Scuola: chatGPT è più veloce di qualsiasi riforma

Immagine creata con ChatGPT®

Pubblico un articolo di Nadir Manna pubblicato l’altroieri su Il Post per parlare di uno dei cambiamenti più evidenti che ha investito e sta investendo il mondo della scuola: i chatbot.“Per gli studenti delle scuole superiori italiane il 2024 è stato l’anno in cui i programmi di intelligenza artificiale (AI) hanno cambiato, forse per sempre, il modo di studiare e di fare i compiti a casa. Non è stato deciso da nessuno: gli alunni hanno imparato a usare ChatGPT per conto loro, in certi casi prima degli insegnanti, molto spesso a loro insaputa, e nel giro di un anno è diventato difficile trovare delle classi in cui non venga utilizzato almeno da qualcuno.
Tra i vari software e chatbot disponibili basati sull’AI, ChatGPT è quello di gran lunga più usato, in generale nel mondo e in particolare dagli studenti. In molte materie può svolgere una funzione di consulente, grazie alla sua capacità di scrivere testi, risolvere esercizi e fornire spiegazioni in base alle istruzioni che riceve, e la conseguenza più immediata è stata che i compiti a casa sono diventati meno adatti a valutare o monitorare lo studio e l’apprendimento. Nel frattempo i docenti stanno provando ad adattare e aggiornare i loro metodi didattici, ma l’impatto delle AI varia a seconda della materia d’insegnamento, e non tutti la pensano allo stesso modo su come integrarle nelle lezioni né su quanta libertà lasciare agli studenti nel loro utilizzo.
In base alle testimonianze degli studenti con cui ha parlato il Post, ChatGPT viene usato soprattutto per scrivere i temi e per fare le versioni di greco e latino. Ma anche per farsi spiegare concetti difficili, per ripassare e per fare i riassunti. I vantaggi sono notevoli: nel caso delle versioni, ad esempio, oltre a fare le traduzioni (che si trovano facilmente anche online) ChatGPT spiega i passaggi e aiuta a capire la costruzione del periodo e l’analisi logica.
All’inizio del 2024 gli alunni hanno iniziato a utilizzare ChatGPT prima che gli insegnanti avessero il tempo di conoscerlo e prenderci confidenza. «Nessuno è mai stato scoperto», dice uno studente di quinta di un liceo scientifico di Roma parlando dell’esperienza nella sua classe. Per lui e per molti suoi compagni il chatbot ha cambiato drasticamente il metodo di approccio allo studio di alcune materie: «Quando devi fare un compito a casa la prima cosa che ti passa per la testa è di chiedere a Chat, poi sicuramente lo rielabori e ci aggiungi qualcosa di tuo, ma comunque Chat è la prima cosa a cui pensi».
Anche dai suoi compagni ChatGPT viene usato regolarmente, e per farci un sacco di cose diverse: «è molto utile, può essere usato per studiare prima di una verifica, per ripetere, per sistemare gli appunti; puoi fare una foto al paragrafo di un libro e Chat te lo riassume», dice lo studente.

Immagine creata con Gemini®

Non è un caso isolato. Molti altri studenti delle scuole superiori raccontano che ormai quasi tutti i loro compagni di classe usano ChatGPT, sia per i compiti a casa che per copiare di nascosto durante le verifiche in classe (nel caso in cui i cellulari non vengano ritirati dall’insegnante, cosa che in realtà accade molto spesso). Il chatbot permette di generare risposte e spiegazioni a domande molto specifiche e spesso si rivela più versatile e molto più efficace dei motori di ricerca, specie per le materie umanistiche come storia, filosofia, italiano e latino. «Alcuni compagni di classe usano ChatGPT per farsi fare qualsiasi compito, anche quando le prove non sono valutate», racconta lo studente di Roma.
Usare le AI per studiare però non vuol dire necessariamente imbrogliare e cercare scorciatoie per studiare di meno. Una studente di un liceo delle scienze umane di Milano ha raccontato per esempio di usare spesso la modalità di interazione vocale di ChatGPT per fare conversazione in inglese e per preparare le interrogazioni. «Per qualcuno è uno strumento di supporto allo studio, utile per imparare; qualcun altro lo usa per fargli fare i compiti e per compensare il fatto che non studia», dice la studente di Milano.
Lo stesso discorso non vale per le materie scientifiche come chimica, matematica e fisica, in cui ChatGPT dà spesso delle risposte sbagliate: anche se può sembrare controintuitivo, modelli come ChatGPT infatti non fanno bene i calcoli, perché non ragionano in modo logico e matematico, ma generano le loro risposte secondo dei criteri probabilistici. In questi casi, per gli esercizi algebrici alcuni studenti si affidano ad altri software (alcuni in realtà disponibili già da tempo), come ad esempio Photomath: un’app che fa automaticamente gli esercizi di matematica a partire dalla foto di una funzione scritta sul quaderno o sulla lavagna.
In questo contesto, il modo in cui gli insegnanti assegnano e valutano i compiti a casa è inevitabilmente cambiato. Da quando si sono accorti che gli studenti usano ChatGPT, molti professori hanno deciso di smettere di valutare i compiti o di controllare se vengono fatti. Degli insegnanti raccontano di essersi accorti che alcuni studenti usavano il chatbot dal fatto che i loro scritti erano diventati poco originali e assai carenti dal punto di vista del pensiero critico. Una professoressa di un liceo di Milano racconta di essersene accorta quando, durante la correzione di un tema, ha trovato alcune citazioni di dialoghi dei Promessi Sposi di Manzoni completamente inventate (lo studente alla fine ha ammesso di avere utilizzato ChatGPT).
Molto, comunque, dipende dai metodi di insegnamento, di verifica e di valutazione, oltre che dal tipo di rapporto che gli insegnanti riescono a costruire con gli studenti. Alcuni professori raccontano di usare un metodo didattico che non prevede compiti a casa obbligatori: in questo caso le indicazioni di studio e gli esercizi assegnati servono soltanto per aiutare gli studenti a prepararsi per l’interrogazione, in cui ChatGPT è molto difficile se non impossibile da usare.
Non è semplice instaurare un dialogo tra alunni e docenti sull’uso delle AI, anche perché, a volte, la possibilità di prendere dei voti più alti dipende dal fatto che gli insegnanti non sappiano come funzionano queste tecnologie. I professori, infatti, stanno iniziando a prendere confidenza con lo strumento soltanto ultimamente. Secondo il racconto di una docente di filosofia di un liceo di Milano, quando in una delle sue classi ha provato a farsi raccontare di ChatGPT gli studenti sono diventati sospettosi, restii a parlare del modo in cui lo usavano.

