Incontro

“L’incontro tra due persone religiose, pur se di diversa religione, è un incontro di due persone che si scoprono innamorate della stessa realtà”

Card. Carlo Maria Martini

Un Dio cattolico?

“Non puoi rendere Dio cattolico, perché Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo”

Card. Carlo Maria Martini

La maggiore

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Eugenio Finardi presenterà al prossimo Festival di Sanremo una canzone dal titolo “E tu lo chiami Dio”. Ecco l’intervista di Gigio Rancilio presa dalla rete.

Appena finisce l’ascolto di E tu lo chiami Dio, il brano che Finardi porterà a Sanremo, volto la testa verso Eugenio e lo trovo in lacrime. Se non lo conoscessi da oltre vent’anni, penserei a un colpo di teatro o a un gesto di vanità dell’artista che si commuove davanti alla propria bravura. Ma siccome lo conosco, so che la sua commozione è sincera. E non autoreferenziale. «Adoro il modo in cui Boccadoro l’ha orchestrato. C’è quel passaggio di oboe che mi commuove». Il brano è molto intenso e Finardi lo canta in maniera splendida. «Se l’avessi cantato in Sol avrebbe fatto ancor più effetto. Ma sarebbe suonato deprimente. Ho scelto il La maggiore perché è la tonalità di apertura verso gli altri». Ecco: E tu lo chiami Dio è un abbraccio in musica. E un invito a chi crede a usare la fede per unire e migliorare il mondo e non per dividerlo.
Provoco Eugenio: è un bel paradosso dei nostri tempi che a cantare a Sanremo il valore delle fedi sia un’artista non credente. «No, perché tanti non credenti come me, si interrogano molto spesso su Dio. Noi musicisti abbiamo da sempre un rapporto speciale con la trascendenza. Io, poi, è da quando sono bambino che frequento il repertorio sacro».
D’accordo, ma chi te l’ha fatto fare di affrontare un tema così delicato? «Il merito è di Roberta Di Lorenzo, una cantautrice di origini molisane. Tempo fa mi si era proposta come corista. Non mi convinceva, ma quando ho sentito le cose che scriveva ho deciso di produrre il suo primo album. È lei l’autrice del pezzo».
Vuoi dire che non è nato come una «furbata» Sanremese? «Io furbate non ne faccio. Da anni vado avanti per la mia strada. Da indipendente. Faccio dischi dedicati al fado, concerti con brani sacri, album di blues, uno spettacolo su Vysotsky, la voce narrante in un opera per la Scala, concerti per non udenti. Faccio solo cose di valore e che mi piacciono. Non inseguo più il successo. Uso l’arte per stare bene e far star bene. Ci hai fatto caso a quali sono le parole più importanti della musica?»
No, quali sono? «Accordo, armonia, concerto. Tutti termini che indicano l’unione, la concordia, lo stare insieme. Tutti termini che sono legati profondamente anche alle fedi. Perché Dio, il vero Dio, è come l’amore. E senza l’amore si vive male. E si vive soli. Ma la fede, come l’amore, è un dono. Per questo anche se non credi non puoi non provare un senso di afflato con l’assoluto. Pensa che prima di accettare la proposta di Morandi di portare questo brano a Sanremo mi sono chiesto: non è che sto nominando il nome di Dio invano?».
E cosa ti sei risposto? «Che questo brano è esattamente contro chi nomina invano Dio e chi usa la fede, qualunque fede, come un’arma».
Di questi tempi anche la laicità viene spesso brandita come un arma contro la fede. «È vero. Ed è assurdo. Viviamo tempi così difficili che dobbiamo fare tutti uno sforzo per guardare in alto. Per alzare il livello dei nostri pensieri e dei nostri dibattiti. Questa canzone potrà piacere o meno, ma punta in alto. È un invito a trovare punti di unione invece che di divisione».
A luglio compirai 60 anni: che effetto ti fa questo traguardo? «Da tempo accetto l’età che ho. Non mi tingo i capelli, non nascondo le rughe e non mi vesto in modo strano. Non cambio ciò che sono. E non ho paura dei 60 anni. Diciamo che, arrivato a questo punto, mi affido. Come un credente».
Cosa ti aspetti da Sanremo: non vorrai vincere come Vecchioni l’anno scorso? Non ci penso nemmeno a vincere. E non era nei miei programmi andare a Sanremo. È successo per caso. Dal Festival mi aspetto una cosa molto semplice. Forse, piccola. Ma non banale. Oggi mi sono fermato in un bar e la barista dopo avermi riconosciuto mi ha chiesto se mi ero ritirato. Sai, a furia di album di fado, concerti sacri e album blues, il grande pubblico ha perso i contatti con me. Ecco: vorrei che Sanremo dicesse al grande pubblico che Finardi è vivo, fa ancora musica e sta molto bene.

