Dare per scontato

Leggendo il bell’articolo di Azzurra Meringolo preso da www.rivistailmulino.it mi è venuto in mente che spesso ci capita di dare per scontate alcune cose come andare a votare, confrontare idee diverse e magari opposte, esprimere liberamente opinioni. L’esercizio dei diritti si accompagna a quello dei doveri, è la condizione per rendere possibili gli spazi di libertà e di espressione.

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Il Cairo, 21/03/2011

La prima volta ai seggi. “Awal marra” continuavano a ripetere mentre stavano in fila, a volte anche per più di un paio d’ore. “È la prima volta” questo il motto degli egiziani che sabato hanno assolto, dopo anni di sudditanza, il loro dovere di cittadini, votando al referendum che deciderà se approvare o meno gli emendamenti costituzionali proposti dalla Commissione  nominata dal Consiglio delle Forze Armate il 15 febbraio scorso, poco dopo la caduta di Mubarak. “È la prima volta che sono andata a un seggio e ho avuto la sensazione che quello che scrivevo sulla scheda avrebbe avuto un peso” scrive una blogger egiziana. “Per la prima volta io non avevo paura di dire quello che avrei votato”, commenta un’altra utente. L’appuntamento elettorale è arrivato dopo settimane che, avvicendandosi sul palcoscenico di piazza Tahrir, roccaforte della rivoluzione del 25 gennaio, giovani e adulti non facevano altro che spiegare perché sostenevano il “sì” o preferivano il “no”. Nelle vie del centro si sono visti capannelli di gente che rifletteva pubblicamente sull’argomento, cosa che al Cairo, a causa della morsa che il regime aveva stretto attorno alla libertà di espressione, non si vedeva da decenni.

Anche se sulla questione referendaria non esisteva un consenso unanime, tutti concordavano su almeno due aspetti. Il referendum di sabato sarebbe stato una pietra miliare della storia del Paese, probabilmente il primo appuntamento elettorale non truffato degli ultimi sessant’anni. Ciononostante questo ha navigato in un mare di confusione visto che quando, dopo l’uscita di scena del raís Mubarak, i militari hanno preso il potere, hanno di fatto sospeso la Costituzione, lo stesso testo del quale hanno chiesto in questa votazione l’approvazione del cambiamento di alcune sue briciole. Gli emendamenti costituzionali proposti introducono alcuni cambiamenti per quanto riguarda l’elezione del presidente: limitano la durata della presidenza a due mandati di quattro anni ciascuno, reintroducono la supervisione giuridica delle elezioni, rendono più complicato per il presidente mantenere lo stato di emergenza e lo obbligano a nominare un vicepresidente, impedendogli di avere una moglie straniera. Prevista poi l’aggiunta di un comma all’articolo 189, per permettere al Parlamento di emendare la Costituzione.  Anche se sembrano tutti passi positivi, tra gli emendamenti più criticati c’è quello che definisce i criteri per l’eleggibilità del presidente, perché anche se sono stati ampliati, continuano ad essere restrittivi. Tuttavia, non sono stati tanto questi tecnicismi a dividere il fronte del “sí” da quello del “no”, quanto le conseguenze che tale referendum potrebbe avere sul processo di transizione in corso. Dicendo di volersi liberare dei militari al più presto possibile, i sostenitori del “sì”, la Fratellanza Musulmana, il Wafd, e le briciole del Partito Nazional Democratico del deposto raís, sanno che una volta approvati  tali emendamenti si andrebbe in fretta a elezioni parlamentari e presidenziali. Ed è proprio questo aspetto a preoccupare maggiormente il fronte del “no”, nel quale troviamo tutti gli altri movimenti di opposizione e l’ala riformista della Fratellanza, che ritengono prematuro andare a elezioni ora, non sentendosi adeguatamente pronti a tale appuntamento e temendo di lasciare gioco facile alla Fratellanza, che ha tutti gli interessi ad accelerare i tempi. Tra chi si oppone agli emendamenti troviamo anche il Movimento del 6 aprile, i giovani protagonisti della rivoluzione, e i due candidati alle prossime presidenziali, Amr Moussa e Mohammed El Baradei, al quale alcuni estremisti islamici hanno impedito di votare, lanciandogli sassi quando l’hanno visto arrivare nei dintorni del seggio. A parte qualche sporadico episodio di disordine, fuori dai riflettori degli ultimi tempi, l’Egitto ha vissuto la sua grande giornata, quella che ha segnato l’inizio di un pezzo di cammino, difficile, ma entusiasmante. I dati definitivi non sono ancora noti, ma ormai indietro non si torna. Nonostante i rischi di una controrivoluzione.

In memoria delle vittime delle mafie

Giornata della memoria e dell’impegno Si ricordano le vittime delle mafie Centro Balducci – Lunedì 21 marzo ore 18.00

E’ questa l’occasione nella quale “Libera” rilancia ogni anno un impegno che non deve venire mai meno.
In continuità con le altre edizioni, il 21 marzo 2011 ribadisce con forza la voglia di tanti di essere contro tutte le mafie, contro la corruzione politica e gli intrecci clientelari che alimentano gli affari delle organizzazioni criminali e l’illegalità, e di voler continuare a costruire percorsi di libertà, cittadinanza, informazione, legalità, giustizia, solidarietà.

Con alcuni momenti di riflessione e la lettura dei nomi delle vittime delle mafie.


Su Gheddafi e tutto il resto…

E’ uscito il nuovo numero di Limes tutto dedicato alla questione dei paesi in rivolta. Il titolo è tristemente attuale, benché non abbia alcun riferimento al Giappone: “Il grande tsunami”. Dal sito ho tratto questi articoli decisamente interessanti

23. La trappola dell’intervento.pdf

24. Le sabbie mobili dell’Arabia Saudita.pdf

25. Il ghibli soffia anche su Zagabria.pdf

26. Non ci sono pompieri per l’incendio mediorientale.pdf

27. La controrivoluzione d’Egitto.pdf

28. Le opzioni dell’America in Libia.pdf

29. Il giorno della rabbia in Arabia Saudita.pdf

Vescovi e… vescovi

Per alleggerire un po’ l’urgenza e la drammaticità della cronaca riporto due brevi episodi tratti da un articolo di Giampietro Baresi

Bispo Flavio Cappio.jpg“… i mezzi di comunicazione brasiliani hanno sottolineato il comportamento, per niente diplomatico, di due vescovi brasiliani. Il primo, mons. Luís Flávio Cappio (in foto), vescovo di Barra (do Rio Grande), noto per due scioperi della fame fatti per protestare contro un faraonico progetto del presidente Lula, durante una visita in Germania si è visto offrire 100mila dollari. Dopo aver chiesto da dove venisse quel danaro e saputo che si trattava di una donazione di alcune imprese, ha risposto: «Non posso accettare soldi rubati agli operai e ai consumatori». Il secondo è mons. Manuel Edmilson da Cruz, vescovo emerito di Limoeiro do Norte. Lo scorso dicembre è stato invitato dal senato federale a ritirare la prestigiosa Comenda de Direitos Humanos Dom Hélder Câmara, per il suo impegno a difesa dei diritti umani. Grande è stata la sorpresa generale, quando, iniziando il suo discorso, ha detto: «L’onorificenza che mi viene offerta oggi non rappresenta la persona di dom Hélder Câmara. Anzi, la sfigura. Pertanto, senza risentimenti, ma agendo con amore e rispetto verso tutti i signori e le signore qui presenti, per i quali prego ogni giorno, non posso fare che una sola cosa: rifiutarla. Questa onorificenza è un insulto, un affronto al popolo brasiliano, ai cittadini che pagano le tasse per il bene comune, frutto del loro sudore e della dignità del loro lavoro». La settimana precedente, infatti, i politici si erano aumentati lo stipendio del 61,8%”.

Serve commentare? Naaaaaaa

Un modo diverso di essere maschi

Ieri sera ho partecipato a Zugliano a un incontro con Ugo Morelli su Etica, giustizia ed estetica. Durante la serata lo scienziato cognitivo ha fatto riferimento al suo sito dove ha postato questa interessante riflessione sui tempi di oggi e il ruolo del maschio.

stabiae_3.jpgSarebbe facile limitarsi a esprimere un profondo sentimento di vergogna per un certo modo di intendere la mascolinità. Seppure la vergogna debba essere riconosciuta come una risorsa decisiva per un’etica dei comportamenti. La prova è che di vergogna se ne vede poca in giro in quest’epoca in cui si propone come stile di vita il “tutto è possibile”. Chiedendosi un po’ più approfonditamente cosa sta succedendo è naturale legare il tutto all’espansione dei valori individualistici e all’arroganza che li accompagna, la cui radice è principalmente maschile, anche se spesso imitata anche dalle donne. Si tratta di un individualismo che è divenuto così pervasivo da essere dato per scontato, dimenticando del tutto il fatto che non necessariamente il valore della persona debba ridursi alla privatizzazione dell’esistenza. Siamo esseri relazionali e senza gli altri con cui riconoscersi non siamo niente, pur se possiamo arrivare a pensare di essere tutto. Diviene importante cogliere l’occasione per chiedersi che cosa vuol dire essere maschi oggi. Sappiamo con evidenza che il dominio maschile della società è un fatto storico. Nasce in un certo tempo e si impone come modello unico. Sappiamo, inoltre, che quel dominio è figlio di un’elaborazione nevrotica e spesso violenta delle nostre debolezze di maschi. Eppure non è difficile trovarsi in situazioni in cui, tra maschi, persiste il modello del cacciatore; si perpetuano i concetti della conquista e del non farsi scappare le occasioni. Per non parlare dei linguaggi e dei pregiudizi diffusi negli ambienti lavorativi e nella vita di ogni giorno a proposito delle capacità femminili e del loro riconoscimento. Rimane indicibile e inconcepibile in molti campi l’emancipazione e l’espressione professionale femminile. In questo quadro si inserisce lo squallore delle vicende italiane di queste settimane. Sembra oltremodo importante non anestetizzarsi e sentire il disagio e la vergogna, ascoltare fino in fondo il risentimento di essere maschi, se l’essere maschi può voler dire quello che vediamo accadere. Si cercano, di questi tempi che sono definiti di crisi dei valori, degli orientamenti e dei valori di riferimento. Uno dei valori a cui dedicarsi sembra certamente quello del riconoscimento del fatto che noi esseri umani, tutti, uomini e donne, siamo, emotivamente e affettivamente parlando, portatori di aspetti materni e paterni. Abbiamo bisogno sia di contenimento che di determinazione, sia di cura che di autorevolezza. Riconoscerlo vuol dire assumersi la responsabilità dello sdegno e del risentimento come segno di civiltà umana, maschile e femminile. Esiste un modo diverso di essere maschi ed è un dovere civile esprimerlo nei fatti.

