Gemme n° 466

Questa canzone mi ricorda l’infanzia perché la ascoltavo con mio papà; poi, qualche anno fa, l’ho riscoperta. Pensavo fosse la solita canzone d’amore, poi mi sono informata sul testo e sulla vita di Neil Young e quindi penso riguardi più l’invecchiamento e il rimpianto di aver sprecato la vita. Ne traggo l’insegnamento di sfruttare la nostra vita: siamo giovani e dovremmo seguire i nostri sogni anche se la strada è difficile, le nostre aspirazioni e tra 60 anni poter dire di aver vissuto. Non di non aver sbagliato, ma almeno di averci provato!”. Queste le parole con cui A. (classe quarta) ha commentato la canzone al centro della sua gemma.
Poco fa una gemma centrata su una citazione di Charlie Chaplin… Ecco, ne aggiungo un’altra: “È veramente bello battersi con persuasione, abbracciare la vita e vivere con passione. Perdere con classe e vincere osando, perché il mondo appartiene a chi osa! La vita è troppo bella per essere insignificante”.

Gemme n° 465

chaplin

«Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa piacere così come sei! Quindi vivi, fai quello che ti dice il cuore, la vita è come un opera di teatro, che non ha prove iniziali: canta, balla, ridi e vivi intensamente ogni giorno della tua vita prima che l’opera finisca senza applausi…». Ho letto questa frase di Charlie Chaplin qualche tempo fa, quando lo abbiamo affrontato in francese. Penso siano delle belle parole sul futuro e su come affrontare la vita. Le trovo adatte a noi ragazzi dell’ultimo anno e le utilizzo per augurare a ognuno di trovare la propria strada e di fare le scelte più giuste”. Questa è stata la gemma di N. (classe quinta).
Trovo queste parole molto in sintonia con quelle, molto famose, di madre Teresa:
Non aspettare di finire l’università, di innamorarti, di trovare lavoro, di sposarti, di avere figli, di vederli sistemati, di perdere quei dieci chili, che arrivi il venerdì sera o la domenica mattina, la primavera, l’estate, l’autunno o l’inverno. Non c’è momento migliore di questo per essere felice. La felicità è un percorso, non una destinazione. Lavora come se non avessi bisogno di denaro, ama come se non ti avessero mai ferito e balla, come se non ti vedesse nessuno. Ricordati che la pelle avvizzisce, i capelli diventano bianchi e i giorni diventano anni. Ma l’importante non cambia: la tua forza e la tua convinzione non hanno età. Il tuo spirito è il piumino che tira via qualsiasi ragnatela. Dietro ogni traguardo c’è una nuova partenza. Dietro ogni risultato c’è un’altra sfida. Finché sei vivo, sentiti vivo. Vai avanti, anche quando tutti si aspettano che lasci perdere.”

Gemme n° 464

busta.jpg

La mia gemma sembra una bolletta, ma non lo è: in realtà si tratta di un traguardo per me molto importante. Ho partecipato ad un concorso per fare volontariato in Congo. Mi hanno presa, partirò a fine luglio e starò via un mese in un ospedale pediatrico che ospita bimbi affetti da sla, aids, malaria o diversamente abili. Sono ospitati circa 800 bambini. Non so ancora bene di preciso cosa dovrò fare, probabilmente un po’ di animazione o insegnamento di grammatica basilare francese. Per me è un sogno che si avvera, sono molto contenta ed emozionata per le incognite che mi aspettano. L’idea del volontariato è qualcosa che noi tutti dovremmo perseguire nel nostro piccolo.” Questa è stata la gemma di M. (classe quinta).
Questa gemma mi è risuonata nel cuore durante questo fine settimana in cui si è celebrato a Roma il Giubileo dei Ragazzi. Riporto un brevissimo passo delle parole del papa: “… solo con scelte coraggiose e forti si realizzano i sogni più grandi, quelli per cui vale la pena di spendere la vita. Non accontentatevi della mediocrità, di “vivacchiare” stando comodi e seduti; non fidatevi di chi vi distrae dalla vera ricchezza, che siete voi, dicendovi che la vita è bella solo se si hanno molte cose; diffidate di chi vuol farvi credere che valete quando vi mascherate da forti, come gli eroi dei film, o quando portate abiti all’ultima moda. La vostra felicità non ha prezzo e non si commercia; non è una “app” che si scarica sul telefonino: nemmeno la versione più aggiornata potrà aiutarvi a diventare liberi e grandi nell’amore”.

Gemme n° 462

Ho deciso di portare questo film: in esso Jack Nicholson interpreta un uomo arrestato per reati violenti e che fa finta di essere pazzo per evitare il carcere. Il sistema però è severo. Lui cerca di portare la libertà agli internati e far loro vivere la vita senza farli sentire in colpa. Mi ha colpito questo personaggio che cerca di immedesimarsi negli altri e di portare loro dignità e vita”. Con queste parole E. (classe terza) ha presentato la propria gemma.
Commento la gemma con l’aggiunta di una breve sequenza dal testo molto breve ma anche molto significativo:

Gemme n° 459

20160419_122338.jpg

Queste le parole con cui V. (classe quinta) si è espressa: “La mia gemma è una foto insieme a S.: ci conosciamo praticamente da 19 anni, ma a settembre lei andrà per un anno negli Stati Uniti. Sarà strano non averla qua tutti i giorni. La foto fa pensare a tempi felici e sicuri senza dubbi e incertezze; ora è un po’ diverso, ma questo vuole anche essere un augurio ad entrambe di restare quel che siamo”.
E’ uno dei momenti che prediligo nel lavoro che faccio: vedere i ragazzi di quinta prendere il volo… “Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio. Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra. Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.” (Lao Tse)

