Trilussa scriveva in romanesco: “C’è un’ape che se posa / su un bottone de rosa: / lo succhia e se ne va…/ Tutto sommato, la felicità / è una piccola cosa.” In questo periodo di forte austerità, di riduzione degli sprechi e dei consumi, di tempi accelerati e frenetici per le mille cose da fare e i tanti impegni, insieme a degli amici abbiamo deciso di farci questo regalo per Natale: tempo per stare insieme. Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa…
Guardare le stelle
Già il 9 ottobre ho citato il gesuita Silvano Fausti. Posto un estratto delle sue parole che si possono trovare qui per esteso.
“… Tutte le religioni presentano dei doveri dell’uomo verso Dio, presentano una norma di vita, una legge: se la fai sei bravo, e se sei bravo sei salvato; se non sei bravo sei condannato. Questo è il mondo che conosciamo. Ora è il principio di un mondo nuovo e diverso: il mondo del Vangelo della buona notizia, di un Dio che è diverso da come lo pensavi. Di un Dio che non giudica, un Dio che non è legge, un Dio che non è dovere, non è giudizio, non è condanna. Quel Dio che da sempre l’uomo ha pensato non è così. E tutto il Vangelo sarà per mostrare un nuovo Dio che è il contrario di come noi pensiamo Dio. Quindi, è davvero il principio, e questo principio è una persona: è Gesù. Il Cristianesimo non è una ideologia, non è una legge, non è una morale. È una persona concreta. Che differenza c’é tra un principio e una legge? Un abisso! Il primo abisso è questo: uno è vivo e l’altro ti fa morire. Poi l’idea ce l’ho in testa io e grazie a Dio la cambio spesso; la persona non ce l’ho in testa e non posso cambiarla. Sulle idee ci ragiono, con la persona c’è un rapporto dinamico, di scoperta, di intesa, di interesse, di litigio, di incomprensione. È tutta un’altra cosa. Per noi normalmente il Cristianesimo, se non stiamo attenti, è ridotto a un insieme di norme, di leggi, di regole. Ma non è questo.
… Tutto l’A.T. è una protesta contro la fatalità del male. Si ritiene che ci sia il male, la
storia, i potenti che dominano, e che quindi non c’è rimedio. No, no. Arriverà l’angelo del Signore che liquida il male. È la nostra utopia. È importante però che ci sia. Perché se all’uomo togli i desideri, l’hai già ucciso, un uomo che non ha desideri è morto. La parola “desiderare” vuol dire smettere di guardare le stelle. L’uomo per prima cosa “con-sidera”. Considerare vuol dire guardare le stelle. Nelle stelle guarda qual è il suo destino: dov’è che bisogna andare? Interroga il cielo, l’alto, il mistero. Quando poi ha capito qual è la sua stella, qual è la sua direzione, allora smette di guardare e desidera. Va in quella direzione. I desideri sono la direzione profonda della nostra vita. Se abbiamo nessun desiderio, la nostra direzione è nessuna-direzione: è il nulla. Per questo sono importantissimi i desideri. E il primo desiderio è che le cose siano diverse. Questo si intende con la giustizia.
… Nel libro dell’Esodo si narra l’uscita degli israeliti dall’Egitto verso Gerusalemme. Gerusalemme è la città santa, luogo di Dio, della religione, del tempio, del culto. Ora, invece, si esce da lì. Cioè: bisogna anche uscire dalla nostra religione, dalle nostre persuasioni, dalle nostre liti per incontrare Dio. La vera conversione non è quella diventare religiosi – ce ne sono tanti di religiosi! –, la vera conversione è quella di uscire dalla religione che ti costruisci tu per conoscere davvero Dio. Dio non lo trovi in nessun luogo sacro. Lo trovi nell’uomo Gesù, lo trovi nei fratelli.”
Verso una pienezza
Questo è il paradosso dell’amore tra l’uomo e la donna:
due infiniti si incontrano con due limiti;
due bisogni infiniti di essere amati
si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare.
