Donne al muro

Prendo un articolo di Davide Frattini dal Corriere.

ebraismo, donne, muro del pianto, gerusalemme, haredim, preghiera, uomini“Ci è voluto il tweet di Sarah Silverman per dare popolarità globale a una battaglia che va avanti da ventiquattro anni e per far capire a Benjamin Netanyahu che era tempo di trovare un compromesso. A metà febbraio la comica americana ha condiviso in 140 caratteri con i suoi 4 milioni di lettori l’orgoglio familiare per l’arresto della sorella Susan e della nipote Hallel. Tutt’e due colpevoli – secondo i rabbini ultraortodossi e pure la Corte Suprema israeliana, sentenza del 2003 – di voler pregare al Muro del Pianto come fanno gli uomini e come alle donne è proibito. Il primo ministro ha allora incaricato Natan Sharansky, eroe della dissidenza sovietica, di trovare una soluzione per queste dissidenti religiose. Che chiedono di presentarsi davanti alle pietre più sacre per l’ebraismo con indosso i tallit (lo scialle da preghiera), i tefillin (scatolette di cuoio legate con le cinghie, contengono versetti sacri) e di poter recitare la Torah ad alta voce (t’fila in ebraico vuol dire preghiera). Sono le quattro «T» simbolo della protesta che i rabbini haredim leggono come una sola parola: tradimento dell’ortodossia. Da quando Anat Hoffman ha fondato il movimento nel 1988, il primo di ogni mese secondo il calendario ebraico si ritrovano a Gerusalemme e l’appuntamento è fissato anche per stamattina. Arrivano al Muro del Pianto, entrano nell’area destinata alle donne – non mettono in discussione la separazione – ma si comportano come gli uomini. Gli agenti di solito intervengono per arrestarle e Yossi Parienti (il capo della polizia nella città) ha già annunciato che oggi la manifestazione verrà impedita: «Quando cominciano a pregare indossando gli scialli, sfidano le decisioni dei giudici». Sharansky propone di allargare la zona per i riti, di aprire all’ingresso gratuito la parte di scavi archeologici vicino all’arco di Robinson. La soluzione è sostenuta da Shmuel Rabinowitz, il rabbino incaricato di vegliare sul Muro Occidentale e gli altri luoghi sacri, ed è stata accettata con perplessità dalle leader del gruppo. «Sharansky promette che i lavori termineranno in un anno e mezzo – commenta Hoffman al quotidiano Haaretz -. Il rischio è che ne passino dieci per l’opposizione degli archeologi, dei giordani, dei musulmani. Stiamo parlando di intervenire nel sito religioso più delicato e spinoso al mondo. Verremo arrestate fino ad allora?». Il progetto prevede di toccare il ponte dei Mugrabi che porta alla Spianata delle Moschee. «Quando nel 2004 gli israeliani volevano ripararlo perché rischiava di crollare per la neve, gli islamici hanno protestato ovunque». Netanyahu vuole risolvere la disputa anche perché ha generato una frattura con gli ebrei americani. Le Donne del Muro ricevono l’appoggio dei movimenti riformisti e conservativi, le congregazioni sono molto diffuse negli Stati Uniti ed esasperano gli ultraortodossi con decisioni come quella di permettere alle donne di venir ordinate rabbino. Tra loro la sorella di Sarah Silverman, che vive a Gerusalemme e che ha spiegato ad Haaretz le ragioni delle femministe: «Da un punto di vista teologico mi oppongo al monopolio ultraortodosso sull’ebraismo. Per convinzioni democratiche sono contraria all’idea che un gruppo di cittadini spadroneggi sugli altri». Anche chi ha conquistato quelle pietre antiche adesso vuole espugnarle agli ultraortodossi. Yitzhak Yifat è il soldato più popolare della storia di Israele per la foto scattata da David Rubinger che lo ritrae a occhi in su davanti al Muro: è il 1967, la parte est di Gerusalemme è appena stata presa ai giordani durante la guerra dei Sei giorni. «Non abbiamo combattuto perché il Muro diventasse proprietà esclusiva di pochi».”

Mi viene un’unica battuta tratta da un raccontino di Carlo Fiore: cosa penseranno i detentori del potere religioso, di ogni religione, quando scopriranno che Lei è donna?

Cercavo taumaturghi erranti

Un articolo di quelli che raccontano di umanità altre, così distanti dalla nostra quotidianità. E’ di Monika Bulaj, l’originale è qui.

Ho incontrato la donna kamikaze un giorno di sole e di polvere, in un piccolo santuario,kamikaze-donna.jpg oltre una piccola porta di legno, in una strada che non saprei ritrovare nel labirinto della vecchia Kabul. Mi si è avvicinata tra una folla di donne, accanto al sarcofago di un santo, una tomba di marmo coperta di tessuti con scritture dorate. Da quel momento non ho avuto pace, lei mi segue ancora nel pensiero. Non so se sia viva o morta. Le sfuggo e la cerco, mi spaventa e mi attrae. La ritrovo negli sguardi di tante donne in Afghanistan. Immagino la sua ombra magra, allucinata, sgomitare nelle strade intasate, infilarsi tra i carretti e il filo spinato, saltare sugli autobus in partenza infilandosi tra le porte appena socchiuse. È successo dopo mesi di viaggio dal confine dell’Iran a quello cinese sulle nevi del Pamir, un viaggio compiuto da sola, affidandomi al buon senso della gente del posto ed evitando con cura i luoghi pattugliati dai militari. Cercavo luoghi sacri, taumaturghi erranti, nomadi e storie di donne, e in quella porticina che dà sulla strada della vecchia Kabul vedo entrare donne, fagotti plissettati che vanno sotto il nome di burqa. La soglia è piccola, devo chinarmi, l’ambiente è soffocante ma si riempie di altri corpi ancora. Dentro è penombra ma fuori il sole è allo zenith, i muezzin chiamano alla preghiera di mezzogiorno. L’ora in cui Kabul respira di sollievo. L’incubo quotidiano è finito. Qui i kamikaze si fanno esplodere al mattino. Lo fanno per arrivare in paradiso all’ora di pranzo, in tempo per banchettare col Profeta. Sono vestita all’afgana, ho una veste lunga e nera, col velo che copre i capelli ma lascia libero l’ovale della faccia. Sotto ho il mio taccuino e la mia Leica. Non oso toccarli. Le donne mormorano preghiere, scoprono i volti bruciati dal sole d’alta quota, si tolgono il burqa, mostrano bellezza e sofferenza, si cercano, si toccano, liberano tra loro una complicità sensuale. Poi, dopo qualche minuto, una bambina col velo bianco, la divisa della scuola, mi nota, tocca il mio viso e si mette a piangere. «Perché piangi?» le chiedo in lingua dari. «Perché sei straniera e porti il velo, come noi». È allora che la diga si rompe, la voce corre, sono una cristiana che ama l’Islam, e tra le altre donne si innesca una reazione a catena fuori misura. Il mio corpo è già reliquia, vi strisciano contro, lo baciano, vi depongono caramelle e banconote per santificare qualcosa di loro e poi infilarsela nelle tasche o nei reggiseni. Cercano barakà, la benedizione, perché sono un’ospite e mi sono fidata. Piangono, asciugano le lacrime, si soffiano il naso nei burqa, mi infilano le dita inanellate nei capelli, mi sfiorano la guancia col dorso delle mani. Una di loro esige da me la grazia speciale di avere figli. Come in un sogno. Sono in ostaggio, ma non mi oppongo, mi affido. Sono in imbarazzo, ma sorrido. Tutto quello che ho cercato in mesi di lavoro mi piomba addosso all’improvviso. Dal ruolo di testimone invisibile a quello, non voluto, di protagonista al centro di un culto. “Volevi gli uomini di Dio? Guaritori erranti? Donne in estasi?” chiedo a me stessa quasi ad alta voce. “Eccoti accontentata…”. Credendo che io stia pregando le donne alzano le mani al cielo. Tra le tante che mi stanno addosso ce n’è una che non sorride né piange. Il suo velo è buttato senza cura sopra i capelli maltinti di hennè. Un corpo magro, le sopracciglia accentuate da un segno maldestro di kajal. Cerco di sottrarmi al suo contatto fisico. Ma lei mi stringe verso il muro, come per isolarmi dalle altre e si sbottona il vestito per mostrarmi qualcosa. Mi aspetto una ferita, e invece vedo il suo corpo magro impacchettato in una maglia di cilindri verticali legati da fili elettrici. Non capisco, forse non voglio capire. Penso alle armi di un agente segreto, all’autodifesa di una donna più emancipata. Ma le cose che ha intorno alla pancia non sono pistole, è dinamite. Sembra un’insegnante delle elementari invecchiata troppo presto. Quanti anni avrà: trenta? Cinquanta? Da dove viene? Dove sta andando? Perché mostra proprio a me la sua macchina di morte? Fingo di non aver capito. Le chiedo: «Dove sono i tuoi figli?». Il modo con cui volta la testa mi gela. Vuol dire che non ne ha più. Forse sono morti. Smetto di chiedere. Le domande si fermano sulle labbra. Ho paura, guardo altrove. Dico a mia volta:«Man se farzand daram », ho tre figli maschi. È la frase che meglio mi protegge in questo Paese. Il mio mantra, il mio lasciapassare, il mio elmetto in kevlar, la mia personale guardia del corpo. La donna che fa figli maschi qui è una donna vera, rispettata. Nella valle di Khost, durante un matrimonio, mi hanno quasi festeggiata per questo. Ora la pelle della donna è sudata, pallida, gli occhi sono folli, stanchi, freddi, asciutti. Sento il suo gomito ossuto, i muscoli duri delle cosce. La guerra ha portato a questo. La morte è un affare fiorente in Afghanistan. La carne umana è in vendita, diventa arma che si fa esplodere. Stragi a opera di kamikaze. Rapimenti di bambini e di adulti sospettati di avere risparmi. Omicidi su richiesta. «Duemila dollari – mi hanno detto amici afgani – sono la tariffa per uccidere qualcuno, e tutti sanno come trovare un sicario». Anche i kamikaze fanno lo stesso, per comprare la casa alla famiglia o saldare un debito. Economia di guerra, non martirio. Sento ogni fibra del mio corpo e ho la certezza incosciente che non accadrà nulla. Eppure temo che le parole possano svegliare qualcosa, far tremare la corda di un nervo, spezzare il filo della sua follia. Così cerco di esprimere uno sguardo indifferente per sorvolare la sua faccia piatta piena di rughe, le mezzelune nere delle unghie, la cintura sfatta della borsetta, l’odore del sapone e l’acido del suo respiro. Intorno le altre donne non si sono accorte di nulla. Continuano a ignorare il santo per guardare me, affascinate, piangendo. Esco a fatica. Lei mi segue, mi aderisce come un’ombra. Fuori, una barriera di burqa in nylon con macchie di respiro all’altezza delle labbra. Anche queste mi stringono. «Guardatela- dice una di loro – una issawì che ama l’Islam! Una haredzì che ama l’Afghanistan!». Issawi vuol dire “seguace di Issa”, il Cristo. Haredzi significa straniero. Ecco, io sono questo per loro. Infedele e straniera, eppure ho una faccia, odore, occhi, voce. Sono occidentale, eppure non sono chiusa in un blindato, non sto dietro il mirino di un mitra. Mi allontano senza salutare, come per dire “non c’ entro”, “non c’ero”. Non dico nemmeno “Khoda Hafez”, che Dio si ricordi di te, l’arrivederci degli afgani. Ma lei mi segue. Cammino lentamente per comunicare una tranquillità che non ho, lo faccio con passi lunghi, per seminarla. Ne esce una camminata abnorme. Scherzo con venditori ambulanti, mi infilo nella folla senza voltarmi e senza fretta apparente, per non far vedere che la mia è una fuga. Passo davanti agli ultimi Sikh della città che, con dadi e conchiglie, predicono il futuro alle musulmane al riparo di grandi ombrelli. Stavolta mi giro, lei non c’è. E Kabul ridiventa reale, con la sua puzza di fogna, le grida dei bambini di strada che danno manate sui blindati che passano come sul culo degli asini, il ronzio degli elicotteri d’assalto che volano così bassi che il soffio delle loro eliche spaventa i pappagalli verdi sugli eucalipti. Kabul, con i carillon dei gelatai ambulanti che strillano Per Elisa e Jingle Bells, vittoria sui divieti talebani contro la musica. Cerco di mimetizzarmi nel passo disinvolto delle donne afgane, un linguaggio mimetico del corpo che ho imparato ad assumere in fretta, anche per la mia incolumità. Ma stavolta la paura si è insinuata in me senza che me ne rendessi conto, è già diventata riflesso fisiologico. Bagnerò il mio letto quella notte, e da allora non riuscirò a dormire che a brevi intervalli. Ora riconosco i luoghi. Torno d’ istinto nel quartiere dei musicisti, dove ho il mio dentista privato. Un santuario con chiodi magici piantati sullo stipite della porta, ogni chiodo guarisce un dente. Poi trovo un barbiere con una foresta di capelli abramitica che mi invita a bere un tè e mi svela allegramente di avere interpretato Osama Bin Laden in un film. L’Afghanistanè così, dalla tragedia alla farsa nel giro di un’ora. Non so più dove ho fatto quel terribile incontro. Il mio sentimento per quella donna è un grumo fatto di pietà, condanna e paura. So che se la denunciassi non mi crederebbero, oppure partirebbe una rappresaglia di sangue. Sparisce l’ultimo raggio porpora sulle cime immacolate dell’Hindukush. Le luci tenui nelle case d’argilla si accendono sui colli che ora paiono il presepe di Betlemme. Un asino porta in salita una donna incinta con un’ombra accanto. Pare quella di Giuseppe, il falegname. E intanto la donna imbottita d’esplosivo, da qualche parte, si toglie la “cintura del martirio”, come la chiamano gli estremisti dell’Islam, e srotola per terra la trapunta colorata nella sua casa senza figli. Ma non dorme.