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Quest’anno il ministero dell’Istruzione ha reso obbligatorie per gli insegnanti 20 ore di formazione annuali, e in alcune scuole sono stati fatti dei corsi sulle intelligenze artificiali, in particolare su ChatGPT e su come usarlo come strumento di supporto alla didattica. Oltre che a capire l’uso che ne fanno gli studenti, per i professori può anche essere utile imparare a usarlo a loro volta: il chatbot può essere usato per preparare i compiti in classe, ad esempio per generare quiz e domande, oppure per organizzare e preparare le lezioni. Non tutti i docenti però hanno seguito un corso sull’AI, e anche per questo motivo ogni insegnante ha una percezione diversa dell’impatto di queste tecnologie e della diffusione di ChatGPT tra gli studenti.
Inoltre, in base ai pareri e ai racconti di alcuni docenti sentiti dal Post, ogni professore ha una sua idea su quali siano i vantaggi e gli svantaggi portati da questo cambiamento e su come andrebbe gestito. Alcuni, per esempio, si preoccupano soprattutto della possibilità che gli studenti usino ChatGPT per copiare e per aggirare lo studio, e vedono la soluzione nell’uso di software antiplagio, che in teoria permettono di scoprire quando un testo è stato scritto da un’intelligenza artificiale oppure no.
Questo approccio però presenta dei limiti. Le tecnologie su cui si basano i chatbot in grado di generare testi continuano a evolvere molto rapidamente, lasciando gli strumenti antiplagio sempre un passo indietro. Con un po’ di accorgimenti è semplice aggirarli, passando lo stesso testo per diversi chatbot e programmi di rielaborazione del testo o aggiungendo delle modifiche manuali. In più, i software antiplagio stimano la probabilità che un testo sia stato scritto con un’AI, senza dare risposte certe e con il rischio di generare dei falsi positivi, cioè di segnalare come generati dalle AI testi in realtà scritti da persone.
Altri docenti pensano che il modo migliore per evitare che gli studenti copino con ChatGPT sia quello di integrarlo nella didattica, per insegnare a usarlo in modo consapevole, come uno strumento per imparare e per assistere lo studio. «Sarebbe sciocco non utilizzarlo e non tenere in conto che gli studenti, almeno a casa, lo usano in ogni caso», dice una docente di italiano e storia di un liceo di Vimercate, in provincia di Monza.
In base ai racconti dei docenti, sono stati già pensati molti modi, anche piuttosto creativi, per usare ChatGPT durante le lezioni: la professoressa che insegna filosofia in un liceo di Milano ha raccontato di aver provato a usare il chatbot in classe per simulare una conversazione con Platone, con dei buoni risultati; mentre una docente di italiano e storia che lavora in un istituto tecnico-commerciale in provincia di Bologna ha raccontato di aver istruito i suoi studenti a usarlo per fare delle parafrasi dei testi letterari e per impostare le scalette dei temi. In alcuni libri di testo sono già stati inseriti degli esercizi che danno istruzioni agli studenti per generare un testo con un’AI e successivamente commentarlo.”

Gemma n° 2184

“Ho deciso di portare questa cartella come mia gemma, per me è molto importante. Voglio andare in Francia per imparare davvero bene il francese. Questa cartella mostra anche la mia voglia di svilupparmi e imparare le lingue perché questo è il mio obiettivo” (V. classe seconda).

Gemma n° 2040

“Da quando me l’hanno regalato, da quando ho scoperto il K-pop, mi sono iniziata ad appassionare al coreano e ho cominciato a guardare telefilm e serie tv in coreano con i sottotitoli. Mi sono accorta col tempo che questa lingua era molto interessante ed è nato in me il desiderio di impararla. Alla fine degli studi mi piacerebbe trasferirmi a vivere in Corea” (E. classe prima).

