Gemme n° 211

La mia gemma è un pezzo francese di musica elettronica, uno dei miei preferiti, anche perché si diversifica dagli altri: non serve solo per far ballare, trasmette emozioni e sensazioni, e cerca di raccontare una storia interpretabile personalmente. Per me è la storia della fenice: nasce, raggiunge l’apice, muore, e poi, verso la fine, rinasce… Mi dà felicità ed energia.” Questa la gemma di M. (classe quinta).
Propongo una citazione di Singer, tratta da “Io non mi affido agli uomini”: “Non si stancava mai di guardare sorgere il sole: rosso acceso, dorato, lavato nelle acque del grande mare. Il sole nascente gli ispirava sempre lo stesso pensiero: a differenza dell’astro celeste, il figlio dell’uomo non si rinnova mai e per questo è destinato alla morte. L’uomo ha ricordi, rimorsi e rancori che si accumulano dentro di lui come strati di polvere finché gli impediscono di ricevere la luce e la vita che discende dal cielo. Il creato, invece, si rinnova costantemente. Se il cielo si rannuvola, poi si rasserena. Il sole tramonta, ma ogni mattino rinasce. Le stelle o la luna non recano le tracce del tempo. La continuità del processo di creazione della natura non appare mai tanto ovvia come all’alba, quando cade la rugiada, gli uccellini cinguettano, il fiume s’infiamma, l’erba è umida e fresca. Felice è l’uomo che sa rinnovarsi insieme al creato.”

Gemme n° 210

london

Una foto di Londra: è una città che mi fa stare bene, è un po’ come essere a casa. C’è anche la scia di un aereo a indicare il mio piacere per i viaggi che mi fanno sentire libera”. Ecco la gemma di M. (classe quarta).
Riporto due citazioni che amo molto e che si rimandano tra loro. La prima è un proverbio indiano: “Viaggiando alla scoperta dei paesi troverai il continente in te stesso”. La seconda la richiama e, non a caso, è di Tiziano Terzani: “Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare”.

Gemme n° 208

Propongo la mia canzone preferita di questo gruppo pop punk metal; vengono poste tante domande abbastanza comuni, ma non si trovano risposte. Penso sia una musica che dà sfogo, più del rap e del pop: libera la mente”. Ecco la gemma di A. (classe quarta).
E’ già stato tutto scritto? Scrive Alessandro Baricco in “Oceano mare”: “Come glielo dici, a un uomo così, che adesso sono io che voglio insegnargli una cosa e tra le sue carezze voglio fargli capire che il destino non è una catena ma un volo, e se solo ancora avesse voglia davvero di vivere lo potrebbe fare, e se solo avesse voglia davvero di me potrebbe riavere mille notti come questa invece di quell’unica, orribile, a cui va incontro, solo perché lei lo aspetta, la notte orrenda, e da anni lo chiama”.

Città o caverna?

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In riferimento alla lezione di stamattina in una quinta. Una verità? Tante verità? Nessuna verità? Assoluta? Relativa?… E per arrivarci? Una strada? Tante strade? La verità sta nel cammino stesso? Niente strada?
Ho trovato proprio oggi questa citazione sul blog di Berlicche:
(…) “Non so se è la verità.” Quindi, “E che cos’è la verità?” disse Pilato scherzando. (…)
Io ci pensai sopra. “Qualche volta penso che la verità sia un luogo. Nella mia mente, è come una città: ci possono essere un centinaio di strade, un migliaio di sentieri, che tutti ti porteranno, alla fine, nello stesso posto. Non importa da dove arrivi. Se cammini verso la verità, la raggiungerai, qualunque percorso tu prenda.”
Calum McInnes abbassò lo sguardo su di me e non disse niente. Quindi, “Ti stai sbagliando. La verità è una caverna nella montagne nere. C’è una strada per arrivarci, e soltanto una, e quella strada è dura e traditrice, e se scegli il percorso sbagliato tu morirai da solo, sul fianco della montagna.”
(Neil Gaiman, “The truth is a cave in the black mountains”)

Nel fiore

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Recita un proverbio: “Gennaio ingenera, febbraio intenera, marzo imboccia, aprile sboccia, maggio fiorisce”.

Gemme n° 199

Ho scelto questa canzone perché mi piace, e perché può essere riferita alla figlia Liv, che ha saputo di essere la figlia di Steven Tyler soltanto a 11 anni; è un invito a cercare di vivere al massimo ogni cosa della vita, perché poi il momento passa”. Questa la gemma di S. (classe quarta).
Nel futuro di questi SE non manca mai il lieto fine: se non avessi detto di no a quel ragazzo ora avrei una famiglia felice, sarei un avvocato di grido e via discorrendo. Nessun disoccupato esce dalle facoltà non frequentate, nessun divorzio nelle famiglie mai nate. L’unica vera rivincita che si prende questa vita non vissuta e continuamente rimpianta è togliere ogni luce alla vita che si vive davvero” (M. Perosino, “Le scelte che non hai fatto”).

