iGen, generazione in rovina?

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Gli smartphone con i loro social stanno rovinando o hanno rovinato una generazione? Questa domanda e le relative risposte sono al centro di questo articolo pubblicato oggi su Il Post.
“Jwan M. Twenge, docente di psicologia all’Università di San Diego, ha scritto per l’Atlantic un articolo molto complesso e discusso che analizza l’uso e le conseguenze degli smartphone e dei social media da parte degli e delle adolescenti. Il pezzo riprende i contenuti un recente libro di Twenge, è documentato, cita diverse ricerche e, sebbene con una certa cautela, arriva a conclusioni piuttosto preoccupanti: non è un’esagerazione, dice la studiosa, descrivere gli adolescenti di oggi come sull’orlo della peggiore crisi di salute mentale degli ultimi decenni, e non è un’esagerazione ipotizzare che gran parte di questa situazione possa essere ricondotta ai loro telefonini. L’articolo, sia per i contenuti che per la parzialità del metodo, è stato però anche molto contestato e criticato.
Twenge precisa che lo scopo dei suoi studi non è cedere alla nostalgia per un mondo in cui le cose erano differenti, ma capire come sono le cose ora: alcuni cambiamenti sono positivi, alcuni sono negativi, e molti sono entrambe le cose insieme. Twenge racconta di aver studiato e lavorato molto sulle differenze tra generazioni e che, tipicamente, le caratteristiche che definiscono un gruppo di persone nate in un determinato periodo appaiono per gradi e lungo un continuum. I cosiddetti “Millennials”, di cui fa parte chi è nato tra la metà degli anni Ottanta e i primi anni del Duemila, sono considerati per esempio una generazione individualista: ma questa caratteristica era cominciata a comparire già all’epoca dei “Baby Boomers”, i nati dopo la Seconda guerra mondiale, e della “Generazione X” degli anni Sessanta e Ottanta. I grafici delle ricerche di Twenge sulle tendenze delle diverse generazioni avevano dunque curve ascendenti e discendenti morbide e graduali. Almeno finora.
Quando Twenge ha iniziato a studiare la generazione di Athena, una 13enne che vive a Houston, Texas, e che le ha spiegato di aver trascorso la maggior parte della propria estate da sola in camera in chat con i propri amici, la studiosa ha notato degli spostamenti bruschi e dei picchi nelle tendenze dei propri grafici: molte delle caratteristiche distintive della generazione dei Millenials stavano scomparendo. Twenge dice di non aver mai visto niente di simile e che i cambiamenti non erano solo di grado, ma anche di natura. La differenza più grande tra i Millennials e i loro predecessori era nel modo di considerare il mondo; gli adolescenti di oggi si differenziano dai Millennials non solo per i nuovi punti di vista ma anche per come trascorrono il tempo: le esperienze che hanno nella loro quotidianità sono radicalmente diverse rispetto a quelle della generazione che li ha preceduti.
Twenge si occupa degli adolescenti americani, ma riscontra tendenze e abitudini che – in misure diverse, ovviamente – esistono in molti contesti e città occidentali, e in cui probabilmente molti genitori di adolescenti europei riconosceranno almeno in parte i propri figli. L’anno in cui sono avvenuti questi cambiamenti così significativi, secondo Twenge, è il 2012: c’entra probabilmente la grande recessione, dice, cioè la crisi economica mondiale iniziata nel 2007 e terminata circa due anni dopo, ma il 2012 è stato soprattutto l’anno in cui la percentuale di statunitensi che avevano uno smartphone ha superato il 50 per cento. A chi è nato tra il 1995 e il 2012 Twenge ha dato quindi un nome: iGen. Sono gli adolescenti che sono cresciuti possedendo uno smartphone, che avevano un account Instagram prima di iniziare la scuola superiore e che non si ricorda un tempo prima di Internet. I Millennials si sono formati con una grande familiarità con la tecnologia digitale che, però, non è mai stata presente nelle loro vite a un livello così elevato, cioè in ogni momento, giorno e notte.
Secondo Twenge le conseguenze della cosiddetta “età degli schermi” vengono spesso sottovalutate. Ci si concentra molto su specifici aspetti, per esempio la riduzione dell’attenzione, ma la diffusione degli smartphone ha invece cambiato radicalmente ogni aspetto delle vite degli adolescenti, dalla natura delle loro relazioni sociali alla loro salute mentale. E questi cambiamenti, dice la studiosa, riguardano tutti i giovani americani, a prescindere da dove vivano, in ogni tipo di famiglia: coinvolgono le persone benestanti e quelle non benestanti, quelle di ogni etnia, che vivono nelle città oppure nelle periferie. Anche quando in passato un evento significativo ha svolto un ruolo fondamentale ed estremo nella formazione e nella crescita di un gruppo di giovani, per esempio una guerra, non è mai accaduto prima che un singolo fattore definisse un’intera generazione e che avesse conseguenze così pervasive: «Ci sono prove convincenti che i dispositivi che abbiamo messo nelle mani dei giovani stiano avendo profondi effetti sulla loro vita e li rendano gravemente infelici».
Gli iGen, scrive Twenge, si sentono più a loro agio in camera loro che in una macchina o a una festa, nonostante siano più sicuri e informati rispetto al passato: hanno meno probabilità di fare un incidente automobilistico rispetto ai loro omologhi del passato, per esempio, e sono più a conoscenza dei rischi dell’alcol. Da un punto di vista psicologico, però, sono più vulnerabili rispetto ai Millennials. La prima caratteristica degli iGen è che la ricerca dell’indipendenza, così potente nelle generazioni precedenti, è meno forte. La patente di guida, simbolo di libertà inscritto nella cultura popolare americana, ha perso il proprio appeal: quasi tutti i Baby Boomers avevano la patente di guida pochi mesi dopo il compimento dell’età necessaria; oggi in America più di un adolescente su quattro non ha la patente alla fine della scuola superiore. Sono madri e padri ad accompagnare i figli a scuola o altrove, e dalle ricerche emerge che la patente viene descritta dagli adolescenti come qualcosa che importa soprattutto ai loro genitori, un concetto «impensabile per le generazioni precedenti», commenta Twenge.
È diminuita anche la percentuale di chi ha una frequentazione sentimentale: parte del corteggiamento avviene attraverso le chat e non è detto che poi si arrivi a un incontro reale. Nel 2015 solo il 56 per cento di chi frequenta l’ultimo anno delle scuole superiori ha avuto degli appuntamenti, mentre tra i Baby Boomers e i membri della Generazione X la percentuale era pari a circa l’85 per cento. Questo ha ovviamente delle conseguenze sulla vita sessuale degli iGen: secondo i dati citati da Twenge, i quindicenni che hanno una vita sessualmente attiva sono diminuiti del 40 per cento rispetto al 1991 e l’adolescente medio di oggi ha fatto sesso per la prima volta circa un anno dopo rispetto alla media di chi appartiene alla Generazione X.
Nelle generazioni precedenti, poi, gli adolescenti lavoravano di più in estate o nel tempo libero, desiderosi di finanziare la loro libertà: in questo erano stimolati anche dalle famiglie, che volevano insegnare loro il valore del denaro e la sua gestione. Gli adolescenti iGen invece non lavorano: alla fine degli anni Settanta, il 77 per cento dei ragazzi dell’ultimo anno delle scuole superiori aveva una qualche occupazione, entro la metà del 2010 la percentuale si è abbassata al 55 per cento e ora il numero è diminuito ancora. La tendenza a ritardare l’entrata nell’età adulta era già in atto anche nelle generazioni precedenti, dice Twenge, ma ciò che caratterizza gli iGen è in particolare il ritardo dell’inizio dell’adolescenza: i ragazzi che oggi hanno 18 anni agiscono come dei quindicenni e quelli di quindici anni sono più simili a dei ragazzini di tredici anni. L’infanzia si è cioè estesa. Perché, si chiede la studiosa, gli adolescenti di oggi aspettano più a lungo ad assumersi sia le responsabilità che i piaceri dell’età adulta?
I cambiamenti culturali, l’economia e il rapporto con la famiglia hanno certamente un ruolo: l’istruzione superiore è considerata più importante di trovarsi presto un lavoro, i genitori sono inclini a incoraggiare i loro figli a rimanere a casa e a studiare piuttosto che a cercarsi un’occupazione part-time e gli adolescenti, a loro volta, sembrano soddisfatti di questo accordo, «non perché siano particolarmente studiosi ma perché la loro vita sociale è vissuta sul telefono. Non hanno bisogno di lasciare la casa per trascorrere del tempo con i loro amici». I dati dicono che gli adolescenti iGen hanno più tempo libero rispetto agli adolescenti della generazione precedente. «E che cosa fanno con tutto quel tempo?» si chiede Twenge: «Sono al telefono, nella loro stanza». Si potrebbe allora pensare che gli adolescenti passino così tanto tempo in questi nuovi spazi virtuali perché questo li rende felici, ma la maggior parte dei dati suggerisce che non è così.
