Inclinazioni del cuore

Stamattina, all’ultima ora, dopo aver letto dei brani di E. Wiesel e L. Millu sull’esperienza di fede durante la tragedia dei lager ho chiesto agli studenti di riflettere sul problema del male cercando dentro di sé quali tentativi di risposta provassero a darsi. Mentre riflettevano e scrivevano li guardavo e pensavo: “tra pochi mesi non li rivedo più” (era una quinta). “Cosa faranno? Lavoreranno, studieranno, che strade percorreranno?”. Poi ho preso dalla borsa il libro “Un minuto di saggezza nelle grandi religioni” di Anthony de Mello, una raccolta di brani che ho letto a più riprese nella mia vita. E mi ha stupito che il primo racconto fosse questo:

Il discepolo era un ebreo. “Quale opera buona debbo fare per essere gradito a Dio?”. “Come posso saperlo?”, rispose il maestro. “La tua Bibbia dice che Abramo praticava l’ospitalità e Dio era con lui. Elia amava pregare e Dio era con lui. David governava un regno e Dio era anche con lui. C’è un modo per scoprire il lavoro che mi è stato assegnato?”. “Sì. Cerca l’inclinazione più profonda del tuo cuore e seguila”.

Un caso? 

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Il Dio del Novecento

Segnalo a chi fosse interessato l’incontro “Il Dio del Novecento”. Raniero La Valle presenta il libro “Quel nostro Novecento – Costituzione, Concilio e Sessantotto: le tre rivoluzioni interrotte”. Centro Balducci di Zugliano Lunedì 12 dicembre ore 20.30

Nesli e Tiziano

La scorsa settimana ho regalato a Sara il cd nuovo di Tiziano Ferro: era da due mesi che lo aspettava 🙂 La traccia numero 4 si intitola La fine ed è una canzone di Nesli: tutto il testo è suo e anche la musica del ritornello. Tzn ne ha musicato le strofe che nella versione originale sono recitate.

E’ un brano che parla della vita, della capacità di vivere la vita, di sentirsi protagonisti, con Nesli che cita un consiglio della madre: “Questa vita figlio mio va vissuta, questa vita non guarda in faccia e in faccia al massimo sputa”. Il protagonista pensa a un passato che lo ha visto soccombere e incassare i colpi, attendere i momenti giusti. Si trova al punto di non capire neppure più chi è: “Io non lo so chi sono e mi spaventa scoprirlo, guardo il mio volto allo specchio ma non saprei disegnarlo”. L’oggi si fa pesante e viene vissuto nell’attesa del domani, un domani che possa portare speranze e cambiamenti: “Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani per riniziare, per stravolgere tutti i miei piani, perché sarà migliore e io sarò migliore come un bel film che lascia tutti senza parole”. Il rimorso per quello che sarebbe potuto essere e che non è stato è forte: “E mi son fatto rubare forse gli anni migliori dalle mie paranoie e da mille errori”. C’è anche un’ancora di salvezza, un appiglio gettato dall’alto: “Ma qualcuno lassù mi ha guardato e mi ha detto: “Io ti salvo stavolta, come l’ultima volta”. Ciononostante la canzone si chiude con una nota negativa: “ma poi rimango fermo, guardo la vita in foto e già è arrivato un altro inverno, non cambio mai su questo mai, distruggo tutto sempre, se vi ho deluso chieder scusa non servirà a niente”. Qui sotto la versione di Nesli.

Peccare

In terza stiamo parlando di etica. Cito un breve pezzetto di A un papa di Pasolini.

Lo sapevi, peccare non significa fare il male:

non fare il bene, questo significa peccare.

Senza Dio

Prendo dal numero di Jesus di dicembre questa densa riflessione di Enzo Bianchi.

