg e Jamie Margolin sarebbero influencer con l’obiettivo di far parlare delle questioni legate all’ambiente, al cambiamento climatico e al riscaldamento globale e associare questi temi alle società che gravitano intorno a Rentzhog e Al Gore che finirebbero con l’avere una posizione commerciale di vantaggio in questo speciale mercato dell’industria del clima. Per sostenere la sua argomentazione Morningstar arriva a paragonare”We Do not Have Time” a quanto mostrato in una puntata della terza stagione di “Black Mirror”, una serie televisiva trasmessa su Netflix, in cui le relazioni sociali (e i diritti acquisiti) si misurano in base ai like ottenuti da ciascun cittadino su una piattaforma.  Secondo Morningstar,  la start-up di Rentzhog funzionerebbe allo stesso modo valutando con un rating – invece che le persone – marchi, prodotti, società e tutto quanto sia collegato al clima.
Il compito di figure come Thunberg e Margolin sarebbe quello, dunque, di manipolare le grandi masse in questa grande valutazione di rating attraverso l’abile uso dei social network: “Il complesso industriale non-profit può essere considerato l’esercito più potente del mondo. Impiegando miliardi di dipendenti tutti interconnessi, le campagne odierne, finanziate dalla oligarchia dominante, possono diventare virali nel giro di poche ore, instillando pensieri e opinioni uniformi, che gradualmente creano l’ideologia desiderata. Questa è l’arte dell’ingegneria sociale”.

Greta Thunberg è un burattino di “We Do Not Have Time”?

Successivamente, il 6 febbraio, lo Spiegel pubblica un altro articolo, a firma del giornalista Claus Hecking, che indaga sui rapporti tra Greta Thunberg e la start-up “We Do Not Have Time”. Greta Thunberg è una marionetta in mano a dei PR?, si chiede Hecking nel titolo. Il pezzo è stato poi tradotto in inglese perché alcune parti scritte in tedesco erano state riportate in alcuni articoli svedesi in modo distorto e manipolato.

