Scienza e laicità

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Ieri, su L’indiscreto, ho trovato un articolo molto interessante in cui si tratta di scienza, religione, secolarismo, laicità. Si tratta della traduzione di “Why religion is not going away and science will not destroy it” di Peter Harrison (Laureate Fellow e direttore dell’Institute for Advanced Studies in the Humanities presso la University of Queensland. Il suo libro Narratives of Secularization è in uscita quest’anno). La traduzione è a cura di Francesco D’Isa.

Poco più di cinquant’anni fa, nel 1966, l’illustre antropologo canadese Anthony Wallace aveva fiduciosamente predetto la scomparsa della religione per mano del progresso scientifico: “La credenza nei poteri soprannaturali è destinata a estinguersi in tutto il mondo, a seguito della crescente precisione e diffusione delle conoscenze scientifiche”, – e la visione di Wallace non era un caso isolato. Al contrario, le scienze sociali moderne, che si sono sviluppate nell’Europa Occidentale del XIX secolo, interpretano la recente esperienza storica della secolarizzazione come un modello universale. Le scienze sociali presumevano (e talvolta prevedevano) una convergenza di tutte le culture verso un modello secolare che grosso modo somigliava alla democrazia occidentale liberale. Ma è accaduto quasi l’opposto.
Non solo la laicità non è riuscita a continuare la sua marcia globale, ma molti paesi come Iran, India, Israele, Algeria e Turchia hanno visto dei governi secolari cedere il passo a favore di governi religiosi, o perlomeno l’ascesa di influenti movimenti nazionalisti religiosi. La secolarizzazione, così com’era prevista dalle scienze sociali, ha fallito.
A dire il vero, il fallimento non è incondizionato. Molti paesi occidentali continuano a vivere il declino della fede e delle pratiche religiose. I più recenti dati censuari pubblicati in Australia, per esempio, mostrano che il 30 per cento della popolazione si identifica come “priva di religione”, e che questa percentuale è in aumento. Indagini internazionali confermano dei livelli relativamente bassi di religiosità in Europa occidentale e Australasia. Anche gli Stati Uniti, che sono spesso causa di imbarazzo per la tesi della secolarizzazione, hanno visto un aumento dell’ateismo. La percentuale di atei negli Stati Uniti si trova ora a un livello più alto (se “alto” è la parola giusta) di circa il 3 per cento. Nonostante questo però, il numero di persone che si ritengono religiose a livello globale rimane alto, e le tendenze demografiche suggeriscono che il modello generale dell’immediato futuro sarà di crescita religiosa. Ma questo non è l’unico fallimento della tesi della secolarizzazione.
Scienziati, intellettuali e sociologi pensavano che la diffusione della scienza moderna avrebbe portato alla secolarizzazione – che la scienza, insomma, sarebbe stata una forza secolarizzante. Ma non è stato così. Se guardiamo alle società in cui la religione è ancora vitale, le loro caratteristiche comuni hanno meno a che fare con la scienza e più con il senso di sicurezza esistenziale e di protezione da alcune delle incertezze fondamentali della vita, sotto forma di beni pubblici. Una rete di sicurezza sociale potrebbe essere correlata con i progressi scientifici, ma in modo impreciso, e ancora una volta è istruttivo il caso degli Stati Uniti. Gli USA, infatti, sono senza dubbio la società più scientificamente e tecnologicamente avanzata al mondo, e allo stesso tempo sono la più religiosa delle società occidentali. Come ha scritto il sociologo britannico David Martin ne Il futuro del cristianesimo (2011): “Non c’è alcuna relazione coerente tra il grado di progresso scientifico e la riduzione di influenza, fede e pratica religiosa”.

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Jawaharlal Nehru

La storia della scienza e della secolarizzazione diventa ancora più intrigante se si considerano quelle società che hanno avuto reazioni significative contro l’agenda laica. Il primo ministro indiano Jawaharlal Nehru ha sostenuto ideali laici e scientifici, e ha inserito l’educazione scientifica nel suo progetto di modernizzazione del paese. Nehru era sicuro che il passato vedico indù e i sogni musulmani di una teocrazia islamica avrebbero ceduto entrambi davanti all’inesorabile marcia della secolarizzazione. “La Storia prosegue a senso unico”, ha dichiarato. Ma, come attesta l’aumento di indù e di fondamentalismo islamico, Nehru aveva torto. Inoltre, l’associazione della scienza all’agenda laica ha causato l’effetto collaterale di fare della scienza una vittima collaterale della resistenza alla laicità.
La Turchia è un caso ancor più rivelatore. Come la maggior parte dei nazionalisti pionieristici, Mustafa Kemal Atatürk, il fondatore della Repubblica turca, era un laico. Atatürk credeva che la scienza fosse destinata a soppiantare la religione. Al fine di assicurarsi che la Turchia fosse sul lato giusto della storia, ha conferito alla scienza, in particolare alla biologia evolutiva, un posto centrale nel sistema di istruzione della nascente Repubblica turca. L’evoluzionismo e il secolarismo sono stati associati al programma politico di Atatürk. Di conseguenza i partiti islamici turchi, che cercano di contrastare gli ideali laici dei fondatori della nazione, hanno attaccato anche l’insegnamento delle teorie evolutive. Per loro, l’evoluzione è associata al materialismo secolare. Questo sentimento è culminato nella decisione dello scorso giugno di rimuovere l’insegnamento della teoria evolutiva dalle classi del liceo. Anche in questo caso, la scienza è diventata una vittima per via di un’alleanza sbagliata.
Gli Stati Uniti hanno un contesto culturale diverso, in cui potrebbe sembrare che la questione chiave sia il conflitto tra le letture letterali della Genesi e le caratteristiche fondamentali della storia evolutiva. Ma in realtà gran parte del discorso creazionista è incentrato su valori morali. Anche nel caso degli Stati Uniti, vediamo che l’anti-evoluzionismo è motivato almeno in parte dal presupposto che la teoria dell’evoluzione favorisca il materialismo secolare e la sua visione morale. Come in India e Turchia, di fatto la laicità sta danneggiando la scienza.
In breve, non solo la secolarizzazione globale non è inevitabile ma, quando accade, non è causata dalla scienza. Inoltre, quando si prova a usare la scienza per promuovere il secolarismo, i risultati rischiano di danneggiarla. La tesi che “la scienza causa la secolarizzazione” fallisce il test empirico e arruolare la scienza come strumento di secolarizzazione si rivela una pessima strategia. La scienza e il laicismo sono un’accoppiata così imbarazzante da farci chiedere: perché c’è ancora chi non se ne accorge?
Storicamente, le fonti che hanno avanzato l’idea che la scienza avrebbe soppiantato la religione sono due. In primo luogo, le concezioni progressiste della Storia del XIX secolo, in particolare quelle associate al filosofo francese Auguste Comte, che sostiene che le società passano attraverso tre fasi – religiosa, metafisica e scientifica (o “positiva”). Comte, che ha coniato il termine “sociologia”, voleva diminuire l’influenza sociale della religione e sostituirla con una nuova scienza sociale. L’influenza di Comte si è estesa fino ai “giovani turchi” e Atatürk.
Nel XIX secolo, inoltre, si è assistito alla nascita di un “modello conflittuale” tra scienza e religione. È la visione che la storia possa essere compresa nei termini di un “conflitto tra due epoche nell’evoluzione del pensiero umano – quella teologica e quella scientifica”. Questa descrizione viene dall’influente testo di Andrew DicksonWhite A History of the Warfare of Science with Theology in Christendom” (1896), il cui titolo incorpora alla perfezione la teoria dell’autore. Il lavoro di White, così come il precedente “History of the Conflict Between Religion and Science” (1874) di John William Draper, fonda la tesi del conflitto come metodo standard per interpretare le relazioni storiche tra scienza e religione. Entrambe le opere sono state tradotte in più lingue. La Storia di Draper ha visto più di 50 edizioni nei soli Stati Uniti, ed è stata tradotta in 20 lingue. In particolare, è diventata un bestseller nel tardo impero ottomano, influenzando il pensiero di Atatürk che il progresso consista nella sostituzione della religione da parte della scienza.
Oggi, le persone sono meno fiduciose che la storia si muova attraverso una serie di tappe indirizzate a una destinazione comune. La maggior parte degli storici della scienza inoltre, nonostante la sua persistenza nel pensiero comune, rifiuta l’idea di un conflitto duraturo tra scienza e religione. Celebri scontri come il caso di Galileo, nascevano anche dalla politica e dalle personalità in campo, non solo dalla scienza e la religione. Darwin aveva significativi sostenitori religiosi e detrattori scientifici, e viceversa. Molti altri casi di presunto conflitto scienza-religione sono ora considerati invenzioni. La norma, infatti, è più spesso quella del sostegno reciproco. Nei suoi anni di formazione nel XVII secolo, la scienza moderna era basata sulla legittimazione religiosa. Nel corso del XVIII e XIX secolo, la teologia naturale ha contribuito a divulgare la scienza.
science_religion-e1487601998562.pngIl modello conflittuale tra scienza e religione ha offerto una visione sbagliata del passato, che, in combinazione con le aspettative della secolarizzazione, ha portato a una visione sbagliata del futuro. La teoria della secolarizzazione è fallita sia dal punto di vista descrittivo che predittivo. La vera domanda è perché esistono ancora sostenitori di questo conflitto. Molti di loro sono eminenti scienziati. Sarebbe superfluo ribadire le riflessioni di Richard Dawkins sull’argomento, ma non si tratta di una voce solitaria. Stephen Hawking ritiene che “la scienza vincerà perché funziona”; Sam Harris ha dichiarato che “la scienza deve distruggere la religione”; Stephen Weinberg pensa che la scienza abbia indebolito la fede religiosa; Colin Blakemore prevede che la scienza finirà per rendere inutile la religione. Le testimonianze storiche non supportano tali visione. Anzi, suggeriscono che siano fuorvianti.
Allora perché persistono? Le risposte sono politiche. Lasciando da parte qualsiasi predilezione per le pittoresche visioni della storia del XIX secolo, dobbiamo guardare alla paura del fondamentalismo islamico, l’esasperazione del creazionismo, l’avversione per le alleanze tra i religiosi di destra e i negazionisti del cambiamento climatico, le preoccupazioni circa l’erodersi dell’autorità scientifica. Anche se potremmo concordare con queste preoccupazioni, non c’è nulla di male nello smascherare il fatto che queste nascono da un’intrusione gratuita di impegni normativi nel dibattito. La speranza che la scienza sconfiggerà la religione non è un valido sostituto di una valutazione delle realtà presenti. Continuando con questa linea difensiva si rischia di ottenere un effetto opposto a quello voluto.
La religione non scomparirà presto, e la scienza non la distruggerà. Semmai, è la scienza che è soggetta a crescenti minacce alla sua autorità e alla sua legittimità sociale, motivo per cui ha bisogno di tutti gli alleati possibili. I suoi sostenitori farebbero bene a smettere di vedere un nemico nella religione, o insistere sul fatto che l’unica strada per il futuro si trovi in un connubio di scienza e laicità.

