Incontro con Salvatore Borsellino

Segnalo un importante appuntamento: VENERDI’ 18 NOVEMBRE alle 20.45 a Zugliano, al Centro Balducci, ci sarà un incontro con SALVATORE BORSELLINO, fratello di Paolo. L’incontro è organizzato dal Movimento Agende Rosse.

agenda-rossa2-salv-bors.jpgPaolo Borsellino, Magistrato, ha fatto della sua lotta contro la mafia la ragione della sua vita. Muore in un attentato a Palermo il 19 luglio 1992. Da quel momento sparisce l’agenda rossa sulla quale era solito appuntare riflessioni e contenuti dei suoi colloqui investigativi. La stessa agenda rossa è oggi l’emblema di un oscurantismo mirato, pilotato e difeso da chi per interessi personali, tornaconti o paura si nasconde sotto il mantello dell’omertà. A cosa stava risalendo Paolo Borsellino? Quali realtà sotterranee scomode stavano emergendo dal suo lavoro? Quali intrecci fra i poteri? Chi poteva temerlo? Nonostante la Magistratura abbia ottenuto importanti certezze sulla responsabilità dell’associazione criminale ”Cosa Nostra” per l’assassinio, permangono pesanti zone d’ombra, in particolare riguardo alla presunta complicità di pezzi dello Stato con la criminalità organizzata e la richiesta recente di revisione del processo per strage di via d’Amelio ne è segno eloquente. Il nostro scopo principale è quello di sostenere la battaglia di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e presidente dell’associazione “Movimento Agende Rosse”, nel rivendicare il diritto/dovere civile, culturale, politico e morale di fare progressivamente luce su questo capitolo ancora troppo ambiguo della storia italiana, per poter permettere alla Magistratura di fare il proprio corso con trasparenza.

Nasciamo come nucleo apolitico e apartitico, di matrice democratica e apertura al confronto, di persone che credono in quella democrazia che non è solo parola ma soprattutto concretezza. Proponiamo un incontro tra coloro che credono nel fondamentale valore della Giustizia, della Verità; come Dovere ancor prima che Diritto. Chi può essere un’Agenda Rossa? Può essere qualsiasi cittadino, indipendentemente dal suo schieramento politico, che ama la Verità e che da e in essa si sente tutelato e rispettato, chiunque creda profondamente nella bellezza del fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.

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Giovani iraniani

Un bellissimo articolo di Benedetta Argentieri, preso dal Corriere: descrive vita e idee dei giovani iraniani.

TEHERAN – Un grande cartello, sfondo bianco e caratteri rossi, annuncia un forum internazionale sulla Palestina. Una discussione per combattere il potere sionista «nella regione» e dare la massima solidarietà ai «fratelli» che vogliono essere riconosciuti all’Onu. L’invito è esteso a tutti. Di fianco il disegno di un kalashnikov, che più tardi si scoprirà essere il simbolo dei militari. È l’unico manifesto nei corridoi dell’aeroporto. Il messaggio è chiaro: benvenuti in Iran, terra dalle mille contraddizioni, dove l’apparenza, in molti casi, conta più della sostanza. Un Paese in cui nascondere i propri orientamenti (sessuali o politici che siano) è la prassi. Una nazione in cui la religione scandisce la quotidianità delle persone a prescindere che siano credenti o meno. Uno Stato in cui la condizione delle donne è di subordinazione all’uomo. Soprattutto una nazione dove la disponibilità, la generosità e la bellezza delle persone è mescolata alla paura e alla rabbia. E in alcuni casi alla voglia di cambiare.

iranelezioni-293x300.jpg«L’Iran non è libero», ammette Mohammed, portiere di un piccolo albergo a Teheran. Nel momento in cui pronuncia queste parole si è già pentito. Criticare, attaccare o anche solo giudicare il regime è pericoloso. Le pene sono varie, dal carcere alla fustigazione. In particolare se ci si lascia andare a commenti con stranieri. I turisti da queste parti sono merce rara. «Negli ultimi anni sono sempre meno, complice una campagna stampa contro Khamenei e Ahmadinejad», spiega Shaabi. Capelli scuri, occhi chiari, dai modi cordiali. Studia ingegneria elettronica all’università della capitale. Ma lui ci tiene a sottolineare, «noi non siamo così». E per dimostrarlo rinuncia a ore in compagnia di amici, per mostrare le bellezze della sua città. Senza volere nulla in cambio, nemmeno un pranzo. Il caos regna in una città di 15 milioni di abitanti che nonostante centinaia di cantieri aperti riesce a essere pulita. Il traffico sembra non fermarsi mai. La metropolitana, in cui si intravedono caratteri cinesi, è stata inaugurata da poco ed è affollata. Gli autobus che hanno una sbarra per dividere uomini e donne, sono frequenti. E i taxi collettivi si trovano a ogni ora del giorno. Non sembra bella Teheran, ma esercita un grande fascino. Su ogni palazzo ci sono i ritratti del fondatore della patria, l’Ayatollah Khomeini. A ogni angolo c’è un poliziotto o un militare armato. Su quasi ogni muro un murales. Il soggetto dipende dagli edifici: sulle scuole ci sono fiori e animali. Sugli altri disegni in cui si ricorda la guerra contro l’Iraq (1980-88) e il sacrificio di molti uomini. Sull’ex ambasciata americana, dove nel 1980 52 diplomatici sono stati presi in ostaggio da un gruppo di studenti (tra questi anche Ahmadinejad), campeggia una statua della libertà che ha il volto della morte e il simbolo di Israele spezzato.

«Il nostro è un Paese pacifico verso coloro che non vogliono egemonizzarlo». Habib si siede tutti i giorni nel cortile del Golestan, il vecchio palazzo dello scià, durante l’ora di pranzo. Si prende una pausa dalla sua bottega di calzolaio per leggere poesie francesi. Aspetta qualcuno con cui parlare. La panchina è il posto migliore per attendere turisti del museo. Il volto di Habib è segnato da profonde rughe, ma quando parla dei cambiamenti del suo Paese gli si illuminano gli occhi scuri. Gli piace ricordare i tempi della Rivoluzione nel 1979 («Meno male che c’è stata, ora abbiamo equità sociale»), attaccare le politiche internazionali degli Stati Uniti («Sono loro ad aver prodotto il terrorismo con le guerre in Iraq e in Afghanistan») e sostenere la corsa all’atomo («Dobbiamo essere indipendenti»). Ma su questo ultimo punto, in tanti non sono d’accordo. Anzi.

La rabbia cresce quando si esce della capitale. Il treno notturno che porta a Yazd (tappa obbligata per chi è per la prima volta in Iran) è pieno, ogni scompartimento è occupato da famiglie che tornano a casa, giovani coppie che vogliono fare una vacanza: «Non possiamo andare all’estero, ma almeno vogliamo visitare il Paese». Con le luci della città alle spalle si entra nel deserto che all’alba sembra sconfinato. Ci vogliono quasi 630 chilometri per raggiungere «la città più antica del mondo». E si arriva in un dedalo di stradine senza un’indicazione, in cui è bello perdersi. Le case, di fango e paglia, sono basse, hanno piccoli portoni con battacchi diversi per uomini e donne. I negozi sono appena fuori la parte vecchia. Tessuti, souvenir, vestiti, oggetti di legno. Dentro a uno di questi due giovani chiacchierano con chiunque capiti a tiro. Vogliono fare amicizia e aprono le porte delle loro case. Quello di Javad è un appartamento con cucina a vista e le pareti giallo ocra. Su due mensole c’è una collezione di brocche antiche e in un angolo la televisione con un sistema di amplificazione degno di un locale notturno. «La sera ci piace ballare con gli amici», spiega il giovane guardando le casse con una punta di orgoglio. Questi 60 metri quadri sono un punto di ritrovo per molti coetanei. Su una sedia ci sono alcuni mantelli neri. Chador usati dalle ragazze che ora cucinano riso e gamberetti fritti. Hanno tutte i pantaloni e magliette attillate. Nei capelli nastri e cerchietti. Le domande su come si vive in Italia sono una sorta di mantra. Ma quando il discorso ritorna all’Iran è una pioggia di critiche. Javad, si toglie gli occhiali, accarezzandosi il pizzetto, scuote la testa. «Le bollette di luce e gas sono triplicate a causa delle sanzioni. Il petrolio è alle stelle. Fino a due anni fa, dieci litri di benzina costavano un dollaro, oggi per la stessa cifra si prende un litro». Il tutto senza che i salari abbiano avuto un ritocco. Il governo ha spiegato che la centrale nucleare è «un progetto importante», promettendo che «gli sforzi saranno ripagati». Ma per chi come questo ragazzo di 28 anni vive di turismo, la situazione si fa sempre più difficile.

Non c’è solo la questione economica. Per i giovani, che rappresentano i due terzi della popolazione, i «ricatti religiosi» stanno diventando insostenibili. Da Yazd a Shiraz, culla della cultura persiana, lo scetticismo non cambia, anche se dal panorama sembra di essere in un altro Paese. Il lungo letto del fiume che divedeva la città è asciutto da più di un anno. Non piove da almeno 600 giorni. Ogni cento metri c’è un palazzo in stile quajaro. Le strade sono larghe e alberate. La città è il punto di appoggio per andare a visitare Persepoli. E sempre qui si trova la tomba di Hafez, «il più grande poeta di tutti i tempi», che è diventato luogo di pellegrinaggio. Famiglie, anziani e tanti studenti. E sotto un portico, Ava, 19 anni, parla di regole e imposizioni. «Un esempio? Se esco per strada senza velo mi arrestano, eppure la mia famiglia non è religiosa. Mi ha sempre detto che potevo fare quello che volevo». E in segno di ribellione Ava tiene il velo largo e posato in fondo alla nuca, tenendo scoperti i capelli neri. Se vuole entrare in università, deve cambiarsi, indossare una divisa. Lei, come i suoi compagni di biologia, accede a Facebook almeno una volta al giorno. La Rete però è criptata, per questo usano delle chiavette, con password particolari, per riuscire a ingannare il grande occhio del regime che è sempre più attivo. «Hanno vietato il satellite. Vogliono tenerci all’oscuro di tutto». La preoccupazione, dicono, è per gli eventi della vicina Siria, «sono i nostri eroi, se ci riescono loro potremmo farcela anche noi», ripetono all’unisono. Ma per un giovane contro il regime, basta fare pochi passi che se ne incontra un altro di orientamento opposto. «Ahmadinejad? È un grande, ci ha davvero aiutati». Visioni opposte che preoccupano, perché se in molti vorrebbero tornare in piazza, altri difenderebbero la «cupola». E si andrebbe quindi a una guerra civile. Gli scontri del 2009, la repressione che ne è seguita, gli amici seppelliti in qualche prigione (se non peggio) sono pensieri ricorrenti. Ma anche se non portano il braccialetto verde («Ci arresterebbero»), i giovani, in molte zone del Paese, sono pronti.

