Pubblicato in: Diritti umani, Religioni, Storia

Il conflitto in Libia

Libia-attori-interni-MappaPubblico in pdf questo Report a cura di Daniel Pescini sulla Libia. Penso sia utile per farsi un’idea della situazione. Daniel Pescini è giornalista e blogger, specializzato in Storia delle relazioni internazionali alla Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze. Dopo il Master in Comunicazione Pubblica e Politica presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Pisa, ha curato gli uffici stampa di diversi enti pubblici. E’ stato analista politico per la rivista Equilibri.net, per la quale si è occupato in particolare della sicurezza energetica dell’Unione europea. Dall’ottobre 2012 cura il blog “Geopolitica italiana”, i cui articoli sono stati pubblicati su vari siti di settore e utilizzati anche come testi dei seminari dell’Istituto Alti Studi della Difesa.

Libia

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Gemme n° 138

Questo video dell’allenatore Julio Velasco è stato la gemma presentata da S. (classe quarta): “Non ho mai giocato a pallavolo né penso che mai ci giocherò. Quest’anno faccio da catechista a bimbi di prima elementare. Nel corso di formazione che ho seguito, il prof ha presentato vari video, utili a tutte le età, tra cui questo. Penso che il succo sia che a volte scarichiamo gli errori sugli altri quando invece dovremmo partire da noi…”.
Mi è venuto in mente questo proverbio cinese: “Questa è la storia di quattro persone, chiamate ognuno, qualcuno, ciascuno e nessuno. C’era un lavoro importante da fare e ognuno era sicuro che qualcuno lo avrebbe fatto. Ciascuno poteva farlo, ma nessuno lo fece, qualcuno si arrabbiò perché era il lavoro di ognuno. Ognuno pensò che ciascuno potesse farlo, ma nessuno capì che ognuno l’avrebbe fatto. Finì che ognuno incolpò qualcuno perché nessuno fece ciò che ciascuno avrebbe potuto fare”.

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Il Dio delle lacune?