Turchia: quale laicità?

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Un articolo molto molto interessante di Chiara Maritato sulla Turchia, sulla laicità e sul ruolo religioso ed etico dell’Islam. La fonte è l’Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa.
In molti articoli che raccontano la Turchia di oggi, compare una narrazione che segue più o meno la seguente trama: nata dalle ceneri di un impero, dove regnava un Sultano/Califfo (kalifat rasul Allah, cioè rappresentante dell’inviato di Dio, e quindi successore di Maometto), la Turchia si è poi laicizzata con la proclamazione della Repubblica fondata il 29 ottobre del 1923 da Mustafa Kemal (che si farà poi chiamare, dal 1934, padre dei turchi, Atatürk).
Oggi, dopo quindici anni di governo conservatore religioso del partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), la Turchia si sta islamizzando. Questa visione, seppure molto diffusa, è incompleta. Come si “islamizza” una nazione la cui popolazione è per oltre il 90% di religione musulmana? La domanda può sembrare retorica, ma non lo è del tutto. Nell’aprile 2016, in un intervento che ha scatenato molte polemiche il Presidente del parlamento turco, Ismail Kahraman, ha affermato senza mezzi termini che la Turchia è uno stato a maggioranza musulmana e dovrebbe avere una costituzione religiosa.
Se è vero che il ruolo e il significato della religione nella sfera pubblica sono andati ridefinendosi, l’Islam non ha mai cessato di essere una componente fondante dell’identità turca. Inoltre, la laicità intesa come separazione tra stato e chiesa ha poco o niente a che fare con la laicità turca, laiklik. Principio costituzionale e valore fondante, ispiratore di politiche restrittive e di non pochi colpi di stato, il laiklik è lontano da una separazione tra stato e religione come due realtà a sé stanti. Al contrario, esso si presenta come principio assertivo in cui lo stato, attraverso il suo apparato burocratico e militare, controlla la religione relegandola alla sfera privata.
Un altro aspetto critico è che a livello istituzionale, a differenza di quanto talvolta si legge, la Repubblica turca non nasce laica. L’articolo 2 della Costituzione del 1924 afferma che “la religione della Repubblica è l’Islam”. Quest’articolo sarà emendato nel 1928, quando viene meno il riferimento alla religione, ma è solo nel 1937 che includerà la laicità tra i principi fondamentali della Repubblica. Questo ritardo non sorprende, se invece di concentrarsi esclusivamente sulle celebri misure per la modernizzazione volute da Atatürk, si considera la nascita della Turchia come stato-nazione alla luce del nazionalismo turco, un’ideologia che può essere sintetizzata in tre principi chiave: turchizzazione, occidentalizzazione e islamizzazione.
Nel 1925 sono proclamate una serie di leggi dette “Rivoluzionarie”, che impongono la chiusura delle confraternite sufi e delle comunità religiose e vietano il fez (copricapo ottomano). Durante i primi venti anni della Turchia Repubblicana, l’élite al governo è stata quindi impegnata nella missione di “rieducare” la popolazione a una morale civica e alle cosiddette sei frecce del kemalismo, elaborate nel 1931 (nazionalismo, populismo, repubblicanesimo, statalismo, rivoluzionarismo, laicismo). Questa “missione civilizzatrice” ha avuto l’obiettivo di modernizzare e occidentalizzare usi e costumi, anche negli aspetti più privati. A tale processo, noto in Turchia con il termine di “ingegneria sociale” (toplumsal mühendisliği) si sono contrapposte una serie di rivolte scoppiate tra il 1925 e 1930. Il regime ha risposto rafforzando il suo controllo autoritario contro una costante minaccia islamista (irtica). Tuttavia, le pratiche religiose “non-ufficiali” sono continuate clandestinamente nel quotidiano.
L’intento di educare la società a una modernità secolare non prevedeva la costituzione di una società senza religione. Quello che è spesso definito come Islam kemalista ufficiale versus l’Islam della tradizione e delle confraternite è da intendersi come il controllo dello stato su una religione da praticarsi in forma privata e il più possibile “razionale”. Un aspetto che spesso sfugge quando si analizza la prima secolarizzazione, è che il laicismo turco è stato un tentativo di re-islamizzare la società verso un Islam “nazionale”, “civile”, “ufficiale”, “puro” (doğru din) lontano dalla tradizione e dalla superstizione.
Uno degli strumenti con cui la Repubblica turca ha avviato questa trasformazione del religioso è indubbiamente il Direttorato per gli Affari Religiosi (Diyanet). A seguito della proclamazione della Repubblica nel 1923, il 3 marzo 1924 gli affari religiosi diventarono competenza di un’unità amministrativa, il Direttorato per gli Affari Religiosi. Il Diyanet è un organo statale il cui presidente è nominato dal Presidente della Repubblica su proposta del Primo ministro. Tra le sue principali competenze vi sono la gestione dei servizi riguardanti la fede, le pratiche islamiche e l’amministrazione dei luoghi di culto. Concretamente, il Diyanet supervisiona le attività che si svolgono nelle circa 90.000 moschee in Turchia, seleziona gli operatori di culto (che sono quindi dipendenti statali) e diffonde la dottrina religiosa, l’Islam sunnita di scuola hanafita.
Se è vero che nell’ultimo ventennio le competenze e risorse di questa istituzione pubblica sono profondamente mutate, la trasformazione del Diyanet fu avviata molto prima della vittoria dell’AKP alle elezioni del 2002. Nel 1965, la legge sull’organizzazione e i doveri del Direttorato elenca tra i compiti dell’organo quello di “illuminare la società sulla morale”. È dunque a partire dagli anni Sessanta che la sfera morale entra tra le competenze dirette dell’istituzione. Per restarci. Durante gli anni Settanta, e soprattutto dopo il colpo di stato del 12 settembre 1980, sarà anche attraverso la rete capillare del Diyanet, diffusa sul territorio nazionale e nelle comunità turche in Europa, che si consolida la cosiddetta “Sintesi turco-islamica”. Quest’ultima ha visto un utilizzo strumentale della religione come collante della società. Il Diyanet assunse dunque una funzione tutelare di contrasto ai movimenti di sinistra e al partito comunista. Infatti, la Costituzione oggi vigente, promulgata nel 1982 e figlia di quel colpo di stato, all’articolo 136 aggiunge tra le competenze del Direttorato quella di “promuovere la solidarietà e l’integrità nazionale”.
A partire dai primi anni 2000, e soprattutto dal 2010, una riorganizzazione interna ha rinforzato la capacità amministrativa del Diyanet. Il suo budget è oggi pari a più di 2 miliardi di dollari e conta circa 120.000 dipendenti. Nell’ultimo decennio, da protettore del laicismo di stato, il Diyanet è diventato una delle istituzioni più politicizzate, nonché uno degli strumenti attraverso cui diffondere nazionalismo turco e morale islamica, due componenti chiave su cui si fondano le politiche dell’AKP.
kocatepemosqueIn questo quadro si inserisce la volontà di formare una “nuova generazione di devoti”, come ha affermato in un celebre discorso del 2012 l’allora premier Erdoğan. Ad emergere è soprattutto il sostegno morale e spirituale che il Diyanet, tramite il suo personale maschile e femminile, fornisce alla popolazione. Questo avviene non solo nelle moschee dislocate in tutta la Turchia, ma anche in strutture pubbliche come ospedali, orfanotrofi, prigioni, località protette per donne vittime di violenza, riformatori. A seguito di accordi con i ministeri competenti, il personale del Diyanet si reca regolarmente in queste strutture pubbliche per svolgere attività di predicazione, lettura di Corano, guida spirituale (irşad) e sostegno morale.
Dal 2005, sono stati inoltre istituiti uffici del Diyanet con l’intento di fornire sostegno morale e guida spirituale a donne e famiglie (Aile Irşad ve Rehberlik Büröları). Si tratta di una sorta di consultori familiari, dislocati sul territorio nazionale, dove predicatori e predicatrici del Diyanet incontrano su appuntamento donne e famiglie, ascoltano i loro problemi, organizzano seminari e attività di formazione. Questi uffici sono forse la struttura che più di tutte incarna la volontà dello stato, attraverso il Diyanet, di appropriarsi di ambiti nuovi come il supporto morale.
L’educazione alla morale islamica e le misure conservatrici recentemente adottate – da ultima la decisione di rimuovere la teoria di Darwin dai libri di biologia riecheggiano, capovolgendolo, il tentativo di secolarizzazione dei costumi imposto dall’alto, da parte di uno “stato-padre” kemalista chiamato ad educare più che a governare. Tuttavia, la questione va oltre la ricerca di pronostici sul se e come l’Erdoğanismo riuscirà in una nuova impresa di “ingegneria sociale” volta ad una re-Islamizzazione. L’attuale riposizionamento dei confini tra stato e religione in Turchia si evince proprio dal ruolo assunto dalla religione nelle istituzioni pubbliche, in quanto insieme di pratiche oltre che di valori. Tuttavia, la piena realizzazione di una missione “moralizzatrice” solleva non poche perplessità. Nonostante l’ingente apparato burocratico e militare, il fallimento della modernizzazione kemalista invita a riflettere criticamente sugli strumenti e sull’efficacia delle politiche oggi in campo, nonché sugli scenari futuri.”