Trovate la vostra voce

“… è proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva, anche se può sembrarvi sciocco o assurdo ci dovete provare. Ecco, quando leggete, non considerate soltanto l’autore, considerate quello che voi pensate, figlioli dovete combattere per trovare la vostra voce, più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto. Thoreau dice “molti uomini hanno vita di quieta disperazione”, non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno, osate cambiare, cercate nuove strade…” (prof. Keating)

Dove manca l’acqua

Da ragazzo, Theodore, te ne stavi lunghe ore 
sulla riva del torbido Spoon
a fissare con occhi incavati la tana del gambero, 
in attesa di vederlo, mentre spinge avanti, 
prima le antenne ondeggianti, come festuche, 
e poi subito il corpo, color steatite, 
gemmato con occhi di gaietto.
E ti chiedevi rapito nel pensiero
cosa sapesse, cosa desiderasse, e perché mai vivesse. 
Ma poi il tuo sguardo si volse agli uomini e alle donne
che si nascondono nelle tane del destino in grandi città,
per veder uscire le loro anime, 
e così capire
come vivessero, e per che cosa, 
e perché s’affannassero tanto a strisciare
lungo la strada sabbiosa dove manca l’acqua 
quando l’estate declina.

(Edgar Lee Masters)

Gesù alla partita

La storiella di Anthony de Mello che ho letto oggi in classe (presa da Il canto degli uccelli).

Gesù disse di non essere mai stato a una partita di pallone. Così ce lo portammo, il mio amico ed io. Era una feroce battaglia tra i Picchiatori protestanti e i Crociati cattolici. I primi a segnare furono i Crociati. Gesù applaudì entusiasticamente e lanciò in aria il suo cappello. Poi segnarono i Picchiatori. E Gesù applaudì entusiasticamente e lanciò in aria il suo cappello. Un uomo dietro di noi apparve perplesso. Diede un colpetto sulla spalla di Gesù e gli chiese: “Ma tu per chi fai il tifo, mio buon uomo?”. “Io?”, rispose Gesù ormai visibilmente eccitato dalla partita. “Oh! Io non faccio il tifo per nessuno dei due. Sono qui solo per godermi la partita!”. L’uomo si rivolse al suo vicino e sogghignò: “Hmm, un ateo!”

Ma tu rimani

Non ho resistito! Quella pubblicata in questo video è un’altra canzone di De André interpretata da Franco Battiato (l’originale si trova tranquillamente su youtube e va ascoltato per il ruolo dei fiati). Va ascoltata con calma, magari al buio o chiudendo gli occhi. Mi emoziona da morire: si parla dello scorrere del tempo, dell’inverno e delle stagioni. Tutto scorre, tutto passa, anche la neve si scioglierà, ma tu, amore, tu rimani… Da brividi!!!

In quegli occhi, di bambino

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A volte, rileggendo questo pezzettino di Novecento di Baricco (pag. 11-12), mi viene da pensare che sia una descrizione dell’uomo che a un certo punto si accorge di Dio…

Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa…e la vedeva. E’ una cosa difficile da capire. Voglio dire…Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio e emigranti, e solo, uno che per primo…la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte…magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni…alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava: l’America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l’aveva fatta lui, l’America. La sera, dopo il lavoro, e le domeniche, si era fatto aiutare dal cognato,muratore, brava persona…prima aveva in mente qualcosa in compensato, poi…gli ha preso la mano, ha fatto l’America. Quello che per primo vede l’America. Su ogni nave ce n’è uno. E non bisogna pensare che siano cose che succedono per caso, no… e nemmeno per una questione di diottrie, è il destino, quello. Quella è gente che da sempre c’aveva già quell’istante stampato nella vita. E quando erano bambini, tu potevi guardarli negli occhi, e se guardavi bene, già la vedevi, l’America, già lì pronta a scattare, e a scivolare giù per nervi e sangue e che ne so io, fino al cervello, e da lì alla lingua, fin dentro quel grido AMERICA, c’era già, in quegli occhi, di bambino, tutta l’America. Lì ad aspettare”

Dio madre

Capita, a volte, di parlare di alcuni argomenti in classe e di tornare a casa e leggere delle cose che calzano a pennello con quanto affrontato la mattina. Così è stato cinque minuti fa… ripensando alla lezione su Hans Jonas nelle quinte

“… Dio forse ha il volto più di una madre che di un padre. E’ molto più donna in quello che genera. Come quando una donna genera un figlio handicappato o gravemente malato, alla fine non può far nulla se non sentire nel suo corpo l’immensa sofferenza per la sofferenza del figlio, vederlo anche morire senza poterci far nulla; forse è così Dio. Forse davvero Dio non è l’Onnipotente che pensiamo noi, ma è Colui che cammina con noi, Colui che genera, ma generando si autolimita, perché c’è il generato con la sua piena libertà. Questo Dio che accetta la debolezza della materia come una donna che ha generato un figlio malato, e cammina con lui, soffre con lui, così penso a questo Dio dal volto materno. Scopro che ci dev’essere una sofferenza immensa in Lui. Forse davvero ha ragione quel poeta peruviano che parlando del suo popolo dice: “Io sono nato un giorno in cui Dio era malato, malato grave.” Forse questo Dio ha bisogno della nostra guarigione per guarire anche Lui, perché Dio ci vuole felici.” (Alex Zanotelli, in La solidarietà di Dio, pag. 11-12)

Calma

Domani ricomincia scuola e voglio portarmi dietro lo spirito calmo e poco frenetico che ho respirato in questi giorni…

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Sul molo di un piccolo villaggio messicano, un turista si ferma e si avvicina ad una piccola imbarcazione di un pescatore del posto. Si complimenta con il pescatore per la qualità del pesce e gli chiede quanto tempo avesse impiegato per pescarlo.