Da Il Sole 24 ore prendo questo articolo di Vincenzo Barone sul libro “Perché la scienza non nega Dio” di Amir D. Aczel.
aczel«Dobbiamo postulare l’intervento divino? Dobbiamo tirare in ballo Dio per creare la prima corrente della nebulosa di Laplace o per dare avvio al fuoco d’artificio cosmico immaginato da Lemaître? Confesso di non essere disposto a portare in scena Dio in questo modo… Gli uomini hanno pensato di trovare Dio nella creazione della loro specie, o nel momento in cui la vita e l’intelligenza sono comparse sulla Terra. Ne hanno fatto il Dio delle lacune della conoscenza umana…. È perché nell’Universo fisico trovo un pensiero, un progetto e una potenza che dietro di esso vedo Dio come creatore». La questione del rapporto tra scienza e fede è riassunta tutta qui: nelle parole del matematico, teologo e vescovo di Birmingham, Ernest William Barnes, che scriveva – dato da sottolineare – nel 1933 (il brano è tratto dall’opera Scientific Theory and Religion).
Il Dio del progetto e il Dio delle lacune: il primo è quello che per Barnes scaturisce dalla razionalità dell’universo e dalla sua armonia; il secondo è quello che già allora qualcuno vedeva aleggiare sull’atomo primitivo di Lemaître (antesignano del Big Bang), e che al prelato anglicano proprio non piaceva. Il teismo «scientifico» diffusosi negli ultimi decenni, e incarnatesi in una moltitudine di opere, di progetti di ricerca e di centri di studio, è meno selettivo di quanto fosse Barnes e usa abbondantemente sia l’argomento del progetto sia quello delle lacune per sostenere la tesi che la scienza non allontana da Dio, ma conduce a lui. Nessuno dei due argomenti ha il minimo fondamento alla luce della scienza vera (non di quella dei resoconti divulgativi, delle metafore e delle ricostruzioni di comodo di cui sono pieni i libri dei teisti), ma il Dio delle lacune che Dietrich Bonhoeffer ribattezzerà nel 1944 «Dio tappabuchi», con un’espressione di origine nietzschiana – appare inammissibile anche a molti teologi: un Dio relegato negli spazi sempre più angusti lasciati scoperti dalla visione scientifica dell’universo è, in effetti, un Dio in costante ritirata, destinato a scomparire.
Eppure, il Dio delle lacune è vivo e vegeto. Lo troviamo ben rappresentato nell’ultimo libro del divulgatore statunitense Amir Aczel, Perché la scienza non nega Dio, un campionario delle tesi del teismo «scientifico» sostenute e propagandate con dovizia di espedienti retorici. Il bersaglio diretto di Aczel è il movimento noto come «Nuovo Ateismo», un insieme eterogeneo di autori (i saggisti Sam Harris e Christopher Hitchens, il biologo Richard Dawkins, il filosofo Daniel Dennett e altri) che hanno condotto una critica serrata alla religione e al teismo su vari piani, incluso quello scientifico. Sebbene la foga polemica porti spesso Aczel a divagare e a confondere gli ordini del discorso, il tema principale che egli affronta è l’atteggiamento della scienza nei confronti di Dio. Su questo bisogna fare subito una precisazione. Se la questione fosse quella dell’esistenza o non esistenza di Dio (come va notato – l’italiano «nega» traduce il più forte disprove), la si potrebbe liquidare in poche battute. La scienza non dimostra la non esistenza di Dio per il semplice fatto che, in via del tutto generale, è impossibile dimostrare l’inesistenza di alcunché (peraltro, come ricordava Bertrand Russell, è colui che sostiene l’esistenza di qualcosa a doversi assumere l’onere della prova).
La domanda significativa non è di natura ontologica, bensì epistemologica: l’idea di Dio come principio esplicativo trova posto nella scienza? È ammissibile, o addirittura necessaria? Aczel risponde di sì e per sostenere la propria posizione riesuma l’argomento delle lacune. La scienza, nel corso del Novecento, ha scoperto una serie di limiti intrinseci nella descrizione della natura: ha scoperto, per esempio, che certe grandezze fisiche non possono essere determinate simultaneamente con precisione assoluta (il principio di indeterminazione di Heisenberg), e che certi processi, anche molto semplici, non sono esattamente predicibili, a causa della sensibilità della dinamica alle condizioni iniziali (il caos deterministico). È in queste lacune, diventate una sorta di riserve protette, che Aczel e i teisti «scientifici» vedono Dio: un Dio nella cui mente la posizione e la velocità di una particella hanno valori definiti, e l’evoluzione di un sistema caotico è perfettamente nota. Non sappiamo quanto questo Dio possa piacere ai teologi più avveduti (il vescovo Barnes sarebbe sicuramente inorridito). Ma agli occhi di uno scienziato tutto ciò appare frutto di un equivoco – dell’idea distorta che l’indeterminazione quantistica, il caos, il teorema di Godet e altri risultati del genere siano sintomi di un’insufficienza del sapere scientifico, e non invece straordinarie conquiste della conoscenza umana. A Napoleone che gli chiedeva come mai non ci fosse alcun riferimento a Dio nella sua Mécanique Céleste, Laplace rispose che l’ipotesi di Dio non era necessaria per spiegare il moto degli astri. Commentando queste parole, un altro grande matematico dell’epoca, Lagrange, disse che quell’ipotesi spiegava però molte cose. Ma Lagrange sbagliava per difetto: l’ipotesi di Dio, una volta che venga accettata, può «spiegare» ogni cosa (nel senso che può ricondurre ogni evento a una causa sovrannaturale), e proprio perciò non spiega in termini scientifici, e non predice, nulla. Chi di noi, dopo tutto, anche tra coloro che invocano questa ipotesi nei laboratori, la accetterebbe in altri contesti – un ospedale, un’aula di giustizia, un consiglio comunale?
Chiunque è libero di preferire una visione teistica dell’universo a una razionale e naturalistica, ma non può legittimamente affermare la compatibilità di tale visione con la scienza. Non si tratta di una questione accademica: in gioco è la solidità di quell’elemento basilare del vivere sociale che Dennett chiama «il nostro comune tessuto epistemologico». (Amir D. Aczel, Perché la scienza non nega Dio, Raffaello Cortina, Milano, pagg. 230,21,00).