Nel suo articolo Twenge cita diverse ricerche. Una ha che fare con il tempo del sonno e dice che dal 2012 le ore dedicate dagli adolescenti al dormire sono diminuite: usare il telefonino per diverse ore e anche subito prima di andare a letto ha conseguenze sulla quantità ma anche sulla qualità del riposo, e dormire poco e male ha a sua volta conseguenze sia fisiche che psicologiche. Da un’altra ricerca citata risulta che tutte le attività svolte davanti a uno schermo siano legate a una minore felicità e che tutte le attività alternative siano associate invece a una maggiore felicità. Le indagini riportate da Twenge dicono poi che più i ragazzi passano il tempo guardando uno schermo, più probabilità hanno di segnalare sintomi di depressione e di presentare maggiori fattori di rischio di suicidio (dal 2007 il tasso di omicidio tra adolescenti è diminuito, ma è aumentato quello dei suicidi: gli adolescenti hanno cioè iniziato a trascorrere meno tempo insieme ed è dunque diminuita la probabilità che si uccidano tra loro, spiega, ma è aumentata la probabilità che si facciano del male da soli): «Nel 2011, per la prima volta in 24 anni, il tasso di suicidio tra adolescenti era superiore al tasso di omicidio sempre fra persone della stessa età».
Naturalmente, precisa Twenge, queste analisi non dimostrano inequivocabilmente che il tempo passato davanti a uno schermo causi infelicità: è possibile infatti che gli adolescenti infelici spendano più tempo in rete e la studiosa, nel proprio articolo, ribadisce che è difficile comprendere con esattezza cosa venga prima e cosa dopo, cioè tracciare con precisione i nessi di causalità. Gli smartphone potrebbero causare la mancanza di sonno che porta alla depressione, o i cellulari potrebbero causare la depressione che porta alla mancanza di sonno. Ma cita un altro esperimento a cui sono stati sottoposti degli studenti del college con un account Facebook che sembra confermare la prima ipotesi, e cioè la sua tesi: per due settimane agli studenti sono stati inviati dei link cinque volte al giorno e loro dovevano rendere conto dello stato d’animo al momento della ricezione e di quanto avessero usato Facebook a partire da quei link. Più avevano usato Facebook, più segnalavano il loro stato d’animo come infelice. Il contrario però non valeva: il sentimento di infelicità non determinava cioè un maggior uso di Facebook.
Twenge scrive che «la depressione e il suicidio hanno molte cause» e che «troppa tecnologia non è chiaramente l’unica». Introduce però un concetto: poiché nell’età degli schermi è tutto documentato, lo è anche ogni occasione di ritrovo o aggregazione. Di conseguenza è aumentato il numero degli adolescenti che si sentono esclusi da quei momenti. Al sentimento di esclusione si unisce poi un’altra preoccupazione: la ricerca costante e ossessiva dell’approvazione tramite commenti, like e cuoricini vari. L’aspettativa dell’approvazione è diventata quotidiana e puntuale e questo genera ansia e un nuovo peso a cui l’adolescente è costantemente sottoposto. Questo vale soprattutto per le ragazze. I sintomi depressivi dei maschi sono aumentati del 21 per cento dal 2012 al 2015, mentre tra le giovani donne sono aumentati del 50 per cento, più del doppio. Twenge parla di una possibile spiegazione che ha a che fare con le modalità con cui i maschi e le femmine esprimono la loro aggressività o le loro reazioni di dissenso: i ragazzi tendono a scontrarsi fisicamente, mentre le ragazze hanno maggiori probabilità di farlo influenzando lo status sociale o le relazioni della persona con cui sono in contrasto in quel momento. I social media offrono quindi alle ragazze uno strumento perfetto su cui mettere in pratica lo stile di aggressione e di dissenso che favoriscono, potendo denigrare ed escludere altre ragazze 24 ore su 24.
Alla fine del suo articolo Twenge dice di rendersi conto che la limitazione della tecnologia potrebbe essere una richiesta irrealistica da imporre a una generazione di bambini e di ragazzini abituati ad essere sempre online, ma raccomanda anche che il semplice invito a un uso più responsabile e moderato della tecnologia potrebbe essere molto più necessario e importante di quanto non si possa pensare.
L’articolo di Twenge ha ricevuto diverse critiche. Su Psychology Today, mensile di psicologia pubblicato negli Stati Uniti, si dice innanzitutto che la studiosa ha scelto di citare solamente le ricerche che supportano la sua tesi e che ha tralasciato invece le indagini che hanno portato a risultati differenti: e che dicono, per esempio, che stare davanti a uno schermo non sia direttamente associato a depressione e solitudine, o che suggeriscono che l’uso attivo dei social media sia legato a risultati positivi come la resilienza. Ci sono poi studi che mostrano come la tecnologia possa sviluppare l’intelligenza, la produttività e la “coscienza ambientale”, e che mostrano come per un adolescente sia fondamentale connettersi con i suoi simili in tutto il mondo per condividere interessi, facendolo sentire incluso in una rete sociale piena di significato. Gli studi ripresi da Twenge si basano poi su metodi correlazionali che indagano cioè la misura in cui due determinati eventi o variabili sono in relazione tra loro. Questi metodi si occupano dunque dell’associazione tra i fenomeni senza stabilire se uno sia la causa dell’altro: lo precisa la stessa Twenge che però, ed è questa la critica, arriva in alcuni punti del suo pezzo a trarre da queste stesse ricerche delle conseguenze definitive.
Gli studi ripresi da Twenge sono poi troppo generali, dice chi la critica: ignorano in gran parte i contesti sociali e le differenze tra quelle stesse persone che stanno cercando di analizzare. L’uso dello schermo e la sua associazione con il benessere psicologico cambia invece in base a una moltitudine di variabili sia di contesto che personali e di questo non viene dato conto. Infine: il bias, cioè le deviazioni dai valori medi che fanno parte delle ricerche citate da Twenge sono scartate o riportate di passaggio come parte irrilevante della tesi che lei intende sostenere. Eppure si dice nel suo stesso pezzo che questa generazione ha il tasso di abuso di alcol, di gravidanze in giovane età, di sesso non protetto, di fumo e di incidenti automobilistici più basso rispetto a quello delle generazioni precedenti. Secondo Psychology Today questa non sembra esattamente la descrizione di una generazione distrutta.
In altri articoli di commento al pezzo dell’Atlantic si dice che è eccessivamente allarmistico e si citano dei dati (per esempio quelli che hanno a che fare con l’indice di felicità degli adolescenti) che o non mostrano una situazione di urgenza o che sono anzi in contrasto con quelli considerati da Twenge. La studiosa pone delle questioni fondamentali, si dice, ed è vero: ma è proprio per questo che è necessario essere molto attenti a trarre le giuste conclusioni. Inoltre, secondo i critici, Twenge non affronta alcune questioni importanti: non cita per esempio il fatto che la diffusione degli smartphone e dei social network ha riguardato negli anni Duemila sì gli adolescenti ma anche le persone più adulte, compresi i genitori di quegli stessi adolescenti.
Si suggerisce dunque di non “incolpare la tecnologia”, ma di cominciare a considerare un’altra spiegazione possibile per la condizione degli adolescenti di oggi: il disimpegno e la distrazione dei genitori stessi o, come è stata definita in alcuni studi di psicologia, la cosiddetta “genitorialità minima”. Questo offrirebbe una spiegazione alla crisi di indipendenza degli adolescenti di cui scrive Twenge. Promuovere l’indipendenza comporta infatti tempo e fatica da parte dei genitori e il lavoro di incoraggiamento a un comportamento positivo è altrettanto importante di quello che ha a che fare con la punizione di un comportamento negativo. Alcuni esperimenti di psicologia mostrano però che quando i genitori sono distratti è proprio l’incoraggiamento a risentirne, più che il controllo.
Su Slate, Lisa Guernsey – che si occupa di politiche educative e nuove tecnologie per il think tank New America – spiega che la strada suggerita da Twenge (togliere gli smartphone ai propri figli e suggerire loro di tornare nel 1985) sembra impossibile da praticare e che, d’altra parte, nemmeno l’atteggiamento del “lasciar fare” sembra essere promettente. Trovare una terza soluzione sembra fondamentale e può significare, tra le altre cose, ampliare le ricerche per avere una maggiore conoscenza dei dati e dei fenomeni e, soprattutto, «parlare con i nostri ragazzi».”