Modello per migliaia di giovani che la seguono, spiega il giornalista, Greta è considerata dai suoi avversari un personaggio artefatto, sfruttata dagli adulti per loro mire politiche e commerciali. Chi sposa queste critiche prende spunto da quanto scritto sulla sua pagina Facebook da un giornalista di affari svedese, Andreas Henriksson, secondo il quale lo sciopero scolastico non era altro che una “campagna pubblicitaria” per il nuovo libro della madre di Greta [ndr, di questo libro parla anche Cory Morningstar nell’Atto III del suo articolo], la cantante d’opera Malena Ernman, e che dietro questa campagna ci sarebbe “il PR-professionista Ingmar Rentzhog”. Il post di Henriksson è stato divulgato soprattutto dai negazionisti del cambiamento climatico e dai gruppi di destra che da allora hanno iniziato ad affermare che Greta è una marionetta in mano a lucrosi burattinai.
Effettivamente – prosegue Hecking – Rentzhog è un esperto di campagne pubblicitarie: per anni ha guidato l’agenzia Laika Consulting. È stato lui a parlare prima di Greta sul suo profilo Facebook quando la giovane attivista scioperò per la prima volta da sola di fronte al Parlamento svedese. Con i suoi post Rentzhog ha attirato l’attenzione dei media su Greta proprio nella settimana in cui sua madre, Malena Ernman, pubblicava il libro in cui parlava anche di sua figlia, della sua sindrome di Asperger e della sua lotta per il clima.
Probabilmente il protagonismo di Greta dell’attivista svedese è stato “utilizzato” da Rentzhog per attrarre investimenti e trasformare “We Do Not Have Time” in una piattaforma di social media globale per coloro che sono interessati alla protezione dell’ambiente. Alla fine del 2018, la start-up ha raccolto 13 milioni di corone svedesi dagli investitori, equivalenti a 1,25 milioni di euro. Nel prospetto degli investitori, le attività della giovane attivista sono state presentate in più occasioni. Greta era anche presente nel comitato consultivo di una fondazione affiliata alla società.
Tutto questo è sufficiente per sostenere che Greta Thunberg è un prestanome di speculatori miliardari, come sostenuto dall’articolo di Cory Morningstar e altri blog di destra?
Questa ipotesi è stata respinta anche da Henriksson che pure, con il suo post su Facebook, aveva parlato di “strane coincidenze” e aveva contribuito a diffondere l’idea che Thunberg fosse una marionetta in mano ad altri. «Sono convinto che Greta e Ingmar lavorino insieme. Ma Greta non è un pupazzetto di Rentzhog. Le persone che diffondono questo sono pazzi ed estremisti di destra», ha detto il giornalista allo Spiegel. Tuttavia, ha aggiunto il giornalista svedese, Greta non può essere nemmeno raffigurata come una santa: «È un’attivista che crede e combatte per la sua buona causa, e ho un grande rispetto per lei. Ma la vita non è così in bianco e nero come la vede lei. E dovremmo ascoltare gli scienziati del clima per una questione complessa come i cambiamenti climatici». Ma sono proprio i climatologi le figure a cui Greta chiede consulenza per i suoi discorsi, spiega Hecking nell’articolo sullo Spiegel. In particolare due dei più rinomati esperti di tutto il mondo: Kevin Anderson del Tyndall Center for Climate Change Research di Manchester, e Glen Peters, direttore della ricerca del Centro Cicero di Oslo per la ricerca sul clima.
Dal canto suo, Rentzhog ha negato risolutamente le accuse: «Non abbiamo mai pianificato lo sciopero di Greta». All’epoca dei primi tweet, il fondatore di “We Do Not Have Time” aveva conosciuto sua madre ma non aveva mai parlato con la ragazza. Aveva deciso di passare davanti al Parlamento svedese perché un’attivista ambientalista aveva annunciato in un messaggio che ci sarebbe stata un’azione di fronte al Riksdag. «Greta ha iniziato questo sciopero da sola. Poi, con la nostra piattaforma, abbiamo contribuito a dare linfa alla storia, proprio come faremmo con qualsiasi altro attivista per il clima. Questo è il nostro lavoro». Rentzhog ha aggiunto che Greta non è mai stata pagata per il suo attivismo e che lui non ha mai scritto alcun discorso per lei.
Inoltre, “We Do Not Have Time”, spiega ancora Renthzog, non ha un grande giro di affari (nel 2018, 96mila euro) e ha solo cinque impiegati a tempo pieno. L’app che dovrebbe connettere gli ambientalisti di tutto il mondo sarà pronta al massimo ad aprile.
Contattata dallo Spiegel, Greta ha dichiarato di non promuovere “We Do Not Have Time”, di non essere più indicata tra i consulenti del comitato consultivo della start-up, e che i proventi del libro dovrebbero andare tutti in beneficenza, come si legge nella prefazione.

Greta: “Faccio quel che faccio tutto gratuitamente. Sono indipendente e rappresento solo me stessa”

