Pubblicato in: Filosofia e teologia, Letteratura, opinioni

No Martini no party

Il 18 giugno è uscito questo articolo su Repubblica. E’ vero, è lunghetto, ma fa respirare un’aria fresca che se solo fosse diffusa in determinate stanze…

Colloquio con il cardinal Martini a cura di Eugenio Scalfari in “la Repubblica” del 18 giugno 2009

 Il volto è dimagrito ma gli occhi d’un azzurro intenso lo illuminano ancora di più. Mi guarda fisso, come per riconoscermi. Sono molti anni che non ci incontriamo anche se ci siamo sentiti spesso scambiandoci a distanza sentimenti e pensieri. Sono passati tredici anni da quel dibattito a due voci organizzato da don Vincenzo Paglia, allora assistente ecclesiastico della comunità di Sant’Egidio, nel grande salone di palazzo della Cancelleria a Roma, dinanzi ad una platea gremita di sacerdoti d’ogni provenienza con i loro variopinti costumi: vescovi e cardinali di Santa Romana Chiesa in talare e zucchetto rosso, copti, patriarchi della Chiesa orientale, pastori protestanti, anglicani. C´erano anche, ricordo, quattro monaci buddisti. Molti i gesuiti, in veste nera e fascia alla vita, venuti ad ascoltare lui, il loro compagno di seminario e di religione diventato poi cardinale e arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini.

Quel dibattito aveva come tema: «La pace è il nome di Dio» con un sottotitolo: «Che cosa può unire oggi cattolici e laici». Lui fece una premessa (fare premesse è una sua abitudine per meglio definire l’argomento). Disse: «Non sono qui per fare proselitismo, perciò non parleremo di fede e di teologia ma di etica e di convinzioni». A mia volta lo ringraziai e la discussione cominciò, ma ci accorgemmo subito che eravamo d’accordo su tutto, la sua etica era anche la mia, lui la riceveva dall’alto, io dall’autonomia della mia coscienza, tutti e due ci ponevamo il problema dell’incontro tra il sentimento religioso e una modernità laica e relativista.

Da allora la figura dell’arcivescovo di Milano è stata per me un punto di riferimento, ho seguito la sua opera pastorale diretta ai credenti e il suo dialogo costante con i non credenti, il suo rapporto con il cardinal Silvestrini, con Pietro Scoppola, con la comunità di Sant´Egidio, con le varie anime della Compagnia di Gesù. Ho letto i suoi libri e in particolare le Conversazioni notturne a Gerusalemme. Ed ora quello appena uscito Siamo tutti nella stessa barca, un lungo dialogo con don Luigi Verzè, fondatore dell’ospedale di San Raffaele a Milano e dell’Università che porta lo stesso nome.

Quel binomio Martini-Verzè ha stupito molti amici del cardinale. Il fondatore del San Raffaele è un personaggio di notevole intraprendenza che ha ben poco in comune con Martini. Perché ha scelto proprio lui come interlocutore? Il cardinale risponde così: «Io e don Luigi siamo molto diversi sia per temperamento sia per formazione; sono diverse le nostre biografie ed anche le nostre visioni politiche e sociali. Non so se don Luigi ed io abbiamo le stesse soluzioni di fronte a scelte sempre più difficili. Ma siamo insieme sulla stessa barca, la barca della Chiesa, pur con tutte le nostre diversità. Ci accomuna un grande amore verso la Chiesa, un’ardente passione per il Verbo Incarnato Gesù Cristo e il desiderio che la Chiesa incontri e comprenda la società moderna».

La spiegazione è chiara, le differenze tra i due emergono dal libro ma l’obiettivo comune è quello di porre all’attenzione dei cristiani cattolici problemi non più oltre rinviabili. Domando a Martini quale siano quei problemi in ordine di importanza. «Anzitutto l’atteggiamento della Chiesa verso i divorziati, poi la nomina o l’elezione dei Vescovi, il celibato dei preti, il ruolo del laicato cattolico, i rapporti tra la gerarchia ecclesiastica e la politica. Le sembrano problemi di facile soluzione? Possono interessare anche un laico non credente come lei?». Mi guarda sorridente e si riassesta sulla sedia che scricchiola e mi viene il timore che sia malferma ma lui mi rassicura: «E’ solida, stia tranquillo, sono io che mi muovo troppo». Ci troviamo in una stanza molto sobria, un tavolo lungo e qualche sedia, nella casa di riposo dei gesuiti a Gallarate. Il cardinale, prima di ricevermi, ha incontrato una cinquantina di preti venuti dal dintorno milanese. Volevano ascoltare le sue parole di fede e di speranza in una società sempre meno cristiana e sempre più indifferente. Indifferente verso che cosa? gli chiedo. «Non c´è più una visione del bene comune. Il sentimento dominante è di difendere il proprio interesse particolare e quello del proprio gruppo. Magari pensano di essere buoni cristiani perché qualche volta vanno a messa e fanno avvicinare i loro figli ai sacramenti. Ma il cristianesimo non è quello, non soltanto quello. I sacramenti sono importanti se coronano una vita cristiana. La fede è importante se procede insieme alla carità. Senza la carità la fede è cieca. Senza la carità non c’è speranza e non c’è giustizia».

