Ci sono delle volte in cui, alla fine delle giornate di lavoro, ti metti a pensare a quello che è successo, alle cose vissute, dette e sentite, e ti accorgi che ci sono dei collegamenti che non eri riuscito a cogliere immediatamente. Vado in successione temporale.
Ieri in seconda “Prof, ma lei va a messa? Ma le piace? Cosa ci trova?”.
Oggi in quinta abbiamo riflettuto e discusso sulla maggiore velocità e immediatezza di internet rispetto alla televisione, soprattutto per certe generazioni. Un esempio? Qualcuno ci dice: “Hai sentito cos’è successo…?”. Il primo “luogo” che viene in mente per trovare notizie non è più la tv, ma la rete.
Dieci minuti fa navigando sui miei siti di riferimento arrivo su vino nuovo e leggo questo pezzo.
Ed ecco che mi ritrovo ad unire i punti 1 e 2 e a chiedermi quanto possa dire a un giovane una messa domenicale di oggi. Mi è capitato spesso di trovarmi a organizzare veglie di preghiera o momenti di riflessione e a volte capitava di voler usare dei simboli: una cosa che mi è stata insegnata è che un simbolo efficace non ha bisogno di essere spiegato. Se necessita di chiarimenti significa che non è simbolico… Certo c’è bisogno di conoscenze. Anche il codice della strada si basa su segnali e simboli: qualcuno ce li ha spiegati o sono entrati a far parte delle nostre conoscenze con l’esperienza e ora non serve altro. Però a volte vengono aggiornati, soprattutto se non sono più significativi. Per capire dei quadri a tema sacro è necessario conoscere il testo biblico. Un tempo le vicende bibliche erano note e molti simboli non andavano spiegati. Oggi non siamo più in questa situazione: o i simboli vengono spiegati o devono essere cambiati e aggiornati per essere significativi.
Oggi è la festa del papà, è il 19 marzo. Personalmente penso di aver festeggiato mio padre in questa occasione solo all’asilo e alle elementari; non so perché, ma non è una festa che è nelle mie corde (c’è par condicio perché le stesse identiche cose valgono per la festa della mamma…). Però oggi il mio pensiero è andato a un collega che il 19 marzo del 1994 è stato assassinato dalla camorra. Giuseppe Diana insegnava sia materie letterarie che religione. Ed era anche un don: è stato ucciso a Casal di Principe mentre stava per celebrare messa. Diceva: “La camorra chiama “famiglia” un clan organizzato per scopi delittuosi, in cui è legge la fedeltà assoluta, è esclusa qualunque espressione di autonomia, è considerata tradimento, degno di morte, non solo la defezione, ma anche la conversione all’onestà; la camorra usa tutti i mezzi per estendere e consolidare tale tipo di “famiglia”, strumentalizzando persino i sacramenti. Per il cristiano, formato alla scuola della Parola di Dio, per “famiglia” si intende soltanto un insieme di persone unite tra loro da una comunione di amore, in cui l’amore è servizio disinteressato e premuroso, in cui il servizio esalta chi lo offre e chi lo riceve. La camorra pretende di avere una sua religiosità, riuscendo, a volte, ad ingannare, oltre che i fedeli, anche sprovveduti o ingenui pastori di anime”.
Un pezzo molto bello di Adam Krzeminski su Internazionale, molto interessante in particolare per le quinte. Il giornalista è esperto di relazioni tra Germania e Polonia, lavora per il settimanale polacco Polytika dal 1973 e collabora con Die Zeit, Der Spiegel e la Frankfurter Allgemeine Zeitung.
Gli indignati non riescono a fornire un progetto preciso della nuova economia, della nuova società o dell’uomo nuovo, che dovrebbero sostituire i modelli dell’ancien régime. Tutte le terapie proposte sembrano parziali e nessuna ispira una fiducia assoluta. Dopo il 1917 la Russia aveva trovato la sua formula magica: mettere tutto il potere nelle mani dei commissari politici e del partito unico, nazionalizzare il più possibile. Nel 1932 negli Stati Uniti si è preferito il New Deal: più Stato e commissioni pubbliche per rilanciare l’economia. Nel 1933 la Germania ha applicato una logica simile con in più l’obiettivo bellico: riprendere ai nemici e redistribuire al suo popolo, con le armi come motore di ripresa dell’economia e con le conquiste che avrebbero ammortizzato i costi. Un Reich, una nazione, un capo supremo. Dopo il 1945 non è stato difficile trovare nuovi mantra. A Est le parole d’ordine erano: nazionalizzazione, industria pesante, pianificazione economica centralizzata, l’individuo non è nulla il partito è tutto. A Ovest si parlava invece di approfittare degli aiuti, di creare delle comunità con gli ex nemici, di dare vita a un’economia sociale di mercato, di concentrarsi sul pluralismo e sul libero mercato anche se controllato e tassato per finanziare le prestazioni sociali che avrebbero assicurato l’equilibrio sociale. Questo modello ha dimostrato la sua efficacia in Europa, ha garantito la ricchezza e le libertà individuali di cui hanno beneficiato tutte le ideologie uscite dalla tradizione del Diciannovesimo secolo: il liberalismo, il conservatorismo, il socialismo. Negli anni Settanta lo Stato assistenziale, nella sua forma socialdemocratica o democratico-cristiana, era il modello assoluto per gli abitanti dei paesi del “socialismo reale”.