Sempre più spesso, in modo quasi martellante, si afferma che «senza Dio tutto è4079185180_be1778f1b8_o.jpg permesso», citando in modo abusivo Fëdor Dostoevskij. Questo per sostenere che «con Dio o senza Dio tutto cambia» oppure che «se Dio non è affermato, allora c’è perdizione per l’uomo». A partire da tali posizioni vorrei dunque riflettere sull’espressione «senza Dio». Innanzitutto, che cosa può significare questa espressione per i credenti, in particolar modo per i cristiani? Non può certo significare che vi siano uomini e donne che non stanno davanti a Dio, che non sono sue creature e dunque suoi figli in «Adamo, figlio di Dio» (Lc 3,38). Ogni persona è stata voluta da Dio, è venuta al mondo per vocazione di Dio; Dio la accompagna e la sostiene, anzi la benedice in ogni giorno della sua vita; Dio la ama sempre, anche quando questa persona contraddice la sua volontà, persino nel caso che lo bestemmiasse o lo negasse. Come il padre della parabola (cf. Lc 15,11-32), il Dio narrato da Gesù Cristo continua ad amare e ad aspettare chi è lontano da lui, addirittura anche chi desidera la sua morte, la morte del padre. Sì, è scandaloso, ma questa è la verità del Dio cristiano! Nell’ottica dei credenti, dunque, nessuno può essere senza Dio, neanche l’a-teo che si vuole senza Dio, neanche lo stolto che dice: «Dio non c’è» (Sal 14,1; 53,1).

Ma c’è un altro modo di intendere l’espressione «senza Dio». È quello che si trova in una lettera scritta dal carcere dal teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, il 16 luglio 1944: «Non possiamo essere onesti senza riconoscere che dobbiamo vivere nel mondo “etsi Deus non daretur”», anche se Dio non ci fosse, dunque senza Dio. Anche questa espressione in realtà è spesso citata a sproposito e tradita da chi vi legge l’annuncio di un cristianesimo secolarizzato, di un umanesimo modellato sull’ateismo. Bonhoeffer non diventa ateo, come dimostra ciò che egli stesso afferma poche righe dopo: «Davanti a Dio e con Dio viviamo senza Dio», cioè senza prendere Dio in ostaggio, senza la necessità mondana di Dio, senza considerare Dio come un’ipotesi di lavoro, senza pensare di avere Dio dalla nostra parte, ma nella gratuità di Dio, la gratuità dell’amore. Bonhoeffer chiede che l’uomo diventi umano e faccia riferimento, per questo, all’umanità di Gesù Cristo, colui che «ha narrato Dio» (exeghésato: Gv 1,18) anche sulla croce. Occorre pertanto fare grande attenzione a non strumentalizzare queste parole del grande martire cristiano, finendo per negare la sua fede o per condannare le sue espressioni, che costituiscono un’altissima testimonianza di un cristianesimo adulto e pensante, in un mondo diventato capace di vivere senza l’ipotesi Dio, in un’autonomia umana che non nega Dio e il suo amore. «Dio» – ha scritto Eberhard Jüngel – «è più che necessario», sta nello spazio della gratuità, perché il suo amore trascende la legge della necessità.

Quanto a quelli che si dicono atei, senza Dio, noi cristiani dobbiamo rispettare la loro affermazione, chiedendoci però subito: quale Dio negano? Di quale Dio vogliono essere privi? Del Dio che noi cristiani raccontiamo, che tramandiamo culturalmente, oppure del Dio che è vita, amore, misericordia, del Dio vivente? Qui va detto con chiarezza: noi credenti dobbiamo essere consapevoli che a volte forgiamo immagini perverse di Dio, e quindi rendiamo Dio causa di bestemmia tra le genti (cf. Ez 36,20-22; Rm 2,24). Ecco perché anche di fronte a coloro che si definiscono atei, non credenti in Dio, dobbiamo innanzitutto interrogarci e rispettare il loro mistero. In ogni uomo c’è l’immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), che secondo i padri della chiesa non può essere cancellata neppure dai crimini peggiori commessi dall’uomo. Questa immagine rende ogni persona capace di compiere il bene, di avere una coscienza, di discernere il bene dal male. E solo Dio vede cosa accade nella coscienza, conosce la ricerca del bene praticata dai cosiddetti atei, la loro ricerca dell’amore. Essi non la chiamano ricerca di Dio ma di fatto, come ha affermato Benedetto XVI il 25 settembre scorso durante il suo viaggio in Germania, «sono più vicini al Regno di Dio di quanto lo siano i credenti “di routine”». Solo Dio conosce la vicinanza o la lontananza dal Regno di chi si dice senza Dio e di chi si dice credente.