In un post su Facebook (qui tradotto in italiano da Fabio Alemagna), lo scorso 11 febbraio, Greta Thunberg è intervenuta per smentire i continui “pettegolezzi, bugie e costanti omissioni di fatti ormai assodati”. L’attivista svedese ha scritto di non far parte di alcuna organizzazione, di cooperare a volte con alcune ONG che lavorano sul clima e l’ambiente, continuando a essere indipendente e a rappresentare nessun altro che se stessa: “Faccio quel che faccio del tutto gratuitamente, e né io né qualcuno a me collegato abbiamo mai ricevuto alcuna somma di denaro o alcuna promessa di pagamento futuro in qualsiasi forma. E ovviamente tutto rimarrà così. Non ho incontrato un solo attivista per il clima che combatte in cambio di denaro, la sola idea è completamente assurda. Inoltre, viaggio esclusivamente col permesso della mia scuola e sono i miei genitori a pagare per i biglietti e gli alloggi”.
Greta ha poi aggiunto di essere stata per breve tempo una consulente per i giovani nel consiglio di “We Do Not Have Time” ma di aver reciso ogni legame quando è venuta a conoscenza che un altro ramo dell’organizzazione aveva usato il suo nome.
Per smentire tutte le voci sul suo conto, Greta ha voluto ricostruire alcuni passaggi che hanno portato ai suoi scioperi scolastici, partendo dagli inizi, nel maggio 2018, quando, dopo aver vinto una competizione di scrittura sul tema dell’ambiente tenuta da un quotidiano svedese, fu contattata da Bo Thorén della Fossil Free Dalsland, che aveva formato un gruppo con delle persone, in particolare dei giovani, che volevano attivarsi sulla crisi climatica.
Durante gli incontri con altri attivisti nacque l’idea dello sciopero scolastico (“qualcosa che i bambini avrebbero potuto fare nei cortili delle scuole o nelle classi”), ispirata da quanto stavano facendo gli studenti di Parkland, in Florida, dopo la strage alla Marjory Stoneman Douglas High School. “L’idea di uno sciopero mi piacque, così la sviluppai e provai a coinvolgere altri giovani, ma nessuno era davvero interessato. Pensavano che una versione svedese della marcia del movimento Zero Hour potesse avere un impatto maggiore. Così mi diedi da fare da sola e non partecipai più agli incontri”, racconta Greta che ricorda come neanche i genitori approvassero la sua decisione di non andare a scuola per manifestare: “Il 20 agosto mi sedetti all’esterno del Parlamento svedese. Distribuii volantini con una lunga lista di fatti sulla crisi climatica e spiegazioni sul perché stessi scioperando. La prima cosa che feci fu quella di postare su Twitter e Instagram quel che stavo facendo, e presto diventò virale”.

Le foto, prosegue Greta, attirarono l’attenzione dei giornalisti e fu allora che conobbe Ingmar Rentzhog: “Ci mettemmo a parlare e fece delle foto che postò su Facebook. Fu la prima volta in assoluto ad averlo incontrato e ad averci parlato. Non avevamo mai comunicato e non ci eravamo mai incontrati prima”.
Per quanto riguarda il libro pubblicato dalla sua famiglia (“Scener ur hjärtat”; ndr, “Scene dal cuore”), che racconta la storia di come lei e sua sorella Beata hanno influenzato il modo di pensare e di vedere il mondo dei suoi genitori, specialmente per quanto riguarda il clima, Greta precisa che già prima della sua pubblicazione i genitori hanno dichiarato che “gli eventuali profitti del libro sarebbero stati devoluti a 8 diverse organizzazioni benefiche che lavorano per l’ambiente, i bambini con disturbi del comportamento e i diritti degli animali”.
E per chi avesse ancora perplessità, Greta invita ad ascoltare il suo Ted Talk () dove racconta come è iniziato il suo interesse per il clima.

Per i suoi discorsi, Greta dice di chiedere suggerimenti a scienziati ed esperti. “C’è anche chi si lamenta del fatto che «parlo e scrivo come un adulto». E a questo posso solo rispondere: non pensate che una persona di 16 anni abbia la capacità di parlare per se stessa? (…) Altri dicono che io non ci posso fare comunque niente, e che sono «solo una bambina e noi non dovremmo stare a sentire i bambini». Ma questa è una cosa che si può superare facilmente: iniziate ad ascoltare la scienza, piuttosto. Perché se tutti ascoltassero gli scienziati e i fatti ai quali faccio costantemente riferimento, allora nessuno dovrebbe stare a sentire me o qualunque altro delle centinaia di migliaia di bambini di scuola che stanno scioperando per il clima nel mondo. Allora io potrò tornarmene di nuovo a scuola”.