Gemme n° 196

Ho portato questa canzone di Adele per parlare del periodo in cui ero in un’altra scuola, quando la ascoltavo sempre. Ho portato anche una foto e una lettera che mi è stata scritta. E’ molto importante e la leggo sempre”. Non è costata poca fatica a C. (classe terza) leggere quella lettera; non la riporto, ma posso dire che parlava di vicinanza, di fiducia in se stessi, di permettere agli altri di scoprire il tesoro che ciascuno di noi è, anche se a volte nascosto sotto uno strato di sofferenze.
Un breve racconto di Bruno Ferrero:
«“Disse un’ostrica a una vicina: “Ho veramente un gran dolore dentro di me. E’ qualcosa di pesante e di tondo, e sono stremata”.
Rispose l’altra con borioso compiacimento: “Sia lode ai cieli e al mare, io non ho dolori in me. Sto bene e sono sana sia dentro che fuori”.
Passava in quel momento un granchio e udì le due ostriche, e disse a quella che stava bene ed era sana sia dentro che fuori: “Si, tu stai bene e sei sana; ma il dolore che la tua vicina porta dentro di sé è una perla di straordinaria bellezza”.”
E’ la grazia più grande, quella dell’ostrica. Quando le entra dentro un granello di sabbia, una pietruzza che la ferisce, non si mette a piangere, non strepita, non si dispera. Giorno dopo giorno trasforma il suo dolore in una perla: il capolavoro della natura.» (da Quaranta storie nel deserto).

Gemme n° 194

La gemma di A. (classe quinta): “Non è stato facile trovare una cosa adatta da portare, avevo pensato a una foto o a delle frasi, ma mi sembravano forzate o non adatte al momento. Ho trovato qualcosa che sento giusto portare in questo momento, perché questa canzone riesce a rilassarmi e a farmi stare bene. La interpreto non in riferimento a una storia d’amore: quando ci sentiamo sovrastati dai problemi a volte la cosa più semplice ed efficace è stendersi e dimenticare il mondo. Quando le parole non servono, stendersi e avere una persona accanto può essere la migliore terapia, e quelle persona può essere un amico, un moroso o un parente… Può essere anche semplicemente la natura: starci in mezzo anche da sola mi dà molto, anche se oggi ce ne stiamo allontanando sempre più. Ho scelto questa versione del video anche per questo”.
Mentre A. parlava, avevo in testa un’idea non ben precisa di una frase di Cioran che avevo letto da qualche parte tempo fa. Ci è voluto un po’, ma alla fine l’ho recuperata: “Il vero contatto fra gli esseri si stabilisce solo con la presenza muta, con l’apparente non-comunicazione, con lo scambio misterioso e senza parole che assomiglia alla preghiera interiore” (L’inconveniente di essere nati).