Scrolling on the river

Fonte della foto 

Emanuela Zaccone è Digital Entrepreneur, Co-founder e Social Media Strategist di TOK.tv. Ha oltre 7 anni di esperienza come consulente e docente in ambito Social Media Analysis e Strategy per grandi aziende, startup e università. Nel 2011 ha completato un Dottorato di Ricerca tra le università di Bologna e Nottingham con una tesi su Social Media Marketing e SocialTV. Oggi ho letto un suo articolo su Digitalic; l’ho trovato semplice e ricco di spunti, originale nel titolo oliverstoniano Natural born mobile.

Natural born mobile: tutta la nostra esperienza mobile passa dai device mobili, che contribuiscono per il 90% al traffico verso i social media. Controlliamo i nostri smartphone per tutto il giorno, per 220 minuti al giorno ad essere esatti. Ma la responsabilità di come i social influiscono sulle nostre vite è solo nostra.
Il 50% delle persone controlla il proprio smartphone subito dopo essersi svegliata, prima ancora di scendere dal letto e uno su tre utenti controlla il telefono anche durante la notte.
Lo scrolling è diventato una delle azioni più frequenti che compiamo in maniera ormai quasi inconsapevole, mentre proporzionalmente all’aumentare di tanti stimoli diminuisce la nostra capacità di attenzione. Se già nel 2000 riuscivamo a mantenere il focus per appena 12 secondi, nel 2015 siamo scesi a 8, un secondo meno della concentrazione di cui è capace un pesce rosso. Gli psicologi hanno addirittura coniato un termine – ringxiety – per la sensazione, riscontrata in un numero statisticamente significativo di persone, di sentire suonare il proprio smartphone anche quando questo di fatto è spento.
È un riflesso incondizionato, in parte dovuto al Fomo – Fear of Missing Out, cioè il timore di perdersi qualcosa e quindi l’esigenza costante di controllare email, social media e piattaforme su cui siamo presenti.
Torna prepotente un tema chiave della riflessione tecnologica di oggi: questi strumenti ci rendono peggiori o comunque peggiorano la nostra esperienza quotidiana? È una domanda errata: gli strumenti si limitano ad essere tali, è l’uso che ne facciamo a decretarne la loro influenza all’interno delle nostre vite. Tutto il resto è solo alibi, un tentativo di deresponsabilzzarci come utenti, ma anche e soprattutto come persone.
Facebook Live, la piattaforma di streaming che consente a chiunque di mostrare cosa sta succedendo intorno a sé in diretta, è una delle feature più usate ed apprezzate del social network. Eppure ha fatto parlare di sé più volte per motivi non positivi, come il fermo di polizia che lo scorso luglio è sfociato in omicidio ed è stato trasmesso live, prima volta nella storia del social media di Zuckerberg. Ad aprile 2017 Facebook Live è stato usato per minacciare e quindi compiere, mostrandolo, un omicidio a Cleveland. Facebook per contro ha reagito annunciando che aumenterà il numero di persone delegate a monitorare l’integrità dei contenuti. Probabilmente non si sarebbe potuto evitare, ma sarebbe stato possibile fare rimuovere il video in tempi più brevi se solo fosse stato segnalato immediatamente.
Ancora una volta entra dunque in gioco il vero fattore chiave della nostra riflessione: quello umano. Perché non c’è stato un numero di segnalazioni alto – quantomeno proporzionale all’indignazione poi letta sul social network – non appena il video è andato live? Abbiamo un potere elevatissimo nel palmo delle nostre mani: possiamo prenotare vacanze, pagare praticamente qualunque bene e servizio, mostrare in diretta la realtà che ci circonda, guardare film e serie TV, comunicare con il mondo, giocare e molto altro. Ogni nuova azione a cui siamo abilitati implica una maggiore responsabilizzazione: è facile delegare ai social media, ai creatori delle app che usiamo e in generale a chi crea le piattaforme che utilizziamo la totale responsabilità di come queste vengono adoperate, ma è compito di ciascuno di noi creare un ambiente positivo nella consapevolezza che interconnessione significa anche rispetto reciproco. Non solo, ma anche rispetto per se stessi: dominare il volume di eventuale disturbo che riceviamo dai nostri telefoni è compito di ognuno. Semplicemente definire quante e quali notifiche ricevere, quando spegnere gli smartphone, quando e cosa raccontare sui nostri stream social sono decisioni personali che devono essere prese nel rispetto delle abitudini di ciascuno. Un’esperienza tracciabile e che lascia tracce: siamo produttori di dati, una miniera d’oro non solo per chi ci profila in base alle nostre azioni, ma anche per l’influenza che i nostri comportamenti – e la loro osservazione – hanno nel disegno futuro delle piattaforme con cui interagiamo. I nostri schermi sono porte. Verso le nostre abitudini, interessi, scelte, connessioni. Viaggiamo attraverso esperienze quotidiane di (inter)connessione, senza sosta. Perché siamo naturalmente nati per il mobile.”

