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Gemme n° 145

Questa canzone da piccola mi accomunava a mia cugina; la ascoltavamo, ma non capivo cosa dicevano i Tokio Hotel. In autunno ho letto il testo e mi è venuto da piangere. La ascolto quando ho bisogno di conforto. Il testo dice “quando niente va più, sarò il tuo angelo”. In relazione a questo ho portato quanto ho scritto due anni fa; nel percorso di preparazione alla Cresima stavamo trattando l’argomento della speranza…
Avere la forza di ribellarsi,
di battere un piede per terra
e, per una volta, dire “no, non ci sto!”.
Credere in qualcosa
e non smettere di dirlo,
credere nella libertà
e lottare per ottenerla,
avere una luce negli occhi
in grado di sciogliere
anche l’anima più ghiacciata.
Sorridere
di fronte al nostro riflesso;
sorridere, anche se quel riflesso
è il più triste del mondo.
Lasciare che le lacrime
ci accarezzino dolcemente
il viso, le guance,
e pensare che presto
tutto sarà finito,
e pensare che presto
tutto andrà bene.
Avere un’esplosione di vita, di gioia
nel cuore
e nel profondo dell’anima,
dove la Speranza
possa germogliare indisturbata…
Avere un sogno,
anzi,
migliaia di sogni
e cercare di raggiungerli ogni giorno.
Guardare al Futuro,
senza scordarsi del Passato,
ed essendo consapevoli
del Presente.
Sperare.
Illudersi.
Deludersi.
Per tornare poi a sperare.
Amare.
Amare tanto.
Amare gli amici, i genitori, i fratelli,
i parenti, le persone;
Amare la Vita, le stelle, i tramonti,
il mare;
Amare il sole, che scalda l’anima
e rallegra i volti;
Amare la Luna, muta confidente
dei nostri segreti più irrivelabili…
Amare Lui,
Dio,
l’unica vera Speranza dell’uomo.
Amarlo per tutto questo.
Amarlo per le piccole cose
di ogni giorno.
Prenderlo per mano,
Fidarsi di Lui,
lasciarsi guidare lungo la via.
E non importa
quanto possa essere in salita
o faticosa,
non importa né come né quando.
L’importante è non arrendersi mai,
è arrivare dove Lui
vuole farci arrivare.
L’importante è avere fiducia
in Lui, e nel futuro.
L’importante è avere Speranza,
la Speranza di un mondo migliore.”
Ascoltando e leggendo le parole di A. (classe terza) mi sono venute alla mente le parole di un libro di André Frossard che ho appena terminato: “… chi entra nel Vangelo dalla porta giusta vedrà invece nel Cristo un essere eterno che a poco a poco acquisisce una conoscenza della condizione umana fondata sull’esperienza, fino all’agonia sulla croce, fino al grido straziante: «Dio mio , Dio mio, perché mi hai abbandonato?» che segna, se posso esprimermi così, la fine della lezione, il momento preciso in cui l’incarnazione, abolita l’ultima scintilla di luce soprannaturale, si compie nell’indigenza dell’abbandono. E chi avrà intuito l’immensità di un simile dono sentirà crescere dentro di sé un sentimento ignoto, il puro amore dell’amore: la definizione stessa dello Spirito Santo, che può nascere in noi solo dalla divinità del Cristo, umilmente racchiusa nella sua umanità” (André Frossard, Dio. Le domande dell’uomo, pag. 50)

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Egitto monolatrico

Continuo il viaggio nelle religioni del passato, spostandomi in Egitto grazie a questo articolo di Florence Quentin (da Le monde des religions, mars-avril 2008, n. 28, pp. 30-33). E’ impressionante vedere quante cosmogonie possano nascere all’interno della stessa culla. La fonte è Dimensione Speranza con Fausto Ferrari.
nun_ogdoadLe tenebre avvolgono il Nun, l’Oceano primordiale. Solo e inerte, il demiurgo solare Atum-Khapri fluttua fra le due acque, “senza trovare un luogo dove stare”. Ma ecco che all’alba de “la prima volta”, animato da un soffio di vita che “risveglia il suo spirito” e “fa vivere il suo cuore”, il Creatore “viene da sé all’esistenza” e si posa sulla Collina primordiale, a forma di piramide, emersa dalle profondità del Nun. La prima generazione di dei non è ancora nata, ma vive in seno a Atum-Khapri.