Preoccupazioni

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Pubblico quasi per intero l’articolo di Nicola Pedrazzi pubblicato ieri su Riforma.it (qui quello intero). Si tratta di un’intervista all’ostetrica Ludovica Tosolini, presidente di Mam Beyond Borders.
Nonostante il “cessate il fuoco”, la guerra in Siria non si arresta, prosegue sulla pelle dei civili. Nei giorni scorsi, raid missilistici russi hanno colpito duramente diverse strutture mediche del nord del paese, mietendo decine di vittime. Ne parliamo con Ludovica Tosolini, ostetrica e presidente dell’associazione Mam Beyond Borders che dal 2014 cura progetti socio-sanitari in aree di conflitto: principalmente in Africa e anzitutto a protezione dei bambini. Due anni fa Ludovica ha lavorato tra Turchia e Siria, lungo una porzione di confine che al momento le autorità turche hanno deciso di chiudere.
Quando è arrivata in Siria? Dove lavorava?
«Sono arrivata in Siria nel 2013. Al campo profughi di Bab al Salam seguivo un programma di screening della malnutrizione, in collaborazione con lo staff di Medici Senza Frontiere di Azaz, cui trasferivamo i bambini gravi, i casi di malnutrizione severa. Una collaborazione che una volta avviata funzionava anche a distanza, dall’Italia. Noi volontari stranieri non dormivamo in Siria ma in Turchia, attraversavamo il confine ogni mattina per raggiungere il campo. Un’attività che non abbiamo più potuto svolgere sul terreno dall’estate del 2014 ».
Ovvero dal rapimento di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo. In Italia da quel momento è cambiata la percezione della Siria.
«Io sono rientrata in Italia nel luglio 2014, la settimana prima del rapimento. Un anno dopo, nel settembre 2015, la Farnesina ha convocato tutti i presidenti delle associazioni con progetti umanitari in Siria e in altri paesi consegnandoci un decalogo di regole da seguire. L’ente che assicura per la Farnesina è la Siscos, e al momento non assicura più gli operatori umanitari per la Siria. Risultato: noi non mandiamo più nessuno. Stando così le cose, l’unica attività che possiamo svolgere è tenere contatti con le persone e i referenti che abbiamo conosciuto in loco oramai tre anni fa».
Dove lavorano i medici con cui siete in contatto?
«Non operano più nell’ospedale dove andavamo noi perché è stato bombardato due volte, si sono spostati tutti nell’ospedale di Medici senza Frontiere. La sala parto che avevamo avviato assieme a We Are Onlus era gestita già allora da personale locale, da ragazzi siriani cui facciamo ancora riferimento (mi piace ricordare in particolare Zakarya Ebraheem, un’anestesista che lavora anche per Ocha). La sala parto di cui ti parlo è stata distrutta in un raid aereo, era il giorno di Natale. Sono morte sei persone, tra cui un neonato e i suoi genitori. I media italiani non ne hanno parlato, non si è saputo nulla. Quegli stessi locali sono stati presi di mira lunedì scorso, da quanto sappiamo in entrambi i casi erano bombe russe».
Com’è quel tratto di confine turco-siriano?
«Quello che ho visto io nel 2013 non conta, perché oggi la situazione è cambiata completamente. La Turchia ha blindato quella porzione di confine con la Siria: andando verso Kilis, la prima cittadina turca dopo la frontiera, non è più possibile lasciare il paese, tuttavia a seguito dei massicci bombardamenti su Aleppo una calca di sfollati continua ad accumularsi su quella direttrice, tra Azaz e Bab al Salam. Bab al Salam era e sta tornando a essere un campo profughi, una prigione a cielo aperto. È da qualche settimana che stiamo mandando aiuti economici ai ragazzi che gestivano l’ospedale che avevamo contribuito a organizzare. Ora lavorano tutti per la mezza luna rossa. Cerchiamo di garantirgli quantomeno i farmaci essenziali per i bambini, per le bronchiti».
Che idea si è fatta della situazione politica?
«Non un’idea diversa da quella che può farsi chiunque leggendo i giornali. Le “grandi potenze” si sono incontrate a Monaco l’11 febbraio scorso. Si sono accordate su un generico “cessate il fuoco” ma per la Russia questa misura non può interrompere la lotta al terrorismo: all’Isis, ad al Nusra e ad altri gruppi legati ad al-Qaeda. Ora, se l’Isis è territorialmente riconoscibile nell’est del paese, altri gruppi sono difficilmente circoscrivibili, mischiati come sono al Free Syrian Army, ovvero ai ribelli che combattono i lealisti di Assad. Ecco perché Aleppo e Azaz continuano a essere colpite: perché sono zone ancora contese tra lealisti e ribelli, e com’è noto, al di là della lotta al terrorismo, la Russia è schierata con i primi. Dal punto di vista umanitario, quello che mi compete, in Siria la “linea rossa” così come l’ha chiamata Obama è stata oltrepassata da troppo tempo, da prima degli attacchi chimici. Ieri il «Corriere della Sera» ha addirittura parlato di “deportazione”, riportando la notizia della polizia turca che ha imposto con la forza ai profughi siriani di firmare un “consenso di rimpatrio” (peraltro scritto in turco) prima di rispedirli oltre confine.”

Possibili conseguenze

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Dimitri Bettoni ha scritto questo articolo il giorno dopo l’attentato di Istanbul. Ha evidenziato quattro conseguenze. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso.
Camminare per le strade di Istanbul, lungo il lastricato di Sultanahmet, il giorno dopo. Vedere la città che cerca di ricominciare, pur ancora stordita, confusa, impaurita. Istanbul è mescolanza di odori, voci e colori, qui caos significa casa. Il vuoto ed il silenzio, invece, inquietano.
Mancano le code davanti a Santa Sofia e alla Basilica Cisterna, il frenetico andirivieni dei camerieri nei locali, manca persino l’assalto dei proprietari dei ristoranti, lo ammetto, solitamente quasi molesto, che provano a trascinarti ai loro tavoli. L’invito, se arriva, è apatico, sono molto di più gli occhi puntati verso le strade semivuote, le mani incrociate dietro la schiena, gli sguardi al cielo plumbeo che rotola sul Bosforo che ribolle.
Non fraintendiamoci, questa città è enorme, interi quartieri perseverano nelle proprie abitudini. Sultanahmet, però, è un punto sensibile: per gli strati e strati di Storia sotto la patina da agenzia pubblicitaria, e perché questi viali sono calpestati, ogni anno, da dodici milioni di turisti.
Undici di loro hanno perso la vita nell’attentato suicida, un numero minuscolo rispetto alla massa di persone che calca quotidianamente queste strade, eppure enorme se ci si sofferma a riflettere sulle molte conseguenze di quanto accaduto.
La prima è che undici esseri umani non torneranno a casa. La nazionalità tedesca di dieci di essi, l’undicesimo era peruviano, ha spinto molti a cercare un retroscena. Senza però una dichiarazione d’intenti esplicita, difficile stabilire con certezza l’intenzionalità di colpire cittadini di quella Germania che ha così stretti legami con la Turchia.
Più giusto soffermarsi sulle conseguenze: la Germania, i tedeschi, si sentono colpiti comunque, sia che siano stati scelti deliberatamente come bersaglio, sia che la statistica sia solamente una coincidenza figlia del fato. Tedeschi che, tra l’altro, sono il gruppo più consistente di quei dodici milioni di visitatori a cui accennavo prima.
In seconda posizione, i russi. E qui arriviamo alla seconda conseguenza di questo attentato: il danno economico e, soprattutto, d’immagine. Difficile pensare che questo 2016 sarà un anno roseo, per il settore turistico turco. “Sapevamo che sarebbe successo, era solo questione di quando”, raccontano i ristoratori di Sultanahmet, con il sospiro di chi ha visto concretizzarsi le proprie paure. “Ora è bassa stagione, si lavora comunque poco, ma quando arriverà la primavera, che succederà?”. Il fascino di Istanbul avrà la meglio sulla paura e sulla follia del gesto omicida? Quanto tempo servirà alla ferita per rimarginarsi?
La Turchia non è solo un paese che convive accanto ad un conflitto, quello siriano-iracheno. È un paese che la guerra ce l’ha in casa, con un sudest curdo messo a ferro e fuoco ormai da mesi. Le fotografie che arrivano da alcuni distretti di Diyarbakir o Cizre somigliano fin troppo a quelle di Aleppo o Homs.
La terza domanda che aleggia sul dopo attentato è quindi, quale sarà la risposta di Ankara? Se si presta orecchio alla narrativa del governo e dei media che lo sostengono, a questa violenza si aggiungerà altra violenza, non c’è spazio per distinguo e sottigliezze. Nel calderone con l’etichetta “terrorista” sono stati gettati ogni sigla o gruppo ritenuti responsabili di voler smembrare la Turchia, come già è stato fatto con Siria e Iraq: militanti dell’ISIS, gulenisti, curdi del PKK turco o del PYD siriano, insieme alla longa manus russa evocata invece da alcuni editorialisti favorevoli al governo: tutte minacce all’integrità della nazione turca.
Il 14 gennaio si è avuta la prima reazione ufficiale post-attentato dell’esercito: raid aerei sull’area di Qandil in Iraq, dove il PKK ha numerose basi logistiche e di addestramento. Sia nelle settimane precedenti l’attentato, sia nelle ore successive, sono stati eseguiti diversi arresti di presunti appartenenti allo Stato Islamico, cinque dei quali accusati di essere legati a Nabil Fadli, l’attentatore.
Di Fadli si sa che aveva nazionalità saudita. L’uomo aveva attraversato la Siria per raggiungere la Turchia, dove aveva ottenuto supporto logistico da complici ancora non identificati. Soprattutto, aveva richiesto asilo politico alla Turchia in qualità di rifugiato.
La quarta conseguenza del suo gesto riguarda perciò proprio la situazione di quegli oltre due milioni di rifugiati che la Turchia, impartendo una severa lezione di dignità e umanità all’Europa, ospita oggi sul proprio territorio. Riuscirà la coraggiosa politica di accoglienza a sopravvivere alla bomba di Sultanahmet?”

Panorama siriano

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Capire quale sia la situazione in Siria penso sia una delle sfide più grandi per i non addetti. Questo articolo della redazione di OasisCenter cerca di fare un po’ di chiarezza con il contributo di Paolo Maggiolini.

La recente decisione russa di impegnarsi militarmente in Siria sta riportando l’attenzione sul conflitto che da quattro anni infiamma il Paese mediorientale e sembra aver messo fine a quella condizione di stallo che ne ha determinato le dinamiche sino a questo momento. In tale contesto è fondamentale capire quali sono, dove operano e da chi sono sostenuti i protagonisti del conflitto.

LE FORZE PRO-ASSAD
Il regime di Assad è sostenuto internazionalmente dalla Russia e dall’Iran. Sul campo operano gli effettivi dell’esercito governativo siriano, varie milizie legate al presidente e le milizie di Hezbollah e di altri gruppi sciiti. La Russia, che dispone in Siria dell’importante porto di Tartus (l’unico sbocco sul Mediterraneo per la flotta militare russa), ha finora colpito soprattutto le zone occupate dai ribelli, in particolare la regione di Idlib, recentemente conquistata dalla coalizione formata da Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham.
L’esercito siriano
Le forze del regime di Bashar al-Assad sono concentrate lungo una dorsale che corre da sud a nord e controllano i territori che guardano al Libano e al Mar Mediterraneo e includono le città di Damasco, Homs, Hama e Latakia.
Nei mesi passati, diverse fonti sottolineavano la debolezza dell’esercito siriano, ridotto ormai alla metà della sua forza originale (300.000 uomini) e limitato dalla presenza sempre più rilevante di soldati di leva. Il presidente siriano ha potuto ovviare a parte di queste criticità grazie alla messa in campo di milizie irregolari (le famigerate Forze di Difesa Nazionale) e, soprattutto, al supporto di forze esterne, come quelle di Hezbollah.
Altre milizie
A sostegno di Assad operano altri gruppi poco conosciuti, di estrazione sunnita, alawita, curda e cristiana. Tra queste si possono menzionare la Muqawama Suriya, la Liwa’ Dir’ al-Sahel e Dir’ al-Watan.
Hezbollah
Hezbollah è la principale milizia sciita impegnata in Siria. Essa giustifica il suo intervento come jihad difensivo per la protezione del santuario di Sayyida Zaynab a Damasco e per combattere le forze takfîrî, cioè i gruppi sunniti estremisti che accusano i musulmani devianti, e in particolare gli sciiti, di miscredenza. Sostenuta dall’Iran, coordina altri gruppi sciiti presenti sul territorio, tra i quali vi sono anche contingenti iracheni e addirittura pakistani. Hezbollah opera principalmente nei territori confinanti con il Libano da Qalamoun a Homs.