Studiare è ancora inevitabile

passioCome spesso mi capita, sono solo in parte d’accordo con quello che pensa Paola Mastrocola. E pubblico queste sue parole, tratte dal sito della Laterza, subito dopo il predente post non perché vi trovo delle contraddizioni, ma per pura casualità.
Oggi non si studia più. È da predestinati alla sconfitta. Lo studio evoca Leopardi che perde la giovinezza, si rovina la salute e rimane solo come un cane. È Pinocchio che vende i libri per andare a vedere le marionette. È la scuola, l’adolescenza coi brufoli, la fatica, la noia, il dovere. È un’ombra che oscura il mondo, è una crepa sul muro: incrina e abbuia la nostra gaudente e affollata voglia di vivere nel presente.
Lo studio è sparito dalle nostre vite. E con lui è sparito il piacere per le cose che si fanno senza pensare a cosa servono.
La cosa più incredibile è che non importa a nessuno.
Di fatto, noi non intendiamo mai lo studio nella sua accezione più profonda; non entriamo nello specifico della sua sostanza immaginando l’atto di studiare in sé, fino alle sue naturali ed estreme conseguenze. Lo dico meglio: quando diciamo che i nostri ragazzi devono studiare, non vogliamo dire che debbano passare gran parte del loro tempo chini sui libri, pomeriggio e sera, soli e concentrati. Non vogliamo dire questo perché questo non ci piace per niente, e mai augureremmo loro una vita del genere. Eppure, quando speriamo che studino e che proseguano fino all’università, noi li indirizziamo a un siffatto stile di vita, giacché è ancora vero (non so per quanto) che per avere un’istruzione bisogna stare tanto, sui libri. E cartacei o digitali che siano, nulla cambia.
Lo studio è, ancora, inevitabile. Per quanto gli insegnanti si producano in performance sempre più accattivanti; i saperi si esternalizzino; le scuole si dotino di LIM, DVD, app, wi-fi e bluetooth; per quanto limiamo asperità e livelliamo strade azzerando ogni sorta di difficoltà; per quanto puntiamo al saper fare e alle competenze e al problem solving, e non più al sapere; ebbene, c’è sempre un momento in cui lo studente deve mettersi a studiare: piazzarsi seduto, aprire un benedettissimo libro, e starci sopra parecchio, e anche parecchio concentrato e attento. Che sia una semplice verifica, un’interrogazione virtuale, un esonero all’università, un test di ammissione per la Normale di Pisa o l’assunzione presso una ditta di surgelati, a un certo punto della vita i ragazzi dovranno dimostrare di sapere qualcosa. Quindi dovranno, bene o male, poco o tanto, studiare.
Non abbiamo ancora inventato sistemi alternativi, grazie ai quali evitare lo studio, questo spiacevole disagio, questo disturbo, percorso a ostacoli, noiosissimo impiccio che intralcia, deprime, sporca leggermente il meraviglioso luna park che pensiamo debba essere la vita. A un certo punto dobbiamo scendere dalla giostra dei cavallini e studiare: intollerabile! Non ci piace per niente.
E infatti stiamo lavorando per trovarli, questi sistemi alternativi. Nell’ultimo decennio direi che non facciamo altro: ministri, funzionari, professori, burocrati, intellettuali di grido e scrittori si danno un gran da fare a smantellare l’idea di un’istruzione fondata sullo studio e sui libri, cioè sull’universo logico-verbale (il modo “simbolico-ricostruttivo” dell’apprendimento, come dicono gli psicologi). L’ultima trovata è dire che tutto ciò è vecchio, screditarlo come retaggio arcaico e dinosaurico di un mondo che non c’è più. Insomma, è la solita solfa del mondo che è cambiato, dunque perché noi ci attardiamo su macerie invece di proiettarci dritti dentro il futuro? Siamo gli ultimi in Europa, siamo decrepiti, meritiamo di morire eccetera eccetera. E, dulcis in fundo, i giovani hanno ben ragione a non studiare, questo sistema non fa più per loro e se non ci sbrigheremo a trovarne un altro li perderemo tutti.
L’abbiamo risolta in questo modo: siccome nessuno ha più voglia di studiare, noi smantelliamo l’universo dello studio. L’idea geniale è che si tratti di adeguarci al cambiamento, assecondarlo invece di arroccarci.
Personalmente, più sento dir così, più mi arrocco. Mi viene uno spasmodico amore per tutte le rocche, il più inerpicate e sole possibile. Inaccessibili e lontane, con la nuvoletta in cima. Da lassù contempleremo le magnifiche sorti e progressive. Tanto, di una cosa sola siamo molto consci: che nulla possa arrestare la marea. Quindi, tanto vale godersela dall’alto, noi arroccati.
Chiusa la parentesi rocciosa, dicevo che ci piace molto che i ragazzi vadano a scuola, ma non che studino. È un controsenso, lo so. Una specie di dissociazione, un’autocontraddizione in cui ci siamo imbrogliati come in un groviglio e di cui non sembriamo per nulla consapevoli. Magie della mente umana. Un fraintendimento. Un equivoco, gigante. Una incomprensione granitica reciproca fatta a forma di montagna. Potessi disegnarla, sarebbe la catena dell’Himalaya.
Forse potremmo dir così, che la parola “studio” ha oggi come per miracolo due significati. Si è divaricata. Spaccata. Si è creata un’ambiguità terminologica, che ha prodotto tra noi tutti una confusione. Un intrico di rami. Detto in breve, quando diciamo “studiare” intendiamo andare a scuola, avere un’istruzione, procurarsi un titolo, possibilmente una laurea (quel che oggi si chiama percorso formativo); non intendiamo invece quasi mai l’altro significato del verbo: l’atto in sé, stare sui libri, passare ore chiusi da qualche parte, isolati, concentrati, fermi.
Studio 1 e studio 2. Per quanto possa sembrare strano i due significati oggi, nella nostra testa, non vanno insieme. Fino a pochi decenni fa erano, ovviamente, inscindibili; oggi invece possono dissociarsi, andare ognuno per conto proprio. Così che si crea il seguente paradosso: da una parte siamo tutti d’accordo che si debba studiare, dall’altra non ci piace per niente studiare.
E può succedere che le famiglie tengano moltissimo allo studio 1 dei loro figli: si dedicano con grande cura alla scelta della scuola, e seguono i figli molto più di una volta. Arrivano a fare i compiti con loro, e si prodigano a offrir loro tutti i supporti possibili, libri, computer, lezioni private a iosa. E può succedere, allo stesso tempo, che queste stesse famiglie, che tengono così tanto allo studio 1 dei loro figli, non si preoccupino molto dello studio 2. Può succedere addirittura che questo studio 2 dia loro fastidio: in qualche modo peggiora la vita quotidiana di tutti, è un problema e tendono quindi a ostacolarlo, o relegarlo in qualche zona buia e ristretta della vita.
Insomma, se noi genitori tenessimo davvero allo studio 2 dei nostri figli, non faremmo le vite che facciamo e non avremmo la scuola che abbiamo. E se noi insegnanti tenessimo davvero allo studio 2 dei nostri allievi, non chiuderemmo un occhio: saremmo più esigenti, fin dalle elementari; ci preoccuperemmo meno di divertirli, distrarli, ammaliarli con effetti speciali, gite, teatri, balletti in maschera. Insegneremmo loro, molto umilmente, le materie di base, dando loro gli strumenti di base per possedere le nozioni di base. E non penseremmo, così facendo, di offrire cose troppo banali e povere né ci preoccuperemmo di annoiare i bambini: avremmo ben chiaro in mente di fare la cosa migliore per loro.
Perché è dalla base che si parte per costruire qualsiasi edificio. Se no, crolla.”