La solitudine secondo Keats

In prima affronteremo l’argomento della solitudine. Anticipo l’argomento con questa poesia di John Keats.

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Solitudine, se vivere devo con te,

sia almeno lontano dal mucchio confuso

delle case buie; con me vieni in alto,

dove la natura si svela, e la valle,

il fiorito pendio, la piena cristallina

del fiume appaiono in miniatura;

veglia con me, dove i rami fanno dimore,

e il cervo veloce, balzando, fuga

dal calice del fiore l’ape selvaggia.

Qui sarei felice anche con te. Ma la dolce

conversazione d’una mente innocente, quando le parole

sono immagini di pensieri squisiti, è il piacere

dell’animo mio. E’ quasi come un dio l’uomo

quando con uno spirito affine abita in te.

                                                              (John Keats)

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Una buona notizia arriva dal Brasile tramite Misna.

“Il Brasile ha preso molto seriamente la lotta contro la fame e la malnutrizione ed è oggi tra i paesi che le stanno battendo con più rapidità in tutto il mondo”. In visita a Salvador de Bahía, nel povero nord-est, la direttrice esecutiva del Programma alimentare mondiale dell’Onu (Pam/Wfp), Josette Sheeran ha elogiato il gigante sudamericano, definendolo “campione mondiale” della lotta alla fame. “Il paese conta su un’esperienza molto valida che può essere condivisa con i governi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina” ha detto Sheeran intervenendo alla cerimonia di inaugurazione di una filiale del ‘Centro di eccellenza contro la fame’, con sede centrale nella capitale Brasilia, organismo che collabora con il Pam/Wfp in Mozambico, Timor Est e Haiti. Programmi come ‘Fame Zero’, promossi dalla precedente amministrazione Lula, hanno ridotto la malnutrizione del 25% e sollevato dalla povertà negli ultimi otto anni 30 milioni di brasiliani, su una popolazione di oltre 190 milioni di abitanti. ‘fame Zero’ prevede la distribuzione di risorse e alimenti alle famiglie più vulnerabili, a condizione che i figli frequentino le scuole e i centri di assistenza sanitaria.

Fuoco sotto la cenere

 

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Sul numero di novembre di Jesus, Enzo Bianchi ha pubblicato un’interessante riflessione sul modo di essere Chiesa oggi.

In una recente intervista, il card. Carlo Maria Martini, interrogato sulla situazione della chiesa oggi e sulle sue tentazioni più manifeste, ha espresso poche ma significative parole: “Una chiesa che vuole vincere”. Per un cristiano della mia generazione, questa tentazione non è nuova: si può anche dire che siamo cresciuti con quell’anelito nel cuore che ci faceva desiderare una chiesa vincitrice e per questo forte, grande, imponente… Poi venne un’ora, inaugurata da papa Giovanni ma da tempo in maturazione in molti spazi della vita ecclesiale: il fuoco del vangelo resta infatti sempre vivo nella comunità dei credenti, anche se coperto di cenere. Alcuni profeti e molti cristiani anonimi e santi seppero scoprire la brace, gettare qualche pezzo di legno e… il fuoco riprese ad ardere. La chiesa si rendeva conto della sua povertà e delle sue mancanze, voleva rinnovarsi con un “aggiornamento” che fosse obbediente alla grande tradizione e ai segni dei tempi, scrutati ascoltando l’umanità, la storia con le sue opacità e i suoi faticosi cammini di umanizzazione. La chiesa reimparò ancora una volta che nella debolezza manifesta la grazia di Dio, che nella povertà è arricchita dalla povertà di Cristo, cioè dalla sua presenza, che quando non gode privilegi mondani la chiesa è più libera e più capace di profezia. Per tutti noi fu una chiamata a una migrazione, a una conversione di sguardi e giudizi. Certo, in questo scoprire la brace e riattizzare il fuoco del vangelo ci fu chi patì scandalo e inciampò, chi non riuscì a sopportare il cambiamento e anche chi, abbagliato, si perse su strade anche generose ma non più munite di fede e di comportamento cristiano. Ma oggi questa stagione è passata e appaiono le vecchie e, oserei dire, abituali e normali tentazioni delle religioni e dunque delle chiese. Così si dà tanta importanza a iniziative che non vanno certo condannate ma che non andrebbero sopravvalutate: ormai la vita ecclesiale sembra ritmata da “grandi manifestazioni”, “estese adunanze” in cui si cerca di unire numero, identità e potere vincente. In verità, per un cristiano che lascia che il suo sguardo sia formato dal vangelo, non è decisivo che a un raduno ci sia un milione di giovani né il loro numero (sovente accresciuto ad arte, sintomo di un confidare nella grandezza delle cifre) autorizza a dire che hanno ragione o che sono portatori di autentiche ragioni cristiane: proprio la mia generazione ha conosciuto tirannie che radunavano giovani e meno giovani in adunate oceaniche, senza contare che ancora oggi numeri così elevati di giovani li si possono trovare anche ai concerti degli “idoli” della musica. Perché a noi cristiani di oggi dovrebbe accadere il contrario di quello che è accaduto a Gesù, la cui venuta al mondo è stata riconosciuta da pochi poveri e anziani, e la cui predicazione ha avuto sì folle di ascoltatori alle quali tuttavia egli si rivolgeva chiamandoli pusillus grex, piccolo gregge di pochi discepoli disposti a seguirlo? Il gusto del numero va di pari passo con la negazione della relazione, del dialogo, del confronto: non si dimentichi che nella celebrazione dei sacramenti – che devono sempre conservare anche la dimensione umanissima della “materia” – un numero eccessivo di partecipanti ne deforma forzatamente la comprensione e la stessa celebrazione. In ogni caso l’identità cristiana non risiede né in grandi raduni né in “eventi” creati a ripetizione, quasi si vivesse con fatica l’ordinarietà e il quotidiano della fede. Dovremmo chiederci senza scetticismo dove sono tanti giovani nella veglia pasquale, dove sono alla notte di Natale, dove sono alla domenica… L’identità cristiana è un’identità di incarnazione, di umanizzazione, legata quindi all’incontro, alla relazione, all’ascolto reciproco, alla volontà di camminare insieme, riconoscendo non solo l’alterità dell’altro, ma l’alterità che abita ciascuno di noi nello svolgersi del tempo e nel mutamento dei luoghi. Sì, ciò che deve stupirci è la ripresa del fuoco sotto la cenere, il fuoco del vangelo che è sempre vivo nella comunità cristiana anche se in certe stagioni pare spento. Non temiamo, riprenderà ancora…

Dalla Siria

Una testimonianza di un siriano, tratta da Il Regno

 

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Le mani di Shadi si alzano sopra il tavolo, come due fusi che lo aiutano a tessere i suoi pensieri. E come no? La straordinaria calamita della sollevazione siriana esercita la sua attrazione su tutte le parti, muovendole verso un’unica direzione: «rivoluzione» pacifica sino alla vittoria. Shadi è un medico che completa la sua specializzazione in Europa, senza alcun precedente impegno politico o di opposizione. La sollevazione di Daraa è stata uno shock. Dopo le prime manifestazioni ha iniziato a darsi da fare su Facebook. Le voci dei suoi amici hanno preso a levarsi. Come molti, all’inizio è stato male e ha sentito di avere poche scappatoie: «Cosa faccio? Vado fuori e urlo?». La cosa è così iniziata alzando la voce per iscritto, poi è venuta la formazione di gruppi di dibattito sul social network e da lì è partita l’attività sul campo. Ora la sollevazione siriana riceve il sostegno da un numero straordinario di volontari a diversi livelli: si mettono in piedi ospedali da campo, si offrono servizi agli attendamenti di profughi in Turchia e Libano, si raccolgono fondi per cibo e medicinali, si provvede ad aiuti logistici. In aggiunta a questo, ci sono l’informazione e gli interventi continui sul social network, persino la fondazione di una corale musicale e il lancio di un’emittente radio in onda sul web. Parliamo di «rete» anche se non ha nome e indirizzo: «Una rete straordinaria», dice Shadi, che per sua richiesta chiamiamo con uno pseudonimo. Una rete aperta alla partecipazione di chiunque voglia impegnarsi nella sollevazione. Shadi la chiama «sollevazione dei tecnocrati», e spiega: «La sollevazione non sono soltanto attività umanitarie o manifestazioni di piazza, ma un movimento che si compone di mille dimensioni, irriducibili a un solo aspetto, perché ciascuno interviene con il suo apporto creativo. Quando si presenta una certa necessità specifica, si va alla ricerca di chi sappia occuparsene in collaborazione e vi si provvede». Con i suoi sforzi la «rete» è stata in grado di portare soccorso medico alle zone maggiormente esposte, «ad esempio Idlib e Homs», come spiega Shadi con un sospiro di sollievo. La situazione dei rifugiati in Turchia è cattiva, come hanno potuto constatare i volontari che l’hanno visitata: «Portiamo aiuti ai rifugiati bloccati in Turchia, paese che dovrebbe occuparsi di loro, dal momento che sono profughi. Ma ciò non avviene». Anche in Libano gli aiuti arrivano attraverso i volontari. Lì la situazione è un po’ speciale. Perché? Shadi risponde: «A causa del sistema libanese, che cerca di impiantare lì degli informatori». La questione degli informatori richiede una riflessione sul problema della sicurezza della «rete». È una storia lunga. All’inizio la stragrande maggioranza degli attivisti aveva poca esperienza: «Non avevano abilità sul piano della sicurezza». Ciò ha portato all’arresto di moltissimi ragazzi a causa delle comunicazioni telefoniche. Attraverso gli arrestati i servizi di sicurezza hanno compilato liste di nomi da perseguire. L’esperienza stessa è stata maestra e il movimento spontaneo ha iniziato a organizzarsi. È necessaria una ricognizione dei quadri degli attivisti: c’è chi è stato arrestato e poi liberato e chi invece è ancora detenuto.