Volti

Tanti gli spunti offerti da questo articolo di Alessandro D’Avenia sul volto di Dio e sulla Sindone, tante possibilità di riflessione e meditazione. Pubblicato su La Stampa del 19 aprile.
Vedere Dio. Chi per verificare che non esiste, chi per dirgliene quattro o scambiare quattro chiacchiere, chi per godersi la sua bellezza. Che lo ammettiamo o no, credenti o no, vorremmo vedere Dio. Per il poeta Eliot ogni cultura non è altro che la risposta data a questo desiderio: nessun uomo se n’è sottratto, anche gli uomini di quelle culture che negavano la possibilità di rappresentare il volto di Dio. Tra i due poli, culture iconoclaste e culture che hanno rappresentato gli dei, ci sono tante sfumature, ma i due poli rendono il punto chiaro, perché lo toccano uno da un margine uno dall’altro: Dio deve avere un volto.
Gli Ebrei, proprio perché negavano la possibilità di nominare il nome dell’Altissimo e di rappresentarlo (le teofanie sono iniziative divine: sia che si tratti di fenomeni naturali come il roveto ardente per Mosè, sia che si tratti di presenze di aspetto umano come i visitatori di Abramo), svilupparono un concetto di volto di Dio, totalmente nuovo rispetto alle altre religioni. Il fedele cerca il volto (panim) di Dio, pur non potendolo vedere. Panim è il termine ebraico per indicare il volto come sede visibile dei sentimenti: ira, misericordia, dolcezza, gelosia, amore… Il volto, pur non essendo visibile o riproducibile in immagine, si riempie di un valore essenziale: rappresenta la possibilità di rapportarsi all’Altissimo. Dio è relazione con l’uomo e quindi ha un volto che esprime tutte le sfumature di una relazione d’amore, e il non rappresentarlo in immagini serve a preservarlo da qualsiasi riduzione umana e idolatrica.
D’altro canto i Greci intuirono qualcosa di analogo, ma con esiti opposti. Erano convinti che qualsiasi cosa influisse sull’uomo e ne causasse azioni, idee, pensieri, parole non potesse essere di natura inferiore all’uomo. Per questo i loro dei, che si differenziavano dall’uomo per un unico aspetto (l’immortalità), erano antropomorfi, ma non per questo si potevano vedere direttamente. Quando si mostravano agli uomini si travestivano: apparivano come altri uomini o animali o sogni… ma la loro teofania non era mai svelata (prosopon è il termine greco per indicare sia il volto sia la maschera). Se qualcuno avesse visto un dio direttamente sarebbe perito, come racconta il terribile mito di Diana e Atteone, divorato dai suoi cani da caccia, dopo esser stato trasformato in cervo per aver visto la dea bagnarsi nelle acque di un fiume; o come il bellissimo mito di Amore e Psiche, in cui la ragazza, nonostante il divieto, nottetempo spia alla luce di una candela l’aspetto del dio che l’ha fatta sua e per questo viene cacciata dalle sue grazie, e dovrà patire ogni dolore e prova, prima di poter riavere Amore. Le teofanie sono possibili solo attraverso un camuffamento, altrimenti sono letali. Ciò però non preclude all’uomo la possibilità di poter rappresentare gli dei, anzi l’arte greca nasce proprio dall’anelito di vedere gli dei e farseli vicini: è teofania qualificata. La statua di un dio, come ha spiegato Vernant, era considerata un doppio del dio stesso, quasi costretto così, per via di bellezza, ad essere presente. L’arte era lo strumento umano per costruire la soglia tra il mondo profano e il mondo divino, rigorosamente separati.
Mostaert. Cristo coronato di spineIl cristianesimo, che ha il suo mistero centrale nell’incarnazione di Dio, spezza questa distanza o impossibilità: sacro e profano non sono più separati, perché Dio si è fatto uomo, si è fatto volto, si è fatto parola e immagine, divinizzando da dentro il profano. Non solo si può vedere Dio senza morirne, ma si può toccarlo sino a farlo morire. Così l’estetica cristiana, nutrendosi delle due tradizioni, giudaica e greca, le fonde e supera in una nuova: una gara di bellezza per rendere ancora presente, il più degnamente possibile, la corporeità e il volto di Dio (prosopon viene usato dai teologi cristiani per definire il concetto stesso di “persona”).
Le due tradizioni sono infatti ben rappresentate anche nel racconto evangelico. Filippo, ebreo discepolo di Gesù, chiede al suo maestro: “Mostraci il Padre e ci basta”, azzardando la richiesta quasi sacrilega di vedere il volto di Dio. E Gesù gli risponde: “Chi vede me vede il Padre”. In un’altra occasione un gruppo di Greci, desiderosi di conoscere Cristo, si accostano a quello stesso Filippo e gli chiedono: “Vogliamo vedere Gesù”. E quando Filippo riporta la richiesta, Cristo risponde enigmaticamente con l’esempio del chicco di grano: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Risponde alla greca, con “altre spoglie”, e non per nascondersi, ma perché la teofania deve ancora avvenire: la visibilità di Dio, in Cristo, sarà completa nel momento di massima ostensione della sua donazione all’uomo, cioè con la passione, morte e resurrezione. Il cerchio si chiude: per vedere il Padre bisogna vedere Cristo, per vedere Cristo bisogna vedere la sua “passione” di uomo e per l’uomo. Il frutto è una teofania storica affidata poi agli uomini, la visibilità di Cristo per tutti i tempi a venire: la vita dei cristiani stessi, decisi a seguirlo sulle sue tracce (“Chi vuol venire dietro a me mi segua e dove sono io là sarà anche lui”, “Da questo riconosceranno che siete miei, dal fatto che vi amate gli uni gli altri”). Per vedere occorre seguire, perché Dio offre il suo volto solo a chi liberamente si mette sulle sue tracce. In questo senso la sindone è “superflua” per un credente. Egli vede Cristo seguendolo, scorge le sue sindoni quotidiane nei luoghi in cui Cristo ha detto che lo avrebbero visto: nell’altro (“chi serve uno di questi piccoli serve me”), nel culto (“chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha in sé la vita e io e il Padre mio dimoreremo in lui”), nella speranza della visione definitiva dopo la morte (“sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”).
Se un credente dimentica queste teofanie, la Sindone rischia di diventare oggetto di superstizione, fine SacraSindonea se stesso, limite e non soglia per un’ulteriore e più piena tracciabilità del divino. Per il non credente la Sindone può e deve essere curiosità (curioso viene da cura: un guardare con attenzione, senza liquidare pregiudizialmente e frettolosamente), perché nessuno scienziato (l’accanimento su quest’oggetto è unico nella storia dell’archeologia) è riuscito ancora a spiegare come questa immagine si sia costituita, dato che non è riproducibile né con colori né con le tecnologie più avanzate. Il lenzuolo è allo stato attuale l’inspiegabile “selfie di Dio”, fatto con la luce sprigionatasi direttamente dalla materia del corpo che conteneva, il corpo di un morto imploso o esploso senza strappi, che conserva tutti i segni della incompletezza della vita umana, una teofania di luminosa imperfezione, questo il paradosso (lo stesso del chicco di grano): dolore, sangue, abbandono, violenza, solitudine, morte sono visibili su quel telo e riscattati dalla e nella luce.
Per questo anche per il non credente “il selfie di Dio” resta una sfida che provoca l’istintivo desiderio di vedere Dio. Se mi dicessero che è stato trovato il ritratto di un mio avo di duemila anni fa sarei curioso di vederlo, non mi cambierebbe la vita, ma arricchirebbe il mio senso estetico se si trattasse di opera artistica, della memoria e della storia se si trattasse di opera archeologica, il mio senso etico dal momento che si tratta di un uomo torturato e ucciso violentemente (bellissimo a questo proposito il romanzo di Potok, Il mio nome è Asher Lev), ma se scoprissi che quell’uomo, che diceva di essere Dio, si è fatto una foto in modo inspiegabile per la scienza e la tecnica, la mia curiosità si trasformerebbe in apertura curiosa e, chissà, magari, in ricerca.”