Senza scomodare gli angeli

Una settimana fa passavo in rassegna i libri non ancora letti per decidere quale iniziare ese_ti_abbraccio_non_aver_paura_di_fulvio_ervas.jpg la mia scelta è caduta su Se ti abbraccio non aver paura. Poi mia moglie mi ha detto che quel libro era un regalo per Marina, una nostra amica. Marina porterà pazienza, attenderà l’acquisto di una nuova copia 😉

Il libro racconta di un viaggio di un padre insieme al figlio autistico; non sapevo, quando l’ho scelto, che ci stavamo avvicinando alla giornata mondiale dell’autismo, il 2 aprile. La vicenda mi ha colpito molto, le pagine le ho divorate, e una delle cose che mi hanno colpito è stata il non voler indorare la pillola da parte del padre, il realismo con cui vive la sua esperienza. Riporto due pagine che rendono l’idea e che vanno di pari passo con l’intervista che ho ascoltato stasera su La7 a Gianluca Nicoletti. Mi ricordo che, anni fa, quando ero studente, ascoltavo il suo programma radiofonico “Golem”. Ultimamente ha pubblicato il libro Una notte ho sognato che parlavi, in cui anche lui racconta del rapporto col figlio autistico (sarà una prossima lettura).

“L’impiegata gentilissima che cura la pratica ha capito lo stato di Andrea e quando usciamo mi sussurra che è il mio angelo. Devo sentirmi fortunato ad avere un figlio così perché è un regalo del cielo.

Molti ci elogiano per il modo in cui affrontiamo le situazioni. Sono convinti che Andrea sia una persona felice, capace di vivere dentro due dimensioni, quella terrena e un’altra che non riesco ancora a comprendere del tutto.

Sì, forse sono fortunato. Ma su Andrea bisogna essere più prudenti. Io mi immergo nella sua vita ogni giorno, non i dieci minuti che intravedono gli altri. Credo che soffra, e sarei felice soltanto se riuscissi a liberarlo da questa prigione che lo circonda. Altro che scomodare gli angeli!”

… … …

“Sai Odisseu, con certe persone la vita si è confusa all’ultimo istante”.

“In che senso?”

“Ha sbagliato una virgola, ha messo il punto dove non doveva esserci. Ha dimenticato un occhio, un orecchio, un po’ di cervello, una mano. Si è confusa, si è fermata un millimetro prima. Mancanze lievi, rispetto a tutti gli impegni che ha la vita”.

“Già”.

“Sai cosa sogno?”

“No”.

“Una tassa. Tutta la squadra dell’umanità si tassa per far fronte alle confusioni della vita. Non è una faccenda di soldi ma di civiltà. Perché poteva toccare a chiunque, è una lotteria, solo che non dobbiamo condividere una vincita ma una perdita. La vincita chi l’ha avuta se la gode, è giusto, mentre la perdita dobbiamo portarla sulle spalle un po’ tutti”.

Chi meno te l’aspetti

Un tweet che mi è arrivato poco fa. Un articolo che può fare molto discutere, molto arrabbiare, molto pensare, molto sorprendere, molto verificare. Ne è autore Marco Del Corona e la fonte è il Corriere.

“Del sangue e della cenere di Meiktila la Birmania non aveva bisogno, come non servivanoMeiktila_333511k.jpg il sangue e la cenere sparsi all’inizio dell’estate scorsa nel suo Stato occidentale del Rakhine. Assalti, roghi, massacri. Dispute scaturite da crimini gravi o futili motivi e diventate una minaccia per la tenuta di un Paese che si mostra al mondo voglioso di democrazia, aperture e riconoscimenti. Pogrom, per usare una parola d’altri luoghi e altri contesti: qui però devoti buddhisti aggrediscono musulmani. Una quindicina di monaci avrebbero incendiato la casa di una famiglia islamica, ha riportato anche la Bbc. I linciaggi stanno lacerando, oltre a una Birmania dove l’etnia principale costituisce i due terzi della popolazione, anche la visione di una religione universalmente percepita come pacifica, ingenuamente distante dall’idea stessa di conflitto. Invece no. Le notizie da Meiktila ma anche da zone non lontane da Rangoon, e oltre, mettono in crisi la rassicurante classificazione delle religioni in «buone» e «cattive». Il Buddha sorridente rischia di ritrovarsi in cattiva compagnia, insieme con i fanatici della jihad armata. Un Buddha talebanizzato suo malgrado.

Le religioni sono fatte dagli uomini. E uomini sono i monaci che in Birmania protestano contro la sola ipotesi che ai rohingya (etnia musulmana del Rakhine che il governo relega alla condizione di apolidi) vengano concessi alcuni diritti. Altrove nelle pagode si ascoltano sermoni ostili ai musulmani, presenti da secoli in un Paese che apparteneva alla Corona britannica come l’India, India da dove l’amministrazione coloniale pescava quadri e personale per la Birmania. A pronunciare certe parole è lo stesso clero che nel 2007 e in altre occasioni aveva marciato in faccia alle baionette dell’esercito, chiedendo democrazia in nome di Aung San Suu Kyi. Le religioni, peraltro, non abitano il cielo ma la terra, e in Birmania il mosaico di minoranze, che non necessariamente condividono il credo buddhista della maggioranza bamar, prova una diffidenza verso il potere centrale nutrita da antiche discriminazioni e dalle efferatezze di mezzo secolo di giunte militari.

La sorpresa davanti ai monaci buddhisti che incitano a regolamenti di conti poco misericordiosi non è che una metamorfosi dell’eterno orientalismo, visione dell’Asia (e dell’altro) attraverso aspettative e stereotipi (nostri). Come se dai buddhisti, da chi ha così sete di Nirvana, non ci potessimo aspettare nulla di brutto: non che un bonzo uccidesse nel 1959 Solomon Bandaranaike, primo ministro dello Sri Lanka; non che i lama a Lhasa o in qualche contea tibetana scagliassero pietre contro i soldati cinesi nelle periodiche fiammate d’irredentismo ed esasperazione. Stiamo ancora a quanto scriveva un qualunque capitano che col suo mercantile solcasse le acque del Sudest asiatico negli anni Trenta del secolo scorso, un Alexander Hamilton qualsiasi: i buddhisti «considerano che siano buone tutte le religioni che insegnano a essere buoni» (A New Account of the East Indies, 1930). Ovvero un esempio di tolleranza ed ecumenismo assassinati a Meiktila.

La storia del buddhismo è piena di esempi che contraddicono la lettura orientalista di una religiosità univocamente placida, e quindi puntata verso una rappresentazione dei fedeli come «buoni selvaggi». Non occorre essere eruditi per scovare, dal Giappone al Tibet, profili di monaci guerrieri vuoti di sé — come l’Illuminato insegna — eppure ben armati. Perché, in fondo, la meta finale del buddhista trascende il bene e il male che si possono compiere con la spada. E se, come annotava lo studioso Trevor Ling, «non esistono prove nette che in Paesi dove il buddhismo sia religione di Stato le guerre vengano considerate attività non-buddhiste» (Buddhism, Imperialism and War, 1979), l’armamentario di pratiche e liturgie è persino tornato utile ai soggetti più improbabili: chi assisteva ai seminari rivoluzionari di Pol Pot, il leader dei khmer rossi responsabile dello sterminio di 1.700.000 cambogiani fra il 1975 e il ’79, li riconosceva molto simili per toni e struttura agli insegnamenti ascoltati nelle pagode. In un contesto meno cruento — la Birmania britannica degli anni Venti — il percorso verso l’indipendenza concepito dall’ideologo U Ottama (un monaco, non a caso) veniva assimilato, nel procedere a stadi, proprio alla via che conduce all’illuminazione.

Universo contraddittorio, il buddhismo (o meglio: i buddhismi). Metabolizza i comportamenti che contraddicono la nostra visione di una fede serena, senza spigoli. Il Dalai Lama, la cui causa venne vanamente difesa da guerriglieri sostenuti dalla Cia nel Tibet occupato da Mao Zedong, oggi tenta di dissuadere i suoi connazionali dalle auto-immolazioni per protesta contro la Cina, atti la cui giustificazione impegna i dotti buddhisti in acrobatiche disquisizioni teologiche e morali. Proprio il Tibet, per secoli una teocrazia feudale, offre solidi argomenti a chi sostenga che di per sé essere buddhisti non significa essere buoni: una posizione entusiasticamente abbracciata dalla Cina nel rivendicare la «giusta liberazione» di una regione tuttora non domata.

Lassù sull’altopiano la sovrapposizione fra Stato e religione si è mostrata in tutta la sua ingombrante presenza. Le monarchie asiatiche tradizionalmente hanno cooptato il clero per assicurarsi le sue competenze, che si trattasse di stilare documenti, fornire consigli, guidare ambasciate, insegnare: un meccanismo di interdipendenza destinato a produrre religiosi spesso collaborazionisti e amministrazioni bigotte e compiacenti. E a generare un sistema in cui nazione, purezza etnica e fede coincidono. Eppure, a ben guardare, i pogrom dei buddhisti birmani contro i musulmani parlano alle nostre aspettative pigre, alle nostre facili letture. Se i monaci e i loro fedeli che pochi anni fa protestavano a Rangoon contro i generali sono gli stessi che giustificano l’assalto alle moschee e ai bazar nella valle dell’Irrawaddy, i colpevoli sono gli uomini. E Buddha è innocente.”

Tra diritto e religioni

9788843067336g.jpgA fine gennaio è uscito il libro “La libertà religiosa in Italia. Un percorso incompiuto” di Alessandro Ferrari. Oggi ho trovato su Vatican Insider questa intervista di Luca Rolandi. Argomento? Diritto, libertà religiosa, laicità dello stato, pluralismo religioso.

Nel racconto del suo saggio si evince come le problematiche del passato riemergano intatte nella società plurale.

Sì, ciò che rende affascinante la storia del diritto di libertà religiosa e, in particolare, il confronto con la storia della libertà religiosa in Italia è proprio questo costante incontro, nel tempo presente, tra passato e futuro, tra i paradigmi che hanno forgiato i caratteri più distintivi di un modello e le forze che, nel corso del tempo, si sono aggiunte, sedimentate sulle vecchie costruzioni giuridiche costringendole a rispondere a nuove domande, a fronteggiare nuove rivendicazioni e portandole, così, a trasformarsi. Nata per rispondere alle esigenze di giustizia di individui e gruppi minoritari ma normalmente appartenenti alla storia ed alla tradizione del Paese (ebrei e valdesi in particolare), il diritto di libertà religiosa si pone oggi anche in Italia come garante di un “pluralismo culturale e confessionale” che la globalizzazione ha reso quantomai variegato. Accanto alla “classica” presenza cattolica convivono, infatti, esperienze religiose ormai definitivamente trapiantate in Europa (si pensi all’islam, al buddhismo, all’hinduismo), gruppi religiosi “europei” trasmigrati dai loro contesti originari (gli ortodossi), galassie cristiane in continua ridefinizione (gli evangelici), non più “nuovi” movimenti religiosi e movimenti non confessionali ma atei ed agnostici anch’essi portatori di un’identità ancorata al diritto di libertà religiosa e di coscienza. In un quadro così complesso il diritto di libertà religiosa si pone, dunque, come strumento di libertà per i singoli e gruppi, come cartina tornasole di una democrazia costituzionale matura ed efficiente capace di assicurare a tutti – e, dunque, anche alle religioni ed ai “gruppi filosofici” secondo le rispettive specificità- la piena partecipazione alla vita pubblica, alla costruzione della “casa comune”.

Il libro di storia e di diritto. Per quale pubblico?

Per chi voglia approfondire un cammino ricco e affascinante, fatto di grandi traguardi, di ingegnosi e coraggiosi accomodamenti ma anche di battute d’arresto e salite affannose. La storia offre il contesto all’esperienza giuridica, alla decisione politica e determina l’angolo prospettico da cui guardare alla libertà religiosa. Quest’ultima, infatti, vive da sempre un movimento, per così dire, pendolare, ora esprimendo con più decisione una vocazione “personalistica”, di protezione pluralistica delle coscienze religiose individuali e collettive ora risentendo maggiormente, invece, di una impostazione più “statocentrica” e, dunque, funzionale alle esigenze – e alle paure – delle maggioranze rivelando, così, un volto preoccupato e spesso ripiegato. E’ proprio quest’ultimo volto che è emerso con più evidenza nell’ultimo decennio, segnato da un confronto con l’islam che tanto ha influito nel ridefinire il volto del diritto della libertà religiosa europea ed italiana e nel rimettere in discussione il cammino di concretizzazione del diritto di libertà religiosa così come delineato dal costituzionalismo del secondo dopoguerra.