Ieri ho incontrato A.

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Ieri ho incontrato A. fuori da scuola. E’ una mia ex studentessa. Era raggiante, felice, serena, come raramente l’avevo vista negli ultimi anni del liceo. Ad A. era capitato di recuperare materie a fine agosto e non era per niente certa dell’ammissione all’Esame di Stato. Nell’ultimo anno l’ho vista spesso con gli occhi rossi, sfiduciata, arrabbiata e delusa. Una delle ultime lezioni mi aveva detto: “La cosa che più mi dà fastidio è essere giudicata, male, prima di poter dimostrare quanto valgo”. Ieri la prima cosa che mi ha detto, con un enorme sorriso, è stata: “Ieri ho dato il quarto esame, è andata benissimo”.
Urge una riflessione, è tanto che lo penso e lo dico. C’è qualcosa che non va, che non funziona. Dobbiamo cambiare qualcosa, non possiamo più aspettare. Emerge anche dalle discussioni di fine anno che sto facendo con le mie classi, soprattutto quelle del triennio. Gli studenti non chiedono di studiare meno, ma che gli venga riconosciuto quanto fanno. Anzi, molti di loro chiedono di poter essere formati meglio in certe discipline, quelle per cui hanno delle predilezioni. Non possiamo non ascoltare queste e altre richieste. Ciao A., è stato bellissimo vederti sorridere, ancora una volta, buona strada…

