14. Forse un giorno di nuovo, lungo la strada

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

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Nel primo post di questa serie abbiamo affrontato la canzone “Suad” dei Modena City Ramblers e avevo detto di quanto fosse evocatrice di colori, suoni, profumi e di che bello sarebbe tornare da un viaggio con tali sensazioni vive dentro di noi. Bene, siamo giunti alla fine del nostro viaggio e questa canzone si intitola appunto “Dopo il viaggio” inizia con la parole: “Le cose che porto dentro sanno di erba e di colore, le cose che tengo dentro sono passione e ore senza contare”. Biagio Antonacci riconosce che ritornare non è facile sia perché la terra lasciata all’inizio del viaggio non è più familiare come prima sia perché “non è facile sapersi bastare”. Diventa importante avere la consapevolezza che il ritorno può anche essere l’inizio di una nuova partenza; il ritorno può essere sì la fine, la conclusione, ma può anche essere la fine di un capitolo e non dell’intero romanzo che è la vita. Leggiamo in controluce le parole della canzone: “Le cose che porto dentro sono kilometri che fanno arrivare, le cose che tengo dentro sono indirizzi presi per non ridare. Sono oasi….naturali. Sono fili di grano che arrivano al mare”. Noi uomini abbiamo la gran fortuna di non essere mai solo ciò che appariamo, ma siamo anche tutto ciò che abbiamo dentro, tutti i chilometri percorsi e le persone incontrate. Percorrendo poca strada, scarso è anche il bagaglio interiore, un po’ come uno dei personaggi dell’“Antologia di Spoon river”: “Una barca con vele ammainate, in un porto. In realtà non è questa la mia destinazione ma la mia vita. Perché, l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno; il dolore bussò alla mia porta e io ebbi paura; l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti. Dare un senso alla vita può condurre a follia, ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio; è una barca che anela al mare eppure lo teme.” Per chi ha visto “The Truman Show”, il collegamento tra questo brano e la scena finale del film è immediato…

Per qualcuno tornare può anche significare rimpianto per ciò che era prima del viaggio e che non è più: se immaginiamo di essere in una stazione ci troviamo immersi nelle prime pagine di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino: “Il disfarmi della valigia doveva essere la prima condizione per ristabilire la situazione di prima: di prima che succedesse tutto quello che è successo in seguito. Questo intendo quando dico che vorrei risalire il corso del tempo: vorrei cancellare le conseguenze di certi avvenimenti e restaurare una condizione iniziale. Ma ogni momento della mia vita porta con sé un’accumulazione di fatti nuovi e ognuno di questi fatti nuovi porta con sé le sue conseguenze, cosicché più cerco di tornare al momento zero da cui sono partito più me ne allontano: pur essendo tutti i miei atti intesi a cancellare conseguenze d’atti precedenti e riuscendo anche a ottenere risultati apprezzabili in questa cancellazione, tali da aprirmi il cuore a speranze di sollievo immediato, devo però tener conto che ogni mia mossa per cancellare avvenimenti precedenti provoca una pioggia di nuovi avvenimenti che complicano la situazione peggio di prima e che dovrò cercare di cancellare a loro volta. Devo quindi calcolare bene ogni mossa in modo da ottenere il massimo di cancellazione col minimo di ricomplicazione”.

Ma con quest’ultimo post voglio sperare che alla fine del nostro viaggio, alla fine di questo viaggio, ci sia ottimismo e gioia. Sicuramente nelle tappe di viaggio che sto vivendo io personalmente in questo periodo c’è molta felicità, ma il perché, se volete coglierlo, dovete leggerlo nelle ultime parole che vi lascio, parte conclusiva della canzone “La valigia” di Jovanotti: “Non vi dirò come finisce la storia anche perché non è finita mai. Se scorre un fiume dentro ad ogni cuore, arriveremo al mare prima o poi. Io sono una valigia e giro di stazione in stazione, in molti mi trasportano ma solo tu hai la combinazione. Ma chi l’avrebbe detto che la vita ci travolgeva come hai fatto TU.” (ok, ok, vi aiuto un pochino con una foto…)

Compagni di viaggio:

  • Claudio Baglioni, Arrivederci o addio
  • Lucio Battisti, Sì, viaggiare
  • Alex Britti, Tornano in mente
  • Francesco Guccini, Radici
  • Modena City Ramblers, L’uomo delle pianure
  • Zucchero, Torna a casa
  • Ivano Fossati, Il grande mare che avremmo attraversato I e II
  • Francesco De Gregori, Vecchia valigia
  • Lucio Dalla, Goodbye
  • Queen, The show must go on

 

“Buon viaggio hermano querido

e buon cammino ovunque tu vada

forse un giorno potremo incontrarci

di nuovo lungo la strada.”