Gemme n° 190

nuoto

Ho portato la foto di una mia passione: il nuoto. Nell’immagine sono insieme a una mia compagna di classe. Poi ci sono i tesserini per soccorritore e utilizzo del defibrillatore; ora sono in attesa di fare quello da istruttore a 18 anni”. Questa la gemma di G. (classe terza).
Lo scrittore Erri De Luca afferma “I gesti del nuoto sono i più simili al volo. Il mare dà alle braccia quella che l’aria offre alle ali; il nuotatore galleggia sugli abissi del fondo.”

Gemme n° 189

Ho trovato per caso questa canzone in rete. E’ molto bella ma non c’entra molto con ciò che devo dire. Mi ha fatto pensare alla mia situazione. Ho cambiato varie volte lo strumento musicale senza trovare mai quello giusto: ognuno ha la sua difficoltà e non penso serva andare al conservatorio. Basta impegnarsi nel perseguimento del proprio sogno in ogni modo e in qualsiasi maniera”.
Ieri era l’anniversario della nascita e della morte di William Shakespeare. A lui è attribuita la frase “Siamo fatti anche noi della materia di cui sono fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita”. Mi piace commentare con queste parole la gemma di V. (classe seconda): un investimento di energia e fiducia nella vita, in se stessi e nelle proprie capacità.

Gemme n° 187

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La mia gemma sono i miei nonni: appena nata ne avevo 11, tra nonni e bisnonni. Da piccola mio padre era in giro per lavoro e quindi, con la mamma, mi capitava di passare molto tempo insieme a loro. Mi trovo benissimo a parlare e confrontarmi con i nonni”. Queste sono state le parole con cui E. (classe terza) ha commentato le foto della sua gemma.
Sarà che sono affezionato a mio nonno che non c’è più, ma le pagine del libro “L’estate alla fine del secolo” di Fabio Geda le ho divorate in pochi giorni. Un bel libro, una bella storia, una lettura godibilissima. Due figure affascinanti, un nonno e un nipote; in mezzo tanti altri rapporti, tra genitori e figli, tra fratelli, tra amici, tra amanti, tra conoscenti, a volte facili, a volte complessi, come nella vita d’altronde. La maggior parte del libro è ambientato in Liguria, ma compaiono anche quadri siciliani e piemontesi. E poi alcune cose che amo: la montagna, i fumetti, la materia, i libri, le solitudini, il lago, il passato. Riporto un passaggio che mi ha particolarmente colpito: “Io, allora, mi sedevo di lato, così da scorgere un riflesso di luce nei suoi occhi, perché era come se lì si rispecchiasse una storia che, in qualche modo, era anche mia. Mi cercavo in lui, nelle rughe, nei gesti, nelle unghie e nell’odore, ma quasi mai mi trovavo. Mentre lo sguardo – perdio – quello era mio: ne avrei riconosciuto l’inclinazione e il peso tra mille. Solo la direzione era diversa. Io mi perdevo nel futuro. Lui in ciò che era stato.”