Tutti sanno quanto sia pericolosa la detenzione. Ne è un esempio la morte tra le torture di Ghayath Mattar, il giovane che a Daraya, periferia di Damasco, ha avuto l’idea di affrontare le forze speciali offrendo fiori e acqua. E Yahya, amico del martire Ghayath, è detenuto dal 6 settembre. Shadi si rende perfettamente conto della gravità del pericolo: «Noi qui siamo in Europa, ma il pericolo diretto lo corrono gli attivisti sul campo. Per questo, alla fine della chat con un amico gli dici: “Sta’ bene, bada a te stesso. E te ne esci con il cuore ulcerato”». Essere arrestati è una possibilità costante, ma ciò non ferma il movimento attivista: «Ora ogni cittadino è un attivista o uno che progetta di diventarlo». Hisam, un amico di Shadi, è invece impegnato maggiormente sul fronte dell’opposizione politica. Il carattere pacifista della rivolta accomuna le voci di Shadi e Hisam, e questo carattere è per loro la «linea rossa». Sono disturbati dall’elevarsi di voci stonate che chiedono l’intervento straniero o vogliono la trasformazione armata della sollevazione, dicendo: «Perché la sollevazione deve restare pacifica?». Dice a questo proposito Shadi: «Chi invoca ciò vuole la caduta del regime solo per prenderne il posto. Quei tali useranno i fucili soltanto per imporre una nuova dittatura. Lo slittamento dalle posizioni pacifiste è respinto completamente e per ragioni ben provate: la soluzione militare comporterebbe la perdita di un gran numero di vite e gravi danni alla società, cose che fondamentalmente tornano a vantaggio del regime». La posizione matura dei due giovani insiste invece sul fatto che la soluzione poggi sulla sopportazione e sul tenersi attaccati all’orientamento pacifista. Quanto al regime, a loro avviso sta cadendo: «L’appesantirsi di questi elementi farà affondare la barca del regime, e porterà alcuni suoi membri a prenderne le distanze o a saltare sulle scialuppe di salvataggio. Il regime va a pezzi, è come un cadavere che si decompone poco a poco. Il regime siriano cadrà per la «rivoluzione» pacifista del suo grande popolo e dei suoi sacrifici cruenti senza fine».

Distanze

Un giorno, un vecchio saggio fece la seguente domanda ai suoi discepoli:

“Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?”

“Gridano perché perdono la calma” rispose uno di loro.

“Ma perché alzare la voce se la persona sta di fronte a noi?” chiese nuovamente il saggio.

“Beh, gridiamo perché desideriamo che l’altra persona ci ascolti” replicò un altro discepolo.

Il maestro tornò a domandare: “Ma non è proprio possibile parlargli a voce bassa?”

Varie altre risposte furono date ma nessuna convinse il vecchio maestro.

“Non sapete proprio dirmi perché si grida contro un’altra persona quando si è arrabbiati? Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiati sono, tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l’uno con l’altro. D’altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente e dolcemente. E perché? Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra le loro anime è breve. A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano, solamente sussurrano. E quando l’amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. E’ questo quello che accade ai cuori di  due persone che si amano, si avvicinano.” Il vecchio saggio concluse dicendo: “Quando voi avrete l’occasione di discuterete con qualcuno, non permettete che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare ancor di più, perché prima o poi arriverà un giorno in cui la distanza sarà tale che non incontreranno mai più la strada per tornare.”

 

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Parole e parole

Dice Bruno Ferrero

5112136232_ed65f7e5eb_b.jpg“Quello che ci siamo sentiti dire da bambini: stai fermo, muoviti, fai piano, sbrigati, non toccare, stai attento, mangia tutto, lavati i denti, non ti sporcare, ti sei sporcato, stai zitto, parla t’ho detto, chiedi scusa, saluta, vieni qui, non starmi sempre intorno, vai a giocare, non disturbare, non correre, non sudare, attento che cadi, te l’avevo detto che cadevi, peggio per te, non stai mai attento, non sei capace, sei troppo piccolo, lo faccio io, ormai sei grande, vai a letto, alzati, farai tardi, ho da fare, gioca per conto tuo, copriti, non stare al sole, sta al sole non si parla con la bocca piena.

Quello che avremmo voluto sentirci dire da bambini: ti amo, sei bello, sono felice di averti, parliamo un po’ di te, troviamo un po’ di tempo per noi, come ti senti, sei triste, hai paura, perché non hai voglia, sei dolce, sei morbido e soffice, sei tenero, raccontami, che cosa hai provato, sei felice, mi piace quando ridi, puoi piangere se vuoi, sei scontento, cosa ti fa soffrire, che cosa ti ha fatto arrabbiare, puoi dire tutto quello che vuoi, ho fiducia in te, mi piaci, io ti piaccio, quanto non ti piaccio, ti ascolto, sei innamorato, cosa ne pensi, mi piace stare con te, ho voglia di parlarti, ho voglia di ascoltarti, quando ti senti più infelice, mi piaci come sei, è bello stare insieme, dimmi se ho sbagliato.

Ci sono accanto a te molte persone adulte che ancora aspettano le parole che avrebbero voluto sentire da bambini.”

Corea del Nord e Tibet

Pubblico i link a due notizie che ho preso da Asianews. La prima riguarda la Corea del Nord, dove il regime ha giustiziato almeno cinque fra funzionari di governo e quadri del Partito comunista nella provincia di North Pyongan, a est del Paese lungo il confine con la Cina. Alle esecuzioni di massa si aggiunge anche il suicidio di un sesto funzionario, nel timore di venire ucciso come i colleghi nella purghe ordinate dalla dittatura. I cinque sono stati giustiziati con 60 proiettili “al poligono di tiro della caserma dell’esercito” della contea di Seoncheon. La seconda notizia arriva dal Tibet, dove le autorità cinesi moltiplicano le iniziative di indottrinamento dei religiosi tibetani. Sarà vietato a monaci e monache partecipare a qualsiasi “attività separatista” e ci saranno frequenti corsi obbligatori per insegnare come comportarsi. Ogni anno chi ha meglio obbedito a queste regole sarà proclamato “monastero modello”, con premi in denaro e attestati di benemerenza per i monaci. Sono anni che Pechino vuole imporre ai monaci tibetani la totale fedeltà al Pc, dopo avere constatato che i monasteri sono il fulcro della cultura tibetana e della fedeltà al Dalai Lama. Da mesi molti grandi monasteri, come quello di Kirti e altri nella contea di Aba (Sichuan), sono sottoposti a un’occupazione poliziesca di fatto con centinaia di monaci trasferiti per ignota destinazione, molti altri arrestati. La repressione è talmente feroce che negli ultimi mesi diversi monaci si sono dati fuoco in piazza quale gesto di protesta estrema.

 

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Amarezza

 

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61 anni fa esatti moriva George Bernard Shaw. “La libertà significa responsabilità: ecco perché molti la temono” è una sua frase. Mi è venuta in mente stamattina quando, dopo un ponte festivo di 3 giorni, in una classe mancavano metà alunni per evitare delle verifiche… Amarezza.

Cimiteri

Sto per uscire, andando a far visita ad amici e parenti che non sono più parte di questa vita. Ho avuto giusto il tempo di leggere questo articolo da Avvenire.

Tutti ci domandiamo, appena la coscienza si accende in noi: dove va chi muore? Dove vanno i morti? Ogni civiltà cerca la risposta, fin dai tempi più antichi. Si fanno guerre, si compiono eccidi, genocidi, olocausti, si sono eretti roghi, patiboli, contro chi non la pensava e non la pensa come noi a questo proposito. Il terribile muro tra vivi e morti, ilcim_praga.jpg muro invalicabile, diventa anche il muro tra vivi e vivi. I morti, i vincoli che ci legano a essi ci accompagnano per tutta la vita. Appaiono nei nostri sogni, nei nostri pensieri, nelle nostre angosce e nella nostra memoria. In molti luoghi della terra abitata si conservano i loro resti, le ossa, i denti, i capelli. In molti luoghi tutto questo si brucia, si lascia divorare dalle bestie, liquefare sotto il cielo. Gran parte delle civiltà del mondo occidentale conserva i corpi dei morti. I morti convivono con noi. A loro è riservato uno spazio speciale nelle nostre città: i cimiteri. Le città dei morti. Alcune sono mete di pellegrinaggi, altre sono note per la bellezza dei monumenti eretti all’interno, altre per i verdi prati, per i viali lungo i quali svettano cipressi, ippocastani, alberi d’altro tipo o corrono siepi. I vivi convivono con i morti. Anche dentro il proprio corpo, nel proprio assetto genetico. Si inviano ultimamente anche nello spazio. Ai morti ci rivolgiamo per aiuto nei momenti di necessità o di disperazione, o con la preghiera di far esaudire desideri particolari. E, nelle leggende e nei miti, dalle loro file facciamo sorgere esseri artificiali, come il Golem, la statua di argilla, che un rabbino di Praga, il rabbino Loewe, nel Cinquecento, avrebbe destato a vita inserendo nella fronte la parola emet, “verità”.