Modena City Ramblers

9. Se vuoi andare

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

Dalla scorsa puntata abbiamo iniziato a parlare dei compagni di viaggio e abbiamo affrontato l’argomento del viaggio con se stessi e della solitudine. Oggi tratteremo del viaggio con i figli o, ribaltando il punto di vista, del viaggio con i genitori. Certo, detto così, ci si può immaginare la famigliola di trenta-quarantenni con i pargoli piccoli al seguito in partenza verso il mare per i quali la canzone spot potrebbe tranquillamente essere la vecchia “Sei forte papà” di “morandiana” memoria in cui si racconta di un’uscita giornaliera ed ecologica. Se qualcuno vuol farsi più audace può andare a rivedersi il cartone animato “Flo, la piccola Robinson”…

Tuttavia vorrei ampliare il discorso e soprattutto la fascia d’età. Non è facile con le sole canzoni, e allora oggi mi gioverò anche di un brevissimo dialogo preso da un film. Essere figli è un’esperienza che ciascuno di noi fa, al di là del fatto che poi tale esperienza sia costituita di dialogo, di monologo, di scontro, di presenze o di assenze. E’ un rapporto spesso fatto di corsi e ricorsi, corse e rincorse; due canzoni nuovissime ne sono testimonianza. Gianna Nannini nell’ultimo CD ha inserito il brano “Babbino caro”; il rapporto col padre non è stato facile ma ora le difficoltà sembrano appianate visto che la toscana dice “la rabbia ormai è cenere”. E’ forse il tempo del rimpianto, visto che lui non c’è più: “Babbo non l’avevi detto che finiva tutto e mi lasciavi qui. Babbo dammi ancora addosso la vita è un gioco rotto se non ci sei più”. E’ il momento in cui si vorrebbe riportare in vita la persona amata a qualunque costo: “E la vita che hai, e che vedi andar via io vorrei ridartela come se fosse mia”. Consiglio anche l’ascolto di Dottor John, dedicata da Piero Pelù al padre settantanovenne col quale, dopo una vita di conflitti, ha recuperato un rapporto di comprensione.

Anche la persona che non ha mai conosciuto i propri genitori è possibile che si percepisca comunque figlia, anche colui che litiga e decide di non aver più a che fare con loro resta figlio. Non è detto però che tutti coloro che sono figli saranno anche genitori per svariate motivazioni. E’ però interessante notare che chi è genitore resta genitore, anche se i figli crescono. Nel film “L’ospite d’inverno” c’è un bellissimo dialogo tra la figlia Emma Thompson e la madre Phyllida Law: «“Non devi continuare a controllarmi, mamma.” “Non provarci ancora a dire una cosa del genere. Ero una ragazzina quando ti ho messa al mondo. Sei stata tu a insegnarmi a prendermi cura di te. Tu mi hai insegnato a inseguirti e a controllarti 24 ore su 24. Sono cresciuta con te, passo dopo passo. E adesso, cosa ti aspetti? Che solo perché sei una donna adulta io smetta di preoccuparmi, che smetta di chiedere se stai bene?”». Per una mamma novantenne, il figlio settantenne resterà sempre “Il me frut, la me stele”.

Ora, per tutti i viaggi, ma per quello del rapporto genitori-figli in particolare, il momento più duro, anche se magari non definitivo, è rappresentato dal distacco, che è quello di cui parla la canzone di Cat Stevens che abbiamo ascoltato oggi. Il cantante si rivolge alla figlia che ha deciso di andarsene di casa e il dolore è forte: “mi sta rompendo il cuore il fatto che te ne stai andando”. La preoccupazione per quello che il wild world, il mondo selvaggio, può riservare alla figlia è altrettanto grande: “il mio cuore si sta rompendo in due perché non voglio mai vederti soffrire”. Ma è un padre che alla fine lascia andare la figlia pur dandole, appunto da buon padre, dei consigli: “Ma se vuoi andare, fai bene attenzione, spero troverai molti buoni amici là fuori, ma ricordati che ce ne sono molti cattivi, quindi stai attenta”.

Concludo con “Salirai la collina”, una poesia dedicata da Danila Compiani alla figlia:

“Salirai la collina

e dall’alto guarderai la valle

e con le dita toccherai le stelle

e griderai alla luna la vittoria del cuore.

Sotto di te vedrai il sentiero

rorido del tuo sudore

gravido della tua fatica

e di lontano udrai l’eco delle mie parole.

Salirai la collina,

io ti indicherò la via,

io illuminerò il tuo cammino,

ma tuo sarà il peso della salita,

tua la tentazione dell’arresa,

tuo sarà il dolorante incedere

del passo stanco…

E solo tuo sarà l’osannante

tripudio del mondo

quando dall’alto guarderai la valle

e con le dita toccherai le stelle.”

 

Compagni di viaggio:

  • Jovanotti, Ciao mamma
  • Gianna Nannini, Babbino caro
  • Piero Pelù, Dottor John
  • Mondo Marcio, Dentro una scatola
  • Vinicio Capossela, Signora Luna
  • Fabrizio De André, Canzone del padre
  • Eugenio Finardi, A mio padre
  • Pooh, Eleonora mia madre
  • Subsonica, Gente tranquilla
  • Cesare Cremonini, Padre e madre
  • Beatles, Let it be
  • Cat Stevens, Father & son
  • Oasis, Live forever
  • Metallica, Mama said
  • Lenny Kravitz, Thinking of you

Fotografare

cc.jpgSimo, cos’è per te fotografare? Me lo ha chiesto poco tempo fa un amico. Ed ecco che oggi mi sono imbattuto in un articolo di Roberta De Monticelli in cui si cita Camus: “La nostra epoca ha nutrito la propria disperazione nella bruttezza e nelle convulsioni. (…). Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa hanno preso le armi”. La macchina fotografica rappresenta la mia arma per immortalare la bellezza. Non sempre fotografo “belle cose”, ma la bellezza è quella che assaporo dopo, davanti all’immagine, e che ho proiettato dentro di me nel momento dello scatto. Uno dei due protagonisti del film American Beauty ha la mania della videocamera e riprende il volteggiare confuso e disordinato di un sacchetto di carta e dice: “Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica. E c’è elettricità nell’aria. Puoi quasi sentirla… mi segui? E questa busta era lì; danzava, con me. Come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti. È stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita, dietro a ogni cosa. E un’incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c’era motivo di avere paura. Mai. Vederla sul video è povera cosa, lo so; ma mi aiuta a ricordare. Ho bisogno di ricordare. A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla… Il mio cuore sta per franare”. Ecco, secondo me siamo in un momento in cui invece non c’è molta bellezza, e allora amo fermarla in uno scatto, farla mia, possederla per un attimo per poi condividerla.