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La natura di Gaudì

Un bell’articolo di Lluís Martínez Sistach su Gaudì pubblicato su Avvenire del 16 gennaio 2015.
gaudi-interior-sagrada-familiaLa Sagrada Família è un inno alla natura, è un canto alla luce e a tutto il creato che, secondo il libro della Genesi, seguì alla creazione della luce. La visione che Gaudí ha della natura e che plasma nella sua opera è molto vicina a quella di san Francesco d’Assisi. Pertanto, a ragione, si è parlato di un’ispirazione francescana nella sua opera, e di uno stile francescano nella sua vita, in particolare quanto a umiltà e povertà.
È ben noto che le strutture geometriche, nella cui creazione e uso Gaudí è geniale, si ispirano alla natura. «Il grande libro – affermava – sempre aperto e che conviene sforzarsi di leggere, è quello della natura. Gli altri libri sono tratti da questo e contengono gli errori e le interpretazioni degli uomini. Ci sono due grandi rivelazioni: una dottrinale, della morale e della religione (col termine “dottrina” Gaudí fa riferimento alla Sacra Scrittura), e l’altra, che ci guida attraverso i fatti, che è quella del grande libro della natura». «Ogni cosa proviene dal grande libro della natura – aggiungeva Gaudí –; le opere degli uomini sono già un libro stampato. Vedete quell’albero vicino al mio laboratorio? Lui è il mio maestro». Raramente in un autore degli inizi del XX secolo si possono trovare affermazioni simili così piene di amore e rispetto verso la natura. Gaudí, nel suo modo di amare e rispettare la natura, fu anche un innovatore.
Fu un vero apostolo dell’ecologia. Non è forse questa una delle caratteristiche che rende alla Sagrada Família un significato veramente universale, sia a oriente, Giappone in particolare, sia a occidente? Dove apprese il nostro architetto questo amore per la natura? Senza dubbio alcuno, dalla sua infanzia. Si è detto che l’infanzia è la patria di ogni persona per tutta la propria vita terrena. Per quanto riguarda Gaudí sappiamo che durante l’infanzia soffrì di reumatismi articolari, ragion per cui si trasferiva spesso a Riudoms, in una masseria di famiglia, in groppa a un asinello, perché il dolore gli impediva di camminare.
Lì, così come confessò a Joan Bergós, nel libro Gaudí, l’home i l’obra, «con i vasi di fiori, circondato da vigneti e uliveti, animato dal chiocciare delle galline, dai canti degli uccelli e dal ronzio degli insetti, e con le montagne di Prades a fare da sfondo, potei cogliere le più pure e gioiose immagini della natura. Questa natura che sempre mi è maestra». Dello spirito di osservazione del Gaudí bambino ci parla questa confessione fatta a Bergós: «A causa della mia malattia, dovetti astenermi spesso dal giocare con i miei compagni, cosa che favorì in me lo spirito di osservazione. Così, quando il maestro spiegò in una lezione che gli uccelli avevano ali per volare, osservai che “le galline della nostra fattoria hanno ali molto grandi e non sanno volare: le utilizzano per correre più velocemente”».
È stato scritto che il tempio da lui ideato costituisce un grande giardino in pietra, nel quale il regno minerale, vegetale e animale, perfino gli esseri più umili, come le tartarughe, danno il loro contributo all’opera e intonano un canto di lode al Creatore. Gaudí asseriva che, nell’edificare l’opera, si proponeva di plasmare con la pietra gli esseri viventi che individuava e ammirava nel prato del terreno su cui doveva sorgere la sua “cattedrale”. È ben nota la sua ammirazione per i colori. Gaudí credeva che la vita si esprimesse nei colori che non dovevano assolutamente mancare nella sua opera, perché sono espressione di vita ed esplosione di gioia. Questa visione gioiosa e riconoscente della natura è un elemento molto valido per il nostro dialogo con gli uomini di oggi e con la cultura attuale, fortemente segnata dall’ecologia. «Il colore è vita».