E solo nell’orizzonte di un amore più grande
non si consumano nella pretesa e non si rassegnano,
ma camminano insieme verso una pienezza
della quale l’altro è segno
(Rainer Maria Rilke)
Una sana folle immaginazione
Prendo da Avvenire
La salute mentale, di cui da ieri si celebra la giornata nazionale, con eventi che si svolgeranno fino a gennaio, non è una questione sanitaria normale. Non ha rapporti con la sclerosi, con l’Aids, con il cancro. Ha rapporti con il nostro essere umano dall’origine. Dal nostro passaggio dall’ominide all’uomo, con le mutazioni del pianeta e i cambiamenti storici, sono cambiate le malattie, ma la questione della salute mentale è da sempre identica, naturalmente declinata in termini differenti. Come l’uomo, secondo il grande paleoantropologo Yves Coppens e lo storico delle religioni Julien Ries, nasce
intrinsecamente religioso e simbolico, Homo religiosus (e quindi poeta) prima ancora che Homo sapiens, così l’uomo nasce con il fardello congenito della malattia mentale: la nostra genesi ci vede religiosi, simbolici, potenzialmente minabili nella mente. La peste oggi non è che un motivo letterario, la lebbra e il colera morbi che riguardano o il passato o altri mondi, disperati e privi di risorse, l’Aids una novità, altre malattie hanno nomi e identità solo perché recentemente sono state scoperte e definite, anche se esistevano già, inconosciute, non sappiamo da quando. La malattia mentale è inscritta nel Dna umano come la poesia. La mente può ammalarsi in una varietà infinita di forme: dai libri religiosi e dalle fiabe apprendiamo le storie di re saggi che impazziscono divenendo violenti e tirannici, di scemi del villaggio, limitati nella parola e nel pensiero, che si rivelano dispensatori di saggezza, di uomini forti e sapienti che invecchiando perdono il lume della ragione, vengono raggirati, di altri che sin da giovani sono minati dalla debolezza di carattere, dalla tendenza suicida, dal delirio. La malattia mentale non ha storia, e non è riducibile alla follia. Sarebbe facile, anche se relativamente: come mettere sullo stesso piano la follia di Hitler e di Stalin, mostruosa e infernale, e quella del poeta Dino Campana e di Van Gogh, che producono opere di visione e bellezza? Ma, fingendo che quello della follia sia un problema semplice, la malattia mentale ha ben altri orizzonti: va da quella che ora si definisce depressione alle manie persecutorie, a fenomeni più gravi dal punto di vista psichiatrico, sindromi ossessive, realtà disperanti di alienazione, paranoia, scissione. La grande letteratura e il grande teatro mettono in scena quello che avviene sulla scena del mondo: la malattia mentale non è solo quella dell’efferato Macbeth o del folle Lear, ma anche del malato immaginario di Molière, o dell’avaro dello stesso autore. Sarebbe comodo relegarla ai pazzi ‘ufficiali’, alligna tra noi, nella vita quotidiana, da sempre. Ciò dovrebbe ammonirci a non reprimere il malato mentale, ma a combattere il germe del suo male, che può colpire ognuno di noi. Facile a dirsi. Ma la pratica della compassione e la serietà di tanti specialisti della psiche inducono a non essere pessimisti. E poi ci sono gli esempi, più efficaci di ogni teoria, come le parabole. Nanni Garella, uno dei registi italiani più significativi del panorama contemporaneo, in questi anni ha realizzato spettacoli straordinari con attori reclutati tra giovani malati di mente, spesso con sindromi pesanti. Li abbiamo visti in scena, sono diventati davvero attori. Garella, portando in scena Pirandello e altri autori con dei giovani affetti da problemi mentali, ha ristabilito un equilibrio incredibile. Ha sdoganato la follia, ma non a caso. No, restaurando, con le armi dello spirito e della disciplina, un giusto ordine. Può essere un modello, una chiave di lettura del problema: il malato di mente ha bisogno di immaginazione. E anche noi, che ci scopriamo non puri spettatori, ma suoi simili.