Sull’amicizia

Una vecchia canzone per riprendere quello di cui stiamo parlando in I… A seguire uno dei brani che abbiamo letto

L’Albero degli amici”

Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici per il semplice caso di avere incrociato il nostro cammino. Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco, vedendo molte lune passare, gli altri li vediamo appena tra un passo e l’altro.Tutti li chiamiamo amici e ce sono di molti tipi.

Talvolta ciascuna foglia di un albero rappresenta uno dei nostri amici.

I primi che nascono sono il nostro amico Papà e la nostra amica Mamma, che ci mostrano cosa è la vita. Dopo vengono gli amici Fratelli, con i quali dividiamo il nostro spazio affinché possano fiorire come noi. Conosciamo tutta la famiglia delle foglie che rispettiamo e a cui auguriamo ogni bene. Ma il destino presenta altri amici che non sapevamo avrebbero incrociato il nostro cammino. Molti di loro li chiamiamo amici dell’anima, del cuore. Sono sinceri, sono veri. Sanno quando non stiamo bene, sanno cosa ci fa felici. E alle volte uno di questi amici dell’anima si installa nel nostro cuore e allora lo chiamiamo innamorato. Egli dà luce ai nostri occhi, musica alle nostre labbra, salti ai nostri piedi. Ma ci sono anche quegli amici di passaggio, talvolta una vacanza o un giorno o un’ora. Essi collocano un sorriso nel nostro viso per tutto il tempo che stiamo con loro. Non possiamo dimenticare gli amici distanti, quelli che stanno nelle punte dei rami e che quando il vento soffia appaiono sempre tra una foglia e l’altra. Il tempo passa, l’estate se ne va, l’autunno si avvicina e perdiamo alcune delle nostre foglie, alcune nascono l’estate dopo, e altre permangono per molte stagioni. Ma quello che ci lascia felici è che le foglie che sono cadute continuano a vivere con noi, alimentando le nostre radici con allegria. Sono ricordi di momenti meravigliosi di quando incrociarono il nostro cammino. Ti auguro, foglia del mio albero, pace amore fortuna e prosperità. Oggi e sempre… semplicemente perché ogni persona che passa nella nostra vita è unica. Sempre lascia un poco di se e prende un poco di noi. Ci saranno quelli che prendono molto, ma non ci sarà chi non lascia niente.

 

Dati recenti sulla pena di morte

In terza stiamo parlando di pena di morte. Come avevo promesso pubblico i dati recenti tratti da www.nessunotocchicaino.it

LA SITUAZIONE AD OGGI
 
L’evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte in atto nel mondo da oltre dieci anni, si è confermata nel 2009 e anche nei primi sei mesi del 2010.
I Paesi o i territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica sono oggi 154. Di questi, i Paesi totalmente abolizionisti sono 96; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 8; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 6; i Paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni o che si sono impegnati internazionalmente ad abolire la pena di morte, sono 44.
I Paesi mantenitori della pena di morte sono scesi a 43, a fronte dei 48 del 2008, dei 49 del 2007, dei 51 del 2006 e dei 54 del 2005.
Nel 2009, i Paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali sono stati 18, notevolmente diminuiti rispetto al 2008 e al 2007 quando erano stati 26.
Il graduale abbandono della pena di morte è anche evidente dalla diminuzione del numero di esecuzioni nei Paesi che ancora le effettuano. Nel 2009, le esecuzioni sono state almeno 5.679, a fronte delle almeno 5.735 del 2008 e delle almeno 5.851 del 2007.
Nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, non si sono registrate esecuzioni in 9 Paesi che le avevano effettuate nel 2008: Afghanistan, Bahrein, Bielorussia (che però ne ha effettuate due nei primi mesi del 2010), Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Mongolia (che nel frattempo ha deciso una moratoria delle esecuzioni), Pakistan, Saint Kitts e Nevis e Somalia.
Viceversa, 3 Paesi hanno ripreso le esecuzioni: Thailandia (2) nel 2009, dopo uno stop nel 2008; Taiwan (4) e Autorità Nazionale Palestinese (5) nel 2010, dopo cinque anni di sospensione. penadimorte.jpg
 
Dei 43 mantenitori della pena di morte, 36 sono Paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In 15 di questi Paesi, nel 2009, sono state compiute almeno 5.619 esecuzioni, circa il 99% del totale mondiale. A ben vedere, in tutti questi Paesi, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l’affermazione dello Stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili.
Sul terribile podio dei primi tre Paesi che nel 2009 hanno compiuto più esecuzioni nel mondo figurano tre Paesi autoritari: la Cina, l’Iran e l’Iraq.
Dei 43 Paesi mantenitori della pena capitale, sono solo 7 quelli che possiamo definire di democrazia liberale, con ciò considerando non solo il sistema politico del Paese, ma anche il sistema dei diritti umani, il rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello Stato di diritto.
Le democrazie liberali che nel 2009 hanno praticato la pena di morte sono state solo 3 e hanno effettuato in tutto 60 esecuzioni, circa l’1% del totale mondiale: Stati Uniti (52), Giappone (7) e Botswana (1). Nel 2008 erano state 6 (con Indonesia, Mongolia e Saint Kitts e Nevis) e avevano effettuato in tutto 65 esecuzioni.
 
Ancora una volta, l’Asia si conferma essere il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Se stimiamo che in Cina vi sono state circa 5.000 esecuzioni (più o meno come nel 2008 e, comunque, in calo rispetto agli anni precedenti), il dato complessivo del 2009 nel continente asiatico corrisponde ad almeno 5.608 esecuzioni (il 98,7%), in calo rispetto al 2008 quando erano state almeno 5.674.
Le Americhe sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per gli Stati Uniti, l’unico Paese del continente che ha compiuto esecuzioni (52) nel 2009.
In Africa, nel 2009 la pena di morte è stata eseguita solo in 4 Paesi (con la Somalia, erano stati 5 nel 2008) dove sono state registrate almeno 19 esecuzioni – Botswana (1), Egitto (almeno 5), Libia (almeno 4) e Sudan (almeno 9) – come nel 2008 e contro le almeno 26 del 2007 e le 87 del 2006 effettuate in tutto il continente.
Nel settembre 2009, la Commissione Africana per i Diritti Umani e dei Popoli ha organizzato nella capitale ruandese Kigali una conferenza sulla pena di morte nella regione centrale, orientale e meridionale del continente africano. I 50 partecipanti hanno chiesto ai Paesi africani di seguire l’esempio del Ruanda e di abolire la pena capitale, attraverso l’istituzione di moratorie formali e l’adozione di un protocollo alla Carta Africana sui Diritti Umani e dei Popoli sull’abolizione della pena capitale in Africa. “Invitiamo tutti i Paesi membri dell’Unione Africana che non l’avessero ancora fatto a sottoscrivere gli Strumenti sui Diritti Umani che proibiscono la pena capitale, vale a dire il Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e lo Statuto di Roma (della Corte Penale Internazionale), adeguando la propria legislazione nazionale”, è scritto nel documento finale.
Tra il 12 e il 15 aprile 2010, il gruppo di lavoro sulla pena di morte della Commissione Africana sui diritti umani ha organizzato un secondo incontro regionale a Cotonou, nel Benin. Alla conferenza, che si è concentrata sui paesi africani settentrionali e occidentali, hanno partecipato circa 50 rappresentanti provenienti da 15 paesi della regione. La sessione plenaria e i gruppi di lavoro si sono soffermati sulla questione della pena di morte in Africa e sui mezzi per realizzare l’abolizione.
All’incontro regionale di Cotonou, il secondo dopo quello di Kigali, seguirà una conferenza continentale con esperti e rappresentanti degli stati membri dell’Unione Africana. Il Commissario Sylvie Kayitesi, che presiede il gruppo di lavoro, ha in mente di presentare ai capi di Stato e di Governo africani una proposta di protocollo aggiuntivo alla Carta Africana sui Diritti Umani e dei Popoli, relativo alla pena di morte. Questo darebbe all’Africa la possibilità di adottare uno strumento vincolante che comporti la sua abolizione.
 
In Europa, la Bielorussia continua a costituire l’unica eccezione in un continente altrimenti totalmente libero dalla pena di morte. Nel 2009 non sono state effettuate esecuzioni, ma nel marzo 2010 due uomini sono stati giustiziati per omicidio. Nel 2008, erano state effettuate almeno 4 esecuzioni. Ne era stata effettuata almeno 1 nel 2007 e, secondo i dati OSCE, almeno 3 nel 2006 e 4 nel 2005.
Una risoluzione per una moratoria sulle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte è stata adottata durante la sessione annuale dell’Assemblea parlamentare dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), che si è tenuta a Vilnius, in Lituania, tra il 29 giugno e il 3 luglio 2009. La risoluzione invita la Bielorussia e gli Stati Uniti ad adottare un’immediata moratoria sulle esecuzioni e chiede al Kazakistan e alla Lettonia di modificare la loro legislazione nazionale che ancora prevede la pena di morte per alcuni tipi di reati commessi in circostanze eccezionali.
 