Lei parla di paradigma cattolico, che cosa intende con questo concetto ‘L’Italia, è una Nazione-Stato più che uno Stato-Nazione’?

La coesione civile è stata affidata più alla condivisione di una cultura – e di una religione – comuni che al ruolo espressamente attribuito alle istituzioni politiche, ai circuiti classici della decisione politica. Si tratta di una realtà che ogni giorno risalta con evidenza. L’essere Nazione-Stato ha i suoi pregi (uno stato tendenzialmente “modesto” e non monopolista del dibattito sociale e delle identità civiche) ma anche i suoi limiti, in particolare quando le sfide del pluralismo esigono proprio dalla politica risposte chiare in ordine alla protezione ed alla concretizzazione dei diritti posti alla base del patto costituzionale. Il modello italiano di libertà religiosa, inoltre, si è costruito in relazione alla Chiesa cattolica e, dunque, confrontandosi con una presenza istituzionale del tutto peculiare. Ora, questo modello, di cui nel libro cerco di illustrare i caratteri di confessionalità, bilateralità e tendenza all’accomodamento gerarchico, deve armonizzarsi con un principio di laicità che, pur nato proprio dall’incontro tra Costituzione e cattolicesimo, viene declinato come principio giuridico quale garanzia di un pluralismo ad ampio spettro. Pluralismo la cui piena e necessaria metabolizzazione richiede coraggio non solo da parte delle pubbliche autorità ma anche della stessa Chiesa cattolica.

Le sfide del futuro. Pluralismo religioso e culturale. Quale libertà religiosa per il XXI secolo per dare compimento ad un percorso interrotto?

Il cammino si riprenderà riattribuendo al diritto di libertà religiosa la centralità che gli è stata assegnata dalla Costituzione e dalla Corte costituzionale nel momento in cui ha individuato proprio nella laicità un principio supremo dell’ordinamento costituzionale. Si tratta, innanzitutto, di riappropriarsi del significato “autentico” di una laicità costituzionale troppo spesso condizionata dai due “opposti estremi” della laicità “anticlericale” e della cosiddetta sana laicità. Rimettere al centro il diritto di libertà religiosa equivale, in realtà, in un’epoca così drammaticamente condizionata da gravi problematiche economiche, ricordarsi della centralità della persona, con le sue profonde esigenze identitarie che nell’età dei “diritti sostanziali” interpellano con urgenza tutta la società. Si tratta, dunque, di una libertà “costosa”, come tutti i diritti, ma il cui prezzo rappresenta una garanzia basilare di pace e convivenza civile. Continuare a dimenticarlo (quando il parlamento italiano si deciderà a dotare il nostro Paese di una legislazione organica in materia superando quel che resta della normativa sui “culti ammessi” del 1929-1930?) ha, in realtà, costi ancora più alti.

Islam: oltre il femminismo

Chi segue il blog in modo regolare sa che pubblico articoli lunghi solo se ritengo che ne valga la pena (in ogni caso parere personalissimo). Oggi, mentre navigavo su Sconfinare, il sito del giornale creato dagli studenti del SID (Scienze Internazionali e Diplomatiche) di Gorizia, mi sono imbattuto in questo bell’articolo di Elena Tuan sul ruolo moderno della donna nell’Islam.

stor_9937908_04410.jpg“C’è il femminismo, c’è l’Islam e c’è anche il femminismo islamico. Un movimento germogliato e influenzato sì dal pensiero di molti intellettuali e teorici, ma concretizzatosi spesso più semplicemente come manifestazione spontanea di protesta in seno alle disuguaglianze che ancora caratterizzano molte, sebbene diverse, realtà del mondo islamico. Tra le istanze che le femministe islamiche richiedono vi è l’uguaglianza di genere, la possibilità di partecipare alla riflessione teorica sui Libri Sacri della religione per dar vita a una vera e propria riforma di fondo del fiqh, la giurisprudenza islamica, metterne quindi in luce le interpretazioni maschiliste che hanno costretto per secoli la donna ad essere sottomessa all’uomo, all’interno della famiglia e della società. Dunque una discriminazione di genere che secondo molte attiviste, tra cui Fatima Mernissi, può essere ricondotta all’Islam, ma non al Corano.

Nella formulazione di tali rivendicazioni confluiscono componenti sia esterne che interne: esterne, come l’ispirazione che hanno fornito i movimenti europei ed occidentali in genere, che si sono battuti per ottenere maggiore giustizia, libertà, democrazia; interne, come la maggiore consapevolezza acquisita dalle donne e l’esigenza, proveniente per lo più dal ceto medio e più istruito, di rivendicare i propri diritti, tra cui anche quello di occupare un ruolo attivo all’interno della società. Spesso infatti la società islamica si propone come patriarcale e maschilista, conseguenza di una netta divisione sessuale del lavoro, secondo cui alla donna apparterrebbe il ruolo di moglie e madre, quindi il dovere di occuparsi della casa e della crescita dei propri figli; mentre all’uomo, responsabile invece del sostentamento economico della famiglia, spetterebbe la sfera della società, dell’azione e della parola. Interessante è il fatto che nella maggior parte dei casi sono le stesse femministe islamiche a rifiutare la definizione di “femministe”, sia perché forte è la volontà di mantenere e affermare con orgoglio la propria identità culturale e religiosa (si intende rispetto a quella occidentale), sia perché identificarsi come “femministe” può essere causa di fraintendimenti in ambienti in cui queste tematiche talvolta vengono ancora percepite come tentativi di soverchiare l’ordine e i valori della tradizione. Anche per questo motivo, diversi intellettuali e docenti, tra cui anche donne come Haideh Moghissi o Shahrzad Mojab, considerano l’espressione “femminismo islamico” un ossimoro e guardano con freddo disincanto a tale movimento, ai loro occhi una contraddizione che tenta di indossare una maschera che non gli appartiene né per cultura né per tradizione. Un modo, quello di definirsi islamico, per evitare la censura o, nei casi in cui l’Islam politico non ammetta pluralismo culturale, la soppressione.

Nonostante ciò, la determinazione e il coraggio con cui tali donne lottano per ottenere maggiore uguaglianza non perde vigore. La forza del femminismo islamico sembra essere scaturita in particolar modo nella seconda metà dello scorso secolo, quando il progetto islamista di tornare alla piena implementazione della shari’a, la legge sacra islamica, ha spinto molte donne all’attivismo. L’avvento dell’Islam politico, a partire dalla rivoluzione del 1979 in Iran, è stato il “casus belli” per le aspirazioni femministe, perché da un lato ha reso evidente la discrepanza tra i valori coranici e le politiche patriarcali effettuate in nome della religione islamica, dall’altro ha donato alle stesse donne il linguaggio e la legittimità di cui avevano bisogno per formulare domanda per maggiore uguaglianza attraverso un uso appropriato delle fonti.

E’ così che le donne hanno iniziato a sostenere la sostanziale differenza tra shari’a, legge divina e non soggetta ad alcun cambiamento, e fiqh, legge determinata storicamente dall’uomo, che non deve essere santificabile, ma passabile di correzioni e modifiche. Ad aggiungersi a ciò un’interpretazione/traduzione maschilista e patriarcale dei Testi Sacri, che spesso ha portato l’uomo a formulare ex novo certi hadith (detti e usanze che la tradizione riconduce al Profeta Muhammad), che avrebbero favorito il mantenimento dell’egemonia maschile e la subordinazione del genere femminile. Per l’anima teologica del femminismo islamico è quindi necessaria una reinterpretazione dei Testi Sacri per ottenere la definitiva separazione degli stessi dal patriarcato che per secoli ne ha mantenuto il monopolio.

Il femminismo islamico ha anche una seconda anima, quella movimentista, che spesso si concreta nell’adesione a ONG, associazioni, siti Internet che operano a diversi livelli per l’affermazione dei diritti femminili. Per citarne alcune:

  • Sisters in Islam, un’ organizzazione malese che opera a livello internazionale e che ha esordito ufficialmente nel 1990 con una campagna contro la poligamia, seguita da una contro la flagellazione, l’ottenimento di maggiore protezione e diritti per combattere la violenza esercitata sulle donne;

  • Musawah, Movimento globale per l’uguaglianza e la giustizia nella famiglia musulmana, punto di riferimento per le operatrici di settore a livello internazionale e interlocutore dell’ONU nel programma di accertamenti periodici volti a controllare che i Paesi firmatari del CEDAW, Convenzione per l’Eliminazione di ogni forma di Discriminazione contro le donne, adottata dal Consiglio delle Nazioni Unite nel 1979, rispettino la convenzione;

  • Kamarah, Donne musulmane avvocato per i diritti umani, che punta soprattutto alla necessità di informare in materia di diritto islamico le donne, garantendo loro la capacità di sviluppare con efficacia il loro discorso giuridico in seno alle comunità da cui provengono;

  • Akder, Organizzazione per i Diritti delle Donne contro la Discriminazione, nata nel 1999 per iniziativa di un gruppo di professioniste e studentesse turche cacciate rispettivamente dai propri posti di lavoro ed università perché avevano rifiutato di togliersi il velo, che opera facendo pressioni sui parlamentari per migliori condizioni legislative e riforme, assiste legalmente le vittime di violenza e preme sui consigli comunali per l’assegnazione di case protette per le donne vittime di abusi e per i loro figli. Secondo recenti statistiche infatti almeno una donna su tre in Turchia ha subito molestie sessuali o forme di violenza nel corso della propria vita.

Il fenomeno della globalizzazione e l’intensificazione dell’uso delle comunicazioni di massa ha contribuito all’aumento della cooperazione e del livello di coordinamento sia a livello locale che a livello internazionale tra le varie associazioni, che non raramente organizzano meeting e riunioni per eventuali aggiornamenti o ratifiche, o più semplicemente per valorizzare la diffusione e riaffermare quegli stessi valori di cui si fanno portatrici. Purtroppo, uno tra i più rilevanti problemi delle organizzazioni femministe islamiche sono i finanziamenti, che raramente provengono dagli Stati in cui tali movimenti hanno origine, ma piuttosto da organizzazioni, gruppi e privati di Stati occidentali. La Fondazione Studio e Ricerca delle Donne, una delle ONG più affermate in Iran, è ad esempio finanziata in parte dal Ministero dell’Istruzione ed è stata tra le prime a sponsorizzare la pubblicazione di uno studio del Corano in prospettiva femminile redatto da una donna; la sopra citata Kamarah può contare su invidiabili risorse umane e finanziarie, in minima parte riconducibili al mondo musulmano e per lo più appartenenti invece al mondo occidentale. Basti pensare che nella schiera dei suoi finanziatori si trova anche Bill Gates.

Grazie a una maggiore consapevolezza, un grado migliore d’istruzione, una conoscenza più approfondita dei Testi Sacri e grazie anche al proprio carisma, oggi sempre più donne islamiche si stanno conquistando il tanto agognato ruolo attivo all’interno della società. In ambito religioso possono essere istruttrici all’interno di moschee e madrasa, interpreti della parola islamica, lettrici di preghiere, capi di moschee femminili; in ambito sociale possono operare in centri e reti associative, reti televisive, giornali e riviste, svolgere le professioni di medico, avvocato, autista di taxi ed autobus, membro del Parlamento. Oggi il 30% delle cariche parlamentari in Iran è riservato alle donne, purtroppo non tutti i seggi vengono occupati perché vi è ancora diffidenza, anche da parte delle donne stesse, a votare le proprie compagne sia per il timore delle autorità al potere sia perché non è ancora considerato “normale” pensare alle donne in termini di rappresentanza politica ed istituzionale. Anche nell’ambito dello Sport molte donne hanno lottato per ottenere maggiori libertà e diritti, tra queste spicca maggiormente l’attivista Faezeh Hashemi Rafsanjani, che ha fondato nel 1991 la Federazione dei Paesi Islamici per la solidarietà femminile nello Sport. Tale associazione ha dotato le donne di maggiori libertà e ha permesso successivamente l’organizzazione di olimpiadi speciali per le sole atlete, un traguardo notevole se si considera che con l’affermarsi del fondamentalismo islamico alle donne fu vietato anche il semplice andare in bicicletta. Alcune attiviste però sostengono che i risultati raggiunti, anche se notevoli, non siano sufficienti, poiché se da una parte le donne stanno conquistando sempre più spazio e garanzie in ambito lavorativo, sociale e politico, dall’altra le leggi in tema di diritto di famiglia sono ancora troppo deboli e ciò che non cambia è la situazione di oppressione e sfavore che esse vivono all’interno della propria casa, dove a volte subiscono violenza fisica, stupro coniugale, o nel peggiore dei casi sono vittime del delitto d’onore, ancora molto diffuso. Vi sono Paesi come la Turchia, che già da un decennio ha provveduto a varare leggi in cui si afferma l’equiparazione tra i coniugi, l’uguaglianza di genere in termini legislativi, la criminalizzazione dello stupro coniugale e vi sono Paesi come l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi, in cui il codice di famiglia e la stessa shari’a continuano a essere interpretati alla lettera e in questo modo la discriminazione e la disuguaglianza di genere riaffermate e consolidate all’interno della società.