Lei, cardinal Martini, ha affermato in molte occasioni l’importanza della carità, ma forse bisogna definire con esattezza che cosa lei intenda con questa parola. Non credo che si limiti al far del bene al prossimo. «Far del bene, aiutare il prossimo è certamente un aspetto importante ma non è l’essenza della carità. Bisogna ascoltare gli altri, comprenderli, includerli nel nostro affetto, riconoscerli, rompere la loro solitudine ed esser loro compagni. Insomma amarli. La carità non è elemosina. La carità predicata da Gesù è partecipazione piena alla sorte degli altri. Comunione degli spiriti, lotta contro l’ingiustizia».

Nel suo libro Conversazioni notturne lei dice che i peccati sono numerosi e la Chiesa ne enumera molti ma, a suo parere, il vero peccato del mondo – lei dice proprio così se ben ricordo – il vero peccato del mondo è l’ingiustizia e la diseguaglianza. Se ho ben capito le sue parole, la carità è lottare contro l’ingiustizia? «Gesù disse che il regno di Dio sarà dei poveri, dei deboli, degli esclusi. Disse che la Chiesa avrebbe avuto come missione di essere vicina a loro. Questa è la carità del popolo di Dio predicata dal suo Figlio fatto uomo per la nostra salvezza».

Cardinale, che cosa intende per popolo di Dio? E’ il laicato cattolico il popolo Dio? «Tutta la Chiesa è popolo di Dio, la gerarchia, il clero, i fedeli». I fedeli hanno un ruolo attivo nel governo della Chiesa, nella partecipazione, nell’amministrazione dei sacramenti, nella scelta dei loro pastori? «Hanno certamente un ruolo ma dovrebbero esercitarlo con molta più pienezza. Troppo spesso è un ruolo passivo. Ci sono state epoche nella storia della Chiesa nelle quali la partecipazione attiva delle comunità cristiane era molto più intensa. Quando prima ho parlato d’una dilagante indifferenza pensavo proprio a questo aspetto della vita cristiana. Qui c’è una lacuna, una defezione silenziosa specie nella società europea e in quella italiana». Pensa alla scarsa frequenza dei sacramenti, della messa, delle vocazioni? «Questi sono aspetti esterni, non sostanziali. La sostanza è la carità, la visione del bene comune e della comune felicità. Felicità non solo per noi ma per gli altri e non solo nel presente qui e subito ma per i figli e i nipoti, le generazioni che verranno». La chiesa istituzionale fa abbastanza in questa direzione? «Fa molto, ma dovrebbe fare molto di più».

Cardinal Martini, vorrei porle una questione piuttosto delicata. Un noto scrittore cattolico, Vittorio Messori, ha scritto recentemente che la Chiesa istituzionale, cioè il Vaticano con la sua Segreteria di Stato i suoi Nunzi sparsi in tutto il mondo, le sue strutture di Curia, non può sanzionare i vizi privati dei potenti. Il suo compito è stipulare accordi, Concordati, affrontare problemi concreti da potere a potere. Fece accordi con Hitler, con Mussolini, con Pinochet, con Franco, con Craxi. Se li avesse pubblicamente giudicati sui loro comportamenti, sulla loro moralità, non avrebbe potuto operare politicamente come è suo compito. Il problema semmai – secondo Messori – riguarda il confessore, ammesso che qualcuno di quei potenti si confessi. Comunque il tema della salvezza riguarda il clero pastorale, i parroci e i vescovi con cura di anime. Lei è d’accordo con questa distinzione tra istituzioni vaticane e clero con funzioni pastorali? «In verità non sono molto d’accordo, la distinzione che fa Messori ci richiama ad una fase in cui esisteva ancora il potere temporale e il Papa era anzitutto un sovrano; ma quel potere grazie a Dio è finito e non può essere restaurato. E’ una fortuna che sia finito. Certo esiste una struttura diplomatica della Santa Sede, ma composta pur sempre di sacerdoti il cui fine ultimo è quello di testimoniare la predicazione evangelica ed il suo contenuto profetico. Aggiungo che la struttura diplomatica, secondo me, è fin troppo ridondante e impegna fin troppo le energie della Chiesa. Non è stato sempre così. Nella storia della Chiesa per molti e molti secoli questa struttura non è neppure esistita e potrebbe in futuro essere fortemente ridotta se non addirittura smantellata. Il compito della Chiesa è di testimoniare la parola di Dio, il Verbo Incarnato, il mondo dei giusti che verrà. Tutto il resto è secondario». Le Chiese protestanti non hanno anch´esse strutture consimili? Non sono necessarie per tutelare la libertà religiosa e lo spazio pubblico di cui la Chiesa ha bisogno per diffondere i suoi valori? «Le Chiese protestanti non hanno strutture accentrate e potenti come la nostra. Hanno assetti molto diversi. Sono, da questo punto di vista, più deboli della Chiesa cattolica ma per altri aspetti più coese con i fedeli».