Oggi questo modello è in crisi. L’economia è basata sulla fiducia nelle sue regole, sul fatto che il valore di una merce può essere convertito attraverso il denaro in un’altra merce. Prima della crisi i principali protagonisti dei mercati finanziari si sono fidati delle tecnologie di avanguardia, che avrebbero dovuto minimizzare le probabilità di crollo. Ma quando questo si è verificato, si è fatto ricorso ai filosofi stoici dicendo che il futuro è imprevedibile e si è chiesto aiuto ai governi. A sua volta la popolazione ha fatto ricorso alla retorica religiosa, criticando la cupidigia e l’avarizia (uno dei peccati capitali nella religione cristiana) e chiedendo il pentimento. Oggi è impossibile tornare ai modelli utilizzati in passato. E non vi è una risposta semplice e univoca. Le ideologie classiche hanno perso il loro potere di persuasione. Certo, si può sempre difendere la tesi che l’avvento dell’era post-ideologica è solo una manifestazione della cosiddetta ideologia neoliberista dominante, che avrebbe deliberatamente confuso le differenze fra destra e sinistra, fra socialismo e conservatorismo per aumentare la sua egemonia. Tuttavia oggi è molto diffuso il sentimento che non sono le ideologie ad animare la storia ma dei fattori completamente diversi, cioè i mercati. Le ideologie tradizionali si sono costruite nella certezza giunta con l’Illuminismo che il mondo è una materia malleabile e plasmabile dall’uomo secondo le sue volontà e sulla base di piani razionali. Tuttavia per spingere la gente a credere in un progetto lo si deve sostenere con una storia appassionata, una storia quasi biblica di espulsione dal paradiso e di arrivo nella terra promessa. Per i conservatori questa storia era il ritorno al periodo eroico; per i marxisti una società senza classi; per i nazionalisti uno Stato nazionale unito dalla solidarietà; per i liberali un regno di libertà. Gli intellettuali invece, tradizionali produttori di ideologia, non credono nell’esistenza di una leva talmente potente da sollevare le fondamenta del mondo. La fine dell’ideologia non è ovviamente la fine della politica. Quest’ultima segue la sua strada, ma ha il fiato corto. I tradizionali partiti ideologici, come i cristiano-democratici, i socialdemocratici, i liberali e i conservatori, sono sempre più deboli. L’erosione ideologica indebolisce l’adesione politica. In un contesto in cui i partiti politici fanno fatica a mettere in evidenza le loro differenze, viene meno l’accettazione stessa del sistema dei partiti e tutte le controversie assumono un carattere artificiale, finendo per alimentare solo il narcisismo dei principali attori politici. Chi emerge da questo contesto è il classico politico populista, senza alcun progetto e visione per il futuro; del resto sa bene che non è questo che interessa ai suoi elettori. Nei movimenti ideologici di un tempo la rabbia era concentrata, il risentimento poteva facilmente dare vita a un ethos collettivo. Il populismo attuale è solo un modo per dare sfogo alle frustrazioni e alle tensioni; provoca solo rivolte e distruzione, e non porterà di certo a un nuovo Lenin, Stalin o Hitler. Se guardiamo alle catastrofi prodotte dall’era ideologica del Ventesimo secolo non siamo nella situazione peggiore. Ma neppure nella migliore, perché la crisi ideologica si accompagna a una crisi fondamentale della fiducia nella politica. I cambiamenti di persona sembrano casuali. E l’attività politica, anche se non porterà al vertice dello Stato dei tiranni, non sarà neanche capace di generare dei veri statisti.
A volte mi diverto ad appoggiare in mezzo alla spiegazione in classe un contenuto falso in maniera evidente, o quantomeno un dato diverso da quanto notoriamente saputo. La settimana successiva spiego l’inghippo. Lo faccio per solleticare lo spirito critico dei miei studenti. L’ho fatto anche oggi. Se ne sarà accorto qualcuno? Dai, metto qui sotto un piccolo aiutino visivo…
Ancora un articolo che fa molto pensare sempre su Vino Nuovo. Questa una delle parti centrali del pezzo di Gilberto Borghi:
“Quindi, secondo voi, un cattolico è obbligato a non pensare con la propria testa e a seguire invece ciò che gli dice la Chiesa”. “Eh, prof, non è così? – ancora Mattia – per me un cattolico è chi crede nella Chiesa, o no?” “Più che credere nella Chiesa – gli dico – un cattolico crede la Chiesa”. “Cosa vuol dire prof?”. “Vuol dire che lui stesso è dentro la Chiesa, non è estraneo. Crede cioè che anche lui fa parte di quella cosa che dice cosa va creduto e cosa va fatto. E crede che tutti i cattolici, per prima cosa, vogliono ascoltare e capire cosa gli dice Dio attraverso la sua Parola, i Sacramenti e la vita spirituale. Certo tutti si ritrovano su alcune idee che sono la base della fede, quelle espresse nel credo che si recita la domenica a messa. Ma ci credono perché usando la loro testa, vivendo le proprie esperienze, confrontandosi con chi è più saggio e ha un ruolo di guida, hanno capito che quelle idee hanno un senso, non solo perché glielo ha detto qualcuno. Ma scusate, sarebbe un insulto a Dio, che lo ha creato, se un cattolico non usasse anche la sua testa per decidere se e come credere”.