Ma se io lo chiamo
Dio che non esisti ti prego
che almeno su questa grande nave
che mi porta via
le cabine siano … siano ben areate
Ma se non esiste perché lo preghi?
Non esiste fintantoché io non ci credo
finché continuo a vivere
come viviamo tutti
desiderando, desiderando
ma se io lo chiamo …
Troppo tardi …
Per la forza terribile
dell’anima mia, forse vile, trascurabile in sè,
però anima nella piena portata del termine,
se lo chiamo verrà.
(Dino Buzzati)
Amare il dolore?
Prendo dalla rete
Ha suscitato vasta eco la decisione di Lucio Magri, 79 anni, giornalista, fondatore del Manifesto e uomo politico, di ricorrere alla pratica del suicidio assistito in una clinica svizzera. La scelta di Magri, che si è compiuta ieri, frutto di una grave depressione, ma anche di una razionalità estrema, suscita contrapposizione tra chi chiede di rispettare comunque la volontà dell’individuo e chi rifiuta la strada dell’eutanasia. In definitiva il gesto di Magri pone a tutti il problema dell’approccio della persona alla sofferenza. Del mistero del dolore si è parlato ieri sera a Torino all’Università del Dialogo del Sermig, realtà di fraternità fondata da Ernesto Olivero con la presenza della scrittrice Susanna Tamaro. Adriana Masotti ha chiesto a Olivero una riflessione sulla vicenda Magri:
R. – Ogni volta che una persona muore, prego e faccio silenzio, perché so che Dio è Padre di tutti gli uomini, di tutte le donne, di coloro che credono e di coloro che credono di non credere. Quindi Lui sa… Certo che ogni morte fa pensare e una morte come questa fa pensare ancora di più. Mi viene in mente uno dei pensieri che ho scritto in una situazione molto tragica della mia vita, quando scrissi nel mio diario: l’uomo certamente ha bisogno di casa, di lavoro, ma ha bisogno di scoprire il senso della vita, ha bisogno di scoprire da dove viene e dove va. Io penso che la vita di ogni uomo – e sto parlando di me stesso – sia una preparazione all’ultimo momento. Credo di aver capito un po’ la vita a forza di asciugare le lacrime, a forza di accogliere persone che mi guardavano negli occhi e mi chiedevano qualcosa… La cosa principale che ho capito è che deve far di tutto per cambiare un po’ il mondo.
D. – Il dolore fa parte – e lo sappiamo – della vita di tutti, credenti e non credenti, e per tutti il dolore non è bello e va quindi ricercato il modo per non soffrire; va anche accettato sul piano umano … ma ne siamo preparati?
R. – Io credo che dobbiamo preparare le persone a vivere e a morire e dobbiamo preparare le persone a star vicino, fino all’ultimo momento, alle persone che soffrono: nessuno deve essere abbandonato! Anche perché oggi la sofferenza come veniva intesa una volta credo che sia quasi completamente sparita, perché ci sono delle medicine e ci sono delle cure che possono alleviarla, però è importante il rapporto umano. Io ricordo una giudice di Milano che – molti anni fa – mi chiese se potevo accogliere un ragazzo con l’aids e mi disse: ti costerà una cassa da morto e quindici giorni di lavoro. Io mi sono messo nei panni di questo ragazzo e gli dissi: “Perché negli ultimi 15 giorni della tua vita non smetti di drogarti? Noi ti assisteremo notte e giorno, momento dopo momento, non ti abbandoneremo mai!”. Lui ha accettato questa sfida e sono passati altro che quindici giorni: sono passati quindici anni, sono passati venti anni ed è ancora vivo! Ecco l’insegnamento che io mi diedi in quel momento: una famiglia, una comunità, un partito o un gruppo culturale non devono assolutamente abbandonare un uomo o una donna che muore!