Pescatore: ’Non ho impiegato molto tempo’

Turista: ’Ma allora, perché non è stato di più, per pescare di più?’

Il messicano gli spiega che quella esigua quantità era esattamente ciò di cui aveva bisogno per soddisfare le esigenze della sua famiglia.

Turista: ’Ma come impiega il resto del suo tempo?’

Pescatore: ’Dormo fino a tardi, pesco un po, gioco con i miei bimbi e faccio la siesta con mia moglie. La sera vado al villaggio, ritrovo gli amici, beviamo insieme qualcosa, suono la chitarra, canto qualche canzone, e via così, trascorro appieno la vita.’

Turista: ’La interrompo subito, sa sono laureato ad Harvard, e posso darle utili suggerimenti su come migliorare. Prima di tutto lei dovrebbe pescare più a lungo, ogni giorno di più. Così logicamente pescherebbe di più. Il pesce in più lo potrebbe vendere e comprarsi una barca più grossa. Barca più grossa significa più pesce, più pesce significa più soldi, più soldi più barche! Potrà permettersi un’intera flotta!! Quindi invece di vendere il pesce all’uomo medio, potrà negoziare direttamente con le industrie della lavorazione del pesce, potrà a suo tempo aprirsene una sua. In seguito potrà lasciare il villaggio e trasferirsi a Mexico City o a Los Angeles o magari addirittura a New York!! Da lì potrà dirigere un’enorme impresa!…’

Pescatore: ’ma per raggiungere questi obiettivi quanto tempo mi ci vorrebbe?’

Turista: ’25 anni forse’

Pescatore: ’….e dopo?’

Turista: ’Ah dopo, e qui viene il bello, quando i suoi affari avranno raggiunto volumi grandiosi, potrà vendere le azioni e guadagnare miliardi!!!!!!!

Pescatore:’…miliardi?…….e poi?’

Turista: ’Eppoi finalmente potrà ritirarsi dagli affari, e concedersi di vivere gli ultimi 5/10 anni in un piccolo villaggio vicino alla costa, dormire fino a tardi, giocare con i suoi bimbi, pescare un po’ di pesce, fare la siesta, passare le serate con gli amici bevendo e giocando in allegria!’

Quale Chiesa?

Un gruppo di sacerdoti friulani e veneti (Pierluigi Di Piazza, Udine; Franco Saccavini, Udine; Mario Vatta, Trieste; Giacomo Tolot, Pordenone; Piergiorgio Rigolo, Pordenone; Alberto De Nadai, Gorizia; Andrea Bellavite, Gorizia; Luigi Fontanot, Gorizia; Albino Bizzotto, Padova; Antonio Santini, Vicenza) scrive dal 2009 una lettera di Natale che desta spesso discussioni, dibattiti, confronti. Quella di quest’anno è sulla Chiesa. Riporto qui sotto alcuni dei punti cardine, ma invito alla sua lettura integrale qui per contestualizzare meglio ogni singola frase.

  • Quando si parla della Chiesa, comunemente ci si riferisce alla gerarchia: papa, cardinali, vescovi, preti, diaconi… Sono solo una parte di essa, che invece è composta da tutti coloro che – grazie al Battesimo che hanno ricevuto – sono diventati in Cristo “sacerdoti, re e profeti”, segno visibile dell’amore di Dio che fa di tutti gli esseri umani il “popolo di Dio”.

  • Quando la Chiesa riceve dal potere – economico, politico e militare – finanziamenti, vantaggi, privilegi e onori perde la forza profetica di denunciare con libertà la corruzione, l’illegalità, l’ingiustizia, l’immoralità, le guerre, il razzismo, nella nostra Regione manifestato anche a livello politico e legislativo. Così è avvenuto e continua ad avvenire in ogni parte del mondo, con la drammatica conseguenza che il potere si sente in questo modo legittimato, difeso, compiaciuto, incoraggiato e sostenuto.

