Una rivolta musicale


Dopo aver postato tanti articoli sulla crisi dei paesi che si affacciano sul mediterraneo africano, aggiungo questo pezzo di Laura Sponti preso da XL. Parla di rapper tunisini che da tempo cantano il desiderio di libertà, più un pezzettino finale su Karkadan che dal 2003 vive in Italia.

«C’è qualcosa che dovete vedere subito». Siamo appena atterrate a Tunisi, il tempo di lasciare i bagagli in albergo e il telefono già squilla: è uno dei nostri contatti. L’appuntamento è nella piazza, della Kasbah, la zona dei palazzi del potere, ai tempi del raìs vietata ai cittadini. Sono i canti a raggiungerci prima delle immagini. Canzoni arabe spezzate da versi rap. La piazza è stata nuovamente occupata con un tam tam sulla Rete, per chiedere che se ne vadano tutti «i complici di Ben Ali», insediati nei posti di comando, e un migliaio di persone è qui con le loro tende per far vivere la zona giorno e notte. Musica, interventi da un palco improvvisato sulla scalinata del ministero delle Finanze, capannelli, slogan. Mi dicono «Questa è la Tunisia che vogliamo». E riprendono a urlare: Degagé, degagé, degagé, sgombrate il campo. Sono tutti giovani, ragazzi e ragazze con o senza velo, perché questa è una rivoluzione di giovani e il rap è più di una colonna sonora. «Il rap ha seminato da molto prima della rivoluzione il germe della rivolta», come dice Akram Hamdi in arte Campos, degli Armada Bizerta, crew clandestina di ventenni. Il regime non ha perdonato: il rapper El General, 21 anni, è stato arrestato per una canzone contro Ben Ali. Manette per far tacere chi ha chiesto non solo pane, ma libertà di sognare e costruire il proprio futuro. El General è ormai libero. Per incontrarlo partiamo per Sfax, seconda città del paese a tre ore da Tunisi. Sfax affaccia su quel mare che per anni ha rappresentato l’unica speranza di cambiare vita in un paese dove la disoccupazione giovanile supera il 60 per cento a fronte di 80.000 laureati all’anno. Ci aspetta di fronte all’ambasciata libica presidiata dai militari dove si protesta contro Gheddafi. El General racconta di come è stato catturato da una trentina di poliziotti all’inizio della rivolta di gennaio. Gli agenti sono arrivati a casa sua nel cuore della notte e l’hanno portato nelle celle del Ministero degli Interni a Tunisi insieme ad alcuni blogger. Lì dove si tortura. Ci spiega che a far scattare l’arresto sono stati i testi di Tounes Bladna: «La Tunisia è il nostro paese, e i suoi uomini non si arrendono mai, la Tunisia è il nostro paese, mano nella mano, tutta la gente, la Tunisia è il nostro paese, oggi non abbiamo ancora trovato pace». Ma anche e soprattutto Raìs Le Bled. Una video lettera a Ben Ali postata in Rete: l’invito a scendere in strada e vedere la sofferenza del paese. Parla poco e solo in arabo Hamada Ben Amor: è timido nonostante il suo nome di battaglia, El General, che ha scelto perché si sente in battaglia. Lui e gli altri rapper. «Sono stato minacciato e interrogato. Ho passato tre giorni in isolamento. E temevo il peggio… La mia salvezza è stata che la notizia si era diffusa in Rete e così non mi hanno toccato». Le prime minacce gli erano arrivate già nel 2008. «Tramite uno zio che lavorava al Ministero degli Interni, mi era stato dato l’amichevole consiglio di smettere di parlare di alcune cose e di dedicarmi al lato più ludico della musica. Ma io ho continuato: tanto dopo un ventennio eravamo tutti con il piede nella fossa». A farci da interprete c’è Hessen Kossentini, aka Don Koss, suo grande amico nonché arrangiatore e produttore. Ha 32 anni e una piccola casa di produzione indipendente, la Hard Bits, che ha messo su clandestinamente, in un sottoscala di Tunisi quando era studente. Ci racconta del suo risveglio il 18 dicembre 2010, una mattina come tante altre, quando trova sul suo Facebook la notizia che a Sidi Bouzid, cittadina nel centro della Tunisia, un venditore ambulante Mohamed Bouaziz di 26 anni si è ucciso dopo l’ennesimo sopruso da parte della polizia che gli ha sequestrato il suo carretto di verdura e legumi. Un ragazzo come se ne incontrano tanti in Tunisia, aveva studiato, era curioso della vita e con un sogno: avere una possibilità nella vita. E andato sulla piazza principale e si è dato fuoco. E altri cinque giovani hanno fatto lo stesso nei giorni successivi. «Bouaziz ha finito quello che il rap ha iniziato, è stata la miccia della rivoluzione…», dice Don Koss.

