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Il male secondo Hannah Arendt

ARENDT.jpgVerso dicembre nelle quinte abbiamo parlato di Hannah Arendt. Eccovi un articolo sempre da www.dimensioni.org che nel sottotitolo scrive: Perché sono sorti i totalitarismi? Perché l’uomo si lascia ingabbiare nel male? Quale spessore ha la malvagità? Chi può essere tentato dal male? Sono le domande a cui risponde questa grande pensatrice del Novecento.

Questa grande personalità della filosofia del Novecento nasce ad Hannover, in Germania, nel 1906, da una famiglia ebraica. Fu allieva del celebre filosofo tedesco Heidegger; ma nel 1933, all’avvento del Nazismo, fugge dalla Germania e si rifugia a Parigi. Nel 1940 l’invasione hitleriana della Francia la sorprende e viene catturata dai Tedeschi: riesce però a fuggire e nel 1941 trova asilo negli USA, dove rimarrà fino alla morte avvenuta nel 1975.

Il suo capolavoro viene pubblicato nel 1951, con il titolo: “Le origini del totalitarismo”. Il totalitarismo, che dà ogni potere allo stato, riducendo ogni individuo ad una semplice tessera dell’immenso mosaico dello stato, viene collegato anzitutto con l’antisemitismo, non per caso esploso, come precursore dei regimi totalitari, nella seconda metà dell’Ottocento, e preludio dei campi di sterminio, siano essi i lager hitleriani o i gulag di Stalin, che i regimi totalitari useranno come laboratorio, per verificare la loro pretesa di dominio assoluto sull’uomo per Ebrei e non Ebrei, e come monito perentorio per tutti i potenziali oppositori.

Il secondo carattere fondamentale del totalitarismo è l’imperialismo, cioè la pretesa di conquista e dominio del mondo.

Per realizzare i due obbiettivi di fondo, l’antisemitismo e l’imperialismo, il totalitarismo ha bisogno assoluto di impadronirsi di tutto il potere, eliminando ogni opposizione, imponendo anche lo sfruttamento con il lavoro senza profitto o guadagno, il lavoro anche inutile e umiliante, anche senza produrre nulla, per annientare l’individuo, come pure la punizione anche senza reato, solo con l’affermazione che chi si proclama innocente, cerca solo di screditare il potere dello stato, e quindi nessuno, accusato ed incriminato, può sfuggire alla pena.

Il totalitarismo, come manifesto ideologico, intende creare un tipo di uomo del tutto nuovo, o su base razziale, con il mito della razza pura ariana, come per i nazisti o su base classista, come il tipo di lavoratore russo stacanovista o di una società senza classi, di derivazione staliniana.

L’uomo autentico, invece, nella visione di Hannah Arendt, secondo l’acuta analisi che essa ne compie nel 1958, nella sua opera ulteriore “Vita activa”, è caratterizzato come fonte di azione creativa, che gli permette lo sviluppo di se stesso, il rapporto produttivo con la natura, e la relazione con gli altri uomini, sia a livello personale quanto comunitario. Anche se occorre sempre tenere presente che la società perfetta non esiste. Hannah Arendt non risparmia, al riguardo, le critiche al sistema capitalistico statunitense, e al suo primato assoluto del profitto e del denaro, colla differenza però fondamentale, che nel mondo statunitense è possibile la libera critica di pensiero, inconcepibile invece sia nel totalitarismo sia nazista quanto stalinista.

La possibilità tragica del male incombe sempre sull’uomo: qui si colloca l’opera forse più conosciuta della Arendt, del 1963: “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”, che prende lo spunto dal famoso processo di quel tempo tenutosi a Gerusalemme, come centro dello Stato di Israele, a uno dei più sconcertanti ed ottusi gerarchi nazisti, pianificatore glaciale e desolante dell’Olocausto, in particolare del popolo Ebreo ad Ausschwitz. Il testo è un’indagine profonda degli abissi della malvagità umana, ma anche della banalità terribile di essa. Gli aguzzini erano uomini “double face”, rispettabili ed anche affettuosi e cortesi nella loro vita quotidiana, a cominciare da quella familiare; ma implacabili e gelidi organizzatori dello sterminio e dell’annientamento nell’altra loro componente fondamentale, come tragica realizzazione del “Dottor Jekyll e Mister Hide”, secondo il capolavoro del grande scrittore inglese Robert Stevenson.