Far west, far web

post truth
Immagine tratta da The Norwich Radical

Un interessante articolo di Damiano Greco sulla necessità di una nuova educazione all’informazione. La fonte è Eastwest.
Esattamente come avviene nella società offline, anche all’interno della collettività online non possiamo e non dobbiamo esimerci dalle nostre responsabilità e doveri inderogabili, sia di natura etico-morale che di tipo costituzionale. Questi vincoli nell’attuale contesto digitale devono essere tradotti in condivisioni, commenti e cinguettii virtuosi, norme che devono essere garantite nella dimensione virtuale come lo sono già in quella reale.
Come sosteneva Bauman – compianto sociologo e filosofo della “società liquida” – solo la convivenza tra questi due mondi potrà garantire all’individuo e alla società una condizione di vita sana e sostenibile. Il nuovo ecosistema comunicativo diviene “Onlife”, attraverso una connessione costante, fusione tra questi due mondi, prendendo le redini di assetti consolidati dunque, facendo assumere ai nuovi attori della sfera pubblica – i cittadini-utenti – il ruolo di protagonisti indiscussi, mentre la nuova moneta di scambio viene rappresentata dalla visibilità, bramata e inseguita da quest’ultimi. Gli attori sociali si ritrovano dunque costretti a prendere parte ad una tragicomica competizione per la notorietà e lo status, cercando, proprio come le merci in vendita negli scaffali, di rendersi particolarmente attraenti agli occhi degli altri utenti se intendono sentirsi parte della società in cui vivono, tenendo costantemente aggiornata la propria identità digitale attraverso i diversi social network, divenendo pertanto un vero e proprio obbligo sociale. Riformulando in salsa 2.0 la consapevolezza di “sé stesso” attraverso la celebre citazione e intuizione di Cartesio: “Condivido, dunque sono”.
Viviamo d’altra parte nell’epoca della post-verità, basata sull’emotività e convincimenti personali a discapito di dati oggettivi, il superamento dell’attendibilità raggiunge il punto di non ritorno nel momento della perdita di consapevolezza dell’importanza obiettiva dell’autenticità dei fatti. L’ascesa della Post-Truth, entrata con forza nella nostra quotidianità non deve essere sottovalutata, i pericoli rappresentati dall’illusione della conoscenza rischiano seriamente di depotenziare la qualità già fragile dell’attuale arena mediatica, in tale contesto le notizie che dovrebbero seguire rigidi parametri tecnico-scientifici, vengono lasciate in balia di bugie facili e rassicuranti, all’interno di questa cornice troviamo come sempre il complesso rapporto tra lo Stato ed il cittadino, tra la collettività e l’individuo, in una sorta di cinica interdipendenza dominata dal caos. Una valanga di notizie travolge la Rete e con essa i cittadini-utenti, incapaci di effettuare una scelta autonoma si affidano al trend del momento, vulnerabili e fragili divengono il ventre molle del web, trovandosi portatori inconsapevoli di ideologie fasulle che paradossalmente si scontrano con convinta presunzione contro il mondo della competenza e istruzione. Annamaria Tesla su Internazionale scrive che oggi il 44% della popolazione si “informa” tramite Facebook, il social network più famoso al mondo attraverso dei complessi algoritmi tenderebbe inoltre a creare delle “camere dell’eco” in grado di far rimbalzare ripetutamente la “balla” all’interno del web, questa senza trovare alcuna opposizione diverrebbe in fine reale.
Ma com’è potuto accadere? Quando i lettori-utenti hanno iniziato a credere al populismo spicciolo e alle menzogne dei politici perdendo la fiducia nei vari professionisti, giornalisti, editori? In realtà come afferma Riccardo Luna in “Bufale, Post-Verità e il Futuro del Giornalismo”, tutto ciò non rappresenta una novità: “…E’ sempre accaduto che le persone si facessero una idea “sui titoli dei giornali”. Senza leggere gli articoli. E quindi per decenni l’opinione pubblica si è formata più sui titoloni che sulla realtà. Scandalizzarsi ora vuol dire non avere memoria. Ma adesso questa cosa ha dentro il motore potentissimo della rete”. In tal senso, nella lotta contro la diffusione delle “fake news” si stanno iniziando a muovere i primi timidi passi, ad esempio in Germania è stata annunciata una proposta di legge finalizzata a multare le piattaforme social nel momento in cui non provvedano a rimuovere contenuti hate speech in grado di incitare all’odio.
Cosa fare al riguardo? Come è noto il flusso informativo per poter funzionare correttamente richiede cittadini “illuminati”, porre l’accento sull’istruzione e la promozione delle scienze risulta essere ancora oggi molto importante, ma la vera priorità dei nostri tempi è insegnare a comprendere la realtà del mondo iperconnesso di oggi con i suoi elevatissimi collegamenti, il forte impatto tecnologico e la velocità innovativa degli attuali canali comunicativi, a cui sono inesorabilmente legate le nuove generazioni, rischia seriamente di impedire a quest’ultime di poter raggiungere e comprendere l’attuale contesto sociale, ma di arrivarci con grande affanno e confusione, favorendo sempre più la divisione a serio discapito del progresso socio-culturale. La conoscenza dunque, deve rappresentare ancora una risorsa, ma deve essere accompagnata dalla consapevolezza degli effetti che può avere ad esempio, una condivisione estrapolata all’interno della nostra filter bubble – bolla di informazioni creata appositamente da Facebook finalizzata a compiacere le nostre esigenze – e postata con troppa superficialità, senza prima aver appurato le fonti della notizia attraverso una ricerca metodica e ponderata, il post rischia di divenire virale innescando una escalation pericolosa e difficilmente inquadrabile.
I canali divulgativi, una volta saldamente in mano alle istituzioni, vengono oggi veicolati e orientati dagli influencer, in grado con il loro peso mediatico, di indirizzare opinioni e atteggiamenti ed infine per consolidare o meno il consenso ad un candidato in vista di un confronto politico. Nella definizione di Mazzoleni (1998) la comunicazione politica veniva descritta come “il prodotto dello scambio fra i tre attori dello spazio pubblico, ossia tra sistema politico, sistema dei media e cittadini-elettori…”, se in passato dunque individuavamo un netto sbilanciamento a favore dell’interazione tra i primi due attori – il sistema politico e i media – ponendo di fatto il terzo attore ad uno ruolo di mero spettatore all’interno della comunicazione politica, oggi la centralità dei New Media impone una visione differente, dove troviamo il cittadino-utente assumere un peso sempre più rilevante, in grado di comunicare attraverso un nuovo linguaggio eterogeneo e complesso, ridisegnando di fatto l’arena del confronto politico. Appare chiaro che i Governi non sono più in grado di gestire adeguatamente le attuali problematiche, l’unica strada percorribile prima di scatenare scontri civili senza una via di ritorno, viene rappresentata dalla necessità di far assumere ai cittadini-utenti una maggiore coscienza, ponendoli in condizione di organizzarsi e di poter gestire i propri processi e le proprie risorse, riunendoli sotto un’unica tenda, quella che riporta in alto la scritta “Empowerment”. La società civile digitale non solo dovrebbe incentivare questi principi ma addirittura prendersene carico nella loro totalità. Si necessita una nuova educazione all’informazione, un luogo di incontro e confronto di processi individuali e collettivi coordinati da una forma di divulgazione responsabile. Il mondo ha bisogno di giornalisti scrupolosi e di lettori vigili e attenti. Con la speranza che un giorno si potrà guardare indietro negli anni ripensando a questo periodo caotico definendolo goliardicamente come il “Vecchio Far Web”.”