Dopo che nel 2008, 3 Paesi hanno cambiato status rafforzando ulteriormente il fronte a vario titolo abolizionista, altri 6 lo hanno fatto nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010.
Nell’aprile 2009 il Burundi ha adottato un nuovo codice penale che abolisce la pena di morte. Nel giugno 2009, il parlamento del Togo ha votato all’unanimità la legge che abolisce la pena di morte. Nel luglio 2009, il Presidente del Kazakistan ha promulgato la legge che limita la pena di morte a crimini terroristici che provocano la morte di persone e a reati particolarmente gravi commessi in tempo di guerra. Nel luglio 2009 Trinidad e Tobago ha superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi va considerata abolizionista di fatto. Nel gennaio 2010 le Bahamas hanno superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi vanno considerate abolizioniste di fatto. Nel gennaio 2010, il Presidente della Mongolia ha introdotto una moratoria sulle esecuzioni capitali.
 
Nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, ulteriori passi politici e legislativi verso l’abolizione o fatti comunque positivi come commutazioni collettive di pene capitali si sono verificati in numerosi Paesi.
Nell’aprile 2009, il ministro della Giustizia ha annunciato che la Giordania abolirà la pena di morte per tutti i reati eccetto che per omicidio premeditato. Nel giugno 2009, una Conferenza nella Repubblica Democratica del Congo si è conclusa con l’annuncio da parte del Presidente dell’Assemblea Nazionale e del Presidente del Senato dell’avvio del processo legislativo volto ad abolire la pena di morte nel Paese. Nel giugno 2009, il Vietnam ha approvato la eliminazione della pena di morte per otto reati. Nell’agosto 2009, il Ministero della Giustizia del Libano ha lanciato una campagna nazionale a sostegno della proposta di abolizione della pena di morte. Nel settembre 2009, il governo della Corea del Sud si è detto d’accordo a non applicare la pena di morte, come chiesto dal Consiglio d’Europa. Nel novembre 2009, il governo del Benin ha presentato una proposta di legge all’Assemblea Nazionale per inscrivere l’abolizione della pena di morte nella Costituzione. Nell’aprile 2010, già abolizionista per tutti i reati, Gibuti ha approvato un emendamento che introduce l’abolizione della pena di morte nella Costituzione.
Nel 2009, per la prima volta nella storia del Paese non sono state registrate esecuzioni in Pakistan.
Il 7 gennaio 2009, nel suo ultimo giorno come Presidente del Ghana, John Kufuor ha graziato oltre 500 detenuti. Nel gennaio 2009, la Corte Suprema dell’Uganda ha stabilito la commutazione in ergastolo delle condanne a morte dei prigionieri che si trovano in carcere da più di tre anni. Nel gennaio 2009, il Presidente dello Zambia ha commutato le condanne capitali di 53 prigionieri del braccio della morte. Nel luglio 2009, in occasione del 10° anniversario della sua incoronazione, il Re del Marocco Mohammed VI ha concesso un’ampia amnistia che ha riguardato circa 24.000 detenuti, molte decine dei quali hanno ricevuto la commutazione della condanna capitale in ergastolo. Nell’agosto 2009, il Presidente del Kenia, Mwai Kibaki, ha annunciato la commutazione in ergastolo della pena capitale per gli oltre 4.000 prigionieri del braccio della morte. Nell’agosto 2009, lo Stato di Lagos in Nigeria ha commutato la pena capitale nei confronti di 40 prigionieri del braccio della morte, 3 dei quali sono stati amnistiati e liberati. Nel novembre 2009, il presidente della Tanzania ha commutato in ergastolo le condanne a morte di 75 prigionieri.
 
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il 18 marzo 2009, il New Mexico ha abolito la pena di morte, divenendo così il secondo Stato USA in oltre quarant’anni a farlo, dopo che il New Jersey l’aveva abolita il 13 dicembre 2007. Molto vicino all’abolizione è arrivato anche il Connecticut, dove Camera e Senato hanno votato l’abolizione, ma la governatrice M. Jodi Rell ha posto il veto il 5 giugno 2009.
 
Sul fronte opposto, la Thailandia ha ripreso le esecuzioni nell’agosto 2009 dopo circa sei anni di sospensione.
Nell’aprile 2010, in Palestina il Governo di Hamas a Gaza si è reso responsabile della ripresa delle esecuzioni dopo una moratoria di fatto durata cinque anni. Alla fine di aprile 2010, anche Taiwan ha ripreso le esecuzioni dopo cinque anni di sospensione.

Ancora su Dio e il male

L’articolo che segue è di Sergio Givone e non è proprio facilissimo, ma è un interessante contributo a quanto abbiamo affrontato in quinta

Dice ancora qualcosa la morte di Dio agli uomini di oggi? Secondo Nietzsche, poco o nulla. L’annuncio che «Dio è morto» è destinato a cadere nel vuoto. Magari tutti ripetono la frase a proposito di questo o di quello (secolarizzazione, scristianizzazione, pensiero unico, e così via). Ma come se fosse un’ovvietà, una cosa scontata, di cui prendere atto per poi archiviarla senza farsi troppi problemi. Un po’ come dire: siamo moderni, emancipati, la fede in Dio appartiene al passato. Dovranno passare secoli – è sempre Nietzsche a sostenerlo – prima che gli uomini tornino a interrogarsi sul senso profondo e misterioso di questa morte.maschera1R375_31ott08.jpg Che la morte di Dio appaia come un evento che è ormai alle nostre spalle e che ci lascia sostanzialmente indifferenti non è ateismo. È nichilismo. L’ateismo a suo modo tiene ferma l’idea di Dio. Non fosse che per distruggere e negare quest’idea, liquidando al tempo stesso ogni forma di trascendenza: sia la trascendenza della legge morale, sia la trascendenza del senso ultimo della vita. Tutte cose che costringerebbero l’uomo in uno stato di sudditanza e gli impedirebbero di realizzare la sua piena umanità. L’ateismo in Dio vede il nemico dell’uomo. Perciò gli muove guerra. Per il nichilismo niente di tutto ciò. Quella di Dio è una bellissima idea. Talmente alta e nobile che, come afferma quel perfetto nichilista che è Ivan Karamazov, c’è da stupire che sia venuta in mente a un «animale selvaggio » come l’uomo. Però destinata a dissolversi come rugiada al sole sotto i raggi spietati della scienza. Rimasto senza Dio, l’uomo deve fare i conti con la realtà. Deve imparare a vivere sotto un cielo da cui non può più venirgli alcun soccorso né consolazione. Quindi, deve riappropriarsi della sua vita terrena e soltanto terrena. Con quanto di buono e prezioso la terra ha da offrire una volta che Dio è uscito di scena. Ma siccome non c’è nulla di buono e prezioso se non in forza dei nostri stessi limiti, diciamo pure in forza del nostro destino di morte (infatti come potremmo amarci gli uni gli altri se fossimo immortali?), sia lode al nulla! Questo dice il nichilismo. Ma anche più importante di quel che il nichilismo dice, è quel che il nichilismo non dice. Per realizzare il suo progetto di riconciliazione con la mortalità e la finitezza, il nichilismo deve tacere su un punto decisivo: lo scandalo del male. Precisamente lo scandalo che l’ateismo aveva fatto valere contro Dio, in questo dimostrandosi consapevole del fatto che il male sta e cade con Dio. È di fronte a Dio che il male appare scandaloso. Cancellato del tutto Dio, persino come idea, il male continua a far male, ma rientra nell’ordine naturale delle cose. Ed ecco la parola d’ordine del nichilismo: tranquilli, non è il caso di far tragedie. A differenza del nichilismo, l’ateismo pur negando Dio ne reclama o ne evoca la presenza. Esemplare da questo punto di vista il ragionamento (che a Voltaire sembrò invincibile) svolto da Pierre Bayle. Il male c’è, indiscutibilmente. Come la mettiamo con Dio? O Dio non vuole il male ma non può impedirlo, e allora è un dio impotente; o Dio può impedire il male ma non vuole, e allora è un dio malvagio; o Dio non può e non vuole, e allora è un dio meschino (oltre che impotente); o Dio può e vuole (ma di fatto non lo impedisce), e allora è un dio perverso. Dunque: non può essere Dio un dio impotente oppure malvagio oppure meschino oppure perverso. Obietterà Leibniz: non è vero che Dio lasciando essere il male si condanna alla malvagità e quindi alla non esistenza. Il bene, sul piano ontologico, è infinitamente più grande del male: anche se il bene è silenzioso, spesso invisibile, e invece il male sconquassa il mondo. Il valore positivo del bene è infinitamente più grande del valore negativo del male. Non solo, ma il bene è ogni volta una vittoria sul male, mentre non si può dire che il male sia una vittoria sul bene, perché il bene resta, anche se c’è il male, e al contrario il male, pur non cancellato, è vinto dal bene. Perciò Dio, pur potendolo, non impedisce il male. Se lo facesse, col male toglierebbe anche il bene. Quel bene che, rispetto al male, è un di più di essere, di vita, di senso. Lasciamo stare se gli argomenti di Bayle siano convincenti e se la risposta di Leibniz possa soddisfare pienamente. Certo è che tanto l’ateismo di Bayle quanto il teismo di Leibniz concordano su un punto: è alla luce dell’idea di Dio che il male rivela la sua natura per così dire «innaturale», sconcertante, scandalosamente disumana. Tolto Dio, certo si continua a soffrire, e cioè a patire le offese che la natura reca agli uomini e gli uomini a loro stessi, ma quanto più debole sarebbe quel «no, non deve essere» che osiamo dire di fronte al male chiamando in causa Dio… Il nichilismo, a differenza dell’ateismo, non vuole vedere il male, non può vederlo. E questo per la semplice ragione che Dio non è più l’antagonista, il nemico: semplicemente non è più. Lo stesso si deve dire del male: non è più. Evaporato, dissolto, fattosi impensabile. «L’unico senso che do alla parola peccato – ha detto recentemente un filosofo che fa professione di nichilismo – è quello che è contenuto nell’espressione: che peccato!». Viva la chiarezza. Il nichilismo è subentrato all’ateismo. Potremmo dire che il nichilismo altro non è che una forma di ateismo in cui Dio non è più un problema, come non è più un problema il male – Dio è morto, e questa sarebbe l’ultima parola, non solo su Dio, ma anche sul male. Questo nichilismo amichevole e pieno di buon senso, oltre che perfettamente pacificato, continua a essere la cifra del nostro tempo.