Una delle “città dei morti”, uno dei cimiteri più famosi del mondo è proprio il Cimitero ebraico vecchio di Praga, lo Stary Zidovski Hrbitov. Rispetto ad altri cimiteri non è vecchissimo, in realtà. È lì dove sta, vicino alla Sinagoga vecchia nuova, a Praga, da appena cinquecento anni. I morti che ci “abitano”, sono più di centomila. In certi punti le tombe sovrapposte verso la profondità sono a nove piani. Gli ebrei non celebrano i morti lo stesso giorno in cui lo fanno i cristiani, il 2 novembre. Eppure per chi conosce quel posto, durante il giorno dei Morti, il pensiero corre lì. In pochi luoghi come in quel cimitero si sente, nella propria anima, la voce, il coro di chi ci ha preceduti sulla terra ed è poi scomparso. Le vecchie pietre infitte nella terra disordinatamente, l’oscurità del luogo le tristi fronde degli alberi suggeriscono l’idea dell’abbandono, ma anche della caparbia, irresistibile presenza di chi sta lì, e fa tutt’uno con la società dei viventi. … Ancora oggi i visitatori infilano nelle fessure della tomba del rabbino Loewe bigliettini contenenti speciali richieste di miracoli o benefici.

Ma è questo il mondo dei morti di cui noi custodiamo la memoria? Che la nostra civiltà occidentale venera e rispetta? Un mondo di terrore e di paure? Sinistramente misterioso? Il culto dei morti, fin dalla più remota antichità, in alcune parti del mondo oltre a esprimere affetto e riconoscenza, è volto ad esorcizzare il terrore di fronte al cessare dell’io, alla sparizione, in noi, da noi, della coscienza di esistere, di fronte alla morte. Molte religioni della terra sono basate su questi culti, sulla ferma, sincera devota credenza in una continuazione della vita dopo la morte, e anche nella possibilità, anzi, la costrizione di tornare a soffrire sulla terra, per correggerci, fino alla perfezione che ci concede di estinguerci finalmente e riunirci all’Infinito Spirito Universale. Anche l’ebraismo ammette la metempsicosi.

Oltre al Cimitero ebraico vecchio di Praga, ne esiste anche uno nuovo, la cui fondazione risale a tempi molto più recenti: si trova appena fuori città, oltre un’ampia fermata della metropolitana. In quel cimitero è seppellito uno degli scrittori più geniali mai esistiti, Franz Kafka, dagli ebrei di Praga considerato un grande saggio. Anche questo immenso personaggio è come se appartenesse alle ombre del vecchio cimitero, ne ripete le leggende, i miti. La sua tomba è semplice. Anche i suoi familiari sono seppelliti lì. Le tre sorelle di lui, Elli, Walli e Ottla hanno invece un loro cippo commemorativo poco lontano dalle tombe. Le tre donne sono state uccise tutte e tre dai nazisti tedeschi. Purtroppo quel vecchio cimitero, che ora dà anche il titolo all’ultimo romanzo di Umberto Eco, non è simbolo soltanto di un’antica e complessa tradizione religiosa, ma anche di un’antica, terribile, plurimillenaria sofferenza, quella del popolo ebraico. Il libro di Eco proietta quel cimitero al centro di intrighi e odii internazionali, giocandoci con abilità, sul filo del rasoio, ma quella sofferenza, quella discriminazione maledetta e malvagia, rivolta anche verso altri gruppi umani, come i rom, non è ancora terminata. Si ridesta di tanto in tanto nel cuore del nostro continente che oltre a questi sentimenti e moti dell’animo ha dato pure inizio a due terribili massacri, i peggiori di tutti i tempi: le due guerre mondiali. Quella mesta, misteriosa città dei morti che si trova a Praga stringe il cuore. Poco lontano, sul Ponte Carlo c’è un crocefisso al cui basamento c’è l’antica scritta messa lì per avvertirci che quel crocefisso è stato eretto con il Judengeld, con il “denaro giudeo”, cioè di gente che paga la tassa per essere nata. Per essere nata in un determinato popolo. Ma così almeno siamo avvertiti del veleno mortale che può rappresentare il denaro, al posto di funzionare come semplice e pacifico mezzo di scambio tra gli esseri umani.

Per amore di bene

“Se fai per raccoglierne il frutto, sappi che il frutto marcisce. Se fai per compiacere altrui, sappi che appassisce ogni fiore. Ma se fai per amore di bene, il tuo atto dimora nel bene, staccato dalle cose e da te. E sul punto di morte vedrai lungo le ore dei giorni la filza dei tuoi atti come ghirlande appese, e vista da quel punto, la vita parrà una festa.”

(Lanza del Vasto, da Giuda)

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E’ in arrivo Babe7

Caro settemiliardesimo uomo,

il 31 ottobre è il tuo giorno. Anche se non sappiamo come ti chiami, ci dicono che con te la popolazione mondiale ha raggiunto quota 7 miliardi. Ogni ora siamo 10.000 in più. Quando sono nato io, nel 1974, eravamo 4 miliardi sulla Terra e le Nazioni Unite convocavano la Prima Conferenza mondiale sulla popolazione a Bucarest. Oggi siamo dunque quasi raddoppiati. È probabile che tu sia nato nella regione dell’Asia/Pacifico, una delle aree del mondo in cui il tasso di crescita demografica è più elevato. E dove la popolazione è più giovane. L’Italia, invece, ha uno dei tassi di fecondità più bassi del mondo, pari a 1,2 figli per donna. Secondo le proiezioni Eurostat, nel 2040 avrà una popolazione composta per oltre il 30% da ultrasessantacinquenni. Nel nostro Paese il numero di morti supera quello dei nati da quattro anni. I più fertili tra i Paesi industrializzati sono, invece, Francia e Stati Uniti, grazie alla presenza maggiore di immigrati. Le Nazioni Unite hanno lanciato un allarme avvertendo che già adesso vi sono nel mondo 61 paesi che hanno crescita zero o crescita negativa e così nel 2050 il numero di ottantenni sul pianeta sarà quattro volte quello di oggi. popolazione_mondiale.jpg

Inutile che venga a raccontare a te queste cose, è probabile che tu sia nato in un Paese come Cina o India, in crescita demografica ed economica. Anzi, ad essere pignoli una differenza c’è: tra 10 anni l’India potrebbe diventare il paese più popoloso del mondo superando la Cina, dove la crescita demografica sta rallentando con l’aumentare del benessere economico. Da una parte è probabile che tu sia molto più tecnologico di me, si dice “nativo digitale”, nato in un’epoca in cui le moderne tecnologie sono il pane quotidiano fin da piccoli. Dall’altra bisogna vedere in che parte del mondo sei nato. Un miliardo e mezzo di persone vive senza elettricità, l’80% delle quali nei Paesi meno sviluppati dell’Asia meridionale e dell’Africa sub-sahariana, mentre poco meno della metà dell’Umanità, 3 miliardi di persone, non ha accesso a servizi energetici moderni.

E l’acqua, vogliamo parlarne? Quella viene ancora prima dell’energia. 884 milioni di persone non hanno accesso all’acqua sicura mentre 2,6 miliardi di persone sono senza igiene di base. 1,5 milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono ogni anno per malattie connesse alla carenza di acqua pulita, più di quanti ne muoiano per Aids, malaria e morbillo, le tre cause più frequenti di morti infantili sommate insieme. Un’altra mia curiosità è sapere se sei nato in città, come me, oppure in una zona rurale. Nel 2007 è avvenuto per la prima volta il sorpasso da parte della popolazione che vive nelle città, che possono essere megalopoli come Il Cairo e Città del Messico, oppure cittadine di media dimensione come Mantova, in Italia, o Trondheim, in Norvegia.

La crescita della popolazione continuerà all’infinito? Finora è stato così e pare che nel 2040 toccheremo i 9 miliardi, ma poi i demografi prevedono che inizieremo a diminuire per stabilizzarci proprio attorno ai 7 miliardi o poco più. Non è detto, le Nazioni Unite pubblicano oggi un rapporto in cui si afferma che alla fine del 2100 sul nostro pianeta ci saranno quindici miliardi di esseri umani: la popolazione mondiale, dunque, raddoppierà in meno di un secolo. Quante risorse naturali ci sono sulla Terra? Abbastanza per tutti ma solo se diminuiamo le ingiustizie. Tu sei appena nato e credi giustamente che questa parola non abbia senso. Eppure ognuno di noi consuma come 22 abitanti del Malawi, non “pesiamo” tutti allo stesso modo sugli equilibri planetari.

(preso da http://www.famigliacristiana.it/informazione/news_2/articolo/miliardi_281011100048.aspx)

Su questo sito alcuni conteggi “in tempo reale”

Se gli affari per Padre Pio non girano più…

Il 4 luglio 2009 ho postato un pezzo sulla cripta dorata della nuova chiesa di San Pio da Pietrelcina, a San Giovanni Rotondo. Ecco che oggi mi cade l’occhio su questo lungo, dettagliato, ricco articolo de Linkiesta.

«Nelle case ormai c’è più l’immagine di Padre Pio che non un crocifisso o una Madonna.padre_pio_chiesa_san_giovanni_rotondo.jpg Comincio a preoccuparmi, la gente dice “io credo a Padre Pio”, ma io la domenica non lo professo nel Credo né dico ‘credo ai santi’». È quasi rassegnato don Alessandro Amapani, dal 2002 al 2008 responsabile italiano della Giornata mondiale della gioventù e oggi voce critica nel barese. A San Giovanni Rotondo, 27mila anime nel Parco Nazionale del Gargano, fa spesso da guida a giovani fedeli nella cripta dorata del frate da Pietrelcina. «L’uomo è misericordioso – spiega il 36enne con 13 viaggi in Terra Santa – tra Pio e i giovani c’è un dialogo fortissimo e non è facile perché ti mettono sempre in discussione. Ne hanno sentito parlare da nonni e bisnonni ma ora si danno da fare per conoscerlo, è ridicolo dire che è più vicino a noi solo perché ha vissuto il Novecento. Andate ad Assisi a vedere l’invasione di famiglie giovanissime lì per San Francesco o solo per curiosità».

“Padre Pio è il santo più amato dagli italiani” diceva un sondaggio di Casa.it sulle immagini sacre nelle case del Belpaese. Più di Sant’Antonio e San Francesco d’Assisi. «Guardi – replica Amapani – è nei bunker dei mafiosi e camorristi perché appare più potente addirittura di Dio, sembra ci sia del magico semplicemente nel rivolgersi a questa entità forte e misteriosa. Chi arriva ha un bisogno di protezione autentico e di salvezza spirituale ed è convinto che risolva i problemi fisici. Dà risposte molto forti a situazioni di vita drammatiche. È una figura mistica ancora tutta da conoscere, ma non sempre i pellegrini vanno in profondità».