Ridefiniamo le libertà

freedom-of-the-press-2048561_1920.jpgE’ un articolo piuttosto lungo: parla della Serbia, ma gli spunti di riflessione che offre in merito all’utilizzo politico e sociale di internet sono validi per qualsiasi realtà. L’intervista è di Rossella Vignola per l’Osservatorio Balcani Caucaso e Transeuropa.
Il 12 marzo scorso, nel giorno in cui si celebrava il 28° compleanno di internet, Tim Berners-Lee, co-inventore del web, ha pubblicato sul sito della World Wide Web Foundation una lettera aperta su come internet stia evolvendo e ha espresso le sue preoccupazioni su alcune tendenze che, secondo l’autore, stanno tradendo la promessa originaria di internet come di uno spazio aperto, plurale e democratico dove tutti possono condividere informazioni e collaborare senza frontiere. Nella sua lettera ha citato tre sfide principali: in primo luogo, il modello di business dominante fondato sull’offerta di contenuti gratuiti in cambio di dati personali, gestiti in modo proprietario e opaco da pochi giganti del web (Facebook, Google, etc.); secondo, la diffusione della disinformazione spinta da algoritmi che attingono dai nostri dati personali; terzo, la crescente complessità del marketing politico che rende possibile campagne elettorali in grado di raggiungere milioni di elettori con messaggi personalizzati.
Se, soprattutto dopo le ultime elezioni americane, l’impatto di queste tecnologie sui risultati elettorali è oggetto di dibattito, ciò che è certo è che esse stanno contribuendo a cambiare il concetto stesso di sfera pubblica e le modalità di costruzione del consenso. Ne abbiamo parlato con Vladan Joler, direttore di SHARE Foundation , organizzazione di Novi Sad che monitora le tendenze del web e le violazioni dei diritti digitali nello spazio virtuale serbo.
La Share Foundation è stata fondata nel 2012 con l’obiettivo di proteggere i diritti digitali, la privacy, la libertà di espressione, la trasparenza, i diritti umani e contrastare la sorveglianza nella sfera digitale…
Abbiamo iniziato organizzando il più grande raduno di attivisti internet della regione, ma ci siamo subito resi conto che con un singolo evento e senza una base solida di competenze forti e variegate, dalla ricerca, all’advocacy al policy making, non eravamo in grado di affrontare una serie crescente di questioni che erano molto importanti per noi. Abbiamo così concepito il passaggio dall’essere un gruppo di attivisti ad un gruppo di esperti. Attualmente il nostro team è composto da avvocati, giornalisti, tecnologi ed esperti di informatica forense e analisi dei dati.
Gli attacchi online ai media digitali, ai giornalisti, agli attivisti sono sempre più frequenti nella sfera digitale in Serbia. Ci può spiegare come si è evoluto il fenomeno negli ultimi anni?
In Serbia, con poche eccezioni, da tempo i media mainstream sono utilizzati come strumenti per fare politica. Questo ha fatto di internet uno dei pochi canali dove il giornalismo indipendente poteva trovare espressione. Insieme alla crescita della popolarità e della rilevanza dei media digitali e dei siti di giornalismo partecipativo, negli ultimi anni sono aumentati anche gli attacchi contro di essi. Questi attacchi vanno dalla pressione alle minacce a veri e propri attacchi informatici.
Questi ultimi sono diventati visibili come fenomeno sociale nel 2014 e sono presenti ancora oggi. Nel giro di tre anni si sono evoluti passando da comuni attacchi DDos [Distributed Denial of Service, NdT] a più sofisticati meccanismi per hackerare e intercettare le comunicazioni digitali. Oggi, gli attacchi cibernetici non sono così frequenti come lo erano due o tre anni fa, ma riaffiorano in modo mirato quando serve. Ad esempio durante le campagne elettorali, quando ci sono proteste, o altri fenomeni sociali di massa.
Quali sono stati i casi più rilevanti e che hanno sollevato più dibattito in Serbia?
I casi più rilevanti degli ultimi anni sono stati casi di attacchi informatici. Per esempio il popolare portale di notizie pescanik.net ha subito numerosi attacchi, in particolare nell’estate del 2014 dopo che un gruppo di giovani ricercatori aveva pubblicato un articolo che spiegava come il ministro degli Interni avesse plagiato la loro tesi di dottorato. In quella circostanza il sito rimase sotto attacco restando a lungo inaccessibile, per poi essere colpito ancora una volta dopo che gli stessi autori avevano pubblicato un nuovo articolo sul supervisore che aveva seguito la ricerca di dottorato del ministro. Dall’inchiesta emerse che questa persona, all’epoca direttore di un’università privata, non aveva un titolo di dottorato valido. Il portale subì nuovi attacchi e il direttore in questione si presentò in televisione per leggere alcune parti di uno scambio di e-mail che gli autori dell’inchiesta avevano avuto tra loro privatamente. Nessuno di questi casi è ancora stato chiarito dalle autorità competenti.
Il bersaglio di un altro importante attacco internet, accaduto nell’aprile 2015, è stato il sito Teleprompter, portale di notizie che di solito pubblica contenuti discutibili dal punto di vista etico, ma che all’epoca aveva adottato una linea critica nei confronti del governo. Si trattò di un attacco “totale”, dal momento che colpì sito, social network e gli indirizzi e-mail usati dai dipendenti per l’attività amministrativa. L’editore dovette ricorrere ad avanzate soluzioni per la sicurezza informatica per poter riguadagnare l’accesso al portale e agli indirizzi mail hackerati.
Come documentato nella vostra recente ricerca “Mapping and quantifying political information warfare “, nel corso del 2013 sono emersi i primi segnali che mostravano connessioni tra le attività illegali svolte nel “web sommerso” e l’agenda politica del partito al governo…
Nella maggior parte dei casi che abbiamo analizzato negli ultimi tre anni, i target degli attacchi informatici non erano parte della struttura di potere, ma piccoli media online indipendenti, blog e siti che criticavano il governo e pubblicavano articoli sulla corruzione, sull’inefficienza del governo o dei membri del partito al governo. È paradigmatico che questi attacchi siano avvenuti di solito dopo la pubblicazione di articoli che criticavano le strutture di potere. Per questa ragione, più che di casi di disobbedienza civile elettronica [operata da gruppi e attivisti per i diritti umani contro le strutture di potere, NdT] si è trattato di forme deliberate di censura.
Le principali conseguenze di questi attacchi sono insicurezza e paura crescenti, che producono un effetto inibitorio e paralizzante per la libera espressione sul web. Il punto è che pubblicare contenuti che criticano le strutture di potere (governo, gruppi criminali, o qualsiasi altro attore influente) può portare alla distruzione, al blocco o alla sparizione temporanea di contenuti da un sito, eventi a cui seguono inevitabilmente, oltre allo stress psicologico, tante ore di lavoro per ripristinare il sistema. Tutto questo può avere un grande impatto sulla volontà e sulla libertà delle persone di esprimersi liberamente.
Sono tre i software che sono stati presumibilmente usati dal partito al governo per fare “astroturfing“, ovvero per creare opinioni false e consenso a tavolino inondando di commenti le sezioni dedicate degli articoli pubblicati online. Questi software sono stati usati ripetutamente, e in modo sempre più sofisticato. Al momento non sappiamo se siano ancora in uso, anche se l’azione di troll e bot è ancora evidente e riconoscibile nelle sezioni dei commenti.
Avete sviluppato una metodologia specifica per ottenere e analizzare i dati che usate per le vostre inchieste?
Avendo chiaramente in mente che i temi di nostro interesse sono ogni volta diversi in termini di segmenti della società e di internet esplorati, ci approcciamo ad ogni nuova inchiesta con un lavoro di analisi a sé. In primo luogo, facciamo brainstorming sui possibili esiti, stabiliamo delle ipotesi, e poi pensiamo al modo migliore per ottenere i risultati che cerchiamo. Tentiamo sempre di minimizzare il fattore umano nel processo di raccolta e lavorazione dei dati. Usiamo diversi strumenti, nella maggior parte dei casi open source, oppure software proprietari concessi in uso gratuito o con licenze che consentono la distribuzione libera per scopi accademici e di ricerca.
Per quanto riguarda il monitoraggio delle violazioni dei diritti digitali, abbiamo sviluppato una metodologia per organizzare i casi per categorie, come ad esempio, gli attacchi tecnici all’integrità dei contenuti online, i casi di sorveglianza delle comunicazioni elettroniche, i casi di abuso della libertà di parola e così via, fino ad avere delle sotto-categorie più dettagliate. I casi raccolti sono conservati in un database online aperto. Questi dati vengono utilizzati per realizzare analisi e monitoraggi periodici sullo stato dei diritti e delle libertà digitali in Serbia.
Come viene percepito il vostro lavoro dalla società e dai media serbi? Le istituzioni reagiscono alle vostre denunce?
C’è una parte della società serba che segue il nostro lavoro regolarmente attraverso il nostro sito, i social network e partecipando agli eventi in cui divulghiamo le nostre ricerche. Tuttavia, non posso spingermi a sostenere che il nostro lavoro sia diventato mainstream. Le ragioni di questo sono varie, e ci vorrebbe tanto tempo per spiegare cosa è mainstream in Serbia.
La situazione con le istituzioni pubbliche è simile. Ce ne sono alcune che ci riconoscono come un attore rilevante, come l’ufficio del Commissario per le informazioni pubbliche e la protezione dei dati personali.
Come hanno mostrato le recenti elezioni negli Stati Uniti e il referendum per la Brexit , la propaganda computazionale su internet e l’uso di bot per manipolare l’opinione pubblica sono in crescita. In vista delle prossime elezioni presidenziali, cosa sta accadendo nella sfera digitale in Serbia?
Usando Facebook e Google, per fare un esempio, i cittadini sono automaticamente manipolati ed esposti alla propaganda computazionale o all’”economia della sorveglianza”, come preferiamo chiamarla. Il fatto che questi metodi siano ora usati per manipolare l’opinione pubblica da diversi attori e su larga scala nei casi di elezioni o campagne referendarie non è una novità ed è qualcosa che potevamo aspettarci. L’origine del problema sta nell’aver accettato il fatto di pagare per i servizi internet con i nostri dati personali, trasformando noi stessi in oggetti potenziali di manipolazione e in prodotto da vendere. La battaglia fondamentale da combattere nella società è la battaglia per la conquista delle menti delle persone; questo oggi è possibile con tecniche come la profilazione psicografica, l’analisi dei big data e la costante tracciatura del nostro comportamento online. Così le porte delle nostre menti sono sempre un po’ più aperte ad ogni potenziale acquirente interessato.
Nel caso della Serbia, durante le passate tornate elettorali abbiamo osservato chiaramente la volontà degli attori politici di controllare e dominare tutti gli spazi della comunicazione politica online, dai contenuti, ai commenti, ai voti online. Come abbiamo già spiegato, ci sono stati dei segnali che indicavano che il partito di governo ha usato dei software per disseminare commenti sul web. La questione qui è più sociale (e politica) che tecnologica, e riguarda le motivazioni che hanno portato a questo tipo di attivismo da parte degli attori politici. C’è una leggenda metropolitana secondo cui le persone coinvolte in queste attività ottengono in cambio dei sandwich, ma ci sono elementi che portano a pensare che questi attivisti, o bots, come sono chiamati in Serbia, abbiano ricevuto come compenso per queste attività impieghi e posizioni in aziende statali e istituzioni pubbliche.
In un articolo del 2012 , Philip Howard, esperto dell’Oxford Internet Institute, lanciò un appello per la creazione di “bot democratici”, per fare in modo che questi strumenti possano lavorare al servizio della democrazia e dei diritti umani. Crede che sia possibile per gli attivisti e per i difensori dei diritti umani trarre beneficio da queste tecnologie?
L’idea stessa di “bot democratici” è divertente. Si tratta, secondo la mia opinione, di un’idea estratta dal cappello a cilindro dei “tecno-ottimisti”. Francamente, non credo che aggiungendo altro rumore nello spazio di discussione online si aiutino le opinioni vere ad essere ascoltate. Anche se questo può sembrare troppo umanocentrico e contro i potenziali futuri “bot per i diritti”, io credo che la democrazia abbia a che fare, tra le altre cose, con la libera espressione di opinioni differenti rappresentate in una qualche forma di dialogo, e non con la competizione tra strumenti tecnologici o gare tra stringhe di codice. Questa idea appartiene alla stessa narrazione di chi sostiene la colonizzazione della sfera pubblica, secondo cui lo spazio della discussione pubblica dovrebbe essere conquistato attraverso soluzioni tecniche. Che questi strumenti siano a favore o contro la democrazia non cambia la sostanza: ovvero il fatto che si tratta di metodi profondamente sbagliati.
Si può lavorare ad accrescere la consapevolezza e l’educazione ai media e al mondo digitale dei cittadini per prevenire gli abusi delle tecnologie e dei social network nella manipolazione e nel controllo della sfera pubblica?
In una società, come quella serba, dove i media tradizionali, come la televisione e i giornali, sono largamente influenzati dalle strutture di potere, le piattaforme online sono i canali attraverso cui i cittadini possono essere pienamente informati su quello che accade. Oggi in Serbia il giornalismo investigativo è presente quasi esclusivamente sul web. Di conseguenza, è importante spiegare agli utenti di internet le tattiche e gli strumenti di manipolazione affinché possano riconoscere e distinguere la propaganda dai contenuti di qualità. Occorre un dibattito aperto su queste questioni che sono di interesse pubblico e noi siamo sempre disponibili a condividere i risultati delle nostre ricerche. L’educazione nel campo dei media e del digitale è sempre più importante man mano che il targeting e la propaganda online diventano più sofisticati. E questo è particolarmente importante per i nativi digitali, le giovani generazioni che non hanno mai fatto l’esperienza di essere off-line e che hanno quasi tutta la loro vita catturata in formato digitale, grazie ai social network e alle piattaforme di condivisione di contenuti online.
Questa pubblicazione è stata prodotta nell’ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea. Vai alla pagina del progetto
Quest’articolo fa parte di una serie di approfondimenti che OBC Transeuropa – nel contesto del progetto ECPMF – dedica a quelle realtà che operano per un giornalismo di qualità capace di portare a maggiore democrazia e diritti nelle società europee