Trasformare un probabile in possibile

fahrenheit-451-1966-01-gPubblico un articolo che riguarda il mondo della scuola, in particolare quello dell’Università. Lo consiglio ai miei studenti più grandini, o, ancora meglio, agli ex-studenti; penso possa essere frutto di riflessioni interessanti. Si tratta di un’intervista di Franco Marcoaldi al professor Carlo Ossola, critico letterario e docente al Collège de France, sul rapporto maestro-allievo. Ovvero: su quali basi il primo sceglie, elegge, promuove il secondo? L’ho trovato qui.
Professore, partirei da un’annotazione di carattere linguistico. Giudicare, in questo nostro caso, non significa emettere una sentenza. Il vocabolario del giudizio qui si apre piuttosto alla critica: il giudice si fa critico, esercita la facoltà di separare, scegliere, decidere.
“Aggiungerei un ulteriore elemento, che non si dà in altri settori in cui pure si esercitano il giudizio e la critica. In un’aula scolastica, l’insegnante non ha di fronte un libro chiuso, o un fatto compiuto e irrevocabile, ma un essere vivente in continua evoluzione. Quindi, prima ancora che emettere una valutazione, qui si tratta, socraticamente, di riuscire a far emergere le motivazioni dello studente, le ragioni per le quali sta seguendo un percorso. Il maestro è lì per individuare assieme allo studente i tanti crocevia, per aiutarlo a spianare la strada senza che si perda in inutili viottoli laterali. È un lavoro comune, insomma. Ed è giusto per questo che in quarant’anni di insegnamento ho sempre preferito la prova orale all’esame scritto. Perché non si tratta di perseguire un sistema oggettivo di incasellamento, ma di far emergere una personalità attraverso il dialogo”.
Il maestro dovrebbe accendere una passione, risvegliare una mente.
“Per dirla con George Steiner: “Nessuna passione è spenta”. Se il corso universitario è stato ben condotto, se le proposte di lettura sono state interessanti, lo studente avrà avuto accesso a un ampio ventaglio di opzioni. E avrà potuto trasformare il probabile in possibile. Per me l’esame finale rappresenta esattamente questo: trasformare un probabile in possibile. Perché nella foresta dei testi, lo studente trovi il proprio itinerario”.
Nei miei ricordi scolastici, il principale obiettivo era, al contrario, quello di ripetere ciò che aveva detto l’insegnante.
“Più l’insegnante è bravo, meno si presenta questo rischio. Il mio professore di greco del liceo diceva: primo, esaminare; secondo, sceverare; terzo, soltanto terzo, decidere. E badi bene, era uno che veniva dalla guerra partigiana. Ancora oggi quei tre verbi in successione rappresentano la mia bussola di orientamento nel rapporto docente-discente. Mettendo al primo posto l’obbligo dell’analisi, “provando e riprovando”, dimostro sì di essere esigente nei confronti dell’allievo, ma metto in questione anche me stesso. Perché sono disponibile ad accogliere tutte le sue domande e tutte le sue contestazioni. Nel senso più bello del termine: “Chiamati a testimoniare con”, come dice Michel de Certeau. Se io riesco a chiamare lo studente a testimoniare attraverso la propria voce, vuol dire che il soggetto di cui gli sto parlando sta diventando effettivamente suo. Non conosco modo migliore per recuperare la perduta autorità dell’insegnante”.
Un insegnamento fondato sull’interrogazione e sul dubbio dovrebbe essere il miglior antidoto al dogmatismo.
“Quando ero studente universitario, seguivo i corsi di Raoul Manselli, storico del Medio Evo, che amava ripetere: ricordatevi che l’eresia rappresenta sovente la parte sconfitta della verità. Un’affermazione, per me, decisiva: si tratta non solo di sceverare il vero dal falso, ma di capire perché – nella storia – una certa posizione abbia vinto e un’altra perso. Non si deve offrire allo studente un blocco organico di verità, ma piuttosto lo si guida a procedere nel modo indicato da Einstein: siamo noi stessi parte del problema che stiamo affrontando. E nel trattarlo, ne usciamo modificati. Grazie anche alle risposte dello studente a cui ci rivolgiamo”.
Il guaio è che secondo alcuni si è rotta la cinghia di trasmissione del sapere. E quanto interessava ai padri non interessa più ai figli. Su questo giornale ne ha scritto in modo dolente e puntuale lo scrittore e insegnante Marco Lodoli.
“Mi ricordo bene quell’articolo: un’analisi, dal punto di vista fattuale, difficilmente contestabile. Mi permetta tuttavia di parafrasare quel sonetto di Michelangelo che suggerisce: “Val meglio un lumino nella notte che una fiaccola di giorno”. Ecco, è da lì che bisogna ripartire. Siamo cresciuti in un contesto innestato sulla cultura umanistica: basti pensare al ruolo pubblico rivestito da figure come De Sanctis, Gobetti, Gramsci. E dagli stessi padri costituenti. Tutto questo oggi non c’è più. Ma perduta la sua centralità catalizzatrice, la cultura umanistica deve comunque rivendicare la sua funzione critica. A maggior ragione in una realtà sempre più segnata da scienze applicative e tecnologiche; una realtà in cui il problema principale sembra essere quello di allargare con nuove corsie le autostrade informatiche, mentre non si verifica se i Tir che vi sfrecciano sono pieni di contenuti, di versioni di mondi possibili, o vuoti o ingombri solo del loro “rumore””.
Ma come riuscire a farlo, se è vero, per dirla ancora con Steiner, che viviamo nella civiltà del “dopo-parola”?
“Bisogna partire dalle nostre specifiche responsabilità. Nel percorso scolastico siamo passati da una cultura del debito, fondata sull’idea che siamo sempre inadempienti rispetto al compito che ci eravamo dati, a una cultura del credito: i ragazzi acquistano crediti e noi li eroghiamo. Peccato che si tratti di crediti ipotetici, fittizi, che non vengono mai riscossi, finendo per alimentare nello studente un senso di frustrazione, di inganno, di irrealtà. La scuola in generale, e l’università in particolare, non è stata abbastanza severa con se stessa. Non esigente con sé e con gli studenti, ha indotto un lassismo di cui ora paga le conseguenze. L’orizzonte dell’insegnamento universitario è rimasto schiacciato sul presente, limitandosi a offrire descrizioni, comunicazioni, piuttosto che a porre domande di fondo. Quando invece sarebbe più che mai necessario pronunciare parole che si protendano “a nord del futuro”, come diceva Paul Celan. Perché non basta descrivere il mondo, bisogna anche saperlo varcare. Secondo elemento. Nella civiltà dei flussi, si corrono gravi rischi di rottura del pack su cui riversiamo la piena del dire. Ma il primo compito dell’insegnante non è proprio quello di circoscrivere la frase, di studiare i passi, di ristabilire sintassi e gerarchie di senso? Oggi più che mai c’è bisogno di limpidezza e sobrietà nella prosa, mentre troppo spesso, anche all’interno dell’accademia, prevalgono inutili espressionismi e compiacimenti di un dire senza oggetto”.
L’altra grande e terribile novità dei nostri tempi è la progressiva scomparsa dell’uso della memoria. Imparare a memoria non è più un esercizio richiesto.
“Ho iniziato la mia carriera a Ginevra, quando era ancora vivissima l’eredità di Jean Piaget, che aveva molto scommesso sui primi anni di vita, quelli dell’infanzia. Bisognerebbe strapagare i maestri, diceva, perché è lì, all’asilo e durante la scuola elementare, che si gioca l’essenziale della partita. Aveva ragione. Non esercitando la memoria, buttiamo via un dono prezioso. Non è soltanto lacuna dell’oggi, legata all’avvento del digitale: già nel ’68, sciaguratamente, si combatteva il presupposto uso “autoritario” della memoria. Credo che oggi questa sia, in assoluto, la sfida più importante dell’insegnamento: bisogna riattivare quell’esercizio, arrestare l’irresistibile processo di delega mentale rappresentato dal mondo delle risorse Web. Come farlo? Scovando dei testi talmente belli, talmente pieni di domande decisive, da costringere lo studente a mandarli a memoria. In tal senso la poesia ha un grande compito, perché un verso non lo si può storpiare. C’è una bella differenza tra il sentenziare: “Stiamo come le foglie d’autunno sugli alberi” e l’indugiare sospeso “Si sta come / d’autunno / sugli alberi le foglie””.
Professore, non è che stiamo un po’ fantasticando? Sta franando tutto, e noi pensiamo che si possa ripartire da un verso di Ungaretti?
“Si ricorda Fahrenheit 451 di Bradbury- Truffaut? Noi oggi siamo come quei rifugiati ai quali è stato dato il compito di ripetere il verso appreso a memoria, uno per uno, in modo che la piccola comunità sopravvissuta possa alla fine ricostruire per intero il poemetto andato distrutto. Credo che sia proprio questa coscienza della fine, a darci la forza per combattere la nostra battaglia. Certo, potremmo anche uscirne sconfitti. Ma non bisogna mai negoziare troppo con il presente”.