Una vita da uragano

E’ il mio compleanno. Compio 75 anni. Sono stato un pugile, a un soffio dal diventare campione del mondo dei medi; anzi, per 15 riprese lo sono stato, la durata della sfida contro Joey Giardiello nel 1964. E come me la pensavano anche gli spettatori e i giornalisti presenti all’incontro. Ma non i giudici che con verdetto unanime mi diedero sconfitto. Mi chiamo Rubin Carter, mi chiamavano Hurricane. Da lì è iniziata la discesa della china, ma non sapevo ancora quanto sarebbe stata profonda. Due anni dopo, il 14 giugno, verso le 2.30 nel bar Lafayette bar and grill di Paterson, nel New Jersey, entrano due uomini di colore e fanno fuoco sui presenti. Due persone muoiono all’istante, una donna viene ferita e dopo un mese perde la vita, un altro uomo è ferito a un occhio e viene portato all’ospedale. I due assassini scappano. Ma vengono visti. Una donna, Patricia Graham, che abita sopra il Lafayette, li scorge alla guida di un auto bianca identica alla mia. Un uomo, Alfred Bello, incallito criminale che era lì per fare un colpo da un’altra parte, vede e chiama la polizia. Ronald Ruggiero vede entrambe le cose, sia la fuga dei due assassini sull’auto bianca, sia Alfred Bello. Io a quell’ora sono da un’altra parte della città e vengo fermato insieme a John Artis. Veniamo portati al Lafayette, ma nessuno dei presenti ci riconosce. Veniamo portati in ospedale dall’uomo ferito all’occhio: “Perché avete portato qui queste due persone? Non sono loro”. Nella mia auto vengono trovati una pistola calibro 32 e dei proiettili calibro 12, gli stessi usati dagli assassini. Dopo varie vicende mi hanno condannato a tre ergastoli. Dopo quasi vent’anni, nel 1985, sono stato liberato per non aver avuto un processo equo e perché la sentenza era figlia di motivazioni razziali.

Denzel Washington mi ha interpretato in un film, Bob Dylan mi ha dedicato questa canzone.

 

La pistola spara nel locale notturno, entra Patty Valentine da una camera soprastante la sala e vede il barista in una pozza di sangue. Piange: “Mio Dio, li hanno uccisi tutti”. Qui inizia la storia di Uragano, l’uomo che le autorità hanno accusato per qualcosa che lui non ha mai fatto. L’hanno messo in prigione, ma un tempo lui sarebbe potuto diventare il campione del mondo.

Patty vede tre corpi stesi a terra e un altro uomo chiamato Bello, che si muove furtivamente. “Io non l’ho fatto – disse lui agitando le mani – stavo solo rubando l’incasso, spero che capisci. Li ho visti uscire” disse, e si fermò. “Meglio se uno di noi chiama la polizia” e così Patty chiamò la polizia, arrivarono sulla scena con le sirene lampeggianti in quella calda notte nel New Jersey.

Nel frattempo, lontano in un’altra parte della città, Rubin Carter e un paio di amici girano in auto. Il primo contendente della corona per i pesi medi non ha idea di che merda stava per succedere quando un poliziotto lo fece accostare sulla strada come tempo prima e tempo prima ancora. A Paterson questo è come le cose possono accadere: se sei nero non devi farti vedere per strada a meno che non vuoi accettare la sfida.

Alfred Bello aveva un complice che aveva un conto in sospeso con la polizia. Lui ed Arthur Dexter Bradley, si aggiravano nella zona. Disse: “Ho visto due uomini correre fuori, sembravano pesi medi, sono saltati in un’auto bianca con targa di fuori”. E Miss Patty Valentine semplicemente accennò con il capo. Il poliziotto disse “aspettate un minuto, ragazzi, questo qui non è morto”, così lo portarono al pronto soccorso e sebbene quest’uomo ci vedesse a fatica, loro gli dissero che lui poteva identificare il colpevole.

Alle 4 del mattino fermarono Rubin, lo portarono in ospedale e su per le scale. L’uomo ferito lo guardò attraverso il suo occhio morente, disse “Perché l’avete portato qui? non è lui!” Sì, ecco la storia di Hurricane, l’uomo che le autorità hanno accusato per qualcosa che lui non ha mai fatto, l’hanno messo in prigione, ma un tempo lui sarebbe potuto diventare il campione del mondo.