Qui l’intero pezzo. Di mio aggiungo un riferimento che ho sempre ritenuto fondamentale per me, ed è il n° 16 della Gaudium et Spes: “L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità.”
Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di ascoltare il vaticanista Aldo Maria Valli presentare un libro cul card. Martini. Ora sono appena tornato da scuola, ho acceso il pc e su Vino Nuovo ho letto un suo sogno che mi ha fatto sorridere.
Per prima cosa il nuovo papa decise di traslocare. Eletto dopo un conclave estenuante, in mezzo a mille polemiche e contrasti, e dopo che il regno del suo predecessore era finito tra lotte di potere tanto sotterranee quanto violente all’interno della curia, decise di dire addio al Vaticano. Basta, bisognava dare un segnale. Fosse stato per lui, si sarebbe trasferito ad Assisi, la città del poverello, ma Pietro, dopo tutto, ha conosciuto il martirio a Roma. Dunque il nuovo papa ordinò: “Roma deve restare la città del successore di Pietro, ma niente più Vaticano. Vado a vivere a San Giovanni in Laterano. Lì ho la mia cattedra in quanto vescovo di Roma, e siccome il papa è papa perché vescovo di Roma, e non viceversa, è giusto che abiti in Laterano”.
Seconda decisione: niente pomposità, niente guardie, niente gendarmi, niente maggiordomi di sua santità, niente corte pontificia. Via tutto. Abolito ogni residuo segno di potere, il nuovo papa scrisse una documento di una sola riga. Diceva così: “Il servo dei servi di Dio deve vivere con evangelica povertà. Ne va della sua credibilità”.
Terza decisione: revoca di tutti gli incarichi di curia e radicale riduzione degli uffici. Dato lo squallido spettacolo offerto all’opinione pubblica da monsignori carrieristi e cardinali maneggioni, il nuovo papa azzerò tutto. Via i presidenti dei dicasteri e dei pontifici consigli, via i segretari, via i consiglieri, via le accademie, abolizione delle congregazioni. Fu istituito un solo ufficio, con un solo compito: preghiera ininterrotta per la pace e contro tutte le ingiustizie. Fu azzerato anche l’intero collegio cardinalizio, e il compito di suoi principali consiglieri il papa lo affidò ad alcuni bravi preti di Roma (tra i quali parroci e missionari) ma anche ad alcune suore e a qualche laico. Con il che si ottenne, fra l’altro, un indubbio beneficio economico, perché la curia, con il suo apparato, costava moltissimo.
Quarta decisione: rinuncia al titolo di capo di Stato. “Che c’entra – disse il nuovo papa – un ruolo politico con il Vangelo di Gesù, quel Gesù che esortò a dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio?”. Il ruolo di capo dello Stato della Città del Vaticano fu affidato a un laico, un bravo e mite professore, e il papa si sentì molto più leggero, oltre che più libero.
Quinta decisione: convocazione di un grande concilio ecumenico Vaticano III, ma non a Roma, bensì in Terra Santa, per discutere a viso aperto di tutti i problemi della chiesa e della fede stando proprio lì, dove Gesù visse, predicò, pregò, fece i miracoli, scacciò i demoni e offrì la sua vita per la redenzione del mondo. Il nuovo papa invitò non solo i vescovi di ogni continente, ma anche preti, religiosi, religiose, laici, laiche, e diede diritto di parola a tutti, compresi i rappresentanti delle confessioni cristiane non cattoliche, senza porre limiti né di argomenti né di durata dei lavori conciliari.
Sesta decisione: il nuovo papa disse no al concordato. “Concordare” qualcosa con uno Stato, anche se lo si fa con le migliori intenzioni, vuol dire introdurre un principio di do ut des, ovvero vuol dire ragionare in termini politici. “Il regime pattizio – spiegò il nuovo papa – non fa per noi. La chiesa povera non ha bisogno di concordati. La chiesa povera vive grazie all’aiuto dei fedeli”. Fu così abolito anche l’otto per mille, e a chi si lamentava per il mancato introito il papa ripose con poche ma sentite parole: “Non potete servire Dio e mammona”.
Settima decisione: il nuovo papa stabilì che all’elezione del futuro pontefice non dovessero partecipare i cardinali, ma i preti della diocesi di Roma, ovvero i suoi preti. Avrebbe voluto coinvolgere molti altri rappresentanti del mondo cattolico, ma pensò che per il momento poteva andar bene così. Stabilì inoltre che non fosse necessario un conclave nella Cappella Sistina, con quel cerimoniale complicato. Appuntamento per tutti in piazza San Giovanni, all’aperto. In effetti, il nuovo papa soffriva un po’ di claustrofobia.