LE FORZE ANTI-ASSAD
A livello internazionale, le principali forze che operano per la caduta di Assad sono l’Arabia Saudita, la Turchia, il Qatar e gli Stati Uniti. Esse sostengono sul campo una molteplicità di attori che si distinguono sia sotto il profilo tattico-strategico che per quello ideologico-politico. L’Arabia Saudita è il principale fornitore di aiuti militari e finanziari di diversi gruppi ribelli, e in particolare di quelli salafiti. Gli Stati Uniti forniscono assistenza militare a diverse formazioni ribelli, non escluse quelle islamiste e jihadiste. La CIA ha lanciato un programma di addestramento mirato di 5000 ribelli anti-Assad, poi fallito.
Jabhat al-Nusra
Partendo dalle realtà non collegabili a ISIS, la formazione sicuramente più nota è Jabhat al-Nusra. Costola siriana di al-Qaida, essa opera nella regione di Idlib, lungo il corridoio che separa Hama e Homs, nei pressi di Damasco e sul fronte meridionale, in particolare sulle alture del Golan. È sostenuta e finanziata dalla Turchia, dall’Arabia Saudita e da altri Paesi del Golfo.
Ahrar al-Sham
Meno noto di al-Nusra, esso rappresenta in realtà il movimento di opposizione forse più importante per effettivi e partecipazione popolare. Di ispirazione salafita, punta al rovesciamento del regime di Assad per istituire uno Stato fondato sulla sharî‘a, tanto che dottrinalmente non è facile distinguerlo da Jabhat al-Nusra, anche se a differenza di quest’ultima non è classificata dagli USA come organizzazione terroristica. Opera nelle aree di Aleppo, Idlib, Homs e Hama. Nel 2012 Ahrar al-Sham ha dato vita al Fronte Islamico Siriano, un sigla in cui sono confluite diverse milizie affini, tra cui Jaysh al-Islam, forza che agisce principalmente a Damasco e Liwa’ al-Tawhid, impegnata soprattutto a Aleppo. È sostenuta finanziariamente dai Paesi del Golfo.
Jabhat Ansar al-Din
È una coalizione jihadista che agisce nella Siria settentrionale autonomamente da altri gruppi come ISIS, Jabhat al-Nusra o Ahrar al-Sham. È formata dalla Harakat Fajr al-Sham e dalla Harakat Sham al-Islam. Originariamente ne faceva parte anche il Jaysh al-Muhajirin wa-l-Ansar, che forniva alla coalizione i contingenti più cospicui, ma se ne è recentemente distaccato per unirsi a Jabhat al-Nusra. Prima di questa scissione, Jaysh al-Muhajirin era collegata tramite il suo leader Salah al-Din al-Shisani all’emirato del Caucaso ed era composta soprattutto da combattenti caucasici. Ora è invece perlopiù formata da militanti arabi ed è guidata da un saudita.
Esercito Siriano Libero (Free Syrian Army)
All’inizio della rivolta siriana è stato il braccio armato della Rivoluzione. È composto da formazioni di estrazione esclusivamente siriana e in particolare da disertori dell’esercito governativo. Non essendo classificato come gruppo estremista è destinatario di finanziamenti internazionali, ma è difficile valutare la sua reale capacità operativa.

Le “operation room”
Davanti a una tale complessità ed eterogeneità di gruppi combattenti, il fronte delle opposizioni ha cercato di creare delle ‘camere operative’ con lo scopo di aggregare differenti formazioni all’interno di fronti specifici, ritrovando nell’opposizione al regime di Assad il comune denominatore. Queste sinergie operative sono emerse anche in funzione anti-ISIS, come dimostrato nel dicembre 2013 nel nord-ovest della Siria quando le forze di diverse formazioni confluite nell’“Esercito Islamico” (Jaysh al-Islam) riuscirono a infliggere gravi perdite alle forze del Califfo. Su questa linea è anche interessante ricordare la creazione dell’“Esercito della Conquista” (Jaysh al-Fatah) grazie a cui diversi gruppi si sono coalizzati, in particolare Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham, riuscendo a creare e mantenere una zona di influenza nel contesto di Idlib.

I curdi del PYD
Esistono infine altri due attori rilevanti del conflitto civile siriano che però si distinguono rispetto alle precedenti formazioni per specificità ideologiche e strategiche: l’ala militare del PYD (Partito dell’Unità Democratica, secondo alcuni diretta emanazione del PKK) e ISIS. Per quanto concerne la prima formazione, le forze curde si sono distinte sul campo riuscendo a bloccare l’avanzata di ISIS nel gennaio del 2015 a Kobane e tuttora controllano due ampie sacche a nord della Siria con lo scopo finale di unificare l’intera regione di Rojava, ad oggi interrotta nella sua parte centrale.
ISIS
Infine, presenti sul territorio siriano fin dall’inverno del 2013, le forze di ISIS hanno il loro punto nevralgico nella città di Raqqa. Nonostante si insista a comparare ISIS a uno stato con frontiere e un territorio ben delimitato, la sua presenza in Siria si articola piuttosto lungo corridoi strategici, che permettono i collegamenti con le città irachene occupate (Ramadi e Mosul in particolare) e con le altre aree siriane sotto controllo (tra cui Palmyra e parzialmente Deir ez-Zor) o attacco (tra cui Aleppo e Damasco).”

Finestra sull’Isis, anzi sul Daesh

Un’interessante intervista di Francesca Miglio al professor Filiu, insegnante di Studi Mediorientali, pubblicato PARIS: emission "Ce soir ou jamais" sur France 3qualche giorno fa su Oasis.

Qual è il rapporto tra Isis e Paesi del Golfo? È possibile rintracciare i flussi di finanziamento diretti verso l’Isis?

Innanzitutto è importante chiamarla Daesh, con l’acronimo arabo (al-dawla al-islâmiyya fi l-‘Irâq wa l-shâm, Stato Islamico di Iraq e Siria), e chiarire che non si tratta di uno stato ma di una macchina del terrore. Per quanto riguarda la domanda su chi lo sostiene economicamente, c’è un’incomprensione di fondo. Si cerca sempre di cogliere la logica del fenomeno rintracciandone l’origine nell’aspetto finanziario, illudendosi che bloccare la fonte possa esaurire anche il fenomeno. Questo non è del tutto sbagliato, ma bisogna ricordare che la lotta finanziaria contro il terrorismo non è servita a molto neppure in passato, al tempo di al-Qaeda, quando questo tipo di approccio aveva finito per finanziare i burocrati che lavoravano sugli aiuti monetari al terrorismo. Per questo non credo che possa avere un grande effetto su Daesh. Quest’idea inoltre ha impedito di porsi le domande giuste e Daesh è stato erroneamente identificato con il Golfo. Ma Daesh non è il Golfo, è il mondo, è un fenomeno globale. Daesh rappresenta oggi l’organizzazione terroristica più ricca: i proventi del petrolio locale le permettono di autofinanziarsi e conta su un budget che va da uno a due miliardi di dollari. È Daesh che può finanziare più che farsi finanziare. Se si vogliono individuare i flussi di denaro, questi sono rintracciabili perlopiù verso singoli individui.

Daesh è un fenomeno nuovo o si colloca nel solco di altri movimenti terroristici?

Sono ormai più di venticinque anni che studio i movimenti jihadisti e non ho mai avuto così tanta paura. La mia paura è ragionevole, ragionata e ben argomentata. Solo per dare un’idea: Daesh ha un esercito di circa trentamila partigiani armati, senza parlare del supporto politico, mentre nel 2001 al-Qaeda ne aveva meno di un migliaio; oltretutto hanno un budget da cinquecento a mille volte superiore a quello a disposizione degli attentatori dell’11 settembre. La base dell’organizzazione si situa in un crocevia strategico, che risuona simbolicamente a tutti i musulmani, al contrario di al-Qaeda che stava in periferia, in Afghanistan. Ciò che più mi rende inquieto è che spesso si cerca di analizzare Daesh come se fosse al-Qaeda, ma il nuovo arrivato è senza dubbio più pericoloso. C’è tuttavia una filiazione evidente tra i due gruppi terroristici per due aspetti in particolare. Il primo è sui nessi tra terra e jihad: il jihad non è condotto per liberare o conquistare un territorio preciso, ma per il jihad stesso. Qui non si tratta di Islam, stiamo parlando di qualcos’altro, questa è una religione del jihad. È la setta del jihad. Era vero per al-Qaeda ed è vero per Daesh. Il secondo aspetto è che per progettare il jihad ci vuole una base solida. La “base” è appunto il significato di al-Qaeda; ora essa è il Califfato per Daesh. E il jihad che progetta, a mio parere, ha come obiettivo l’Europa.

Che cosa spinge numerosi combattenti a unirsi a Daesh? Molti di questi provengono dall’Europa e spesso non hanno un background religioso o etnico comune.

Quello che sta succedendo in Iraq non ha niente a che vedere con l’Islam, come ho già detto si tratta di un’altra religione. Le persone entrano a far parte dei ranghi di Daesh come se si convertissero a una religione, sia perché non ne avevano una propria in precedenza, sia perché, provenendo da una famiglia musulmana, abbandonano l’Islam dei loro genitori, famiglie, culture per volgersi a un presunto “vero Islam” che in realtà è una nuova religione. Non credo quindi che si possa comprendere il fenomeno solamente da un punto di vista musulmano. Daesh parla a dei giovani ribelli, “in rottura”, presenti nel mondo intero, non solo in Europa e nei paesi arabi, ma anche in Australia, Singapore, Canada… Olivier Roy ha fatto un paragone molto giusto, a mio avviso, tra quanto succede in Iraq e i movimenti di estrema sinistra degli anni ’60 e ’70. Daesh attrae una frangia che è già radicale. Non ci si radicalizza per mezzo di Daesh, lo si è già in partenza. L’Islam è l’Islam. Daesh è un’altra cosa.

Nel suo acronimo Daesh fa riferimento alla Grande Siria, Sham, che comprende anche Giordania, Libano e Palestina. Che percezione hanno questi Paesi di Daesh?