Un ricordo di Samuel Ruiz

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Nel settembre 2003 ho avuto il privilegio di ascoltare a Udine, al convegno “Da vittime a protagonisti della storia; persone, comunità, popoli del pianeta” organizzato dal Centro Balducci di Zugliano, la testimonianza di don Samuel Ruiz, scomparso lo scorso gennaio. Posto qui sotto un estratto del ricordo tracciato da Claudia Fanti per Adista

“Con lui se ne è andato uno degli ultimi grandi profeti della Chiesa della liberazione: Samuel Ruiz García, Tatic Samuel, padre degli indios, si è spento il 24 gennaio, all’età di 86 anni, in un ospedale di Città del Messico (soffriva da alcuni anni di diabete e di problemi cardiaci), assistito dal suo “fratello di lotta” Raúl Vera López […]

Nato a Irapuato, nello Stato del Guanajuato, nel 1924, Samuel Ruiz giunse in Chiapas, nel Sudest messicano, nel 1959, chiamato a ricoprire la carica di vescovo della diocesi di San Cristóbal, il più giovane del suo Paese. Vi sarebbe rimasto quarant’anni. La realtà poverissima della Regione, in cui gli indigeni vivevano in condizioni di schiavitù, lo colpì come uno schiaffo. Era andato a evangelizzare, don Samuel, ma, secondo le sue stesse parole, fu lui ad essere evangelizzato […]

Prese così avvio un’esperienza pastorale nella linea della liberazione che lo rese popolare in tutto il mondo, attirandogli, come è avvenuto per tutti i grandi profeti, molto amore e molto odio: un processo di costruzione di una Chiesa autoctona, liberatrice, evangelizzatrice, animata da uno spirito di servizio, in comunione e sotto la guida dello Spirito”. Sono, questi, i sei tratti distintivi della Chiesa chapaneca fissati dal Terzo Sinodo Diocesano, convocato da Ruiz nel 1995 e conclusosi nel 1999, sullo sfondo delle grandi opzioni pastorali della diocesi: la creazione, nello spirito della collegialità conciliare, di strutture di comunione più vicine allo spirito evangelico; l’accompagnamento pastorale integrale al popolo di Dio nella concretezza della sua realtà terrena; la ricerca del dialogo e della riconciliazione come unico cammino per risolvere i conflitti. E, naturalmente, l’opzione per i poveri, quell’opzione che il Concilio, alle cui sessioni Ruiz aveva preso parte, non aveva saputo cogliere, malgrado la sollecitazione di Giovanni XXIII e gli sforzi del card. Lercaro. […]

Nel 1994, quando prese il via l’insurrezione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ezln), il vescovo venne accusato di essere il responsabile della rivolta – in linea con il pregiudizio razzista che riconduce sempre ogni iniziativa india a un qualche attore non indigeno – e minacciato dal governo di arresto per sedizione. Ma don Samuel non si lasciò intimidire. E, dal 1994 al 1998, esercitò il ruolo di mediatore nel conflitto tra Ezln e governo federale, attraverso la Commissione Nazionale di Intermediazione (Conai), prendendo parte alla firma, il 16 febbraio del 1995, degli “Acuerdos de San Andrés”, poi completamente disattesi dal governo. Malgrado il suo impegno a favore della pace, l’allora presidente Zedillo, nel 1998, lo accusò di promuovere una «pastorale della divisione» e una «teologia della violenza». La gerarchia ecclesiastica non fu da meno. Il card. Juan Sandoval Íñiguez, per esempio, individuò una delle cause della ribellione armata in Chiapas proprio nella divisione creata dalla strategia pastorale di don Samuel, dominata da un «tipo di teologia della liberazione ispirata al marxismo» (Milenio, 25/1). Invano Girolamo Prigione, nunzio apostolico in Messico dal 1978 al 1997, si adoperò per farlo cacciare: il protagonista di tante crociate contro la Teologia della Liberazione e la Chiesa più fedele allo spirito del Concilio e di Medellín non ha potuto vantare tra i suoi trofei – fra i quali spicca in particolare l’opera di distruzione del lavoro pastorale di mons. Sergio Méndez Arceo a Cuernavaca – la rimozione del vescovo degli indios dalla diocesi di San Cristóbal per «gravi errori dottrinali, pastorali e di governo». Tuttavia, allo scopo di frenare il processo diocesano, viene inviato nel 1995 a San Cristóbal il domenicano mons. Raúl Vera Lopez, come coadiutore con diritto di successione, destinato, quindi, secondo il diritto canonico, a sostituire mons. Ruiz. Ma il Vaticano non poteva prevedere che il contatto con le comunità indigene e con il lavoro svolto nella diocesi avrebbero trasformato don Raúl nel più fedele alleato del vescovo di cui avrebbe dovuto correggere le presunte deviazioni. E così, a “conversione” consumata, Roma corre ai ripari, trasferendo mons. Vera Lopez direttamente all’altro capo del Paese, a Saltillo, ai confini con gli Stati Uniti. A succedere a don Samuel – che, per non fare ombra al suo successore, preferisce lasciare il Chiapas e trasferirsi a Querétaro, nel Messico centrale – viene infine chiamato un altro vescovo del Chiapas, mons. Felipe Arizmendi, già vescovo di Tapachula, moderatamente conservatore, ma non abbastanza da non comprendere, poco per volta, la necessità di dare continuità al lavoro svolto […]

Lo stesso Arizmendi, in una sua riflessione dal titolo “L’eredità di Samuel Ruiz”, elenca peraltro alcuni degli aspetti dell’opera di Ruiz «che non devono andare perduti, per le loro radici evangeliche», malgrado alcuni di essi appaiano “delicati”, per la difficoltà «tanto di intenderli secondo il Vangelo quanto di applicarli in comunione ecclesiale»: la promozione integrale degli indigeni, l’opzione per i poveri e la liberazione degli oppressi, la libertà di denunciare le ingiustizie di fronte a qualunque potere arbitrario, la difesa dei diritti umani, l’inculturazione della Chiesa, in direzione della creazione di «Chiese autoctone, incarnate nelle differenti culture, indigene e meticce», la promozione della dignità della donna e della sua corresponsabilità nella Chiesa e nella società, la teologia india come «ricerca della presenza di Dio nelle culture originarie», il diaconato permanente. Ma quanto poco tale eredità venga apprezzata dalla gerarchia non ha mancato di farlo notare, persino all’indomani della scomparsa del vescovo, il vicedirettore di Radio y Televisión dell’arcidiocesi di Città del Messico, José de Jesús Aguilar, il quale, intervistato da Formato 21, ha ricordato Samuel Ruiz come «una figura controversa» che «si lasciò condurre dal principio della Teologia della Liberazione», per quanto «lo andò adattando a tutti gli insegnamenti del magistero ecclesiale»; un vescovo «ammirato da gente che non appartiene alla Chiesa cattolica, proprio per questo rischio di vivere la fede cattolica in altra maniera». A rendere al vescovo il «migliore omaggio», come ha evidenziato La Jornada (26/1), sono stati però quelli che più contavano per don Samuel, gli indigeni del Chiapas (dove il corpo è stato trasportato), giunti da ogni angolo dello Stato per sfilare di fronte al feretro del loro Tatic, nella cattedrale di San Cristóbal. Ripercorrendo a ritroso, così, la strada battuta in quarant’anni, a piedi o a cavallo, da El Caminante – come si identificava don Samuel – in visita alle più sperdute comunità indigene della regione. Ora, ha scritto dom Pedro Casaldáliga in un suo messaggio, «el caminante vescovo del Chiapas è giunto al Grande Villaggio, nella Pace, e da lì continuerà ad essere, ora con piena libertà, vero profeta nella società e nella Chiesa, in mezzo ai popoli della nostra Amerindia. (…). Con San Bartolomé de las Casas, con Taita Leonidas Proaño e con Tatic Samuel Ruiz, tutti noi andremo avanti nelle lotte nelle speranze del Vangelo del Regno».

 

Un non cattolico a capo della Pontificia Accademia delle Scienze

Traggo da Avvenire di oggi questo interessante articolo di Andrea Lavazza sul dialogo Scienza/Fede

Metodico e asciutto, come ci si attende – fin troppo banalmente – da un professore svizzero, dice che per lui la nomina è «un grande onore e che l’accoglie come il riconoscimento per il contributo dato alle attività dell’istituzione di cui fa parte da trent’anni». Nessun cenno, anche di fronte a un’esplicita domanda di Avvenire, al fatto di essere un cristiano riformato e, come tale, il primo a sedere alla presidenza della Pontificia accademia delle scienze.

Ma la scelta di Benedetto XVI di porlo sullo scranno occupato fino alla sua morte, nello scorso agosto, dal fisico Nicola Cabibbo ha suscitato a caldo interesse e consensi proprio per la novità costituita dall’apertura a un non cattolico di un organismo della Santa Sede. Premio Nobel per la fisiologia e la medicina nel 1978, Werner Arber ha 81 anni e vanta una luminosa carriera nella ricerca, che prosegue anche oggi all’università di Basilea.scienza-fede.jpg

Fisico passato prestissimo alla microbiologia, deve la massima onorificenza scientifica alla scoperta e all’applicazione degli enzimi di restrizione, meccanismi di difesa dei batteri, che hanno provocato una rivoluzione nella genetica. Arber ama spiegare il complicato processo con una favola che inventò sua figlia Silvia, allora decenne, dopo aver ascoltato un racconto semplificato del padre: «In ogni batterio c’è un re, alto e magro, con molti servi, bassi e grassi. Papà chiama il re Dna e i servi enzimi. Il re è come un libro che contiene tutte le istruzioni per i servi. Papà ha scoperto un servo che usa le forbici; quando entra un invasore, lo taglia a pezzi per difendere il re. Gli scienziati raccolgono servi con le forbici e li usano per scoprire i segreti del re. Per questo papà ha vinto il Nobel». Uomo di scienza e di fede, non vede contrasti tra i due ambiti. «Molti pensano che la Chiesa abbia un atteggiamento negativo verso la ricerca. Ma non è questa la mia esperienza. Anzi, la Chiesa cattolica vuole essere informata sulla conoscenza scientifica più solida e avanzata e farvi ricorso». Di fronte alla prospettiva di uno scontro tra visione scientifica e visione religiosa, lo studioso sottolinea come «il Vaticano e le università pontificie sostengano attivamente il dialogo tra la scienza e la Chiesa attraverso, ad esempio, il progetto Stoq (Scienza, teologia e ricerca ontologica)».