Ottava decisione: aprì il territorio vaticano alle visite di tutti coloro che desiderassero entrarvi. Niente più barriere, niente più cancelli. Palazzi, sale, chiese e giardini furono messi a disposizione della popolazione. Gestiti da una fondazione senza fini di lucro, questi luoghi diventarono pubblici. Non roba da museo, ma beni dell’intera umanità. Bambini e ragazzi erano particolarmente benvenuti, specie ai giardini vaticani, dove potevano correre e giocare, ed ebbero libero accesso anche in Laterano. E quando i collaboratori gli fecero notare i rischi di confusione, il nuovo papa rispose, anche questa volta, con poche ma sentite parole: “Lasciate che i bambini vengano a me”.
Nona decisione: il nuovo papa, per i suoi spostamenti a Roma e dintorni, decise di fare a meno di auto lussuose, “papamobili” ed elicotteri. Mise tutto in vendita e incominciò a prendere l’autobus, il tram e la metropolitana. Gli addetti alla sicurezza, prima di essere congedati per sempre, inorridirono, ma il nuovo papa li tranquillizzò: “Ma chi volete che se la prenda con un povero prete che usa i mezzi pubblici?”. In effetti il papa decise di non indossare più la veste bianca, ma una semplice talare nera. Così viaggiava indisturbato, e stando in mezzo alla gente poteva rendersi conto dei problemi quotidiani dei cittadini e del loro modo di pensare.
Decima decisione: il nuovo papa scrisse un’enciclica brevissima. Diceva così: «In quel tempo, Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: “Sta scritto: ‘La mia casa sarà casa di preghiera’. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri” ». Erano parole del Vangelo, ma alcuni ex cardinali reagirono malissimo. Incominciarono a dire che il nuovo papa era chiaramente impazzito e doveva essere deposto. Mandarono alcune ex guardie svizzere e alcuni ex gendarmi vaticani per prelevarlo, ma il nuovo papa ebbe difensori efficaci: i bambini. Furono loro a reagire, impedendo il rapimento. E poi andarono tutti a mangiare pane e marmellata.
Scrive Giampietro Baresi sul numero di Nigrizia che ho appena prelevato dalla cassetta della posta. “Se un giardiniere interra una semente di rose bianche e poi vede nascere rose rosse, la sua sorpresa è grande… Chi è incaricato di gestire la nomina di persone destinate a occupare posti importanti nei quadri ecclesiastici, usa tutti i mezzi per realizzare il programma stabilito, senza il rischio di sgradevoli sorprese. Il più delle volte, la cosa funziona. Talora, si registrano piccole sorprese, che però non creano seri problemi. Altre volte, invece, le sorprese sono notevoli, ma, se sono in linea con il programma, sono bene accolte, perché aiutano a raggiungere più speditamente gli obiettivi prefissati. Molto, molto di rado, ci sono sorprese “storiche”, tali cioè da spiazzare del tutto i programmatori. Nel non breve periodo della mia vita, ne ho registrate solo due: papa Giovanni XXIII e dom Oscar Romero.”
Aprire le finestre, annusare fuori l’arrivo della primavera e vedere arrivare davanti agli occhi del ricordo queste parole
“Io posso anche non vederlo il Signore: lui, mi vede sempre, non può non vedermi. Io posso scantonare, lui no. L’amore si ferma e viene inchiodato dalla pietà. (…) Quando l’amore si ferma davanti all’inamabile, e , in luogo d’inorridirne, si china, l’amore prende il nome di pietà. Io guardo e mi scandalizzo, guardo e giudico, guardo e condanno, guardo e tiro dritto: lui mi guarda, si ferma e si muove a pietà. (…) La pietà riscopre e riveste. La primavera è la pietà che passa sui campi e sugli alberi e li riveste di erbe, di foglie e di fiori. La speranza è la pietà che passa attraverso le tombe e scrive su ognuna: “Io sono la risurrezione e la vita: chi crede in me, anche se morto, vivrà”.” (Primo Mazzolari)
A Bologna, un islamico osservante ha sentito «impuro» il proprio rapporto con una donna cristiano-ortodossa e ha tentato di decapitarla «come Abramo fece con Isacco» (la donna, un’ucraina di 45 anni, se la scampa, rischia di ritrovarsi paraplegica). Non è solo un caso di fondamentalismo maniacale. In questi giorni, si apre a Palmi un processo di stupro che testimonia il persistere italico della maledizione di Eva: a San Martino di Taurianova una bambina di 12 anni (che oggi ne ha 24 e vive sotto protezione perché alcuni dei persecutori che ha denunciato erano mafiosi) per anni è stata considerata da tutto il paese la colpevole degli stupri di gruppo, delle violenze e dei ricatti subiti e anche il parroco a cui aveva tentato di confidarsi giudicava peccatrice una dodicenne violata che solo la penitenza poteva redimere. Sembra incredibile, ma nella santità delle religioni albergano tabù ancestrali che gli studi antropologici e le secolarizzazioni non sono riusciti a eliminare. Sono i tabù peggiori perché responsabili dei pregiudizi sessuofobici e misogini che, sacralizzati, hanno prodotto, nel nome di dio, discriminazioni e violenze. Nel terzo millennio le religioni dovrebbero andare in analisi e domandarsi quanto la sessuofobia e la misoginia insidino nel profondo la loro possibilità di futuro. Il concetto di “purezza” che ha represso, nell’ipocrisia mercantile e proprietaria dei valori familiari, milioni di ragazze non è