  • Sarebbe, a nostro avviso, importante che Stato e Chiesa riconsiderassero l’ora di religione cattolica nella scuola. In una società sempre più multietnica, multiculturale e plurireligiosa l’insegnamento della religione dovrebbe essere concepito e proposto come insegnamento del fenomeno religioso sotto tutti i suoi aspetti, come conoscenza, obbligatoria per tutti, delle diverse religioni. Risulterebbe conseguente che la scelta degli insegnanti e la loro formazione dovrebbero seguire le modalità comuni a tutti gli altri, con titoli di studio e abilitazioni professionali di competenza dello Stato, senza la necessità di “idoneità” da parte di un’autorità religiosa. Non quindi un’ora di religione cattolica che esclude e separa, ma un’ora di insegnamento delle religioni che unisce e arricchisce.

  • È importante anche il compito dei teologi che devono favorire l’approfondimento delle grandi questioni nel rapporto tra fede, ragione e storia; è tanto più significativo tale compito quanto più la riflessione parte dalla realtà, non quando si svolge solo in modo teorico; quando è libero nell’approfondimento e nella proposta. La teologia della liberazione resta un esempio eloquente. Avvertiamo con particolare urgenza la necessità di privilegiare la testimonianza e la coerenza rispetto all’ortodossia e alla disciplina: sempre e prima di tutto obbedienti al Vangelo.

  • Alla richiesta di una maggiore democrazia nella Chiesa, si risponde solitamente che la Chiesa è molto di più della democrazia, è comunione. In realtà, per esserlo, la Chiesa dovrebbe promuovere partecipazione e corresponsabilità. Di fatto la rinuncia alla prassi democratica nel confronto, nelle decisioni, nelle scelte e nell’obbedienza, riduce e spesso vanifica la comunione; essa infatti, non può essere invocata per coprire la mancanza di democrazia.

  • Riteniamo che si debba aprire un dialogo sereno su quelli che vengono chiamati, ormai in maniera sempre più stanca e rituale, “valori non negoziabili”: famiglia, matrimonio, concepimento, conclusione della vita… Siamo convinti che tali problemi sempre più in grado di coinvolgere profondamente la coscienza e la sensibilità delle persone non debbano mai diventare oggetto di trattativa ideologico-politica.

  • Crediamo la Chiesa come luogo del perdono, dedita a prendersi cura delle situazioni di difficoltà, fragilità, smarrimento, in cui ogni servizio all’uomo possa essere riconosciuto come servizio evangelico. Tra essi c’è anche il ministero sacerdotale che riteniamo possa essere svolto – con pari dignità – da uomini celibi e sposati e da donne prete; la riconsiderazione della legge del celibato potrà finalmente affermare la libertà e con una speciale attenzione valutare positivamente la disponibilità al servizio dei preti sposati che, per l’attuale disciplina, sono stati costretti a lasciare il ministero. Crediamo si debba ripensare il ruolo della donna, simile e complementare a quello dell’uomo, anche riguardo ai ministeri ordinati. Per quanto riguarda questa questione siamo convinti che non sussistano motivi biblici e teologici decisivi di contrarietà; del resto non si tratterebbe di una scontata rivendicazione di parità dei diritti, ma molto più profondamente, di coinvolgere la ricchezza e la diversità di genere, liberando così la Chiesa da un maschilismo di fatto che ha conseguenze non di poco conto nelle decisioni dottrinali ed etiche.

  • Riteniamo che nell’ambito della riflessione sui ministeri sia necessario considerare con particolare attenzione le dimensioni dell’affettività, dell’amore, della sessualità, anche attraverso la convocazione di un Sinodo mondiale e allo stesso tempo di incontri nelle comunità parrocchiali e nelle Diocesi, per ricostruire una vera e propria teologia dell’affettività e della sessualità, esaminando serenamente alla luce del Vangelo, e con il contributo delle donne e degli uomini di scienza e di esperienza, le diverse situazioni e implicanze.

  • Riteniamo che la Chiesa debba farsi carico con maggiore limpidezza e credibilità, di una più autentica e forte testimonianza del Vangelo riguardo al denaro, ai beni, alle strutture, e in genere allo stile di vita. Crediamo la Chiesa povera, umile, sobria, essenziale, libera da ogni avidità riguardo al possesso dei beni.

  • La Chiesa utilizzi quindi sempre con trasparenza il denaro, i beni, le strutture, rendendo conto pubblicamente di tutto. Sia sempre chiaro il fine a servizio delle comunità e della promozione della persona con una reale opzione dei poveri vicini e solo geograficamente lontani. Non ci si preoccupi, quindi, di diventare più ricchi per aiutare di più, ma ci sia l’impegno ad imparare, sull’esempio di Cristo, a stare accanto ai più piccoli anche con la propria povertà. La Chiesa quindi, paghi doverosamente le tasse riguardo a quei beni che non sono in modo chiaro ed evidente finalizzati alla solidarietà, alla promozione culturale, al bene comune.

  • Le donne e gli uomini che osano chiamarsi cristiani, vivano in modo dignitoso, semplice e sobrio, senza accumulare e ostentare, a cominciare dal Papa, dai vescovi, dai preti, dagli ordini religiosi maschili e femminili.