Certo, il dialogo è perseguito, ma i risultati? «Spesso si ottengono ottimi frutti». Intellettuale rigoroso, Arber preferisce l’asciuttezza che non lasci spazio a enfasi o ambiguità. Se il discorso si sposta sui rischi che certa scienza può portare all’uomo e alla sua dignità (dalla distruzione di embrioni alla selezione prenatale fino alla clonazione), preferisce vedere il lato costruttivo: «L’impegno comune tra mondo della scienza, mondo dell’economia e società civile (che è rappresentata sia dai leader politici sia dalla Chiesa stessa) possono spesso evitare gli abusi nell’applicazione della conoscenza scientifica».

Netto, il nuovo presidente della Pontificia accademia, è anche sulle sfide che naturalismo ed evoluzionismo portano a una concezione della vita che voglia mantenere spazio per la specificità dell’essere umano. «L’anima e la dignità dell’uomo – risponde – fanno parte del regno delle credenze. Non possono dunque essere oggetto di un’investigazione scientifica». Tuttavia, ciò non significa opporre alla ricerca sul mondo naturale un fideismo che immunizzi una parte dell’esistenza dalle acquisizioni della scienza.

«Al contrario, non ho mai sperimentato una contraddizione tra l’essere uno scienziato e credere nelle verità del cristianesimo, né difficoltà nel tenere insieme questi due ambiti. Piuttosto, può essere che le mie intuizioni scientifiche abbiano per qualche aspetto e in qualche misura influenzato le caratteristiche della mia fede. Ma ciò lo considero soprattutto un arricchimento». La teoria genetica che Arber è andato delineando in mezzo secolo di studi l’ha portato a ritenere che «la natura si prenda attivamente cura dell’evoluzione». Un’affermazione che, scorporata dal rigore dei dati molecolari, ha portato qualcuno a definirlo «un Nobel scettico su Darwin» e arruolarlo tra i sostenitori del cosiddetto “disegno intelligente”. In particolare, l’avere scritto che «sebbene sia un biologo, devo confessare di non comprendere l’origine della vita» e che «la possibilità dell’esistenza di un creatore, di Dio, per me rappresenta una soluzione soddisfacente al problema» l’ha fatto arruolare tra i creazionisti anche in una controversia pubblica negli Stati Uniti.

Tanto da dover precisare di aderire alla «teoria neo-darwiniana dell’evoluzione biologica, che ho contribuito a confermare e precisare a livello molecolare». E oggi tiene a ribadire, con la massima onestà intellettuale, senza timore di scontentare gli uni o gli altri, che «è un dato di fatto che la scienza, con i suoi mezzi, non possa né provare l’esistenza di Dio, né provare che Dio non esista».

Giorgio Perlasca

Carissimi, quasi due mesi di assenza dal blog… Chiedo perdono, ma da un lato avevo bisogno di tirare il fiato e dall’altro ero impegnato a tenere una tre sere di formazione che terrò a Palmanova tra fine gennaio e inizio febbraio dal titolo “L’algoritmo di Dio”. Per riprendere, visto che ci stiamo avvicinando al 27 gennaio, giorno della memoria, posto un vecchio articolo di Dimensioni Nuove del 2001 su Giorgio Perlasca. Nella sezione di STORIA si possono trovare molti altri articoli sull’argomento che, riguardando la memoria, “non scadono mai”…

I 90 GIORNI DI GIORGIO PERLASCA

di Teresio Bosco

Hoppi Palmer è oggi impiegata nella «Comunità Ebraica» di Budapest. Accompagna Enrico Deaglio alla casa protetta dove da bambina visse giorni terribili. Indicando un angolo: «Lì stava seduta la mia povera mamma, e accanto a lei stava una cantante lirica, che ogni tanto cantava. Là c’era il mucchio di carbone. Ogni volta che c’era un pericolo grave, noi bambini venivamo coperti con il carbone. Perlasca veniva a portarci da mangiare, a farci coraggio. Se non fosse stato per lui, non saremmo sopravvissuti. Saremmo finiti ammazzati sulle rive del Danubio». Quelle rive si vedono dai balconi dei piani superiori. Nell’inverno 1944 erano coperte di neve, che diventava rossa quando gli ebrei venivano portati al fiume ed erano uccisi. In quell’inverno i rifugiati nella casa protetta ne videro migliaia trascinati sugli argini. Legati a coppie con filo spinato, venivano liquidati con una pallottola alla testa e spinti nel fiume… Hoppi vide per l’ultima volta Perlasca alla fine dell’assedio di Budapest, quando diede loro l’addio. «Ci disse che ormai non ci sarebbe più stato bisogno di lui. Ci augurò di farcela. Poi scomparve, e risentii parlare di lui solo 45 anni dopo, su un trafiletto di giornale. Annunciava un suo ritorno a Budapest per essere ringraziato dal Parlamento…».

LA RIVELAZIONE DELLA CONTESSA IRENEperlasca.jpg

Quel trafiletto di giornale che la signora Hoppi aveva letto nel 1989 diede inizio alla «scoperta di Perlasca», dopo anni di silenzio e di oblio. Era andata così. A Berlino, nel 1987, la ricercatrice universitaria Eveline B. Willinger radunava notizie su Wallenberg, il leggendario inviato del re di Svezia a Budapest, misteriosamente scomparso all’arrivo dei russi. La contessa Irene von Borosceny andò da lei e le disse: «Io Wallenberg l’ho conosciuto personalmente. Ma, oltre a lui, ho conosciuto un altro uomo eccezionale, un italiano di nome Giorgio Perlasca. Un uomo che ha rischiato più volte la vita per gli ebrei, e di cui nessuno si ricorda».

Da quel momento la ricerca di Eveline si concentrò su Perlasca. Il 15 maggio 1988, sulla rivista della comunità ebraica di Budapest comparve questo appello: «Cerchiamo tutti coloro che nel 1944-45 conobbero Giorgio (Jorge) Perlasca, di origine italiana e a quel tempo incaricato dell’ambasciata di Spagna…». Il risultato di quell’appello fu esplosivo. Centinaia di persone si presentarono portando i passaporti e i salvacondotti firmati «Giorgio Perlasca». A Budapest il parlamento ricevette l’italiano in seduta straordinaria, e gli conferì il più alto riconoscimento: la Grande Stella d’oro dell’Ungheria. A Gerusalemme, il 24 settembre 1989, fu proclamato giusto fra i giusti e fu invitato a piantare, come segno di massimo riconoscimento, un albero ai bordi della Strada dei Giusti, sul monte del Ricordo. Nel settembre 1990, a 80 anni compiuti, fu invitato a un viaggio d’onore degli Stati Uniti. A Washington e a New York fu premiato, abbracciato, intervistato, invitato a grandi banchetti. Dalla Spagna arrivò al «magnifico impostore», per decreto del re Juan Carlos, l’insegna di commendatore numerario dell’ordine di Isabella.

Buon’ultima, si mosse anche l’Italia (in gioventù Perlasca era stato fascista, e quindi nessuno osava…). Il presidente Cossiga lo nominò Commendatore Grand’Ufficiale, e poiché Perlasca era vecchio e povero, il governo gli concesse il contributo vitalizio della «legge Bacchelli», destinato alle persone insigni e povere. Appena in tempo, perché Perlasca se ne andò in pace il 15 agosto 1992, a 82 anni.

LA SUA STORIA

Ma chi era Giorgio Perlasca? A 25 anni, convinto fascista, parte volontario per la conquista dell’Etiopia. A 26, artigliere, ancora volontario per la guerra di Spagna. È uno dei 70 mila che il dittatore Mussolini manda in aiuto al generale Franco che tenta di abbattere il governo social-comunista di Madrid. Quando, dopo la vittoria di Franco, ripartì per l’Italia, ricevette un attestato in cui era scritto: «Caro camerata, in qualsiasi parte del mondo tu ti troverai, rivolgiti alla Spagna». Quel «pezzo di carta» si sarebbe rivelato più prezioso dell’oro. Nel 1938, sollecitato da Hitler, il dittatore fascista Mussolini vara le «leggi razziali» contro gli ebrei. Perlasca affermò: «Mi diedero molto fastidio. Ho smesso di essere fascista. Io sono nato da una famiglia cattolica. Per me, tutti gli uomini sono uguali». Nel 1940, l’Italia entrò in guerra a fianco dei tedeschi. Perlasca non fu richiamato: di guerre ne aveva già combattute due. Sposò la triestina Nerina Dal Fin, si impiegò alla SAIE (importazione di bovini) e partì con la moglie per la Jugoslavia e poi da solo per Budapest. «Era un gran bell’uomo», ricordava Nerina. «Molto alto, occhi azzurri, capelli chiari, elegante. Le donne gli ronzavano intorno. E lui non era insensibile!».

NELL’AMBASCIATA SPAGNOLA

La sera dell’8 settembre 1943 arrivò a Budapest la notizia che l’Italia, abbandonando l’alleato tedesco, si era arresa e si ritirava dalla guerra. Perlasca riuscì a fermare gli ultimi 12 vagoni di bestiame che stava spedendo in Italia. Un mese dopo, l’Italia del re dichiarò guerra alla Germania. Perlasca (poiché l’Ungheria era alleata e semioccupata dai tedeschi) pensò a salvare la pelle. La Spagna era una nazione neutrale. Perlasca ricercò quindi l’attestato rilasciatogli a Madrid e si recò all’ambasciata spagnola. Il primo segretario Angel Sanz Brin lo ricevette con onore. Il 18 marzo 1944 otto divisioni tedesche occuparono interamente l’Ungheria, e per le strade iniziò la caccia all’ebreo. Le case protette dall’ambasciata spagnola (erano cinque e molto grandi) cominciarono a riempirsi di persone ebree che chiedevano rifugio alla Spagna. Perlasca ne domandò il motivo, e venne a sapere che nel lontano 1492 gli ebrei spagnoli erano stati cacciati dalla Spagna. Si chiamavano sefarditi, poiché la Spagna, in ebraico, viene chiamata Sepharad. Per cancellare questa pagina nera, nel 1924 il dittatore Primo del Ribera aveva concesso ai discendenti degli ebrei sefarditi (ovunque fossero) la cittadinanza spagnola. Dovunque si scatenava la persecuzione razziale di Hitler, quindi, le ambasciate spagnole e le case da loro dipendenti divenivano rifugio per gli ebrei sefarditi (o dichiarati tali).