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Scrolling on the river

Fonte della foto 

Emanuela Zaccone è Digital Entrepreneur, Co-founder e Social Media Strategist di TOK.tv. Ha oltre 7 anni di esperienza come consulente e docente in ambito Social Media Analysis e Strategy per grandi aziende, startup e università. Nel 2011 ha completato un Dottorato di Ricerca tra le università di Bologna e Nottingham con una tesi su Social Media Marketing e SocialTV. Oggi ho letto un suo articolo su Digitalic; l’ho trovato semplice e ricco di spunti, originale nel titolo oliverstoniano Natural born mobile.

Natural born mobile: tutta la nostra esperienza mobile passa dai device mobili, che contribuiscono per il 90% al traffico verso i social media. Controlliamo i nostri smartphone per tutto il giorno, per 220 minuti al giorno ad essere esatti. Ma la responsabilità di come i social influiscono sulle nostre vite è solo nostra.
Il 50% delle persone controlla il proprio smartphone subito dopo essersi svegliata, prima ancora di scendere dal letto e uno su tre utenti controlla il telefono anche durante la notte.
Lo scrolling è diventato una delle azioni più frequenti che compiamo in maniera ormai quasi inconsapevole, mentre proporzionalmente all’aumentare di tanti stimoli diminuisce la nostra capacità di attenzione. Se già nel 2000 riuscivamo a mantenere il focus per appena 12 secondi, nel 2015 siamo scesi a 8, un secondo meno della concentrazione di cui è capace un pesce rosso. Gli psicologi hanno addirittura coniato un termine – ringxiety – per la sensazione, riscontrata in un numero statisticamente significativo di persone, di sentire suonare il proprio smartphone anche quando questo di fatto è spento.
È un riflesso incondizionato, in parte dovuto al Fomo – Fear of Missing Out, cioè il timore di perdersi qualcosa e quindi l’esigenza costante di controllare email, social media e piattaforme su cui siamo presenti.
Torna prepotente un tema chiave della riflessione tecnologica di oggi: questi strumenti ci rendono peggiori o comunque peggiorano la nostra esperienza quotidiana? È una domanda errata: gli strumenti si limitano ad essere tali, è l’uso che ne facciamo a decretarne la loro influenza all’interno delle nostre vite. Tutto il resto è solo alibi, un tentativo di deresponsabilzzarci come utenti, ma anche e soprattutto come persone.
Facebook Live, la piattaforma di streaming che consente a chiunque di mostrare cosa sta succedendo intorno a sé in diretta, è una delle feature più usate ed apprezzate del social network. Eppure ha fatto parlare di sé più volte per motivi non positivi, come il fermo di polizia che lo scorso luglio è sfociato in omicidio ed è stato trasmesso live, prima volta nella storia del social media di Zuckerberg. Ad aprile 2017 Facebook Live è stato usato per minacciare e quindi compiere, mostrandolo, un omicidio a Cleveland. Facebook per contro ha reagito annunciando che aumenterà il numero di persone delegate a monitorare l’integrità dei contenuti. Probabilmente non si sarebbe potuto evitare, ma sarebbe stato possibile fare rimuovere il video in tempi più brevi se solo fosse stato segnalato immediatamente.
Ancora una volta entra dunque in gioco il vero fattore chiave della nostra riflessione: quello umano. Perché non c’è stato un numero di segnalazioni alto – quantomeno proporzionale all’indignazione poi letta sul social network – non appena il video è andato live? Abbiamo un potere elevatissimo nel palmo delle nostre mani: possiamo prenotare vacanze, pagare praticamente qualunque bene e servizio, mostrare in diretta la realtà che ci circonda, guardare film e serie TV, comunicare con il mondo, giocare e molto altro. Ogni nuova azione a cui siamo abilitati implica una maggiore responsabilizzazione: è facile delegare ai social media, ai creatori delle app che usiamo e in generale a chi crea le piattaforme che utilizziamo la totale responsabilità di come queste vengono adoperate, ma è compito di ciascuno di noi creare un ambiente positivo nella consapevolezza che interconnessione significa anche rispetto reciproco. Non solo, ma anche rispetto per se stessi: dominare il volume di eventuale disturbo che riceviamo dai nostri telefoni è compito di ognuno. Semplicemente definire quante e quali notifiche ricevere, quando spegnere gli smartphone, quando e cosa raccontare sui nostri stream social sono decisioni personali che devono essere prese nel rispetto delle abitudini di ciascuno. Un’esperienza tracciabile e che lascia tracce: siamo produttori di dati, una miniera d’oro non solo per chi ci profila in base alle nostre azioni, ma anche per l’influenza che i nostri comportamenti – e la loro osservazione – hanno nel disegno futuro delle piattaforme con cui interagiamo. I nostri schermi sono porte. Verso le nostre abitudini, interessi, scelte, connessioni. Viaggiamo attraverso esperienze quotidiane di (inter)connessione, senza sosta. Perché siamo naturalmente nati per il mobile.”