Come afferma German Martin Munoz, docente all’Università di Madrid, il mondo occidentale risulta riguardo queste tematiche particolarmente influenzabile ed influenzato dai massmedia, che hanno il ruolo non solo di fornire l’informazione su determinati fenomeni, fatti ed eventi, ma anche di perpetuare gli schemi culturali e gli stereotipi con cui questi vengono rappresentati. E’ così che ai nostri occhi spesso, o meglio, a prescindere, la società e la cultura araba vengono definite come immobili e conservatrici, determinate più dalla religione che dai cambiamenti sociali, economici, politici in atto. Al contrario la nostra società e la nostra cultura vengono considerate intrinsecamente buone e giuste, per questo migliori. Un atteggiamento, il nostro, riconducibile allo scheletro di un passato modernista e a un presente cosmopolita non privo di venature tendenzialmente etnocentriche. Sotto molti aspetti, non lo si può negare, la nostra società è più equa ed evoluta in numerosi ambiti, a partire da quello legislativo e politico, ma ciò non significa che le nostre democrazie siano sempre efficienti, che le nostre leggi vengano sempre rispettate, o che si sia raggiunta effettivamente l’uguaglianza di genere. Agli occhi di noi occidentali, immersi in una società secolarizzata dove i valori che vengono esaltati e rispettati sono spesso l’individualismo, la competizione, il successo, l’apparenza, appare probabilmente incomprensibile e arretrata una società in cui i valori più importanti sono quelli pronunciati e dettati dalla religione. Così il velo che indossano le musulmane per noi non è e non può essere simbolo della volontà di manifestare un’integrità culturale e religiosa riconducibile a una tradizione fortemente sentita e condivisa (può darsi anche imposta), ma solamente una limitazione ingiusta e un mancato raggiungimento dei diritti fondamentali dell’individuo. La donna velata è vittima del fondamentalismo, ma è anche vittima di un’incomprensione culturale occidentale che non accetta e non riconosce di poter compiere valutazioni errate. L’Occidente vede la donna islamica come uno strumento nelle mani degli uomini e della religione, priva delle proprie libertà e ancorata a degli schemi culturali discriminanti, tanto quanto vuole far finta di non vedere la “velina occidentale” come il proprio oggetto di desiderio e bellezza, ancorata purtroppo anch’essa a degli schemi culturali analogamente discriminanti.”

Versi come pallottole

Giovanni Ruggiero su Avvenire recensisce un libro e racconta la storia del suo autore, il poeta albanese Visar Zhiti.

“Un verso era la pallottola con cui il poeta sceglieva di suicidarsi. Così nell’Albania tetra di visar.jpgEnver Hoxha e dei suoi gulag dove morirono per i loro versi i giovani poeti insieme a tanti altri artisti e intellettuali. Inventarono con l’Articolo 55, famigerato, il reato di «Agitazione e propaganda contro il potere popolare» che portava diritto al carcere o davanti al plotone di esecuzione: il sacerdote poeta Vinçenc Prenushi morì in prigione con tanti altri, il grande Lasgush Poradeci condannato al silenzio, Trifon Xhagjika fucilato e tanti, ancora tanti dolori. Ma poteva soltanto per questo un poeta non cantare? Visar Zhiti non rinunciò al canto. Consapevole anche che la metafora non lo metteva al riparo: «Terrificante la sfinge crine di crepuscolo / nel deserto troneggia tetra». I versi furono portati in tribunale e letti dall’accusa come allegoria del tiranno. Il giovane Zhiti finirà in carcere dove continuò ad aggrapparsi alla poesia, la prostituta che mi denunciò ai poliziotti. Il poeta che patirà in miniere e in campi di lavoro per dieci anni fino al 1987, quando ottenne la libertà, è considerato in patria e all’estero, la voce più alta di tutta la moderna poesia albanese. Appena nel regime si aprirono le prime crepe, Visar Zhiti fuggì via da questo passato di dolore come fecero tanti giovani albanesi con le traversate disperate dell’Adriatico verso l’Occidente. Approdato in Italia collaborò nel 1992 ad Avvenire facendosi testimone della sofferenza del suo Paese per la dittatura atea che era stata imposta. Ma preferì poi tornare nella sua terra, quasi per un obbligo: quello di far sentire da qui la sua voce di poeta.

Questa voce la raccoglie adesso Confessione senza altari (Diana Edizioni, pagine 268, euro 10,00) che presenta per la prima volta anche la poesia composta da Zhiti in carcere in modo del tutto originale: non avendo carta su cui appuntare il canto, i versi venivano imparati a memoria dagli altri carcerati perché potessero tramandarli, se il poeta non fosse sopravvissuto. Sono versi forti, amari e dolenti ma senza nessuna vena d’odio. Il poeta non chiede vendetta: «La vita non basta per l’amore…/ terribile allora trovare tempo per l’odio». Con i suoi versi, Visar Zhiti attraversa tutte le fasi storiche dell’Albania contemporanea che hanno determinato vari generi letterari. C’è la «poesia del cassetto» che non poteva vedere la luce, pena il carcere o l’impiccagione; c’è la «poesia dal carcere», quella composta nella sofferenza e nella pena della restrizione fisica e morale e, infine, la «poesia sul carcere» scritta quando finalmente si è potuto assaporare la libertà. La raccolta proposta dall’editore napoletano in albanese e in italiano (con coraggio in un mercato che non legge poesia) presenta queste tre poetiche che si confondono perché sono identiche nell’essenza: tenere e dolenti. E resta unico Visar Zhiti. È il poeta tradito dalla poesia che non si duole mai per se stesso, ma per l’uomo che ha sofferto e per il suo simile che gli ha inferto la sofferenza. Non c’è nella sua poesia lo scontro tra un regime tiranno e il poeta. È qualcosa più terribile: è l’uomo contro l’uomo. Uno scontro che non si è mai sopito, antico come il mondo: «Aiuto chiedemmo al mondo: soldati, / pane, carri armati, medicine, libri. / Giunsero per salvarci, / da noi stessi». E ancora: «L’uomo / ben poco trovo nell’uomo. / Perciò mi rivolgo agli alberi, / imparo dal silenzio pieno di frutti». Oppure: «Uomini, / di nuovo potete andare. / Potete incontrare chiunque, / mai voi stessi».

Sposando il supplizio e le pene dell’altro, ma versando lacrime proprie, il messaggio poetico di Zhiti si universalizza e oltrepassa i confini geografici del dolore albanese. Il poeta è testimone della sofferenza dell’umanità, perché è questa che lo fa dolere più della sua vicenda personale. Consapevole di essere voce di altri che hanno subito mortificazioni analoghe, scrive: «Mi hanno condannato le divinità / a sentire il dolore dell’altro / perché molto di più…» L’uomo che ha paura dell’uomo che nel carcere non gli fu d’aiuto. Meno del cavallo, il solo che nel carcere si fece avanti al condannato «e salì in cima alla tragedia / e cadde in ginocchio davanti all’ucciso».

È quella di Zhiti una confessione laica (senza altari, come recita il titolo), ma i suoi versi – fa notare Elio Miracco che ha curato la traduzione – «sono attraversati da un inquieto sentimento di fede che trova nel simbolo della Croce il martirio di redenzione e si rivela in Cristo e in Madre Teresa». I chiodi della Croce nei suoi versi sono stelle, allegoria del cristiano. Zhiti non si presenta come l’ultimo condannato dolente di quel regime, ma come un cireneo dei giorni nostri che prende su di sé la croce di tutti.”

Statuine al bando

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Dal 1979, anno della rivoluzione khomeinista, l’Iran ci ha abituati a demonizzare le varie mode e tendenze provenienti dall’Occidente malato: la musica rock, la Barbie, i jeans, i Simpsons, Mc Donald’s… Ecco che ora si affaccia una novità che prendo da Andkronos: “Sono le statuette che rappresentano Buddha l’ultimo bersaglio della censura iraniana, che le ha messe al bando in quanto strumento di “invasione culturale” dall’estero. Il divieto di esporre rappresentazioni scultoree della figura sacra del buddhismo e il conseguente ordine di sequestro per quelle in vendita nei negozi del paese è arrivato dall’autorità per la salvaguardia del patrimonio culturale iraniano, come ha riportato il quotidiano locale ‘Arman’”. Aggiungo il fatto che la maggior parte delle volte le statuine non hanno valenza religiosa ma estetica, facendo da ornamento su mobili e nei giardini.

E si fa largo la deglobalizzazione

Prendo dal Corriere un lungo ma ricco articolo di Danilo Taino su globalizzazione e deglobalizzazione. A mio avviso è molto interessante per puntualizzare alcuni fenomeni che stiamo vivendo e sui quali non sempre abbiamo modo di fermarci a riflettere.

“Che la Storia non fosse finita lo abbiamo saputo l’11 settembre 2001. Ora possiamo globo.jpganche dire che nemmeno la Geografia è finita. Che il mondo non è «piatto» come sosteneva Thomas Friedman del «New York Times». Non solo i confini ci sono ancora: con la Grande Crisi sono diventati più difficili da valicare. La globalizzazione sta tornando indietro. Si è fermata nel 2007 e da allora ha iniziato una marcia a ritroso, non per le proteste dei sindacati, non per le manifestazioni No Global, non per il buon sapore del chilometro zero. Perché il vento che le gonfiava le vele ha cambiato direzione: nella finanza, nei commerci, nelle scelte delle aziende, ma anche nelle istituzioni, nella politica e, soprattutto, nelle idee che danno forma al mondo.

Per alcuni è un bene. Più probabilmente è un pericolo. Anche la prima globalizzazione si arrestò, e lo stop fu drammatico, cristallizzato nella Grande guerra e in quasi tre decenni di trincee, di morti e di odi nazionalisti. Non che debba finire così anche questa volta: un pianeta più chiuso, però, non promette bene.

La nostra Belle Époque è durata un quarto di secolo, forse una trentina d’anni. Anni selvaggi. Belli e spietati. Miliardi di persone sono uscite dall’indigenza: le Nazioni Unite dicono che nel 2015 sotto la linea di povertà ci saranno 920 milioni di persone, la metà che nel 1990, nonostante la popolazione del mondo sia passata dai 5,2 miliardi di allora agli oltre sette di oggi. La democrazia e la libertà hanno preso piede: i Paesi dove si vota sono 117 e l’organizzazione Freedom House calcola che nel 2012 le nazioni ad alto tasso di libertà sono state 90, contro le 44 del 1985. I viaggi si sono decuplicati. Internet ha messo in rete la Terra. La finanza e le banche globali hanno portato capitali in ogni angolo, e ciò ha fatto crescere decine di economie. La Cina, fino al 1978 del tutto chiusa, è diventata la fabbrica del mondo. L’India, nel 1990 ancora un’economia di piano in stile socialista, è il Paese emergente più giovane e con il futuro più brillante, se saprà affrontare le sue immense contraddizioni. E via così, in decine di luoghi, con il pianeta delle meraviglie.

Che naturalmente aveva anche una faccia oscura. In Occidente in quel quarto di secolo molte fabbriche hanno chiuso perché spostate dove il lavoro costa meno. Gli sweatshop del Terzo Mondo, popolati da donne e bambini sfruttati, si sono moltiplicati: anche la vergogna è diventata un fenomeno globale. Persino le malattie — ricordate la Sars? — prendevano l’aereo per spostarsi da un continente all’altro. La cultura era solo americana, uguale ovunque, senza sfumature. «Nonostante diverse culture, la gioventù della classe media di tutto il mondo sembra passare la propria vita come se fosse in un universo parallelo, scriveva nel 1999 Naomi Klein nel suo bestseller No Logo. Si svegliano al mattino, indossano i Levi’s e le Nike, afferrano i loro cappellini e i loro zaini e il Sony personal Cd e se ne vanno a scuola». Nonostante Apple abbia dato altro pane di riflessione alla signora Klein e l’i-Phone sia diventato l’oggetto di maggiore concupiscenza di massa del secolo, con la Grande Crisi questo mondo con tante luci e parecchie ombre si è fermato. Prima là dove la catastrofe è scoppiata, poi via via quasi ovunque.

Dopo il crollo della Lehman Brothers nell’autunno del 2008, gli Stati sono intervenuti per salvare e spesso nazionalizzare le banche, hanno imposto nuove regole alla loro espansione, hanno spinto, soprattutto in Europa, per limitare le attività degli istituti di credito dentro i confini domestici. Il risultato è che il modello di banche con una spinta globale è tramontato. Alla fine del 2011, i prestiti non nazionali delle banche sono crollati di 799 miliardi di dollari, 584 dei quali per la ritirata in casa di quelle europee. E la tendenza è continuata nel 2012. Il Fondo monetario internazionale ha calcolato che entro la fine di quest’anno gli istituti di credito della Ue potrebbero ridurre le loro attività di 2.600 miliardi di dollari (il 7 per cento del totale) e che un quarto di questa cifra potrebbe venire dal taglio dei prestiti fatti fuori dai confini di casa, in aggiunta alla vendita di titoli internazionali.