Masturbandosi, il demiurgo androgino fa nascere dalla propria sostanza la prima coppia di dei differenziata sessualmente: Shu, lo spazio aereo e la luce (maschile) e Tefnut, il calore del sole (femminile), gemelli che a loro volta genereranno gli elementi fisici del cosmo, Geb, la terra e Nut, la volta celeste. Da questa unione nascono i grandi eroi delle gesta egiziane: Osiride e il fratello Seth, Iside e la sua sorella Nefthi.
Questa enneade, – gruppo di nove divinità – archetipica è sgorgata dalla fantasia dei teologi di Heliopoli, uno dei grandi centri religiosi della civiltà faraonica, in cui domina il culto del sole. Come egli ha concepito tutto quello che esiste, Atum il demiurgo creerà anche gli uomini. Un passo dei testi delle Piramidi ci offre una visione di quel primo mattino del mondo: “Atum, che è nato nel Nun, quando il cielo non era ancora esistito, quando la terra non era ancora esistita… Prima che i netjer (gli dei) fossero nati, prima che la morte fosse avvenuta, prima che fosse avvenuta la lite, la voce, la collera e la maldicenza…”.
Gli altri grandi santuari egiziani non rimangono indietro e ognuno dà la sua propria versione della “prima volta”: Ptah, il demiurgo di Menfi, crea l’universo nel suo cuore e poi, con la sua parola divina (una immagine che prefigura quella della Bibbia), gli dei, gli uomini e gli animali. Il dio caprone Khnun di Elefantina, “signore vasaio”, foggia tutta la creazione sul suo tornio. Il mito di Hermopoli racconta a sua volta che otto divinità sorgono dalle acque primordiali e si accoppiano, facendo emergere la Collina primordiale, detta “l’Isola della fiamma”. E su questa terra il dio Thot, sotto la forma di ibis, colloca un uovo cosmico che genererà il sole. Un altro racconto – narrato nei Testi dei Sarcofagi – ci dice che gli uomini sono nati dalle lacrime di un demiurgo afflitto di cecità temporanea.
Il mondo anteriore alla creazione è dunque un mondo senza dei. Si sa che sono nati o che sono stati creati. Ma c’è un termine alla loro esistenza? Dei e dee egiziani sono forse immortali? L’assassinio di Osiride da parte del fratello Seth sembra provare il contrario. Tornato in vita grazie all’amore, alla magia e alla perseveranza della sposa Iside, Osiride diventa nondimeno il dio dei morti e troneggia per sempre nella Duat, il mondo dell’aldilà. Quanto a Thot, scriba degli dei, egli attribuisce una durata limitata di vita agli uomini, ma anche agli dei.
Però se questi ultimi muoiono, risuscitano anche senza posa, proprio come la natura con le sue alternanze di stagioni. Come giustamente fa notare l’egittologo Éric Hornung a proposito delle divinità: “La loro esistenza – e ogni esistenza – non è una infinità immutabile, ma piuttosto un continuo rinnovamento”. Alla fine dei tempi, dopo aver vissuto, evoluto, invecchiato e persino conosciuto la morte, come Osiride, questi dei, così potenti agli occhi degli uomini, ritornano anch’essi allo stato primordiale del mondo, quello del “non esistente”. Persino il demiurgo regna “fino alla fine”, cosa che include un’idea di limite al di là del quale non è autorizzato ad andare, cioè alla frontiera fra il mondo creato, ordinato, e il mondo tenebroso delle origini (1). Così il nome di Atun significa insieme “la totalità di ciò che è” e “ciò che non esiste più”: il dio porta dunque in sé la creazione e il nulla.
Mortali, senza dubbio, ma gli dei sono onnipotenti? Neppure. La dea Iside per esempio, considerata come la più grande delle maghe, non conosce il nome segreto di Re e deve usare uno stratagemma per sottrarglielo. Essere una divinità egiziana presenta tuttavia qualche vantaggio, come quello di avere occhi e orecchi a profusione che decuplicano il sensi e consentono loro di superare i pericoli. Gli dei hanno però il destino degli uomini nelle loro mani: questo lo rivelano molte massime della Sapienza, letteratura didattica di insegnamento morale: “L’uomo è fango e paglia, il dio è il suo costruttore. Egli rende migliaia di uomini poveri quando lo desidera e fa di migliaia di uomini dei capi quando è nella sua ora di vita” (Insegnamento di Amenofi) o ancora: “I progetti degli uomini non si realizzano mai. Ciò che avviene è ciò che il dio ha ordinato”.