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Social: quando iniziare?

Avevo salvato questo articolo, comparso su Io donna con la firma di Valentina Ravizza, un mesetto fa. L’argomento è quello della presenza dei bambini sui social network; certo, non è approfondito, ma evidenzia alcuni aspetti importanti. Vi aggiungo anche un altro pensiero: mi diletto di fotografia da quando yashicaho 18 anni. Proprio a quel compleanno ho ricevuto in regalo la mia Yashica fx3. Uno dei tipi di scatti meno amati da me e comunque meno frequenti era l’autoscatto. Oggi si chiama selfie ed è certo una delle modalità di foto più diffuse in rete. Perché? Perché questo bisogno di fotografarsi, di filmarsi, di vedersi? E poi di condividerlo con sconosciuti? Perché quest’esigenza da parte di bambini di 8-10 anni? Perché tutte quelle foto con bocca arricciata a mandare un bacio? Perché le pose di fianco?
La maturità su Facebook, ossia l’età minima per registrarsi sul social network, si raggiunge un anno prima di quella per guidare il motorino. E presto potrebbe pure scendere. Ma siamo sicuri che uno schermo comporti meno rischi di due ruote? Se si guarda l’aspetto psicologico la risposta è no. Soprattutto se ai bambini non viene fatto alcuna lezione di “scuola guida” per aiutarli ad orientarsi online.
Perché fissare l’asticella proprio 13 anni? «Alcune strutture cerebrali si sviluppano soltanto a partire da questa età» spiega Eddy Chiapasco, psicologo e presidente del Centro studi psicologia e nuove tecnologie. Si tratta di quelle aree del cervello che ci permettono di gestire situazioni complesse: «Per esempio di renderci conto che immagini e commenti lanciati nella Rete possono ferire qualcuno e che di fronte a noi, per quanto separata da un monitor, potrebbe esserci una persona che soffre a causa delle nostre azioni».
Ma nella realtà, come svela il rapporto Social Age di Knowthenet found, più della metà dei bambini sotto i selfiedieci anni ha utilizzato social o app di messaggistica e altre stime parlano di qualcosa come cinque milioni e mezzo di bambini su Facebook. Portarli online già a sette anni, come sta cercando di fare PopJam, il nuovo social network in versione kids lanciato da Mind Candy in Gran Bretagna e Australia, potrebbe essere come lasciarli soli in una giungla insidiosa, specie se non hanno armi per difendersi. «Per i ragazzi di oggi scattare una foto e condividerla online è un automatismo. Non ci sono filtri, nemmeno tecnici, come poteva essere una volta il portare il rullino a sviluppare dal fotografo» spiega Chiapasco. A cui chiediamo quindi che strumenti servirebbero ai ragazzi: «Anzitutto la pagina Facebook va creata con i genitori, che spieghino come funziona e come gestirla». Non vale la scusa “io di tecnologia non ci capisco niente”: «I dubbi si affrontano insieme, in modo che il ragazzo, anche successivamente, sappia di poter chiedere aiuto a mamma e papà in caso di brutte esperienze».
Ma oltre ai rischi legati al texting e al cyber bullismo, più comunemente i social influiscono sulle relazioni quotidiane. «Da una parte c’è chi li vede positivamente come una chance di socializzare: un ragazzo timido nella vita reale magari non avrebbe mai il coraggio di mettersi a parlare con una compagna di classe carina, mentre in chat riesce a superare l’imbarazzo. Ma d’altra parte conosco casi di compagni di classe che su Whatsapp si raccontano fatti molto intimi mentre a scuola a malapena si rivolgono la parola. Anche qui sta a genitori e insegnanti il dovere di creare gruppi di gioco e di lavoro per promuovere la socialità reale».
In questo percorso di avvicinamento controllato alla Rete anche l’uso dei social nel contesto scolastico può essere utile: sì alla pagina Facebook di classe, no all’amicizia diretta e alle chat tra studenti e docenti. No alla distrazione continua del cellulare acceso in aula (e qui la colpa è spesso dei genitori ansiosi che chiedono ai figli di essere sempre raggiungibili), ma attenzione a non demonizzare le nuove tecnologie: «I ragazzi di oggi sono multitasking, e devono esserlo, perché la società glielo impone. C’è il rischio che siano più superficiali, forse, ma la capacità di lavorare su più cose in parallelo, se valorizzata, può anche essere positiva».
Ma all’età giusta: uno studio presentato durante l’ultimo congresso delle Pediatric Academic Societies and Asian Society for Pediatric Research ha mostrato come i bambini che giocavano con app non educative già dagli 11 mesi avevano un ritardo nello sviluppo del linguaggio. Anche perché i più piccoli sono pure i più esposti al rischio dipendenza, specie se tablet e smartphone vengono usati come babysitter. Difficile prevedere a livello scientifico se i social influiranno davvero sugli adulti di domani. Di certo stanno cambiando i bambini di oggi.”