Il problema che lei solleva indubbiamente esiste. Riguarda i Vescovi? Forse la figura del Papa, che esiste soltanto nella Chiesa cattolica, ha come conseguenza un certo temporalismo che è sopravvissuto al potere temporale propriamente detto. «Il Papa è innanzitutto il Vescovo di Roma. Per noi cattolici è il vicario di Cristo in terra e gli dobbiamo amore, rispetto e obbedienza senza però dimenticare che la chiesa apostolica si regge su due pilastri: il Papa e la sua comunione con i Vescovi. Ricordo che nel Concistoro che precedette l’ultimo Conclave, ci fu un dibattito preliminare per individuare una sorta di identikit del futuro pontefice. Quando toccò a me di parlare dissi che noi dovevamo eleggere il vescovo di Roma. Volevo dire con ciò che è sempre comunque prevalente la capacità e la vocazione pastorale rispetto a quella diplomatica o teologica». Lei disse questo? Che voi, il Conclave, dovevate eleggere il Vescovo di Roma? «Le sembra un’eresia? Invece questo è il mandato costante secondo la dottrina e la tradizione evangelica».

Il tempo passava e di argomenti che avrei voluto discutere con il cardinal Martini ce n’erano ancora molti, ma temevo di affaticarlo troppo. Glielo dissi, ma mi rispose che potevamo continuare. C’era un tema che mi stava a cuore. Gli dissi che leggendo il suo ultimo libro, quello scritto con don Verzè, m’era parso di capire una sua propensione a proporre un altro Concilio, una sorta di Vaticano III. La spinta del Vaticano II si era indebolita? Non bisognava riprendere il discorso e portarlo più avanti? La risposta che ne ebbi a me è sembrata molto innovatrice e anche imprevista. «Non penso ad un Vaticano III. E’ vero che il Vaticano II ha perso una parte della sua spinta. Voleva che la Chiesa si confrontasse con la società moderna e con la scienza, ma questo confronto è stato marginale. Noi siamo ancora lontani dall’aver affrontato questo problema e sembra quasi che abbiamo rivolto il nostro sguardo più all’indietro che non in avanti. Bisogna riprendere lo slancio ma per far questo non è necessario un Vaticano III. Ciò detto io sono favorevole ad un altro Concilio, anzi lo ritengo necessario, ma su temi specifici e concreti. Ritengo anzi che bisognerebbe attuare ciò che fu suggerito anzi decretato dal Concilio di Costanza, cioè convocare un Concilio ogni venti o trent’anni ma con un solo argomento o due al massimo».

Questa sarebbe una rivoluzione nel governo della Chiesa. «A me non pare. La Chiesa di Roma, non a caso, si chiama apostolica. Ha una struttura verticale ma al tempo stesso anche orizzontale. La comunione dei vescovi con il papa è un organo fondamentale della Chiesa». E quale sarebbe il tema del Concilio che lei auspica? «Il rapporto della Chiesa con i divorziati. Riguarda moltissime persone e famiglie e purtroppo il numero delle famiglie coinvolte aumenterà. Va dunque affrontato con saggezza e preveggenza. Ma c’è anche un altro argomento che un prossimo Concilio dovrebbe affrontare: quello del percorso penitenziale della propria vita. Vede, la confessione è un sacramento estremamente importante ma ormai esangue. Sono sempre meno le persone che lo praticano ma soprattutto il suo esercizio è diventato quasi meccanico: si confessa qualche peccato, si ottiene il perdono, si recita qualche preghiera e tutto finisce così. Nel nulla o poco più. Bisogna ridare alla confessione una sostanza che sia veramente sacramentale, un percorso di pentimento e un programma di vita, un confronto costante con il proprio confessore, insomma una direzione spirituale».

Ci alzammo. Mi disse di aver letto il mio ultimo libro L’uomo che non credeva in Dio e di averci trovato alcune assonanze con la sua visione del bene comune. Lo ringraziai. Io le sono molto vicino, gli dissi, ma non credo in Dio e lo dico con piena tranquillità di spirito. «Lo so, ma non sono preoccupato per lei. A volte i non credenti sono più vicini a noi di tanti finti devoti. Lei non lo sa, ma il Signore sì». Fui tentato di abbracciarlo, ma siamo un po’ tremolanti tutti e due ed avremmo rischiato di finir per terra. Ci siamo stretti la mano promettendoci di rivederci presto.

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Un altro anno

E un altro anno (scolastico) se ne sta andando… E’ stato per me un anno faticoso, duro, impegnativo, ma anche ricco di nuove esperienze. A voi come è andata? Soddisfatti o no? Qual è il vostro bilancio finale?

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Il male secondo Hannah Arendt

ARENDT.jpgVerso dicembre nelle quinte abbiamo parlato di Hannah Arendt. Eccovi un articolo sempre da www.dimensioni.org che nel sottotitolo scrive: Perché sono sorti i totalitarismi? Perché l’uomo si lascia ingabbiare nel male? Quale spessore ha la malvagità? Chi può essere tentato dal male? Sono le domande a cui risponde questa grande pensatrice del Novecento.