Gemme n° 458

DSC_0117 copia fb

Il titolo della mia gemma di oggi è “addio”. Esistono talmente tante forme di addio, che mi chiedo a quale delle tante stiate pensando ognuno di voi.
Nel dizionario questa parola è definita come “Forma di saluto a persona o cosa che si lascia, specialmente per lungo periodo o definitivamente” e come “rinunciare a una cosa, o separarsene per sempre”. Ed è proprio di questo che tratta la mia gemma: di due saluti, forse definitivi, o forse (e spero) solo per un lungo periodo, che sono teoricamente completamente diversi ma praticamente ugualmente dolorosi.
Il primo è l’addio al mio ex-ragazzo. La settimana scorsa, dopo averci passato insieme 7 lunghi mesi, ho deciso di dire addio ad una persona a cui tenevo e a cui tengo tutt’ora tantissimo ma in un modo leggermente diverso. È proprio vero che a volte è solo uscendo di scena che si capisce il ruolo che una persona ha svolto. Solo adesso che non stiamo più insieme infatti mi sono resa conto di quanto la sua presenza nella mia vita è stata indispensabile in alcuni momenti cruciali di questo mio anno a partire da settembre scorso. Lui c’è sempre stato: mi ha consolato nei momenti di tristezza, solitudine, disperazione, malinconia e ha festeggiato con me i momenti di vittoria, di felicità, di pazzia e di entusiasmo. A volte penso di non averlo ringraziato abbastanza e di non avergli mai dimostrato quanto effettivamente grata sono e sono stata per questa sua presenza onnipresente.
Ultimamente, presa un po’ più dalla “mia” vita piuttosto che dalla “nostra”, tendevo spesso ad ignorarlo, a non prestargli le attenzioni che meritava, e spesso, presa dal nervosismo, anche a trattarlo con sufficienza e menefreghismo. Il fatto che riuscissi a vivere la mia vita senza pensare troppo a lui o senza vederlo anche per diversi giorni senza sentirne particolarmente la mancanza, mi ha fatto capire che forse i sentimenti che provavo nei suoi confronti erano cambiati e purtroppo non erano più quelli di qualche mese fa. Per un po’ sono andata avanti, auto-convincendomi che forse si trattava solo di un brutto periodo e che le cose sarebbero presto tornate come prima, ma purtroppo non fu così. Mi sono sempre ritenuta una ragazza coraggiosa, ma devo ammettere che in questo caso non sapevo proprio come provare a dirgli o fargli capire che dentro di me qualcosa era cambiato, e così ho continuato a trattarlo con sufficienza, sperando che lo capisse lui da solo. E così è stato. Venerdì ha finalmente deciso di prendere coraggio e di affrontare la seppur dolorosa, realtà. Ho così preso coraggio anche io e gli spiegato il mio punto di vista. Ne abbiamo parlato a lungo insieme e il tutto si è concluso in un lungo e silenzioso abbraccio di addio, animato solamente da lacrime e singhiozzi da parte di entrambi. E sarà anche vero che gli addii fanno male, ma non c’è niente di più doloroso dei flashback che arrivano dopo. Da quella volta mi rendo conto che lo ritrovo in tutto ciò che mi circonda e in ogni cosa che faccio. La sera non so più a chi mandare la buonanotte e la mattina non mi sveglio più con il suo buongiorno. Quando penso che non lo rivedrò più, che i nostri discorsi stupidi e imbarazzanti non saranno più oggetto dei miei sorrisi e delle mie risate, che il suo nome non sarà più tra i contatti recenti e che non sentirò più il suono della sua voce con quell’accenno di accento barese, sento un vuoto enorme dentro di me, come se una parte di me non ci fosse più data la sua mancanza. Ora lui è triste e forse anche arrabbiato, ed è convinto che ora che l’ho lasciato mi sia tolta un penso e sia più felice che mai, vorrei solo che sapesse che non è così. Spero solo che un giorno riuscirà a trovare la forza di perdonarmi per tutto il male che gli ho provocato, e spero che riusciremo a tornare quello che eravamo 8 mesi fa. E soprattutto, spero che oltre questo sentimento di dolore, dato dal fatto che sia tutto finito, si porti dentro per sempre quel senso di felicità per questi 7 mesi in cui c’è stato qualcosa di molto grande.
Il secondo addio riguarda mia nonna. Ha 86 anni ed è malata di cancro da 6 anni. Avendo vissuto 12 anni lontana da lei, il nostro rapporto non è il normale rapporto che ha ogni nonna con la propria nipote, ma ciò non toglie che io le voglia una marea di bene anche solo perché è la donna che ha dato la vita alla donna che avrebbe poi dato vita a me, e non posso che esserle grata e ringraziarla fino alla morte per ciò. Ognuno ha le proprie paure: dei mostri, dei fantasmi, del buio, dei ragni, delle interrogazioni. Io invece ho paura dei tumori, che ha colpito diverse volte la mia nonna paterna che l’ha sempre combattuto con la sua forza e voglia di vivere, che ha portato via mia zia 5 anni fa, e che ora porterà via presto anche la mia nonna materna e chissà, avendo già 3 casi in famiglia, chi altro si porterà via. È vero, mia nonna ha 86 anni e la sua vita l’ha vissuta: è nata, è cresciuta, si è sposata, ha avuto 4 splendidi figli, e come ogni essere umano, è normale anche che muoia. È vero che tutto succede per una ragione, ma a volte vorrei sapere qual è effettivamente questa ragione per cui accadono certi avvenimenti. In questi ultimi tempi, mi sono spesso chiesta cos’è la vita, perché viviamo e come fa una persona ad esserci e poi il giorno dopo improvvisamente a non esserci più. Basta davvero un attimo per non esserci più, ma allora che senso ha arrabbiarsi, che senso ha l’invidia, la malignità? Perché non è possibile essere felici e spensierati fino al giorno in cui non ci saremo più? Perché esistono le malattie, gli incidenti stradali, le guerre, gli assassini? Non sarebbe più giusto se avessimo tutti le stesse opportunità di vivere?
L’idea di alzarmi un giorno e di non poter più pensare “oggi vado a trovare la nonna” mi uccide profondamente, nonostante io sia consapevole che alla fin fine è giusto così: mia nonna ha lottato e ha sofferto parecchio, e forse è giusto che anche lei raggiunga finalmente un posto dove potrà essere felice e spensierata come lo era anni fa, quando ci preparava le pastasciutte. Spero solo che in questo posto si ricorderà di me, dei suoi altri 5 nipoti, dei suoi figli e di suo marito, che l’hanno amata con tutto il loro cuore. Il giorno che se ne andrà e tutti quelli che seguiranno, mi mancherà da morire, ma al momento non posso che ritenermi fortunata per aver conosciuto una persona alla quale sia così difficile dire addio.”
Questa è stata la gemma di M. (classe quarta). Due sono i temi principali: il rapporto di coppia e la morte, accomunati qui dal termine addio. Etimologicamente il termine addio fa riferimento all’affidamento di qualcosa o qualcuno a Dio. Penso vi sia insita, perciò, l’importanza della persona o della cosa da cui ci si distacca. Penso che tutte le relazioni significative che viviamo lascino dei segni profondi in noi; è la rielaborazione che ne facciamo dopo che farà di essi un albero florido oppure secco.