In parallelo, i due grandi collanti «fisici» della globalizzazione si sono fermati. Il commercio internazionale — che nei decenni passati cresceva a ritmi impressionanti, spesso sopra al 10 per cento l’anno, e trascinava la crescita del mondo — ha rallentato dopo una certa ripresa nel 2010. L’anno scorso l’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto) ha rivisto per due volte al ribasso le sue previsioni per il 2012: gli scambi mondiali non dovrebbero essere cresciuti più del 2-2,5 per cento; e il Cpb World Trade Monitor ha calcolato che nel dicembre scorso sono addirittura diminuiti, dello 0,5 per cento rispetto a novembre.

L’altro grande fenomeno dei decenni passati, il decentramento produttivo, non solo si è fermato, ma molte imprese americane e europee stanno riportando a casa le produzioni che avevano esportato nei Paesi emergenti. Un po’ perché si sono accorte che non sempre l’outsourcing è stato redditizio, un po’ perché i salari in Cina sono molto cresciuti e non sono più attraenti come quando l’onda dell’offshoring — dello spedire fabbriche e posti di lavoro nel Terzo Mondo — era il vangelo dei grandi manager, soprattutto americani, ma anche europei. Questo ritiro nazionale ha provocato la rottura della cosiddetta catena globale delle forniture, cioè di quella rete di aziende produttrici di beni intermedi che nei decenni scorsi aveva consentito il decollo di intere economie dei Paesi poveri.

La società di trasporti Dhl, che ogni anno produce un indice della connettività globale, ha calcolato che nel 2012 «il mondo è meno integrato che nel 2007»: i mercati dei capitali si sono frammentati; il commercio dei servizi è stagnante; la «connettività globale è anche più debole di quanto sia comunemente percepito»; «la distanza e i confini contano ancora», con le connessioni online che sono per lo più domestiche. Lo studio della Dhl sostiene che «i guadagni potenziali derivanti dall’incremento della connettività globale possono raggiungere miliardi di dollari»: ciò nonostante, l’opportunità non viene sfruttata.

L’indice di gradimento dei governi per la globalizzazione non è mai stato elevato, dal momento che essa erode il loro potere, rimasto nazionale. Nei tempi più recenti, spinti anche in questo caso dal dover fare qualcosa per affrontare la recessione, hanno accentuato la loro refrattarietà all’apertura e in più di un caso hanno imboccato strade protezioniste, per quanto camuffate. L’ultimo G7, due settimane fa, ha dovuto riunirsi per discutere di possibili guerre valutarie, intese come mezzi per abbassare il valore di una moneta allo scopo di favorire le esportazioni. Mercantilismo valutario, con germi da anni Trenta, insomma. I dibattiti sull’opportunità di reintrodurre vincoli ai movimenti di capitale in situazioni di crisi, d’altra parte, hanno riguadagnato quota anche nel dibattito accademico. Per riassumere le tendenze in corso nella finanza, ma non solo, l’economista britannico Howard Davies sostiene che il 2013 sarà un anno «decisivo per la deglobalization». In questa cornice, persino la democrazia arretra, come raccontano le strade repressive prese dalle rivoluzioni arabe: Freedom House calcola che nel 2012, per il settimo anno consecutivo, il numero di Paesi in cui l’indice della libertà è peggiorato supera il numero di quelli in cui è migliorato.

Non sorprende che, con queste tendenze così accentuate, anche sul piano delle idee l’internazionalismo non sia in forma. Le Nazioni Unite non solo deludono di fronte al massacro della Siria: non ispirano più e, anzi, la superburocrazia del Palazzo di Vetro deprime l’antica e nobile idea di governo mondiale. Dopo la crisi del debito, l’Unione Europea è vista, nel mondo, meno come modello di superamento delle frontiere e sempre più come aggregazione litigiosa e incapace di decidere. Il G7 si è ridotto a un ruolo marginale, ma anche il G20, che l’ha sostituito nel 2009, ha presto perso la sua capacità di dare risposte ai problemi del mondo. Persino la questione più globale che si dovrebbe affrontare, il cambiamento del clima, si trascina da vertice inutile a vertice inutile, segno dell’incapacità del mondo di accordarsi anche di fronte alle sfide più importanti.

La Wto — simbolo della globalizzazione nell’immaginario No Global fin dagli anni Novanta — da oltre dieci anni non riesce a portare a termine il Doha Round, la trattativa per liberalizzare ulteriormente il commercio mondiale che darebbe una spinta rilevante all’economia del mondo, a costo zero. L’idea stessa di multilateralismo — cioè di accordi generali aperti a tutti i Paesi su basi paritarie, pilastro della ripresa post-bellica — è in ritirata: la proposta di Obama, accettata con entusiasmo da molti leader europei, di aprire i negoziati per una zona transatlantica di libero scambio si muove in una logica bilaterale, tra Stati Uniti ed Europa, e rischia di provocare irritazioni e reazioni in altri Paesi, Cina in testa ma non solo.

L’anno scorso, l’analista geopolitico Robert Kaplan ha pubblicato un libro — The Revenge of Geography («La rivincita della geografia»), Random House — nel quale sosteneva la necessità di tornare a studiare i confini naturali, la loro influenza sulle culture e sulle politiche, le risorse del sottosuolo per capire le grandi scelte delle nazioni: mappe più rivelatrici delle dichiarazioni politiche, dei documenti top secret, delle ideologie — a suo parere. Perché — sosteneva citando Paul Bracken di Yale — la dimensione finita della Terra è una forza di instabilità. La globalizzazione, in altri termini, ha un limite nella tendenza espansiva delle nazioni, soprattutto degli imperi vecchi e nuovi: quando si raggiunge il punto in cui non è più possibile andare oltre con un grado di armonia che soddisfi tutti, perché la Terra è in qualche modo finita, si ritorna sui passi compiuti, riprendono i vecchi meccanismi che si possono sfogare solo sulla faccia del nostro pianeta.

Non siamo già arrivati al momento in cui la Terra è finita e non si può andare oltre. Sembra però sempre più difficile, nella Grande Crisi, mantenere quel livello di armonia e di apertura nel quale tutti hanno dei vantaggi, come negli anni d’oro della globalizzazione: l’ombra della somma zero — quel che guadagni tu lo perdo io — comincia a fare paura. Così, la vecchia, polverosa Geografia torna a misurare confini e distanze del nostro piccolo mondo.”

Un cinguettio non poi così forte

Un’intervista molto interessante condotta da Alessandro Zaccuri a Khaled Fouad Allam per Avvenire. Davvero il peso di internet nella primavera araba è stato così decisivo? Quale strada sta prendendo il processo democratico in Tunisia? Soprattutto, è vero processo democratico?

Twitter-revolution1.jpg“Dimenticatevi di Eminem. E anche di Jim Morrison, già che si siete. I giovani tunisini amano il rap, certo, ma nella sua versione araba questo genere musicale non esprime affatto la rabbia generazionale caratteristica del modello americano. Perfino il raī, frettolosamente salutato come versione mediterranea del rock politico, si colloca in realtà in una prospettiva prevalentemente locale e, di fatto, tradizionalista. Insomma, avere vent’anni a Parigi e a New York non è affatto uguale ad Avere vent’anni a Tunisi e al Cairo, come avverte fin dal titolo il nuovo saggio del sociologo Khaled Fouad Allam (Marsilio, pagine 208, euro 18). Libro documentatissimo e sorprendente, che colpisce per la lettura innovativa alla quale viene sottoposto il fenomeno delle cosiddette “Primavere arabe”. «Lo so, molto è stato scritto e pubblicato sull’argomento – ammette l’autore –, ma nel complesso si è trattato di analisi deludenti, che si limitavano ad amplificare il contenuto dei notiziari. Come se, per fare un esempio, la rivolta di piazza Tahrir nascesse lì, in quel momento. Per capire bisogna invece tornare indietro nel tempo, fino alla metà dell’Ottocento».

Bè, qualcosa si impara anche se ci si ferma agli anni Sessanta del secolo scorso, no?

«Si tratta di uno snodo decisivo. In quell’epoca i giovani dell’Occidente trovano una dimensione universale, coniando il linguaggio di una ribellione che riesce a infrangere i confini nazionali. Più ancora del Sessantotto francese, è la guerra in Vietnam a dare slancio a questa controcultura il cui eco (parlo per esperienza personale) arriva fin nelle università algerine dell’epoca».

Con quali risultati?

«Molto modesti, perché noi giovani arabi, allora, avevamo un’altra guerra a cui pensare, quella israelo-palestinese. A confronto del Vietnam, ci sembrava un conflitto minore, su scala regionale, forse addirittura etnico. Incapace, come si è dimostrato in seguito, di suscitare una controcultura degna di questo nome. Il fenomeno si sta ripetendo oggi: i ragazzi che si sono ribellati in Tunisia, in Egitto e altrove vivono in una condizione di solitudine, hanno l’impressione di non essere capiti dall’altra parte del Mediterraneo, figuriamoci se possono sperare di far arrivare la loro voce al di là dell’Atlantico».

L’opinione pubblica internazionale è davvero così distratta?

«Lo è senza dubbio quella italiana. Trovo molto grave l’insensibilità che circonda i giovani arabi che già vivono in questo Paese e che, presto o tardi, chiederanno cittadinanza. Non ci si può accontentare di un dialogo impostato solo su basi teoriche, occorre spostarsi sul piano delle scelte sociali e culturali per portare alla luce un disagio che, ora come ora, è invisibile, nascosto. A incontrarli per strada, i maghrebini sembrano uguali agli altri ragazzi: indossano i jeans, amano i videogiochi. Non viene mai considerato, purtroppo, il differenziale storico che incombe su di loro».

Eppure per le Primavere è stato fondamentale l’apporto di Internet…

«Solo se ci atteniamo alla versione corrente, che non condivido affatto. In questa fase il web non produce pensiero, si colloca nella dimensione temporale dell’immediatezza e della dilatazione, alla quale è estranea qualsiasi possibilità di sedimentazione e approfondimento. È anche per questo che nei Paesi arabi la rivolta non riesce a generare nuovi leader. Non escludo che, da qui a qualche decennio, anche la Rete sviluppi una sua profondità culturale, ma in questo frangente mi pare che la comunicazione digitale, con la sua vicinanza illusoria, continui a sancire una distanza incolmabile. Quel che manca è una riflessione sul tempo, anzi su quel “tempo nel tempo” che è il vero luogo della crescita personale».

Come mai nel libro lei torna così spesso sulla questione femminile nel mondo arabo?

«Dal mio punto di vista è il problema centrale, il crocevia di tutte le differenze che rischiano altrimenti di essere sacrificate a un’applicazione soltanto formale del concetto di democrazia. Ho voluto che, in appendice al saggio, figurasse la prima traduzione in lingua occidentale della bozza di Costituzione dello Stato del Califfato elaborata dai salafiti tunisini. Un documento impressionante che, sotto la parvenza esteriore di una Carta simile a quelle occidentali, non fa altro che sottolineare per pagine e pagine lo stesso concetto: la democrazia araba è qualcosa che si applica esclusivamente agli arabi, purché islamici e maschi. Già adesso in Egitto una donna non può accedere alla magistratura, perché altrimenti si troverebbe a emettere sentenze su imputati uomini. In quanto lingua della rivelazione, poi, l’arabo può essere insegnato solo dai musulmani».

Che pericolo vede in tutto questo?

«Nei mesi scorsi abbiamo assistito a un primo cortocircuito, per cui alle Primavere arabe ha fatto seguito l’affermazione elettorale dei fondamentalisti. Il passaggio ulteriore potrebbe consistere nella crescita esponenziale di gruppi ultraradicali, prigionieri di un passato mitico, che esiste unicamente nella loro fantasia. Il grande Islam medievale è stato tutt’altro: una stagione in cui il rispetto delle differenze e delle minoranze ha portato al costituirsi di un pensiero filosofico libero e originale».”

Svezia e omosessualità

Qualcuno forse sta seguendo l’ampia discussione che si sta tenendo in Francia sul matrimonio omosessuale. Qui c’è un articolo di Anne-Françoise Hivert, tradotto da Andrea De Ritis su come è stata affrontata la questione in Svezia, compresa quella dei figli all’interno di una coppia omosessuale. Magari lo riprenderemo in classe, soprattutto nelle classi che andranno Bruxelles… L’articolo originale è di Libération, la traduzione l’ho presa da Presseurop.