Perlasca ora possiede un passaporto spagnolo. Sanz Brin gli chiede di dargli una mano nell’aiutare gli ebrei. «Ne fui felice. Ero contento di fare qualcosa di utile».

I TRENI DEI DEPORTATI

Cominciarono così i 90 giorni di Perlasca. Davanti all’ambasciata c’era una folla sterminata di ebrei che chiedeva rifugio. Perlasca procedette con il suo stile impetuoso: il salvacondotto che certificava la protezione spagnola non si concedeva dopo aver esaminato i documenti, ma subito, a chiunque lo richiedesse. Così si abbreviavano enormemente i tempi. Le case protette si riempirono di colpo di 3000 ebrei, il massimo di capienza. I rifugiati in soprannumero, dopo alcuni giorni, venivano consegnati alla Croce Rossa che pensava all’espatrio in Spagna. Perlasca andava alla stazione dove partivano i treni dei deportati, e tirava giù dai vagoni gli anziani sfiniti, le donne con bambini. Gridava. «Questi sono cittadini spagnoli! Nessuno li può toccare!». Sanz Briz dovette partire per la Svizzera. Dal 1° dicembre 1944 al 16 gennaio 1945 Perlasca rimase l’unico rappresentante dell’ambasciata. Non era né spagnolo, né diplomatico. Se i tedeschi l’avessero sospettato l’avrebbero giustiziato. Lui lo sapeva, e continuò spavaldo a giocare con la sua vita. Un giorno in cui la tensione era altissima, successe un fatto strano. Una bimba di dieci anni, tremante di terrore, gli disse con voce alterata: «Se lei salva mia mamma, io vengo a letto con lei». Perlasca le diede uno schiaffo, come per svegliarla da un incubo. Alla mamma accorsa, raccontò ciò che era accaduto e disse: «Dobbiamo salvare la nostra dignità, altrimenti saremo perduti». Il 16 gennaio le truppe russe si impadronirono di Budapest. Alle case protette arrivò un gruppo di soldati ubriachi. Sfondarono le porte, picchiarono tutti, rubarono gli orologi.

IL RITORNO IN ITALIA E IL SILENZIO

Solo il 29 maggio, munito di un documento del nuovo governo socialdemocratico e salutato da una piccola folla di persone alle quali aveva salvato la vita, Perlasca potè ripartire per l’Italia. Mentre sull’Ungheria si stendeva pesantissima la «cortina di ferro», Perlasca riabbracciò Nerina e il figlio Franco, e cominciò la vita grama del dopoguerra. Vivendo tra Trieste e Padova (non tornò mai a Como dov’era nato) credeva che la sua avventura fosse ormai dimenticata. Ma a Berlino, una sera del 1987, la contessa ungherese Irene parlò, a chi cercava notizie di Wallenberg, di Giorgio Perlasca…

(Da “Dimensioni Nuove” Maggio 2001, pagg.46-48)

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Stele dedicata a Giorgio Perlasca al museo Yad Vashem di Gerusalemme

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Sul sito del Corriere di oggi c’è un pezzo allarmistico che ci mette in guardia sul futuro di internet: dall’estate del 2011 non ci sarà più spazio su internet per un nuovo utente che volesse navigare sol suo nuovo pc o smart-phone. E’ poi sufficiente dare un’occhiata ai commenti dei lettori per ridimensionare notevolmente l’allarmismo generato dell’articolo. Sta di fatto che la questione dell’accesso alla rete è ormai diventata oggetto di rivendicazione dei diritti umani. E in Italia gli amministratori non sembrano averlo capito: non è questione di colorazione politica, perché non vedo grosse differenze. A livello locale ci sono zone dell'”avanzatissimo e produttivo Frìuli” (per dirlo alla TG) scoperte da Adsl o con velocità lentissime… Pensiamo semplicemente alla velocità della connessione nella nostra scuola… Ecco allora due notiziole che arrivano dal nord-europa che ci possono far riflettere non poco: son prese da Dimensioni Nuove

Se è vero che da tempo i Paesi del Nord Europa si distinguono per propensione all’innovazione e attenzione al welfare, negli ultimi mesi i casi di Finlandia e Islanda hanno costituito un interessante connubio di questi due fattori e un coraggioso tentativo di valorizzare le nuove tecnologie, Internet in particolare, per diminuire le disuguaglianze sociali e garantire diritto di informazione e libertà d’espressione.

La Finlandia è il primo Paese al mondo che ha riconosciuto, per legge, la connessione Internet a banda larga come diritto universale per iinternet_la_rete.jpg suoi 5 milioni di cittadini. E’ stata infatti attuata dai primi di luglio del 2010 la legge sul Mercato delle Comunicazioni, che mirava a garantire a un prezzo ragionevole la connessione ad almeno 1 Megabit per secondo all’interno dei servizi di comunicazione di base come il telefono e la posta. Questo ha significato, per i provider, l’obbligo di fornire a ogni residente una linea a banda larga, che, tra l’altro, dovrà raggiungere i 100 Megabit per secondo entro il 2015. Secondo la ministra per le Telecomunicazioni Suvi Linden “i servizi Web non sono più solo intrattenimento, la Finlandia infatti ha lavorato duramente per lo sviluppo della società dell’informazione e un paio di anni fa abbiamo scoperto che non tutti avevano un accesso”, da cui questa legge innovativa e unica per portare l’accesso a tutti. Se si fa il confronto con l’Italia si può solo constatare come, nonostante il susseguirsi di governi di diverso colore, Internet non sia mai stato considerato una priorità e un’opportunità per il nostro Paese. Ci sono sì differenze non trascurabili a livello demografico e ambientale rispetto a Paesi come la Finlandia, ma il punto è che un deciso investimento sull’innovazione, e sulla rete in particolare, nel nostro Paese non è mai stato fatto. Prova ne è l’ultima indagine UE, che fotografa la situazione a metà 2009 e indica un tasso di penetrazione della banda larga in Italia pari al 20%, contro il 37% di Olanda e Danimarca e il 29% di Francia e Germania. E non è un caso se proprio da Wired Italia sia nato il progetto Internet for Peace, la proposta-provocazione di Riccardo Luna di candidare Internet a Premio Nobel per la pace 2010. Non si tratta, a mio avviso, di voler eleggere Internet a panacea di tutti i mali, ma semplicemente di capire come possa avere un ruolo importante nell’informazione e nella partecipazione dei cittadini e come possa, al tempo stesso, diventare un elemento di divisione e disuguaglianza sociale nel momento in cui sia privilegio di pochi.

L’altro caso interessante dell’anno è quello dell’Islanda, il “Paese senza bavaglio”, secondo un provocatorio titolo di Repubblica di quest’estate. In effetti il progetto approvato il 16 giugno dal parlamento islandese, denominato Icelandic Modern Media Iniziative, mira a “garantire uno scudo quasi totale a chi metterà su Internet segreti militari, giudiziari, societari e di Stato di pubblico interesse”, contemplando, tra le altre cose, una considerevole protezione per i blogger e per tutte le fonti, in nome della libertà d’espressione. Sebbene si prevedano per questa risoluzione tempi di attuazione di circa un anno, in tempi di leggi anti-intercettazioni la mossa dell’Islanda coglie piacevolmente di sorpresa, soprattutto se si considera che il parlamento di Reykjavik l’ha votata con cinquanta voti a favore, zero contrari e un solo astenuto. Nel nostro Paese invece si susseguono proposte di legge, dal centrosinistra come dal centrodestra, che cercano di limitare, se non impedire, le attività dei blogger e delle piccole webTV. Così, mentre in Italia la banda larga avanza a passo di lumaca e il mondo dei blog si prepara alla graticola, ci sono fortunatamente Paesi che si muovono e legiferano per garantire diritti come l’accesso a Internet e la libertà d’espressione, candidandosi a diventare la nuova frontiera dell’innovazione e del giornalismo d’inchiesta.

Terre promesse

Ellis_island_1902.jpgIl post precedente parlava di nuove immigrazioni e allora per fare un po’ di contrappeso pensando al passato e per ascoltare un po’ di musica ho pensato a un pezzo del mitico Bruce. La canzone è American Land ed è stata proposta dal vivo la prima volta nel 2006. Viene raccontato il mito della terra promessa americana, la terra dove ogni sogno è possible: là fantastica di recarsi un uomo che dialoga con la moglie. Lei lo raggiungerà per costruire la loro casa in questo paese delle favole descritto nel ritornello. Ma la realtà a cui va incontro l’uomo è ben diversa: sbarca nella baia di New York dove arriva anche la moglie e insieme alla quale costruisce la città e la casa, col proprio sudore e le proprie mani. Sono gli immigrati ad aver costruito gli Stati Uniti: i McNicholas, i Posalski, gli Smith, gli Zirilli (il nome della famiglia della madre di Bruce), i negri, gli irlandesi, gli italiani, i tedeschi e gli ebrei, i portoricani, i clandestini, gli asiatici, gli arabi. E il loro sforzo è arrivato spesso al sacrificio della vita. Dura è l’accusa finale di Bruce Springsteen al suo paese, un’accusa che giunge fino ai giorni d’oggi: “Sono morte per arrivare fin qui cento anni fa e ancora muoiono, le braccia che hanno costruito il Paese che ha sempre cercato di opprimerle.” Il testo rimanda soprattutto per le prime due strofe alla poesia “He lies in the American land” di Andrew Kovaly. Kovaly era un minatore slovacco che aveva così raccontato la storia di un conterraneo che, poco dopo aver spedito a moglie e figli il denaro necessario a raggiungerlo, muore in una miniera.