nato certo dalla scelta delle donne. Alla Lucy delle origini, mestruata e responsabile della riproduzione, non sarebbe mai venuto in mente di sentirsi sporca o colpevole. Forse percepiva già come colpa, certo non sua, la violenza che connotava la bassa qualità di molte prestazioni maschili. Tanto meno, quando si fosse inventato il diritto, avrebbe distinto i “suoi” figli in legittimi o illegittimi. Eppure si continua a credere che la mestruata faccia ingiallire le foglie e inacidire il latte; in Africa, in “quei giorni”, è confinata in capanne speciali per non contaminare le case; a Roma Paolo la voleva velata e zittita, mentre i papi, forse senza sapere perché, le hanno vietato di consacrare. Siamo ancora qui, a fare conti sul puro e l’impuro e a ripetere il capro espiatorio nel corpo di qualche altro Isacco per volere di qualche Abramo che credeva di interpretare Dio, di qualche altra Ifigenia proprietà di Agamennone padrone della sua morte. Noi donne non siamo certo migliori degli uomini, ma nelle società maschili permangono residui di paure che neppure Darwin ha fatto sparire. I responsabili delle religioni che intendono salvare la fede per le generazioni future debbono purificarle dalle ombre del sacro antropologico: il papa cattolico deve non condannare, bensì accogliere come servizio di verità nelle scuole un’educazione sessuale che dia valore all’affettività non solo biologica delle relazioni fra i generi e al rispetto delle diverse tendenze sessuali; l’islam che fa imparare a memoria fin da piccoli le sure del Corano, si deve rendere conto che i tabù violenti producono strani effetti se un uomo si sente un dio punitore davanti a donne-Isacco; i rabbini dovrebbero fare i conti con Levy Strauss e smettere di chiedere autobus separati per genere e di insultare le bambine non velate; in Cina e in India non si deve perpetuare l’insignificanza femminile trasferendo gli infanticidi delle neonate alla “scelta” ecografica, mortale solo per le bimbe. Sono tutte scelte di morte. Per ragioni di genere. Ma, se la responsabilità delle religioni monoteiste è particolarmente grave per l’immagine anche non raffigurata di una divinità di fatto maschile, più precisa è quella dei cristiani. Si è detto infinite volte: perché il nostro clero, ancora così pronto a chiedere cerimonie riparatrici per spettacoli che non ha visto, non pensa ad evangelizzare i maschi invece di sospettare costantemente peccati di cui non può essere giudice, condannato com’è al masochismo celibatario per paura della purezza originaria della sessualità umana? C’è un salto logico – certamente non illogico per le donne che stanno leggendo i pezzi sull’8 marzo – ma anche la società civile persevera troppo nel negare rispetto al corpo delle donne: i tre caporali del 33esimo reggimento Acqui indagati per lo stupro di Pizzoli (L’Aquila) sono rientrati in servizio nei servizi di pattugliamento del centro storico nell’ambito dell’operazione “Strade Sicure”…
Giancarla Codrignani (tramite Adista; alcuni articoli si trovano completi nella pagina di Adista su fb)
Oggi propongo due articoli su un argomento tostarello: il silenzio, la contemplazione, la meditazione, la riflessione, la preghiera. Il primo è un po’ più leggero con delle proposte di lettura e delle testimonianze, il secondo è un articolo di Carlo Maria Martini un po’ più complesso. Una delle frasi che più mi hanno colpito? “Mi pare venuto il momento di ricordare che l’abitudine alla contemplazione e al silenzio feconda e arricchisce, che non si ha azione o impegno che non sgorghi dalla verità dell’essere profondo”. Canta Franco Battiato:
Quanta pace trova l’anima dentro scorre lento il tempo di altre leggi di un’altra dimensione e scendo dentro un Oceano di Silenzio sempre in calma.
Leggendo il libro “Santità e potere” (sono quasi alla fine) mi sono imbattuto in una citazione che mi è molto piaciuta. Fa riferimento a San Paolo che, mentre si reca a Damasco, cade da cavallo perché colpito da una luce abbagliante.
“Forse perché io sono da sempre caduto da cavallo: non sono mai stato spavaldamente in sella (come molti potenti della vita o molti miseri peccatori): sono caduto da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata, ma un essere trascinato via, con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre. Non posso né risalire sul cavallo degli Ebrei e dei Gentili, né cascare per sempre sulla terra di Dio” (P. P. Pasolini)
In “Tutto l’universo obbedisce all’amore” Franco Battiato canta “Ed è in certi sguardi che si intravede l’infinito”. Questo versetto mi è venuto in mente oggi pomeriggio leggendo questo pezzetto dell’Antologia di Spoon River
«Il bottaio deve intendersi di botti. Ma io conoscevo anche la vita, e voi che gironzolate fra queste tombe credete di conoscere la vita. Credete che il vostro occhio abbracci un vasto orizzonte, forse, in realtà vedete solo l’interno della botte. Non riuscite a innalzarvi fino all’orlo e vedere il mondo di cose al di là, e a un tempo vedere voi stessi. Siete sommersi nella botte di voi stessi – tabù e regole e apparenze sono le doghe della botte. Spezzatele e rompete l’incantesimo di credere che la botte sia la vita! E che voi conosciate la vita!».