Questa grande personalità della filosofia del Novecento nasce ad Hannover, in Germania, nel 1906, da una famiglia ebraica. Fu allieva del celebre filosofo tedesco Heidegger; ma nel 1933, all’avvento del Nazismo, fugge dalla Germania e si rifugia a Parigi. Nel 1940 l’invasione hitleriana della Francia la sorprende e viene catturata dai Tedeschi: riesce però a fuggire e nel 1941 trova asilo negli USA, dove rimarrà fino alla morte avvenuta nel 1975.

Il suo capolavoro viene pubblicato nel 1951, con il titolo: “Le origini del totalitarismo”. Il totalitarismo, che dà ogni potere allo stato, riducendo ogni individuo ad una semplice tessera dell’immenso mosaico dello stato, viene collegato anzitutto con l’antisemitismo, non per caso esploso, come precursore dei regimi totalitari, nella seconda metà dell’Ottocento, e preludio dei campi di sterminio, siano essi i lager hitleriani o i gulag di Stalin, che i regimi totalitari useranno come laboratorio, per verificare la loro pretesa di dominio assoluto sull’uomo per Ebrei e non Ebrei, e come monito perentorio per tutti i potenziali oppositori.

Il secondo carattere fondamentale del totalitarismo è l’imperialismo, cioè la pretesa di conquista e dominio del mondo.

Per realizzare i due obbiettivi di fondo, l’antisemitismo e l’imperialismo, il totalitarismo ha bisogno assoluto di impadronirsi di tutto il potere, eliminando ogni opposizione, imponendo anche lo sfruttamento con il lavoro senza profitto o guadagno, il lavoro anche inutile e umiliante, anche senza produrre nulla, per annientare l’individuo, come pure la punizione anche senza reato, solo con l’affermazione che chi si proclama innocente, cerca solo di screditare il potere dello stato, e quindi nessuno, accusato ed incriminato, può sfuggire alla pena.

Il totalitarismo, come manifesto ideologico, intende creare un tipo di uomo del tutto nuovo, o su base razziale, con il mito della razza pura ariana, come per i nazisti o su base classista, come il tipo di lavoratore russo stacanovista o di una società senza classi, di derivazione staliniana.

L’uomo autentico, invece, nella visione di Hannah Arendt, secondo l’acuta analisi che essa ne compie nel 1958, nella sua opera ulteriore “Vita activa”, è caratterizzato come fonte di azione creativa, che gli permette lo sviluppo di se stesso, il rapporto produttivo con la natura, e la relazione con gli altri uomini, sia a livello personale quanto comunitario. Anche se occorre sempre tenere presente che la società perfetta non esiste. Hannah Arendt non risparmia, al riguardo, le critiche al sistema capitalistico statunitense, e al suo primato assoluto del profitto e del denaro, colla differenza però fondamentale, che nel mondo statunitense è possibile la libera critica di pensiero, inconcepibile invece sia nel totalitarismo sia nazista quanto stalinista.

La possibilità tragica del male incombe sempre sull’uomo: qui si colloca l’opera forse più conosciuta della Arendt, del 1963: “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”, che prende lo spunto dal famoso processo di quel tempo tenutosi a Gerusalemme, come centro dello Stato di Israele, a uno dei più sconcertanti ed ottusi gerarchi nazisti, pianificatore glaciale e desolante dell’Olocausto, in particolare del popolo Ebreo ad Ausschwitz. Il testo è un’indagine profonda degli abissi della malvagità umana, ma anche della banalità terribile di essa. Gli aguzzini erano uomini “double face”, rispettabili ed anche affettuosi e cortesi nella loro vita quotidiana, a cominciare da quella familiare; ma implacabili e gelidi organizzatori dello sterminio e dell’annientamento nell’altra loro componente fondamentale, come tragica realizzazione del “Dottor Jekyll e Mister Hide”, secondo il capolavoro del grande scrittore inglese Robert Stevenson.

Una delle questioni principali della Arendt è il fatto che un’intera società può sottostare ad un totale cambiamento degli standard morali senza che i suoi cittadini emettano alcun giudizio circa ciò che sta accadendo. Come svegliarsi da questo sonno che lentamente annienta lo spirito umano? Per trovare una risposta a questo urgente interrogativo, Arendt vede in Socrate un modello di pensatore e di uomo. Una maniera per prevenire il male è rintracciabile nel processo del pensare. L’uomo deve rientrare in se stesso e dialogare con se medesimo per ritrovare la sua identità. Questo pensare per Socrate libera l’uomo e lo rende cosciente di se stesso e della sua unicità, così ha la forza di reagire quando il potere vuole allontanare gli individui dalle loro regole di comportamento. La capacità di pensare ha la potenzialità di mettere l’uomo di fronte ad un quadro bianco senza bene o male, senza giusto o sbagliato, ma semplicemente attivando in lui la condizione per stabilire un dialogo con se stesso e permettendogli dunque di deliberare un giudizio circa gli eventi. La Arendt sta cercando di evitare l’aderire degli uomini a ogni tipo di standard morale, sociale o legale senza esercitare la loro capacità di riflettere, basata sul dialogo con se stessi circa il significato degli avvenimenti, in altre parole la manifestazione del pensiero è capace di provocare perplessità e obbliga l’uomo a riflettere e a pronunziare un giudizio. La banalità del male che appare attraverso Eichmann rende evidente come il fenomeno del male può mostrare la sua faccia. Per Arendt banalità significa “senza radici”, non radicato nei “motivi cattivi” o “impulso” o forza di “tentazione”. La Arendt afferma inoltre: «la mia opinione è che il male non ha profondità è sempre e solo estremo. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”… solo il bene ha profondità e può essere integrale».

