Gemma n° 2129

“Trieste è una città a cui sono sempre stata particolarmente legata. Lì abita una parte della mia famiglia ed è per questo che ci vado spesso. Dato che vengo da un paesino poco popolato, da piccola l’ho sempre vista come New York, piena di persone e tanti modi diversi per divertirsi. Anche se adesso non è più ancora tutto da scoprire come prima, non mi stanco mai di guardarla e di visitare i miei posti preferiti. Trieste mi piace a partire dal paesaggio marittimo, il forte vento e lo stile antico degli edifici. Adoro soprattutto come l’atmosfera cambia di stagione in stagione. D’estate è bello camminare lungo le rive, passare per il viale pieno di cinema e ristoranti di svariate culture, andare a teatro e girare per le librerie; inverno sta invece per pattinaggio sul ghiaccio, mercatini, frittelle e succo di mela caldo. Più di tutto, però, amo Trieste per i bei ricordi che mi regala ogni volta che ci torno. Mi fa ripensare a tempi più spensierati prima del covid quando vedevo la vita in modo diverso. Inoltre sono grata a Trieste per avermi sempre donato una sensazione di rifugio quando nel luogo in cui vivo la situazione non era delle migliori” (S. classe prima).

Le mani della Mafia

Carlo Mastelloni, Procuratore di Trieste

Venerdì e sabato ho partecipato a Trieste a “Contromafiecorruzione Nord Est”, gli stati generali di Libera (domenica, giornata conclusiva, non ho potuto). In questi giorni vorrei riprendere qui sul blog alcuni dei contenuti presentati, giovandomi del supporto di alcuni articoli usciti sulla stampa e delle registrazioni audio che ho effettuato. Parto dalla plenaria di venerdì, tenutasi nell’Aula Magna dell’Università di Trieste; solitamente i saluti sono delle fasi di rito, ma di certo non lo sono stati quelli del Procuratore Capo di Trieste Carlo Mastelloni. Così lo cita, sul Messaggero Veneto di oggi, Luana De Francisco: “Avervi qui è un onore, ma anche un onere, perché è ora che i cittadini prendano atto che la loro regione, se non è occupata militarmente, è però pienamente infiltrata”. Il territorio della nostra regione, ha detto Mastelloni, “è aggredibile dal punto di vista turistico. Località come Grado, Lignano, Bibione, Caorle, nonché località di montagna come Sappada e Tarvisio sono oggetto di attenzioni. Ma chi vigila è in ambasce in primo luogo per motivi di organico”. Il Procuratore, a questo punto, ha lamentato la mancanza di numero sufficienti tra le forze dell’ordine: “questo della mancanza di personale è uno dei punti essenziali per affrontare con efficacia il fenomeno del rimpinguamento delle file mafiose in questa terra piena di ricchezze”. Ritengo importante sottolineare l’utilizzo del termine rimpinguamento: a fronte di chi dice che la mafia non sia presente in regione, il Procuratore della Repubblica utilizza una parola che fa riferimento all’aumento di qualcosa che esiste già…

Mastelloni ha fatto quindi riferimento ad alcuni ambiti di interesse delle mafie. Uno di essi è l’acquisizione della cocaina dal Sudamerica attraverso ndranghetisti calabresi, i primi a stabilire contatti con Bolivia, Perù e altri paesi. Un altro ambito è professionale: “Abbiamo arrestato odontoiatri collusi con elementi calabresi che hanno in progetto, verosimilmente, di accaparrarsi i grandi studi professionali creando una sorta di super agenzia da mettere in vendita sul mercato. Ciò significa che una parte della borghesia, una minima parte della borghesia, è collusa e si presta in nome del denaro, oppure perché minacciata, a fare da prestanome o da signorile e insospettabile deposito di armamenti”.
Un altro fenomeno gravissimo a cui ha fatto riferimento il Procuratore è stato quello delle false residenze, utili a “costruire piccole carriere politiche idonee a costruire piani regolatori viziati da interessi retrostanti di carattere personalistico e mafioso (il caso di Lignano Sabbiadoro).

Infine, Mastelloni ha riportato alcuni numeri: “dal 2014 risultano iscritti 18 fascicoli del 416 bis… negli anni precedenti solo 2”. A suffragare quanto detto dal Procuratore riporto un servizio di Trieste Prima (sulla velocità della mafia rispetto alla magistratura) e uno di Il Paîs (sulla penetrazione del clan dei Casalesi).