D. – E’ giusto dire che il cristianesimo non invita ad amare il dolore e la Croce, ma chiede invece di amare il Crocifisso e quindi Gesù in Croce, l’uomo in Croce?
R. – Certamente. Proprio pochi giorni fa, una donna che aveva paura di morire e di lasciare la sua famiglia e mi ha detto: “Mi dicono che devo amare il dolore…” E io gli ho detto: “Non è giusto. Per amare Gesù bisogna amare Dio; il dolore non è da amare, ma – a volte – è da sopportare. A volte è un nemico: Gesù stesso ha gridato sulla croce … (mg)
Verrà
Verrà come la caduta dell’ultima foglia.
Una notte quando il vento di novembre
ha flagellato gli alberi all’osso, e la terra
si sveglia asfissiando dalla muffa,
dal dispiegarsi del morbido sudario.
Verrà come il gelo.
Una mattina quando la terra rattrappita
si apre sulla nebbia, per trovarsi
bloccata nella rete
di una bellezza sconosciuta, affilata.
Verrà come il buio.
Una sera quando il sole rosso fiammante
di dicembre tira su il lenzuolo
e copre il suo occhio con una moneta per mietere
i campi di cielo nevicati di stelle.
Verrà, verrà,
verrà come pianto nella notte,
come sangue, come rottura,
non appena la terra si dibatterà per liberarlo.
Egli verrà come bambino.
(Rowan Williams, Calendario dell’Avvento)
La storia di Michele
Michele Aiello è l’uomo che ha ispirato a Fabrizio De Andrè questo brano, molto probabilmente un immigrato del sud a Genova. La vicenda non è complessa: Michè è in carcere e deve scontare vent’anni per l’omicidio di un rivale in amore, l’uomo che voleva rubargli la bella Marì. Solo che Michè non resiste all’idea di stare lontano dalla sua amata per un periodo così lungo e decide pertanto di impiccarsi con una corda, l’unico sistema escogitato per costringere la Corte che lo aveva condannato ad aprirgli la porta del carcere in anticipo. Il gesto viene compiuto di notte, al buio, come sottolinea tre volte De Andrè che si ricorderà di Michè tutte le volte che sentirà cantare un gallo. Viene allora alla mente un’altra notte di circa duemila anni fa, dove risuonò il canto di un altro gallo, quello del Vangelo di Luca (Lc 22, 60: “…E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò.”.), così come l’atto dell’impiccagione riporta al gesto di Giuda (Mt 27,5: “Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi.”). Ma Pietro e Giuda sono narrati nella Bibbia come rinnegatore l’uno e traditore l’altro, mentre Michè non tradisce né rinnega nessuno. Anzi, forse ciò che lo ha portato all’omicidio è stata proprio la paura di poter essere tradito, il timore di perdere l’unica ragione della sua vita: Marì. E ora la constatazione di non poter vivere vicino al suo amore e di dover attendere vent’anni lo fanno decidere per la morte; De Andrè canta che Michè con la morte vuole anche mantenere la propria condizione di innamorato, ricordare il bene profondo che prova per la sua amata. Nessuna pietà poi per il defunto Michè neanche da un prete: nessuna messa prevista per un suicida. Solo la consolazione di una croce col nome e la data posta dalla mano di qualcuno nella terra bagnata proprio alla stessa ora della morte di Gesù (Mc 15, 34-37: “Alle tre… Gesù, dando un forte grido, spirò”). Mi piace cogliere in questa immagine piovosa e umida il calore di una speranza che viene dal Cristo, quella speranza che l’uomo di Chiesa non ha saputo dare. De Andrè tornerà su tale questione in Preghiera in gennaio: intollerabile per lui (e non solo) che al suicida, proprio a colui che maggiormente può aver bisogno dell’abbraccio del Cristo sofferente, venga tolta tale possibilità.