L’elemento più caratteristico della raffigurazione e della concezione egiziana degli dei è la loro forma composita: corpo umano e testa di animale, cosa che causa un rigetto e una incomprensione da parte dell’Antichità (fra l’altro dei Romani). La realtà invece è più sottile: la dea Hathot, per esempio, può presentarsi sotto i tratti di una elegante giovane donna la cui capigliatura è sormontata da un disco solare racchiuso da corni, ma anche sotto la forma di una vacca che allatta il re o ancora, secondo i capitelli detti “atorici”, con un volto femminile munito di orecchie di vacca. Senza dimenticare che la dea dell’amore e della gioia può prendere qualche volta l’aspetto di una feroce leonessa, o di un serpente (uraeus) imprevedibile o di un ippopotamo. Si ritrova questa varietà iconografica per gli dei Anubi (uomo e canide) e Thot (uomo, ibis, babbuino, luna).
Queste raffigurazioni non hanno lo scopo di darci un’immagine fedele del loro corpo, ma piuttosto di informarci sulla loro natura e sulle loro diverse funzioni. Altre religioni hanno trovato le loro soluzioni per raffigurare un dio e il suo attributo: in Egitto tale combinazione uomo-animale non ha nulla di dogmatico e si incontrano di frequente altre alternative. La dea Selqet, per esempio, non inalbera una testa di scorpione, ma porta l’animale in cima alla testa, come il dio solare Khepri porta uno scarabeo. Ma se questi simboli ci rivelano una parte della ricchezza della natura divina, non ci svelano però mai la sua essenza che è “nascosta”, “misteriosa”.
Come classificano gli Egiziani i loro dei, così numerosi e vari nelle loro forme e nelle loro manifestazioni? Attaccati come sono alla nozione di famiglia, essi amonconcepiscono con tutta naturalezza delle triadi divine: Amon, la sua sposa Mut e il figlio Konsu, Sobek, Hathor e Konsu, o anche Osiride, Iside e Horus. Ogni divinità o triade ha la sua residenza fissa dove le è reso un culto assiduo: Amon a Karnak, Sobek a Komb Ombo, Horus a Edfu, Hator a Dendera, ecc.
Per rendersi più accessibili si ritiene che esse discendano nelle immagini cultuali, in quelle statue ospitate nel santo dei santi dei templi, dove solo entrano il faraone e i suoi delegati, i preti. La folla dei fedeli, che non ha accesso nel recinto del santuario, elabora la sua pietà personale partecipando alle grandi feste annuali quando le statue divine sono portate in processione, e pregando davanti agli altari domestici.
Gli dei, insieme materiali e spirituali, possono talora manifestarsi agli uomini, specialmente in sogno, come racconta la celebre stele della sfinge di Guizeh, sulla quale il re Tutmosi IV evoca il suo incontro con Harmakhis (L’Horus dell’orizzonte), ma anche in occasione di teofanie – manifestazioni degli dei nel mondo sensibile – con eventi terrificanti, quando tremano la terra e le stelle. In presenza delle divinità tutte le emozioni degli uomini vengono esacerbate: paura, rispetto, amore. Avviene che gli uomini sentano in maniera più dolce l’arrivo della divinità che si manifesta a loro con la sua aura raggiante, ma anche con il suo profumo incomparabile che evoca quello del “paese di Punt” (la terra dell’incenso).
Una simile diversità degli dei egiziani e il loro numero fanno credere a un politeismo autentico: occorre abbandonare tale affermazione, che ancora è correntemente diffusa. Ricordiamoci che il demiurgo è uno, ma che con il suo atto di creazione diventa molteplice: “Colui che si trasforma in milioni” è un epiteto che si legge sovente a proposito del dio primordiale. Così anche l’invocazione “dio unico, senza eguale” non è rara nell’Egitto antico: ogni dio o dea può essere dunque “il più grande”, “l’unico” per colui che si consacra al suo culto. Il fedele gli attribuisce allora tutti i poteri, non si rivolge più che a lui (o a lei) a scapito delle altre divinità, che egli ignora o persino sminuisce. Questo procedimento religioso, che viene definito come “monolatria” o anche “enoteismo”, cioè venerazione di un dio per volta, ma non di un dio unico, non è specifico dell’Egitto, poiché lo si ritrova in India: ogni divinità è nello spirito del fedele valida come le altre, ma quella che egli ha scelto diventa ai suoi occhi assoluta e suprema. Essa svolge allora un ruolo dominante a confronto delle altre.