Eccola qua:

What is this land of America, so many travel there

I’m going now while I’m still young, my darling meet me there

Wish me luck my lovely, I’ll send for you when I can

And we’ll make our home in the American land

Over there all the woman wear silk and satin to their knees

And children dear, the sweets, I hear, are growing on the trees

Gold comes rushing out the river straight into your hands

If you make your home in the American land

There’s diamonds in the sidewalks, there’s gutters lined in song

Dear I hear that beer flows through the faucets all night long

There’s treasure for the taking, for any hard working man

Who will make his home in the American land

I docked at Ellis Island in a city of light and spire

I wandered to the valley of red-hot steel and fire

We made the steel that built the cities with the sweat of our two hands

And I made my home in the American land

Chorus

The McNicholas, the Posalski’s, the Smiths, Zerillis too

The Blacks, the Irish, the Italians, the Germans and the Jews

The Puerto Ricans, illegals, the Asians, Arabs miles from home

Come across the water with a fire down below

They died building the railroads, worked to bones and skin

They died in the fields and factories, names scattered in the wind

They died to get here a hundred years ago, they’re dyin’ now

The hands that built the country we’re all trying to keep down

Chorus

 

Ed eccone la traduzione (Bruce Springsteen Come un killer sotto il sole, Colombati, pag.135)

 

Cos’è questa terra chiamata America dove in tanti stanno andando?

Ci andrò ora che sono giovane; là mi raggiungerai, mia cara:

augurami buona fortuna, amore mio, ti manderò a prendere quando potrò

e costruiremo la nostra casa in terra americana.

Le donne, laggiù, vestono di seta e raso da capo a piedi,

i bambini, cara, e i dolci, ho sentito, crescono sugli alberi

e l’oro sgorga dai fiumi dritto nelle tue mani

se costruisci la tua casa in terra americana.

Ci sono diamanti sui marciapiedi, ci sono rigagnoli dritti come fusi

e, cara, ho sentito che la birra sgorga dai rubinetti tutta la notte

e che ci sono tesori a portata di mano per chiunque lavori sodo

e costruisca la propria casa in terra americana.

Sono sbarcato a Ellis Island in una città di guglie e luce

e ho riabbracciato il mio amore li nella valle di acciaio incandescente;

col nostro sudore e le nostre mani abbiamo fatto l’acciaio per erigere le città

e abbiamo costruito la nostra casa in terra americana.

Rit.

I McNicholas, i Posalski, gli Smith e anche gli Zirilli,

i negri, gli irlandesi, gli italiani, i tedeschi e gli ebrei

i portoricani, i clandestini, gli asiatici, gli arabi lontani miglia da casa

hanno attraversato l’oceano col fuoco nel cuore

(hanno attraversato l’oceano, mille miglia da casa,

con le pance vuote ma col fuoco nel cuore: così nel booklet).

Sono morti costruendo le ferrovie, hanno lavorato fino a ridursi pelle e ossa,

sono morti nei campi e nelle fabbriche – i loro nomi dispersi nel vento.

Sono morte per arrivare fin qui cento anni fa e ancora muoiono,

le braccia che hanno costruito il Paese che ha sempre cercato di opprimerle.

Rit.

Nuove rotte di immigrazione

Posto un interresantissimo pezzo di Adriano Remiddi tratto dal sito di Limes sulle nuove rotte dell’immigrazione verso l’Europa. Nelle quinte stiamo parlando di globalizzazione e abbiamo accennato al fatto che alcune emergenze possono trovare soluzione solo se affrontate a livello internazionale: fin tanto che ogni stato continua a guardale al cortile di casa sua non ci sono molte possibilità…

Le nuove rotte dell’immigrazione verso l’Europa

La pratica del respingimento in mare dei migranti clandestini ha abbassato del 70% gli sbarchi sulle coste siciliane. Ma i flussi migratori non sono diminuiti: hanno solo cambiato percorso.

La crisi economica ha rallentato i flussi migratori verso l’area Ocse ma la materia è sempre ai primi posti nelle agende dei governi dell’Unione europea. Negli ultimi dieci anni l’Europa ha visto assestarsi alcune principali rotte extra-europee, che incidevano prevalentemente a sud su Spagna e Italia e a est su Polonia e Ungheria. Tuttavia, grazie anche alle politiche migratorie promosse dall’Italia, è in corso una mutazione di tendenza. Di recente il nostro paese ha ratificato il trattato di Bengasi, meglio conosciuto come Trattato di amicizia italo-libica. L’accordo bilaterale firmato il 30 agosto 2008 da Gheddafi e Berlusconi prevede un controllo congiunto del canale di Sicilia allo scopo di contenere il flusso di immigrazione clandestina proveniente dal Nordafrica. Seguendo l’esempio di Spagna e Malta, quindi, anche l’Italia ha rafforzato la pratica del respingimento in mare, suscitando roventi polemiche internazionali.

Nel breve periodo il risultato è stato evidente, perché i controlli hanno ridimensionato consistentemente l’emergenza-sbarchi sulle coste siciliane: c’è stata una riduzione del 71% nell’ultimo anno. Anche il Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Lampedusa, tristemente celebre per il suo cronico sovraffollamento, era ormai deserto in pieno agosto – proprio nel periodo di potenziali sbarchi in massa. Inizialmente, nella controllatissima rotta che dal Nordafrica porta all’Italia, gli sbarchi si sono diretti perlopiù sulla piccolissima isola di Linosa e sulle spiagge agrigentine, ma i continui respingimenti hanno scoraggiato definitivamente questa soluzione. I movimenti dei popoli, ci insegna la storia, sono difficilmente arrestabili e non stupisce quindi che i migranti arginati via mare stiano utilizzando altre rotte.

Nel 2010 infatti, il totale degli ingressi illegali in Europa è aumentato rispetto all’anno precedente, a dimostrazione che i flussi non si sono samos-musumeci-img_2126-2-large.jpgfermati ma sono solo stati deviati. La legge del mercato, della domanda e dell’offerta, trova attuazione anche quando si tratta di vite umane. Non sorprende quindi che sia bastato poco tempo perché si riorganizzassero nuove piste di clandestini via terra. Tantomeno stupisce constatare che la pressione migratoria è cresciuta visibilmente e progressivamente prima in Egitto e in Turchia, poi in Grecia e Albania, paesi di transito che rappresentano la porte d’Europa e dell’area Schengen. Stando ai numeri forniti dal Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, negli ultimi 12 mesi l’80% degli immigrati è entrato nell’Unione attraverso la Grecia, provenendo dal Nordafrica. Nel 2010 infatti il numero di tentativi di ingresso attraverso la Grecia è più che quadruplicato, passando da 6.616 casi a circa 31.021 (+369%). La chiusura delle rotte nel Mediterraneo ha fatto sì che i flussi africani verso l’Europa si  riorganizzassero su terra, permettendo l’arrivo di migliaia di migranti attraverso la Libia, l’Egitto e la Turchia, che vanno a sommarsi al già gravoso flusso proveniente da Afghanistan, Pakistan, Iraq e Iran. Il problema è che la Grecia dimostra di non saper accogliere questa mole di immigrati che di fatto non riesce a respingere, tanto da essere stata definita “palesemente incapace” dal ministero degli Interni di Istanbul. Parte di questo flusso su terra sembra quindi transitare progressivamente attraverso la penisola balcanica diretta verso Croazia, Slovenia e Italia, paesi nei quali, secondo l’ultimo rapporto annuale della stessa agenzia europea, si è registrato un netto aumento del numero di respingimenti alle frontiere terrestri.

Va inoltre segnalato un sorprendente ritorno degli sbarchi sulla costa adriatica, fenomeno ormai estremamente contenuto dopo la pacificazione della penisola balcanica ma tornato alle cronache durante la scorsa estate dopo gli sbarchi in Puglia e Calabria di nordafricani provenienti dalle coste turche. Proprio in queste settimane, per ristabilire il controllo dei confini europei in Grecia, la Commissione europea ha predisposto l’invio delle Rabit – le Squadre di intervento rapido alle frontiere – prevedendo l’impiego sul territorio di 175 unità provenienti dai paesi dell’area Schengen, che affiancheranno Atene nei pattugliamenti e nei respingimenti. È la prima volta che viene dispiegata un’operazione congiunta di questo tipo e le aspettative dell’Unione sono ovviamente molto alte.

Ciò che resta di un eroe

Ho fatto l’obiettore di coscienza, quindi non ho fatto il servizio militare: quando c’era l’anno di leva obbligatorio ero dell’idea che non fosse assolutamente corretto che uno stato obbligasse un giovane diciottenne a imparare come si usa un’arma. Non penso che il sistema corretto per alzare il livello di democrazia di uno stato sia quello della forza, ma penso anche che sia necessario confrontarsi su questo. Penso anche che a volte il dialogo con un regime totalitario sia difficoltoso se non impossibile. Insomma sono convinto che idee e pareri siano molto diversi. Quando però sento di un attentato in cui perde la vita un giovane soldato mi si stringe il cuore al pensiero di chi quel militare ha amato e che ora piange quella vita che non c’è più. Penso alle vittime delle guerre, di quelle combattute ufficialmente (con tanto di nome ridondante) e di quelle ufficiose ma molto più numerose, a tutte le vittime. E allora torna alla mente una delle primissime canzoni scritte da Fabrizio De André: “La ballata dell’eroe”.Senza titolo-2.jpg

E’ la storia di un soldato che parte per la guerra con l’intento di dare il suo aiuto (o il suo sangue, in un’altra versione) alla sua terra: è la stessa motivazione che sento ripetere spesso dai tanti amici che hanno scelta la professione militare, anzi la missione militare, come preferiscono dire loro. Dai superiori il soldato riceve, oltre a mostrine e stellette, il consiglio di vendere cara la pelle (attenzione: non di riportarla a casa…). Riceve l’ordine di andare avanti e commette l’errore di spingersi troppo lontano nella ricerca della verità: davanti agli occhi mi sono passate le vignette del fumetto “Logicomix”, laddove si parla della I guerra mondiale col tentativo da parte del filosofo Wittgenstein di vivere il suo essere umano stando il più possibile accanto alla morte (e concludendo “Spingete un uomo sull’orlo dell’abisso e … se riesce a non caderci dentro… diventerà un mistico o un pazzo… che forse sono la stessa cosa” pag. 256-7).