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Un cinguettio non poi così forte

Un’intervista molto interessante condotta da Alessandro Zaccuri a Khaled Fouad Allam per Avvenire. Davvero il peso di internet nella primavera araba è stato così decisivo? Quale strada sta prendendo il processo democratico in Tunisia? Soprattutto, è vero processo democratico?

Twitter-revolution1.jpg“Dimenticatevi di Eminem. E anche di Jim Morrison, già che si siete. I giovani tunisini amano il rap, certo, ma nella sua versione araba questo genere musicale non esprime affatto la rabbia generazionale caratteristica del modello americano. Perfino il raī, frettolosamente salutato come versione mediterranea del rock politico, si colloca in realtà in una prospettiva prevalentemente locale e, di fatto, tradizionalista. Insomma, avere vent’anni a Parigi e a New York non è affatto uguale ad Avere vent’anni a Tunisi e al Cairo, come avverte fin dal titolo il nuovo saggio del sociologo Khaled Fouad Allam (Marsilio, pagine 208, euro 18). Libro documentatissimo e sorprendente, che colpisce per la lettura innovativa alla quale viene sottoposto il fenomeno delle cosiddette “Primavere arabe”. «Lo so, molto è stato scritto e pubblicato sull’argomento – ammette l’autore –, ma nel complesso si è trattato di analisi deludenti, che si limitavano ad amplificare il contenuto dei notiziari. Come se, per fare un esempio, la rivolta di piazza Tahrir nascesse lì, in quel momento. Per capire bisogna invece tornare indietro nel tempo, fino alla metà dell’Ottocento».

Bè, qualcosa si impara anche se ci si ferma agli anni Sessanta del secolo scorso, no?