(Edgar Lee Masters, Griffy il bottaio, in Antologia di Spoon River)
Una storiellina che fa molto pensare e che dà una mano nei momenti in cui ci si sente continuamente giudicati e ci si sente di “non andar bene per nessuno”
C’era una volta una coppia con un figlio di 12 anni e un asino. Decisero di viaggiare, di lavorare e di conoscere il mondo. Così partirono tutti e tre con il loro asino. Arrivati nel primo paese, la gente commentava: “Guardate quel ragazzo quanto è maleducato… lui sull’asino e i poveri genitori, già anziani, che lo tirano”. Allora la moglie disse a suo marito: “Non permettiamo che la gente parli male di nostro figlio”. Il marito lo fece scendere e salì sull’asino. Arrivati al secondo paese, la gente mormorava: “Guardate che svergognato quel tipo… lascia che il ragazzo e la povera moglie tirino l’asino, mentre lui vi sta comodamente in groppa”. Allora, presero la decisione di far salire la moglie, mentre padre e figlio tenevano le redini per tirare l’asino. Arrivati al terzo paese, la gente commentava: “Pover’uomo!!! Dopo aver lavorato tutto il giorno, lascia che la moglie salga sull’asino… e povero figlio, chissà cosa lo aspetta, con una madre del genere!!!”. Allora si misero d’accordo e decisero di sedersi tutti e tre sull’asino per cominciare nuovamente il pellegrinaggio. Arrivati al paese successivo, ascoltarono cosa diceva la gente del paese: “Sono delle bestie, più bestie dell’asino che li porta, gli spaccheranno la schiena!!!”. Alla fine, decisero di scendere tutti e camminare insieme all’asino. Ma, passando per il paese seguente, non potevano credere a ciò che le voci dicevano ridendo: “Guarda quei tre idioti; camminano, anche se hanno un asino che potrebbe portarli!!!”
“Finché i contadini, e gli operai e i loro dirigenti non hanno sicurezza; finché il popolo viene sistematicamente assassinato dalle forze di repressione della giunta, io, che sono un semplice servitore del popolo, non ho nessun diritto di cercare misure di sicurezza. Vi prego di non fraintendermi: non voglio morire, perché so che il popolo non lo vuole, ma non posso tutelare la mia vita come se fosse più importante della loro vita. La più importante è quella dei contadini, degli operai, delle organizzazioni popolari, dei militanti e dei dirigenti, ed essi muoiono tutti i giorni; ogni giorno ne trucidano venti, trenta, quaranta o più ancora. Come potrei adottare delle misure di sicurezza personale? Sì, possono uccidermi; anzi, mi uccideranno, benchè alcuni pensino che sarebbe un grave errore politico; ma lo faranno ugualmente, perché pensano che il popolo sia insorto dietro le pressioni di un vescovo. Ma non è vero: il popolo è pienamente consapevole di chi sono i suoi nemici; e altrettanto conosce bene i propri bisogni e le alternative che si presentano. Se uccidono me, resterà sempre il popolo, il mio popolo. Un popolo non lo si può ammazzare.
(Oscar Arnulfo Romero, otto giorni prima del suo assassinio. Da una intervista rilasciata al domenicano spagnolo Juan Carmelo Garcia)
Spesso nelle religioni vi sono ciechi convinti di possedere tutta la verità, mentre ciò che conoscono non è che una parte della verità.
“C’era una volta un re che ordinò al suo ministro: “Riunisci in una piazza tutti gli uomini del regno, che sono ciechi fin dalla nascita!”. Il ministro eseguì l’ordine e quindi lo annunziò al re. Questi si recò sulla piazza, dov’erano riuniti i ciechi, ed ordinò che ognuno di essi toccasse l’elefante reale, per poi dirgli a che cosa l’elefante somigliasse. L’elefantiere fece toccare ad alcuni ciechi la testa, ad altri le orecchie, ad altri le zanne, ad altri la proboscide, ad altri il ventre, ad altri le gambe, ad altri il dietro, ad altri il membro, ad altri la coda; sempre a tutti dicendo: “Questo è l’elefante!”. Poi il re si accostò ai ciechi e chiese loro se avessero toccato l’elefante. “Sì, Maestà!” risposero. “Allora ditemi a che cosa rassomiglia l’elefante?” E i ciechi cominciarono a descrivere a modo loro l’elefante.
Quelli che avevano toccato la testa dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad una caldaia.”
Quelli che avevano toccato le orecchie dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un ventilabro.”
Quelli che avevano toccato le zanne dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un vomere.”
Quelli che avevano toccato la proboscide dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un manico d’aratro.”
Quelli che avevano toccato il ventre dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un granaio.”
Quelli che avevano toccato le gambe, dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia a colonne.”
Quelli che avevano toccato il dietro, dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un mortaio.”
Quelli che avevano toccato il membro, dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un pestello.”
Quelli che avevano toccato la coda, dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad uno scacciamosche.”
E, siccome ognuno sosteneva la sua opinione, cominciarono a discutere e finirono con l’accapigliarsi e percuotersi, gridando: “L’elefante rassomiglia a questo, non a quello! Non rassomiglia a questo, rassomiglia a quello!”. E il re si divertì a quella zuffa.”