“Quel giorno le campane della chiesa del villaggio di Dalby, nel sud della Svezia, hanno suonato a festa solo per loro. Anna e Christina Roeser si sono incontrate nel 2005 e qualche mese dopo sono andate a vivere insieme. Anna è animatrice in un asilo nido, Christina studia teologia. Entrambe sognavano di fondare una famiglia. Per avere il diritto alla procreazione assistita dovevano registrare la loro relazione. Volevano un grande matrimonio in chiesa, ma si sono rassegnate. La cerimonia si è svolta in tribunale nel 2007. “Il giudice ci ha ricevute durante una pausa nel corso di un processo per corruzione”, racconta Anna. All’epoca la chiesa luterana evangelica alla quale appartengono, come il 70 per cento dei svedesi, rifletteva sulla possibilità di aprire al matrimonio delle coppie omosessuali. “Sapevamo che un giorno questo sarebbe stato possibile, ma non sapevamo quando”, spiega Christina. Così, invece di chiedere la benedizione religiosa della loro relazione, le due donne hanno deciso di aspettare di potersi sposare. Il primo aprile 2009 i deputati hanno votato una legge che autorizza il matrimonio “sessualmente neutro”. Sei mesi dopo la Chiesa di Svezia, separata dallo stato nel 2000, ha fatto lo stesso, diventando la prima chiesa maggioritaria al mondo a sposare coppie dello stesso sesso. Per i cristiani omosessuali, che si battono in Svezia da più di 30 anni, è stata una grande vittoria. Per le due donne, una decisione logica. Non hanno mai dovuto difendere i loro orientamenti sessuali davanti ai parenti o colleghi. In ottobre sono diventate madri di due gemelle, Theia e Esther, che hanno battezzato di recente. Anna, 37 anni, è la madre biologica. “In Svezia una cosa del genere non è considerata strana”. Così come il matrimonio in chiesa, celebrato nell’agosto 2010. “Per me era molto importante che il nostro amore fosse benedetto da dio”, confida Christina, 28 anni, che è stata ordinata prete un anno prima.

Ma in Svezia la decisione di sposare coppie omosessuali non ha ottenuto solo giudizi favorevoli. Diversi vescovi avrebbero preferito che la chiesa luterana rinunciasse al suo diritto di celebrare i matrimoni piuttosto che pronunciarsi sul testo della legge adottato dal parlamento. Tuttavia i membri del sinodo, composto da 250 rappresentanti eletti nelle parrocchie, hanno rifiutato questa soluzione. E il 22 ottobre 2009 il 70 per cento si è pronunciato a favore del matrimonio per tutti. In seguito l’interesse per la questione è scemato, dice l’arcivescovo Anders Wejryd di Uppsala, cuore della chiesa luterana svedese. Nulla a che vedere con le polemiche suscitate nel 1958 in seguito alla decisione di ordinare donne prete. Alcuni religiosi sono andati via sbattendo la porta, ma si tratta di una minoranza. In ogni caso il numero di matrimoni di coppie omosessuali non è enorme: fra il 2010 e il 2011 solo 350 coppie omosessuali si sono sposate in chiesa, rispetto alle quasi 40mila coppie eterosessuali.

Nel luglio 2009 due vescovi anglicani hanno rivolto una lettera all’arcivescovo di Svezia per metterlo in guardia: la decisione della chiesa svedese “rischia di nuocere alla nostra comunità”. La chiesa ortodossa russa ha già interrotto i rapporti nel 2005, in reazione alla benedizione delle relazioni civili. All’epoca in Svezia più di 800 preti avevano firmato una petizione denunciando una decisione che ritenevano “in conflitto con l’ordine della vita di coppia e con il matrimonio, che dio attraverso la sua parola ci ha rivelato e che si definisce come una relazione fra un uomo e una donna”. Nel 1985 i vescovi svedesi raccomandavano l’astinenza ai cristiani omosessuali. Ci sono volute tre inchieste supplementari e decine di rapporti per far cambiare la situazione. A Stoccolma nell’estate 1980 il prete Ludvig Jönsson aveva detto una messa nella sua chiesa per celebrare la fine del gay pride. “Ovunque appare l’amore, un miracolo si produce”, aveva affermato questo sacerdote. Parole che ripete ancora oggi. Eva Brunne (nella foto), 58 anni, rende omaggio a lui e ai Brunne.jpgsuoi predecessori. Nel 2009 questa donna è stata eletta vescovo di Stoccolma. La notizia ha fatto il giro del mondo. La donna assicura che il suo orientamento sessuale, o il fatto che abbia cresciuto un figlio con una donna, non è mai stato discusso durante la sua nomina. La chiesa di Svezia è in anticipo rispetto ai suoi tempi? “Penso soprattutto che il fatto di essere una chiesa riformata ci permetta di evolvere in sintonia con le trasformazioni della nostra società”, osserva Eva Brunne. A Uppsala un’altra donna prete e lesbica approva. Per la chiesa luterana evangelica, spiega Anna-Karin Hammar, 61 anni, “l’esperienza ha la stessa importanza della tradizione”. La donna è convinta che “se San Paolo vivesse oggi e sapesse quello che noi sappiamo, sarebbe favorevole al matrimonio di coppie dello stesso sesso”. Proveniente da quattro generazioni di preti, Anna-Karin Hammar ha fatto scandalo nel 2006 presentando la sua candidatura alla successione di suo fratello, l’arcivescovo K.G. Hammar. “Nessuna altra donna si era fatta avanti”. Una pioniera? Nel 2001 con la sua compagna Ninna Edgardh, 57 ani, teologa e madre di due figli, hanno invitato 70 fra parenti e amici nella cattedrale di Uppsala per la benedizione della loro relazione, celebrata da un’amica vescovo, quattro anni prima che la chiesa autorizzasse ufficialmente questo genere di cerimonie.

Per gli omosessuali cattolici francesi, il presidente di Ekho, Gunnar Beckström, profondo conoscitore delle tecniche di lobbying, ha un consiglio: “Che si alzino in piedi e dicano chiaramente che non vogliono più essere oppressi”. Perché il papa ha torto: “Deve cominciare a leggere i testi correttamente e interessarsi allo studio recente della Bibbia”. E ribadisce con energia: “L’omosessualità non è una malattia. Opprimere gli omosessuali non è la volontà di dio”.

La gioia di buddhisti e induisti

Prendo dal Corriere della Sera un interessante articolo di Fabrizio Caccia: offre molti spunti di riflessione e discussione. Argomento? Dal 1 febbraio entrano in vigore le intese dello stato italiano con l’Unione Buddhista e con l’Unione Induista.

“C’è fermento tra i cinesi buddisti di Roma: la Grande Pagoda di via dell’Omo – b0595e9abe.jpgseminascosta tra i magazzini di scarpe e vestiti, vicino al Raccordo Anulare – finalmente è pronta, il 31 marzo verrà inaugurata, ma grazie all’intesa tra lo Stato Italiano e l’Unione Buddista, che entrerà in vigore tra due giorni, il tempio sarà riconosciuto da subito «luogo di culto». E non sarà il solo. Venerdì primo febbraio, data storica. «Celebreremo la vittoria della laicità dello Stato, il trionfo della democrazia», annuncia soddisfatto l’avvocato Franco Di Maria, presidente dell’Unione Induista Italiana, che già pensa in grande: «Capito il significato? Potrà nascere una tv induista in Italia, potremo costruire templi, aprire scuole e università teologiche – dice l’avvocato Di Maria, un goriziano che si convertì all’induismo 30 anni fa – Quest’intesa rappresenta un vero aiuto all’integrazione». Per buddisti e induisti d’Italia – tra i primi Sabina Guzzanti e Roberto Baggio, tra i secondi il chitarrista Paolo Tofani – in effetti, rappresenta un gran giorno. Dopo un lungo iter più volte interrotto, l’11 dicembre scorso il Parlamento ha approvato in via definitiva le intese con Ubi e Uii. Mai, finora, il Parlamento italiano aveva approvato accordi con confessioni non cristiane, con l’eccezione, nel 1989, delle Comunità ebraiche e, nel luglio scorso, con i Mormoni. Una scelta compiuta, dunque, nel rispetto del principio sancito dall’articolo 8 della Costituzione, quello che garantisce la libertà di tutte le religioni, purché i loro statuti non entrino in contrasto con l’ordinamento giuridico italiano.

L’intesa che entra in vigore il primo febbraio comporterà il riconoscimento per i ministri di culto, i luoghi e le festività religiose. E non solo: il diritto a scegliere procedure particolari per la sepoltura e ad avere aree riservate nei cimiteri. Ma soprattutto la possibilità di accedere all’8 per mille del gettito fiscale come le altre religioni riconosciute, la cattolica, la valdese, l’ebraica. «Il nostro obiettivo, però, non sarà affatto quello di riempirci le tasche con l’8 per mille e la suddivisione dei resti, che comunque ci verranno elargiti solo a partire dal 2016 – chiarisce Maria Angela Falà, vicepresidente dell’Unione Buddista Italiana – Quello che ci interessa realmente è che i nostri monaci, in quanto riconosciuti ministri di culto, potranno finalmente assistere spiritualmente i fedeli negli ospedali, nelle case di riposo o in carcere. E le salme dei nostri cari potranno ricevere, ove possibile, il trattamento previsto dalla nostra religione. Sono diritti importantissimi, che per la prima volta ci vediamo assegnati».

Novità in vista, dunque, per tanta gente. Perché le comunità buddista e induista sono una realtà in crescita nel nostro Paese e non solo per effetto dei flussi migratori. I praticanti buddisti italiani sono 80 mila, a questi se ne aggiungono altri 20 mila più saltuari, oltre ai circa 30 mila «nativi» provenienti dall’Asia. E gli induisti in Italia sono più di 135 mila: oltre 119 mila immigrati (dati Caritas) ai quali vanno aggiunti circa 15 mila italiani convertiti. «Cosa cambierà? La nostra festa Vesak, per esempio, l’ultimo weekend di maggio, riconosciuta festa religiosa dalle Nazioni Unite fin dal 2000, ora avrà lo stesso valore anche qui», dice la vicepresidente dell’Unione Buddhista, Maria Angela Falà. «E così pure la nostra Festa della Luce, che arriva con la Luna Nuova di autunno, tra ottobre e novembre, varrà finalmente come festività sul calendario. Perciò, gli operai e gli impiegati di religione induista non dovranno più chiedere il permesso ai loro capi per partecipare», ribadisce il presidente dell’Uii, Di Maria.

C’è grande eccitazione, adesso, nei vari centri buddisti sparsi per la penisola: le comunità sono in festa ad Arcidosso (dove sorge «Merigar», il piccolo Tibet ai piedi dell’Amiata, sede ogni anno di affollati raduni) come a Pomaia, nel pisano, il centro che fa capo al Dalai Lama, dove medita abitualmente il presidente dell’Ubi, Raffaello Longo. E insieme ci si prepara degnamente al Losar, l’inizio del nuovo anno, l’11 febbraio prossimo. Ma attesa e felicità sono sentimenti riscontrabili in queste ore anche ad Altare, nel savonese, dove sorge il primo tempio induista costruito in Italia, nonché uno dei più grandi d’Europa, dedicato alla «Divina Madre Sri Lalita Tripura Sundari» dal monaco Svami Yogananda Giri, al secolo Paolo Valle, uno dei firmatari del patto storico di Montecitorio. «E buona strada a tutti», come dicono loro.”

Quel silenzio rumoroso

Chissà se, ora che lo dice Google Maps, la cosa sarà di maggior rilievo? Prendo da Rainews24

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“Era il buco nero, anzi bianco, di google Maps. Ma ora, poco a poco, anche la Corea del Nord appare con le sue strade, le linee ferroviarie, i parchi e i ristoranti di Pyongyang. Dopo il recente e discusso viaggio nella capitale nordcoreana del suo numero uno, Eric Schmidt, Google ha pubblicato una mappa relativamente dettagliata della Corea del Nord, grazie a ‘Map Maker’ e ai dati forniti dagli utenti e poi controllati in un processo simile a quello di Wikipedia. Grazie a una “community di cittadini cartografi”, che hanno lavorato dalla Corea del Sud, si rompe per la prima volta il muro che ha isolato per decenni il Paese dal web e dal resto del mondo.

Google Maps offre una mappa dettagliata di Pyongyang, con tanto di ospedali, fermate della metropolitana e scuole. Man mano che ci si allontana dalla capitale, le informazioni si diradano, ma si intuiscono altre cittadine, piccoli villaggi, e alcune aree grigie che molti analisti identificano come i famigerati campi di rieducazione del regime.

Un blogger americano che da anni aggrega informazioni e analisi economiche sulla Corea del Nord, Curtis Melvin, venerdì scorso ha messo in evidenza alcune immagini satellitari di Google Earth che grazie allo zoom descrivono un’area immensa interessata da alcuni cantieri. Forse, un nuovo campo di prigionia, anzi “di custodia”, come li chiamano in Corea del Nord, vicino ai Campi 14 e 18, non lontani dalla città di Kaechon. Nessuno sa quante persone attualmente vivano nei sei campi presenti in Corea del Nord: le autorità, anzi, hanno sempre negato l’esistenza stessa di centri molto vicini, per caratteristiche, ai campi di concentramento conosciuti dall’Europa: in alcuni si pensa vivano fra le 100 e le 200mila persone. Non solo criminali comuni, avvertono le organizzazioni non governative che da anni cercano di battersi per il rispetto dei diritti umani nel Paese: centinaia di oppositori politici, artisti, intellettuali, dissidenti e intere famiglie che hanno tentato la fuga in Corea del Sud vivono in questi gulag sui quali da oggi possono interrogarsi miliardi di utenti di Google Maps. Secondo un recente repporto, il 40% dei prigionieri muore per le pessime condizioni igieniche e per i cibi avariati, vittima di torture da parte delle guardie. Segnalati anche molteplici casi di violenze a sfondo sessuale. I prigionieri vengono obbligati a lavorare anche 16 ore al giorno.