È il monito della geniale scrittrice, che trova impressionante e vivida eco anche nelle cronache dei giorni nostri.

Giovanni Balocco

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All’estremo

La ricerca dell’eccesso, il mettersi in situazioni di pericolo sono bilico.jpgal centro di questo articolo che pubblico tratto da www.dimensioni.org. Vi si parla molto dei giovani, vi si chiama in causa, vi si prende in considerazione (cito: “Se i genitori giustificano sempre i figli di fronte agli insegnanti, per esempio perché “non l’ha fatto apposta”, “lei ha già bollato mio figlio”, “lei non lo capisce”, ecc… come è possibile poi che agli stessi ragazzi si chieda un comportamento responsabile?”). Che ne pensate?

Cercare l’eccesso, superare il limite estremo, fare esperienza del pericolo: è questo che vogliono alcuni giovani, come diversivo e passatempo. Tanto per sentirsi vivi. E d’estate la tentazione aumenta.

 

Giorgio, 23 anni. Trauma cranico con tripla frattura alle gambe. Se l’è cavata. Non così può dirsi per Mattia il cui corpo viene portato via in una bara di zinco tra lo sgomento e le lacrime dei suoi, chiamati urgentemente dalla polizia. Nomi e situazione fittizia per indicare una realtà presente in tanti Paesi avanzati. Un numero crescente di giovani, cerca brivido e avventura nell’off-limits perché la vita ordinaria non ha abbastanza carburante per sembrare attraente. Insomma, non suscita interesse e allora bisogna andare a cercarselo sfidando tutte le leggi, compresa quella di gravità. È l’incosciente, vago bisogno di provare l’emozione del rischio e della trasgressione, assaporando il brivido dell’imprevisto.

Cercare l’eccesso, superare il limite estremo, fare esperienza del pericolo: è diventato un diversivo e un passatempo.

Mettere a repentaglio la vita, propria e altrui, è la cifra costante di stili di vita, abitudini morbose, mode, hobby e passioni avventate. L’emozione è tale solo se è forte, il piacere è vero solo se è imprevisto, e si vive solo se si infrange ogni regola.

Di fronte a questo squallido panorama, in cui alcuni giovani manifestano un comportamento etico alla deriva, abbiamo posto alcune domande a un esperto, la psicologa Anna Maria Morellato Bonansea.

Un barbone di origine indiana, mentre dormiva su una panchina, è stato bruciato vivo da alcuni giovani, per puro divertimento. Perché?

«La caratteristica principale dei giovani di entusiasmarsi di fronte alle novità svanisce, talvolta, ancor prima di iniziare a vivere quella stessa novità incontrata. Di fronte a tali episodi si può pensare giustamente al razzismo, ed è possibile, ma ritengo sia importante ridefinire tale definizione. Il razzismo è fondato sulla presunta superiorità di una razza sulle altre o su di un’altra, che porta alla tendenza, psicologica o politica, di discriminazioni sociali; questa definizione, però, richiede un attento pensiero analitico e critico che, se pur in modo distorto, porta a perseguire dei propri ideali e valori esistenziali. Nei casi appena citati non vi è spazio per delle ideologie, ma solo per la pura risposta istintiva, oserei dire all’assenza di ideologie».

Ricerca di un’emozione estrema, per provare se stessi?

«Più che provare a se stessi o agli altri, vogliono trovare o meglio trovarsi, mi spiego meglio. Ciò che tutti noi, e i giovani in particolare (per il delicato momento evolutivo che stanno vivendo), abbiamo bisogno, è quello di sentirsi vivi, sentirsi capaci di qualche cosa. In un mondo che privilegia l’efficienza più che l’efficacia, sembra importante chiedere a se stessi “sempre di più”; un qualcosa, però, che dia un riscontro immediato. “Potrebbero impegnarsi di più nello studio, visto che vogliono di più” – frase che ho sentito dire da molti adulti riguardo ai giovani -, ma l’impegno nello studio, per esempio, non dà una risposta immediata, necessita di una progettualità, una costanza, concetti un po’ sconosciuti per i giovani di oggi».

A chi dare la colpa?