Infine, non possiamo dimenticare che i cristiani delle origini erano accusati dai pagani proprio di essere “a-tei”, senza Dio: essi cioè risultano atei per le altre religioni, come afferma l’amico teologo Joseph Moingt. Sì, noi tutti viviamo davanti a Dio, con Dio, senza Dio. E attendiamo di vedere il suo volto di amore, di pace e di vita al di là della morte.

La felicità è una piccola cosa

Trilussa scriveva in romanesco: “C’è un’ape che se posa / su un bottone de rosa: / lo succhia e se ne va…/ Tutto sommato, la felicità / è una piccola cosa.” In questo periodo di forte austerità, di riduzione degli sprechi e dei consumi, di tempi accelerati e frenetici per le mille cose da fare e i tanti impegni, insieme a degli amici abbiamo deciso di farci questo regalo per Natale: tempo per stare insieme. Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa… 

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Nella terra di nessuno

Nella tristezza leggo questo articolo preso da PeaceReporter.

marc3adaentierradenadie4.jpgMarcela Zamora, cineasta salvadoregna, per quattro volte ha percorso con la sua macchina da presa il cammino che ogni anno migliaia di donne centro-americane intraprendono per raggiungere la frontiera con gli Stati Uniti, attraversando 5.000 chilometri di territorio messicano, terra di nessuno, alla mercé di banditi, trafficanti e poliziotti corrotti. La maggioranza dei migranti che compiono questo viaggio sono donne, secondo il Tavolo nazionale per le migrazioni del Guatemala: per loro è quasi una certezza l’ipotesi di diventare vittime di stupro. Stando alle stime di Argan Aragon, sociologa della Sorbona, “sei, otto donne su dieci vengono violentate” durante il tragitto messicano. Il documentario realizzato dalla Zamora si intitola “Maria en tierra de nadie” ed è una raccolta di testimonianze di questa tragedia. Prima di partire le donne, consce del pericolo, fanno incetta di anticoncezionali. Se è praticamente impossibile convincere uno stupratore ad indossare un preservativo, molto più sicuro è un’iniezione di Depo-Provera, un composto anti-concezionale costituito da un solo ormone, il medroxiprogesterone, che ha un’efficacia del 97 percento. Il farmaco, facilmente acquistabile nelle farmacie del centro-America, è ormai così comune tra le migranti da essere stato ribattezzato “l’iniezione anti-Messico”. Ma le Ong statunitensi ne denunciano la pericolosità per la salute. E inoltre non protegge da Hiv e dalle altre malattie veneree. Oltre al Depo-Provera, le migranti ricorrono anche ai “maridos”, i mariti, ossia uomini anch’essi diretti negli Usa che in cambio di prestazioni sessuali offrono la loro protezione e quindi la speranza di poter realizzare il sogno di una vita migliore.

Guardare le stelle

Già il 9 ottobre ho citato il gesuita Silvano Fausti. Posto un estratto delle sue parole che si possono trovare qui per esteso.

