Scrolling on the river


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Emanuela Zaccone è Digital Entrepreneur, Co-founder e Social Media Strategist di TOK.tv. Ha oltre 7 anni di esperienza come consulente e docente in ambito Social Media Analysis e Strategy per grandi aziende, startup e università. Nel 2011 ha completato un Dottorato di Ricerca tra le università di Bologna e Nottingham con una tesi su Social Media Marketing e SocialTV. Oggi ho letto un suo articolo su Digitalic; l’ho trovato semplice e ricco di spunti, originale nel titolo oliverstoniano Natural born mobile.

Natural born mobile: tutta la nostra esperienza mobile passa dai device mobili, che contribuiscono per il 90% al traffico verso i social media. Controlliamo i nostri smartphone per tutto il giorno, per 220 minuti al giorno ad essere esatti. Ma la responsabilità di come i social influiscono sulle nostre vite è solo nostra.
Il 50% delle persone controlla il proprio smartphone subito dopo essersi svegliata, prima ancora di scendere dal letto e uno su tre utenti controlla il telefono anche durante la notte.
Lo scrolling è diventato una delle azioni più frequenti che compiamo in maniera ormai quasi inconsapevole, mentre proporzionalmente all’aumentare di tanti stimoli diminuisce la nostra capacità di attenzione. Se già nel 2000 riuscivamo a mantenere il focus per appena 12 secondi, nel 2015 siamo scesi a 8, un secondo meno della concentrazione di cui è capace un pesce rosso. Gli psicologi hanno addirittura coniato un termine – ringxiety – per la sensazione, riscontrata in un numero statisticamente significativo di persone, di sentire suonare il proprio smartphone anche quando questo di fatto è spento.
È un riflesso incondizionato, in parte dovuto al Fomo – Fear of Missing Out, cioè il timore di perdersi qualcosa e quindi l’esigenza costante di controllare email, social media e piattaforme su cui siamo presenti.
Torna prepotente un tema chiave della riflessione tecnologica di oggi: questi strumenti ci rendono peggiori o comunque peggiorano la nostra esperienza quotidiana? È una domanda errata: gli strumenti si limitano ad essere tali, è l’uso che ne facciamo a decretarne la loro influenza all’interno delle nostre vite. Tutto il resto è solo alibi, un tentativo di deresponsabilzzarci come utenti, ma anche e soprattutto come persone.
Facebook Live, la piattaforma di streaming che consente a chiunque di mostrare cosa sta succedendo intorno a sé in diretta, è una delle feature più usate ed apprezzate del social network. Eppure ha fatto parlare di sé più volte per motivi non positivi, come il fermo di polizia che lo scorso luglio è sfociato in omicidio ed è stato trasmesso live, prima volta nella storia del social media di Zuckerberg. Ad aprile 2017 Facebook Live è stato usato per minacciare e quindi compiere, mostrandolo, un omicidio a Cleveland. Facebook per contro ha reagito annunciando che aumenterà il numero di persone delegate a monitorare l’integrità dei contenuti. Probabilmente non si sarebbe potuto evitare, ma sarebbe stato possibile fare rimuovere il video in tempi più brevi se solo fosse stato segnalato immediatamente.
Ancora una volta entra dunque in gioco il vero fattore chiave della nostra riflessione: quello umano. Perché non c’è stato un numero di segnalazioni alto – quantomeno proporzionale all’indignazione poi letta sul social network – non appena il video è andato live? Abbiamo un potere elevatissimo nel palmo delle nostre mani: possiamo prenotare vacanze, pagare praticamente qualunque bene e servizio, mostrare in diretta la realtà che ci circonda, guardare film e serie TV, comunicare con il mondo, giocare e molto altro. Ogni nuova azione a cui siamo abilitati implica una maggiore responsabilizzazione: è facile delegare ai social media, ai creatori delle app che usiamo e in generale a chi crea le piattaforme che utilizziamo la totale responsabilità di come queste vengono adoperate, ma è compito di ciascuno di noi creare un ambiente positivo nella consapevolezza che interconnessione significa anche rispetto reciproco. Non solo, ma anche rispetto per se stessi: dominare il volume di eventuale disturbo che riceviamo dai nostri telefoni è compito di ognuno. Semplicemente definire quante e quali notifiche ricevere, quando spegnere gli smartphone, quando e cosa raccontare sui nostri stream social sono decisioni personali che devono essere prese nel rispetto delle abitudini di ciascuno. Un’esperienza tracciabile e che lascia tracce: siamo produttori di dati, una miniera d’oro non solo per chi ci profila in base alle nostre azioni, ma anche per l’influenza che i nostri comportamenti – e la loro osservazione – hanno nel disegno futuro delle piattaforme con cui interagiamo. I nostri schermi sono porte. Verso le nostre abitudini, interessi, scelte, connessioni. Viaggiamo attraverso esperienze quotidiane di (inter)connessione, senza sosta. Perché siamo naturalmente nati per il mobile.”

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