L’istinto del bello
E’ questo immortale istinto del bello che ci fa considerare il mondo e tutte le sue bellezze come un riflesso, come una corrispondenza del cielo. La sete inestinguibile di tutto ciò che è al di là, e che rivela la vita, è la prova più viva della nostra immortalità. Con la poesia e, insieme, attraverso la poesia, con la musica e attraverso la musica, l’anima intuisce la luce che splende al di là della tomba; o quando una poesia perfetta fa nascere le lagrime agli occhi, queste lagrime non sono segno di eccessiva gioia, ma piuttosto indice di una malinconia esasperata, di una esigenza nervosa, di una natura esiliata nell’imperfetto che bramerebbe possedere subito, in questo mondo, un paradiso rivelato.
(Charles Baudelaire, in Art Romantique)
L’ombrello rosso
I campi erano arsi e screpolati dalla mancanza di pioggia. Le foglie pallide e ingiallite pendevano penosamente dai rami. L’erba era sparita dai prati. La gente era tesa e nervosa, mentre scrutava il cielo di cristallo blu cobalto. Le settimane si succedevano sempre più infuocate. Da mesi non cadeva una vera pioggia. Il parroco del paese organizzò un’ora speciale di preghiera nella piazza davanti alla chiesa per implorare la grazia della pioggia. All’ora stabilita la piazza era gremita di gente ansiosa, ma piena di speranza. Molti avevano portato oggetti che testimoniavano la loro fede. Il parroco guardava ammirato le Bibbie, le croci, i rosari. Ma non riusciva a distogliere gli occhi da una bambina seduta compostamente in prima fila. Sulle ginocchia aveva un ombrello rosso. (Bruno Ferrero)
Sulla fede
Prendo dal Corriere della Sera di oggi alcune lettere giunte al Cardinal Martini e le sue brevi risposte.
Eminenza, mi chiamo Luca e ho 25 anni. Come tanti, sin da bambino ho ricevuto una istruzione cattolica, frequentando il catechismo e ricevendo i sacramenti. Fin lì, la fede mi sembrava chiara e semplice. E credevo veramente. Tuttavia, crescendo, soprattutto leggendo (tanto) sia per studio sia per diletto, tutti quei ragionamenti così semplici sono diventati d’un tratto impervi. La fede, se vuole infantile, ha ceduto il passo a una razionalità più matura, figlia della filosofia appresa sui libri e delle esperienze (comuni a tanti) di vita. Perché questo? Perché è così difficile credere? Ecco perché per me oggi credere significa interrogarmi, studiare, riflettere, meditare. Non riesco a professarmi non credente, ma non riesco più nemmeno ad abbandonarmi all’abbraccio del Signore come lei ci suggerisce di fare. Luca Gamberini, Bologna
Premetto che ho fatto otto anni presso l’Istituto Gonzaga di Milano, pagando fior di rette e studiando la vostra cultura giudaico-cristiana da Dante Alighieri al Manzoni per finire con la Dottrina di Sant’Agostino e San Tommaso D’Aquino. Fatta questa premessa, dati gli ultimi eventi internazionali dove l’italiano medio non riesce a tirare la fine del mese, avere un figlio, una famiglia rappresenta un bene di lusso e un bilocale è un sogno di mezza estate e via dicendo… vedo che voi Eccellentissimi Servi di Dio – con la S maiuscola – non solo vestite con la tunica da migliaia di euro da 2000 anni a questa parte, ma siete padroni del 25% del patrimonio immobiliare italiano. P.S. Suggerisco la reintroduzione delle Tasse di Leone X per pagarsi la salvezza dell’anima. Enzo Minacapilli, Cassina de’ Pecchi (Milano)
La vita eterna: me ne parlavano quando andavo a scuola dai Salesiani. Ascoltavo forse un po’ annoiato. Però, evidentemente, le parole hanno lavorato in quello che chiamiamo subconscio. A 55 anni rappresentano per me (quando parlo con me stesso in silenzio) un concetto, una speranza, un’emozione. Fatti attraversare dal dolore, mi ha detto una volta mia madre mentre soffrivo. Spero di esserci riuscito. Sicuramente l’articolo che lei ha scritto in proposito mi aiuta a capire che l’essenza della vita dovrebbe essere quella di dedicarla agli altri. Però, quanto è difficile! Sto cercando. Marco Gregoretti, Milano