Difficile è per noi concepire un dio unico e assoluto, ma dotato di molteplici attribuzioni e sfaccettature. Per il pensiero egiziano, tuttavia, queste formulazioni in apparenza contraddittorie sono, di fatto, complementari. Ogni volta che le si rende un culto, la divinità diviene unica, perché unisce in sé l’insieme del divino, regna su tutto e non condivide il suo potere con nessun altro. La sola parentesi monoteista è quella del faraone Athenaton, che impone il culto del dio unico, il disco solare Aton. Dopo questo episodio, che segna per lungo tempo gli animi, i teologi egiziani adottano “l’idea di un dio nascosto che si manifesta nella pluralità degli dei immanenti al mondo, i quali sono i suoi nomi, simboli, immagini, membra, manifestazioni” (Jan Assmann).
Lo storico greco Erodoto dice degli Egiziani che essi sono “i più religiosi degli uomini”. Per essi, non c’è dubbio, gli dei esistono e sono al lavoro ogni giorno per mantenere il mondo fuori della portata del caos, che essi temono tanto. Unici e molteplici nell’intensità della loro presenza e della loro ricchezza espressiva.
Nota
1) Pregnante, la credenza egiziana in un Oceano primordiale e delle tenebre è adottata nel mondo antico, ma anche dagli gnostici cristiani che la combinano con quella del Caos greco.

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Sulla nostalgia

4078432209_273e0aa6ac_oUn articolo di Roberto Cotroneo molto fertile.
In una pagina meravigliosa del suo libro L’ignoranza, Milan Kundera parla della nostalgia, e racconta come questa parola sia diversa da lingua a lingua, anche nei suoi significati, nelle sue sfumature. Sappiamo che nostalgia viene dalle parole greche nóstos e da álgos: ritorno e sofferenza. La sofferenza di non poter più tornare. Di non riuscirci più. Dunque la sofferenza di un mondo che non c’è, di persone lontane, di luoghi che non vedi da anni, di ritorni che appaiono impossibili. I portoghesi la chiamano saudade e in certi paesi si distingue tra nostalgia vera e propria e rimpianto della propria terra. Ad esempio gli islandesi, che hanno un lingua antichissima dicono söknudur per nostalgia, e heimfra, per il rimpianto. E gli spagnoli usano añoranza, che viene dal catalano enyorar, e a sua volta dal latino ignorare.
La nostalgia è non poter tornare e non poter sapere. Si dice con molte parole diverse, ma anche con espressioni che sono entrate nel linguaggio comune: «mi manchi», o in francese «je m’ennuie de toi», sento la tua mancanza. I tedeschi, ci spiega Kundera, preferiscono dire sehnsucht, «desiderio di ciò che è assente». La mancanza delle propria terra, dei propri luoghi, dell’amore, e ancora la distanza, il non poter sapere, il non poter vedere. Le nostalgie di Ulisse, il più grande avventuriero di tutti i tempi ma soprattutto l’uomo di nóstos e di álgos.
Agli inizi del secolo scorso, esploratori e scrittori coniarono l’espressione “mal d’Africa”. Il mal d’Africa era quella strana sensazione, alle volte improvvisa, che ti faceva rimpiangere il continente africano, anche se ci eri stato una sola volta e per poco: come un richiamo, ancestrale, arcaico, come una malattia priva di cure e alle volte irresistibile. Il luogo originario, il punto lontano da tutto dove hai bisogno di tornare è un tema fondante da sempre. La nostalgia diventa quasi uno spazio sacro, un rito di lontananza, nel nome dell’añoranza, dell’ignoranza. Solo che ormai nóstos e álgos hanno perso il loro valore. Non c’è più ritorno e dunque sofferenza, non c’è più lontananza, non c’è più immaginazione.
La grande rivoluzione non è soltanto il web, e non è soltanto la condivisione, ma è in quelle che chiamiamo le wearable technologies, ovvero le tecnologie portabili ed indossabili, modellate attorno al corpo delle persone, che permettono di fare molte cose: dal monitorare la nostra salute, rilevando dati corporei, al registrare emozioni, al tenersi in collegamento e in connessione con qualcun altro fino a condividere movimenti, immagini, musica, e quant’altro.
Molte startup si concentrano su queste tecnologie di ultima generazione, molti pensano che, a cominciare dall’Apple Watch, avremo davanti una nuova strada da percorrere, molto interessante. Con soluzioni che in alcuni casi possono essere straordinarie. Tutte le applicazioni mediche wearable permetteranno di monitorare e tenere sotto controllo la salute della popolazione anziana. Oppure, se siete diventati genitori da pochi giorni e volete stare tranquilli, potete far indossare al vostro neonato un abitino in cotone chiamato Howdy, prodotto da un’azienda di Monza, che tiene sotto controllo il suo cuore, la sua respirazione i suoi movimenti, e trasmette i dati al vostro tablet.