All’improvviso smette di parlare. «La polizia…». Si gira per controllare che nessuno lo stia ascoltando. Perché se il dittatore è fuggito, a capo del governo c’è ancora uno dei suoi: Mohamed Ghannouchi, «uno dei cani che ci ha lasciato Ben Ali», come dice El General. E’ venerdì 25 febbraio quando partecipiamo alla grande manifestazione, c’è il sole e la gente è allegra, canta, e cantando chiede le dimissioni di Ghannouchi. Kazy, aka Mr Ta.k.a, ci accompagna in piazza e sarà con noi per tutto il giorno. Ci racconta di come il rap «sia stato più forte di ogni censura. Cantavo per la strada anche mentre ci sparavano addosso. Per esorcizzare la paura e per tenerci uniti». Kazy ha 27 anni, vissuti tra rap, pugilato e motociclismo. È di El Morouj la banlieue sud di Tunisi dove altissime barricate hanno tenuto lontana la polizia. Al tramonto tutti insieme ci spostiamo verso il centro, Avenue Bourghiba per la precisione. Una grande via che ricorda un boulevard francese con i suoi caffè, ma qui ci sono carri armati e filo spinato. Partono i primi spari contro la folla. I tetti sono pieni di cecchini. Possono colpire tutti. A terra rimangono uccisi quattro giovani. I ragazzi rispondono alle pallottole con le pietre. E durante l’ennesima corsa per sfuggire alle raffiche che Kazy intona un rap: «Guardate cosa fa vostro padre, (il raìs e i suoi, ndr) come uccide la nostra gente, come la nostra aria è diventata irrespirabile e non solo per i lacrimogeni». Una cosa che non scorderò mai più.