Gemme n° 201

Fuori-piove-dentro-pure-passo-a-prendertiUna gemma che ha avuto per oggetto un libro già presentato da un altro studente: “«Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?», è la storia di un ragazzo di origini angolane nato in Italia che ha dovuto affrontare diverse occasioni di discriminazione. In ogni pagina c’è un sentimento e lui ci associa una canzone, non è libro come tutti gli altri.”
Questa la gemma di M. (classe seconda). A commento pubblico una breve citazione del libro con delle riflessioni dell’autore Antonio Dikele Distefano, prese da un’intervista.
«“L’amicizia costa meno, come gli stabilimenti tessili ceduti ai cinesi (…) Se provo a staccare Facebook o Whatsapp chi mi cerca più?”.
Con l’avvento del consumismo l’amicizia può essere paragonata ad un I-phone che smette di funzionare. Fino all’altro ieri lo utilizzavo e poi improvvisamente ho smesso di chiamare, perché tanto era rotto. Mio fratello e mio padre hanno rapporti di amicizia da una vita e oggi è difficile che questo si verifichi. Io li chiamo “tentativi“, perché la vera amicizia è altro. Mentre il paragone con gli stabilimenti tessili dei cinesi l’ho fatto, non perché ce l’abbia con loro, ma perché quando si pensa ai prodotti cinesi, subito li si lega a qualcosa che costa poco, ed è quello che è diventata oggi l’amicizia. Ci comportiamo come se Facebook e Whatsapp fossero gli unici modi per comunicare, quando invece basterebbe uscire di casa e suonare al campanello di un amico. I rapporti si legano ad un profilo, il confronto fa paura. La tecnologia porta comodità, ma molti sono convinti porti anche tante soluzioni.»

Rete che ingabbia, rete che salva

connessiPubblico un’intervista molto interessante pubblicata di Fabio Chiusi su Weird. La leggeremo in prima a proposito delle relazioni ai tempi della rete.
“È terribilmente difficile parlare della realtà sociale dei “ragazzi connessi” senza cadere in stereotipi e banalizzazioni. Con il suo volume ‘It’s Complicated. The Social Lives of Networked Teens’, come raccontato nella recensione di Wired.it, la ricercatrice danah boyd – rigorosamente minuscolo – ci è riuscita egregiamente. E tuttavia nel libro, è naturale, manca uno sguardo su come i dati e gli argomenti da lei prodotti si traducano nel contesto italiano. boyd lo spiega durante una conversazione via Skype, a partire dal nucleo centrale della sua riflessione, e dalle sue conseguenze.
boyd, perché è così complicato rendersi conto che le questioni di cui parla nel libro sono complicate?
Uno dei problemi è che le persone si abbandonano agli estremismi molto facilmente, specie quando c’è di mezzo la tecnologia: l’idea, sentita negli ultimi 30 anni, che si tratti di una cosa meravigliosa che risolverà tutti i problemi o che all’opposto li causa tutti. Il risultato è che le persone che le usano non riescono a comprendere la complessità che le nuove tecnologie hanno reso visibile. Mettiamo per un attimo da parte le questioni riguardanti gli adolescenti, e pensiamo per esempio alla retorica sulle rivoluzioni.
O sulla democrazia digitale. È lo stesso: molte petizioni di principio sugli effetti di Internet sulla partecipazione e le forme democratiche, molte meno analisi concrete su come singoli strumenti abbiano impattato sui processi democratici di singole comunità.
Esatto. Come per le vite dei giovani: questioni complicate, dove non sempre ci sono conclusioni nette. Molti ragazzi stanno bene, alcuni no. Il punto è che non ha niente a che fare con la tecnologia. Alcuni ragazzi stanno soffrendo davvero: come possiamo usare strumenti tecnologici per aiutarli? Come possiamo usarli per rendere i problemi visibili e comprenderli? Vorrei solo che ci si fermasse un attimo, e ci si pensasse.
Non sta semplicemente dicendo che la tecnologia è neutrale, quindi?
Lo si può vedere nelle tecnologie provenienti dagli Stati Uniti: molte riflettono valori, norme, aspettative statunitensi. Per questo è così difficile un dibattito su questi temi in America. E non è solo una questione che cambia da Paese a Paese: ci sono considerazioni di genere, etnia, classe sociale. I nostri valori vengono incorporati nelle tecnologie, noi le modelliamo e loro modellano noi. E dunque nel libro ho cercato di mostrare quali siano le caratteristiche, le proprietà di queste tecnologie che cambiano le cose.
Per esempio?
Gran parte delle tecnologie ‘social’ più diffuse assume la persistenza. Che quel che si dice resta. Ed è fantastico, perfino necessario per alcune conversazioni, e l’architettura di molti di questi strumenti ci si affida per il loro stesso funzionamento. Ma allo stesso tempo ciò crea nuove complicazioni quando le parole che hai scritto sei, nove, dodici mesi fa, o perfino oltre, restano in circolazione e stai cercando di contrattare il fatto che le tue idee sono cambiate. Si possono scrivere cose di cui ci pentiamo. O pensiamo alla diffusione: se dici una cosa davvero imbarazzante o stupida a scuola, il numero di persone che può averlo testimoniato è relativamente limitato; se lo fai online, e ciò che dici attira l’attenzione di altre persone, all’improvviso ti ritrovi con milioni di testimoni.
C’è un effetto delle caratteristiche dei social media sui problemi di cui parla?
C’è qualcosa di nuovo, ma cambia più il risultato che le dinamiche di fondo di quei problemi. Il punto è che siamo così ossessionati dalle nuove tecnologie che finiamo per ignorare quelle dinamiche di fondo. Invece dovremmo concentrarci su come aiutare le persone, piuttosto che sul nutrire paure e reprimere le tecnologie.
Cosa pensa dell’idea, apparsa anche in Italia, di chiudere un social network perché alcuni dei suoi utenti lo usano per compiere gesti di cyber-bullismo? Servono nuove leggi per l’hate speech in rete?
Alla politica spesso non importa risolvere i problemi, ma far sembrare che si stia facendo qualcosa per risolverli. E a me piacciono le persone che risolvono i problemi, non quelle che sembrano risolverli. Per esempio: il cyberbullismo. Si parla molto delle cattiverie. La mia prima reazione è sempre: beh, forse smettere di essere cattivi l’uno con l’altro aiuterebbe. Se si tratta di affrontare crudeltà e cattiverie tra i ragazzi, parlare di tecnologia non farà sparire il problema. Semplicemente, riapparirà in un altro luogo.
Che fare?
Bisogna comprendere le dinamiche di fondo di ciò che sta succedendo. E sono dinamiche intricate: hanno a che fare con lo status nel proprio gruppo sociale di riferimento, con i problemi a casa. Ciò che si scopre è infatti che molto spesso i bulli hanno difficoltà in famiglia, soffrono di alcolismo o dipendenze, di problemi di salute mentale, hanno subito abusi in passato. Per questo la mia prima reazione quando si parla di questi ragazzi è: cosa è successo? Cosa hanno passato? E sappiamo affrontare quelle situazioni pregresse? Molto spesso no. Per questo la reazione è di incolpare gli strumenti che le hanno rese visibili, anche se il bullismo appare molto più di frequente a scuola. E non sento la politica dire: diamo la colpa alla scuola!
Nel libro esplora anche le conseguenze nefaste in termini di policy-making derivanti dall’adottare una visione centrata su Internet del problema. E dice chiaramente che serve una maggiore educazione alla comprensione dei problemi reali sollevati a partire dall’uso delle nuove tecnologie. Può dare qualche suggerimento ai docenti e genitori che ci leggono?
C’è bisogno di alfabetizzazione all’uso dei media. Una alfabetizzazione critica. Non è una questione che riguarda solo la tecnologia, ma l’essere capaci di consumare i contenuti che produciamo da un punto di vista critico. Non si può pensare che siccome i ragazzi guardano MTV allora capiscono i media. È ridicolo, non l’avremmo mai detto negli anni 80. E allora perché lo diciamo oggi?
Per i social media, dice. La retorica dei «nativi digitali», che lei contesta.
I ragazzi possono essere abili nell’usarli a scopi di socializzazione o per divertirsi, ma non necessariamente comprendono come queste tecnologie siano costruite: un problema che sta diventando sempre più importante con l’era dei dati – e non ci stiamo equipaggiando affatto per avere a che fare coi dati. E non è solo una questione di privacy. Voglio dire: cos’è un algoritmo? Come è fatto? Come sceglie quali contenuti sarai in grado di vedere e quali non sarai in grado di vedere? Come decide se un curriculum inviato per un’offerta di lavoro verrà guardato o no? Una alfabetizzazione algoritmica di base è molto importante, e la maggioranza dei docenti non la possiede. Ecco perché è una questione che riguarda tutta la società, non solo i ragazzi. Il mio Paese, gli Stati Uniti, e il vostro sono ossessionati dall’educazione formale. Ma ci sono molte forme di apprendimento che avvengono in canali informali. Buona parte riguarda le interazioni sociali. E una delle cose che ritengo davvero importanti è comprendere quanto valore abbiano le interazioni sociali per imparare a comprendere la realtà.
Quali differenze ci sono tra il contesto in cui vivono i giovani statunitensi e quelli italiani?
C’è una grossa differenza: nel vostro Paese i giovani escono ancora di casa. Possono gironzolare liberamente. Possono fare capannello nella piazza del paese senza che nessuno li sgridi. Tutto questo non è più vero nel mio Paese. E il risultato è che ciò che si vede sui social media negli Stati Uniti è molto di più la trasposizione di quel gironzolare che voi vedete offline, nei luoghi di incontro pubblici. I nostri ragazzi non hanno il tipo di mobilità che voi date per acquisita.
Il che è congruente con il contesto più ampio del dibattito internettiano e non di questi anni: dal Datagate, all’aumento costante del numero di telecamere di videosorveglianza – accettato acriticamente o quasi anche in Italia. Il che non fa che perpetuare e alimentare la cultura del terrore di cui parla nel libro, e che ha l’effetto di radicalizzarci, farci concepire la rete come la salvezza o la condanna dell’umanità.
E dire che nel vostro Paese e nel vostro Continente la sorveglianza ha una lunga e spiacevole storia: pensiamo per un attimo agli anni 40. Sono sempre stupita quando vedo i Paesi europei imboccare questa strada. Hanno visto a cosa conduce. Per l’Italia non posso fare a meno di pensare agli scritti di Italo Calvino, a come ne avesse previsto le conseguenze logiche. Sono sorpresa gli italiani la accettino.”