Sono preoccupati tanto quanto noi. Il significato di Sham si trova nelle profezie apocalittiche. Nel mio libro L’apocalisse nell’islam (2011) viene già descritta la roadmap di Daesh. In alcuni racconti della fine dei tempi, il territorio di Sham è soprattutto il luogo della “grande battaglia” della fine dei tempi. Noi percepiamo quanto sta avvenendo come la semplice espansione di un califfato, ma per loro siamo alla vigilia della fine dei tempi, per questo le persone aderiscono così numerose, perché sono convinte che la fine è vicina. Se non partecipano alla grande battaglia, perdono. Ma se partecipano nello schieramento giusto, vincono, guadagnano tutto e saranno i migliori musulmani per l’eternità. Il territorio di Sham va dunque visto come il posto in cui avverrà la fine del mondo. Secondo questa tradizione, la grande battaglia sarà a Dabq, a nord di Aleppo, dove i bizantini (Rûm), ovvero gli occidentali, schiereranno il loro esercito contro quello dello stato islamico proveniente da Medina, ovvero Mossul, dove ha sede il califfato appunto. Un terzo dei combattenti morirà, un terzo si arrenderà e l’ultimo terzo avrà la vittoria e sarà considerato giusto nella fede. La dichiarazione secondo cui Daesh vorrebbe arrivare a Roma è in realtà una traduzione sbagliata: dicono Costantinopoli, la nuova Roma, la città dei Rûm. Noi abbiamo tradotto Roma, ma la città dei Rûm può essere Roma così come Parigi, Madrid o New York. Nella tradizione la città dei Rûm dovrà essere conquistata. Non è quindi una questione di conquistare questo o quel Paese, ma di avanzare, perché avanzando le profezie si realizzano. Perciò vanno fermati.

Ritiene che la reazione occidentale sia efficace per combattere il fondamentalismo di Daesh? Non rischia di generare sostegno al califfato da parte di altri gruppi jihadisti?

La reazione dell’Europa e degli Stati Uniti è stata sbagliata per due ragioni. Innanzitutto hanno pensato che il problema potesse essere risolto interrogandosi sulle ragioni che spingono i volontari a partire per la Siria. Certamente è importante domandarselo, a scuola, in carcere, nei tribunali, ma l’idea che per capire Daesh si debba guardare all’Europa e alle sue istituzioni è già fare il gioco di Daesh. La risposta è laggiù, ma noi occidentali non l’abbiamo ancora voluto capire, perché non abbiamo capito completamente la rivoluzione siriana. Non era una guerra tra tribù o comunità, ma la creazione di un nuovo ordine. Dalla storia passata sappiamo che quando una rivoluzione ha successo non è sempre tutto perfetto, ma quando essa è soffocata, quello che ne risulta è anche peggio. L’insuccesso della rivoluzione ha favorito Daesh e Assad contro la rivoluzione. In Siria il punto è che Assad ha usato e sta usando Daesh contro la rivoluzione stessa. Oggi si crede, gli americani in primis, che si possa lottare contro Daesh senza lottare contro Assad e il risultato è che Daesh non è mai stata così forte. Abbiamo sbagliato e la chiave si trova in Siria: deve essere applicata una vera politica sulla rivoluzione siriana e non soltanto su Daesh. E qui diventa necessaria una reale collaborazione con la Turchia, che sa meglio di ogni altro come lottare contro questa minaccia.

Come interpreta l’ideale della costruzione di uno “stato islamico” nel panorama dei movimenti islamisti?

Daesh non costruisce niente, è una banda che non produce nulla. Anche la sua costituzione elaborata tra il 2006 e il 2007 non è altro che una serie di divieti. È un’organizzazione che si è estesa su un territorio e quindi si trova a dover gestire milioni di persone, a differenza di al-Qaeda. Quest’ultima era sottomessa ai talebani e l’amministrazione era in mano ai talebani. Le persone che hanno negoziato a proposito dei Budda in Afghanistan hanno trascorso settimane senza sapere dove fosse il centro del potere, proprio perché in effetti era un’organizzazione e non uno stato. Quando mi trovavo ad Aleppo la gente parlava di dawla (stato), non dicevano “Daesh”, allo stesso modo in cui si dice nizâm (regime) parlando di Assad. Tutti sanno che il nizâm di Assad è unicamente la repressione. Per Daesh l’introduzione dell’idea di stato non indica affatto un’evoluzione ideologica, significa soltanto che Abu Bakr al-Baghdadi vuole essere il signore indisturbato delle zone che controlla. Le uniche zone omogenee in Siria sono il nizâm di Assad e Daesh: la dimensione totalitaria conta più di quella statale.

Alcuni media e alcuni intellettuali dicono che si tratta di un complotto. Cosa ne pensa?

Parlando da storico, è interessante notare che si pensa quando si fa la rivoluzione, mentre quando questa finisce, non si pensa più e si immaginano cospirazioni e complotti. La rivoluzione è razionale; durante la rivoluzione non si parla mai della fine dei tempi, ma se ne parla in continuazione durante la contro-rivoluzione. Naturalmente ci sono domande irrisolte su Daesh, in particolare come mai Abu Bakr al-Baghdadi sia stato imprigionato dagli americani, secondo il Pentagono nel 2004, secondo il capo della prigione nel 2005-2009; non si sa perché non c’è stato un processo o un’inchiesta… Tuttavia coloro che credono alla cospirazione non capiscono una cosa che gli storici conoscono bene: l’immensa stupidità degli uomini. Molte cose si spiegano più per la stupidità, l’incompetenza e la mancanza di coordinazione che per la volontà di manipolare. Gli americani non controllano più niente. Non dico che sia una notizia buona o cattiva, dico solo che ci sono molte persone, in Medio Oriente e altrove, che continuano a pensare che gli americani controllino tutto e interpretano i fatti a partire da questo presupposto. Nel mondo arabo la dietrologia è frequente e il luogo dove si crede di più alla teoria del complotto è l’Egitto. Qui si arriva a spiegare che i Fratelli Musulmani, così come Daesh, sarebbero una creazione degli americani. Ma è ora di finirla con questa logica.”

Tra Il Capitale e il Corano

coranoPubblico un articolo interessante e curioso di Samim Akgönül preso da Osservatorio Iraq. L’articolo è originariamente apparso su OrientXXI.
«Si può essere marxista e musulmano? Sì, affermano i membri del movimento Anti-Kapitalist Müslümanlar (musulmani anticapitalisti) che vedono nell’islam uno dei pilastri del loro impegno. Nel suo nome, si oppongono al Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) al potere.
La questione è antica nel cristianesimo: Cristo e gli apostoli possedevano beni di loro proprietà? Nel suo romanzo Il nome della rosa, Umberto Eco mette in scena dei monaci che discutono per decidere se Gesù era proprietario della tunica che portava al momento della sua crocifissione. Questa domanda può sembrare assurda, ma esprime il divario tra due visioni d’organizzazione della società: quella di individui che interagiscono più o meno liberamente, e quella di una comunità in cui l’individuo può esistere solo come parte di un gruppo. Tutte le religioni e tutte le ideologie, del resto, sono fondate sull’idea di comunità. Nella Lettera ai Galati 3:28, Paolo di Tarso afferma: “Non c’è più né ebreo né greco, non c’è più né schiavo né libero, non c’è più né uomo né donna; poiché tutti voi siete uno in Gesù Cristo”.
Gli risponde la sura 7 Al-Araf, versetto 158: “O uomini! Io sono per voi tutti il messaggero di Allah, al quale appartiene la sovranità dei cieli e della terra”.
Il carattere collettivo dei beni era stato poco considerato nell’islam popolare turco. Quest’ultimo è stato relegato in secondo piano dalla fondazione della Repubblica nel 1923, od oppresso poiché considerato simbolo di arretratezza. È stato sostituito da un islam normativo centralizzato e soprattutto nazionalizzato, trasformato in strumento di costruzione nazionale sotto il controllo rigoroso dello Stato. Ma da quando l’islam politico è al potere, e soprattutto dopo l’emergere di una generazione di musulmani intellettuali urbani, l’islam politico ha perso il suo carattere monolitico e si è dotato di diverse tendenze opposte. Uno degli esempi più sorprendenti di questa molteplicità è l’emergere di un gruppo di giovani musulmani che si oppongono duramente al partito al potere, il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP), principale rappresentante dell’islam politico in Turchia. Questi musulmani anticapitalisti İhsan Eliaçıkrimproverano al potere islamista di essere più capitalista… che islamico. L’Anti-Kapitalist Müslümanlar è organizzato attorno alla figura di İhsan Eliaçık, un intellettuale iconoclasta che ha dedicato la sua vita alla necessaria “rinascita islamica”. Diventato scrittore ed editore dopo l’abbandono dei suoi studi di teologia, ha redatto una ventina di libri sull’idea di un islam sociale e solidale. E la sua casa editrice Inșa Kültürevi (“casa culturale di costruzione”), installata in uno dei quartieri più “islamisti” di Istanbul, Fatih, è diventata la piattaforma intellettuale “dell’islam rivoluzionario”, titolo di uno dei lavori di Eliaçık. I musulmani anticapitalisti sono spesso giovani provenienti dalle fasce popolari, politicizzati all’università, vicini alle idee marxiste ma che continuano a definirsi musulmani. La conciliazione tra un’appartenenza marxista ed un’appartenenza musulmana convinta avviene attraverso una serie di principi islamici interpretati come fondamenta di una posizione solidale, sociale, socialista e soprattutto anticapitalista.
Come fonti, due pilastri: il Corano ed Il Capitale. Ad esempio, il versetto 39 della sura An-Najm, (“la stella”) recita: “e in verità, l’uomo non ottiene che (il frutto) dei suoi sforzi” viene interpretato come un versetto favorevole ai proletari.
O anche, il versetto 7 della sura 59 Al-Hasr (“l’esodo”) – “(i beni) degli abitanti delle città, che Allah ha concesso senza combattere al Suo Messaggero, appartengono ad Allah, al Messaggero, ai parenti stretti, agli orfani, ai bisognosi e al viaggiatore in emergenza, affinché ciò non circoli solo tra i ricchi” – è, secondo i musulmani anticapitalisti, la prova della necessità della condivisione.
Questo gruppo non si oppone soltanto al capitalismo del AKP. E’ d’accordo su molti punti con gli altri movimenti politici della sinistra socialista e/o liberale. La sua presenza nel movimento di Gezi del giugno 2013 era evidente, soprattutto durante le preghiere del venerdì nel centro della “comune di Gezi” o quando hanno organizzato “le rotture del digiuno” (Yeryüzü iftarı), in strada, decisamente in contrasto con il fasto degli iftar dei politici e dell’alta borghesia. I musulmani anticapitalisti sono anche multiculturalisti, al contrario dei nazionalisti turchi. Difendono una Turchia diversa, basandosi sulla sura 30 Ar-Rum (“i Romani”), versetto 22: “E tra i suoi segni è la creazione dei cieli e della terra e la varietà delle vostre lingue e dei vostri colori”.
Contemporaneamente, optano per una soluzione pacifica della questione curda, dilemma principale della società turca dalla fondazione della Repubblica.
Infine, una particolarità considerevole dei musulmani anticapitalisti, rispetto ad altri movimenti generati dal panorama islamista, è il loro approccio umanistico alle questioni di genere e di sessualità. Forniscono un certo sostegno – timido ed indiretto – ai diritti delle donne e della comunità LGBT (lesbiche gay bisex transessuali). Ad esempio nel 2013, in occasione del processo degli assassini di un giovane omosessuale a Diyarbakir da parte di suo padre e dei suoi due zii avvenuto nel febbraio 2012, i musulmani anticapitalisti hanno dichiarato pubblicamente il loro sostegno alla condanna, poiché secondo il Corano “assassinare una persona è assassinare tutta l’umanità” e “il sistema capitalista crea oppressori che escludono ogni differenza, comprese le tendenze sessuali”.
Così, benché questo gruppo resti ancora marginale per numero dei militanti, il suo atteggiamento è pragmatico e destinato ad intensificare la sua presa. Si tratta di una discussione allo stesso tempo interna al mondo musulmano ma anche globale, parte di una critica sociale che supera di gran lunga la disputa religiosa.»