Gemme n° 185

bardoDopo le lezioni sul buddhismo ho voluto approfondire l’argomento con la lettura del Bardo todol, Il “Libro tibetano dei morti”; l’ho portato come gemma perché al di là di quello che pensavo prima, lo ritengo interessante per chi sente di non trovare abbastanza nella cultura occidentale. E’ il viaggio dell’anima che non si separa solo dal corpo ma anche dal mondo in cui vive. Nella nostra società materialista penso sia importante per l’anima liberarsi da tutto, compresa la concezione di se stessa. Ne ho ricavato anche che il rapporto tra le persone è sempre molto importante e dovrebbe essere sempre disinteressato; l’aiuto reciproco è fondamentale: nel libro si spiega che i parenti del defunto hanno un ruolo di rilievo in quanto dovrebbero aiutarlo nel viaggio di liberazione.” Questa la gemma di D. (classe quarta).
Mi sposto di poco (Cina) e pesco alcune parole di Chuang Tzu:
Quando Lao Tzu morì, Ch’in Yi si recò al funerale. Urlò tre vole e se ne andò. Un discepolo gli chiese: «Non eri amico del nostro maestro?».
«Lo ero», rispose Ch’in Yi.
«Se è così, credi che quella sia una sufficiente espressione di dolore per la sua morte?», aggiunse il discepolo.
«Sì», disse Ch’in Yi. «Pensavo che egli fosse un uomo [mortale], ma ora so che non lo era… Il maestro giunse perché era il momento in cui doveva nascere; e partì perché era il momento di andare. Coloro che accettano il corso naturale e la sequenza delle cose e vivono obbedendovi sono oltre la gioia e il dolore».” (La conservazione della vita).

Gemme n° 177

bisottiNonostante abbia pensato da un po’ a come fare la gemma, risulterà essere improvvisata. Ho scritto in corriera su quanto valga la pena lottare per chi amiamo. Nel libro «Il quadro mai dipinto» Massimo Bisotti scrive: «Siamo tutti universi danneggiati. Da qualcosa o qualcuno siamo stati danneggiati. Dal poco amore o dalle troppe paure, forse, o da chi ci ha promesso certezze scoppiate in volo come pezzi di vetro negli occhi. Le persone più incantevoli al mondo hanno sempre un vissuto complesso. Sono spesso le più difficili da amare ma anche quelle che sanno dare di più. Le persone incantevoli hanno vinto il disincanto e per vincere il disincanto ci vuole tanto coraggio, lo stesso che serve per i sentimenti. Io lo pensai anche di Vivien quando la conobbi. Pensai che per essere così incantevole doveva aver vinto molte volte il disincanto». Era da un po’ che riflettevo su questi temi sentendo molti che mi raccontano di persone che si lasciano per nulla e senza lottare. A questo punto desidero proporre questo video:

Ho fatto una riflessione su quanto valga la pena lottare per certi amori. Viviamo in una società dinamica, dove la ricchezza, i valori materiali, il benessere economico sono diventati più importanti della felicità individuale. Viviamo in un mondo che aiuta chi continua a rinunciare, piuttosto che chi cerca di combattere per i propri sogni. In questo mondo ho pensato a uno dei sentimenti umani più forti: l’amore. Vedo troppo spesso matrimoni ancora salvabili che finiscono, perché non si ha il coraggio di lottare. Vedo persone che si lasciano perché così è più semplice, perché così non si rischia di soffrire, ma queste sono soltanto futili giustificazioni. Preferisco le persone che rischiano, lottano e magari cadono. La mia riflessione vuole spronare le persone a lottare per quello che amano e soprattutto per chi amano, perché si vive una volta sola ma se lo fai bene una volta sola basta.
Nel video i due protagonisti litigano, si dividono, poi rivedono i momenti belli e riescono a tornare insieme, non hanno rinunciato dopo il momento difficile
Ancora nel libro: «La gente che se n’è andata se ne riandrà. Altrimenti non sarebbe andata via quando poteva restare. E’ che in amore non impariamo mai niente dall’esperienza, e come tutte le cose meravigliose da una parte questo ci salva e dall’altra ci annienta. Avresti dovuto affrontare solo il peso di spostare una sedia, sederti di fronte alla paura e vedere il mio corpo che ti amava, le nostre anime abbracciarsi smettendo di lottare, intrecciate in una per rimanere. E’ inutile illudersi, perso l’attimo niente è più uguale. La gente torna ma le cose non ritornano com’erano, la gente torna ma non si può tornare indietro per ripartire da un momento che è ormai svanito nel tempo».
E più avanti: «Ci sono persone a cui sarai legato per tutta la vita da un filo invisibile e indistruttibile. Non importa se ci avete provato mille volte e mille volte è andata male. Non importa se avete litigato, se non vi siete capiti, se la vita vi ha diviso in più occasioni. Qualsiasi cosa accada, qualsiasi siano gli ostacoli che il destino vi pone davanti, troverete sempre, sempre il modo di restare. Nonostante tutto. Perché siamo fatti per stare con pochi, e certi legami sfuggono alla corrosione del tempo.»
A questo punto una scena di «Amori e altri rimedi», di cui mi interessa particolarmente l’ultima frase che viene detta.