Dalla morte del soldato derivano due conseguenze.

La prima non riesce proprio a entrare nelle mie corde: la Patria ha un eroe in più da aggiungere alla propria gloria. Troppe sono le domande che si rincorrono nella mia mente: ne pongo solo tre. Che dire di tutti i morti sul lavoro e che lavorano nella società civile, tra mille rischi e accettando anche mille compromessi? Che dire dei soldati tornati dalle missioni con gravi malattie e neppure risarciti? E’ necessario cadere sul campo per dire che la vita è stata vissuta da eroi?

La seconda conseguenza è quella degli affetti, quella che stringe il cuore: quella della donna che amava il militare e che avrebbe preferito il soldato vivo all’eroe morto, di colei che avrebbe voluto avere accanto a sé, nel letto, colui che avrebbe potuto regalarle un caldo abbraccio piuttosto che la gloria di una medaglia alla memoria. E il cuore si stringe. 

Una felicità essenziale

federicozampaglione.jpgIl 26 ottobre esce il nuovo album dei Tiromancino, di cui gira già da un po’ il nuovo singolo L’essenziale (video ufficiale qui). In un’intervista presente nel numero di ottobre di XL Federico Zampaglione racconta di essere stato da adolescente un fan di Iron Maiden, Judas Priest, Cream. Riguardo al singolo guida del nuovo album afferma: “Nell’epoca in cui viviamo si cerca sempre di ottenere e di raggiungere di più, inseguendo mete che poi alla fine si rivelano inutili. Non serve a un cazzo correre, è solo un affanno: quello che serve veramente, quello che ti fa alzare la mattina e che ti fa sentire una persona che sta nelposto giusto è l’essenziale. Una donna, un volto, una casa di campagna, qualsiasi cosa sia, è importante che tu la viva sapendo che è tutto ciò che ti serve per vivere ed essere contento di te stesso… …calmati e guardati intorno, accorgiti di quello che ami, quelle poche cose che vanno protette e difese, con cura e amore, da tutto il rumore e il casino che ti gira intorno”. In terza stiamo parlando di valori e in quarta a breve di felicità: penso che l’essenzialità si leghi bene a entrambi 🙂

E una multinazionale può mangiarsi l’Austria

Ci ha fatto impressione conoscere che il fatturato di talune multinazionali possa essere superiore all’intero PIL di alcuni stati. E allora allego due tabelle: una riporta proprio il confronto tra Stati e Multinazionali per il 2008, l’altra elenca le prime 100 Multinazionali sempre per il 2008. Il tutto è tratto dal sito del Centro Nuovo Modello dello Sviluppo

Confronto tra Stati e multinazionali 2008.pdf 

Prime 100 mutinazionali del 2008.pdf

 

Perdonare e dimenticare

Il 26 settembre su Repubblica è uscita questa intervista molto interessante che riprenderemo in IV quando parleremo di giustizia, pena, colpa e perdono

intervista a ENZO BIANCHI, a cura di CHIARA CAROLI

«Dimenticare le colpe? Quello lo può fare solo Dio. Il perdono non può essere cancellazione, né oblio, né gesto di vanità o di arroganza. È un percorso arduo, faticoso. È un dono elargito senza opportunismo, nel nome della fiducia nei confronti dell’uomo». Un’assunzione di responsabilità condivisa, per costruire una giustizia davvero al servizio di una società fondata sui valori più alti: la solidarietà, la pace, la pietà. È una sfida intellettuale impegnativa quella che lancia padre Enzo Bianchi dal palcoscenico di Torino Spiritualità, dove ieri mattina, nel Cortile di Palazzo Carignano, ha dialogato con Gustavo Zagrebelsky sull’idea del perdono, del perdono concesso al “nemico”, inteso come realizzazione estrema della gratuità. «Il perdono non è un patteggiamento di pena – dice il priore di Bose – ma è il fondamento dei rapporti più limpidi e profondi. È reciprocità. È la riconciliazione, è l’andare oltre che offre una possibilità di futuro. E che si applica all’intera vicenda umana, dal privato di un tradimento tra marito e moglie a una grande vicenda storica come il conflitto tra Israele e Palestina».

forgive.jpgPadre Bianchi, come distinguere il perdono dall’impunità?

«Il perdono non cancella la colpa ma è il riconoscimento che la persona è più grande del male che ha compiuto. È un atteggiamento costruttivo, che porta a sfuggire il rancore e rinunciare alla vendetta».

Zagrebelsky teme che la deresponsabilizzazione produca una società di eterni bambini perennemente ricondotti allo stato di fanciullezza, che dalla storia dei loro errori non sono in grado di imparare nulla. È d’accordo?

«Questa idea non mi convince e credo non aiuti il futuro. Non è la fanciullezza la malattia della nostra società, ma l’illegalità. In questo paese da almeno dieci anni è accettato come un fatto naturale che abbiano diritto di esistenza il sopruso e la mancanza di regole. È questa la causa dell’imbarbarimento».

Può esistere felicità senza responsabilità?

«No. Se parliamo della beatitudine evangelica, essa non può che realizzarsi nella responsabilità non solo di sé ma anche dell’altro, dell’altro che è mio fratello. Questa condivisione di responsabilità è la strada che fa crescere tutti e realizza una società matura».

Lei sostiene che una vera “communitas” contrassegnata dalla qualità della convivenza sociale e dalla solidarietà non può escludere “ciecamente” il perdono dal concetto e dalla prassi della giustizia. Come distinguere questa idea dall’iper-garantismo?

«La giustizia contiene in sé il concetto di perdono. La filosofia del diritto lo sta elaborando. L’idea di perdono non esclude quella di memoria. La colpa va ricordata, non dimenticata né cancellata. Il fine di una società umana costruita sull’amore deve lavorare per la riconciliazione e per la riabilitazione di chi ha peccato».

Riconciliazione in Sudafrica, in Israele. E qui, in Italia, tra carnefici e vittime del terrorismo. È possibile?

«Il cammino della riconciliazione è difficile. Nel privato è affidato alla coscienza e ai sentimenti dei parenti delle vittime. Ma a livello politico mi pare che lo Stato abbia già perdonato, attraverso l’indulto o gli sconti di pena. Il che non significa annullare la responsabilità ma offrire a chi ha commesso un delitto una via d’uscita per non essere identificato con la propria colpa e ricominciare una vita con dignità. C’è una virtù in tutti gli uomini, che la Bibbia chiama “immagine e somiglianza di Dio”, che nessun misfatto può cancellare del tutto».

Non crede che il buddismo, che quest’anno a Torino Spiritualità è stato protagonista con tre grandi maestri tibetani, abbia riposte più efficaci del Cristianesimo ai disagi interiori dell’uomo contemporaneo?

«Credo che la religione cristiana abbia qualcosa da imparare dal buddismo in materia di compassione e il buddismo dalla religione cristiana sul tema del perdono. Ma mi pare che l’approccio alle discipline orientali sia più intellettuale che autenticamente spirituale. È effetto della globalizzazione. Tutti vogliono conoscere un po’ di tutto. Ma non credo al bricolage dell’anima. Prendere sulle bancarelle un po’ di questo e un po’ di quello non può produrre che una spiritualità omologata e superficiale. Un pizzico di tutto non fa la buona cucina».

Se io fossi

Ecco la scheda per le prime per l’attività iniziale

Se io fossi.doc

Invito alla civiltà

Siamo all’inizio dell’anno scolastico e nella nostra scuola, come in altre, si attua la raccolta differenziata dei rifiuti. Ritengo sia un fattore di civiltà molto importante perché ci abitua a tenere sempre un occhio di riguardo nei confronti della natura e degli altri. Vorrei però suggerire anche un altro atteggiamento importante, suggeritomi dall’articolo del sindaco di Verbania che posto qui:

STRADE-SPORCHE.jpg“Come sindaco verifico con una certa periodicità l’andamento delle mense scolastiche e in questo senso qualche settimana fa, poco prima della fine dell’anno scolastico, ho assistito al pranzo di alcune classi di una scuola media della città. Quando i ragazzi sono tornati in classe lo stato della sala non solo sembrava un campo di battaglia, ma si potevano notare una gran quantità di panini appena sbocconcellati come tante fette di torta (buonissime) avanzate dopo un rapido assaggio. Qualcuno si era perfino divertito con le punte della forchetta a forare il coperchio dei budini-monodose che quindi, pur non usati, andavano buttati. Ragazzini che crescono così, senza rispetto per nessuno e veramente convinti che lo spreco sia cosa normale. Ne ho parlato a lungo con la preside che è intervenuta con molto impegno, ma davvero – al di là del fatto in sé – resta la consapevolezza che per questi cittadini ormai prossimi a diventare adulti il senso del sacrificio non esiste. Constato, non giudico: sarà colpa delle famiglie, della scuola, della società, delle istituzioni…fatto sta che i nostri figli (o nipoti) crescono troppe volte così, sedotti da ideali che non reggono, abituati allo spreco senza minimamente rendersi conto di come sia dura la vita per centinaia di milioni di loro coetanei in tante parti del mondo e quindi senza neppure provare la gioia e la felicità del godere quello che hanno. Interroghiamoci sui cattivi esempi che diamo e se non sia il momento che tutti – ma proprio tutti – ci si imponga una seria riflessione su questi argomenti, perché la crisi la si combatte tagliando gli sprechi, ma anche insegnando uno stile di vita più sobrio, rispettoso, economico. Quando ero bambino mia nonna mi riprendeva se avanzavo un pezzo di pane “Dovresti vivere un po’ di tempo di guerra” mi diceva e noi – bambini degli anni cinquanta – siamo stati gli ultimi ad ascoltare queste cose ma a vivere lo sviluppo, dopo di noi la corsa si è fatta sempre più sfrenata, ma si sono completamente persi i riferimenti di partenza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.” Marco Zacchera, sindaco di Verbania