Socrate, Thoreau e la disobbedienza civile secondo Hannah Arendt


Parole importanti sull’etica e sulla coscienza, quelle scritte da Hannah Arendt in questo breve pezzo tratto da Il Libraio.
disobbedienza civileDisobbedienza civile (Chiarelettere) ospita le riflessioni di Hannah Arendt sul dissenso: una meditazione che si appella a Socrate, Thoreau, chiama in causa la Rivoluzione Americana e delinea la differenza tra la disobbedienza civile e l’obiezione di coscienza.
La filosofa tedesca di origini ebraiche, naturalizzata statunitense dopo essere fuggita al regime nazista, è stata autrice di diverse opere di filosofia politica, ma ha rifiutato sempre la categorizzazione della propria opera come “filosofia politica”, preferendo definirla “teoria politica”; tra questi testi ricordiamo Sulla violenza, edito da Guanda, Le origini del totalitarismo e Alcune questioni di filosofia morale, entrambi pubblicati da Einaudi. La Arendt fu anche giornalista e insegnate, e con Disobbedienza civile firma un manifesto prezioso della partecipazione attiva, ragionata e ragionevole, ma soprattutto consapevole, contro le dittature politiche e le prepotenze dei governi. Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un capitolo del libro:
Le figure di Socrate e di Thoreau […] sono scolpite nella mente di coloro che praticano la disobbedienza civile. […] Durante il processo a suo carico, Socrate non mette mai in discussione le leggi in sé ma soltanto l’errore giudiziario di cui è stato vittima e che chiama «sorte». La sua sventura non lo autorizza a «violare i patti e gli accordi» con la legge; non è sulla legge che ha da ridire, bensì sui giudici. […] Sappiamo anche, dall’Apologia, che Socrate avrebbe potuto scegliere di non continuare a esporre in pubblico le sue dissertazioni, che senza dubbio seminavano dubbi sui costumi e sui valori stabiliti, ma che di nuovo preferì la morte perché «una vita senza indagine non è degna di essere vissuta». In altre parole, se fosse fuggito, Socrate non avrebbe onorato la sua parola; avrebbe vanificato tutto ciò che aveva costruito durante il processo, contribuendo «ad avvalorare l’opinione dei giudici, per cui si crederà che abbiano emesso una sentenza giusta». Restare e morire era un dovere verso se stesso e verso i cittadini ai quali aveva parlato. «Si tratta del pagamento di un debito d’onore da parte di un gentiluomo che ha perso una scommessa e la salda, altrimenti non potrebbe più vivere in pace con se stesso. […] Il caso di Thoreau, benché molto meno drammatico – trascorse una notte in carcere perché si era rifiutato di pagare l’imposta elettorale a un governo che consentiva la schiavitù, ma il giorno dopo permise a una sua zia di farlo per lui –, sembra a un primo sguardo più pertinente al nostro dibattito perché, diversamente da Socrate, Thoreau protesta contro l’iniquità delle leggi. […] In On the Duty of Civil Disobedience [La disobbedienza civile, ndt], il celebre saggio che scrisse dopo l’accaduto e che sancì l’ingresso dell’espressione «disobbedienza civile» nel nostro vocabolario politico, non indagò il legame morale del cittadino nei confronti della legge, bensì la coscienza individuale e l’obbligo morale della coscienza: «In generale non è dovere dell’individuo dedicarsi a sradicare ogni male, fosse anche il più abietto; può benissimo dedicarsi ad altre occupazioni; ma è suo dovere tenere le mani pulite». Thoreau non pensa che tenendo le mani pulite l’uomo renderebbe il mondo un posto migliore, né che sia un suo dovere farlo. «Non è venuto al mondo per renderlo un posto migliore in cui vivere, ma per viverci e basta, bello o brutto che sia.» In effetti è così che veniamo al mondo: siamo fortunati se quello in cui approdiamo al momento della nascita è un bel posto o almeno un posto in cui gli abusi non siano «tali da renderci agenti di ingiustizia nei confronti degli altri». Perché solo in quel caso «direi: “Infrangete la legge”». Thoreau aveva ragione: la coscienza individuale non esige niente di più.(Continua in libreria…)”.”

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