Ma al di là di questi prodotti specifici, e oltre quelli pensati per il fitness, che esistono da sempre, il futuro è molto orientato anche a un nuovo modo di indossare la nostalgia, per tenere lontana l’añoranza. Sistemi che permettono di avere con sé una vicinanza artificiale di immagini, sensazioni ed emozioni altrui che puoi indossare e sentire con te. Un passo ulteriore per prosciugare quel grande mare dove navigò Ulisse, il mare che gli restituì la via del ritorno. Si torna per poter raccontare, e lo stare lontani permette di ricordare. Oggi non ci sono partenze e ritorni, c’è un tempo misto, ibrido che non consente ricordi che non siano memoria di un presente indifferente, dove esserci o mancare è solo una connessione accesa o spenta, che cancella sogni e nostalgie.”

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Autoconferme geopolitiche

guerra_libia_2011_820Un interessante articolo di Giovanni Fontana pubblicato ieri su Limes. Si accenna alla Libia, ma l’argomento è più che altro la geopolitica e l’attenzione che si deve porre quando si ragiona su tali temi.
Alla luce della presenza dei seguaci di al-Baghdadi, sbagliammo a intervenire contro Gheddafi? Attenzione a non interpretare i fatti come conferma delle nostre convinzioni.
La presenza dello Stato Islamico in Libia non dimostra che sia stato sbagliato intervenire quattro anni fa. A leggere la stampa italiana di febbraio, oggi dovremmo essere nel pieno di una guerra civile con le milizie dello Stato Islamico (Is) che risalgono l’Italia e minacciano di conquistare la capitale. In realtà, una volta che l’allarmismo di quei giorni si è rivelato inconsistente, la questione ha perso le prime pagine e delle sorti della Libia – tuttora nel pieno degli scontri fra fazioni, ieri l’Is ha rapito venti operatori medici a Sirte mentre il Consiglio Europeo cerca una soluzione diplomatica alla crisi – non ci si preoccupa molto. Probabilmente fino al prossimo proclama di minacce, quando la maggiore preoccupazione della politica italiana tornerà a essere l’ascesa di gruppi affiliati allo Stato Islamico sulla sponda opposta del Mediterraneo. La prospettiva che l’Is stia effettivamente conquistando la Libia è più che discutibile, ma ha già provocato reazioni che è difficile non definire infantili: innanzitutto il provincialismo manifestato dall’occuparsi dei problemi del mondo soltanto quando questi sembrano avvicinarsi a casa.
Inoltre, gli eventi degli ultimi giorni hanno aperto la strada a due grandi filoni di sciacallaggio: il primo è l’allarmismo con cui una parte della stampa parla dello Stato Islamico “alle porte di Roma”, ignorando la quantità di autoproclamazioni. Alcuni account twitter si autoproclamano rappresentanti dei movimenti jihadisti in Libia, i quali si autoproclamano a propria volta rappresentanti dello Stato Islamico nonché capaci di attaccare l’Italia; il secondo tipo di sciacallaggio è quello di chi, oggi, sostiene che questa sia la prova che l’intervento in Libia fosse sbagliato. Dire che ciò che sta accadendo in Libia dimostra che è stato sbagliato intervenire militarmente nel paese è come dire che ciò che accade in Siria dimostra che è stato sbagliato non intervenire militarmente nel paese. In entrambi i casi è una posizione ingenua e ignora il fatto che lo spettro di ciò che si intende per “intervento” è molto fluido e per questo si presta a quello che in psicologia cognitiva si chiama “bias di conferma“, cioè la tendenza a interpretare i fatti del mondo come conferme delle proprie convinzioni.
Da un punto di vista più pragmatico che legale, si può schematizzare un quadro ovviamente più complesso distinguendo vari indirizzi strategici:
si può decidere di intervenire militarmente per conto proprio;
si può decidere di sostenere militarmente l’intervento della parte che si crede migliore;
si può decidere di sostenere politicamente/economicamente la parte che si crede migliore;
si può decidere di non intervenire.