Gemme n° 457

Ho deciso di portare questa sequenza perché mi piace molto “Il signore degli anelli” e questa è la mia scena preferita: è un momento di sconforto, i protagonisti non sanno perché sono lì, non trovano un senso. Penso che capiti a tutti un momento del genere. Allora penso sia importante sapere che questi momenti passano e che bisogna tenere sempre presenti propri obiettivi e seguirli, perché alla fine ne vale la pena”. Questa è stata la gemma di G. (classe quarta).
C’è del buono in questo mondo, padron Frodo”: cercare di pensare in modo positivo anche nelle avversità non è cosa facile. C’è una frase di Etty Hillesum che mi porto nel cuore: “Fiorire e dar frutti in qualunque terreno si sia piantati – non potrebbe essere questa l’idea?”.

Gemme n° 456

M. (classe quinta) ha presentato così la sua gemma: “Questa canzone non è stata concepita secondo l’interpretazione che ne ho dato io. E’ la prima canzone ascoltata in modalità casuale il giorno dopo la morte di mia nonna nel maggio 2012; lei se n’è andata 15 minuti prima della mezzanotte del mio compleanno. Ero particolarmente triste perché era stata una cosa molto improvvisa: in soli venti giorni si era ammalata e se n’era andata. Questa canzone mi ha colpita perché dava voce ai miei pensieri: parla di una domenica che appare vuota e insignificante per l’assenza di qualcuno. Ligabue si chiede se la persona che manca riesca a sentire il suo pensiero e il suo sentimento; si stupisce che il mondo vada avanti e sembri lo stesso mentre lui non accetta questa assenza nella sua vita. Io l’ho interpretata così e quando la ascolto riprovo le stesse sensazioni di quell’orribile domenica”.
Sembra strano e contraddittorio che certe assenze siano così presenti. D’altro canto penso anche che sia proprio attraverso momenti come quello appena descritto che il rapporto con chi non è più di questa terra continui, in qualche maniera. E’ un modo per rinnovare l’amore e l’affetto che si provano per quella persona, una voce per dire “non ti dimentico, sei sempre con me, ti voglio sempre bene”.

Gemme n° 453

Ho scelto questa canzone perché mi piace e per le parole, perché quando ogni volta che la ascolto mi ricorda una persona a me care che non c’è più”. Con queste parole M. (classe seconda) ha commentato la propria gemma.
Quando se ne va qualcuno a cui teniamo particolarmente, la mancanza si fa sentire in maniera molto forte, anche a distanza di molto tempo. C’è un antico e breve proverbio cinese che, a mio parere, rende molto bene questa sensazione: “Un giorno, tre autunni”.

Gemme n° 451

20160416_121156

La mia gemma è l’album di foto regalatomi per i 18 anni dalla mia migliore amica: ci conosciamo dall’asilo, e nell’album lei hai incollato tutte le foto scattate da quando ci siamo conosciute fino ad adesso. Ci siamo emozionate entrambe”. Questa la gemma di E. (classe quinta).
Fissare un ricordo, un’emozione, uno stato d’animo per riuscire a riviverne poi un sentore penso sia un inno alla vita.