Quattro mesi dopo i ghetti erano in fiamme, Rubin è in Sud America che combatte per il suo nome mentre Arthur Dexter Bradley é ancora nel giro di furti e i poliziotti lo stanno torchiando cercando qualcuno da incolpare. “Ricordi l’assassinio che successe in un bar? ricordi tu dicesti che hai visto l’auto in fuga? pensi di voler collaborare con la legge? pensi possa essere stato quel pugile che hai visto correre fuori quella notte? Non dimenticare che tu sei bianco”.

Arthur Dexter Bradley disse “davvero non sono sicuro”, il poliziotto disse “un povero ragazzo come te deve darsi una possibilità, ti abbiamo preso per il colpo al motel e stiamo parlando con il tuo amico Bello, ora tu non vuoi tornare in cella vero? Fai il bravo, faresti un favore alla società. Quel figlio di puttana è coraggioso e diventa sempre più coraggioso, vogliamo rompergli il culo, vogliamo addossargli questo triplo omicidio, lui non è Gentleman Jim”

Rubin può stendere un uomo solo con un pugno ma non gli ha mai fatto piacere parlarne: “E’ il mio lavoro, disse, lo faccio perché mi pagano e quando è finito l’incontro voglio solo al più presto tornare per la mia strada, lassù in qualche paradiso, dove nei fiumi ci sono trote e l’aria è dolce e cavalchi nel verde”. Ma poi loro lo misero in prigione dove cercarono di trasformare un uomo in un topo.

Tutte le carte di Rubin erano state segnate in anticipo. Il processo fu una farsa, non aveva possibilità. Il giudice fece passare per alcolizzati e inaffidabili i testimoni di Rubin, per la gente bianca che stava a guardare lui era un fannullone rivoluzionario e per la gente nera lui era solo un pazzo negro. Nessuno dubitò che fu lui a premere il grilletto, sebbene loro non avessero trovato l’arma. Il Pubblico Ministero disse che fu lui a compiere l’atto e la giuria composta tutta di bianchi fu d’accordo.

Rubin Carter fu ingiustamente condannato. L’accusa fu omicidio, indovina chi ha testimoniato? Bello e Bradley ed entrambi mentirono e i tutti i giornali ci mangiarono sopra. Come può la vita di un uomo essere nelle mani di qualche pazzo? Vederlo palesemente incastrato non può aiutare ma mi fa vergognare di vivere in un paese dove la giustizia è un gioco.

Ora tutti quei criminali in giacca e cravatta sono liberi di bere Martini e guardare l’alba, mentre Rubin siede come Budda in una piccola cella, un innocente in un inferno vivente. Questa è la storia di Hurricane, ma non sarà finita finché non riabiliteranno il suo nome e gli ridaranno indietro il tempo perso. Lo misero in una prigione, ma un tempo lui sarebbe potuto diventare il campione del mondo.

Dio risponde a Giobbe

In classe è capitato spesso di far riferimento alla vicenda di Giobbe: ne ho raccontato sommariamente la storia fino all’incontro con i tre amici Elifaz, Bildad e Zofar. Poi mi sono fermato dicendo che chi lo volesse avrebbe potuto trovare il seguito sulla Bibbia. Bene, ecco un finale alternativo:

http://www.youtube.com/watch?v=rS7C-EDdPKs&feature=fvwp&NR=1 

Un’immagine di ogni cosa

– Raphaela: E’ diventato così faticoso amare qualcuno che scappa da noi con il cuore sempre più indurito, perché ci evitano sempre di più gli uomini?
– Cassiel: Perché abbiamo un nemico potente Raphaela, gli uomini credono al mondo molto più che a noi.
– Raphaela: E per potergli credere molto di più si sono creati un’immagine di ogni cosa. Con le immagini pensano di potersi liberare delle loro angosce, pensano di aver realizzato le loro speranze, appagato i loro piaceri, placato i loro desideri.
– Cassiel: Gli uomini non hanno assoggettato la terra, ne sono divenati sudditi.

L’isola dei…

C’è una terra molto adatta alla coltivazione di banane, ananas, fagioli, mais. Su questa terra hanno messo le mani delle multinazionali interessati al biocarburante: hanno imposto la coltivazione intensiva della palma. Addio a banane, ananas, fagioli, mais.

C’è una terra in cui un contadino che possiede dei terreni può trovarsi all’improvviso senza le sue proprietà perché qualche ricco possidente è riuscito a corrompere il catasto. E se il contadino protesta viene ammazzato.

C’è una terra in cui aborti, deformità alla nascita, sterilità, morti di cancro sono stati causati dal pesticida Dagon, utilizzato dalla Standard Fruit Company.

C’è una terra in cui Katia Figueroa Franco ha ottenuto di passare qualche ora del giorno di san Valentino in carcere col marito. Katia è morta nell’incendio che ha ucciso altri 350 detenuti.

Ecco, mi piacerebbe che, ogni tanto, fossero questi i FAMOSI di quell’isola, che poi, ricordiamocelo, è la loro isola. Ah sì, si chiama Honduras.

(liberamente ispirato a un articolo di Tonio Dell’Olio comparso su Nigrizia del 15 marzo 2012)

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Mi solleverò

Ci sono dei momenti nelle nostre vite o nelle nostre giornate in cui fa piacere che qualcuno ci dia una pacca sulle spalle, una spinta di incoraggiamento, un sussurrato “non mollare”. Così, semplicemente, per chi ne ha bisogno, da “Into the wild” la canzone “Rise” di Eddie Vedder:

Questo è il modo in cui va il mondo, non puoi mai sapere

dove mettere tutta la tua fede e come crescerà.