Una delle questioni principali della Arendt è il fatto che un’intera società può sottostare ad un totale cambiamento degli standard morali senza che i suoi cittadini emettano alcun giudizio circa ciò che sta accadendo. Come svegliarsi da questo sonno che lentamente annienta lo spirito umano? Per trovare una risposta a questo urgente interrogativo, Arendt vede in Socrate un modello di pensatore e di uomo. Una maniera per prevenire il male è rintracciabile nel processo del pensare. L’uomo deve rientrare in se stesso e dialogare con se medesimo per ritrovare la sua identità. Questo pensare per Socrate libera l’uomo e lo rende cosciente di se stesso e della sua unicità, così ha la forza di reagire quando il potere vuole allontanare gli individui dalle loro regole di comportamento. La capacità di pensare ha la potenzialità di mettere l’uomo di fronte ad un quadro bianco senza bene o male, senza giusto o sbagliato, ma semplicemente attivando in lui la condizione per stabilire un dialogo con se stesso e permettendogli dunque di deliberare un giudizio circa gli eventi. La Arendt sta cercando di evitare l’aderire degli uomini a ogni tipo di standard morale, sociale o legale senza esercitare la loro capacità di riflettere, basata sul dialogo con se stessi circa il significato degli avvenimenti, in altre parole la manifestazione del pensiero è capace di provocare perplessità e obbliga l’uomo a riflettere e a pronunziare un giudizio. La banalità del male che appare attraverso Eichmann rende evidente come il fenomeno del male può mostrare la sua faccia. Per Arendt banalità significa “senza radici”, non radicato nei “motivi cattivi” o “impulso” o forza di “tentazione”. La Arendt afferma inoltre: «la mia opinione è che il male non ha profondità è sempre e solo estremo. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”… solo il bene ha profondità e può essere integrale».

È il monito della geniale scrittrice, che trova impressionante e vivida eco anche nelle cronache dei giorni nostri.

Giovanni Balocco

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All’estremo

La ricerca dell’eccesso, il mettersi in situazioni di pericolo sono bilico.jpgal centro di questo articolo che pubblico tratto da www.dimensioni.org. Vi si parla molto dei giovani, vi si chiama in causa, vi si prende in considerazione (cito: “Se i genitori giustificano sempre i figli di fronte agli insegnanti, per esempio perché “non l’ha fatto apposta”, “lei ha già bollato mio figlio”, “lei non lo capisce”, ecc… come è possibile poi che agli stessi ragazzi si chieda un comportamento responsabile?”). Che ne pensate?

Cercare l’eccesso, superare il limite estremo, fare esperienza del pericolo: è questo che vogliono alcuni giovani, come diversivo e passatempo. Tanto per sentirsi vivi. E d’estate la tentazione aumenta.

 

Giorgio, 23 anni. Trauma cranico con tripla frattura alle gambe. Se l’è cavata. Non così può dirsi per Mattia il cui corpo viene portato via in una bara di zinco tra lo sgomento e le lacrime dei suoi, chiamati urgentemente dalla polizia. Nomi e situazione fittizia per indicare una realtà presente in tanti Paesi avanzati. Un numero crescente di giovani, cerca brivido e avventura nell’off-limits perché la vita ordinaria non ha abbastanza carburante per sembrare attraente. Insomma, non suscita interesse e allora bisogna andare a cercarselo sfidando tutte le leggi, compresa quella di gravità. È l’incosciente, vago bisogno di provare l’emozione del rischio e della trasgressione, assaporando il brivido dell’imprevisto.

Cercare l’eccesso, superare il limite estremo, fare esperienza del pericolo: è diventato un diversivo e un passatempo.

Mettere a repentaglio la vita, propria e altrui, è la cifra costante di stili di vita, abitudini morbose, mode, hobby e passioni avventate. L’emozione è tale solo se è forte, il piacere è vero solo se è imprevisto, e si vive solo se si infrange ogni regola.

Di fronte a questo squallido panorama, in cui alcuni giovani manifestano un comportamento etico alla deriva, abbiamo posto alcune domande a un esperto, la psicologa Anna Maria Morellato Bonansea.

Un barbone di origine indiana, mentre dormiva su una panchina, è stato bruciato vivo da alcuni giovani, per puro divertimento. Perché?

«La caratteristica principale dei giovani di entusiasmarsi di fronte alle novità svanisce, talvolta, ancor prima di iniziare a vivere quella stessa novità incontrata. Di fronte a tali episodi si può pensare giustamente al razzismo, ed è possibile, ma ritengo sia importante ridefinire tale definizione. Il razzismo è fondato sulla presunta superiorità di una razza sulle altre o su di un’altra, che porta alla tendenza, psicologica o politica, di discriminazioni sociali; questa definizione, però, richiede un attento pensiero analitico e critico che, se pur in modo distorto, porta a perseguire dei propri ideali e valori esistenziali. Nei casi appena citati non vi è spazio per delle ideologie, ma solo per la pura risposta istintiva, oserei dire all’assenza di ideologie».

Ricerca di un’emozione estrema, per provare se stessi?

«Più che provare a se stessi o agli altri, vogliono trovare o meglio trovarsi, mi spiego meglio. Ciò che tutti noi, e i giovani in particolare (per il delicato momento evolutivo che stanno vivendo), abbiamo bisogno, è quello di sentirsi vivi, sentirsi capaci di qualche cosa. In un mondo che privilegia l’efficienza più che l’efficacia, sembra importante chiedere a se stessi “sempre di più”; un qualcosa, però, che dia un riscontro immediato. “Potrebbero impegnarsi di più nello studio, visto che vogliono di più” – frase che ho sentito dire da molti adulti riguardo ai giovani -, ma l’impegno nello studio, per esempio, non dà una risposta immediata, necessita di una progettualità, una costanza, concetti un po’ sconosciuti per i giovani di oggi».