“… Tutte le religioni presentano dei doveri dell’uomo verso Dio, presentano una norma di vita, una legge: se la fai sei bravo, e se sei bravo sei salvato; se non sei bravo sei condannato. Questo è il mondo che conosciamo. Ora è il principio di un mondo nuovo e diverso: il mondo del Vangelo della buona notizia, di un Dio che è diverso da come lo pensavi. Di un Dio che non giudica, un Dio che non è legge, un Dio che non è dovere, non è giudizio, non è condanna. Quel Dio che da sempre l’uomo ha pensato non è così. E tutto il Vangelo sarà per mostrare un nuovo Dio che è il contrario di come noi pensiamo Dio. Quindi, è davvero il principio, e questo principio è una persona: è Gesù. Il Cristianesimo non è una ideologia, non è una legge, non è una morale. È una persona concreta. Che differenza c’é tra un principio e una legge? Un abisso! Il primo abisso è questo: uno è vivo e l’altro ti fa morire. Poi l’idea ce l’ho in testa io e grazie a Dio la cambio spesso; la persona non ce l’ho in testa e non posso cambiarla. Sulle idee ci ragiono, con la persona c’è un rapporto dinamico, di scoperta, di intesa, di interesse, di litigio, di incomprensione. È tutta un’altra cosa. Per noi normalmente il Cristianesimo, se non stiamo attenti, è ridotto a un insieme di norme, di leggi, di regole. Ma non è questo.

… Tutto l’A.T. è una protesta contro la fatalità del male. Si ritiene che ci sia il male, lastelle.jpg storia, i potenti che dominano, e che quindi non c’è rimedio. No, no. Arriverà l’angelo del Signore che liquida il male. È la nostra utopia. È importante però che ci sia. Perché se all’uomo togli i desideri, l’hai già ucciso, un uomo che non ha desideri è morto. La parola “desiderare” vuol dire smettere di guardare le stelle. L’uomo per prima cosa “con-sidera”. Considerare vuol dire guardare le stelle. Nelle stelle guarda qual è il suo destino: dov’è che bisogna andare? Interroga il cielo, l’alto, il mistero. Quando poi ha capito qual è la sua stella, qual è la sua direzione, allora smette di guardare e desidera. Va in quella direzione. I desideri sono la direzione profonda della nostra vita. Se abbiamo nessun desiderio, la nostra direzione è nessuna-direzione: è il nulla. Per questo sono importantissimi i desideri. E il primo desiderio è che le cose siano diverse. Questo si intende con la giustizia.

… Nel libro dell’Esodo si narra l’uscita degli israeliti dall’Egitto verso Gerusalemme. Gerusalemme è la città santa, luogo di Dio, della religione, del tempio, del culto. Ora, invece, si esce da lì. Cioè: bisogna anche uscire dalla nostra religione, dalle nostre persuasioni, dalle nostre liti per incontrare Dio. La vera conversione non è quella diventare religiosi – ce ne sono tanti di religiosi! –, la vera conversione è quella di uscire dalla religione che ti costruisci tu per conoscere davvero Dio. Dio non lo trovi in nessun luogo sacro. Lo trovi nell’uomo Gesù, lo trovi nei fratelli.”

Apperò!

Uno dei contatori che uso per controllare questo blog mi dice che il mese di Novembre ha visto 2253 visite e 5092 pagine visitate! Ringrazio tutti per le visite e suggerisco a chi vuole di iscriversi alla Newsletter qui accanto; ne invio più o meno 1 a settimana, cerco di non essere molto invasivo. Inoltre per chi volesse commentare, è sufficiente inserire l’indirizzo e-mail nel modulo (la mail poi non comparirà in pubblico). Mandi

Verso una pienezza

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Questo è il paradosso dell’amore tra l’uomo e la donna:

due infiniti si incontrano con due limiti;

due bisogni infiniti di essere amati

si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare.

E solo nell’orizzonte di un amore più grande

non si consumano nella pretesa e non si rassegnano,

ma camminano insieme verso una pienezza

della quale l’altro è segno

(Rainer Maria Rilke)