  • Siamo convinti che la Chiesa debba scegliere una volta per sempre di liberarsi dai ridicoli titoli nobiliari e onorifici quali Sua Santità. Eminenza, Eccellenza, Monsignore, Reverendo…, perché a questo ci richiama espressamente il Vangelo oltre che il buon senso.

  • Riteniamo anche che la Chiesa debba fare uno sforzo decisivo per liberarsi dai vestiti e paludamenti clericali che appartengono ad altri tempi e mentalità. Essi tendono a sottolineare distanze e dipendenze di cui non troviamo traccia nel Vangelo.

  • Crediamo la Chiesa dell’accoglienza, delle porte aperte, senza pregiudizio o giudizio, tanto meno rifiuto: prima l’accoglienza, l’ascolto, la comprensione, l’attenzione poi il dialogo, il confronto, il sostegno.

  • Crediamo la Chiesa, che accompagna negli interrogativi e nella ricerca di risposte, che sa ascoltare e imparare prima di esprimersi ed insegnare.

  • Crediamo la Chiesa che si apre all’incontro, al dialogo, alla conoscenza, alla preghiera, e condivide, con donne e uomini di altre fedi religiose, con tutte le donne e tutti gli uomini di buona volontà, la responsabilità per la giustizia, la pace, la salvaguardia del creato.

  • Una Chiesa che può ispirare l’impegno politico, ma mai compromessa con il potere

  • Ribadiamo l’importanza della laicità della politica.

  • Nell’aula dei Consigli di rappresentanza (comunali, provinciali, regionali, nazionali o sovranazionali), nel partecipare ad una commissione, nel preparare una legge, nel votare una scelta, ciascuno esprimerà il suo patrimonio spirituale ed etico. Non servono dichiarazioni preventive facendone un blocco di ideologia religiosa o specularmente laicista, non è pensabile quindi un partito di cattolici. Essi si esprimano nella laicità della politica e delle istituzioni.

  • Sentiamo disagio per le liturgie contrassegnate dal protagonismo del clero, a cui il popolo assiste con distacco.

  • Se l’accoglienza è decisiva, come crediamo, per la nostra testimonianza di fede, ci permettiamo di indicare una possibilità: che ogni comunità cristiana accolga una persona, o una famiglia, con particolare attenzione a chi vive nel territorio: la disponibilità di una stanza o un appartamento per l’accoglienza di un italiano o di uno straniero, di un malato o di un ex carcerato… e questo come comunità.

  • Una Chiesa che preghi e operi per la giustizia. Da qui ripartiamo e qui ritorniamo.

Entrare in casa

In seconda ci stiamo confrontano sul concetto di Dio, su quelli di fede e religione, sulla differenza tra conoscere una religione ed essere credenti. Ecco che può venirci in soccorso, per capire meglio il tutto, una storiella della tradizione orientale.

Il maestro insisteva che la barriera ultima al conseguimento di Dio era la parola e il concetto “Dio”. Questo faceva talmente infuriare il prete locale che questi arrivò adirato per discutere la faccenda col maestro. “Ma la parola DIO può portarci a Dio, no?” disse il prete. “Sì” rispose calmo il maestro”. “E come può una cosa giovare ed essere una barriera?”. Il maestro rispose: “L’asino che ti porta davanti all’uscio non è il mezzo con cui entri in casa”.

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Cinture di sicurezza

Stamattina in quinta è emerso un argomento su cui torneremo più avanti nell’anno. La certezza e il dubbio nella fede. Offro qui un ulteriore spunto con un breve ragionamento di Fernando Camon, preso dal libro “Tenebre su tenebre”:

“Se difendo la tua libertà di pensiero, ammetto che io potrei essere in errore. Se ti permetto la tua religione, ammetto che la mia potrebbe essere falsa. Se credo nel mio Dio, ti permetto di credere nel tuo. Se sono sicuro del mio, non posso permettere che tu creda nel tuo, perché ti farei del male”.