«Per la verità, mi risulta molto difficile stabilire la colpa, in quanto i giovani crescono in una società che, a sua volta, risulta espressione del loro stesso modo di vivere. Mi viene da pensare che nel momento in cui la “società adulta” ha voluto essere troppo amica della “società giovanile” non ha più fornito un modello. Allora era meglio la figura del padre padrone? Ovviamente no! Ma come la storia della sociologia ci insegna, a uno stile fortemente rigido si contrappone spesso la mancanza di modello. Inoltre la TV spesso, “fotografando” la peggior società, induce in un circolo negativo alimentando il peggio… per poi ri-fotografarlo e quindi riconsegnarlo ai giovani come normalità. I ragazzi quindi sono spinti a pensare che se non sono estremi sono out».

E gli adulti, hanno qualche responsabilità?

«È scontato dire che ne hanno tanta! Ma come? Dalla mia esperienza posso dire che le parole fiducia e rispetto risultano fondamentali in una dinamica educativa. Devo conquistarmi la fiducia dei giovani, non lasciandogli fare tutto ciò che vogliono, ma offrirmi come persona intera e matura; dar loro fiducia per ciò che possono fare, chiedendogli di assumersi le responsabilità del loro agire, perché sono persone, anche se in formazione. Se i genitori giustificano sempre i figli di fronte agli insegnanti, per esempio perché “non l’ha fatto apposta”, “lei ha già bollato mio figlio”, “lei non lo capisce”, ecc… come è possibile poi che agli stessi ragazzi si chieda un comportamento responsabile? Il rispetto. Proprio perché siamo entrambi persone, in quanto adulto rispetto l’età del ragazzo (non facendolo crescere prima del tempo, ma neppure tenendolo sempre piccolo), così come i suoi sentimenti; allo stesso modo, come adulti, richiediamo lo stesso tipo di rispetto. Non voglio essere troppo semplicistica, ma come adulti quale messaggio diamo di rispetto, se in un dibattito in cui il centro dovrebbe essere il bene sociale, non sappiamo ascoltare, e le voci si sovrappongono? È naturale che questo è solo un esempio, ma lo stesso poco rispetto può essere comunicato in famiglia, quando le idee di un coniuge vengono sminuite dall’altro, magari in presenza dei figli».

Anche il “tutto e subito” nella cultura dell’estremo?

«Assolutamente sì, come già accennato: il valore del costruire giorno per giorno qualcosa di importante per sé e per gli altri non c’è, o almeno è molto limitato».

Che fare per contrastare questa voglia di estremo?

«Da quanto detto fin qui, sembra che tutti i giovani abbiano questa tendenza ma non è così! Per prima cosa è importante sostenere i tanti giovani che, dalla loro vita desiderano qualcosa di più che l’estremo, per esempio, chi legge queste pagine fa parte di questa bella categoria! È importante sostenerli, perché possano loro stessi contagiare positivamente i loro coetanei, prima di essere a loro volta contagiati. Alla base di tutto, però, è necessario riconquistare i colori della vita. Troppo spesso sentiamo giudizi come “bello – brutto” o “buono – cattivo” e le sfumature? Fin da piccoli, i bambini, e poi ancora di più i ragazzi e i giovani, le provano queste emozioni, ma non sanno esprimerle, non sanno addirittura riconoscerle come importanti. L’alternativa all’estremo non è la monotonia, come tanti pensano (anche degli adulti), bensì la riscoperta dei diversi colori che il quotidiano ci offre. Nei diversi anni e nei diversi ambienti, tanti corsi di formazione sono stati organizzati per motivare al lavoro, non penso di esagerare nel dire che, forse, dovremmo tutti motivarci o ri-motivarci alla vita!».

Noia, solitudine, assenza di valori, mancanza di affetti, anche queste situazioni dell’anima portano i giovani a cercare emozioni estreme?

«Certamente. A quanto già detto, aggiungerei anche l’importanza della vita di gruppo, quella sana compagnia che ti fa ridere per una sciocchezza, che ti fa sperimentare l’attesa di rivedersi, il desiderio di trascorrere del tempo seduti su una panchina, senza il bisogno sfrenato di “sballare”, perché altrimenti non si sa cosa fare, e soprattutto non si sa di cosa parlare. La vita di gruppo è fondamentale per i giovani, e qui un ulteriore compito degli educatori: quale vita di gruppo offriamo? Quali spazi e quali attività proposte? Quanto si dà fiducia ai giovani, chiedendo il loro parere, coinvolgendoli nelle diverse attività, potendo così poi guidare le loro scelte? Vedendo dall’esterno un gruppo, un osservatore dovrebbe scoprire chi è l’educatore, non dal suo aspetto fisico, ma dalla stima e dalla fiducia che riceve dagli stessi giovani. Impossibile? Assolutamente no! I giovani saranno sempre il nostro futuro, se oggi sapremo camminare insieme, facendoli “innamorare” del mondo adulto!».