«Si tratta di uno snodo decisivo. In quell’epoca i giovani dell’Occidente trovano una dimensione universale, coniando il linguaggio di una ribellione che riesce a infrangere i confini nazionali. Più ancora del Sessantotto francese, è la guerra in Vietnam a dare slancio a questa controcultura il cui eco (parlo per esperienza personale) arriva fin nelle università algerine dell’epoca».

Con quali risultati?

«Molto modesti, perché noi giovani arabi, allora, avevamo un’altra guerra a cui pensare, quella israelo-palestinese. A confronto del Vietnam, ci sembrava un conflitto minore, su scala regionale, forse addirittura etnico. Incapace, come si è dimostrato in seguito, di suscitare una controcultura degna di questo nome. Il fenomeno si sta ripetendo oggi: i ragazzi che si sono ribellati in Tunisia, in Egitto e altrove vivono in una condizione di solitudine, hanno l’impressione di non essere capiti dall’altra parte del Mediterraneo, figuriamoci se possono sperare di far arrivare la loro voce al di là dell’Atlantico».

L’opinione pubblica internazionale è davvero così distratta?

«Lo è senza dubbio quella italiana. Trovo molto grave l’insensibilità che circonda i giovani arabi che già vivono in questo Paese e che, presto o tardi, chiederanno cittadinanza. Non ci si può accontentare di un dialogo impostato solo su basi teoriche, occorre spostarsi sul piano delle scelte sociali e culturali per portare alla luce un disagio che, ora come ora, è invisibile, nascosto. A incontrarli per strada, i maghrebini sembrano uguali agli altri ragazzi: indossano i jeans, amano i videogiochi. Non viene mai considerato, purtroppo, il differenziale storico che incombe su di loro».

Eppure per le Primavere è stato fondamentale l’apporto di Internet…

«Solo se ci atteniamo alla versione corrente, che non condivido affatto. In questa fase il web non produce pensiero, si colloca nella dimensione temporale dell’immediatezza e della dilatazione, alla quale è estranea qualsiasi possibilità di sedimentazione e approfondimento. È anche per questo che nei Paesi arabi la rivolta non riesce a generare nuovi leader. Non escludo che, da qui a qualche decennio, anche la Rete sviluppi una sua profondità culturale, ma in questo frangente mi pare che la comunicazione digitale, con la sua vicinanza illusoria, continui a sancire una distanza incolmabile. Quel che manca è una riflessione sul tempo, anzi su quel “tempo nel tempo” che è il vero luogo della crescita personale».

Come mai nel libro lei torna così spesso sulla questione femminile nel mondo arabo?

«Dal mio punto di vista è il problema centrale, il crocevia di tutte le differenze che rischiano altrimenti di essere sacrificate a un’applicazione soltanto formale del concetto di democrazia. Ho voluto che, in appendice al saggio, figurasse la prima traduzione in lingua occidentale della bozza di Costituzione dello Stato del Califfato elaborata dai salafiti tunisini. Un documento impressionante che, sotto la parvenza esteriore di una Carta simile a quelle occidentali, non fa altro che sottolineare per pagine e pagine lo stesso concetto: la democrazia araba è qualcosa che si applica esclusivamente agli arabi, purché islamici e maschi. Già adesso in Egitto una donna non può accedere alla magistratura, perché altrimenti si troverebbe a emettere sentenze su imputati uomini. In quanto lingua della rivelazione, poi, l’arabo può essere insegnato solo dai musulmani».

Che pericolo vede in tutto questo?

«Nei mesi scorsi abbiamo assistito a un primo cortocircuito, per cui alle Primavere arabe ha fatto seguito l’affermazione elettorale dei fondamentalisti. Il passaggio ulteriore potrebbe consistere nella crescita esponenziale di gruppi ultraradicali, prigionieri di un passato mitico, che esiste unicamente nella loro fantasia. Il grande Islam medievale è stato tutt’altro: una stagione in cui il rispetto delle differenze e delle minoranze ha portato al costituirsi di un pensiero filosofico libero e originale».”