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Più frutto che figlio

9%20AM~1.JPGSudavo. Appoggiata di schiena mi tenevo il pancione con due mani per aiutare le mosse del bambino. L’incoraggiavo a bassa voce, col respiro corto. Lo chiamavo. Le bestie alle spalle mi davano forza. Le gambe mi facevano male per la posizione. Mi inginocchiai per farle riposare. «Affacciati bimbo mio, vienimi incontro, mamma tua è pronta a prenderti al volo appena spunta la tua testolina. I muscoli del ventre andavano dietro al respiro, una contrazione e un rilassamento, spinta, rincorsa, spinta. Quando lo strappo era più forte mi mordevo il labbro per non far scappare il grido. Josef era di sicuro davanti alla porta, di guardia. Ho tagliato il cordone, un solo taglio, ho fatto il nodo del sarto e ho strofinato il suo corpo in acqua e sale. Eccolo finalmente. L’ho palpato da tutte le parti fino ai piedi. L’ho annusato e per conferma gli ho dato una leccatina. ‘Sei proprio un dattero, sei più frutto che figlio’. Ho messo l’orecchio sul suo cuore, batteva svelto, colpi di chi ha corso a perdifiato. Al poco lume della stella l’ho guardato, impastato di sangue mio e di perfezione. «Somigli a Josef». Così ho voluto vederlo. «Tuo padre in terra è un uomo coraggioso, tu gli assomiglierai». Mi sono stesa sotto la coperta di pelle e l’ho attaccato al seno. Il bue ha muggito piano, l’asina ha sbatacchiato forte le orecchie. È stato un applauso di bestie il primo benvenuto al mondo di Jeshu, figlio mio. Non ho chiamato Josef. Gli avevo promesso un figlio all’alba ed era ancora notte. Fino alla prima luce Jeshu è solamente mio. È solamente mio: voglio cantare una canzone con queste tre parole e basta. Signore del mondo, benedetto, ascolta la preghiera della tua serva che adesso è tua madre. Quando nasce un bambino la famiglia si augura che diventi qualcuno, intelligente, si distingua dagli altri. Fa’ che non sia così. Fa’ che questo brivido salito sulla mia schiena, questo freddo venuto dal Futuro sia lontano da lui. Lo chiamo Jeshu come vuoi tu, ma non lo reclamare per qualche tua missione. Fa’ che sia un cucciolo qualunque, anche un poco stupido, svogliato, senza studio, un figlio che si mette a bottega da suo padre, impara il mestiere, lo prosegue.

Che vuoto mi hai lasciato, che spazio inutile dentro di me deve imparare a chiudersi. Il mio corpo ha perso il centro, da adesso in poi noi siamo due staccati, che possono abbracciarsi e mai tornare una persona sola.

(Erri De Luca)

Chiara e Francesco

Prendo da Avvenire un articolo di Roberto I. Zanini su san Francesco e santa Chiara.

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 Chiara e Francesco? Molto diversi da come li presenta la vulgata che si è affermata con film, libri, fiction e canzoni. Se proprio abbiamo bisogno di immagini è «meglio affidarsi all’iconografia giottesca di Assisi». Nei fatti, sottolinea la medievista Chiara Frugoni, autrice per Einaudi, del libro Storia di Chiara e Francesco «sono due persone che hanno avuto una vita piena di sofferenze, di incomprensioni. Vivono per un progetto che riescono a realizzare solo in parte. Il Francesco degli ultimi anni, cieco, provato dalle malattie» sfigurato nel volto, quantunque trasfigurato dalle stimmate, «è lontano dal santino sorridente che solitamente ci si immagina. Comincia in maniera gioiosa con l’idea di mettere in pratica il Vangelo, insieme ai compagni di sempre, gente entusiasta e di alto livello. Poi arriva il successo, il numero dei frati aumenta a dismisura e il livello di spiritualità e volontà di sacrificio si abbassa, iniziano le divergenze e le divisioni».

Vuole dire che il “francescanesimo” pensato da Francesco non è quello che si realizza? «Per esempio, nella prima regola (quella non approvata) si afferma, lo ricordo a senso: “Coloro che per divina ispirazione vogliono andare a vivere fra i saraceni o altri infedeli vadano, e il superiore non li fermi”. Nella regola del ’23 (quella approvata), è il contrario: possono andare solo coloro che il superiore (ministro) pensa siano adatti. E non c’è più il concetto del “vivere fra i saraceni”».

Un’idea tanto innovativa da riemergere solo con personaggi come Charles de Focauld, sette secoli dopo. «Francesco pensa a una vita fra i musulmani in reciproco rispetto. Se poi piace a Dio, allora si parli di Dio. Per lui è l’esempio nella carità che diventa lievito. E aveva stima degli islamici, tanto che nella lettera ai Reggitori di popoli, di ritorno dall’Egitto, promuove l’istituzione di persone che dai campanili delle chiese, come dai minareti, invitino la gente alla preghiera».

Gli ultimi sono anni difficili, ma sono anche quelli delle stimmate. «Era disperato, solo, con poca stima dei compagni. Le stimmate ricevute alla Verna, secondo Tommaso da Celano, il primo biografo, costituiscono per lui l’estrema pacificazione: capisce di dover accettare la volontà del Padre come Cristo nel Getsemani».

È il racconto famoso del Santo che per tre volte apre il Vangelo. «In realtà i racconti sono due. Secondo Tommaso da Celano per tre volte lo apre alla pagina del Getsemani a conferma di dover bere al calice della volontà di Dio, che si materializzano nelle stimmate. Anni dopo, Bonaventura da Bagnoregio racconta il medesimo episodio, ma la pagina del Vangelo diventa quella del Golgota, e attraverso le stimmate il sacrificio di Francesco viene accomunato a quello di Cristo».

Diceva di una vita piena di sconfitte. «Dal punto di vista dello storico certamente. Una vita triste, piena di ostacoli. Quattro anni prima di morire Francesco è costretto a dare le dimissioni dal vertice dei frati minori. Chiara vede approvata la sua regola solo il giorno prima di morire e non è la stessa che lei voleva… È la grande spiritualità dei due santi a volgere tutto in gioia».