Mi solleverò bruciando dei buchi neri nei ricordi bui,

mi solleverò trasformando gli errori in oro.

Questo è il modo in cui passa il tempo troppo veloce da domare,

improvvisamente ingoiato dai segni, guarda!

Mi solleverò troverò la mia direzione magneticamente,

mi solleverò giocherò il mio asso nella manica.

Ne “Il coperchio del mare” Banana Yoshimoto scrive: “A differenza che nelle grandi difficoltà della vita, nelle piccole cose, nei momenti che passano in un lampo, risplende quella luce misteriosa che si vede quando si realizza un sogno.”


Libri

E dopo aver rivisto per l’ennesima volta, a notte fonda, Fahrenheit 451 di Truffaut… “Non riesco a saziarmi di libri. E sì che ne posseggo un numero probabilmente superiore al necessario; ma succede anche coi libri come con le altre cose: la fortuna nel cercarli è sprone a una maggiore avidità nel possederne. Anzi coi libri si verifica un fatto singolarissimo: l’oro, l’argento, i gioielli, la ricca veste, il palazzo di marmo, il bel podere, i dipinti, il destriero dall’elegante bardatura e le altre cose del genere, recano con sé un godimento inerte e superficiale; i libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una serie di familiarità attiva e penetrante; e il singolo libro non insinua soltanto sé stesso nel nostro animo, ma fa penetrare in noi anche i nomi di altri, e così l’uno fa venire il desiderio dell’altro.” (Francesco Petrarca, Estratto dalla lettera a Giovanni Anchiseo)

 

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Zapping not found

Oggi ho ripensato alla mia infanzia. Stavo preparando la cena e in tv è passato uno spot di uno degli innumerevoli programmi di cui non ho mai sentito parlare, più o meno la stessa sensazione di quando all’inizio della classe prima i ragazzi mi raccontano di trasmissioni su tv a pagamento o su internet a me sconosciute. E’ stato lì che ho pensato: ma io cosa guardavo in tv da piccolo, quando ero alle elementari? Prima mi è venuto in mente che la guardavo veramente pochissimo: passavo il tempo libero a giocare, da solo o con gli amici. Poi ho pensato che i canali erano veramente pochi e quindi lo zapping era veramente ridotto. E lì un flash: non avevo il telecomando! Mettevo un canale e poi andavo a sedermi, per cui la scelta doveva essere ben oculata se non si voleva fare avanti e indietro… Tempi diversi!

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Patty: Tu cosa pensi che sia la sicurezza?
Ciccio: La sicurezze è dormire sul sedile posteriore di un’auto. Quando sei piccolo e sei stato in qualche posto con papà e mamma ed è notte e stai tornando a casa in macchina, puoi dormire sul sedile posteriore. Non hai da preoccuparti di niente, il papà e la mamma sono seduti davanti e si occupano di tutto..
Patty: Che bello.
Ciccio: ma non dura! Improvvisamente ti trovi cresciuto e non può mai più essere così. Di colpo è finita e non dormirai mai più sul sedile posteriore. Mai più!
Patty: Tienimi la mano Ciccio.

Il pianoforte su cui suona Dio

Abbiamo letto il testo di questo monologo di Baricco in III, eccone la resa cinematografica

La prima impressione non è sempre quella che conta

Ci sono delle volte in cui le apparenze ingannano e la prima impressione non è quella che conta. E’ bellissimo vedere come cambia lo sguardo di Mélanie, ed è anche bello sentirla mormorare “La prego si scusarmi”. Tra l’altro, un film memorabile

Ad Adriano

Premetto: non ho letto alcun editoriale o articolo di quanto successo al Festival. Ho solo visto il Festival commentando la serata su Fb e Twitter insieme ad amici.

Penso che Celentano sia incorso in un grosso errore: dire che Avvenire e Famiglia Cristiana siano “giornali inutili che andrebbero chiusi definitivamente” è una lesione del diritto alla libertà di opinione e stampa che lui tanto difende (successiva tirata su Santoro). Sarebbe problematico se queste due fossero le uniche testate o fonti accessibili, ma non è così. Navigo su Internet e ho questo blog su cui cito Avvenire, Famiglia Cristiana, L’Osservatore, Jesus, Dimensioni Nuove, Internazionale, Liberal, Linkiesta, Limes, Asianews, Misna… Leggo Ratzinger, leggo Kung, don Gallo, Giussani, Martini, Di Piazza, Panikkar, Accattoli, Zizola, testi esegetici, teologici, etici e non ho mai pensato “dovrebbero tacere definitivamente”. Al massimo “avrei potuto fare a meno di leggerlo e dedicarmi a qualcosa di più interessante”. Ormai chiunque ha accesso alle fonti che desidera e può esercitare il libero arbitrio, farsi le proprie idee, approfondire gli argomenti che preferisce. Uno che ci mette tante pause dovrebbe avere tutto il tempo di pensare al peso delle sue parole: un Celentano che mette il bavaglio non avrei pensato di vederlo.

Storia d’amore

Stamattina in III parlavamo dei valori. E’ stata proposta una scena del film d’animazione Up per parlare del rispetto. Allora mi è venuta in mente la sequenza della storia d’amore dolcissima e commovente… Non ho potuto fare a meno di postarla!