Che ne sarà di Hagia Sophia?

hagia-sophiaChe ne sarà di Hagia Sophia? Se lo chiede Stefano M. Torelli in un breve pezzo nella sua rubrica MediOrienti. Attualmente, quella che è stata una chiesa bizantina fino al 1453 e una moschea fino al 1935, è un museo di notevole richiamo (nel 2012 quasi 3.500.000 di visitatori, il primo in Turchia). Voci provenienti dal governo affermano l’intenzione di far ridiventare moschea la costruzione di Istanbul, il che potrebbe impicare tutta una serie di rivendicazioni (e pure l’oscuramento dei mosaici di ispirazione cristiana). Ma il governo di Erdogan sarebbe così costretto a rinunciare ai circa 25.000.000 € di incasso annuale del museo… Che ne sarà di Hagia Sophia?

Greco-ortodossi di Turchia

Scrive Giuseppe Mancini su Limes a proposito dei greco-ortodossi presenti in Turchia:

halki.jpg“Sono molti gli insoddisfatti per il contenuto del “pacchetto di democratizzazione”, presentato il 30 settembre scorso dal premier turco Recep Tayyip Erdoğan: la delusione maggiore è stata quella dei greco-ortodossi (rum in turco, romei in italiano), gli ultimi rimasti – secondo le stime, da 2 mila a 4 mila – della fiorente e influente comunità d’epoca ottomana. Ancora una volta è mancato ciò che invocano da decenni: la riapertura del seminario teologico sull’isola di Heybelianda/Halki, proprio di fronte a Istanbul, chiuso nel 1971 per motivi di laicismo e ostilità; al suo interno tutto è pronto, le aule e i vecchi banchi in legno sono rimasti quelli di allora: solo gli studenti, futuri sacerdoti e patriarchi, sono assenti. La sua riapertura è stata promessa più volte dal governo turco, che però si aspetta mosse analoghe da parte del vicino greco nei confronti delle proprie minoranze turcofone e musulmane. I rum, che sono cittadini turchi a tutti gli effetti, a seguito del conflitto greco-turco e del trattato di Losanna del 1923 si sono trovati a vivere in condizioni di inferiorità formale e sostanziale: minoranza poco tollerata, soggetta a vessazioni di ogni tipo e indotta all’emigrazione (come poi avvenuto nel corso di diverse ondate), i rum si sentono tutt’oggi come stranieri in casa propria. Il momento più basso di questo odioso processo è stato toccato nel 1955 con il pogrom del 6 e 7 settembre, nel corso del quale furono distrutti negozi, profanate chiese, assalite e umiliate le persone. L’esodo cominciò allora, inarrestabile. Non è un caso, tantomeno un vezzo letterario, se Méropi Anastassiadou e Paul Dumont, autori di Les Grecs d’Istanbul (Cerf, 2011), hanno titolato l’introduzione del loro saggio “Il rifiuto dell’estinzione” in quanto tributo verso i tenaci superstiti. Si tratta per la maggior parte di cristiani ellenofoni, benché ad Antiochia esistano anche dei gruppi turcofoni e arabofoni: il turco rimane comunque la lingua franca, parlata da tutti. L’istruzione infatti – anche nelle scuole private, gestite autonomamente – è bilingue.

Negli ultimi anni la loro condizione “sta cambiando drasticamente”, racconta Laki Vingas, rappresentante delle fondazioni non-musulmane e uno degli artefici della rinascita della comunità. Le riforme varate dal Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) stanno infatti restituendo ai diversi gruppi etnici e religiosi che compongono il mosaico nazionale turco diritti, dignità e visibilità; dall’agosto del 2011, anche parte dei beni immobili – orfanotrofi, scuole, chiese, ospedali, terreni, persino cimiteri – confiscati dall’establishment kemalista a rum, armeni, siro-ortodossi ed ebrei. Ne è un esempio la scuola elementare greco-ortodossa di Galata, trasformata in centro culturale, che ospita la Biennale del design, la Biennale di arte contemporanea e concerti di musica classica. Il risveglio culturale è uno degli aspetti che più colpisce: il ritorno del coloratissimo e rumorosissimo carnevale nelle vie di Tatavla, la formazione a opera di Stelyo Berber del gruppo di musica tradizionale Café Aman (con composizioni in fasıl e rebetiko), la nascita nel 2012 della Istos, casa editrice che pubblica in greco i suoi scritti, mentre il quotidiano Apoyevmatini – il cui primo numero risale al 1925 – non ha mai cessato di pubblicare. Secondo Vingas “La Turchia sta tornando a essere polifonica” e i rum di Istanbul stanno contribuendo fattivamente al ripristino dei meccanismi pluralisti di origine ottomana, sacrificati sull’altare del nazionalismo esclusivista. “I turchi stanno riscoprendo il loro passato e la loro storia”: per lunghi secoli fatta di condivisione, rispetto e armonia. Il passo successivo, sostenuto a gran voce da tutte le minoranze di Ankara, è presto detto: la riforma della cittadinanza, su base individuale e non più etnica, da inserire nella carta costituzionale attualmente in fase di revisione.

Il cardine della comunità greco-ortodossa è il patriarca ecumenico Bartolomeo, originario dell’isola di Imbros (situata all’imbocco dei Dardanelli) e in carica da 20 anni; tra l’altro, anche lui ex allievo del seminario di Heybeliada. È il punto di riferimento per tutti i rum, dai più anziani fino alle nuove generazioni; ha trasformato il patriarcato del Fener in tappa obbligata per i leader politici stranieri di passaggio in città; visita incessantemente le piccole parrocchie e celebra messe in chiese ormai chiuse da decenni: come avviene ogni 15 agosto dal 2010 nel monastero di Sümela, sito nei pressi di Trabzon.

Il fenomeno più inatteso è la recente inversione delle dinamiche demografiche. Tutto merito della crisi: perché al patriarcato e alle varie fondazioni caritatevoli arrivano richieste sempre più numerose da parte di rum emigrati in Grecia che vogliono tornare in Turchia per trovare un lavoro e recuperare le proprietà immobiliari; o anche di greci – soprattutto giovani e intraprendenti – che sempre per motivi economici desiderano stabilirsi sul Bosforo. Gli adolescenti greco-ortodossi di Istanbul, fino a non molto tempo fa destinati a espatriare dopo gli studi superiori, sono ben felici di poter rimanere in Turchia.”

Come reagirà la Turchia?

La decisione della Chiesa Armena di canonizzare tutte le vittime del genocidio armeno sta rimbalzando in rete. Come reagirà la Turchia? Prendo la notizia da Asianews.

armena.jpg“Con una mossa che ha colto di sorpresa la Turchia, la Chiesa Armena sta per procedere alla canonizzazione delle vittime del genocidio armeno, perpetrato dallo Stato turco nel 1915, usando elementi kurdi come manovalanza per le uccisioni. Il genocidio, perpetrato con metodo scientifico, è descritto dallo storico turco Taner Akcam come “un atto vergognoso” (è il titolo di un suo volume). Ma il governo di Ankara non lo ha mai riconosciuto e rifiuta la definizione di “genocidio”. Secondi fonti citate dai giornali turchi, la canonizzazione avverrà nel 2015, nel centenario del genocidio dei 1,5 milioni di armeni, trucidati nell’Asia Minore. La fonte principale di tale notizia è l’ASAM, il centro di ricerche di strategia euroasiatica della Turchia, secondo il quale a Erevan capitale dell’Armenia, è stato convocato il grande sinodo della Chiesa Armena. Fatto importante: a questo sinodo hanno partecipato, per la prima volta dopo 400 anni – cioè dopo il 1651 – vescovi accorsi da tutto il mondo: una vera novità nella storia della Chiesa Armena. Al sinodo – tenutosi alla fine di settembre – hanno partecipato l’arcivescovo di Etsmiatzin, (considerata la città più sacra per gli armeni); l’arcivescovo armeno del Libano, dove si trova anche una grande comunità, sfuggita in gran parte al genocidio; i vescovi di Stati Uniti, Gerusalemme, Sud America, Francia e dei luoghi dove vi sono comunità armene della diaspora. Durante la riunione si è deciso di canonizzare tutte le vittime dell’orrendo genocidio perpetrato dagli ottomani prima e poi dai turchi di Kemal Ataturk. La canonizzazione seguirà la formula della tradizione delle Chiese orientali, che consiste nel proclamare i santi riportando il nome del luogo del martirio e non i nomi delle singole persone.

La decisione del sinodo armeno, ha agitato la Turchia. Il presidente dell’ASAM, Ömer Özkaya, facendo una lettura politica del gesto, sottolinea che tutti i vescovi della Chiesa Armena, si sono riuniti per la prima volta dopo 400 anni con lo scopo di dare la massima visibilità al “presunto” (secondo i turchi) genocidio degli Armeni, procedendo alla canonizzazione delle vittime del genocidio. Ömer Özkaya, ha comunque rilevato che in questo modo, gli Armeni, danno un’altra dimensione, quella religiosa, alla controversia che oppone la comunità della diaspora e la Turchia. Non sfugge neppure il fatto che per dare maggiore enfasi a questa decisione, il sinodo è stato convocato nel centro religioso dell’Armenia, l’Etsimiatzin, che costituisce il grande simbolo di riferimento religioso degli Armeni.”

Turchia: quale direzione?

Prendo la notizia dall’Huffington Post, un pezzo di Francesco Cerri.

“Cade nella Turchia targata Recep Tayyip Erdogan uno degli ultimi grandi simboli dello stato laico di Mustafa Kemal Ataturk: il divieto di indossare il velo islamico negli uffici pubblici.

Il premier di Ankara ha annunciato oggi la revoca del divieto del “turban” per funzionarie, erdogan.jpgpostine, insegnanti nel quadro del pacchetto di riforme di “democratizzazione” varato dal governo per cercare di tenere in carreggiata il fragile processo di pace avviato da dicembre con i ribelli curdi del Pkk. Con il divieto del velo cade anche per i funzionari il bando della barba, altro simbolo dell’Islam vietato dallo stato laico kemalista turco.

L’opposizione da tempo accusa il “sultano” di Ankara di volere “reislamizzare” la repubblica turca fondata da Mustafa Kemal Ataturk nel 1923 sulle rovine dell’impero ottomano.