Che rapporti c’erano fra i due? «Una profonda intesa spirituale. Chiara giovinetta vede in Francesco l’immagine stessa del suo futuro. E colpisce la sua capacità, a 18 anni, di fare una scelta radicale senza più tornare indietro. Resiste alle pressioni di Gregorio IX. Dopo la morte di Francesco si affida a frate Elia che però si schiera con Federico II e viene scomunicato. Trova appoggio nella principessa Agnese di Boemia divenuta monaca, ma il Papa obbliga Agnese a non seguire Chiara. Alla fine diventa la prima donna a scrivere una regola solo per le donne. Anche se dopo la sua morte Urbano IV la modifica ammorbidendola, così che ancora oggi le Clarisse hanno due regole possibili: Monache Clarisse e Clarisse Urbaniste».

Francesco e Chiara avevano un’idea comune della vita religiosa? «Identica. Francesco pensa a un progetto aperto a uomini e donne: Fratres minores e Sorores minores. Gli uni indipendenti dalle altre, ma con la stessa regola. Un progetto uguale e parallelo che fonda sulla grande stima di Francesco per le donne. Poi Francesco, angosciato dalle difficoltà per l’approvazione della regola, visti gli ostacoli posti dalla gerarchia e dai confratelli è costretto a stralciare la posizione del ramo femminile. Però non abbandona mai Chiara alla sua sorte. E mai Chiara si sente abbandonata».

Poi, anche lei trova enormi difficoltà. «Non voleva la clausura, che per molti secoli ancora sarà l’unico modo di concepire la vita religiosa al femminile. Aveva un’idea modernissima di suore che si alternano nella vita contemplativa e in quella attiva fra la gente».

È l’attualità che permea l’idea originaria di Francesco. «Tornando al dialogo con le religioni, invita a cercare i punti che avvicinano, non quelli che allontanano. Ai musulmani, come a tutti, chiede di fare frutti degni di penitenza, intesa nell’accezione evangelica di conversione, perché solo ripensando le proprie scelte si possono trovare punti di contatto. Fa conoscere i concetti di solidarietà e di ascolto, con l’idea di dare la giusta importanza al punto di vista dell’altro».

Due cose totalmente mutuate dai Vangeli. «La vera modernità è nel Vangelo. Francesco e Chiara non fanno altro che metterlo in pratica in maniera radicale».

Davanti all’ignoto

“Le ragioni ideologiche, antireligiose e pseudoscientifiche, non hanno osservato che il trascendente è semplicemente ciò che è oltre il mio pensiero, oltre la conoscenza, oltre i raggiungimenti intellettuali – non ci sarebbe nemmeno progresso nelle scienze senza porci davanti all’ignoto. […] La ragione che ammette nel suo ambito l’irrazionale è più equilibrata e più strettamente “ragione” di quella che cerca di trarre dalla propria esperienza mentale ideologie e teorie del reale.”

Franco Loi

Inclinazioni del cuore

Stamattina, all’ultima ora, dopo aver letto dei brani di E. Wiesel e L. Millu sull’esperienza di fede durante la tragedia dei lager ho chiesto agli studenti di riflettere sul problema del male cercando dentro di sé quali tentativi di risposta provassero a darsi. Mentre riflettevano e scrivevano li guardavo e pensavo: “tra pochi mesi non li rivedo più” (era una quinta). “Cosa faranno? Lavoreranno, studieranno, che strade percorreranno?”. Poi ho preso dalla borsa il libro “Un minuto di saggezza nelle grandi religioni” di Anthony de Mello, una raccolta di brani che ho letto a più riprese nella mia vita. E mi ha stupito che il primo racconto fosse questo:

Il discepolo era un ebreo. “Quale opera buona debbo fare per essere gradito a Dio?”. “Come posso saperlo?”, rispose il maestro. “La tua Bibbia dice che Abramo praticava l’ospitalità e Dio era con lui. Elia amava pregare e Dio era con lui. David governava un regno e Dio era anche con lui. C’è un modo per scoprire il lavoro che mi è stato assegnato?”. “Sì. Cerca l’inclinazione più profonda del tuo cuore e seguila”.

Un caso? 

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Il Dio del Novecento

Segnalo a chi fosse interessato l’incontro “Il Dio del Novecento”. Raniero La Valle presenta il libro “Quel nostro Novecento – Costituzione, Concilio e Sessantotto: le tre rivoluzioni interrotte”. Centro Balducci di Zugliano Lunedì 12 dicembre ore 20.30

Peccare

In terza stiamo parlando di etica. Cito un breve pezzetto di A un papa di Pasolini.

Lo sapevi, peccare non significa fare il male:

non fare il bene, questo significa peccare.

Senza Dio

Prendo dal numero di Jesus di dicembre questa densa riflessione di Enzo Bianchi.