Francesco Forgione (questo al secolo il nome di Padre Pio) per Agostino Gemelli resta uno “psicopatico”, per Andreotti “l’uomo del secolo”, per Wojtyla venerabile nel ‘90, beato nel ’99 e santo nel 2002. Qui son saliti Bartali nel 1947, Lefebvre nel 1968, lo stesso Giovanni Paolo II nel 1987 e Benedetto XVI nel 2009 quando l’hanno trasferito nella nuova chiesa. L’ha disegnata Renzo Piano. Inaugurata nel 2004, è tra le più grandi e discusse d’Italia. Chiedetelo a Ravasi e Sgarbi. L’hanno voluta i frati per ospitare la marea di fedeli che negli anni ha invaso quella realizzata nel ’59, la Santa Maria delle Grazie che appena finita appare “una scatola di fiammiferi” allo stesso Padre Pio. Oggi c’è uno scatolone di 6mila metri quadri per 7mila persone e fino a 40mila sul sagrato. Croce di bronzo dorato di Arnaldo Pomodoro e tabernacolo di Floriano Bodini. Nella chiesa inferiore la cripta con la salma, 3 sale conferenze, 31 confessionali e ampie zone per pregare. In più 2mila metri di mosaici in oro (e non solo) di un artista e teologo sloveno, Ivan Rupnik: 36 nicchie (a destra la vita di San Pio e a sinistra quella di San Francesco) e 16 temi spirituali, dalla “chiamata” fino alla “felicità nella vita dello Spirito Santo”. Tutto questo Padre Pio non lo sa, direbbe De Gregori. Ma non è semplice trovare un ponte anche con Lourdes, Fatima o Medjugorje. Silvia Godelli, assessore regionale alla Cultura e Turismo, guarda al popolo della Puglia. «Padre Pio non ha omologato la spiritualità della gente – dichiara a Linkiesta – il tessuto sociale è intriso di devozione e la venerazione dei santi patroni resiste al tempo e ai flussi migratori. Ogni borgo è uno scenario di culti autentici e di attaccamento alla tradizione, tra cerimonie millenarie, religiose ma anche pagane, di grandissimo fascino e di rappresentazione scenica assolutamente teatrale. Si pensi a San Nicola a Bari, Sant’Oronzo a Lecce, San Michele a Monte Sant’Angelo, ma anche alla Focara di Novoli, ai Fucacoste di Orsara e alle Fracchie di San Marco in Lamis».

Dei e diavoli. Etica e capitali. Sud e magia. Da Erodoto a Weber fino a Ernesto De Martino, la partita è ancora aperta. Il 23 settembre scorso, il giorno della festa di San Pio, i frati hanno donato ai bambini dell’ospedale il fumetto “Piuccio e Lolek”, Padre Pio e Giovanni Paolo II in favole per piccini. Lo ricorda a Linkiesta Francesco Colafemmina, filologo e autore nel 2010 del libro “Il mistero della Chiesa di San Pio”. «I frati hanno trasformato la devozione in fenomeno da baraccone – taglia corto lo studioso barese – è un pellegrinaggio per eventi. Con quei fumetti stanno banalizzando la santità. Chi viene cerca un luogo riconoscibile, la tomba o i luoghi in cui Pio ha vissuto e invece trova la nuova chiesa senza nemmeno inginocchiatoi. La vecchia cripta era un luogo semplice e racchiusa nel neoromanico, ora ci sono le etichette con le spiegazioni perché tra l’oro e i mosaici la gente si distrae». Ma il santo, ammette Colafemmina, ha una “affinità elettiva” col dna del Sud. «Anche se i fedeli seguono i santi che ritengono fare più grazie e c’entra poco il marketing della santità, sentite cosa vi risponde un meridionale se gli chiedete chi è Edith Stein (Santa Teresa nel 2008 e patrona d’Europa, ndr)». I meridionali qui piangono, ma singhiozzano anche bresciani, polacchi, irlandesi e coreani. Il luccichio spiazza i novizi. «I mosaici – precisa Amapani – sono un’esperienza di fede che ha bisogno di tempo per essere capita e vissuta, c’è l’ignoranza di chi vuole subito toccare il corpo perché prima arrivi e prima non so che ti succede. Un genio di spiritualità come Pio si manifesta anche con un genio artistico come Rupnik. Un capannone come altrove sarebbe stato squallidissimo». E il San Francesco delle elementari? «Quando parla della liturgia delle chiese e delle messe, dice che bisogna usare l’oro più prezioso, così devo preparare il meglio che ci sia nei riti in cui Cristo si rende presente. Quando l’uomo smetterà di fare arte e bellezza il mondo sarà finito».

Laici e cattolici, post comunisti ed ex scudi crociati, sono tutti d’accordo: l’unica eredità del frate è l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza. Misteri e miracoli a parte, è Padre Pio infatti che nel 1940, nella provincia di Di Vittorio, coltiva il sogno di «una sanità dal volto umano», una sorta di Primavera alla Dubcek per le malattie del mondo. Il nosocomio è oggi un centro d’eccellenza per la sanità in deficit del Meridione (e non solo): nel 2010 agli ambulatori sono giunti 125mila pazienti, più di 1 milione di prestazioni e 56mila ricoveri ordinari. Medicina rigenerativa, oncogenomica, oncologia sperimentale, cellule staminali somatiche e pluripotenti indotte. Ha anche le banche biologiche, tra cui la banca cordonale (nel 2009 con la maggior raccolta in Italia) e quella del latte umano. «Basta ad alimentare la fede dei credenti e dunque i pellegrinaggi – conferma la Godelli – se la città fosse soltanto un luogo finto, un parco a tema religioso, un mercato del sacro, non avrebbe visto decine di milioni di persone raggiungere il Santuario». Il mercato, in realtà, va avanti dal 1918. Sboccia con la vendita occulta di false pezzuole intrise di sangue appena Padre Pio dice di avere le stimmate, le ferite divine del suo ispiratore, San Francesco. Oggi si parla di “Padre Pio spa”, un flusso di quattrini, tra donazioni, fondi per l’Ospedale, diritti editoriali sui libri, antenne tv, giornali, siti internet, banner pubblicitari e souvenir. Secondo una ricerca del 2007 di Marketing Tv, il brand ha in mano il 4% del mercato italiano. Ma la chiesa di Piano e le bancarelle sono staccate. A gennaio 2010 i carabinieri qui scoprono un clan che spaccia droga, così nel 2004. A 2-300 metri, con 130 euro si fa la spesa: francobolli da 800 lire del ‘98 a 70 cent, magneti per il frigorifero e angeli proteggi-bimbi a 4, portachiavi per auto a 6, la statua con saio a 8, l’acquasantiera per la casa a 9, il nocino alle erbe di Padre Pio e l’altarino in legno a 10, la candela col santo nascosto nella cera a 6 e 50, l’orologio da taschino a 15 e con 50 il modellino in scala del carro funebre del ’68. Vicini a orecchiette, caciocavallo e al rosso locale, il nero di Troia. A Roma, con uva moscata, pasta e mandorle, nel 2002 hanno tirato fuori il “gelato del Santo”. I fedeli sono cambiati. Sono nei gruppi di preghiera: 3324 in tutto il mondo, 2580 in Italia e 744 all’estero. Pregano, cantano, raccolgono soldi per opere di beneficenza e tornano «rinati nello spirito e nel corpo», dicono. Hanno rosari, ma anche tablet. L’applicazione? “Padre Pio Tv”, le funzioni locali live da Tele Radio Padre Pio. «Amplifica il messaggio del santo che in vita comunicava con radio e giornali di tutto il mondo» dice a Linkiesta Stefano Campanella, direttore del canale nato nel 1987, come Radio Tau, su idea dei cappuccini di Sant’Angelo e Padre Pio. Satellite, digitale terrestre e internet non bastano più. «Ci chiedono i fatti ma anche soluzioni ai problemi di tutti i giorni attraverso l’esempio di Padre Pio che è la via per arrivare a Cristo e non il monopolio dei santi. Già in vita il frate aiutava e accoglieva i sacerdoti di Santa Rita». Per Don Alessandro, con forme e formule diverse, il fenomeno “bancarellaro” è nella storia dei pellegrinaggi e non è solo ecclesiale. «Ci sarà sempre un business – sottolinea il parroco – in Terra Santa hanno portato via i pezzi del sepolcro e sulla nuova basilica hanno cominciato a fare prima le croci nei muri per dire ‘io sono stato qui’ e poi a portar via la polvere del santuario. Così coi rosari e le immagini a Medjugorje o nei santuari buddisti e musulmani. Il mondo religioso e dei souvenir non è Padre Pio ed è fuori dalla basilica. I frati nel sagrato non fanno vendere neppure un rosario. Danno al luogo e al personaggio la vera identità come a Lourdes e a Fatima e tolgono garanzie a chi ha questo senso religioso». Intanto gli alberghi e “chi ha questo senso religioso” hanno cambiato la città. Per l’Organizzazione mondiale del turismo (Wto) San Giovanni Rotondo è la quarta meta mondiale della fede. Da 7 anni, tra Foggia e i Comuni dauni, espositori e buyers del pianeta son qui per la Bitrel, la Borsa Internazionale del turismo religioso (Aurea fino al 2009), stile Expocattolica di San Paolo. Quest’anno, dal 26 al 31 ottobre, si è tornati sulle Vie Francigene del Sud, i sentieri longobardi da Otranto a Roma, passando per la grotta di San Michele a Monte Sant’Angelo. Santuari e mercati, ma col Gargano mal collegato (vedi la frana di Montaguto), nemmeno l’aeroporto “Gino Lisa” di Foggia riesce a far decollare il turismo. Ci prova invano dal 1989, ma con una pista di 1.560 metri, Boing 737 e Airbus A320 fanno fatica. Così Aeroporti di Puglia, con l’ok di Comune, Provincia e Camera di Commercio di Foggia, ha deciso di portarla a 2.000 metri contando su 14 milioni di fondi Fas per il Mezzogiorno (sbloccati solo a luglio scorso). Ultima parola ora a Regione e conferenza di servizi. Resta però un “aeroporto bonsai”: costa tanto e viene usato poco. Tra arrivi e partenze, il traffico aumenta, ma è sotto i 72mila viaggiatori nel 2010 (68mila nel 2009). E dopo Club Air, Myair e Air Alps, i voli sono ancora per poco in mano alla svizzera Dream Airline che, in tre anni, ha fatto volare circa 130mila viaggiatori da e per Milano, Torino e Palermo. Sì, perché il 5 novembre lo scalo chiude i battenti: la Regione ha deciso di non versare più l’annuale cofinanziamento di 4,8 milioni.