A chi dare la colpa?

«Per la verità, mi risulta molto difficile stabilire la colpa, in quanto i giovani crescono in una società che, a sua volta, risulta espressione del loro stesso modo di vivere. Mi viene da pensare che nel momento in cui la “società adulta” ha voluto essere troppo amica della “società giovanile” non ha più fornito un modello. Allora era meglio la figura del padre padrone? Ovviamente no! Ma come la storia della sociologia ci insegna, a uno stile fortemente rigido si contrappone spesso la mancanza di modello. Inoltre la TV spesso, “fotografando” la peggior società, induce in un circolo negativo alimentando il peggio… per poi ri-fotografarlo e quindi riconsegnarlo ai giovani come normalità. I ragazzi quindi sono spinti a pensare che se non sono estremi sono out».

E gli adulti, hanno qualche responsabilità?

«È scontato dire che ne hanno tanta! Ma come? Dalla mia esperienza posso dire che le parole fiducia e rispetto risultano fondamentali in una dinamica educativa. Devo conquistarmi la fiducia dei giovani, non lasciandogli fare tutto ciò che vogliono, ma offrirmi come persona intera e matura; dar loro fiducia per ciò che possono fare, chiedendogli di assumersi le responsabilità del loro agire, perché sono persone, anche se in formazione. Se i genitori giustificano sempre i figli di fronte agli insegnanti, per esempio perché “non l’ha fatto apposta”, “lei ha già bollato mio figlio”, “lei non lo capisce”, ecc… come è possibile poi che agli stessi ragazzi si chieda un comportamento responsabile? Il rispetto. Proprio perché siamo entrambi persone, in quanto adulto rispetto l’età del ragazzo (non facendolo crescere prima del tempo, ma neppure tenendolo sempre piccolo), così come i suoi sentimenti; allo stesso modo, come adulti, richiediamo lo stesso tipo di rispetto. Non voglio essere troppo semplicistica, ma come adulti quale messaggio diamo di rispetto, se in un dibattito in cui il centro dovrebbe essere il bene sociale, non sappiamo ascoltare, e le voci si sovrappongono? È naturale che questo è solo un esempio, ma lo stesso poco rispetto può essere comunicato in famiglia, quando le idee di un coniuge vengono sminuite dall’altro, magari in presenza dei figli».

Anche il “tutto e subito” nella cultura dell’estremo?

«Assolutamente sì, come già accennato: il valore del costruire giorno per giorno qualcosa di importante per sé e per gli altri non c’è, o almeno è molto limitato».

Che fare per contrastare questa voglia di estremo?

«Da quanto detto fin qui, sembra che tutti i giovani abbiano questa tendenza ma non è così! Per prima cosa è importante sostenere i tanti giovani che, dalla loro vita desiderano qualcosa di più che l’estremo, per esempio, chi legge queste pagine fa parte di questa bella categoria! È importante sostenerli, perché possano loro stessi contagiare positivamente i loro coetanei, prima di essere a loro volta contagiati. Alla base di tutto, però, è necessario riconquistare i colori della vita. Troppo spesso sentiamo giudizi come “bello – brutto” o “buono – cattivo” e le sfumature? Fin da piccoli, i bambini, e poi ancora di più i ragazzi e i giovani, le provano queste emozioni, ma non sanno esprimerle, non sanno addirittura riconoscerle come importanti. L’alternativa all’estremo non è la monotonia, come tanti pensano (anche degli adulti), bensì la riscoperta dei diversi colori che il quotidiano ci offre. Nei diversi anni e nei diversi ambienti, tanti corsi di formazione sono stati organizzati per motivare al lavoro, non penso di esagerare nel dire che, forse, dovremmo tutti motivarci o ri-motivarci alla vita!».

Noia, solitudine, assenza di valori, mancanza di affetti, anche queste situazioni dell’anima portano i giovani a cercare emozioni estreme?

«Certamente. A quanto già detto, aggiungerei anche l’importanza della vita di gruppo, quella sana compagnia che ti fa ridere per una sciocchezza, che ti fa sperimentare l’attesa di rivedersi, il desiderio di trascorrere del tempo seduti su una panchina, senza il bisogno sfrenato di “sballare”, perché altrimenti non si sa cosa fare, e soprattutto non si sa di cosa parlare. La vita di gruppo è fondamentale per i giovani, e qui un ulteriore compito degli educatori: quale vita di gruppo offriamo? Quali spazi e quali attività proposte? Quanto si dà fiducia ai giovani, chiedendo il loro parere, coinvolgendoli nelle diverse attività, potendo così poi guidare le loro scelte? Vedendo dall’esterno un gruppo, un osservatore dovrebbe scoprire chi è l’educatore, non dal suo aspetto fisico, ma dalla stima e dalla fiducia che riceve dagli stessi giovani. Impossibile? Assolutamente no! I giovani saranno sempre il nostro futuro, se oggi sapremo camminare insieme, facendoli “innamorare” del mondo adulto!».