Concludo con le due ultime citazioni dal libro: «Io di sedie vuote ne ho avuta piena la vita e non ne voglio più. Ma, credimi, la persona più importante per te sarà laggiù, seduta in un’ultima fila. Sarai tu che in mezzo a tanti occhi, con la forza del tuo sguardo, non perderai di vista i suoi e andrai a prenderla. E ad ogni passo farai la stessa scelta, fra mormorii, bisbigli, commenti e scommesse su quanto durerà. La porterai davanti alla tua vita per farla stendere di fianco alla tua anima. E lì dirai: “Che lo spettacolo abbia inizio adesso. Adesso che ci sei tu”».
E «Magari è tardi ma se non fosse così… voglio solo dirti che io ci sarò, ci sarò sempre, un sempre che non mente e che non fa paura. Mi troverai, mi troverai ogni volta. Non importa con chi sarò, dove sarò, cosa starò facendo in quel momento. Non importa se avrò fatto un solo passo in avanti, oppure cento, oppure centomila ancora. Io ci sarò, custodirò il tuo essere speciale, proprio io che non credo negli angeli. Lo difenderò da questo mondo che distrugge. E per quanti passi avanti io abbia fatto, ne basterà sempre e solo uno indietro per raggiungerti. Questa è la mia promessa».”
La gemma di D. (classe quinta) è molto ricca. Aggiungo una citazione di “Due destini”, canzone dei Tiromancino: “Ti ricordi i giorni chiari dell’estate quando parlavamo fra le passeggiate, stammi più vicino ora che ho paura perché in questa fretta tutto si consuma, mai non ti vorrei veder cambiare mai. Perché siamo due destini che si uniscono stretti in un istante solo, che segnano un percorso profondissimo dentro di loro superando quegli ostacoli se la vita ci confonde solo per cercare di essere migliori, per guardare ancora fuori, per non sentirci soli. Ed è per questo che ti sto chiedendo di cercare sempre quelle cose vere che ci fanno stare bene, mai io non le perderei mai. Perché siamo due destini che si uniscono stretti in un istante solo, che segnano un percorso profondissimo dentro di loro superando quegli ostacoli che la vita non ci insegna solo per cercare di essere più veri, per guardare ancora fuori, per non sentirci soli.”

Gemme n° 176

Ieri ho incontrato una persona che non vedevo da tanto, l’ho guardata negli occhi e da lì ho capito che gli stava andando tutto bene. Questo mi ha fatto pensare a quanto io dia molta importanza agli occhi e a quello che essi possono trasmettere. E riguardo a questo stamattina mi sono ricordata di un libro letto in seconda superiore: “Bianca come il latte rossa come il sangue” e ho trovato un pezzo sugli occhi.

occhi d'aveniaCi sono due modi per guardare il volto di una persona. Uno è guardare gli occhi come parte del volto. L’altro è guardare gli occhi e basta, come se fossero il volto. È una di quelle cose che mettono paura quando le fai. Perché gli occhi sono la vita in miniatura. Bianchi intorno, come il nulla in cui galleggia la vita, l’iride colorata, come la varietà imprevedibile che la caratterizza, sino a tuffarsi nel nero della pupilla che tutto inghiotte, come un pozzo oscuro senza colore e senza fondo. Ed è lì che mi sono tuffato guardando Silvia in quel modo, nell’oceano profondo della sua vita, entrandoci dentro e lasciando entrare lei nella mia: gli occhi. Ma non ho retto lo sguardo. Invece Silvia sì.” Questa la gemma di G. (classe quinta).
Amo guardare gli occhi di una persona, fotografarli; ma sono tranquillo solo se quegli occhi sono rivolti altrove. Altrimenti sono in imbarazzo, le distanze si fanno brevi e distolgo lo sguardo, a meno che il rapporto con quella persona non sia già intimo.

Occhi

Gemme n° 171

ciondoloHo portato come gemma il ciondolino regalatomi da mia nonna, che è ammalata di tumore. Pur sentendola poco, la sento molto vicina; pur non avendo ricevuto molta speranza dai medici, lei mi ha insegnato quanto sia importante lottare. Mi dà forza e mi fa capire che tutti gli ostacoli si possono superare, o quanto meno relativizzare”. Con queste parole S. (classe seconda) ha presentato il proprio lavoro ai compagni di classe.
Affermava Pier Paolo Pasolini: “La mia è una visione apocalittica. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare.”