Sempre più spesso, in modo quasi martellante, si afferma che «senza Dio tutto è4079185180_be1778f1b8_o.jpg permesso», citando in modo abusivo Fëdor Dostoevskij. Questo per sostenere che «con Dio o senza Dio tutto cambia» oppure che «se Dio non è affermato, allora c’è perdizione per l’uomo». A partire da tali posizioni vorrei dunque riflettere sull’espressione «senza Dio». Innanzitutto, che cosa può significare questa espressione per i credenti, in particolar modo per i cristiani? Non può certo significare che vi siano uomini e donne che non stanno davanti a Dio, che non sono sue creature e dunque suoi figli in «Adamo, figlio di Dio» (Lc 3,38). Ogni persona è stata voluta da Dio, è venuta al mondo per vocazione di Dio; Dio la accompagna e la sostiene, anzi la benedice in ogni giorno della sua vita; Dio la ama sempre, anche quando questa persona contraddice la sua volontà, persino nel caso che lo bestemmiasse o lo negasse. Come il padre della parabola (cf. Lc 15,11-32), il Dio narrato da Gesù Cristo continua ad amare e ad aspettare chi è lontano da lui, addirittura anche chi desidera la sua morte, la morte del padre. Sì, è scandaloso, ma questa è la verità del Dio cristiano! Nell’ottica dei credenti, dunque, nessuno può essere senza Dio, neanche l’a-teo che si vuole senza Dio, neanche lo stolto che dice: «Dio non c’è» (Sal 14,1; 53,1).

Ma c’è un altro modo di intendere l’espressione «senza Dio». È quello che si trova in una lettera scritta dal carcere dal teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, il 16 luglio 1944: «Non possiamo essere onesti senza riconoscere che dobbiamo vivere nel mondo “etsi Deus non daretur”», anche se Dio non ci fosse, dunque senza Dio. Anche questa espressione in realtà è spesso citata a sproposito e tradita da chi vi legge l’annuncio di un cristianesimo secolarizzato, di un umanesimo modellato sull’ateismo. Bonhoeffer non diventa ateo, come dimostra ciò che egli stesso afferma poche righe dopo: «Davanti a Dio e con Dio viviamo senza Dio», cioè senza prendere Dio in ostaggio, senza la necessità mondana di Dio, senza considerare Dio come un’ipotesi di lavoro, senza pensare di avere Dio dalla nostra parte, ma nella gratuità di Dio, la gratuità dell’amore. Bonhoeffer chiede che l’uomo diventi umano e faccia riferimento, per questo, all’umanità di Gesù Cristo, colui che «ha narrato Dio» (exeghésato: Gv 1,18) anche sulla croce. Occorre pertanto fare grande attenzione a non strumentalizzare queste parole del grande martire cristiano, finendo per negare la sua fede o per condannare le sue espressioni, che costituiscono un’altissima testimonianza di un cristianesimo adulto e pensante, in un mondo diventato capace di vivere senza l’ipotesi Dio, in un’autonomia umana che non nega Dio e il suo amore. «Dio» – ha scritto Eberhard Jüngel – «è più che necessario», sta nello spazio della gratuità, perché il suo amore trascende la legge della necessità.

Quanto a quelli che si dicono atei, senza Dio, noi cristiani dobbiamo rispettare la loro affermazione, chiedendoci però subito: quale Dio negano? Di quale Dio vogliono essere privi? Del Dio che noi cristiani raccontiamo, che tramandiamo culturalmente, oppure del Dio che è vita, amore, misericordia, del Dio vivente? Qui va detto con chiarezza: noi credenti dobbiamo essere consapevoli che a volte forgiamo immagini perverse di Dio, e quindi rendiamo Dio causa di bestemmia tra le genti (cf. Ez 36,20-22; Rm 2,24). Ecco perché anche di fronte a coloro che si definiscono atei, non credenti in Dio, dobbiamo innanzitutto interrogarci e rispettare il loro mistero. In ogni uomo c’è l’immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), che secondo i padri della chiesa non può essere cancellata neppure dai crimini peggiori commessi dall’uomo. Questa immagine rende ogni persona capace di compiere il bene, di avere una coscienza, di discernere il bene dal male. E solo Dio vede cosa accade nella coscienza, conosce la ricerca del bene praticata dai cosiddetti atei, la loro ricerca dell’amore. Essi non la chiamano ricerca di Dio ma di fatto, come ha affermato Benedetto XVI il 25 settembre scorso durante il suo viaggio in Germania, «sono più vicini al Regno di Dio di quanto lo siano i credenti “di routine”». Solo Dio conosce la vicinanza o la lontananza dal Regno di chi si dice senza Dio e di chi si dice credente.

Infine, non possiamo dimenticare che i cristiani delle origini erano accusati dai pagani proprio di essere “a-tei”, senza Dio: essi cioè risultano atei per le altre religioni, come afferma l’amico teologo Joseph Moingt. Sì, noi tutti viviamo davanti a Dio, con Dio, senza Dio. E attendiamo di vedere il suo volto di amore, di pace e di vita al di là della morte.