Gemme n° 450

The Migrant Journey Through The Eyes Of An Eight Year Old Syrian Girl
Shaharzad Hassan mostra un suo disegno, fotografato nel campo profughi di Idomeni, Grecia, 18 marzo 2016 (Matt Cardy/Getty Images)

La mia gemma consiste in alcune foto dei disegni fatti da Shaharzad Hassan, una bambina di Idomeni, campo profughi in Grecia. Lei è siriana, ha 8 anni e così sta raccontando l’esperienza della diaspora siriana. Sono rimasta colpita perché i disegni raccontano la storia di questi profughi attraverso i suoi occhi. Da un lato emerge la tenerezza, dall’altro quanto loro capiscano la situazione. Penso sia una visione molto realistica dei fatti.” Questa è stata la gemma di G. (classe quinta).
Magnus Wennman è un fotoreporter svedese. In un’intervista alla CNN, presentando il proprio lavoro “Where The Children Sleep” che potete vedere qui, ha detto: “Il conflitto e la crisi possono anche essere difficili da capire , ma non è difficile capire che questi bambini hanno bisogno di un posto sicuro per dormire. Questo è facile da comprendere. Hanno perso la speranza, e ci vuole molto perché un bambino smetta di essere tale e smetta di essere felice, anche nei posti veramente brutti”.

Gemme n° 449

Così C. (classe quinta) ha presentato la propria gemma:
Non sapevo cosa portare come gemma, poi ho pensato a qualche scena di film perché ritengo che il cinema sia un buonissimo mezzo di comunicazione. Alla fine ho optato per questa scena da La tigre e la neve perché penso che Benigni sia una persona fantastica e sia bello farsi stimolare dalle cose che dice; penso che lui abbia capito quale sia la bellezza della vita. Fa pensieri profondi e mi piacerebbe arrivare a quel livello di consapevolezza o influenzare in modo positivo la gente. Mi ricorda anche un po’ Robin Williams, altro attore che stimo”.
Penso che la poesia o qualsiasi altra forma di espressione artistica siano parte della bellezza della vita. Riuscire a dirsi, a esprimersi, a raccontarsi a far nascere qualcosa da sé. Fiorire.

Gemme n° 448

Ecco la gemma di M. (classe terza): “Ho portato questo video per presentare una mia passione: la danza classica. Qui, tra l’altro, si prende un po’ in giro la danza classica per eccellenza con questo famoso adagio”.
Una poesia di Rabindranath Tagore:
La stessa corrente di vita
che scorre nelle mie vene,
notte e giorno scorre per il mondo
e danza in ritmica misura.
E’ la stessa vita che germoglia
gioiosa attraverso la polvere
negli infiniti fili dell’erba
e prorompe in onde tumultuose
di foglie e di fiori”.