Gemme n° 170

biancaLa mia gemma è «Bianca come il latte, rossa come il sangue» di Alessandro D’Avenia: penso che il libro sia molte piacevole e significativo per un adolescente che affronta difficoltà e problemi e e che comunque vuole anche divertirsi. In lui ho visto anche parti di me, dei miei problemi che posso risolvere solo io, senza l’aiuto dei miei”. Questa la gemma di N. (classe quarta).
Cito, dallo stesso libro, una frase che trovo attinente alle parole di N.: “Tristezza, solitudine, rabbia. Quasi tutte le canzoni che mi piacciono ne parlano. Suonandole è come se affrontassi quei mostri, soprattutto quando non riesci neanche a dare loro un nome. Poi, però, finita la musica, quelle cose restano lì. Certo, magari adesso le sai riconoscere meglio, ma nessuno le ha magicamente spazzate via”.

Buio e luce

Seconda tappa della riflessione sul triduo pasquale di Alessandro D’Avenia pubblicata una settimana fa su Avvenire. E’ la volta del Venerdì Santo. La luce e il buio, la creazione e la materia, la vita e la morte, Nietzsche e Ungaretti: tutto a partire dalla Crocifissione di Poussin e dal volto di Cristo per finire sul volto dell’uomo.

poussinVENERDI’ SANTO
La roccia della morte si apre. C’è una parola che dà luce
«Non ho più abbastanza allegria né salute per impegnarmi in soggetti tristi. La Crocifissione mi ha fatto star male, ho provato molta pena, ma un Cristo portacroce finirebbe con l’uccidermi. Non potrei resistere ai pensieri penosi e seri di cui bisogna riempire lo spirito e il cuore per riuscire in soggetti di per sé così tristi e lugubri. Dunque risparmiatemi, per favore» così scrive Nicolas Poussin a Jacques Stella che gli ha commissionato una Salita al Calvario, dopo che aveva visto la sorprendente Crocifissione dipinta per De Thou, a cui l’artista aveva dedicato i mesi dal novembre 1645 al giugno 1646. Qualche settimana fa mi trovavo di fronte a questo quadro e ho visto, trasformati in forme e colori, il dolore di cui parla l’artista che è riuscito così a rappresentare l’eclissi della luce su una tela.
Si può dipingere il buio e con il buio?
Poussin riesce. Crea un buco nero artistico in cui si assiste all’implosione della luce, in una specie di anti-primo-giorno della creazione: la luce non fu. Il cielo dello sfondo precipita nell’assenza totale e le rocce del paesaggio sono macchie evanescenti: la materia è annichilita quanto il suo creatore. Con la parola “materia” i Romani indicavano il concretissimo legno degli alberi. La materia del creato è servita a forgiare lo strumento di tortura per il creatore.
A parte il movimento impressionante dei manti rossi che attraversano il quadro in una specie di “s” coricata, la scia di sangue della storia umana, sangue versato dalla violenza (i soldati), sangue dato per la vita (Maria, Giovanni, il ladro buono), tutte il resto è fatto da gradazioni di buio che inghiottono figure umane ridotte a fantasmi. Tutto è cacciato nella notte che si merita. Ai piedi della croce, sul piano medio, al centro, c’è un personaggio che si volge verso lo spettatore e gli chiede conto di ciò che sta accadendo e se c’entri qualcosa con quella tenebra che sta inghiottendo tutto.
Gli uomini sono in primo piano, con la loro violenza: soldati che si giocano a dadi le vesti del crocifisso, due di loro sono sorpresi da qualcosa che esce dal buio della terra in un movimento opposto alla tenebra celeste: dalla pietra di un sepolcro emerge un uomo contro il quale il soldato sguaina un pugnale. L’uomo, erompendo dalla fessura
della terra al centro dei due triangoli composti dalle figure ai due lati del quadro, fissa Cristo immerso nella tenebra, mentre lui in un manto bianco, unico punto di luce, è la primizia dei risorti di cui parla Matteo: «Gesù emesso un alto grido spirò… la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti resuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la resurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti» (Mt 27, 50-53).
La roccia della morte si apre come un bozzolo molle di crisalide, la morte che pietrifica col volto di Medusa, paralizzando il soffio di Dio (anima, da anemos, vento), è ammorbidita, la materia ha un sussulto, perché l’uomo-Dio si è sottoposto alla pietrificazione della morte e, spirando, l’ha resa di nuovo fluida e viva: Da dentro. Il suo corpo non conosce corruzione (questo vuol dire resuscitare: preservare dalla corruzione) e la Morte diventa più piccola della Vita, perché la Vita l’ha inghiottita dentro di sé, sperimentandone l’avvelenamento, ma strappandole il pungiglione e rendendo il veleno inefficace. Adesso si allarga una luce silenziosa in mezzo alle tenebre, in ogni cuore che si volga a guardare Colui che hanno trafitto che, subendo nella sua materia le conseguenze delle nostre tenebre, restaura la materia dell’uomo e gli restituisce la condizione di luce: «Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me», aveva detto.
Questo è il movimento centripeto e inconsapevole del quadro e del mondo e di tutti i suoi elementi, materiali e umani. Il centro di questo buco nero divino è la figura di Cristo: attorno a lui trionfa il non-colore della solitudine e del male, egli diventa un buco nero al contrario, inghiotte tutto il buio della storia per ridare luce a noi. Non fa forse questo la Parola? Dare luce alle cose e dare alla luce le cose. Attira tutto il buio a sé e ci restituisce la luce nella quale possiamo ri-conoscere (conoscerlo di nuovo e come nuovo) il nostro volto. Lo abbiamo noi questo volto? Convinceremmo Nietzsche che asseriva che avrebbe creduto al cristianesimo se avesse visto nei suoi seguaci “il volto dei risorti”? Potremo se ci volgeremo a lui riconoscendo tutta la nostra tenebra, perché sia soggettivamente e progressivamente rischiarata, perché la tenebra è inversamente proporzionale alla croce, come scopre il poeta, al cospetto delle macerie della città degli uomini devastata dalla guerra mondiale: «Vedo ora nella notte triste, imparo, / So che l’inferno s’apre sulla terra / Su misura di quanto / L’uomo si sottrae, folle, / Alla purezza della Tua passione» (G.Ungaretti, Mio fiume anche tu).