Mi cala la connessione

downshifting_scriptMercoledì prossimo nella mia scuola ci sarà l’occasione di incontrare Serge Latouche. In questi giorni, nelle mie classi che vi parteciperanno ho provato a spiegare il suo pensiero, punti di forza e di debolezza. Oggi ho trovato un articolo molto interessante che, a suo modo, tratta di decrescita (dalla connessione internet). E’ preso dalla curiosa rivista Wired. La penna (anche se ormai si dovrà dire “la tastiera”) è quella di Carola Frediani.
«“Entro 48 Ore”: sembra la locandina di un film al cardiopalma, in cui il protagonista deve eseguire un’impresa difficilissima in un lasso di tempo risicato. E invece è il titolo del primo libro italiano interamente dedicato al downshifting tecnologico, cioè alla riduzione del sovraccarico informativo ed emotivo prodotto dal nostro essere sempre connessi. Uno stato sempre più diffuso per cui riuscire a non rispondere a una mail per ben 48 ore può sembrare davvero una mission impossible, oltre a provocare uno strascico di sterili messaggi e richieste d’attenzione, di funzioni fatiche, direbbe un linguista: “Ricevuta la mail?”; “Tutto ok?”; faccina. Spesso con anche un interscambio dei canali di comunicazione: l’sms per verificare la ricezione della posta elettronica ad esempio è un classico, o il messaggio su Facebook per rafforzare il contenuto girato via Whatsapp (entrambi diabolici nel mostrare pure se l’interlocutore ha già visualizzato un messaggio), e chi più ne ha più ne metta.
La via dei ping e delle notifiche a strati è infinita, ma non la nostra pazienza e di sicuro non il nostro tempo. Giovanni Ziccardi, che è professore di informatica giuridica entro 48 oreall’università di Milano, nonché autore di libri sugli hacker, quindi tutto meno che un luddista, ha provato a sottrarsi a questo gioco al massacro dell’attenzione – in cui in genere siamo un po’ tutti ora vittime ora carnefici – e per sei mesi ha radicalmente modificato e ridotto il suo approccio al digitale.
In passato non sono mancati esempi del genere, anche se la scelta era sempre del tipo unplugged: mi stacco da tutto per un po’ di tempo, annunciavano gli intrepidi con un certo pathos, manco partissero per un’avventura Into The Wild. Lo ha fatto nel 2012 il reporter americano Paul Miller, che è stato pagato per stare un anno senza internet, e poi ci ha fatto un articolo: “Sono ancora qui”, in cui spiega come la sua esistenza lontano dalla Rete, che avrebbe dovuto illuminarlo in qualche modo, sia stata invece abbastanza infelice e non molto produttiva. Anche il giornalista italiano Beppe Severgnini nel 2012 si privò per una settimana di internet, riportando la dolorosa esperienza in un articolo in forma diaristica, dove confessò di essere ricorso perfino al televideo pur di sopperire a quella mancanza.
Ziccardi non fa nulla di così tragico: il suo approccio è pragmatico e a lungo termine. Come migliorare il rapporto con le tecnologie ed evitare di esserne dominati? Il risultato è un libro – Entro 48 Ore. Un’esperienza di downshfting tecnologico uscito oggi per Marsilio – che si configura come un percorso a tappe verso una rivisitazione delle proprie esigenze e modalità lavorative e comunicative. Abbiamo chiesto all’autore come è andata e cosa ha imparato.
Hai scritto il libro mentre stavi all’Istituto Max Planck di Friburgo, in Brisgovia, un’oasi nella Foresta Nera. Dalla tua finestra vedevi abeti secolari e corvi imperiali. Facile staccare in un simile contesto, no?
“Sì, in effetti, ci ho lavorato fra la Foresta Nera, Matera e l’Emilia… Diciamo che rispetto a Milano cambi proprio aria. Però volevo evitare quegli approcci negativi, in stile disintossicazione, usati sempre di più nelle cliniche americane (ma anche in quelle cinesi, di cui abbiamo parlato qui, ndr), per cui stai scollegato per un periodo e poi rientri nel tuo contesto abituale. L’ideale per me era poter ragionare, in luoghi meno caotici, su come rimettere la tecnologia al suo posto, eliminando il superfluo. Ovviamente amo la tecnologia, sono trent’anni che uso un computer, anche per lavoro, per quanto mai come negli ultimi tempi si sia avvertita una simile pressione sociale a causa del livello di connessioni. E penso che prima o poi si arriverà a una fase di rigetto.”
Dunque come ti sei organizzato? E qual è stato il passaggio più difficile in un percorso di progressiva presa di coscienza?
“Nella prima parte dell’esperimento ho analizzato il mio ritmo tecnologico, valutando quando e dove non avevo abbastanza controllo dei miei comportamenti, quindi correggendoli. Successivamente ho cercato di usare al meglio il tempo che avevo così liberato, sfruttandolo per aumentare la qualità di quello che facevo, che si trattasse di rileggere più volte e senza interruzioni un articolo o di gustare un pranzo a un ristorante stellato. La cosa più difficile è far cambiare le abitudini alle persone vicine, che si aspettano delle risposte da te.”
Tu lo definisci: “dominare l’ansia tecnologica altrui”, e rispondi sostanzialmente in due modi: accorpando le comunicazioni, e rendendole più brevi (fai l’elogio degli smarpthone che ti permettono la scusa della brevità, il famoso “Sent from my BlackBerry. Excuse brevity”) e… diventando un po’ antipatico.
“Negli Stati Uniti c’è un dibattito sul fatto se si debba sempre dare una risposta alle mail. Secondo me se uno ti scrive “ci vediamo domani alle 12” non serve replicare. Il problema è che magari le persone non sono abituate e se non ricevono una conferma si agitano. In altri casi certe mail non necessitano proprio di una risposta. Alla fine l’unico modo è rendersi un po’ antipatici, ma al fine di ridurre il sovraccarico reciproco. In generale bisogna capire che, fatte salve alcune eccezioni legate a lavori particolari, se si risponde a una mail in 48 ore non succede nulla di irreparabile.”
Nel libro riscopri anche i pregi della monoattenzione, cioè di poter concentrarsi solo su una cosa, senza distrazioni, contro il multitasking.
“In base a questa esperienza, ho notato che la monoattenzione – potersi dedicare in esclusiva a un compito, che si tratti di vedere un film, leggere un libro, avere una conversazione faccia a faccia – porta a una maggiore qualità di quello che facciamo. Inoltre rafforza la memoria. Un altro dei dibattiti in corso negli Usa è proprio se possiamo fare a meno delle nostre capacità mnemoniche visto che confidiamo sempre di più su supporti esterni, come Google, per ricordare. Secondo me la risposta è no, anche perché la memoria fonda il processo creativo.”
Dunque che regole consigli, soprattutto a dei lavoratori della conoscenza sempre connessi?
“Separare i tempi in base alla singola cosa che va fatta: dunque monoattenzione in slot temporali definiti; prendere atto che non muore nessuno se si ritarda fino a 48 ore nelle proprie attività telematiche ed educare di conseguenza i propri contatti; accorpare i momenti di controllo delle mail e dei social network, e disattivare se possibile le notifiche; crearsi un ambiente tecnologico efficiente, facile da usare, e senza distrazioni; investire il tempo recuperato prediligendo un doppio (o triplo) controllo su quello che facciamo, perché ne migliorerà la qualità; selezionare la qualità e l’autorevolezza delle fonti che leggiamo, senza lasciarsi trascinare a caso; e soprattutto darsi delle regole valide per il lungo periodo, sapendo che siamo in un mondo che da questo punto di vista rema contro.”»