Trovate la vostra voce

“… è proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva, anche se può sembrarvi sciocco o assurdo ci dovete provare. Ecco, quando leggete, non considerate soltanto l’autore, considerate quello che voi pensate, figlioli dovete combattere per trovare la vostra voce, più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto. Thoreau dice “molti uomini hanno vita di quieta disperazione”, non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno, osate cambiare, cercate nuove strade…” (prof. Keating)

Ulisse e cinema come esperienza di soglia

Un video di presentazione di un libro sul rapporto tra cinema e filosofia

Il sasso

Il matto: “Se vuoi crederlo, non c’è niente al mondo che non serve. Lo vedi questo sassolino? Tutto serve. Serve anche questo sassolino.”

Gelsomina (guardando attentamente il sassolino che il matto aveva in mano: “A che cosa?”

Il matto: “E che ne so io? Se lo sapessi sai chi sarei?”

Gelsomina: “Chi?”

Il matto: “Gesù Cristo. Se uno sapesse tutto, quando si nasce, quando si muore! Chi è che lo sa? Non lo so a che serve questo sasso, ma serve. Se non serve questo sasso, non servono neanche le stelle.”

(Dalla sceneggiatura originale de LA STRADA, di Fellini e Pinelli)

 

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Into the wild

Ringrazio Sara di 5CL per avermi prestato il dvd di Into the wild. E’ stata una bella esperienza vedere questo film dalla colonna sonora strepitosa. Riporto una delle frasi che mi son piaciute di più col relativo video:

Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile alle le persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo? (C. J. McCandless che legge Lev Tolstoj)

Giorgio Perlasca

Carissimi, quasi due mesi di assenza dal blog… Chiedo perdono, ma da un lato avevo bisogno di tirare il fiato e dall’altro ero impegnato a tenere una tre sere di formazione che terrò a Palmanova tra fine gennaio e inizio febbraio dal titolo “L’algoritmo di Dio”. Per riprendere, visto che ci stiamo avvicinando al 27 gennaio, giorno della memoria, posto un vecchio articolo di Dimensioni Nuove del 2001 su Giorgio Perlasca. Nella sezione di STORIA si possono trovare molti altri articoli sull’argomento che, riguardando la memoria, “non scadono mai”…

I 90 GIORNI DI GIORGIO PERLASCA

di Teresio Bosco

Hoppi Palmer è oggi impiegata nella «Comunità Ebraica» di Budapest. Accompagna Enrico Deaglio alla casa protetta dove da bambina visse giorni terribili. Indicando un angolo: «Lì stava seduta la mia povera mamma, e accanto a lei stava una cantante lirica, che ogni tanto cantava. Là c’era il mucchio di carbone. Ogni volta che c’era un pericolo grave, noi bambini venivamo coperti con il carbone. Perlasca veniva a portarci da mangiare, a farci coraggio. Se non fosse stato per lui, non saremmo sopravvissuti. Saremmo finiti ammazzati sulle rive del Danubio». Quelle rive si vedono dai balconi dei piani superiori. Nell’inverno 1944 erano coperte di neve, che diventava rossa quando gli ebrei venivano portati al fiume ed erano uccisi. In quell’inverno i rifugiati nella casa protetta ne videro migliaia trascinati sugli argini. Legati a coppie con filo spinato, venivano liquidati con una pallottola alla testa e spinti nel fiume… Hoppi vide per l’ultima volta Perlasca alla fine dell’assedio di Budapest, quando diede loro l’addio. «Ci disse che ormai non ci sarebbe più stato bisogno di lui. Ci augurò di farcela. Poi scomparve, e risentii parlare di lui solo 45 anni dopo, su un trafiletto di giornale. Annunciava un suo ritorno a Budapest per essere ringraziato dal Parlamento…».

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Quel trafiletto di giornale che la signora Hoppi aveva letto nel 1989 diede inizio alla «scoperta di Perlasca», dopo anni di silenzio e di oblio. Era andata così. A Berlino, nel 1987, la ricercatrice universitaria Eveline B. Willinger radunava notizie su Wallenberg, il leggendario inviato del re di Svezia a Budapest, misteriosamente scomparso all’arrivo dei russi. La contessa Irene von Borosceny andò da lei e le disse: «Io Wallenberg l’ho conosciuto personalmente. Ma, oltre a lui, ho conosciuto un altro uomo eccezionale, un italiano di nome Giorgio Perlasca. Un uomo che ha rischiato più volte la vita per gli ebrei, e di cui nessuno si ricorda».

Da quel momento la ricerca di Eveline si concentrò su Perlasca. Il 15 maggio 1988, sulla rivista della comunità ebraica di Budapest comparve questo appello: «Cerchiamo tutti coloro che nel 1944-45 conobbero Giorgio (Jorge) Perlasca, di origine italiana e a quel tempo incaricato dell’ambasciata di Spagna…». Il risultato di quell’appello fu esplosivo. Centinaia di persone si presentarono portando i passaporti e i salvacondotti firmati «Giorgio Perlasca». A Budapest il parlamento ricevette l’italiano in seduta straordinaria, e gli conferì il più alto riconoscimento: la Grande Stella d’oro dell’Ungheria. A Gerusalemme, il 24 settembre 1989, fu proclamato giusto fra i giusti e fu invitato a piantare, come segno di massimo riconoscimento, un albero ai bordi della Strada dei Giusti, sul monte del Ricordo. Nel settembre 1990, a 80 anni compiuti, fu invitato a un viaggio d’onore degli Stati Uniti. A Washington e a New York fu premiato, abbracciato, intervistato, invitato a grandi banchetti. Dalla Spagna arrivò al «magnifico impostore», per decreto del re Juan Carlos, l’insegna di commendatore numerario dell’ordine di Isabella.