Nel primo caso si procede a una vera e propria invasione militare; nel secondo si appoggiano gli sforzi militari di una parte nel conflitto; nel terzo caso si sovvenziona una parte (o si sanziona l’altra) attraverso il trasferimento di denaro/beni/addestramento/armi; nel quarto caso non si fa nulla di tutto questo. Per semplificare, è possibile provare ad ascrivere ciascuna di queste categorie ad alcuni conflitti recenti: rispettivamente Iraq 2003, Libia 2011, Siria 2011, Ruanda 1994. Da molti punti di vista, come quello della stabilità, ciascuna di queste storie è un gigantesco insuccesso, un fatto che dovrebbe suggerire prudenza nell’affermare che una di queste soluzioni sia buona per tutti i contesti. In realtà, accade l’opposto: ciascuno di questi insuccessi, così diversi fra loro, viene usato per confermare la propria teoria, indipendentemente dal contesto. Ciò avviene spesso con i casi di mezzo, che sono anche i più scivolosi da definire: quand’è che dare aiuti a una parte – o imporre sanzioni alla parte avversa – diventa un coinvolgimento militare? Non è possibile tirare una linea netta, neanche nella natura degli aiuti. Nei fatti, dare o togliere denaro è molto simile a dare o togliere armi: non soltanto i soldi comprano le armi, ma qualunque tipo di aiuto non bellico permette di risparmiare voci di bilancio che possono essere reinvestite in materiale bellico. Per questo si tratta dei casi più discutibili e più soggetti al bias della conferma: se si è convinti dell’ingiustizia di un intervento, si può dire che si è intervenuti troppo; se si è convinti della giustizia di un intervento, si può dire che si è intervenuti troppo poco. Per questo oggi sulla Siria c’è chi dice che il problema sia stato intervenire troppo, dato che la Cia ha armato i ribelli (e parte di queste armi sono finite nelle mani dell’Is), mentre chi ha sviluppato quella strategia – ossia Hillary Clinton – afferma che il “fallimento” degli Stati Uniti sia stato quello di non essere intervenuti in Siria. D’altra parte, c’è chi all’obiezione “siamo intervenuti dalla parte sbagliata” risponde che proprio il rifiuto di intervenire militarmente in prima persona ha costretto a scegliere una parte da sostenere e armare. Ogni argomento ha, intrinsecamente, le radici del suo contrario.
In questo ginepraio di torti e ragioni, dove non sembra esserci una sola via buona per garantire la stabilità di un paese in piena guerra civile, non bisogna perdere di vista un altro piano fondamentale: quello umanitario, della “responsibility to protect“. Se da un punto di vista geopolitico bisogna analizzare attentamente il contesto per identificare quale sia il migliore grado di intervento o non intervento in uno scenario, da quello umanitario non si può prescindere dal dovere di proteggere i civili. Per questo non ci si può dimenticare quale fosse il principale argomento di discussione ai tempi dell’intervento in Libia e del mancato intervento in Siria: la salvaguardia delle vite umane.
La commissione d’inchiesta dell’Alto Commissariato per i diritti umani sui crimini della guerra civile libica parlò di: “violazioni dei diritti umani”, “attacchi ai civili”, “sparizioni forzate”, “torture e maltrattamenti”. L’allora procuratore capo della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno-Ocampo, confermò la presenza di: «una precisa politica di stupro degli oppositori del governo». Saif al-Islam Gheddafi annunciò alla tv di Stato che «fiumi di sangue avrebbero inondato la Libia». Il 17 marzo, dopo settimane di violenze, Mu’ammar Gheddafi stava per scatenare il proprio attacco finale alla città di Benghazi, 670 mila abitanti. Nel suo discorso aveva promesso una “resa dei conti”, di “ripulire la città”, di “scovare i ribelli strada per strada”. La sera stessa, dopo settimane di inazione, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvò una risoluzione che istituiva una no-fly zone e affermava la necessità di “prendere tutte le misure necessarie […] alla salvaguardia dei civili”. Si può pensare che, da un punto di vista geopolitico, la no-fly zone sia stata un disastro; a maggior ragione si può pensare che sia stato disastroso imbarcarsi in una guerra senza una vera strategia per uscirne; ancora a maggior ragione si può pensare che, oggi, un intervento di terra per sgominare i gruppi che si ispirano all’Is sarebbe ancora più disastroso. Questo, però, non toglie che l’intervento di quattro anni fa sia stato necessario a salvaguardare la vita di migliaia e migliaia di persone che sarebbero state altrimenti trucidate. L’impegno a impedire che questo accada non può che essere il primo cardine di qualunque considerazione geopolitica.