“L’elevata risoluzione delle immagini satellitari ora disponibili attraverso Google Earth consente agli ex prigionieri di identificare la loro caserma e le case, i loro centri di detenzione e altri luoghi di interesse nei campi”, è l’auspicio di uno dei responsabili delle Nazioni Unite che si occupa del fenomeno. “Il regime nord coreano nasconde e distorce la dura realtà di un sistema spietato, la politica dei campi di prigionia non è più un’opzione praticabile”, ha dichiarato Greg Scarlatoiu. “Con il monitoraggio costante delle immagini satellitari, siamo in grado di controllare questi campi, anche se non ci giunge da essi nessuna voce”.”

Per concludere, forse…

392BED3157B3637FD53DB36868FFF7.jpgAll’inizio di quest’anno scolastico abbiamo parlato in classe, approfondendola da più punti di vista, della situazione calda creatasi in molti paesi islamisti in seguito alla diffusione in rete di un film anti-islamico. Ecco che oggi è arrivata la sentenza della Corte d’Assise del Cairo, che ha condannato a morte sette cittadini egiziani copti residenti negli Usa per il coinvolgimento nel film “L’innocenza di Maometto”. La Corte ha condannato a cinque anni il reverendo Usa Terry Jones. L’accusa è di oltraggio all’Islam e di minaccia all’unità nazionale. Fra di loro anche Nikolas Bassili, autore della film.

Le lacrime di Timbuctu

Pubblico la prima parte di un articolo di Rainews24 pensando a quanti danni possono causare le religioni che diventano assolutismi radicali e ideologie cieche e univoche.

“Non sono valsi a nulla gli appelli agli jihadisti che occupavano Timbuctu affinché non 4d9e35e3-896d-4d87-89b9-f25493f70635.jpgscatenassero la loro rabbia per l’imminente sconfitta contro il patrimonio culturale e storico della ‘porta del Sahara’: prima di lasciare la città – leggenda – da oggi ormai completamente controllata da francesi e maliani – hanno bruciato un edificio che custodiva migliaia di rari manoscritti, andati irrimediabilmente distrutti.

Un atto di violenza gratuita che era però era temuto, perché proprio a Timbuctu gli jihadisti hanno dato prova di volere cancellare quello che per loro è un modo errato di onorare Allah e le parole del Profeta. Da quando conquistarono la città, hanno fatto a pezzi le molte statue di Alfarouk, il mitico angelo protettore della città, e poi gran parte dei mausolei di sabbia e legno che ornavano, come pietre preziose, la città per ricordare i suoi “333 santi”, come vengono chiamati religiosi e studiosi musulmani che scelsero per i loro ultimi giorni questo avamposto della cultura e dell’Islam più tollerante.

Timbuctu è stata da sempre una città votata alla cultura (nel Sedicesimo secolo ospitava 2500 studenti che oggi potremmo definire universitari, su una popolazione di 100 mila persone) e la raccolta e la cura dei manoscritti antichi è stato il tratto comune alle famiglie più abbienti, che per generazioni li hanno acquistati e custoditi gelosamente. Ed il paradosso è che ad andare bruciati, nell’incendio appiccato dagli jihadisti, sono stati quei manoscritti ceduti da alcune delle famiglie al centro Ahmed-Baba per essere esposti e studiati. Manoscritti non solo di carattere religioso, ma anche scientifico (molti i trattati di astronomia) in lingua araba, ma anche songhai e tamasheq…

In rete di diritto

Internet come un diritto la cui lesione va risarcita. Internet che in Friuli c’è e non c’è, in alcuni luoghi svolazza in altri brancola nelle sabbie mobili di strutture che invidiano il tram di Opicina… Friuli che vorrebbe dirsi all’avanguardia di un’Italietta… tecnologicamente e generalmente parlando… L’articolo qui sotto è preso da La stampa, che a sua volta ha come fonte The Verge.

internet-lento_b_97373.jpg“Anche la Germania ha decretato che i consumatori hanno il diritto a essere risarciti quando la loro connessione Internet viene interrotta. Un giudice della corte di giustizia federale tedesca di Karlsruhe ha sentenziato ieri che Internet è una parte essenziale della vita. La sentenza è arrivata in risposta a un cittadino che ha fatto causa al suo fornitore Internet perché la sua connessione è stata interrotta per due mesi tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. Secondo il giudice, il valore di Internet è come quello di un’auto: “Internet ha un ruolo molto importante oggi e influisce sulla vita privata di un individuo in maniera decisiva, perderne l’uso è paragonabile alla perdita dell’uso della propria auto”. Verdetti simili sono già state emesse da tribunali in Francia (nel 2009 l’accesso a Internet è stato decretato “un diritto umano”, bocciando la controversa legge anti-pirateria “Hadopi” che toglieva la connessione a chi scaricava contenuti protetti da copyright) e in Finlandia (subito dopo, quando il ministero dei trasporti e delle telecomunicazioni ha annunciato il piano di fornire a tutti i cittadini 100Mb di connessione a banda larga entro il 2015, perchè “un diritto legale”): adesso ci è arrivata la Germania. A quando l’Italia?”

Equilibri sottili

In diverse classi parliamo del rapporto tra Europa e religioni. Aggiungiamo un altro tassello per la discussione: è un articolo di Riccardo Noury di Amnesty, preso da Le persone e la dignità.

“Lunedì scorso la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che la compagnia aerea Nadia.jpgBritish Airways ha avuto un comportamento discriminatorio a causa della fede religiosa di una sua impiegata, stabilendo un risarcimento di 32.000 euro. La vicenda è quella di Nadia Eweida, una cristiana copta, che si era rivolta all’organo di giustizia europeo contestando l’obbligo, imposto dalla British Airways, di togliersi un crocifisso dal collo. Nel 2006 la donna, addetta al check-in, si era rifiutata di rispettare il codice di abbigliamento della compagnia aerea che prevedeva l’assenza di ornamenti intorno al collo ed era stata licenziata. Un anno dopo il codice era stato modificato e Nadia Eweida era stata reintegrata. Ma, nel frattempo, il suo ricorso era partito.

Richiamando l’articolo 9 della Convenzione europea dei diritti umani e delle libertà fondamentali, la Corte europea ha ribadito che indossare simboli religiosi è una parte importante del diritto alla libertà di religione e alla libertà di espressione. Amnesty International, in una nota, ha auspicato che questa sentenza possa contribuire a contrastare la discriminazione nell’impiego nei confronti di fedeli di ogni religione. Sono molti, infatti, i casi simili a quello di Nadia Eweida in molti paesi europei. Divieti o limitazioni relativi a simboli religiosi o culturali, così come a capi d’abbigliamento, soprattutto nei confronti di fedeli musulmani, sono stati imposti da datori di lavoro privati con la scusa che non erano necessari ai fini dello svolgimento dell’opera professionale richiesta. Non è che ognuno possa fare completamente come gli pare, sia chiaro. Vi sono casi in cui i datori di lavoro possono applicare regolamenti restrittivi per un obiettivo legittimo, nella misura in cui tali restrizioni siano necessarie e proporzionali all’obiettivo.

Nella stessa sentenza, la Corte europea dei diritti umani ha respinto il ricorso di altre persone di fede cristiana. In particolare, quelli di Lilian Ladele e di Gary McFarlane, i quali per motivi religiosi avevano, rispettivamente, rifiutato di registrare matrimoni civili omosessuali e di fornire consulenza a coppie omosessuali. Un terzo ricorso respinto riguardava un’infermiera che era stata obbligata a togliersi un crocifisso dal collo in quanto avrebbe potuto ferire i suoi pazienti. La Corte, in questi casi, ha rilevato che i ricorrenti avevano rifiutato di svolgere attività che erano essenziali nel contesto della loro professione. In sintesi, ci dice la sentenza, il diritto alla libertà di religione o di credo dev’essere protetto dalla discriminazione ma può essere limitato allo scopo di proteggere i diritti di altre persone. Un equilibrio sottile, ma indispensabile da mantenere e rispettare.”

Le sue mani erano le mie

La prima volta che ho sentito parlare di Simona Atzori è stato quando a casa mi è arrivato il numero 13 della rivista di filosofia Diogene Magazine: era il febbraio 2009. Ieri sul sito del Corriere ho trovato questo suo articolo, scritto a pochi giorni dalla perdita della madre, avvenuta la vigilia di Natale. E’ una storia che sento molto vicina e che mi ha mosso alle lacrime.

«Le sue braccia sono rimaste in cielo e nessuno ha fatto tragedie» ha scritto il grande e caro amico Candido Cannavò, cogliendo in una semplice frase il senso più grande della mia vita. Sono nata così, senza le braccia, da due genitori straordinari che mi hanno accolto senza tragedie, ma con tanto amore e positività. Siamo cresciuti insieme, creandoci un mondo che rispecchiava la nostra prospettiva, con le mie «mani in basso» e con la voglia di trovare il nostro posto in questo mondo, che a volte fa fatica ad accorgersi di quanto sia bello e prezioso il fatto che tutti noi siamo diversi.

simona atzori 2.jpgDue braccia che all’apparenza non ci sono, ma che diventano 4, poi 8, poi mille e poi infinite perché hanno il desiderio di accogliere tutte le braccia che hanno voglia di donarmi il loro amore e il loro aiuto. Non so esattamente cosa abbia provato la mia mamma la prima volta in cui mi ha tenuta tra le sue braccia, ma so con certezza che da quell’istante lei mi ha scelta per la seconda volta come sua figlia, per donarmi tutto il suo amore e farmi crescere con serenità.

«Vivi la tua vita con serenità, come ho sempre fatto io», mi ha detto un giorno la mia mamma. Parole preziose che mi accompagnano ogni giorno e che ora hanno acquistato un senso ancora più grande. Insieme a lei sono cresciuta e ho sognato, credendoci così tanto e impegnandomi in ogni momento della mia vita, ma sempre con lei al mio fianco. Quando ci dicevano che non potevo fare qualcosa, io la guardavo e lei mi sorrideva dolcemente e mi diceva «sì» con la testa e non mi serviva altro. Sono diventata una pittrice e una danzatrice insieme e anche grazie a lei, perché non ci siamo mai arrese.

Il 24 dicembre la mia mamma ha concluso il suo viaggio in questa vita. Quando le persone lasciano la terra alla vigilia di Natale si dice che stiano accompagnando la Vergine nella nascita di suo figlio. Il pensiero che lei non abbia smesso di essere madre mi ha dato quel senso di serenità che lei mi aveva augurato. Però non basta, il dolore che si prova quando si perde la propria mamma è qualcosa che non si può spiegare e nemmeno immaginare prima. Ora ho due braccia in meno. Lei mi ha tenuto stretta tra le sue braccia il giorno in cui sono venuta al mondo ed io le ho tenuto la mano nel suo ultimo respiro. La sensazione di solitudine che mi pervade è immensa, in alcuni momenti è dolorosa anche fisicamente. Molti dei miei gesti quotidiani erano fatti insieme a lei. Le sue mani erano davvero anche le mie nel modo più spontaneo e sincero possibile. Una sensazione che solo una mamma può provare quando il proprio bambino è piccolo, ma una sensazione che le mamme che hanno un figlio con delle necessità particolari provano tutti i giorni, anche quando i propri figli non sono più bambini. Ora questi gesti mancano come l’aria che respiro e assumono un significato diverso. Ho avuto sei mesi di tempo per abituarmi a questa mancanza, da quando questa malattia ha reso il suo corpo così debole. Sono stati mesi che sono serviti a lei per vedere che potevo farcela e che potevo volare, come lei mi diceva sempre. «Tu devi volare…», ci ha creduto sempre, in ogni istante della sua vita, anche quando aveva tutti contro. Non si è mai arresa e ha lottato insieme a me perché gli altri potessero vedere quante cose la sua bambina sapeva e poteva fare. Ha lottato fino alla fine nel modo più dignitoso e straordinario possibile. Amava la vita e non si poteva arrendere dopo averci creduto così tanto. Il suo corpo non ce l’ha fatta, ma il suo spirito è ancora vivo. È vivo dentro me e tutte le persone che l’hanno amata e apprezzata come donna, moglie, madre, nonna e amica.

Sapevo che ci sarebbe stato un «dopo di lei», ma non lo immaginavo, non così presto e non dopo tanta sofferenza. E ora questo momento è arrivato, non è più un «dopo» ma un «adesso». Sento che mi ha lasciato tutti gli strumenti necessari per vivere e volare come voleva lei, come mi ha insegnato lei e lo devo fare proprio senza di lei. Non so ancora come farò, ma so che lo devo fare anche per lei. In questi anni di attività artistica sono spesso venuta in contatto con realtà impegnate nel realizzare progetti e servizi per garantire un futuro sereno alle persone con disabilità e ai loro familiari. Progetti importantissimi e fondamentali per molte famiglie che altrimenti non saprebbero come fare. È già difficile per un figlio sopravvivere alla morte di un genitore, poi per un figlio che ha vissuto tutta la vita con l’aiuto amorevole e spontaneo dei suoi genitori, trovarsi senza è come morire. Chissà quante volte la mia mamma avrà pensato al momento in cui non sarebbe più stata lei a «donarmi» le sue mani e quante preoccupazioni che non mi ha mai fatto percepire. In questi anni mi ha aiutato a costruirmi delle basi su cui fondare la mia vita, sapendo che mi avrebbero aiutato anche nel momento in cui lei non sarebbe più stata accanto a me. Lo ha fatto in mille modi e forse solo ora lo comprendo realmente, perché lei non c’è più, ma tutto quello che abbiamo costruito resta e ora sta a me portarlo avanti.