Come?

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Vi segnalo l’ultimo post del prof. D’Avenia, di cui riporto questo estratto: “Come si fa, ragazzo, ragazza, a raggiungerti dove te ne stai rintanato? Come si fa a metterti sotto gli occhi quella bellezza unica e in costruzione che cerchi a tutti i costi di nascondere tanto fa male non esserle all’altezza? Come si fa a spiegarti che tra gli 80 miliardi di esseri umani che hanno calpestato il suolo non ce n’è uno o una come te? Come si fa a farti credere che sei la tua biografia, ma che sei sopratutto la tua autobiografia? Come posso io insegnante mostrarti sulla mappa geografica del desiderio che le terre di tua conquista sono ancora da scoprire? Come posso aiutarti a costruire il mezzo migliore per raggiungerle? Come faccio a sapere se sei fatto o fatta per una nave, per una bicicletta o per andare a piedi?”

Un amore di… Franz

A breve, nel nostro Istituto, terremo un incontro sull’orientamento e sulla valorizzazione dei talenti interni ad ognuno di noi. Uno degli aspetti che emergeranno sarà senz’altro che oggi gli studenti devono avere una prospettiva per lo meno europea sul mondo del lavoro. E allora pubblico una pagina, tra l’altro scritta in uno stile che mi piace molto, del blog Franz io ti amo (recuperata da scambieuropei): frizzante, vivace, coinvolgente.

Franzbroetchen-a24925929.jpg“Il mio blog si chiama “Franz io ti amo” perché quasi tutte le mattine, qui ad Amburgo, mi sveglio con Franz. Non facciamo coppia fissa: lo tradisco spesso, ma stiamo bene così Franz e io. Franz per gli amici, Franzbrötchen per tutti gli altri, è un croissant alla cannella, vanto della pasticceria amburghese da almeno un paio di secoli. Io, invece, mi chiamo Erika. Ho ventisette anni, una laurea magistrale 110 e lode, qualificazioni varie, parlo quattro lingue e devo picchiare molto forte perché il mondo non mi calpesti. Mi sono trasferita in Germania non per amore di Franz (quello è arrivato dopo), bensì per motivi professionali: per trovare, cioè, quelle opportunità che l’Italia, al momento, sembrava non potermi offrire (sarei felice di venire smentita, ovviamente: nel frattempo però non riesco a stare ferma ad aspettare e me la costruisco qui, la mia carriera). Sono partita da sola e da sola mi arrangio. Tranne che per montare le tende; per quello, credo, aspetterò che il mio nuovo coinquilino torni dalle vacanze. Ho iniziato con uno stage, che qui si chiama Praktikum. Adesso proseguo la scalata alle vette di un lavoro dignitoso con un contratto da Trainee. Mi pagano per scrivere testi, correggere bozze, concepire progetti web, realizzare campagne pubblicitarie online. Faccio tutto questo in italiano, tedesco, inglese e francese; mi arrangio con lo spagnolo e il terribile olandese; qualche volta, a fine giornata, ho un po’ di mal di testa.