Ataturk aveva imposto al paese, prevalentemente musulmano, una svolta occidentale, e tentato di allontanare lo stato dalla religione. Negli ultimi anni il partito islamico Akp di Erdogan, al potere dal 2002, ha progressivamente cancellato i vari divieti del “turban” introdotti dallo stato kemalista, nelle università, nelle scuole durante i corsi di religione, nelle cerimonie ufficiali, nei tribunali fra gli avvocati donne. Ora, ha spiegato oggi Erdogan, le sole a non poter portare il velo saranno le donne magistrato, le poliziotte e le donne soldato, perchè per loro è prevista una specifica uniforme.

La revoca del divieto del velo è cosi diventata la misura più forte del pacchetto preannunciato da tempo dal governo per rafforzare la democrazia nel Paese. Gli altri provvedimenti sembrano però non rispondere alle aspettative delle varie minoranze, in particolare dei curdi (20% della popolazione).

Erdogan ha annunciato che si potrà studiare in lingue diverse dal turco, perciò anche in curdo, nelle scuole private. Sarà inoltre abrogato il divieto di impiegare nei documenti pubblici le lettere Q, X e W, usate dai curdi, ma escluse dall’alfabeto turco, saranno ripristinati i nomi curdi di località del Kurdistan “turchizzate”. I partiti potranno inoltre fare campagna in curdo, otterranno rimborsi elettorali a partire del 3%, la soglia del 10% per il parlamento potrebbe essere abbassata.

Timide le aperture verso le altre minoranze. Gli aleviti (per sapere chi sono, consiglio questo articolo, ndr) attendevano un riconoscimento dei loro luoghi di culto – le cemevi – che non c’è stato. Ai siriaci è stata promessa la restituzione delle terre del monastero di Mor Gabriel confiscate dallo stato. Ai Rom una fondazione.

I curdi si sono detti insoddisfatti. “Questo pacchetto non risponde alle esigenze democratiche della Turchia, e alle attese dei curdi”, ha chiarito subito la copresidente del partito legale curdo Bdp, Gulten Kisanak. Il Pkk ha sospeso ai primi di settembre il ritiro dei suoi armati previsto dagli accordi di pace con Ankara, accusando Erdogan di non stare ai patti e di non varare le riforme promesse. Chiede maggiore autonomia per il Kurdistan turco, il curdo nella scuola pubblica, una modifica delle leggi anti-terrorismo, la liberazione delle migliaia di attivisti, sindacalisti, universitari e giornalisti arrestati.

Erdogan ha invece definito “storiche” le riforme varate oggi.

Per il giornale Cumhuriyet, è l’inizio della campagna elettorale del premier, che in giugno spera di essere eletto nuovo capo dello stato.”

Dalla Turchia con…?

A volte è difficile farsi un’idea, un’opinione riguardo a una situazione. Già è difficile informarsi, tanto che spesso si parla, a torto o a ragione, di buona e cattiva informazione; troppo spesso buona informazione è quella che va a confermare le proprie opinione e cattiva quella che le disattende. L’unica strada, in ogni caso, che ritengo possibile è quella cercare notizie. Poco fa sfogliavo i vari tweet della giornata e uno dei più recenti accennava al rinfocolare delle proteste a Istanbul. La notizia, nei giorni scorsi mi era sfuggita. E pochi tweet prima ho trovato l’invito di un amico blogger a diffondere una testimonianza diretta (del 1° giugno). La metto sul blog, magari spinge qualcun altro a cercare di sapere di più, come cercherò di fare io stanotte; anche perché la situazione è in continua evoluzione e in veloce allargamento.

tear-gas-reuters.jpg“Ai miei amici che vivono fuori dalla Turchia: scrivo per farvi sapere cosa sta succedendo a Istanbul da cinque giorni. Personalmente sento di dover scrivere perché la maggior parte della stampa è stata messa sotto silenzio dal governo e il passaparola e internet sono i soli mezzi che ci restano per raccontare e chiedere sostegno. Quattro giorni fa un gruppo di persone non appartenenti a nessuna specifica organizzazione o ideologia si sono ritrovate nel parco Gezi di Istanbul. Tra loro c’erano molti miei amici e miei studenti. Il loro obiettivo era semplice: evitare la demolizione del parco per la costruzione di un altro centro commerciale nel centro della città. Ci sono tantissimi centri commerciali a Istanbul, almeno uno in ogni quartiere. Il taglio degli alberi sarebbe dovuto cominciare giovedì mattina. La gente è andata al parco con le coperte, i libri e i bambini. Hanno messo su delle tende e passato la notte sotto gli alberi. La mattina presto quando i bulldozer hanno iniziato a radere al suolo alberi secolari, la gente si è messa di mezzo per fermare l’operazione. Non hanno fatto altro che restare in piedi di fronte alle macchine. Nessun giornale né emittente televisiva era lì per raccontare la protesta. Un blackout informativo totale. Ma la polizia è attivata con i cannoni d’acqua e lo spray al peperoncino. Hanno spinto la folla fuori dal parco.

Nel pomeriggio il numero di manifestanti si è moltiplicato. Così anche il numero di poliziotti, mentre il governo locale di Istanbul chiudeva tutte le vie d’accesso a piazza Taksim, dove si trova il parco Gezi. La metro è stata chiusa, i treni cancellati, le strade bloccate. Ma sempre più gente ha raggiunto a piedi il centro della città. Sono arrivati da tutta Istanbul. Sono giunti da diversi background, da diverse ideologie, da diverse religioni. Si sono ritrovati per fermare la demolizione di qualcosa di più grande di un parco: il diritto a vivere dignitosamente come cittadini di questo Paese. Hanno marciato. La polizia li ha respinti con spray al peperoncino e gas lacrimogeni e ha guidato i tank contro la folla che offriva ai poliziotti cibo. Due giovani sono stati colpiti dai tank e sono stati uccisi. Un’altra giovane donna, una mia amica, è stata colpita alla testa da uno dei candelotti lacrimogeni. La polizia li lanciava in mezzo alla folla. Dopo tre ore di operazione chirurgica, è ancora in terapia intensiva in condizioni critiche. Mentre scrivo, non so ancora se ce la farà. Questo post è per lei.

Queste persone sono miei amici. Sono i miei studenti, i miei familiari. Non hanno 20130602_turchia_scontri.jpg“un’agenda nascosta”, come dice lo Stato. La loro agenda è là fuori, è chiara. L’intero Paese viene venduto alle corporazioni dal governo, per la costruzione di centri commerciali, condomìni di lusso, autostrade, dighe e impianti nucleari. Il governo cerca (e quando è necessario, crea) ogni scusa per attaccare la Siria contro la volontà del suo popolo. E, ancora più importante, il controllo del governo sulle vite personali della sua gente è diventato insopportabile. Lo Stato, dietro la sua agenda conservatrice, ha approvato molte leggi e regolamenti sull’aborto, il parto cesareo, la vendita e l’utilizzo di alcol e anche il colore del rossetto delle hostess delle compagnie aeree. La gente che sta marciando verso il centro di Istanbul chiede il diritto a vivere liberamente e a ottenere giustizia, protezione e rispetto dallo Stato. Chiede di essere coinvolta nel processo decisionale della città in cui vive. Quello che invece ha ricevuto è violenza e un enorme numero di gas lacrimogeni lanciati dritti in faccia. Tre persone hanno perso la vista. Eppure continuano a marciare. Centinaia di migliaia si stanno unendo. Duemila persone sono passate sul ponte del Bosforo a piedi per sostenere la gente di Taksim. Nessun giornale né tv era lì a raccontare cosa accadeva. Erano occupati con le notizie su Miss Turchia e “il gatto più strano del mondo”. La polizia ha continuato con la repressione, spruzzando spray al peperoncino tanto da uccidere cani e gatti randagi. Scuole, ospedali e anche hotel a cinque stelle intorno a piazza Taksim hanno aperto le porte ai feriti. I dottori hanno riempito le classi e le camere di albergo per dare primo soccorso. Alcuni poliziotti si sono rifiutati di spruzzare lo spray e lanciare lacrimogeni contro persone innocenti e hanno smesso di lavorare. Intorno alla piazza hanno posto dei disturbatori per impedire la connessione internet e i network 3G sono stati bloccati. I residenti e i negozi della zona hanno dato alla gente in strada accesso alle loro reti wireless, i ristoranti hanno offerto cibo e bevande gratis. La gente di Ankara e Izmir si è ritrovata nelle strade per sostenere la resistenza di Istanbul. I media mainstream continuano a raccontare di Miss Turchia e del “gatto più strano del mondo”.

Scrivo questa lettera così che possiate sapere cosa succede a Istanbul. I mass media non ve lo diranno. Almeno non nel mio Paese. Per favore postate più articoli possibile su internet e fatelo sapere al mondo. Mentre pubblicavo articoli che spiegavano quanto sta avvenendo ad Istanbul sulla mia pagina Facebook la scorsa notte, qualcuno mi ha chiesto: “Cosa speri di ottenere lamentandoti del tuo Paese con gli stranieri?”. Questa lettera è la mia risposta. Con il cosiddetto “lamentarmi” del mio Paese, io spero di ottenere:

Libertà di parola e espressione,

Rispetto per i diritti umani,

Controllo sulle decisione che riguardano il mio corpo,

Diritto a radunarsi legalmente in qualsiasi parte della città senza essere considerato un terrorista.

Ma soprattutto dicendolo al mondo, ai miei amici che vivono nel resto del globo, spero di aprire i loro occhi, di aver sostegno e aiuto.”

Morire di apostasia

In terza stiamo parlando di pena di morte. Una delle tante cose che colpiscono è senza dubbio l’esistenza in taluni paesi, come l’Arabia Saudita, della pena capitale per apostasia. Su Il Sussidiario c’è un’intervista recente di Pietro Vernizzi a Massimo Introvigne.

“Il 64% dei musulmani in Egitto e in Pakistan sono convinti del fatto che chi si converte ISLAM_salafist.jpgdall’islam al cristianesimo vada punito con la morte. E’ quanto emerge da un rapporto del Pew Research Center, uno dei più importanti istituti di ricerca al mondo sulle religioni. A balzare agli occhi sono le differenze all’interno del mondo islamico. Se il 78% dei cittadini dell’Afghanistan è convinto che vada applicata la pena di morte per chi si converte, solo il 16% dei musulmani tunisini e il 13% di quelli libanesi è convinto della stessa cosa. Un’opinione che si riduce radicalmente tra i musulmani dei Paesi europei: il 2% in Bosnia e Turchia e l’1% in Albania. Ilsussidiario.net ha intervistato Massimo Introvigne.

Da questa ricerca emergono enormi differenze tra Paesi come Egitto e Turchia. Significa che non esiste un solo islam, ma molti islam differenti?