Una sana folle immaginazione

Prendo da Avvenire

La salute mentale, di cui da ieri si celebra la giornata nazionale, con eventi che si svolgeranno fino a gennaio, non è una questione sanitaria normale. Non ha rapporti con la sclerosi, con l’Aids, con il cancro. Ha rapporti con il nostro essere umano dall’origine. Dal nostro passaggio dall’ominide all’uomo, con le mutazioni del pianeta e i cambiamenti storici, sono cambiate le malattie, ma la questione della salute mentale è da sempre identica, naturalmente declinata in termini differenti. Come l’uomo, secondo il grande paleoantropologo Yves Coppens e lo storico delle religioni Julien Ries, nasce1605561387.jpg intrinsecamente religioso e simbolico, Homo religiosus (e quindi poeta) prima ancora che Homo sapiens, così l’uomo nasce con il fardello congenito della malattia mentale: la nostra genesi ci vede religiosi, simbolici, potenzialmente minabili nella mente. La peste oggi non è che un motivo letterario, la lebbra e il colera morbi che riguardano o il passato o altri mondi, disperati e privi di risorse, l’Aids una novità, altre malattie hanno nomi e identità solo perché recentemente sono state scoperte e definite, anche se esistevano già, inconosciute, non sappiamo da quando. La malattia mentale è inscritta nel Dna umano come la poesia. La mente può ammalarsi in una varietà infinita di forme: dai libri religiosi e dalle fiabe apprendiamo le storie di re saggi che impazziscono divenendo violenti e tirannici, di scemi del villaggio, limitati nella parola e nel pensiero, che si rivelano dispensatori di saggezza, di uomini forti e sapienti che invecchiando perdono il lume della ragione, vengono raggirati, di altri che sin da giovani sono minati dalla debolezza di carattere, dalla tendenza suicida, dal delirio. La malattia mentale non ha storia, e non è riducibile alla follia. Sarebbe facile, anche se relativamente: come mettere sullo stesso piano la follia di Hitler e di Stalin, mostruosa e infernale, e quella del poeta Dino Campana e di Van Gogh, che producono opere di visione e bellezza? Ma, fingendo che quello della follia sia un problema semplice, la malattia mentale ha ben altri orizzonti: va da quella che ora si definisce depressione alle manie persecutorie, a fenomeni più gravi dal punto di vista psichiatrico, sindromi ossessive, realtà disperanti di alienazione, paranoia, scissione. La grande letteratura e il grande teatro mettono in scena quello che avviene sulla scena del mondo: la malattia mentale non è solo quella dell’efferato Macbeth o del folle Lear, ma anche del malato immaginario di Molière, o dell’avaro dello stesso autore. Sarebbe comodo relegarla ai pazzi ‘ufficiali’, alligna tra noi, nella vita quotidiana, da sempre. Ciò dovrebbe ammonirci a non reprimere il malato mentale, ma a combattere il germe del suo male, che può colpire ognuno di noi. Facile a dirsi. Ma la pratica della compassione e la serietà di tanti specialisti della psiche inducono a non essere pessimisti. E poi ci sono gli esempi, più efficaci di ogni teoria, come le parabole. Nanni Garella, uno dei registi italiani più significativi del panorama contemporaneo, in questi anni ha realizzato spettacoli straordinari con attori reclutati tra giovani malati di mente, spesso con sindromi pesanti. Li abbiamo visti in scena, sono diventati davvero attori. Garella, portando in scena Pirandello e altri autori con dei giovani affetti da problemi mentali, ha ristabilito un equilibrio incredibile. Ha sdoganato la follia, ma non a caso. No, restaurando, con le armi dello spirito e della disciplina, un giusto ordine. Può essere un modello, una chiave di lettura del problema: il malato di mente ha bisogno di immaginazione. E anche noi, che ci scopriamo non puri spettatori, ma suoi simili.

Ma se io lo chiamo

Dio che non esisti ti prego

che almeno su questa grande nave

che mi porta via

le cabine siano … siano ben areate

Ma se non esiste perché lo preghi?

Non esiste fintantoché io non ci credo

finché continuo a vivere

come viviamo tutti

desiderando, desiderando

ma se io lo chiamo …

Troppo tardi …

Per la forza terribile

dell’anima mia, forse vile, trascurabile in sè,

però anima nella piena portata del termine,

se lo chiamo verrà.

(Dino Buzzati)

Musica di Natale

Non manca molto a Natale. Nel 2009 sul blog avevo postato alcune canzoni non tradizionali sul Natale: Morgan, MCR, Baglioni, De Gregori, Carboni, Articolo 31. A breve posterò delle novità…

Amare il dolore?