Gemme n° 447

IMG-20160414-WA0000Mentre mia moglie mi serviva la cena le presi la mano e le dissi: “Devo parlarti”. Lei annuì e mangiò con calma. La osservai e vidi il dolore nei suoi occhi, quel dolore che all’improvviso mi bloccava la bocca. Mi feci coraggio e le dissi: “Voglio il divorzio”.
Lei non sembrò disgustata dalla mia domanda e mi chiese piano: “Perché?”
Quella sera non parlammo più e lei pianse tutta la notte. Io sapevo che lei voleva capire cosa stesse accadendo al nostro matrimonio, ma io non potevo risponderle, aveva perso il mio cuore a causa di un’altra donna: Valentina.
Io ormai non amavo più mia moglie, mi faceva solo tanta pena, mi sentivo in colpa, e per questa ragione sottoscrissi nell’atto di separazione che a lei restasse la casa, l’auto e il 30% del nostro negozio. Lei quando vide l’atto lo strappò in mille pezzi.
Avevamo passato dieci anni della nostra vita insieme e ora eravamo due perfetti estranei.
A me dispiaceva tanto per tutto questo tempo che aveva sprecato insieme a me, per tutte le sue energie, però non potevo farci nulla: io amavo Valentina.
All’improvviso mia moglie cominciò a urlare e a piangere ininterrottamente per sfogare la sua rabbia e la sua delusione, l’idea del divorzio cominciava ad essere realtà.
Il giorno dopo tornai a casa e la incontrai seduta alla scrivania in camera da letto che scriveva, non cenai e mi misi a letto, ero molto stanco dopo una giornata passata con Valentina. Durante la notte mi svegliai e vidi mia moglie sempre lì seduta a scrivere, mi girai e continuai a dormire.
La mattina dopo mia moglie mi presentò le condizioni affinché accettasse la separazione: non voleva la casa, non voleva l’auto tanto meno il negozio, soltanto un mese di preavviso, quel mese che stava per cominciare l’indomani. Inoltre voleva che in quel mese vivessimo come se nulla di tutto questo fosse accaduto.
Il suo ragionamento era semplice : “Nostro figlio in questo mese ha gli esami a scuola e non è giusto distrarlo con i nostri problemi”.
Io fui d’accordo però lei mi fece un’ulteriore richiesta. “Devi ricordarti del giorno in cui ci sposammo, quando mi prendesti in braccio e mi accompagnasti nella nostra camera da letto per la prima volta: in questo mese ogni mattina dovrai prendermi in braccio e portarmi in braccio fino a lasciarmi fuori dalla porta di casa”.
Pensai che avesse perso il cervello, ma acconsentii per non rovinare le vacanze estive a mio figlio e per superare quel momento di tensione in pace.
Raccontai la cosa a Valentina che scoppiò in una fragorosa risata dicendo: “Non importa che trucchi si sta inventando tua moglie: dille che oramai tu sei mio! Se ne faccia una ragione!”.
Era tanto tempo che io e mia moglie non avevamo più intimità, così quando la presi in braccio il primo giorno, eravamo ambedue imbarazzati. Nostro figlio invece camminava dietro di noi applaudendo e dicendo: “Grande papà! Papà ha preso la mamma in braccio!”.
Le sue parole furono come un coltello nel mio cuore. Camminai una decina di metri con mia moglie in braccio. Lei chiuse gli occhi e mi disse a bassa voce: “Non dirgli nulla del divorzio e del nostro accordo, per favore”.
Acconsentii con un cenno, sempre imbarazzato e anche un po’ irritato, e la lasciai sull’uscio. Come ogni mattina lei uscì e andò a prendere l’autobus per recarsi al lavoro.
Il secondo giorno eravamo tutti e due più rilassati, lei si appoggiò al mio petto e potetti sentire il suo profumo sul mio maglione. Mi resi conto che era da tanto tempo che non la guardavo. Mi resi conto che non era più così giovane: qualche ruga, qualche capello bianco. Si notava che portava i segni di un dolore interno. Mi chiesi cosa avessi fatto, come si fosse ridotta così.
Il quarto giorno, prendendola in braccio come ogni mattina, avvertii che l’intimità stava ritornando tra noi: questa era la donna che mi aveva donato dieci anni della sua vita, la sua giovinezza, un figlio. Nei giorni a seguire ci avvicinammo sempre più. Non dissi nulla a Valentina.
Ogni giorno che passava era più facile prendere mia moglie in braccio, e il mese passava velocemente. Ogni giorno che passava la sentivo più leggera.
Una mattina lei stava scegliendo dall’armadio i vestiti: si era provata di tutto, ma nessun indumento le andava bene e lamentandosi disse: “I miei vestiti mi vanno grandi”. In quell’occasione mi resi conto quanto fosse dimagrita in quei giorni. Di colpo realizzai che era entrata in depressione: a causarla erano stati il troppo dolore e la troppa sofferenza, pensai.
Senza accorgermene le toccai i capelli, nostro figlio entrò all’improvviso nella nostra stanza e disse: “Papà, è arrivato il momento di portare la mamma in braccio!”. Per lui quel rito era diventato un momento basilare della sua giornata e della sua vita. Mia moglie abbracciò forte mio figlio ed io girai la testa, ma dentro sentivo un brivido che cambiò il mio modo di vedere il divorzio.
Ormai prenderla in braccio e portarla fuori cominciava ad essere per me come la prima volta che la portai in casa quando ci sposammo. La abbracciai senza muovermi e sentii quanto fosse leggera e delicata. Mi venne da piangere!
Arrivò l’ultimo giorno e aprendomi a lei le dissi: “Non mi ero reso conto di aver perduto l’intimità con te…”.
Mio figlio doveva andare a scuola e io lo accompagnai con la macchina. Mia moglie restò a casa.
Mi diressi verso il posto di lavoro, ma a un certo punto passando davanti alla casa di Valentina mi fermai, scesi e corsi sulle scale. Lei mi aprì la porta
e io le dissi: “Perdonami, ma non voglio più divorziare da mia moglie”.
Lei mi guardò e disse: “Ma sei impazzito?!”.
Io le risposi: “Amo mia moglie. Un periodo di stress, di noia e di routine ci aveva allontanato, ma ora ho capito i veri valori della vita! Dal giorno in cui l’ho portata in braccio mi sono reso conto, osservandola e guardandola, che voglio farlo per il resto della mia vita!”
Valentina pianse, mi tirò uno schiaffo ed entrò in casa sbattendomi la porta in faccia.
Io scesi le scale velocemente, tornai in macchina e mi fermai in un negozio di fiori. Comprai un mazzo di rose per mia moglie. La ragazza del negozio mi chiese: “Cosa scriviamo sul biglietto?”
Le dissi: “Ti prenderò in braccio ogni giorno della mia vita finché morte non ci separi”.
Arrivai di corsa a casa, salii i gradini a due a due ed entrai di corsa, precipitandomi in camera felicissimo e col sorriso sulle labbra.
Trovai mia moglie a terra. Era morta.
Negli ultimi mesi stava lottando contro il cancro e io invece ero occupato a sciupare il mio tempo con Valentina, senza nemmeno accorgermene.
Lei non me lo aveva detto: sapeva che stava per morire e per questo motivo volle un mese di tempo. Sì, un mese… affinché a nostro figlio non rimanesse un cattivo ricordo del nostro matrimonio. Affinché nostro figlio non subisse traumi. Affinché a nostro figlio rimanesse impresso il ricordo di un padre meraviglioso e innamorato della madre.
Lei aveva chiaro quali fossero i dettagli, i semplici dettagli, che contano in una relazione. Non sono la casa, la macchina, i soldi… Queste sono cose effimere che sembrano saldare un’unione e invece possono dividerla. Cerchiamo sempre di mantenere accesa la fiamma, alimentare il matrimonio con giorni felici, ricordando sempre il primo giorno della nostra più bella storia d’amore.
A volte non diamo il giusto valore a ciò che abbiamo fino a quando non lo perdiamo. A volte capiamo il valore delle cose solo quando le abbiamo perdute.
Ho scelto questo brano per la storia, per il coraggio della donna e per la fermezza dell’ultimo mese di vita; penso sia un modello da imitare. Poi, riprende la storia di una mia familiare che fino in fondo ha vissuto col sorriso, nonostante avesse un grosso problema”. Così (qui la fonte) C. (classe terza) ha presentato la propria gemma.
Sono molti gli aspetti messi in luce da questo testo. Mi soffermo sull’importanza della quotidianità. Qui si parla di chi riscopre gesti, sensazioni ed emozioni che col tempo aveva dimenticato; porvi attenzione mentre li si sta vivendo non è facile ed è così che si inizia a darli per scontati. Esercitarsi alla lettura della bellezza nel quotidiano non è facile ma, penso, fortemente arricchente.