Sono una ragazza con la valigia. Una ragazza con la valigia lo son sempre stata. Prima per passione, ora anche per necessità. La mia storia è simile a quella di tanti altri giovani volenterosi , testardi e di talento che non hanno avuto altra scelta che lasciare l’Italia. Mi sono laureata il giorno di San Valentino del 2011 (da allora, perlomeno, ho una ragione per festeggiare il 14 febbraio). Subito dopo sono partita per Berlino. Vi sono rimasta per cinque mesi, traslocando per cinque volte. E’ stata, sotto diversi aspetti, una delle esperienze più importanti della mia vita. Neppure dopo, comunque, ho cessato di cacciarmi in situazioni incredibili nei posti più vari: Roma, Bruxelles, Münster, ancora Berlino, Selb, Amburgo, poi di nuovo in Italia, poi di nuovo Amburgo. Borse di studio, progetti europei, tirocini e viaggi della speranza. Il tutto, in circa un anno e mezzo. E’ stato anche divertente, ma non sempre. Ho parlato un mix di lingue diverse, fatto lavori differenti e preso molte, molte, molte fregature (personali, professionali, tutto il possibile e l’immaginabile).

Vivere all’estero: In definitiva è semplice prendere, partire e trasferirsi all’estero? Io credo che, anzitutto, occorra essere parecchio motivati e resistenti agli urti. I primi mesi possono essere logoranti: cercare casa, le procedure burocratiche, la mancanza di qualunque punto di riferimento, gli errori grandi e piccoli commessi perché non sapevi/non ti avevano detto/non avevi capito. Senza dubbio si conosce un’infinità di gente nuova. L’impressione è proprio di non fare altro che ripetere come ti chiami, quanti anni hai, dove hai studiato e cosa fai in Germania, e di arrivare molto più di rado, purtroppo, a discorsi un po’ più densi . Con alcune persone, l’affinità è immediata; con molte altre, le barriere (sia linguistiche, sia culturali) sembrano insormontabili. Per alcuni, sei un animale esotico; per altri, semplicemente, non esisti. Devi importi per far capire ai più ottusi che non sei un Gastarbeiter; che “Italia Mafia” risulta offensivo anche se viene pronunciato col sorriso (anzi, soprattutto in questo caso); che non ne puoi più delle battutine su Berlusconi; che l’Italia è anche altro, accidenti, e che concetti come “Dolce vita”, “Bella Italia”, “temperamento italiano”, ti rappresentano tanto quanto un “O sole mio”, cioè: neanche un po’.

Poi, per quanto mi riguarda, non gesticolo perché sono italiana: gesticolo perché sono nevrotica.”

Quell’aula semivuota…

Oggi, in una quinta, erano presenti, in tutto quattro alunni. La prima domanda che ho fatto a chi c’era è stata “Cosa avevate oggi? Compito? Interrogazione?”. Risposta: “No, oggi niente, ce li abbiamo i prossimi giorni”. La cosa era diversa da come mi ero immaginato: pensavo avessero voluto saltare qualche verifica, invece no. Oggi pomeriggio ci ho riflettuto sopra e i miei pensieri sono andati da A a Z. Sono partito da A, le parole di mio padre quando ero al liceo: “Te lo scordi di stare a casa per evitare una prova o per studiare. Andare a scuola è un po’ il tuo lavoro, resti a casa solo se stai male”. E’ con questo che sono cresciuto, col fatto di avere rispetto verso gli altri, che a scuola ci stavano andando, e verso me stesso: “è una questione di dignità” diceva scuola, insegnanti, insegnare, studenti, studiare, d'avenia, votosempre il papi. Poi i miei pensieri hanno fatto un ampio giro e sono finiti in Z: per tutto il periodo della scuola noi insegnanti diciamo continuamente “dovete studiare per voi stessi, non per il voto, ma per la vostra crescita, per la vostra cultura, per formarvi”. Peccato che poi, nei fatti, la maggior parte di noi disattenda queste parole. E il fatto che quasi un’intera classe preferisca stare a casa a studiare piuttosto che essere presente a una lezione la dice tutta. Il protagonista di “Bianca come il latte, rossa come il sangue” di D’Avenia, a un certo punto dice: “Io non studiavo molto lo stesso, perché le cose le fai se ci credi. E mai un professore è riuscito a farmi credere che ne valeva la pena. E se non ci riesce uno che ci dedica la vita perché lo dovrei fare io?”.

E tra la A e la Z ci siamo in mezzo noi, studenti, insegnanti, famiglie e tutti coloro che fanno parte del nostro mondo, con i nostri piccoli desideri da crescere, custodire e magari realizzare. Ve ne svelo uno mio. Smentire un’altra frase di D’Avenia: “Tanto i compiti di religione non li fa nessuno. Nella vita serve solo ciò per cui ti danno un voto”. Ovviamente, voi che mi conoscete sapete che la frase che mi interessa è la seconda visto che di compiti non ve ne ho mai dati…

La libertà del genio

In questi giorni, se a un friulano dici “Liverpool” sa di cosa parli, anche se, come tanti friulani, per l’Udinese manco tifa. Ma in settimana, da Liverpool, è anche arrivata un’altra notizia che ho letto sul Corriere l’altro giorno: “La ragazza più intelligente di Einstein”. Oggi, a commento, ho trovato questo pungente articolo di Monica Mondo su Il sussidiario.