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L’amore secondo Robin

Dedico questo pezzo di film a uno/a di voi a cui voglio mostrare la mia vicinanza, ma anche a chiunque abbia bisogno di ripartire

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Sul mercato della musica

Sul rinnovato sito www.diogenemagazine.eu ho trovato questo articolo molto interessante per gli appassionati di musica dal titolo “I sofisti della musica” a firma di Alessandro Peroni.

Tratto da Diogene N° 15
  Da sempre i filosofi segnalano il rischio che la cultura e l’arte si trasformino in beni messi in vendita anziché coltivati solo da coloro che ne sono degni. Anche certa musica è bollata come “commerciale”: bisogna reagire?
  Secondo quello che ci narra Platone, una categoria che il suo maestro Socrate proprio non sopportava era quella dei sofisti. Costoro erano sedicenti “sapienti” che arrivavano ad Atene per insegnare la retorica ai giovani che avevano intenzione di dedicarsi alla politica: a tale scopo essi si dichiaravano disposti a vendere a chiunque l’insegnamento del sapere e della virtù. Socrate li criticava sia per la natura della loro dottrina, sia per il fatto stesso che mercificavano la conoscenza, e a caro prezzo. Non lo scandalizzava tanto l’idea di un compenso in cambio di una prestazione, quanto il fatto che mettendo in vendita l’insegnamento del sapere, questo diventava disponibile per “gente di tutti i tipi”. Che ci risulti, questo è il primo caso in cui la filosofia abbia espresso una critica nei confronti della “commercializzazione” di un prodotto: in questo caso, la cultura nel suo complesso.

La musica “commerciale”
Vari studi antropologici ci consentono di affermare con una certa sicurezza che la musica accompagna l’uomo fin dai primordi: i primi cacciatori, pastori e agricoltori accompagnavano i loro momenti di riposo o i riti sociali e religiosi con esecuzioni musicali.
Rousseau immaginava che i primi uomini esprimessero i loro sentimenti attraverso il canto, una forma di comunicazione prelinguistica e immediata, dotata di una potenza che il progressivo sviluppo del linguaggio ha inevitabilmente smarrita. Questi nostri antenati, di certo, non erano professionisti della musica, ma le testimonianze storiche ci inducono a pensare che già nell’antichità fosse sorta una vera e propria categoria professionale di musici, cantori e danzatori, il cui compito era arricchire le celebrazioni civili e sacre, partecipare a spettacoli o allietare i simposi. Possiamo ipotizzare che la loro musica fosse già latrice di significati ben riconoscibili dalla comunità di appartenenza, un vero e proprio linguaggio ricco di contenuti formalizzati e complessi. Chi eseguiva queste musiche, canti e danze doveva quindi possedere una vera e propria tecnica, ossia essere, come si direbbe oggi, un professionista.
Storicamente, la categoria dei musicisti fu sempre poco remunerata: proverbiale era, infatti, la “fame da musicista”, quella che (come ricordava anche Pietro Verri) spingeva gli artisti delle sette note ad avventarsi sugli avanzi dei banchetti. Per quel che riguarda i compositori, alcuni si ponevano al servizio di qualche corte o istituzione religiosa, mentre gli altri venivano pagati a commissione, attraversando periodi di alterne fortune che dipendevano dal variare delle mode e dei gusti del pubblico. Fu solo nell’Ottocento, con il riconoscimento istituzionalizzato di diritti d’autore, che agli artisti vennero elargiti i proventi derivanti dalla vendita degli spartiti, dalla pubblica esecuzione (e poi dalla registrazione fonografica e diffusione radiofonica) delle loro opere. In quella stessa epoca, caratterizzata dall’ascesa culturale della borghesia, ovunque si eseguiva musica, dalle case private ai prestigiosi teatri. Accanto a numerosi mestieranti, autori di romanze da salotto o musiche di facile esecuzione da parte dei dilettanti, troviamo comunque “grandi” autori che seppero conciliare i gusti del pubblico con la vera arte.
Nel Novecento, con la nascita delle avanguardie, avvenne una rottura tra la musica di massa e quella d’arte. Fu allora che alcuni intellettuali lanciarono verso certa musica l’accusa di commercialità, con una carica polemica affine a quella del Socrate antisofista.
Il fenomeno della commercializzazione della cultura era stato già evidenziato nel 1936 da Walter Benjamin nel fondamentale saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Secondo il pensatore tedesco, i moderni mezzi tecnici consentono di riprodurre indefinitamente l’opera d’arte, che viene così privata della sua “aura” sacrale e diventa un bene di consumo come un altro. Ogni nuova produzione artistica (anche musicale) verrà per questo pensata come potenzialmente riproducibile.