Oggi è il primo giorno di Quaresima. Sono a casa perché la mia regione ha deciso di tenere le scuole chiuse tre giorni tra fine Carnevale e Le Ceneri. Sono nel mio studio, il sole scalda finalmente le case e sto ascoltando su Grooveshark il nuovo album di Celentano: ecco, questo è il suo lavoro e lo sa fare bene. Oggi digiunerò e dedicherò questo digiuno e i miei pensieri a una situazione ben precisa che mi si è palesata davanti con insistenza in questi due giorni. La situazione delle persone credenti e divorziate.
L’altroieri ho letto un articolo sul pensiero del teologo Eberhard Schockenhoff; di lui qualche anno fa avevo letto il tomo “Etica della vita”, il numero 91 della Biblioteca di teologia contemporanea della Queriniana. A una giornata di studio dell’Azione Cattolica Austriaca tenutasi a Salisburgo il teologo ha spiegato la sua posizione: la Chiesa può e deve concedere la comunione ai divorziati risposati. Addirittura nel 1972 Joseph Ratzinger scriveva in un saggio: “c’è sempre stata, nella pastorale concreta, una prassi più elastica che non è mai stata considerata del tutto conforme alla vera fede della Chiesa, ma che non è mai stata assolutamente esclusa”.
Ieri stavo sfogliando un libro decisamente meno impegnativo, una pubblicazione natalizia locale: Stele di Nadal. Dovevo decidere se ci fosse qualche pagina meritevole di essere strappata e conservata o se cestinare tutto. Mi sono imbattuto in una breve riflessione in friulano di don Luca Anzilutti, parroco di Torviscosa, che ha scritto un pensiero per ogni mese. Eccone la traduzione; “Carissimi vescovi, oggi è venuto a confessarsi da me un uomo che ha sposato una divorziata, uno di quelli che secondo le vostre regole dovrebbe essere mandato via senza perdono, e gli ho dato l’assoluzione in nome di Dio, e lo tornerei a fare altre mille volte anche se voi dite che non si può. Anzi, l’ho ringraziato e ho ringraziato il Signore perché mi sono sentito un meraviglioso strumento della misericordia di Dio, le sue braccia spalancate a stringere verso di sé il figlio tornato a casa. Perché di rado ho trovato fra i tanti penitenti una fede così radicata, un dolore così profondo per l’impossibilità di coronare il suo amore con le nozze, una grande umiltà nel non pretendere diritti, ma nel chiedere in ginocchio l’affetto del Padre. Conosco bene quest’uomo: dopo anni di lontananza si è tornato ad avvicinare al Signore ed è nato un uomo nuovo, l’uomo nuovo del Vangelo. Tante burrasche lo hanno travolto, ma lui è rimasto aggrappato al suo Signore; e la novità del Vangelo è entrata anche nella sua vita di coppia, e ora lui e sua moglie sono presenze preziose di bontà e impegno nella nostra comunità. Ora un’altra croce si è appoggiata sulle loro spalle, e in confessione mi ha pregato di poter sentirsi dire da Dio queste meravigliose parole: “Ti perdono, ti voglio bene!”, e di tornare a ricevere la Comunione, il Pane che dà forza agli oppressi. Io gli ho chiesto: “Ma tu ti senti in comunione con Dio?”, e lui: “Sì! Sono consapevole che il matrimonio è sacro, ma Dio conosce la storia di mia moglie e quello che ha sofferto, e conosce il mio cuore, sa che ho sempre cercato di fare il bene, e io mi sento in comunione con Lui”. E io quelle parole le ho dette: “Ti assolvo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo…”. Non avrei potuto farlo seguendo le vostre regole, ma ho preferito obbedire alla mia coscienza che alle vostre leggi, e se ho sbagliato pagherò. Ma non ho paura: “Con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi”; davanti al Signore è sempre meglio sbagliare per eccessiva abbondanza di misericordia che fare la fine dei farisei.”
Alle due letture si è poi aggiunta l’esperienza che ho vissuto diversi anni fa. Avevamo organizzato una due-giorni di riflessione per i genitori dei cresimandi. Durante i lavori di gruppo una mamma ha iniziato a raccontare, tra le lacrime, tutto il suo dolore e la sua autentica sofferenza per non poter più fare la Comunione. Il parroco presente ha accolto con delicatezza e calore quel dolore e ha avvicinato quella mamma al Sacramento, dando piena ragione alle parole di Ratzinger riportate sopra. Quanta strada ancora da percorrere per arrivare alla purificazione, cara Chiesa, quanta Quaresima da vivere…
Per i ragazzi di quinta ( e per chi lo volesse) il materiale delle dispense viste in classe, quello sulla shoah e quello sui gulag. Non ho avuto tempo di correggere sviste ed errori 🙂
Pubblico una delle pagine di Gibran che mi ha sempre affascinato. Parla di Ponzio Pilato ed è tratta dal libro “Gesù figlio dell’uomo”.
Me ne aveva parlato mia moglie, più di una volta, prima che lo conducessero dinanzi a a me : io però non le avevo dato ascolto. E’ una grande sognatrice, mia moglie, e pratica, come tante altre romane del suo rango, culti e riti orientali. Culti pericolosi per l’impero, che diventano devastanti quando si fanno strada nel cuore delle donne. L’Egitto vide la fine quando gli Hyksos d’Arabia vi portarono il Dio unico del loro deserto. E la Grecia fu sopraffatta e ridotta in polvere quando dalle spiagge di Siria giunse Astarte con le sette vergini.