Gemme n° 445

Ho visto questo video due settimane fa e penso sia utile per riflettere sul valore della nostra e dell’altrui vita. Si presenta da solo, non penso ci sia da aggiungere altro.” Questa la gemma di V. (classe quinta).
Nel vecchio film “Luci della ribalta”, Charlie Chaplin afferma che “C’è una cosa altrettanto inevitabile quanto la morte, ed è la vita”. Nel video che ha mostrato V. c’è l’incontro-scontro tra queste due realtà, con l’aggiunta di quello che le lega e che secondo me è necessario a dare un senso al tutto: amore.

Gemme n° 442

jobs

S. (classe terza) ha chiesto a me di leggere le parole che Steve Jobs dedicò ai laureandi di Stanford nel 2005:
Sono onorato di essere qui con voi oggi alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per dire la verità, questa è la cosa più vicina a una laurea che mi sia mai capitata. Oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie.
La prima storia è sull’unire i puntini. Ho lasciato il Reed College dopo il primo semestre, ma poi ho continuato a frequentare in maniera ufficiosa per altri 18 mesi circa prima di lasciare veramente. Allora, perché ho mollato? E’ cominciato tutto prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studentessa di college non sposata, e decise di lasciarmi in adozione. Riteneva con determinazione che avrei dovuto essere adottato da laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare fin dalla nascita da un avvocato e sua moglie. Però quando arrivai io loro decisero all’ultimo minuto che avrebbero voluto adottare una bambina.
Così quelli che poi sono diventati i miei genitori adottivi e che erano in lista d’attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: “C’è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete voi?” Loro risposero: “Certamente”.
Più tardi mia madre biologica scoprì che mia madre non si era mai laureata al college e che mio padre non aveva neanche finito il liceo. Rifiutò di firmare le ultime carte per l’adozione. Poi accettò di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college. Diciassette anni dopo andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno altrettanto costoso di Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l’ammissione e i corsi.
Dopo sei mesi, non riuscivo a vederci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo.
Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta la loro vita. Così decisi di mollare e avere fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Era molto difficile all’epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’attimo che mollai il college, potei anche smettere di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a capitare nelle classi che trovavo più interessanti. Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e poter comprare da mangiare.
Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio Hare Krishna: l’unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo.
Vi faccio subito un esempio. Il Reed College all’epoca offriva probabilmente la miglior formazione del Paese relativamente alla calligrafia. Attraverso tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così.
Fu lì che imparai dei caratteri serif e san serif, della differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, di che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era artistico, bello, storico e io ne fui assolutamente affascinato. Nessuna di queste cose però aveva alcuna speranza di trovare una applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo tutto per il Mac. E’ stato il primo computer dotato di una meravigliosa capacità tipografica.
Se non avessi mai lasciato il college e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o font spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità.
Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i personal computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente all’epoca in cui ero al college era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all’indietro.
Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all’indietro. Così, dovete aver fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa – il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e invece ha sempre fatto la differenza nella mia vita.
La mia seconda storia è a proposito dell’amore e della perdita. Sono stato fortunato: ho trovato molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Woz e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in 10 anni Apple è cresciuta da un’azienda con noi due e un garage in una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. L’anno prima avevamo appena realizzato la nostra migliore creazione – il Macintosh – e io avevo appena compiuto 30 anni, e in quel momento sono stato licenziato.
Come si fa a venir licenziati dall’azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l’azienda insieme a me, e per il primo anno le cose sono andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il Board dei direttori si schierò dalla sua parte.
Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era andato e io ero devastato da questa cosa. Non ho saputo davvero cosa fare per alcuni mesi. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me – come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Incontrai David Packard e Bob Noyce e tentai di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l’ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley. Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L’evolvere degli eventi con Apple non avevano cambiato di un bit questa cosa.
Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo. Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita. Durante i cinque anni successivi fondai un’azienda chiamata NeXT e poi un’altra azienda, chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, Toy Story, e adesso è lo studio di animazione più di successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono ritornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. E Laurene e io abbiamo una meravigliosa famiglia.
Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. E’ stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente. Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita, e l’unico modo per essere realmente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, continuate a cercare sino a che non lo avrete trovato. Non vi accontentate.
La mia terza storia è a proposto della morte. Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: “Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, sicuramente una volta avrai ragione”. Mi colpì molto e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni qualvolta la risposta è “no” per troppi giorni di fila, capisco che c’è qualcosa che deve essere cambiato. Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose – tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire – semplicemente svaniscono di fronte all’idea della morte, lasciando solo quello che c’è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione per non seguire il vostro cuore. Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la scansione alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile e che sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi avresti avuto ancora dieci anni di tempo per dirglielo. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi “addio”. Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell’analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie – che era là – mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l’intervento chirurgico e adesso sto bene. Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche la più vicina per qualche decennio. Essendoci passato attraverso posso parlarvi adesso con un po’ più di cognizione di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi: Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E anche che la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. E’ l’agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità. Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario. Quando ero un ragazzo c’era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione. E’ stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci ha messo dentro tutto il suo tocco poetico. E’ stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fato con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. E’ stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni. Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell’ultima pagina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l’autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c’erano le parole: “Stay Hungry. Stay Foolish.”, siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi. Stay Hungry. Stay Foolish. Grazie a tutti.”
Ho scelto questo testo perché quando l’ho letto mi ha fatto riflettere molto e mi ha preso molto personalmente. Mi ritrovo soprattutto nella prima storia e poi penso che se non fossero successe certe cose oggi non sarei quel che sono. Anche la terza mi è piaciuta molto: non so cosa fare dopo il liceo, ma voglio fare qualcosa di importante e importante per me. Penso sia fondamentale avere obiettivi e fare di tutto per raggiungerli”.
Sono talmente numerosi gli spunti forniti dalle parole di Jobs… Riporto solo un ricordo personale: quel pomeriggio in auto con mio padre di ritorno dall’Università di Trieste a metà del secondo anno di geologia “Papà, devo dirti una cosa non facile. Sento che quella che sto percorrendo non è la strada per me… Voglio lasciare geologia”. Non è stato facile, per niente. Ma benedetto sia quel viaggio!