Ho 45 anni, sono sposato, ho tre figli. Ho affidato la mia vita totalmente a Dio Nostro Padre e nelle preghiere chiedo sempre di guidare le mie azioni. Nonostante diverse tribolazioni, mi sono sempre ritenuto un protetto perché sono sempre riuscito a superare tutte le avversità. Ma il 3 gennaio 2011 è successa una tragedia che non mi ha fatto perdere la fede ma mi ha lasciato una profonda tristezza e desolazione che grazie all’aiuto di Dio cerco dei superare. Mio padre, uomo buono e mite che pregava tanto, all’età di 76 anni in seguito a una lunga depressione ha deciso con un gesto insano di porre fine alla sua vita terrena. Sono certo che Dio lo ha perdonato. Affido il mio dolore a Gesù. Antonio Mancuso, Roma
Ho scelto alcune di quelle lettere la cui sostanza si riflette in molte altre. È abbastanza chiaro che le interrogazioni o le inquietudini a riguardo della fede e della Chiesa si riscontrano in tutti noi. Qui si verifica uno di quei casi del comune sentire che avvolge tutti come in una sola nube di linguaggio, che va tenuta presente nel leggere correttamente un testo. Per questo non vado in tilt quando ricevo lettere che mostrano attenzioni o scelte diverse dalle mie. Solo richiedo da tutti un certo rispetto ed educazione, perché gli scivolamenti in questo terreno sono facili. Che cosa significa credere? Non necessariamente tutte quelle cose che si propone di fare il primo corrispondente, come studiare, leggere, riflettere ecc., anche se una certa attività mentale è caratteristica di molti che la vita pone di fronte a decisioni gravi. Ma l’atto di fede è molto più semplice. È un atto in cui l’uomo manifesta che il suo riferimento assoluto è Dio. Allora perché è tanto difficile? Forse perché nel cuore c’è un qualcosa che non inclina a sottoporsi «al disonor del Golgota»? La prima delle lettere che abbiamo scelto ci mostra ciò che avviene quando la fede di un fanciullo si incontra con una razionalità un po’ sofisticata. Luca, ti chiederei di mettere tra le tue letture anche qualcosa di quanto hanno scritto, negli ultimi decenni, riguardo alla fede. Troverai un atteggiamento di rispetto e di serietà, che qualche volta mancano in coloro che scrivono contro. Pur con la massima buona volontà non si può non riconoscere che le accuse portate alla Chiesa da Enzo sono esagerate e che esse non sarebbero prese sul serio da nessun conoscitore della materia. Per esempio, non so che cosa sia la tunica costosissima portata da duemila anni dagli addetti al lavoro. Quanto all’accusa riferita al patrimonio immobiliare italiano, al di là della verità delle cifre, ci vuol poco per capire che la Chiesa non è come una società anonima. I possessi appartengono dunque a quei cittadini, o gruppi di cittadini, che ne esigono un provvido uso. Per la maggior parte si tratta di chiese, che servono ai fedeli e come tali vanno custodite e difese. A Marco, che sta cercando, auguro di comprendere che la fede non è né un concetto né una speranza e neppure un’emozione, ma è fondata saldamente sulla promessa di Dio. Noi viviamo di fiducia fin dalla nascita. Senza questa fiducia di fondo non potremmo sopravvivere. Vorrei poter consolare con parole appropriate il carissimo Antonio; ma vedo dalle sue parole che egli appare come un uomo buono, mite e orante a imitazione di suo padre. Affidi il suo dolore a Gesù, che sarà per lei un buon maestro.
