Pubblicato in: Filosofia e teologia, musica, sfoghi

Il giorno di dolore che uno ha

IL GIORNO DI DOLORE CHE UNO HA (Ligabue, Secondo tempo)
Quando tutte le parole sai che non ti servon più
quando sudi il tuo coraggio per non startene laggiù
quando tiri in mezzo Dio o il destino o chissà che
che nessuno se lo spiega perché sia successo a te
quando tira un po’ di vento che ci si rialza un po’
e la vita è un po’ più forte del tuo dirle “grazie no”
quando sembra tutto fermo la tua ruota girerà.
Sopra il giorno di dolore che uno ha.
Tu tu tu tu tu tu…
Quando indietro non si torna quando l’hai capito che
che la vita non è giusta come la vorresti te
quando farsi una ragione vorrà dire vivere
te l’han detto tutti quanti che per loro è facile
quando batte un po’ di sole dove ci contavi un po’
e la vita è un po’ più forte del tuo dirle “ancora no”
quando la ferita brucia la tua pelle si farà.
Sopra il giorno di dolore che uno ha.
Tu tu tu tu tu tu tu tu tu…
Quando il cuore senza un pezzo il suo ritmo prenderà
quando l’aria che fa il giro i tuoi polmoni beccherà
quando questa merda intorno sempre merda resterà
riconoscerai l’odore perché questa è la realtà
quando la tua sveglia suona e tu ti chiederai che or’è
che la vita è sempre forte molto più che facile
quando sposti appena il piede lì il tuo tempo crescerà
Sopra il giorno di dolore che uno ha
Tu tu tu tu tu tu tu tu tu…
La canzone è stata dedicata da Luciano Ligabue al giornalista Stefano Ronzani, morto a causa della leucemia: “si ammalò gravemente e ci fu un momento della sua malattia in cui capii che le lunghissime chiacchierate sul farsi forza, sul darsi speranza, sul combattere in qualche modo il suo male in realtà avevano perso significato… Provai allora a comunicargli questa cosa nella maniera che la fortuna o il caso o qualcuno ha deciso che, tutto sommato, con me funziona: una canzone… Quindi in maniera, se vuoi, anche patetica, per il suo compleanno gli feci avere questo brano, totalmente riscritto rispetto all’originale. La canzone gli servì; mi raccontò che l’aveva aiutato ad aprire dei rubinetti che aveva bisogno di aprire. Poi era un critico musicale e vide la cosa pure sotto un altro profilo. “Questa canzone è troppo bella perché resti dentro un nastrino. Non ha senso che rimanga fra me e te, pubblicala”. Devo dire che sono molto contento del successo che ha avuto, proprio per la storia che c’è dietro.” (da “Vivere a orecchio”)
La situazione descritta, quindi, è quella di una persona gravemente ammalata per la quale non ci sono più parole per dare spiegazioni e per infondere coraggio: anzi, il coraggio più grande è quello che serve per cercare di risollevarsi e non stare nella disperazione. E’ inevitabile chiedersi perché sia capitato qualcosa di cui non si può attribuire la colpa ad alcuno: magari si possono tirare in ballo Dio, o il destino o altro. La vita sembra ingiusta rispetto ai criteri personali ed è evidente che non è possibile tornare indietro: già farsene una ragione diventa un’ottima cosa e permette di vivere più serenamente. E allora si riescono a vedere anche dei momenti migliori:
il vento si mette a soffiare e ci aiuta a sollevarci e magari a non dire “grazie, no” alla vita
il sole si fa largo tra le nubi e getta i propri raggi proprio là dove è più necessario per noi
la ferita brucia, ma il dolore è il segno che la pelle sotto è viva, pulsa e si sta ricreando
il cuore, benché ferito perché azzoppato, riesce a prendere un suo ritmo e a farci ballare
l’aria gira e soffia un po’ di aria pulita nei nostri polmoni
c’è la consapevolezza che la vita non è facile, ma è sicuramente forte e magari basta spostare un po’ il piede (dall’acceleratore?) per guadagnare un po’ di tempo.

Pubblicato in: Etica, Gemme, Società

Gemme n° 150

Gemma Aurora

E’ una foto in cui avevo due anni. Ero con mia mamma. Mi comunica un senso di spensieratezza che mi manca un po’, benché non sia afflitta da chissà quali problemi. La gemma è la famiglia. Ad esempio sono cresciuta anche con mia nonna, mancata due anni fa, una seconda figura materna. Mi sono accorta della sua vera importanza quando è mancata. La famiglia non va data per scontata ed è fatta di rapporti che vanno coltivati.” Questa foto è la gemma di A. (classe terza). Dice Alex Haley: “La famiglia è un collegamento con il nostro passato e un ponte verso il nostro futuro”.

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Gemme n° 149

E’ una canzone che mi piace molto. A metà si sente la voce di una donna (tra l’altro non molto femminile) che parla della condizione delle donne in generale. Penso che l’uguaglianza dei sessi non esista ancora, magari più in Europa che altrove. Evviva le feminist!”. Così E. (classe terza) ha presentato la sua gemma.
Canta Beyoncé: “Insegniamo alle ragazze a tirarsi indietro, a farsi sempre più piccole. Diciamo loro «Puoi avere delle ambizioni ma non così tanto. Potresti desiderare di essere una donna di successo ma non così tanto successo. D’altronde sei sottomessa all’uomo»”. Qualche giorno fa, leggevo sul sito del Corriere un articolo dal titolo curioso: “Quei 3 mesi di matematica che mancano alle bambine”. Ci si interrogava: “Come mai le ragazze italiane in matematica a quindici anni sono mediamente tre mesi indietro rispetto ai loro coetanei?”. La conclusione era: “I genitori ancora pensano a carriere diverse per i figli e le figlie. Basta sfogliare i dati: un papà su due crede che il proprio figlio (maschio) possa poi trovare un lavoro in ambito scientifico-tecnologico, dall’ingegneria alla chimica, mentre lo stesso genitore, di fronte alla domanda su che cosa possa fare sua figlia, soltanto in un caso su sei pensa che possa finire con l’appassionarsi a materie scientifiche e dunque poi ad un lavoro che abbia a che fare con la scienza o la tecnologia. Le mamme condividono queste scelte, e a dimostrare che i pregiudizi sono difficili da scardinare, il tipo di lavoro della mamma non influenza le scelte delle figli. In più l’Italia «è l’unico Paese dove tali differenze sono particolarmente accentuate nelle classi socio-economicamente più svantaggiate», scrivono gli esperti dell’Ocse. Si capisce perché un ragazzo su cinque pensa di lavorare nell’ambito scientifico e soltanto una ragazza su venti, a quindici anni, «osa» immaginarsi in una carriera scientifica: spesso nessuno si occupa del suo «orientamento». L’occasione ora è cercare di invertire questo circolo vizioso. E nel rapporto c’è un suggerimento preciso: la soluzione è affidata ai professori e alla scuola. Se si riuscirà a formare e preparare docenti capaci di usare metodi didattici che includono e favoriscono l’autostima delle studentesse, c’è un ampio margine di miglioramento. È questa una delle sfide vere della scuola, perché «un ragazzo/a che è realizzato nel suo potenziale di studente — scrivono gli esperti dell’Ocse — sarà bravo nel suo lavoro e persino innovatore nella società». L’appuntamento è al prossimo rapporto, fra tre anni.”.
Sarei a questo punto curioso di sapere quale percentuale di madri e padri crede che il proprio figlio (maschio) possa poi trovare un lavoro come insegnante…