Sabato è un nuovo giorno della rabbia con ancora scontri e altre vittime (almeno dieci). Sfilano i funerali dei ragazzi uccisi. In silenzio. Lungo il percorso brucia un commissariato e la bandiera della Tunisia strappata dall’ufficio di polizia viene deposta su una bara. La Tunisia è tutta un tumulto. Il ministero degli Interni vieta Music Of Revolution, il concerto organizzato a Biserta dalla Mezzaluna Rossa e dalla crew Armada Bizerta per raccogliere fondi destinati alle «famiglie dei martiri», i caduti della rivoluzione. Gli Armada Bizerta sono tre ragazzi giovanissimi malati di musica e rivoluzione. Li conosciamo nel loro minuscolo studio di registrazione, ricavato da una cucina della casa di uno di loro a Biserta: al muro un volto di Bob Marley, immagine vietata dal regime ma che i tre hanno sempre tenuto appesa. Insieme a una foto di Elvis Presley, il peluche di un orso bianco e la copertina con pugno chiuso del vinile di Power In The Darkness di Tom Robinson. E con un grande pugno chiuso sullo sfondo si presentano ai loro concerti. Comunisti? No, dicono gli Armada. Loro si sentono liberi, indipendenti e laici. Hanno sempre agito in clandestinità, lasciando uscire le tracce di notte, liberandole nel Web e affidandole alla potenza di social network in un paese dove il 34 per cento dei dieci milioni di tunisini è connessa alla Rete. Malek Khemiri, 21 anni, studente di scienze politiche, giuridiche e sociali e una delle voci di Armada Bizerta immagina oggi il suo futuro: «Pieno di ossigeno. L’ancien regime ci soffocava e ci divideva. I giovani non erano uniti, il paese nemmeno. Il Presidente ampliava le differenze tra nord e sud, est e ovest. Ora abbiamo capito che siamo tutti tunisini e arabi. Abbiamo le stesse origini, parliamo la stessa lingua e vogliamo le stesse cose. La religione e la laicità possono convivere, così come le persone». Veniamo raggiunti nello studio-cucina da Lak3y, 25 anni, rapper del SounD Of FreeDoM, un collettivo e una etichetta discografica indipendente che raggruppa musicisti, graffitari, skater. Lak3y è diplomato in computer grafica e disoccupato da tre anni. I suoi testi sarcastici hanno raccontato di una Tunisia come il migliore dei mondi possibili: «Uso l’umorismo e a volte anche un po’ di cinismo perché è più facile raggiungere la gente in questo modo. In anni di dittatura abbiamo imparato a ridere delle nostre tragedie, come tutto il mondo ha poi potuto vedere non siamo un popolo che si piange addosso». La giornata passa tra freestyle improvvisati e una visita al campo da calcio dove un writer ha dedicato un murale agli Armada. E arriva la notizia delle dimissioni del primo ministro Mohamed Ghannouchi, sostituito da un vecchio sindacalista. Accolta con gioia ma anche preoccupazione. Perché la partita non è ancora chiusa. Lasciata Biserta raggiungiamo La Goulette, banlieue nord di Tunisi. Qui, dove abita, ci aspetta Mousse, 24 anni, che ha iniziato a fare rap da ragazzino. «Mi dicevano: parla di tutto, tocca gli argomenti che vuoi, ma non azzardarti a metterci in mezzo la politica. Ma io ho continuato a raccontare la realtà. Il primo testo che ho scritto andava contro la censura e il muro di silenzio tra le persone… Che cosa potevo fare? Cantare del nostro mare e della cucina tunisina? Oggi il nostro pubblico non è formato più solo da under trenta. Gli adulti hanno capito che questa rivoluzione è stata guidata dai giovani». I “grandi”, come li chiama Mousse, hanno capito che dopo i ventitré anni di silenzio della dittatura se proprio non vogliono ricominciare a parlare, devono quantomeno reimparare ad ascoltare. Ascoltare quei versi rap che sfidano anche le pallottole.

 

KARKADAN, RAPPER EMIGRATO: «SONO FIERO MA LASCIATE PERDERE I GELSOMINI» Karkadan è un noto rapper tunisino e vive a Milano da otto anni. Un nome che significa rinoceronte, ha scelto questo aka per la forza e il fascino di un animale corazzato, ma anche per il luogo dove vive: «Nel fango ed è da lì che io vengo», mi dice. Karkadan ha sempre mantenuto un legame con la Tunisia, ha scritto e cantato pezzi che raccontavano la situazione al di là del mare. E per queste canzoni, spiega, ha avuto minacce e problemi da parte del consolato tunisino e da chi gli sta intorno. Non gli piace la definizione rivoluzione dei gelsomini. «Sono morti tanti giovani per questa rivoluzione, e sono morti per la dignità e la libertà. L’idea dei gelsomini rimanda all’idea che hanno avuto gli europei di un posto bello e profumato dove trascorrere le vacanze. Per noi è tutt’altro, è di color rosso sangue e odora di bruciato, altro che gelsomino! Sono molto fiero della mia gente e la mia speranza è che le nuove generazioni di rapper conoscano la libertà di esprimersi senza il rischio di essere perseguitati o censurati. Mi resta una gran preoccupazione per il futuro… Dobbiamo essere vigili, temo che gli islamisti integralisti e le fazioni comuniste più estreme possano prendere il potere e questa sarebbe la nostra rovina!»

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