Attesa
Domani inizia l’Avvento. Il 2 dicembre 1928 Dietrich Bonhoeffer così predicava:
“Celebrare l’Avvento, significa saper attendere, e l’attendere è un’arte che, il nostro tempo impaziente, ha dimenticato. Il nostro tempo vorrebbe cogliere il frutto appena il germoglio è piantato; così, gli occhi avidi, sono ingannati in continuazione, perché il frutto, all’apparenza così bello, al suo interno è ancora aspro, e, mani impietose, gettano via, ciò che le ha deluse. Chi non conosce l’aspra beatitudine dell’attesa, che è mancanza di ciò che si spera, non sperimenterà mai, nella sua interezza, la benedizione dell’adempimento.”
Ulisse e cinema come esperienza di soglia
Un video di presentazione di un libro sul rapporto tra cinema e filosofia
Entra nel tuo cuore
Disse il maestro all’uomo d’affari: “Come il pesce muore sulla terra asciutta, così tu muori quando resti intrappolato nel mondo. Il pesce deve tornare nell’acqua… tu devi tornare alla solitudine”. L’uomo d’affari era atterrito: “Devo rinunciare ai miei affari ed entrare in convento?”. “No, no. Continua nei tuoi affari ed entra nel tuo cuore”.
(Da Un minuto di saggezza, di Anthony de Mello)
La patrona di teologi, filosofi e studenti
Domani è Santa Caterina d’Alessandria patrona dei teologi, filosofi e studenti. Visto che tocca da vicino il mondo della scuola, ecco una sintesi della sua storia.
Caterina è una diciottenne cristiana, figlia di nobili e vive ad Alessandria d’Egitto. Qui, nel 305, arriva Massimino Daia, governatore di Egitto e Siria. Per l’occasione si celebrano feste grandiose, che includono anche il sacrificio di animali alle divinità pagane, un atto obbligatorio per tutti i sudditi, e quindi anche per i cristiani, ancora perseguitati. Caterina si presenta a Massimino, invitandolo a riconoscere invece Gesù Cristo come redentore dell’umanità, e rifiutando il sacrificio. Massimino allora convoca un gruppo di intellettuali alessandrini, perché la convincano a venerare gli dèi. Ma è Caterina che convince loro a farsi cristiani; per questa conversione così pronta, Massimino li fa uccidere tutti, poi richiama Caterina e le propone addirittura il matrimonio. Nuovo rifiuto, sempre rifiuti, finché il governatore la condanna a una morte orribile: una grande ruota dentata farà strazio del suo corpo. Un miracolo salva la giovane, che poi viene decapitata: ma gli angeli portano miracolosamente il suo corpo da Alessandria fino al Sinai, dove ancora oggi l’altura vicina a Gebel Musa (Montagna di Mosè) si chiama Gebel Katherin. Questo avviene il 24-25 novembre 305. Dal Gebel Katherin, infine, e in data sconosciuta, le spoglie vengono portate nel monastero a lei dedicato, sotto quel monte. A una sua biografia così poco attendibile si contrappone la realtà di un culto diffuso anche fuori dall’Egitto.
Miracoli
Un uomo traversò terre e mari per verificare personalmente la fama straordinaria di un grande maestro. “Che miracoli ha operato il vostro maestro?” chiese a un discepolo. Egli rispose: “C’è miracolo e miracolo. Nel tuo paese è considerato un miracolo che Dio faccia la volontà di qualcuno. Da noi, invece, è considerato un miracolo che qualcuno faccia la volontà di Dio”.
Due bocche di papaveri
In molti abbiamo letto l’Antologia di Spoon River, in molti l’abbiamo anche ascoltata nelle canzoni di Fabrizio De Andrè nell’album Non al denaro, non all’amore né al cielo. Ma una delle più belle epigrafi, a mio avviso, è quella della teologa Adriana Zarri, scomparsa il 18 novembre dell’anno scorso.
è triste e funebre.
Non mi vestite di bianco:
è superbo e retorico.
Vestitemi
a fiori gialli e rossi
e con ali di uccelli.
E tu, Signore, guarda le mie mani.
Forse c’è una corona.
Forse
ci hanno messo una croce.
Hanno sbagliato.