Questa è la prova più grande della mia vita, è come se fossi nata una seconda volta, senza le sue braccia di madre, ma con le braccia di tante altre persone che mi circondano e che non mi permettono di sentirmi sola. Ho tutti gli strumenti per ricominciare questa vita e li ho costruiti tutti con il suo sostegno. Ora devo volare da sola… Ce la posso fare, perché lei ci ha sempre creduto e io continuerò a crederci anche per lei.

Col meccanico no, con l’autista sì

La storia di Manal Al-Sharif raccontata da Paola Zanuttini su Il venerdì.

donne-al-volante-pericolo-distante-in-arabia--L-CqHi17.jpeg“Certe persone ci mettono tanto a prendere la patente. Manal Al-sharif è una di queste, a 33 anni non c’è ancora riuscita. Non per colpa sua, perché la grinta non le manca, visto che è un’attivista per i diritti civili in Arabia Saudita. Quest’anno il Daily Beast l’ha inserita nella lista delle 150 donne più coraggiose del mondo e Time in quella dei 100 personaggi più influenti, ma il permesso – o il diritto – di guidare non l’ha ancora ottenuto. E’ una storia lunga quella della sua patente. Inizia nel tumultuoso autunno 1979, quando la Grande Moschea della Mecca fu sequestrata per due settimane da un manipolo di fondamentalisti decisi a rovesciare la dinastia saudita «schiava di Satana e dell’America». Per alcuni storici quell’assalto e le 400 morti che causò furono la prima scintilla di Al Qaeda. Teoria supportata dal fatto che, all’epoca, la moschea era in fase di restauro e i lavori erano affidati al Saudi Binladin Group, corporation della famiglia Bin Laden, peraltro molto vicina alla Casa reale. Maestranze e tecnici avevano libertà di movimento nel santo luogo e pare l’abbia avuta anche uno dei 51 fratelli e fratellastri di Osama, tal Mahrou, che risultò implicato. Negli stessi giorni, Manal sgambettava nella culla, ignara della sterzata che quegli eventi avrebbero imposto alle saudite. Se ne accorse crescendo. Perché la vicina rivoluzione khomeinista e i focolai interni di fondamentalismo avrebbero indotto il governo saudita a uno strategico rispolvero delle vecchie tradizioni, da imporre alla fascia più debole della popolazione: le donne. Che, fino allora, se l’erano passata assai meglio. Prima di essere private dello sterzo e altri strumenti di autonomia, le più emancipate guidavano perfino i camion. Oppure invitavano in casa i maschi non di famiglia per il tè, con l’accortezza di lasciare aperta la porta d’ingresso. E camminavano per strada senza l’abaya o il niqab, indumenti che invece Manal indossava il 21 maggio 2011, quando ha dato scandalo guidando un’auto in un’area privata della sua città, Khobar, facendosi riprendere da un’altra attivista e postando su YouTube e Facebook un filmato nel quale, oltre a mostrare la sua sfida, chiedeva che alle donne si insegnasse a guidare, perché «Che può succedere se, Dio non voglia, l’uomo al volante ha un infarto?».

Imprigionata nove giorni, è stata poi costretta a firmare una lettera in cui chiedeva perdono e prometteva di non riprovarci. Intanto, il suo video era stato visto da 700 mila persone in due giorni e cento donne avevano seguito il suo esempio. A dimostrare che la storia della patente di Manal e le altre è infinita, basta un dettaglio: l’autrice delle riprese è Wajeha Al Huwaiden che aveva lanciato in rete la stessa sfida nel 2008. Anche nel 1990, a Riyad, 47 donne erano state imprigionate per lo stesso reato, che poi non è un reato: nessuna legge impedisce alle saudite di guidare. La cosa è più subdola: a loro non si rilascia la patente. È solo un fatto culturale. Lo dice anche re Abdullah che, con la sua allure progressista, prevede miglioramenti della condizione femminile nel suo regno, ma invita alla pazienza. Addetta alla sicurezza per l’informatica e le comunicazioni di Aramco, la compagnia petrolifera di Stato, Manal ha imparato a guidare (e ha guidato) a Boston, dove l’azienda l’aveva inviata per un certo periodo nel 2009. È divorziata: pare che il suo sposo fosse troppo all’antica. Per ottenere la custodia del figlio di sei anni ha affrontato una saga giudiziaria, ma sugli alimenti non l’ha spuntata: neanche un rial dall’ex marito. Deve essere un altro paradosso della disparità in Arabia. Dove un moglie violentata che vuole sporgere denuncia deve farsi accompagnare alla polizia dal marito, che l’ha appena maltrattata, perché certifichi la sua identità. In passato, a Manal questi paradossi non facevano effetto, anzi: da bambina bruciava le cassette pop del fratello la cui musica – diceva 1l mullah – usciva dal flauto di Satana. Alla facoltà di Informatica non obiettava sulle classi separate, o segregate. E, per un certo periodo, è stata simpatizzante di Al Qaeda. L’11 settembre, vedendo in tv la gente che si buttava dalle Torri, ha cambiato idea. Già l’anno prima aveva confutato le opinioni musicali del mullah: scaricata da internet Show Me the Meaning of Being Lonely dei Backstreet Boys, l’aveva trovata «pura e innocente».

Se il 2011 è stato l’anno dell’improvvisa notorietà globale di Manal, il 2012 è stato l’anno del consolidamento, ma anche del tentato picconamento del suo mito. Il 23 gennaio è uscita la notizia che era morta: in un incidente automobilistico presentato come la punizione divina per la sua sfrontatezza. Lei ha smentito su Twitter, dove conta novantamila follower. La punizione terrena è arrivata a maggio: dopo dieci anni di onorato servizio, Aramco, che non aveva digerito tutta quella cagnara femminista, l’ha licenziata togliendole anche un benefit aziendale non da poco: la casa in cui abitava con il figlio. Lo stesso mese, il freedom Forum di Oslo le conferiva il Premio Václav Havel per il dissenso creativo. In un Paese che nega alle donne il voto e impone loro un guardiano maschio (il padre o il marito), la creatività del dissenso di Manal si configura nella sua capacità di sintonizzarsi con la cultura saudita. I conservatori aborrono l’ipotesi delle donne al volante per i seguenti motivi: se guidano, scoprono per forza il viso ed escono di casa più liberamente, sfiorando la possibilità di avere contatti con uomini estranei alla famiglia: come il meccanico, in caso di guasti o incidenti. C’è anche il rischio che creino disoccupazione fra tutti quei ragazzi che si guadagnano la vita facendo gli autisti. Senza contare che il flusso di neopatentate – fragili ed emotive per natura – ingolferebbe le strade. Manal non ha sbertucciato queste discutibili posizioni. Ma, arguta, ha confessato che l’ora X della sua insofferenza è scoccata una sera, all’uscita dall’ospedale dove aveva portato il figlio: aveva aspettato un taxi per un’ora subendo insulti e molestie dai passanti. Ha spiegato poi che non tutte le famiglie possono permettersi un autista stipendiato. E ha cautamente suggerito che la possibilità di guidare proteggerebbe la sicurezza ela dignità femminile. Argomento vincente, sulla scia dello scandalo sollevato dal caso di una signora stuprata dall’autista di famiglia. Altro paradosso saudita, quello degli autisti: le donne non possono stare a contatto con il meccanico, ma con lo chauffeur sì.”

Una al mese

Quest’anno il sabato è il mio giorno libero, quindi da oggi sono a casa. Ma essendo rientrato con una forte arrabbiatura, non sono assolutamente in clima natalizio. Cerco di rifarmi con un po’ di buone notizie prese dalla parte di sito del Corriere gestita insieme ad Amnesty.

MP900431844.jpg“Buone leggi, importanti sentenze giudiziarie, prigionieri di coscienza scarcerati, condanne a morte commutate. Nonostante tutto, anche il 2012 ha riservato tante buone notizie sul fronte dei diritti umani. Ho cercato, su un totale di 124 registrate da Amnesty International (qui ne trovate molte altre), di selezionare le migliori 12, una per mese. Prima di elencarle, vorrei ricordare che niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza l’impegno di giornalisti, giudici, avvocati, organismi della società civile e soprattutto di tante attiviste e di tanti attivisti per i diritti umani. Eccole, allora, queste buone notizie!

Ecuador – Il 4 gennaio 2012 la corte d’appello della città di Lago Agrio, nella provincia di Sucumbios, ha confermato la condanna della Chevron per disastro ecologico e danni alla salute delle parti lese. Nel febbraio 2011 il tribunale aveva ordinato alla Chevron di pagare 8 miliardi e mezzo, ma nella sentenza d’appello l’importo è raddoppiato anche perché la Chevron si è sempre rifiutata di scusarsi pubblicamente, come richiesto dalla sentenza.

Italia – Il 23 febbraio 2012 la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia nel caso Hirsi Jamaa e altri contro l’Italia. Il caso riguarda 11 cittadini somali e 13 cittadini eritrei che facevano parte di un gruppo di circa 200 persone intercettate in mare dalle autorità italiane e respinti direttamente in Libia, senza che fosse stata valutata la loro necessità di protezione internazionale: una delle operazioni di intercettamento e rinvio in Libia eseguite dalle autorità italiane nel 2009, a seguito dell’accordo bilaterale tra Italia e Libia allora in vigore.

Guatemala – Il 14 marzo 2012 Pedro Pimentel Rios, estradato dagli Usa nel luglio 2011, è stato condannato a 6060 anni di carcere per aver preso parte al massacro di Dor Erres nel 1982, che provocò la morte di oltre 250 civili. Si tratta del quinto ex militare condannato dalla giustizia guatemalteca per i fatti di Dos Erres: anche gli altri quattro hanno ricevuto una condanna a 6060 anni, equivalente a 25 anni per ogni omicidio.

Stati Uniti d’America – Il 25 aprile 2012 il governatore del Connecticut ha firmato la legge che abolisce la pena di morte. Il Connecticut è diventato il 17° stato abolizionista degli Usa.

Siria – Yaacoub Shamoun, un cittadino libanese scomparso dopo essere stato catturato dalle forze siriane in Libano nel luglio 1985, è stato rilasciato nel maggio 2012 da un carcere della regione orientale di Hasaka. Dopo il suo rapimento in Libano, Shamoun era stato portato in Siria e, per l’ultima volta, era stato visto 27 anni fa nella prigione di Saydneya, a nord di Damasco.

Egitto – Il 2 giugno 2012 un tribunale del Cairo ha condannato all’ergastolo l’ex presidente Hosni Mubarak e l’ex ministro dell’Interno Habib Al Adly per non aver prevenuto l’uccisione di oltre 840 manifestanti durante le proteste che si svolsero dal 25 gennaio all’11 febbraio 2011.

Repubblica Democratica del Congo – Il 10 luglio 2012 la Corte penale internazionale ha emesso la sua prima condanna, infliggendo 14 anni di carcere a Thomas Lubanga Dyilo, capo di un gruppo armato congolese, per aver reclutato e impiegato bambine e bambini soldato in un conflitto armato.

Messico – Il 21 agosto 2012 la Corte suprema ha giudicato incostituzionale l’articolo 57 II (a) del codice penale militare, sulla base del quale le denunce di violazioni dei diritti umani commesse da membri delle forze armate venivano indagate dalla giustizia militare.

Iran – L’8 settembre 2012 Yousef Naderkhani, un pastore protestante condannato a morte nel 2010 per apostasia, è stato assolto e, avendo terminato di scontare una precedente sentenza di tre anni per un reato d’opinione, è stato rimesso in libertà.

Slovacchia – Il 30 ottobre 2012 il tribunale regionale di Presov ha definitivamente stabilito che la scuola elementare di Sarisské Michal’any ha violato la legge istituendo classi separate per i bambini e le bambine rom.

Myanmar – Il 19 novembre 2012 sono stati rilasciati oltre 50 prigionieri politici e prigionieri di coscienza. Tra questi ultimi, U Myint Aye, cofondatore della Rete dei difensori e promotori dei diritti umani condannato nel 2008 all’ergastolo, e Saw Kyaw Kyaw Min, difensore dei diritti umani e avvocato, condannato a sei mesi nell’agosto 2012.

Nigeria – Il 15 dicembre 2012 la Corte di giustizia della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale ha giudicato la Nigeria responsabile della violazione della Carta africana dei diritti umani e dei popoli riguardo alle condizioni di vita della popolazione del delta del fiume Niger. La Corte ha stabilito che il governo nigeriano è responsabile del comportamento delle compagnie petrolifere e che a esso spetta chiamarle a rispondere dell’impatto ambientale del loro operato.”