Per quanto riguarda Gesù, non l’avevo mai visto prima che mi fosse consegnato come malfattore , come nemico della sua stessa nazione e di Roma. Fu condotto nella sala del Giudizio con le braccia legate. Ero seduto sulla tribuna. Lui avanzò verso di me con passo lungo e fermo; camminava eretto, tenendo alta la testa.
Non so misurare nel profondo cosa mi accadde in quell’istante: d’un tratto ebbi desiderio , contro la mia volontà , di alzarmi, di scendere dalla tribuna, di prostrarmi dinanzi a lui. Era come se fosse entrato Cesare nella sala, un uomo più grande della stessa Roma. Ma fu solo un istante. Dopo vidi semplicemente un uomo accusato di tradimento dalla sua gente. E io ero il suo governatore e il suo giudice. Lo interrogai, non volle rispondere. Mi guardava soltanto. E nel suo sguardo si leggeva pietà, come se fosse lui il mio giudice e il mio governatore. Si alzarono, fuori, le grida della folla. Ma lui rimase in silenzio, e ancora mi guardava e c’era, nei suoi occhi, pietà. Mi affacciai sui gradini del palazzo. E quando mi videro cessarono di vociare. E io dissi: Cosa volete fare di quest’uomo? E si alzò un urlo, come da un unica gola: Vogliamo crocifiggerlo! E’ un nostro nemico e nemico di Roma. E alcuni a gran voce: Non ha detto che avrebbe distrutto il tempio? E non era lui che pretendeva il regno? Noi non avremo altro re all’infuori di Cesare.
Allora tornai nella sala del Giudizio, e lo vidi ancora là, eretto, in solitudine. E ricordai le parole di un filosofo greco che avevo letto: L’uomo in solitudine è il più forte. In quel momento il Nazareno era più grande della sua razza. E non provai sentimenti di clemenza verso di lui. Era al di là della mia clemenza.
Gli chiesi dunque: Sei tu il re dei Giudei? Non rispose.
E ancora gli chiesi: Non hai detto di essere il re dei Giudei? E lui volse lo sguardo su di me. E rispose con voce tranquilla: Tu stesso mi hai proclamato re. Forse è per questo che sono nato, e per questo sono venuto a rendere testimonianza alla verità.
Ma guarda , un uomo che parla di verità in un momento simile! Nella mia impazienza dissi ad alta voce, a me stesso prima che a lui : Che cos’è la verità? Che cos’è la verità per l’innocente quando la mano del carnefice è già su di lui? Disse allora Gesù, con potenza: Nessuno governerà il mondo se non in Spirito e verità.
E gli chiesi: Tu sei dello Spirito? Rispose: Anche tu lo sei, pur ignorandolo.
E cos’era lo spirito e cos’era la verità, quando consegnammo alla morte, io per ragion di stato e quelli per ossequio geloso ad antichi riti, un uomo innocente? Nessun uomo, nessun popolo, nessun impero si ferma davanti a una verità.
E nuovamente gli chiesi: Sei tu il re dei Giudei? E rispose: Tu l’hai detto. Ho conquistato il mondo prima di quest’ora. Di tutto ciò che disse, solo questo era empio: è solo Roma, infatti, che ha conquistato il mondo.
Ed ecco, le voci dall’esterno nuovamente si alzarono, e il frastuono era più forte di prima.
E io scesi e gli dissi: Seguimi. E ancora una volta mi mostrai sui gradini del palazzo, e lui era al mio fianco. Quando lo videro, ruggirono come il tuono. E nel clamore, non distinsi altro che “Crocifiggilo, crocifiggilo”. Allora lo riconsegnai ai sacerdoti , dicendo: Fate ciò che volete di questo giusto. Se lo desiderate vi darò soldati di Roma per vigilarlo. Quelli lo presero, e io decretai che sulla croce, sopra la sua testa, si scrivesse: Gesù di Nazareth, re dei Giudei. Ma avrei dovuto far scrivere: Gesù di Nazareth, re.
E quell’uomo venne spogliato e fustigato e crocifisso. Sarebbe stato in mio potere salvarlo, ma avrei provocato una rivolta; e non è saggio, da parte di un governatore romano, mostrarsi intollerante verso gli scrupoli religiosi dei sudditi. Quell’uomo era più di un agitatore, continuo a esserne certo. La decisione che presi a suo riguardo fu nell’interesse di Roma, e non dipese dalla mia volontà.
Non molto tempo dopo io e la mia sposa lasciammo la Siria: e da quel giorno lei è donna di dolore. A volte perfino qui, nel giardino, leggo una sofferenza tragica sul suo volto. Parla a lungo di Gesù, mi dicono, con le altre romane.
Vedi dunque: l’uomo di cui ho decretato la morte ritorna dal mondo delle ombre e penetra nella mia casa. E ancora mi chiedo, continuamente: Cos’è la verità, e cosa non è? Può essere? Quel siriano ci sta conquistando nelle ore quiete della notte? Non deve essere così, a nessun costo. Dovrà pur trionfare Roma sugli incubi delle nostre mogli.