Arte e bene di consumo
Pochi anni dopo, Adorno e Horkheimer delinearono la ricaduta sociale di quanto evidenziato da Benjamin. Dal privilegiato osservatorio degli Stati Uniti, dove si erano rifugiati dopo l’ascesa del nazismo, i due francofortesi avevano avuto modo di osservare da vicino, e quindi di esporre in Dialettica dell’Illuminismo (1944), i fenomeni della serializzazione e commercializzazione del prodotto artistico, ormai trattato al pari di un qualsiasi oggetto messo in vendita. Essi denunciarono “la truffa universale e sistematica” che aveva trasformato in merce l’arte, la quale “si impegna solennemente a rinunciare alla propria autonomia, schierandosi con orgoglio fra gli altri beni di consumo”.
Era la nascita di quell’opprimente strumento di controllo sociale ed economico denominato “industria culturale”, che rendeva ogni espressione artistica soggetta a un unico disegno preordinato. Essa si era rapidamente trasformata in un elemento costitutivo del quotidiano, capace di insinuarsi così profondamente nell’esistenza dell’individuo da imporsi come una componente ineliminabile ed oppressiva della vita moderna: “Più le posizioni dell’industria culturale diventano solide e inattaccabili, e più essa può permettersi di procedere in modo brutale e sommario coi bisogni del consumatore, di produrli, dirigerli, disciplinarli”. Nasceva così anche l’industria dell’amusement, del divertimento, che aveva avviato “la tendenza, imposta dalle istituzioni e dalla società, di rendere accessibile l’arte a chi non se ne intende senza però modificare la coscienza di costoro”, creando in tal modo le condizioni perché qualsiasi individuo ne potesse fruire acriticamente. Si ripeteva il meccanismo denunciato da Socrate: il sapere diventava un bene messo a disposizione di “gente di tutti i tipi”, purché fosse in grado di pagare.
Come conseguenza, diversi filosofi del Novecento si gettarono in giaculatorie a proposito della “morte dell’arte” o del “tramonto dell’Occidente”. Adorno, ancora in Dissonanze, segnalava con lucidità la caduta della barriera che separava la musica “colta” da quella leggera, entrambe ormai dominate dalla logica del mercato. A questo punto, anche il compositore poteva liberarsi dal senso di colpa quando commercializzava la propria arte: meglio “rimanere sul solido” e nutrirsi “di un onesto pane, facendo musica secondo i modelli riconosciuti”.

Rock in vendita
La questione della “commercialità” si ripropone anche nel dibattito critico sulla musica rock, con l’aggiunta di una problematica non indifferente: cosa differenzia il prodotto “artistico” da quello commerciale quando entrambi vendono milioni di dischi? I Beatles, ad esempio, non furono mai accusati di essersi commercializzati, e anzi, in alcuni loro brani, si concessero esperimenti degni delle avanguardie più ardite (non per nulla i ragazzi di Liverpool erano ammiratori del compositore Karlheinz Stockhausen!). Al contrario, il rocker americano Bon Jovi, leader del gruppo omonimo, dopo aver venduto 30 milioni di copie dell’album Slippery When Wet (1986), reagì alle accuse di commercialità dichiarando che il suo scopo era vendere dischi e non scrivere pezzi di difficile comprensione. Un’ammissione lucida e sincera! Il bisogno di “onesto pane” può anche portare a straordinarie operazioni di trasformismo. Ricordiamo il caso dei Whitesnake che, emigrati dalla natia Inghilterra verso i dorati States, cambiarono stile: dall’hard rock originale a un genere più leggero e “radiofonico”, adottando contemporaneamente un look variopinto e pettinature cotonate. Erano gli anni Ottanta, e il mercato era trainato dai passaggi televisivi di video sexy e ammiccanti!
Anche qui da noi, nella provincialissima Italia, potevamo seguire attraverso la televisione il cambiare delle mode. Ricordiamo infatti che, fino agli anni Ottanta, la Rai proponeva programmi alternativi che lasciavano spazio a qualsiasi genere di musica: rassegne d’avanguardia, festival punk, gruppi di culto… Molte cose sono cambiate da allora: ora radio e televisioni si rivolgono a un “fruitore medio” e pertanto propongono un prodotto “medio”. Il mercato della musica è oggi ancora più aggressivo di quanto Adorno avrebbe potuto immaginare decenni fa: la strategia dominante è quella di dare spazio a un cantante o un gruppo mordi e fuggi che ricalchi la moda del momento. Si tratta però di un modo di operare fallimentare: il giovane appassionato di musica (colui che fruisce e fruirà sempre di musica) ha gusti più complessi, o comunque è costantemente in cerca di novità interessante, ma nei canali ufficiali non trova niente di diverso dal prodotto di massa. Egli si rivolge pertanto ad Internet, dove, attraverso siti specializzati, può venire a conoscenza della produzione “alternativa”.
A questo punto, si propone, in particolare agli addetti ai lavori, un dubbio fondamentale: occorre arroccarsi su posizioni elitarie oppure portare il “verbo” e una vera cultura musicale alle masse? Ad alcuni piace rimanere soli, compiacendosi del culto esclusivo di certa musica. Ma c’è chi sostiene che si debba diffondere musica più complessa anche presso l’ampio pubblico. L’ideologia delle avanguardie è spesso cercare il successo commerciale, nell’illusione di poter poi “colpire il sistema dall’interno”. Finora, quando si è riusciti a realizzare il primo obbiettivo, ci si è dimenticati del secondo.