Le differenze sono state determinate dalla tradizione giuridica di queste nazioni. In Paesi come la Turchia, la Tunisia o l’Albania sono secoli che la pena di morte per apostasia, che pure è prevista secondo l’interpretazione della maggioranza delle scuole giuridiche del diritto islamico, non è più applicata e non è neppure all’ordine del giorno. Mentre in Egitto è notizia di pochi giorni fa che anche autorità giuridiche importanti si sono pronunciate a favore del ritorno alla pena di morte. E’ quanto sta succedendo anche in altri Paesi musulmani.

La pena di morte per l’apostasia è caratteristica soltanto dell’islam?

Questo è un grande punto di differenza tra una parte molto significativa del mondo musulmano e le altre religioni, perché effettivamente il diritto di cambiare religione, consacrato nelle carte internazionali dei diritti, per l’islam non esiste. In quest’ottica si ha diritto soltanto di convertirsi alla religione musulmana, ma non dall’islam a un’altra religione. Quest’ultimo è considerato un crimine, ed è la ragione per cui molti Paesi musulmani non hanno mai firmato neanche la Dichiarazione internazionale dei diritti dell’uomo del 1948. Quest’ultima comporta infatti il diritto di cambiare religione, che la tradizione islamica non può riconoscere. Scavando all’interno delle scuole giuridiche e delle interpretazioni, soprattutto in Turchia, si può arrivare a costruire qualcosa di simile alla libertà religiosa. E’ però molto difficile, perché nella tradizione giuridica islamica la libertà di cambiare religione non c’è.

Questi dati smentiscono chi afferma che la tradizione egiziana dell’Università di Al-Azhar sarebbe più tollerante rispetto a quella di altri Paesi come l’Arabia Saudita?

Il Pew Research Center non fornisce il dato sull’Arabia Saudita, che sarebbe stato forse pari al 90%, riflettendo così la legislazione vigente. Non c’è dubbio che in Egitto, anche in seguito alle vicende politiche della Primavera araba, qualcosa sia cambiato e ci sia stato uno spostamento verso posizioni di tipo fondamentalista. Tra l’altro quest’ultime posizioni erano già diffuse prima. A proposito di sondaggi di opinione fatti all’epoca di Mubarak, bisogna sempre chiedersi se esprimessero realmente le opinioni della maggioranza degli egiziani o se fossero manipolati dal regime. Sta di fatto che ora che è caduta la dittatura le opinioni che si manifestano sono molto meno tolleranti.

La seconda Sura del Corano afferma che non deve esserci “nessuna costrizione nella religione”. E’ in contraddizione con la pena di morte per chi commette apostasia?

Questa non deve essere interpretata in modo sbagliato. Con queste parole il Corano si riferisce non a chi è musulmano: nell’interpretazione che ne danno quasi tutte le scuole giuridiche, vuol dire che i cristiani e gli ebrei non devono essere costretti a diventare musulmani. L’islam tradizionale insegna che i cristiani e gli ebrei devono essere esclusi dalle posizioni di governo, ma che non ci deve essere nessuna costrizione perché qualcuno si converta. Questa tutto sommato è una regola a cui tra alti e bassi l’islam tradizionale si è sempre attenuto. Ciò non significa però che ci sia un diritto di chi è già musulmano a cambiare religione: questa non è una scelta religiosa ma un crimine di apostasia che deve essere punito.”

Turchia d’Africa

NIZAMIYE-MOSQUE-After-SunSet-01s.jpg

La più grande moschea di tutto l’emisfero australe si trova in un paese in cui i musulmani rappresentano il 2% dell’intera popolazione. E tale costruzione è l’edificio religioso più grande di quel paese. Sto parlando del Sudafrica, della strada fra Pretoria e Johannesburg, dove da poco è stata inaugurata Nizamiye: quattro minareti di 55 metri, una cupola da 24 metri di diametro, tre anni di lavoro e annessi una scuola, un bazar, un centro sportivo e una clinica chiesta da Mandela. Si tratta di una replica della moschea del 16esimo secolo di Selimiye che si trova nella città turca di Edirne, protetta dall’Unesco; non è un caso che all’inaugurazione abbiano partecipato il ministro dell’economia turco Caglayan e diversi imprenditori turchi. La Turchia sta cercando proprio in Africa nuovi spazi di influenza e nuovi mercati. Il presidente sudafricano Jacob Zuma ha affermato che il tempio servirà a promuovere la tolleranza fra le diverse religioni.

L’altra Istanbul

Ho già avuto modo di scrivere che mi piace molto questo genere di articoli, dove si raccontano storie, e tramite quelle storie si conoscono realtà. Sono gli articoli che ti fanno sentire parte di un viaggio che non hai fatto. Questo pezzo è di Lorenzo Posocco, appena comparso sul sito di Limes. Buona lettura.

DSC_7403.jpg“Gentrification, povertà, lavoro minorile, tre fenomeni strettamente connessi. Il legame certamente non è dei più espliciti ma la realtà è davanti agli occhi di tutti e ad Istanbul si manifesta nei dintorni di Şişli, nel centrale Beyoğlu e in altri quartieri, come tra i Rom di Sulukule. Questi fenomeni filano su tre binari che, come linee parallele in una geometria riemanniana, ovviamente s’incontrano. Percorro Tarlabaşı Boulevard, lungo viale che inizia in Taksim Square e si snoda tra immensi cartelloni-bugia raffiguranti donne e uomini al passo coi tempi, felici, sorridenti in un quartiere anch’esso moderno, tra architetture che anticipano una nuova realtà fatta di Starbucks e di McDonald’s. L’occidentalizzazione passa di qui, passa per la gentrificazione, la distruzione forzata d’interi quartieri storici della città. In previsione della crescita economica gli immobili di aree povere vengono acquistati dalla fascia benestante della popolazione, con le alterazioni socio-culturali che seguono in casi del genere. Le famiglie che risiedevano in queste zone non ce la fanno, non reggono i costi dei nuovi appartamenti, e sono costrette a emigrare o mandare i bambini a lavorare per le strade. Sono su Tarlabaşı Boulevard, a poche centinaia di metri dal centro città, tra il rumore assordante del traffico e il caldo che in questi giorni si mescola all’umidità autunnale. Avverto un forte odore di escrementi. Alla mia destra è la seconda guerra mondiale: case distrutte, immondizia all’interno, cani e gatti che s’aggirano su pavimenti di spazzatura, ma anche persone. Mi addentro in una delle arterie di Tarlabaşı Boulevard e la prima cosa che scorgo, tra la miseria delle abitazioni, sono i bambini. Alcuni giocano, si rincorrono, urlano, mentre le mamme li controllano da lontano rinchiuse nelle loro case, sbraitando dalle finestre sbarrate; altri lavorano sodo; alcuni non hanno famiglia. I bambini di strada sono lustrascarpe, vendono soğuk su (acqua fresca) per venticinque centesimi a bottiglia o lavano automobili in posti improvvisati, spesso proprio sul ciglio della strada. Vivono in una città congestionata dal traffico, esposti alle polveri sottili. Rischiano di essere travolti dagli autoveicoli. Possono essere volontariamente o involontariamente coinvolti in furti o abuso di droga, contrarre malattie come l’epatite A o B o l’HIV. Corrono il rischio di essere picchiati e abusati dalle gang o dai clienti cui vendono le loro merci. Il piccolo Bedrettin, cinque anni, picchiato per aver oltrepassato il territorio di altri bambini, è solo uno dei tanti. Durante il giorno i bambini lavorano, quindi non beneficiano dell’istruzione scolastica. Il lavoro minorile sembra essere autorizzato, a Istanbul: lavorare in strada è considerato una sorta di apprendistato per la vita adulta, un modo per imparare a superare le difficoltà che, si sa, si presenteranno sempre. È preferito all’elemosina ed è considerato una forma di solidarietà domestica in caso di necessità. Ho visto bambini di cinque anni suonare una pianola di plastica nel bel mezzo di un torrente di volti in Istiklal Caddesi, meravigliosa via di collegamento tra Galata, il vecchio quartiere genovese, e Taksim, quartiere multiculturale. Suonano piccoli strumenti fatti per piccoli bambini, ma con i piccoli strumenti si gioca, non si elemosina. Sono i figli di Istanbul e delle vicine aree rurali, come magistralmente ha dichiarato Imre Azem, direttore di quella magnifica opera d’arte che è il documentario Ekümenopolis. La nuova politica voluta dalla Toki (ente amministratore dello sviluppo urbano), arteria pulsante e onnipotente del governo turco, viene qui a mietere le sue vittime.

Terribile, spaventosa realtà in tanta bellezza. Com’è possibile? “Siamo ad Istanbul. Non lo dimenticare”, risponde l’anziano Ohran, che si guadagna da vivere suonando il saz e vendendo quel poco che possiede. Eppure dietro le parole di Ohran si cela una realtà difficile da accettare: sembra che la semplice equazione gentrificatione-povertà-bambini-di-strada non sia poi tanto semplice, e che tali dinamiche rientrino nello spettro di ciò che Gramsci definì con il termine egemonia. Non si può contrastare ciò che non si comprende. Anche i turisti, o soprattutto loro, trovano solo ciò che cercano. Racconteranno del Medio Oriente una volta tornati a casa; nel Bazar compreranno dei regali. I turisti spendono, così la Turchia sfrutta l’onda. Mostra strade principali pulite e moderne, nasconde quelle secondarie dietro immensi cartelloni-bugia. Sfoggia una storia limpida, attraente nei colori dei giannizzeri di Sultan Fatih, musicale nelle rotazioni dei dervisci, mette da parte quella sporca; nel frattempo si occidentalizza. Mentre cammino per Tarlabaşı Boulevard, l’immagine di un buffo conduttore di circo si fa largo nella mia mente. È un ometto basso dai baffi prussiani, doppiopetto rosso e bombetta. Esclama: “A voi il nuovo numero signori! Assistete all’ultimo ritrovato: la fusione funzionale di tecnologia e scienza dei media applicati alla speculazione edilizia! Non senza una piccola spruzzatina di cinismo, s’intende.” La magia è compiuta ed ecco che Istanbul diventa una metropoli europea in cui all’Occidente, diciamo, piace specchiarsi. In fondo a Istanbul ci si può andare. Così si dice: Istanbul è europea.

Poi accade che di domenica, nel quartiere di Harbyie, abbia sede un mercato pubblicizzato su diversi giornali. Al mercato delle pulci di Harbyie vanno i turisti che poi scappano via terrorizzati dalla povertà, dai volti di chi tenta di sopravvivere al caro immobili della politica straight-to-the-West. I turisti cambiano strada, non s’inoltrano tra le vie periferiche, scelgono quelle principali, ma se non cercassero ciò che cercano, vedrebbero i volti di Ali, Alpay, Koray, Aziz, tutti intenti a lucidare i cerchioni delle automobili o le loro scarpe. I turisti mostrano una sovrana insofferenza per realtà del genere: eppure, tutto fa credere che cose del genere siano accadute un tempo anche da loro. E che forse accadano ancora.”