In mano ho foglie verdi
e sulla croce,
la tua resurrezione.
E, sulla tomba,
non mi mettete marmo freddo
con sopra le solite bugie
che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra
che scriva, a primavera,
un’epigrafe d’erba.
E dirà
che ho vissuto,
che attendo.
E scriverà il mio nome e il tuo,
uniti come due bocche di papaveri.
Il respiro di Dio
Venerdì sera ero a Zugliano ad ascoltare la testimonianza di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. Non mi soffermo qui sulla questione mafia di cui si può leggere abbondantemente sui libri e su internet, ma su qualcosa di cui lo stesso Salvatore ha detto di parlare raramente. In sintesi ha detto di non essere mai stato un grande credente, di aver seguito la religione da piccolo insieme al fratello, ma di non aver mai effettuato un vero percorso di fede. Eppure, in quei tre giorni passati notte e giorno accanto al feretro di Paolo prima dei funerali, ha respirato l’amore. “In tutte quelle persone che venivano a salutare Paolo, ad abbracciarlo, a portare calore alla sua famiglia, ho vissuto l’amore, ho vissuto Dio. Per me è difficile ora parlare, raccontare, è come se dovessi parlare di un cielo stellato a un cieco: come potrei farlo? quali parole usare?”.
La realtà sottile
“Quando ci poniamo domande su Dio, una di quelle che stanno in cima alla lista è perché certe persone vivono e certe persone muoiono; perché certe persone guariscono e certe altre no. […] Se una persona vive, diciamo: «È un miracolo». Se muore diciamo: «È la volontà di Dio». Non c’è una risposta razionale ai miracoli e non c’è modo di comprendere la volontà di Dio: il quale, se c’è davvero, potrebbe non avere per noi più interesse di quello che ho io per i microbi che in questo momento vivono sulla mia pelle. Ma i miracoli avvengono, a me sembra; ogni respiro è un miracolo nuovo. La realtà è sottile ma non sempre buia.”
(Stephen King, Al crepuscolo)
Imparare dalla natura
In questi giorni, passeggiando in mezzo ai campi in compagnia del fido Mou, sto ammirando i colori dell’autunno. Sembra quasi che la natura abbia tenuto il meglio per il momento prima di addormentarsi… Mi è venuto in mente questo brano di Nietzsche che leggiamo in quarta:
“Osserva il gregge che pascola dinnanzi a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi; salta intorno, mangia, riposa, digerisce, salta di nuovo, e così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere e con la sua pena al piuolo, per così dire, dell’attimo, e perciò né triste né annoiato. Vedere tutto ciò è molto triste per l’uomo poiché egli si vanta, di fronte all’animale, della sua umanità e tuttavia guarda con invidia la felicità di quello – giacché egli vuole soltanto vivere come l’animale né tediato, né addolorato, ma lo vuole invano, perché non lo vuole come l’animale. L’uomo chiese una volta all’animale: “Perché mi guardi soltanto, senza parlarmi della tua felicità?” L’animale voleva rispondere e dire: “La ragione di ciò è che dimentico subito quello che volevo dire” ma dimenticò subito anche questa risposta e tacque: così l’uomo se ne meravigliò.” (Sull’utilità e il danno della storia per la vita. Considerazioni inattuali, II, cap.1, 1874)
E’ una lettura che abbiniamo sempre al Canto notturno di un pastore errante dell’Asia:
“…O greggia mia che posi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidi ti porto!
Non sol perché d’affanno
quasi libera vai;
ch’ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
tu se’ queta e contenta;
e gran parte dell’anno
senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sopra l’erbe, all’ombra,
e un fastidio m’ingombra
la mente, ed uno spron quasi mi punge
sì che, sedendo, più che mai son lunge
da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
e non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
dimmi: perché giacendo
a bell’agio, ozioso,
s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?…”
Ecco, in questi giorni di preoccupazioni, di ansie per il futuro economico, di timori, penso che possiamo imparare un po’ dalla natura.