Prendo dalla rete

Ha suscitato vasta eco la decisione di Lucio Magri, 79 anni, giornalista, fondatore del Manifesto e uomo politico, di ricorrere alla pratica del suicidio assistito in una clinica svizzera. La scelta di Magri, che si è compiuta ieri, frutto di una grave depressione, ma anche di una razionalità estrema, suscita contrapposizione tra chi chiede di rispettare comunque la volontà dell’individuo e chi rifiuta la strada dell’eutanasia. In definitiva il gesto di Magri pone a tutti il problema dell’approccio della persona alla sofferenza. Del mistero del dolore si è parlato ieri sera a Torino all’Università del Dialogo del Sermig, realtà di fraternità fondata da Ernesto Olivero con la presenza della scrittrice Susanna Tamaro. Adriana Masotti ha chiesto a Olivero una riflessione sulla vicenda Magri: 

dolore1.jpgR. – Ogni volta che una persona muore, prego e faccio silenzio, perché so che Dio è Padre di tutti gli uomini, di tutte le donne, di coloro che credono e di coloro che credono di non credere. Quindi Lui sa… Certo che ogni morte fa pensare e una morte come questa fa pensare ancora di più. Mi viene in mente uno dei pensieri che ho scritto in una situazione molto tragica della mia vita, quando scrissi nel mio diario: l’uomo certamente ha bisogno di casa, di lavoro, ma ha bisogno di scoprire il senso della vita, ha bisogno di scoprire da dove viene e dove va. Io penso che la vita di ogni uomo – e sto parlando di me stesso – sia una preparazione all’ultimo momento. Credo di aver capito un po’ la vita a forza di asciugare le lacrime, a forza di accogliere persone che mi guardavano negli occhi e mi chiedevano qualcosa… La cosa principale che ho capito è che deve far di tutto per cambiare un po’ il mondo.

D. – Il dolore fa parte – e lo sappiamo – della vita di tutti, credenti e non credenti, e per tutti il dolore non è bello e va quindi ricercato il modo per non soffrire; va anche accettato sul piano umano … ma ne siamo preparati?

R. – Io credo che dobbiamo preparare le persone a vivere e a morire e dobbiamo preparare le persone a star vicino, fino all’ultimo momento, alle persone che soffrono: nessuno deve essere abbandonato! Anche perché oggi la sofferenza come veniva intesa una volta credo che sia quasi completamente sparita, perché ci sono delle medicine e ci sono delle cure che possono alleviarla, però è importante il rapporto umano. Io ricordo una giudice di Milano che – molti anni fa – mi chiese se potevo accogliere un ragazzo con l’aids e mi disse: ti costerà una cassa da morto e quindici giorni di lavoro. Io mi sono messo nei panni di questo ragazzo e gli dissi: “Perché negli ultimi 15 giorni della tua vita non smetti di drogarti? Noi ti assisteremo notte e giorno, momento dopo momento, non ti abbandoneremo mai!”. Lui ha accettato questa sfida e sono passati altro che quindici giorni: sono passati quindici anni, sono passati venti anni ed è ancora vivo! Ecco l’insegnamento che io mi diedi in quel momento: una famiglia, una comunità, un partito o un gruppo culturale non devono assolutamente abbandonare un uomo o una donna che muore!

D. – E’ giusto dire che il cristianesimo non invita ad amare il dolore e la Croce, ma chiede invece di amare il Crocifisso e quindi Gesù in Croce, l’uomo in Croce?

R. – Certamente. Proprio pochi giorni fa, una donna che aveva paura di morire e di lasciare la sua famiglia e mi ha detto: “Mi dicono che devo amare il dolore…” E io gli ho detto: “Non è giusto. Per amare Gesù bisogna amare Dio; il dolore non è da amare, ma – a volte – è da sopportare. A volte è un nemico: Gesù stesso ha gridato sulla croce … (mg)