Nel 2010 la città è tra le 31 bellezze mondiali per il New York Times. L’anno scorso, stando ai dati del Comune sul turismo locale (Istat e Agenzia di promozione turistica locale), sono arrivati da ogni parte del globo in 7 milioni e 45mila, tra pellegrini, turisti, gente in visita a parenti o in ospedale. Un record per gli ultimi 15 anni e più del 2008, quando l’ostensione delle spoglie di San Pio ne fa porta 6 milioni e 567mila (420mila in meno rispetto al 2009). Il problema è un altro: non entrano negli alberghi. Sono 163, inclusi bed&breakfast, affittacamere, case per ferie, villaggi e campeggi. La Camera di Commercio la chiama “industria dell’accoglienza”: un indotto senza 5 stelle e con circa 4mila addetti colpito dalla crisi e dalla moria di clienti. Ha registrato 426mila arrivi nel 2009 e appena 276mila lo scorso anno. E in 36 mesi l’uso medio dei posti letto è sceso da 118 giorni a 74, il peggior dato dal ’96, quando i cuscini servivano per 286 notti. In 12 mesi hanno chiuso i battenti 3 albergatori, anche se la cura dimagrante ha partorito 87 posti più del 2009. I turisti vanno anche a San Marco in Lamis, Vieste e Barletta e la media di permanenza è quasi la stessa da anni: nei 6.392 lettini dormono meno di due giorni (1,74). «È colpa della crisi economica – è la tesi del direttore Campanella -, tra l’altro Padre Pio consigliò a una persona, che faceva tutt’altro, di comprarsi un albergo ma senza sfruttare i pellegrini. Non aveva una visione trascendentale della vita, aveva i piedi per terra, poi è la legge di mercato che misura il business». Ma la politica cosa ha fatto? Chi ha messo mani al turismo o è andato a casa o ha dato il sonnifero ai piani di rilancio. Come quello di Federico Massimo Ceschin, l’esperto di marketing urbano che nel 2010, su incarico del sindaco di centrosinistra Gennaro Giuliani (in carica dal 2008 a natale scorso), stila un “Proposta progettuale per lo sviluppo del turismo” e poi arrivederci. “Dovevo riportare in equilibrio la città anche con la partecipazione popolare al nuovo piano urbanistico generale – chiarisce il manager che oggi cura la Bitrel per la Regione – la parola d’ordine era “normalità” contro le contraddizioni urbanistiche. Si pensava a una crescita qualitativa riportando spiritualità e senso autentico di devozione a partire dal centro storico, ripercorrendo i passi del frate, senza esagerazioni, senza egemonie, con l’immagine reale di un borgo capace di ritrovarsi con la ruralità e con l’ambiente, e i flussi turistici finalmente opportunità per uno sviluppo fondato sulla lentezza di questa terra». Così lenta che aspetta i guadagni sognati col Giubileo quando da Roma arrivano 50 miliardi di lire (8 per mille escluso) in deroga al piano regolatore e tirano su nuovi alberghi e vecchie pensioni. E con la beatificazione del ’99, il sindaco di centrosinistra Davide Pio Fini (dal ’96 a 2000 e poi delega al turismo con Giuliani) sfrutta il momento. «Recuperiamo un ritardo trentennale per la viabilità e per l’accoglienza – diceva – ed è giusto farlo ora che i mezzi ci sono. Tutte queste opere tornano a vantaggio degli abitanti di San Giovanni Rotondo e dei Comuni vicini». Con 20 miliardi anche per i parcheggi, Fini dice poi sì a 36 nuovi alberghi, ma riceve altre 464 domande. Il passo sembra più lungo della gamba. La sinistra locale va in crisi, la città viene commissariata e a maggio scorso passa al centrodestra (Luigi Pompilio). «Ma per ricucire quello strappo urbanistico ci vorrà molto tempo – spiega Ceschin -. C’è una sola area verde, il Parco del Papa, senza un piano di gestione e senza piscina, auditorium, centro congressi, pista ciclabile, impianto sportivo o valorizzazione del contesto rurale o forestale cittadino». Sembra di essere tornati al paesello selvaggio di pastori ritratto nel 1957 da Vittorio Sala per l’Istituto Luce, “Le capitali d’estate. Itinerario adriatico da Pescara a Ravenna”. C’erano solo la foresta e l’ospedale, ma anche allora San Giovanni Rotondo era in bianco e nero.

Provocazioni

Lunedì 17 ottobre si è tenuto a Todi,  presso il convento francescano di Montesanto, il seminario “La buona politica per il bene comune”, promosso dal Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro. Alla fine del convegno, il direttore di Unimondo Fabio Pipinato ha pubblicato una riflessione ricca di spunti e provocazioni 

bdb0c7b7-4cdf-4b2c-b7cc-50b0b9e498e9.jpgL’appuntamento di Todi è stato importante. L’aver ritrovato un tavolo comune, tra fratelli in diaspora, non è banale in tempi ove l’individualismo va alla grande. Il titolo sobrio e quanto mai attuale: “Una buona politica per il bene comune”. Sin qui tutto bene. L’esito? Non me ne vogliano, ma mi sembra un po’ scontato. Lo riporto pur sapendo di perdere metà lettori: un governo più forte, un no alle elezioni anticipate, una nuova legge elettorale, un rafforzamento del welfare e una riforma del fisco che metta al centro la famiglia. Non dico che ci si sarebbe aspettato un Codice di Camaldoli ma qualche riflessione in più intra anziché extra poteva ben emergere. Che significa “intra”? I cattolici si sono dati appuntamento per dire cosa gli altri (alias, il governo) – dovrebbero fare? (extra). Legittimo. Forse sarebbe meglio cambiare angolatura per comprendere cosa i cattolici potrebbero fare. E ne avremmo a sufficienza. Prima di rimuovere la trave che è nell’occhio di tuo fratello forse è il caso di spostare la capriata che sta nel nostro; parafrasando il Vangelo. Tento, quindi, di declinare qualche verbo che ci possa aiutare ad affrontare la crisi prima di senso e poi economica ed ambientale.

Rinunciare all’8 x mille che non sia specificamente destinato alla Chiesa cattolica. Nel contempo si rinuncia al privilegio del non pagare le tasse (l’Iva) se l’opera (l’albergo) è “di religiosi” o se la struttura ha annessa una cappelletta/chiesetta. Insomma, in uno Stato dai privilegi diffusi serve qualcuno che faccia il primo passo in tutt’altra direzione.

Vendere. Non mi riferisco solo alle Diocesi, alle parrocchie ma, in primis, alle associazioni cattoliche di cui sono parte. Sono spesso appesantite da immobili; strutture. Alcuni circoli non parlano d’altro. Forse dovremmo diventare più leggeri; più agili. Vendere le strutture per dare un futuro alle organizzazioni già esistenti che necessitano d’ossigeno. Un cambio di paradigma: non più muri ma persone.

Appassionare. Non basta più impiegare; non abiteremo il nostro tempo. Appassionare è un imperativo. Basta con gli impiegati demotivati con l’orologio in mano, recupero ore, lungo elenco di diritti acquisiti, tutti telefono, caffè e gossip. E poi ci permettiamo di criticare i ministeriali. Chi lavora per il welfare deve essere appassionato al “bene comune”; alla costruzione della cattedrale. Certo. Servono forti iniezioni di formazione, motivazione ma soprattutto incentivi meritocratici che si ispirino un po’ più al toyotismo che al fordismo, per dirla con l’economia applicata.

Incentivare. Abbiamo l’obbligo, in tempi di lavoro scomposto, d’incentivare i giovani più meritevoli con un’addizionale di reddito pari a quella data dal servizio civile. Perché? Le associazioni cattoliche sedute attorno al tavolo di Todi sono state fondate quando c’era la Chiesa di Pio XII, i partiti di massa, l’associazionismo di massa. V’erano contratti indeterminati, ferie pagate, baby pensioni; oggi tutto è cambiato. Molte persone hanno contribuito non poco alla crescita di queste Istituzioni donando il surplus di tempo in forma volontaria. Ma lo potevano fare perché erano coperti da un minimo salariale. Oggi possiamo chiedere ai giovani di “esser parte/farsi carico” solo se garantiamo loro le risorse minime che andranno a sommarsi ad altre loro entrate.

Ridurre. Le associazioni cattoliche sono pronte a chiedere una riduzione dei costi della politica. Più che legittimo in tempi di crisi economica e non solo. Ma la sfida, anche qui, non sta all’esterno ma al proprio interno. Il divario tra il costo dei dirigenti, segretari generali ed i giovani di cui sopra deve ridursi drasticamente se vogliamo recuperare credibilità agli occhi della gente. E’ semplicemente immorale che un dirigente di un’Associazione cattolica possa superare il reddito di un parlamentare. Potremmo, invece, ricavare nuove risorse per garantirci futuro.

Aprire. Il tavolo di Todi è una modalità per conoscere l’altro che sta accanto a me e con il quale potrei collaborare, visto il “comun sentire”. Ma guai se diventa una roccaforte in difesa del “noi”. Se sta in collina anziché scendere a valle. L’approccio dell’ “economia civile” dovrebbe rileggere i tempi. Non siamo più noi “primo mondo” che dettiamo legge e vangelo agli altri mondi ma una dose di umiltà ci potrebbe portare ad apprendere dai laboratori implementati da altre religioni sparsi nel pianeta. Dalle tigri asiatiche al Brasile passando per il Sudafrica. Insomma, per stare al mondo bisogna conoscere il mondo.

