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27 gennaio, giornata della memoria, di tutte le memorie


CRONACHE DALL’INFERNO:

I GULAG E I KATORGI DELL’IMPERO SOVIETICO

Pubblico alcune pagine di “In Siberia” dedicate ai campi di prigionia (gulag) e di sterminio (katorgi) della Russia comunista.

VORKUTA

“Poi raggiungemmo il guscio della miniera 17. È qui che nel 1943 fu creato il primo dei katorgi, i campi di sterminio di Vorkuta. Nel giro di un anno, dei 30 campi di Vorkuta 13 divennero katorgi: il loro obiettivo era quello di liquidare i reclusi. In un inverno in cui la temperatura precipitava a 40° sotto zero, e ululavano le tempeste di neve, i katoršane vivevano in tende con un fondo di assi leggere cosparse di segatura… Lavoravano 12 ore al giorno, senza tregua, trainando carrelli di carbone: nel giro di tre settimane erano distrutti. Entro un anno erano morti già 28.000 uomini… In inverno i cadaveri venivano ammucchiati in baracche aperte finché non erano abbastanza perché valesse la pena di seppellirli; a quel punto un ufficiale del NKVD, l’antenato del KGB, fracassava i crani con un piccone, e quindi i corpi venivano scaricati in una fossa scavata d’estate per l’occorrenza”.

LA KOLYMA

“Nella memoria dell’uomo contemporaneo quella vastità era solo un continente di campi di sterminio. Nel 1931, qualche mese dopo la scoperta di immensi giacimenti auriferi, una regione che abbracciava tutta la Siberia nordorientale oltre il fiume Lena – un territorio più vasto del Messico – fu messa sotto il controllo di un’agenzia che si chiamava Dal’stroj e che divenne ben presto una branca del ministero dell’interno e della polizia. Dal’stroj era una legge a parte. Sotto la sua giurisdizione la Costituzione sovietica non entrava in vigore. Governò un incubo a occhi aperti… Questa terra della Kolyma ricevette in dono ogni anno decine di migliaia di prigionieri arrivati via mare, la gran parte innocente. Nel punto in cui arrivarono costruirono il porto, poi la città di Magadan, poi la strada verso l’interno fino alle miniere, dove morirono. All’inizio i prigionieri erano contadini kulaki e criminali comuni, poi – quando la paranoia di Stalin dilagò – presunti sabotatori e controrivoluzionari di ogni classe: funzionari di partito, soldati, scienziati, medici, insegnanti, artisti… Perirono nelle gallerie delle miniere, uccisi dai crolli o dai carichi, dai fumi di ammonio e dalla silicosi, dallo scorbuto e dalla pressione del sangue troppo alta, sputando sangue e tessuti polmonari… Dopo meno di 10 anni la Kolyma arrivò a fornire 1/3 della produzione mondiale di oro. Ma il numero dei morti rimane di fatto sconosciuto. Si è ipotizzata una cifra oltre i due milioni… I primi dirigenti del Dal’stroj furono fucilati come spie nel 1937. Da allora si instaurò un regime di pura crudeltà. Gli indumenti di pelliccia e gli stivali dei prigionieri vennero sostituiti con calzature di tela e giacche imbottite che si ridussero ben presto a brandelli. L’intenzione era quella di uccidere. Si passò a una dieta da fame: 800 grammi di pane con l’aggiunta di qualche pezzetto di pesce salato o di cavolo in salamoia… La giornata lavorativa raggiunse le 14 ore, le condanne da scontare i 25 anni… Ogni sera e ogni mattina gli ufficiali, levando la brina dai fogli che tenevano in mano, leggevano gli elenchi dei condannati a morte e di quelli già giustiziati… A volte intere squadre venivano prelevate sul lavoro e fucilate all’istante… In alcuni campi non ci fu nemmeno un superstite”.

SERPENTINKA

“Su uno sperone sopra la strada che scendeva serpeggiando fino al fiume ci accolse Serpentinka. Pavlov e Garanin, i nuovi signori del Dal’stroj, ne avevano fatto un centro di tortura e sterminio… Su uno strapiombo vicino alle celle d’isolamento, due trattori venivano tenuti con i motori al massimo per soffocare gli spari e le grida delle esecuzioni. Nel 1938 vi morirono 26.000 prigionieri, centinaia per mano dello stesso Garanin. I corpi venivano trascinati dietro la collina su slitte trainate dai trattori, oppure i prigionieri erano condotti ancora vivi a occhi bendati sull’orlo delle fosse e uccisi con un colpo di fucile alla testa. Poi, in linea con la politica di Stalin di liquidare i responsabili degli apparati di sicurezza, anche Garanin fu fucilato, e con lui tutto il personale di Serpentinka, e il campo venne raso al suolo”.

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