Gemme n° 439

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-306e05f7-a102-42fb-bf8b-dfeca642a88c.html

Ezio-bosso.jpgNon conoscevo Ezio Bosso, l’ho sentito per la prima volta al festival di Sanremo: mi ha colpito per quello che ha detto e per come l’ha detto. Mi ha colpito poi come si trasformasse suonando al pianoforte”. Questa la gemma di M. (classe terza).
A commento pubblico prima una dichiarazione del maestro e poi la spiegazione del concetto molto interessante delle dodici stanze (fonte Huffington Post):
A un certo punto avevo perso tutto, il linguaggio, la musica: la ricordavo, ma non la capivo. Suonavo e piangevo, per mesi non sono riuscito a far nulla. La musica non faceva parte della mia vita, era lontana, non riuscivo ad afferrarla. Ho scoperto così che potevo farne a meno. E non è stato brutto. È stato diverso, è stata un’altra esperienza. Ho imparato che la musica è parte di me, ma non è me. Al massimo, io sono al servizio della musica”.
Si dice che la vita sia composta da 12 stanze. 12 stanze in cui lasceremo qualcosa di noi che ci ricorderanno. 12 le stanze che ricorderemo quando saremo arrivati all’ultima. Nessuno può ricordare la prima stanza dove è stato, ma pare che questo accada nell’ultima che raggiungeremo. Stanza, significa fermarsi, ma significa anche affermarsi. Ho dovuto percorre stanze immaginarie, per necessità. Perché nella mia vita ho dei momenti in cui entro in una stanza che non mi è molto simpatica detto sinceramente.
E’ una stanza in cui mi ritrovo bloccato per lunghi periodi, una stanza che diventa buia, piccolissima eppure immensa e impossibile da percorrere. Nei periodi in cui sono lì ho dei momenti dove mi sembra che non ne uscirò mai.
Ma anche lei mi ha regalato qualcosa, mi ha incuriosito, mi ha ricordato la mia fortuna. Mi ha fatto giocare con lei. Si, perché la stanza è anche una poesia”.

Gemme n° 434

punte.jpg

Ecco le mie prime punte di danza. Rappresentano una grande passione, iniziata quando avevo 6 anni: sono state un piccolo traguardo. Le ho potute mettere dopo anni di prove e fatica. Già da subito volevo dare il massimo per arrivare a indossarle: sono il frutto di fatica e determinazione. Ora cerco sempre di dare il massimo e di immedesimarmi nei vari ruoli che interpreto.” Queste le parole di N. (classe seconda).
Uno degli ultimi allenatori della nazionale di calcio non ha terminato bene la propria esperienza in azzurro, eppure era stato uno dei più apprezzati per la sua umanità. Mi sto riferendo Cesare Prandelli, che ha affermato: “La pratica sportiva è un microcosmo della vita fatto di sacrifici, applicazione nel lavoro, rispetto delle regole, successi e delusioni. Ma è soprattutto un modo sano di intendere la vita, a prescindere dai risultati che ciascuno può ottenere.”

Rewind: sabato

Ecco il sabato
Sabato Santo, il giorno dell’attesa
Il Sabato Santo è il giorno più femminile dell’anno, perché è il giorno dell’attesa. Solo la donna sa cosa vuol dire attendere, perché porta in grembo la vita per nove mesi e la si dice per questo in dolce attesa.

Annibale_Carracci_-_Holy_Women_at_Christ'_s_Tomb_-_WGA4454
Annibale Carracci, 1600 ca., olio su tela, 121×146 cm, Ermitage