Allocare. Immorale è investire in “banche armate“, in banche che favoriscono il commercio d’armi con i Sud del mondo. Oggi esistono alternative consolidate come Banca Etica e altre banche che hanno fatto scelte precise o moltissimi istituti di microcredito e microfinanza che investono sul lavoro e non sulla speculazione finanziaria che è concausa di questa crisi. Questi mondi come il commercio equo e solidale, il biologico non appartengono più alla sfera della “simbologia” ma sono parte dell’economia reale. Qui servirebbe un cambio di passo da parte del mondo cattolico che ha contribuito, peraltro, a far nascere questi mondi.

Negoziare. Dovremmo anche aprire lo scrigno dei principi non negoziabili. Suvvia; lo stanno facendo anche i talebani a Kabul per la transizione nel 2014 e la libertà di stampa sta entrando in Myanmar. Se tutto si riduce alla difesa intransigente del “non negoziabile” non se ne esce. Nei comportamenti morali non c’è differenza tra laici e cattolici in quanto a Todi metà erano divorziati come, parimenti, non pochi giovani della GMG si sono “appartati usando anticoncezionali”. Insomma, si dovrebbe cercare di andare oltre la contrapposizione ideologica.

Privilegiare. Il rapporto Caritas dà una fotografia drammatica dell’Italia di oggi: oltre 8 milioni di poveri. Possiamo inserire al primo posto in tutti gli odg (ordine del giorno) di tutti gli incontri a tutti i livelli cosa possiamo fare noi (non il governo) come associazioni cattoliche per i nostri poveri? I poveri non possono stare tra le “varie ed eventuali” perché non sono eventuali. Ci sono. E saranno sempre con noi. Punto.

Agenzie di giudizio…

images120.jpgMai come in questi ultimi mesi ci siamo sentiti bombardati dalla parola “declassamento”. Infatti, in questo periodo di crisi economica, ci siamo spesso svegliati la mattina con un orecchio al radiogiornale e con la domanda “Chissà se ci hanno declassati ancora?”. Le tre maggiori agenzie di rating, quelle che dopo aver giudicato le aziende ora si dedicano alla valutazione degli Stati, sono Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. La prima è nell’occhio del ciclone perché accusata di agire nell’illegalità, in quanto priva di una licenza da parte dell’autorità di controllo europeo (sta lavorando comunque regolarmente in attesa di tale licenza). Ciò che viene criticata maggiormente è la loro pretesa di valutare gli Stati con la stessa logica con cui giudicano le aziende: ciò fa sì che i destini economici di interi Paesi dipendano dalle loro promozioni o bocciature, con relative conseguenze sociali e politiche. In particolare sono accusate di essere controllate dagli stessi grandi investitori che lucrano attaccando Stati e imprese (tra l’altro andrebbe anche valutata la loro competenza visto che, alla vigilia del grande crac, diedero voti altissimi ai titoli legati ai mutui sub-prime e alla banca Lehman Brothers…). Diamo un’occhiata un po’ più approfondita:

Moody’s: tra coloro che tirano le fila c’è il miliardario Warren Buffet che vanta importanti partecipazioni in Coca-Cola, Gilette, McDonald’s, Kisby Company, Walt Disney. Secondo Forbes è il terzo uomo più ricco al mondo.

Standard & Poor’s: ha come capogruppo Mcgraw-Hill che opera nell’editoria (libri scolastici e apprendimento digitale) e nel mercato di capitali e materie prime.

Adusbef e Federconsumatori chiedono un risarcimento danni e affermano: “L’operato delle tre sorelle del rating, ampiamente ed universalmente screditate in maniera clamorosa con il fallimento di Lehman Brothers nel 2008, quando fino all’ultimo momento non si accorsero di nulla, dopo aver miseramente fallito nei loro giudizi sui subprime l’anno precedente, hanno indotto il Dipartimento di giustizia Usa ad aprire un’inchiesta sui giudizi (sbagliati) attribuiti da S&P ad alcuni prodotti legati ai mutui ipotecari americani prima dello scoppio della crisi dei subprime nel 2007, deve trovare immediata ed univoca risposta dai Governi europei, con rigidi paletti e regole urgenti all’operato di una cupola che, dopo aver imposto manovre lacrime e sangue, vuole portare l’Europa e l’euro al default per mere finalità speculative.”

Ciò detto, non sia tutto questo una scusa per attribuire alle tre agenzie la causa dell’attuale situazione economica; certo, più l’economia ruota intorno alla finanza, più sarà rilevante il ruolo delle agenzie di rating…

(dati e notizie sono presi dall’articolo “Agenzie di rating servizio o cricca?” di Romolo Menighetti su Rocca del 1 ottobre 2011 e dal sito www.adusbef.it)

La Cina in cerca di un’etica

Prendo da Peacereporter questo interessante articolo

 

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Non sappiamo se nel fare il suo discorso in conclusione del plenum del Comitato centrale del Partito comunista cinese, il presidente Hu Jintao avesse in mente il destino di Yue Yue, la bambina di due anni morta venerdì mattina dopo essere stata travolta da ben due furgoncini il 13 ottobre e ignorata da 18 passanti, prima che una donna migrante, un’accattona di quelle che frugano nell’immondizia, cercasse di prestarle soccorso e avvertisse la madre. È successo a Foshan, nella provincia meridionale del Guangdong. Di sicuro il richiamo di Hu a uno “sviluppo culturale” necessario rivela un brutto clima e al tempo stesso una consapevolezza: alla Cina manca ormai una narrazione comune, una cultura condivisa che la renda coesa per reggere al proprio stesso boom economico. Ora il vaso di Pandora si è aperto. Il caso di Yue Yue è stato al centro dell’attenzione collettiva per un’intera settimana, è stato amplificato a dismisura su Weibo, il social network che da queste parti ha un'”autorevolezza” equivalente a quella di Facebook in occidente – si parla di 500mila post sull’argomento – per poi essere ripreso dai media ufficiali. A fare da corollario, la vicenda della soccorritrice, Chen Xianmei, la donna “invisibile” di 57 anni assurta improvvisamente agli onori della cronaca. Le sono stati offerti soldi da donatori anonimi e non, telecamere e taccuini l’hanno assediata, le malelingue hanno sostenuto che avesse fatto tutto per denaro (se facciamo schifo tutti, tutti facciamo un po’ meno schifo). Lei ha continuato a ripetere che voleva solo soccorrere la bambina ed è andata in crisi per le pressioni insostenibili: forse la prossima volta si comporterà come i 18 che l’avevano preceduta nel vicolo di Foshan.

Commentatori di ogni genere si sono espressi. C’è chi accusa l’eccessiva mentalità utilitaristica della Cina contemporanea. Jiang Xueqin, su The Diplomat magazine, arriva a parlare di una e vera propria evoluzione cerebrale, indotta da trent’anni di enfasi sui valori materiali, che avrebbe sviluppato nei cinesi solo la parte del cervello che elabora calcoli utilitaristici e annichilito quella che governa i sentimenti. D’altra parte c’è chi punta il dito contro le deficienze del sistema: in un quadro legale dove non sono garantiti diritti individuali, chi non si fa gli “affari suoi” rischia sempre di passare per colpevole. Esemplare il caso che China Daily riporta nella stessa pagina che parla della vicenda Yue Yue: un adolescente, tale Zhang, è stato messo sotto torchio dalla polizia perché sospettato di avere investito un’anziana donna; lui continua a ripetere che stava solo cercando di aiutarla. Chi ha ragione? Nel caso, meglio astenersi (dal soccorso), anche perché di casi simili se ne sentono a bizzeffe, quasi si stesse perdendo anche l’antica relazione confuciana della pietà filiale. Un’amica italiana che vive a Pechino ha assistito di recente a un episodio che è l’altra faccia del caso Yue Yue: subito dopo essere stato urtato da un’auto, un uomo giace al suolo come morto. A nulla valgono i tentativi di rianimarlo da parte dei passanti. Quando il conducente della macchina gli sventola sotto il naso una mazzetta di banconote, l’uomo salta in piedi, prende i soldi e scompare tra la folla. Il China Daily sostiene che “le vittime dovrebbero avere il senso morale di essere grate per l’aiuto che gli viene offerto, mentre chi intende dare al prossimo una mano, dovrebbe avere una conoscenza di base sulle tecniche di soccorso”.

È proprio quel “senso morale” che la Cina cerca nelle pieghe del caso Yue Yue e che Hu Jintao intende, forse, quando parla dello sviluppo culturale necessario alla Cina del boom. Qualcosa rivolto all’esterno, certo, perché una grande potenza deve esercitare soft power e farsi conoscere non solo per i dollari Usa che tiene in cassaforte; ma anche e soprattutto all’interno, perché altrimenti si rischia di esplodere. Ora, come si diceva, il vaso di Pandora si è aperto e diverse amministrazioni locali – tra cui quella del Guandong, dove si trova Foshan – sembrano sul punto di varare leggi contro l’omesso soccorso. Linee guida per informare su come si prestano i primi aiuti alla vittima di un incidente sono già state distribuite dal ministero della Salute e nei circoli accademici si discute sul miglior modo per risollevare la moralità pubblica. Come sempre, la Cina può cambiare da un giorno all’altro e le campagne in grande stile sono forse l’ultimo retaggio dell’ormai tramontato maoismo, che era anche una cultura e una morale. Quelle che oggi si vanno ricercando.

Il cielo e l’inferno

Una storiella estratta da “Il diavolo e la signorina Prym” di Paulo Coelho.

«Come ti stavo dicendo, Ahab raccontava sempre una storia sul cielo e l’inferno; uomo-cavallo-e-il-suo-cane.jpganticamente i genitori la tramandavano ai figli, ma oggi è dimenticata. Un uomo, il suo cavallo e il suo cane camminavano lungo una strada. Mentre passavano vicino a un albero gigantesco, un fulmine li colpì, uccidendoli all’istante. Ma il viandante non si accorse di aver lasciato questo mondo e continuò a camminare, accompagnato dai suoi animali. A volte, i morti impiegano qualche tempo per rendersi conto della loro nuova condizione. […] Il cammino era molto lungo; dovevano salire una collina, il sole picchiava forte ed erano sudati ed assetati. A una curva della strada, videro un portone magnifico, di marmo, che conduceva a una piazza pavimentata con blocchi d’oro, al centro della quale si innalzava una fontana da cui sgorgava dell’acqua cristallina. Il viandante si rivolse all’uomo che sorvegliava l’entrata.