Come ammirerebbe Gaudí il modo in cui si è diffuso il colore nel mondo attuale! Gaudí era mediterraneo al cento per cento. E sapeva molto bene come la latitudine influisse sul sentimento della bellezza. Secondo Martinell, l’architetto spiegava ai suoi visitatori quanto segue: «Noi abitanti dei Paesi bagnati dal Mediterraneo sentiamo la bellezza con più intensità degli abitanti dei Paesi del Nord, ed essi stessi lo riconoscono. […] Abbiamo l’obbligo di infondere questo sentimento di vita nelle nostre opere, nel cui aspetto deve riflettersi il nostro modo di essere». Gaudí raccontò un aneddoto molto esplicativo del suo amore per la natura, secondo la testimonianza raccolta da Bergós riguardo la costruzione della Casa Vicens: «Quando andai a prendere le misure del terreno, questo era interamente coperto da fiorellini gialli; fiorellini che sono stati ripresi come motivo fondamentale delle piastrelle in ceramica. Trovai anche un esuberante margallón [palma], la cui forma delle foglie, come fuse nel ferro, formano le inferriate e la porta di ingresso».
Come è noto, nel Rosario monumentale della montagna di Montserrat, a Gaudí venne affidata la costruzionegaudì montserrat del primo mistero della Gloria: la risurrezione di Gesù. Anche qui, oltre alla simbologia cristiana, diede prova del suo amore verso gli esseri più umili della natura. Bergós lo racconta in questo modo: «Collocai il mistero della risurrezione in un angolo del percorso, facendo scavare in modo realista la roccia che si vede di fronte alla grotta funeraria, con in mezzo il sepolcro vuoto; alla sinistra del sarcofago, le sante donne ricevono l’annuncio dell’angelo su quanto è accaduto al Maestro. Quando lo spettatore si gira, contempla con emozione che Cristo rifulgente sembra elevarsi sull’alta rupe che vi è accanto. Le sculture collocate all’interno della grotta sono di Reart, e il Cristo, in bronzo dorato, è di Llimona. Adesso manca solo che siano piantati alcuni alberelli e siano coltivati gli ortaggi più umili, per suggerire l’idea dell’orto del buon giardiniere di cui parla il Vangelo e affinché il canto di molti uccelli accompagni la messa della mattina di Pasqua».
Nel suo capolavoro, Gaudí introdusse gli elementi della natura, affinché la creazione convergesse nella lode divina, e allo stesso tempo portò all’esterno della chiesa le pale d’altare, per mettere davanti agli uomini il mistero di Dio rivelato nella nascita, nella passione, nella morte e nella risurrezione di Gesù Cristo. Il nostro architetto fece ciò che possiamo definire uno dei compiti più importanti oggi: «Superare – come affermò Benedetto XVI – la scissione tra coscienza umana e coscienza cristiana, tra esistenza in questo mondo temporale e apertura alla vita eterna, tra la bellezza delle cose e Dio come bellezza. Non realizzò tutto questo con parole, ma con pietre, linee, superfici e vertici. In realtà, la bellezza è la grande necessità dell’uomo; è la radice dalla quale sorgono il tronco della nostra pace e i frutti della nostra speranza. La bellezza è anche rivelatrice di Dio perché, come Lui, l’opera bella è pura gratuità, invita alla libertà e strappa dall’egoismo».”