Attesa e attenzione hanno la stessa radice, per questo le donne sono attente ai dettagli sino a rischiare di perdersi in essi, perché ogni talento ha la sua ombra. Solo la donna sa cosa vuol dire tessere la vita, prendersene cura e donarla al mondo. Solo la donna conosce questo accadere in lei e ne stupisce nel corpo e nell’anima. Il Sabato Santo è infatti il giorno delle donne. Alle donne è affidato il compito di prendersi cura, cioè di ‘attendere’ al corpo di Cristo, prima che inizi il sabato ebraico: con i profumi e le essenze ne preparano la sepoltura provvisoria, in tutta fretta, in attesa di quella definitiva dopo l’obbligatorio riposo sabbatico. In qualche modo anticipano, inconsapevolmente, la risurrezione con quel gesto umanissimo della mirra e dell’aloe, che avevano funzione non solo di profumare ma di rallentare la corruzione del corpo. È proprio della donna dare la vita, è proprio della donna profumare e preservare dalla corruzione, è proprio della donna prendersi cura del corpo. Ed è a una donna che viene dato il lieto annuncio della risurrezione, della vita preservata dalla morte che si scopre sconfitta, quando credeva ormai di aver vinto la partita su un cadavere, che è il Corpo più vivo della storia umana. Le parole di Luca, apparentemente soltanto descrittive, svelano il motivo per cui alle donne per prime è dato l’annunzio, loro così attente a quel corpo perché in attesa di quel corpo: «Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento. Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato».
Il silenzio del sabato per gli uomini è sconfitta e disfatta. Tutto è finito. Per gli uomini che cercano sempre soluzioni efficaci ai problemi, la morte non ha soluzione: Cristo è stato un’illusione, non è la soluzione al problema, che differenza vuoi che facciano gli aromi e gli oli profumati (solo Nicodemo fa eccezione, proprio quello a cui nottetempo Gesù aveva spiegato che bisogna rinascere dall’alto). Per le donne c’è qualcosa di diverso, intuiscono che Cristo è come loro, che danno ai loro figli il loro sangue e il loro corpo, perché i figli abbiano la vita. Il punto per loro non è trovare la soluzione al problema, ma accompagnare chi ha il problema, non lasciarlo solo. Il chicco di grano muore a sé, come chi è in dolce attesa, per dare frutto: la donna questo lo sa nel corpo e quindi anche nell’anima, il suo dischiudersi è dolore che dà la vita. L’uomo invece vede la morte con freddo realismo: senza soluzione, e basta. Altro che risurrezione. Anche nella nostra vita molte cose devono morire (e noi moriremo), perché appartengono al mondo vecchio, mortalmente ferito dal peccato.
Ma su questo se ne innesta uno nuovo, inaugurato da Cristo, che fa risorgere la vita e la restituisce intatta, prendendosene cura come fa una donna incinta: il realismo del cristianesimo non ha nulla a che fare con le favole. Si muore realmente e con tutte le sofferenze del caso, ma si risorge altrettanto realmente, per intervento del Padre a cui la vita è affidata. Questa buona notizia, l’unica buona notizia nel naufragare continuo delle cose umane, è data a una donna, a Maria di Magdala, perché sono le donne che sanno dare la vita e sono loro che devono trasmettere agli uomini il messaggio che la vita è ricominciata. Sono loro ad attendere preparando aromi e oli, non sono in fuga, c’è ancora qualcosa da fare per il corpo di Cristo: preparano la loro umanissima ricetta di risurrezione.
Tutto questo avviene nel giardino del sepolcro, così come nel giardino la donna aveva mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male, decidendo che poteva essere lei a dare la vita in proprio, senza il consenso di Dio, e quindi avrebbe potuto anche non attendere la vita, non attendere alla vita. Nello stesso giardino tutto viene riparato: «Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio». Quella donna si era alzata prima dell’alba, probabilmente dopo ore insonni, ed era andata di fretta al sepolcro. Ecco perché il sabato è donna, perché la donna ha atteso trepidante tutto il sabato e quando può scatta in avanti, corre in fretta, come una molla compressa, per curare la vita, anche quella più ferita, si alza quando è ancora buio, per nutrire la vita, come le madri che allattano nel cuore della notte.
Non si cura del fatto che il sepolcro è chiuso da una pietra che non potrà mai spostare, a lei quello che interessa è stare il più vicino possibile al suo amore, essere lì presente, fisicamente. Proprio a lei, innamorata folle, allora viene concesso il privilegio di essere chiamata per nome («Maria!») dal risorto, e così riconoscerlo. Una nuova vita viene attesa dagli uomini, scegliendo il nome che ne inaugurerà l’inedito essere al mondo.
La nuova vita di Cristo risorto si mostra pronunciando il nome di Maria come nessuno lo ha mai pronunciato, con un tono tale che sentiamo risuonare tutta la meraviglia del nostro essere, che non solo è amato così come è, ma è voluto dall’eternità e per l’eternità proprio da chi non può morire più, perché è risorto una volta per tutte. Come quando lo sposo dice alla sposa nel Cantico dei Cantici: «Sei tutta bella», e quel ‘tutta’ non indica solo la totalità del corpo ma la totalità del tempo, bella in ogni tempo, passato presente e futuro. Lei che era andata a prestar cura a un corpo senza vita si ritrova a essere chiamata per nome, per prima, dalla Vita stessa, che non può più morire. E la sua vita rifiorisce, dall’alto. Lei ora sa che non può più appassire, grazie a quella Vita che pronuncia il suo nome come nessun amore umano potrà mai fare.
In quel giardino la donna che era in attesa, era in realtà la donna attesa. Lei che voleva in qualche modo ridare vita a quel corpo con i suoi profumi, rinasce dall’alto, a partire dal suo nome. Lei per prima viene a sapere la buona notizia, sin dentro al suo nome, perché piena di fede e di cure, che poi è lo stesso. Lei la prima a dare la notizia, la buona notizia, perché lei è la prima, vigile, scattante, ad aspettarla quella notizia per un intero trepidante malinconico sabato d’attesa.”

Gemme n° 431

Ascolto pochissimo la musica italiana e questa è una canzone dell’unico artista italiano che seguo. Invito a prestare attenzione al testo: sembra una poesia e non è banale. E’ anche una delle poche canzoni che ascolto non solo per passare il tempo ma riflettendo sulle parole”. Così P. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.
Nella seconda parte del brano Nek canta: “l’amore attende e non è invadente e non grida mai, se parli ti ascolta, tutto sopporta, crede in quel che fai e chiede di esser libero alle porte e quando torna indietro ti darà di più”. Ascoltando queste parole me ne sono venute in mente altre, più antiche: “L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male, non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L’amore non verrà mai meno.” Di chi sono? Paolo, prima lettera ai Corinzi, capitolo 13.