“Buongiorno”.

“Buongiorno” rispose il guardiano.

“Che luogo è mai questo, tanto bello?”

“E’ il cielo”

“Che bello essere arrivati in cielo, abbiamo tanta sete”

“Puoi entrare e bere a volontà”, il guardiano indicò la fontana.

“Anche il mio cavallo e il mio cane hanno sete”

“Mi dispiace molto” disse il guardiano “ma qui non è permessa l’entrata agli animali”

L’uomo fu molto deluso: la sua sete era grande ma non avrebbe mai bevuto da solo. Ringrazio’ il guardiano e proseguì.

Dopo aver camminato a lungo su per la collina, il viandante e gli animali giunsero in un luogo il cui ingresso era costruito da una vecchia porta, che si apriva su un sentiero di terra battuta, fiancheggiato da tanti alberi. All’ombra di uno di essi era sdraiato un uomo che portava un cappello, probabilmente era addormentato.

“Buongiorno” disse il viandante.

L’uomo fece un cenno con il capo.

“Io, il mio cavallo e il mio cane abbiamo molta sete”

“C’è una fonte fra quei massi” disse l’uomo e, indicando il luogo, disse: “Potete bere a volontà”

L’uomo il cavallo e il cane si avvicinarono alla fonte e si dissetarono.

Il viandante andò a ringraziare, “Tornate quando volete” rispose l’uomo.

“A proposito, come si chiama questo posto?”

“Cielo”

“Cielo? Ma il guardiano del portone di marmo ha detto che il cielo era quello là”

“Quello non è il cielo, è l’inferno”

Il viandante rimase perplesso. “Dovreste proibire loro di utilizzare il vostro nome. Di certo questa falsa informazione causa grandi confusioni”

“Assolutamente no. In realtà ci fanno un grande favore. Perché là si fermano tutti quelli che non esitano ad abbandonare i loro migliori amici…”»

In cammino verso la verità. Quale verità?

Pubblico un post piuttosto lungo e non proprio di leggera lettura preso da Asianews. E’ parte dell’intervento di stamane del papa ad Assisi. Ci sono molti spunti interessanti; resta la mia perplessità sul concetto di ateismo espresso dal papa, perplessità che ho già esplicitato in altre occasioni.

L’incontro di Assisi è una spinta al “cammino verso la verità”, facendosi “carico insiemeassisi.jpg della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto”. Lo ha affermato Benedetto XVI nel suo discorso a conclusione della mattinata di interventi delle varie personalità religiose e non nella basilica di S. Maria degli Angeli, radunati per la Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo. Il pontefice ha sottolineato che nel mondo attuale la pace è messa a rischio da due tipi di violenza: quella che fa “uso della religione” e quella che deriva “dall’assenza di Dio”. Ma è importante sottolineare che accanto alle “realtà di religione e anti-religione” che portano violenza, vi sono anche coloro che “cercano la verità, sono alla ricerca di Dio”. Essi sono importanti collaboratori del dialogo e della pace perché correggono le pretese dell’ateismo, teorico e pratico, e spingono “i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile”. Nel suo magistrale discorso, Benedetto XVI valorizza in modo forte la novità di questo incontro di Assisi rispetto a quello di 25 anni fa. Allora, Giovanni Paolo II aveva invitato solo rappresentanti religiosi. Questa volta, il papa ha invitato anche rappresentanti non religiosi, ma profondi ricercatori della verità e attribuisce ad essi una funzione fondamentale.

Il pontefice ha fatto anzitutto un bilancio dell’incontro di Assisi del 1986. “Allora – ricorda il papa – la grande minaccia per la pace nel mondo derivava dalla divisione del pianeta in due blocchi contrastanti tra loro. Il simbolo vistoso di questa divisione era il muro di Berlino che, passando in mezzo alla città, tracciava il confine tra due mondi. Nel 1989, tre anni dopo Assisi, il muro cadde – senza spargimento di sangue. La causa più profonda di tale evento è di carattere spirituale: dietro il potere materiale non c’era più alcuna convinzione spirituale. La volontà di essere liberi fu alla fine più forte della paura di fronte alla violenza che non aveva più alcuna copertura spirituale. Siamo riconoscenti per questa vittoria della libertà, che fu soprattutto anche una vittoria della pace”. Ma “a che punto è oggi la causa della pace?”, si domanda Benedetto XVI. Il mondo – egli risponde – è ancora “pieno di discordia”, non solo per la presenza di guerre qua e là nel pianeta, ma anche perché “il mondo della libertà si è rivelato in gran parte senza orientamento, e da non pochi la libertà viene fraintesa anche come libertà per la violenza”.

Il pontefice si diffonde poi nell’indicare due tipi di violenza. Il primo è “il terrorismo, nel quale, al posto di una grande guerra, vi sono attacchi ben mirati che devono colpire in punti importanti l’avversario in modo distruttivo, senza alcun riguardo per le vite umane innocenti che con ciò vengono crudelmente uccise o ferite. Agli occhi dei responsabili, la grande causa del danneggiamento del nemico giustifica ogni forma di crudeltà. Viene messo fuori gioco tutto ciò che nel diritto internazionale era comunemente riconosciuto e sanzionato come limite alla violenza. Sappiamo che spesso il terrorismo è motivato religiosamente e che proprio il carattere religioso degli attacchi serve come giustificazione per la crudeltà spietata, che crede di poter accantonare le regole del diritto a motivo del ‘bene’ perseguito. La religione qui non è a servizio della pace, ma della giustificazione della violenza”. Il papa sottolinea che “sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura”. L’incontro di Assisi del 1986 voleva proprio esprimere il messaggio che la vera religione è un contributo alla pace e che ogni altro uso è un “travisamento e contribuisce alla sua distruzione”. Per questo, continua il papa, è importante un dialogo interreligioso per ricercare “una natura comune della religione, che si esprime in tutte le religioni ed è pertanto valida per tutte”. Tale “compito fondamentale” serve a “contrastare in modo realistico e credibile il ricorso alla violenza per motivi religiosi”.

Il secondo tipo di violenza “è la conseguenza dell’assenza di Dio”, che porta con sé la “perdita di umanità” . “Il ‘no’ a Dio – ha spiegato – ha prodotto crudeltà e una violenza senza misura, che è stata possibile solo perché l’uomo non riconosceva più alcuna norma e alcun giudice al di sopra di sé, ma prendeva come norma soltanto se stesso. Gli orrori dei campi di concentramento mostrano in tutta chiarezza le conseguenze dell’assenza di Dio. Qui non vorrei però soffermarmi sull’ateismo prescritto dallo Stato; vorrei piuttosto parlare della “decadenza” dell’uomo, in conseguenza della quale si realizza in modo silenzioso, e quindi più pericoloso, un cambiamento del clima spirituale. L’adorazione di mammona, dell’avere e del potere, si rivela una contro-religione, in cui non conta più l’uomo, ma solo il vantaggio personale. Il desiderio di felicità degenera, ad esempio, in una brama sfrenata e disumana quale si manifesta nel dominio della droga con le sue diverse forme. Vi sono i grandi, che con essa fanno i loro affari, e poi i tanti che da essa vengono sedotti e rovinati sia nel corpo che nell’animo. La violenza diventa una cosa normale e minaccia di distruggere in alcune parti del mondo la nostra gioventù. Poiché la violenza diventa cosa normale, la pace è distrutta e in questa mancanza di pace l’uomo distrugge se stesso”.

Proprio davanti a questo quadro di violenze derivate dallo stravolgimento della religione e dall’assenza di Dio, Benedetto XVI mette in luce un fattore importante: “nel mondo in espansione dell’agnosticismo” vi sono “persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio… Esse soffrono a motivo della sua assenza e, cercando il vero e il buono, sono interiormente in cammino verso di Lui. Sono ‘pellegrini della verità, pellegrini della pace’”. Esse – dice il papa – “pongono domande sia all’una che all’altra parte. Tolgono agli atei combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c’è un Dio, e li invitano a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista e che noi possiamo e dobbiamo vivere in funzione di essa. Ma chiamano in causa anche gli aderenti alle religioni, perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri”. Questi cercatori della verità spingono le religioni a purificarsi: “Che essi non riescano a trovare Dio dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo per i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile. Per questo – ha concluso – ho appositamente invitato rappresentanti di questo terzo gruppo al nostro incontro ad Assisi, che non raduna solamente rappresentanti di istituzioni religiose. Si tratta piuttosto del ritrovarsi insieme in questo essere in cammino verso la verità, dell’impegno deciso per la dignità dell’uomo e del farsi carico insieme della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto. In conclusione, vorrei assicurarvi che la Chiesa cattolica non desisterà dalla lotta contro la violenza, dal suo impegno per la pace nel mondo. Siamo animati dal comune desiderio di essere “pellegrini della verità, pellegrini della pace”.

Un po’ d’argento

“Rabbì, che cosa pensi del denaro?” chiese un giovane al maestro.

“Guarda dalla finestra”, disse il maestro,” cosa vedi?”.

“Vedo una donna con un bambino, una carrozza trainata da due cavalli e un contadino che va al mercato”.

“Bene. Adesso guarda nello specchio. Che cosa vedi?”.

“Che cosa vuoi che veda rabbì? Me stesso, naturalmente”.

“Ora pensa: la finestra è fatta di vetro e anche lo specchio è fatto di vetro. Basta un sottilissimo strato d’argento sul vetro e l’uomo vede solo se stesso”.

Siamo circondati da persone che hanno trasformato in specchi le loro finestre. Credono di guardare fuori e continuano a contemplare se stessi.

Non permettere che la finestra del tuo cuore diventi uno specchio. (Bruno Ferrero)

 

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