“Confessate. Quale genitore non ha almeno una volta guardato suo figlio cercando di C_2_articolo_1063115_imagepp.jpgintravedere i segni di un’eccezionalità, anche se per pudore non si è mai ventilata la parola genio. Si comincia dalla culla: apre già gli occhi, già sorride, dice già mamma, che sguardo vivace; e all’asilo è il più sveglio, quello che impara meglio le canzoncine e ricorda i nomi di tutti gli amichetti. Le cose cominciano; si prosegue così alle elementari, dove i 9 e i 10 siglano la strada di un ragazzino speciale, e non importa se è così per tutti. Per il tuo è diverso, lui è bravo davvero. Le cose si mettono male alle medie, ma se tentenna in qualche materia è l’ambiente caotico, i professori che non lo capiscono, è troppo sensibile. Poi bisogna dargli tempo, non si matura tutti insieme… E al quarto anno di liceo, quando non ce la fai più a pagare ripetizioni e saltare le vacanze per rimediare ai suoi debiti, allora ti rassegni, sì, è intelligente ma non si applica, l’importante è che sia felice (ma lo dici perplesso, dubitando in cuor tuo che mai sia possibile, in un mondo dove già è dura se primeggi, figurarsi se sei nel mucchio o in ultima fila).

Non siamo ipocriti: piacerebbe a tutti sentirsi dire: gentilissimi, vostro figlio è superiore alla media, gradirebbe sottoporlo a una misurazione del quoziente di intelligenza? Di più: guardi, l’abbiamo fatto, livello incredibile, iscritto d’ufficio al Mensa. Che sta per tavola, in latino, cui sono invitati pochi, per un banchetto riservato. Come la Tavola Rotonda del ciclo arturiano, solo che lì non bastava essere intelligenti, toccava pure essere buoni e puri. I vantaggi di questo titolo d’onore? Non più scudiero e la stima del sovrano, ma Porte spalancate nelle più prestigiose università europee, aziende che si contendono il giovane, luminose carriere, Nobel. Piacerebbe, anche perché queste storie capitano davvero. Prendete Olivia Manning, una ragazzetta di Liverpool. Posto triste, crisi da paura, resta la squadra di calcio. Ma lei non ci gioca. Lei è la più brava a scuola, e si sgobba tutti i pomeriggi i compiti di mezza classe, mentre i pelandroni stanno alla play o fanno il filo alle sue amiche. Olivia ha solo dodici anni, anche se la fotina che ci regalano le cronache immortala un faccino più grande, nonostante il penoso fiocco a quadretti che le incornicia i capelli. Ma si sa, guardate i copricapi della regina, gli inglesi non sono mai così glamour. Fa una scuola parallela, si esercita con insegnanti appositi che lavorano solo per inventarle nuovi esercizi e aumentare le sue conoscenze. Impara troppo in fretta, praticamente legge una volta e sa. Naturale che il test sul Q.I. l’abbia brillantemente superato, attestandosi su un valore di 162 punti che, tanto per dire, è superiore di 2 a quello di Albert Einstein. Sta dunque ai primi posti, tra i 100 mila al mondo che hanno passato i test. Ed è cavaliera del Mensa Club. Poco importa se un aborigeno neozelandese applica la sua genialità nel solcare le onde col wind surf o ingegnandosi per nuove tecniche di pesca. Se un coetaneo dei bassi napoletani la esercita a tirar su il pranzo con la cena, con sfacciata baldanza; se quella bimbetta dell’Ohio potrebbe essere assunta alla Nato come antihacker, tanto è brava al computer. Loro non hanno fatto i test del Mensa, non fanno parte degli eletti. Me li immagino, gli adepti della setta degli esseri superiori, che si ritrovano a recitare versi, discettare di formule, filosofare, pianificare – speriamo di no – le sorti dell’umanità. Che ci fa con loro la piccola Olivia? Si annoia? Invidia gli amici che possono marinare la scuola e giocare a freccette sui prof? Pensa languida al compagno del primo banco che la considera troppo in alto, per farci su un pensierino? Chissà se possiamo parlare anche per lei, di “diversa abilità”. Dove l’accento va sempre sul “diverso”, per quanta attenzione mettiamo al politically correct. Può darsi che la piccola Olivia si stufi, dei fiocchi in testa e dei programmi speciali, e decida prima o poi di tatuarsi le braccia e forarsi il naso e darsi al metal; che si sforzi di sembrare più scema, per confondersi e sparire tra i tanti. Spero che i sui genitori, troppo solerti nell’accudire la sua eccezionaltà, non la condizionino. Che auspichino per lei un futuro grandioso, ma innanzitutto in felicità. Chi è intelligente può esserlo più di altri, se usa la sua ragione per comprendere il significato delle cose, per essere grato dei doni preziosi che ha ricevuto, per aiutare qualcuno. Può essere tremendamente infelice, se il suo genio lo isola o gli fa credere di essere migliore, indiscusso artefice della propria sorte. E’ in gioco la libertà: anche il genio può usarla male, e seppellire il suo talento in un prato.”