Poco nitido

E’ un articolo molto interessante quello pubblicato da Roberto Cotroneo su “Sette” il 31 ottobre. Lo riporto qui e lo commento sotto.

Torino_049 fbPrima o poi dovremo fare i conti con quello che ci è rimasto dell’assenza. E prima o poi capiremo quali danni possono fare i social e il web 2.0 sulla nostra vita. L’essere sempre connessi infatti non è soltanto un modo di stare nel mondo, non è solo la meravigliosa sensazione di raggiungere chi vogliamo, sempre e comunque, ma è la cancellazione dei tempi verbali della nostra vita: tutti, eccetto il presente. Voglio dire che ormai non viviamo più con i passati remoti o con i futuri anteriori. Non c’è un luogo della memoria da riempire con immaginazione e verità, non c’è un presente che sfuma verso un passato lentamente fino quasi a lasciare solo piccoli puntini lontani. E non c’è neppure l’attesa del futuro, perché il futuro o si fa presente oppure non esiste. Cosa voglio dire. Voglio dire che i nativi social, che sono una categoria ancora diversa dai nativi digitali, quelli che sono cresciuti usando facebook sin da bambini, quelli abituati a esserci sempre e comunque, hanno un problema con il distacco dalle cose. Hanno un problema con il tempo. Tutto quello che è accaduto nella loro vita, dalle grandi alle piccole cose, non smette di essere, come non si smette di esistere nelle bacheche e nelle timeline. Sta tutto lì. Hai voglia a cancellare, a togliere, a limare. Il passato viene di continuo rovesciato sul presente come fossero detriti e calcinacci che occupano lo spazio della nostra vita, e con cui si deve fare i conti. C’è una vecchia storia, di quando i social non esistevano, che Umberto Eco racconta nel suo Secondo Diario Minimo: «Salvatore lascia all’età di vent’anni il paese natio per emigrare in Australia, dove vive in esilio per quarant’anni. Poi, sessantenne, raccolti i suoi risparmi, torna a casa. E mentre il treno si avvicina alla stazione, Salvatore fantastica: ritroverà i compagni, gli amici di un tempo, nel bar della sua gioventù? Lo riconosceranno? Gli faranno delle feste, gli chiederanno di raccontare le sue avventure tra i canguri e aborigeni, avidi di curiosità? E quella ragazza che…? E il droghiere dell’angolo? E cosi via… Il treno entra nella stazione deserta, Salvatore scende sul marciapiede battuto dal gran sole meridiano. Lontano, ecco un omino curvo, inserviente delle ferrovie. Salvatore lo guarda meglio, riconosce quella figura malgrado le spalle ingobbite, il viso segnato da quarant’anni di rughe: ma certo, è Giovanni, l’antico compagno di scuola! Gli fa un segno, si avvicina trepidante, indica con la mano tremante il proprio volto come per dire: “Sono io”. Giovanni lo guarda, sembra non riconoscerlo, poi alza il mento in un gesto di saluto: “Ehi, Salvatore! Che fai, parti?”». Salvatore era partito, scomparso, e nessuno si era accorto della sua assenza. Forse Salvatore non era un tipo capace di farsi notare. Ma oggi queste considerazioni, l’idea di partire e tornare, la speranza di essere riconosciuti ma in modo nuovo, con il tempo che ci ha attraversato, con il passato che racconta di noi, è impossibile. Oggi Salvatore sarebbe là, come sempre, dall’Australia come dall’Italia. Sarebbe là a twittare o a postare fotografie, a scrivere sui social o a raccontarsi. Come sempre, con le foto che aggiornano il suo volto, che lo mostrano visibile e sempre uguale. Se oggi tornasse ritroverebbe Giovanni, vecchio compagno di scuola, con una battuta, tipo: belle le foto dei canguri. Oppure: ma quanto sono cresciuti i tuoi figli! E se il tempo e la memoria non contano, non conta neppure la nostalgia: non esiste il prima e il dopo, e non esiste il passato, il passato è soltanto un presente rinnovato, riciclato in un certo senso. Niente si chiude, niente si compie in modo definitivo. Tutto resta per tornare. Ex mariti ed ex mogli, fidanzate dimenticate, amici di un tempo, colleghi, e poi compagni di scuola, commilitoni, parenti lontani. Restano tutti lì, aggiornati all’oggi, nitidi, come se non fossero mai usciti da un orizzonte ingombrante di cui non si sente il bisogno. Un tempo lo slogan era: cerca su facebook le persone della tua vita. Ma senza l’assenza il tempo non passa. Senza perdere qualcosa il ritrovare è un concetto vuoto.”

Ho letto queste parole in treno, più di 15 giorni fa, mentre andavo a Torino con Sara; lungo il viaggio tempo e spazio passavano accanto a me e dentro di me, in piena sintonia con le parole del pezzo. Eppure sentivo in me qualcosa di dissonante. L’esperienza diretta dei social mi porta a pensare che le parole di Cotroneo possano valere per una persona totalmente assorbita da essi, una sorta di isolato sociale che abbia solo quella possibilità di socializzazione. Un po’ come quando mi succede di leggere delle nuove generazioni che vivono rapporti falsi, fittizi ed esclusivamente virtuali a causa dei social. Quel che mi capita di vedere e ascoltare in classe è che la maggior parte dei ragazzi coltivano e approfondiscono su internet rapporti già esistenti nella realtà e che le due cose si integrino tra loro. La nitidezza di questo mondo che si sta costruendo è, a mio avviso, molto meno chiara di quanto si possa pensare, ed è in continua evoluzione, come se ci fosse un velo di foschia a non rendere chiari i contorni delle cose. Sarà stato forse per questo, quasi per reazione, che il 7 novembre scrivevo le parole di Pasolini: “Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto”. E sono uno che il passato lo pensa, lo rievoca, lo elabora, lo ama per meglio cogliere il futuro (a esemplificazione di ciò il prossimo post…).