Buon’ultima, si mosse anche l’Italia (in gioventù Perlasca era stato fascista, e quindi nessuno osava…). Il presidente Cossiga lo nominò Commendatore Grand’Ufficiale, e poiché Perlasca era vecchio e povero, il governo gli concesse il contributo vitalizio della «legge Bacchelli», destinato alle persone insigni e povere. Appena in tempo, perché Perlasca se ne andò in pace il 15 agosto 1992, a 82 anni.

LA SUA STORIA

Ma chi era Giorgio Perlasca? A 25 anni, convinto fascista, parte volontario per la conquista dell’Etiopia. A 26, artigliere, ancora volontario per la guerra di Spagna. È uno dei 70 mila che il dittatore Mussolini manda in aiuto al generale Franco che tenta di abbattere il governo social-comunista di Madrid. Quando, dopo la vittoria di Franco, ripartì per l’Italia, ricevette un attestato in cui era scritto: «Caro camerata, in qualsiasi parte del mondo tu ti troverai, rivolgiti alla Spagna». Quel «pezzo di carta» si sarebbe rivelato più prezioso dell’oro. Nel 1938, sollecitato da Hitler, il dittatore fascista Mussolini vara le «leggi razziali» contro gli ebrei. Perlasca affermò: «Mi diedero molto fastidio. Ho smesso di essere fascista. Io sono nato da una famiglia cattolica. Per me, tutti gli uomini sono uguali». Nel 1940, l’Italia entrò in guerra a fianco dei tedeschi. Perlasca non fu richiamato: di guerre ne aveva già combattute due. Sposò la triestina Nerina Dal Fin, si impiegò alla SAIE (importazione di bovini) e partì con la moglie per la Jugoslavia e poi da solo per Budapest. «Era un gran bell’uomo», ricordava Nerina. «Molto alto, occhi azzurri, capelli chiari, elegante. Le donne gli ronzavano intorno. E lui non era insensibile!».

NELL’AMBASCIATA SPAGNOLA

La sera dell’8 settembre 1943 arrivò a Budapest la notizia che l’Italia, abbandonando l’alleato tedesco, si era arresa e si ritirava dalla guerra. Perlasca riuscì a fermare gli ultimi 12 vagoni di bestiame che stava spedendo in Italia. Un mese dopo, l’Italia del re dichiarò guerra alla Germania. Perlasca (poiché l’Ungheria era alleata e semioccupata dai tedeschi) pensò a salvare la pelle. La Spagna era una nazione neutrale. Perlasca ricercò quindi l’attestato rilasciatogli a Madrid e si recò all’ambasciata spagnola. Il primo segretario Angel Sanz Brin lo ricevette con onore. Il 18 marzo 1944 otto divisioni tedesche occuparono interamente l’Ungheria, e per le strade iniziò la caccia all’ebreo. Le case protette dall’ambasciata spagnola (erano cinque e molto grandi) cominciarono a riempirsi di persone ebree che chiedevano rifugio alla Spagna. Perlasca ne domandò il motivo, e venne a sapere che nel lontano 1492 gli ebrei spagnoli erano stati cacciati dalla Spagna. Si chiamavano sefarditi, poiché la Spagna, in ebraico, viene chiamata Sepharad. Per cancellare questa pagina nera, nel 1924 il dittatore Primo del Ribera aveva concesso ai discendenti degli ebrei sefarditi (ovunque fossero) la cittadinanza spagnola. Dovunque si scatenava la persecuzione razziale di Hitler, quindi, le ambasciate spagnole e le case da loro dipendenti divenivano rifugio per gli ebrei sefarditi (o dichiarati tali).

Perlasca ora possiede un passaporto spagnolo. Sanz Brin gli chiede di dargli una mano nell’aiutare gli ebrei. «Ne fui felice. Ero contento di fare qualcosa di utile».

I TRENI DEI DEPORTATI

Cominciarono così i 90 giorni di Perlasca. Davanti all’ambasciata c’era una folla sterminata di ebrei che chiedeva rifugio. Perlasca procedette con il suo stile impetuoso: il salvacondotto che certificava la protezione spagnola non si concedeva dopo aver esaminato i documenti, ma subito, a chiunque lo richiedesse. Così si abbreviavano enormemente i tempi. Le case protette si riempirono di colpo di 3000 ebrei, il massimo di capienza. I rifugiati in soprannumero, dopo alcuni giorni, venivano consegnati alla Croce Rossa che pensava all’espatrio in Spagna. Perlasca andava alla stazione dove partivano i treni dei deportati, e tirava giù dai vagoni gli anziani sfiniti, le donne con bambini. Gridava. «Questi sono cittadini spagnoli! Nessuno li può toccare!». Sanz Briz dovette partire per la Svizzera. Dal 1° dicembre 1944 al 16 gennaio 1945 Perlasca rimase l’unico rappresentante dell’ambasciata. Non era né spagnolo, né diplomatico. Se i tedeschi l’avessero sospettato l’avrebbero giustiziato. Lui lo sapeva, e continuò spavaldo a giocare con la sua vita. Un giorno in cui la tensione era altissima, successe un fatto strano. Una bimba di dieci anni, tremante di terrore, gli disse con voce alterata: «Se lei salva mia mamma, io vengo a letto con lei». Perlasca le diede uno schiaffo, come per svegliarla da un incubo. Alla mamma accorsa, raccontò ciò che era accaduto e disse: «Dobbiamo salvare la nostra dignità, altrimenti saremo perduti». Il 16 gennaio le truppe russe si impadronirono di Budapest. Alle case protette arrivò un gruppo di soldati ubriachi. Sfondarono le porte, picchiarono tutti, rubarono gli orologi.