Sto ancora male

Conoscere, conoscere, conoscere. E ascoltare, tutti. Il 10 febbraio 2006, al Politeama Rossetti di Trieste Annamaria Muiesan parlava così:

“Ora non sarà più consentito alla Storia di smarrire l’altra metà della Memoria. I nostri deportati, infoibati, fucilati, annegati o lasciati morire di stenti e malattie nei campi di concentramento jugoslavi, non sono più morti di serie B.

Ieri l’altro, 8 febbraio, al Quirinale, nel corso di una cerimonia vibrante e commovente, il8feb06_Quir_MuiesanA.gif Presidente della Repubblica ha conferito a noi familiari delle vittime una decorazione alla loro memoria . “La Repubblica Italiana ricorda Domenico Muiesan/1945” è inciso sulla mia medaglia, piccola nella forma, grande nel significato. La Patria comincia a prendere coscienza di una realtà che per oltre sessant’anni è stata dimenticata, stravolta o silenziata. Manca ancora uno sforzo condiviso per stabilire le responsabilità di quel dramma dovuto certo alla ferocia dei titini jugoslavi, ma nel quale i comunisti italiani locali hanno svolto una parte non marginale. Oggi, in occasione della “Giornata del Ricordo” ci viene chiesta una testimonianza per non dimenticare. Vivessi cent’anni non potrei mai liberarmi da quei ricordi dolorosi.

Sto ancora male al ricordo della notte del sequestro di mio padre, delle accuse tremende che gli gridano in faccia i gappisti piranesi, fazzoletto rosso e mitra spianato.

Sto male al ricordo del breve ritorno con mia madre a Pirano nell’inutile tentativo d’incontrarlo , dei manifesti infamanti affissi per le strade, delle parole del parroco Don Malusà: “No signora xe mejo che no la lo veda”, a sottolineare, lui che i prigionieri li può visitare, Dio sa quali conseguenze per i maltrattamenti subiti.

Sto male al pensiero del fabbro che forza la porta del nostro appartamento, a Pirano; degli uomini armati che profanano quelle amate stanze, quelle amate vecchie cose razziate e caricate su un carro già in attesa in contrada.

Sto male al ricordo delle lunghe notti insonni di Trieste nell’alloggio di via Guido Reni devastato dalle bombe nelle brande fradice dell’ECA, della pioggia che gocciola nei barattoli sistemati qua e là.

Sto male al pensiero di mamma che incurante del pericolo , testardamente percorre con altre la sterminata Jugoslavia nella speranza, nascosta nell’erba alta o fra le stoppie, di riconoscere tra i tanti volti emaciati e barbuti dei prigionieri dei campi, quello del suo caro.

44 furono i cittadini di Pirano e dintorni fatti scomparire dalla faccia della terra. La maggior parte fra il maggio e il giugno ’45. E questo quando a Pirano comandavano non i titini, come ancora oggi si vorrebbe fare credere, ma i comunisti del posto che alla fine delle ostilità s’erano insediati al Comune e s’imponevano sul C.L.N. E comunisti italiani erano i gappisti che non aveva riconsegnato le armi per continuare la loro rivoluzione, mandati di notte di casa in casa a sequestrare i “nemici del popolo”. Comunisti italiani quelli che dileggiavano i prigionieri in piazza, quelli che sorvegliavano le carceri, quelli che sovrintendevano agli interrogatori, finché finirono nelle mani dei titini che ne fecero scempio.

Di mio padre, dunque, quasi tutto si sa sul sequestro, sulla prigionia, sulle sevizie, sui dileggi diurni e sugli interrogatori notturni, e sono anche noti i nomi degli aguzzini. Ma a quasi sessantun anni da quei dolorosi eventi, sul come e dove egli abbia immolato la sua vita, nonostante le tante ipotesi e congetture sollevate, ancora nulla si sa di preciso. Ed è d’altra parte inutile che in tanti si affannino a correre a Lubiana a spulciare negli archivi aperti da poco: tutti sanno che negli archivi si trova quello che si vuol far trovare.

Mio padre dunque resterà per sempre senza sepolcro. E senza un fiore.

Esiste una sola, unica e incontrovertibile certezza: se nei nostri paesi non ci fossero stati quei piccoli comunisti italiani assetati di potere e animati di odio ideologico e di spirito di vendetta, e non avessero messo in atto una caccia spietata ai loro nemici storici, indifferente se buoni o cattivi, oggi noi tutti piangeremmo un numero assai meno elevato di scomparsi.

Ed è questo che nella Giornata del Ricordo si deve dire a chi ancora non sa.”

(fonte: www.lefoibe.it)