IL RITORNO IN ITALIA E IL SILENZIO

Solo il 29 maggio, munito di un documento del nuovo governo socialdemocratico e salutato da una piccola folla di persone alle quali aveva salvato la vita, Perlasca potè ripartire per l’Italia. Mentre sull’Ungheria si stendeva pesantissima la «cortina di ferro», Perlasca riabbracciò Nerina e il figlio Franco, e cominciò la vita grama del dopoguerra. Vivendo tra Trieste e Padova (non tornò mai a Como dov’era nato) credeva che la sua avventura fosse ormai dimenticata. Ma a Berlino, una sera del 1987, la contessa ungherese Irene parlò, a chi cercava notizie di Wallenberg, di Giorgio Perlasca…

(Da “Dimensioni Nuove” Maggio 2001, pagg.46-48)

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Stele dedicata a Giorgio Perlasca al museo Yad Vashem di Gerusalemme

E i Simpsons ottengono il placet del Vaticano

Traggo da L’Osservatore Romano del 17 ottobre in attesa di leggere il pezzo originale cui fa riferimento questo articolo:

“Homer e Bart sono cattolici” di Luca M. Possati

Pochi lo sanno, e lui fa di tutto per nasconderlo. Ma è vero:  Homer J. Simpson è cattolico. E se non fu vocazione – complice un’ammaliante pinta di “Duff” – ci mancò davvero poco. Tanto che oggi il re della ciambella fritta di Springfield non esita a esclamare che “il cattolicesimo è mitico”. Salvo poi ricredersi in un catartico “D’oh!”.

La battuta – tratta dall’episodio “Padre, Figlio e Spirito Pratico”, in cui Homer e Bart si convertono grazie all’incontro con il simpatico padre Sean – è lo spunto dell’interessante articolo I Simpson e la religione di padre Francesco Occhetta comparso nell’ultimo numero di “La Civiltà Cattolica”. L’autorevole rivista dei gesuiti italiani traccia una raffinata analisi antropologica ed etica del cartoon cogliendo al contempo l’occasione – questo l’aspetto più notevole – di dare qualche consiglio pratico a genitori e figli.simpsons.jpg

È fuori discussione che la serie creata da Matt Groening ha portato nel mondo del cartone animato una rivoluzione linguistica e narrativa senza precedenti. Abbandonata la tranquillizzante distinzione tra bene e male tipica delle produzioni “a lieto fine” della Disney, Homer&Company hanno aperto un vaso di Pandora. Ne è uscita comicità surreale, satira pungente, sarcasmo sui peggiori tabù dell’American way of life e un’icona deformante delle idiosincrasie occidentali. Ma attenzione, ci sono anche altri livelli di lettura. “Ogni episodio – scrive Occhetta – dietro la satira e alle tante battute che fanno sorridere, apre temi antropologici legati al senso e alla qualità della vita” (p. 144). Temi come l’incapacità di comunicare e di riconciliarsi, l’educazione e il sistema scolastico, il matrimonio e la famiglia. E non manca la politica.

Pomo della discordia, la religione. Che dire al cospetto delle sonore ronfate di Homer durante le prediche del reverendo Lovejoy? E che dire delle perenni umiliazioni inflitte al patetico Neddy Flanders, l’evangelico ortodosso? Sottile critica o blasfemia ingiustificabile? “I Simpson – sostiene Occhetta – rimangono tra i pochi programmi tv per ragazzi in cui la fede cristiana, la religione e la domanda su Dio sono temi ricorrenti” (p. 145). La famiglia “recita le preghiere prima dei pasti e, a suo modo, crede nell’al di là” ed è lei il mezzo attraverso cui la fede viene trasmessa. La satira, invece, “più che coinvolgere le varie confessioni cristiane travolge le testimonianze e la credibilità di alcuni uomini di chiesa”.

Sia chiaro, i pericoli esistono, perché “il lassismo e il disinteresse che emergono rischiano di educare ancora di più i giovani a un rapporto privatistico con Dio” (p. 146). Ma cum grano salis occorre separare l’erba buona dalla zizzania. I genitori non debbono temere di far guardare ai loro figli le avventure degli ometti in giallo. Anzi, il realismo dei testi e degli episodi “potrebbe essere l’occasione per vedere alcune puntate insieme, e per coglierne gli spunti per dialogare sulla vita familiare, scolastica, di coppia, sociale e politica” (p. 148). Nelle storie dei Simpson prevale il realismo scettico, così “le giovani generazioni di telespettatori vengono educate a non illudersi” (p. 148). La morale? Nessuna. Ma si sa, un mondo privo di facili illusioni è un mondo più umano e, forse, più cristiano.