Gemme n° 164

Ho sentito questo brano in una di quelle giornate particolari in cui va tutto male; incuriosita dal testo, l’ho ascoltata con attenzione ed è diventata la mia canzone anti-tristezza”. Questa la breve presentazione di L. (classe quinta).
Mi hanno colpito una frase ripetuta molto spesso “Turn the pain into power” e una delle parti finali: “Lei ha un leone dentro il suo cuore, un fuoco nell’anima. Lui ha una bestia nella sua pancia che è così difficile da controllare. Perché hanno preso troppi colpi, prendendo colpo su colpo. Ora illuminali come se stessero per esplodere”. Io non so se associare gli irlandesi The Script a un pensiero di Etty Hillesum sia azzardato, ma tant’è. Etty scrive queste parole pensando all’amica Ilse Blumenthal, i cui figli sono stati uccisi nei campi di concentramento nel 1942 (poco più di un anno dopo, la Hillesum stessa morirà ad Auschwitz): “Devi saper sopportare il tuo dolore; anche se il dolore ti schiaccia, sarai capace di rialzarti ancora, perché l’essere umano è così forte, e il tuo dolore deve diventare per così dire parte integrante di te, parte del tuo corpo e della tua anima; non c’è bisogno che tu scappi da lui, portalo in te, ma da adulta. Non trasformare i tuoi sentimenti in odio, non cercare vendetta a spese di tutte le madri tedesche, perché anche loro soffrono per i loro figli trucidati ed uccisi. Fornisci al dolore dentro di te lo spazio e il rifugio che merita, perché se ognuno accetta quello che la vita gli impone con onestà, lealtà e maturità, forse il dolore che riempie il mondo si placherà. Ma se non prepari un rifugio accogliente per il tuo dolore, e invece riservi più spazio dentro di te all’odio e ai pensieri di vendetta – dai quali sorgeranno nuovi dolori per altri – allora il dolore non cesserà nel mondo, ma sarà moltiplicato. E se avrai dato al dolore lo spazio che le sue nobili origini richiedono, allora potrai veramente dire: la vita è bella e così ricca! Tanto bella e ricca che potrebbe farti credere in Dio” (da “Uno sguardo nuovo”, Iacopini e Moser). Turn the pain into power.

Un dono spezzato

La scorsa settimana, nell’occasione del triduo pasquale, Avvenire ha pubblicato tre riflessioni di Alessandro D’Avenia. Pensavo di raccoglierle in un testo unico e metterle a disposizione, ma temo che in questa maniera le leggano in pochi. Allora, visto che oggi è giovedì, a una settimana di distanza, le pubblico con gli stessi tempi del quotidiano: in fin dei conti, i cristiani rivivono il triduo ogni domenica. La vita, il viaggio, l’amicizia, l’amore, la risposta alla domanda “chi è l’uomo?” sono al centro di questa riflessione; l’Odissea, Vasilij Grossman, Dante e, ovviamente, la Bibbia ne sono le fonti.

GIOVEDI’ SANTO
Giovedì Santo: l’uomo è quello che spezza il pane
Odisseo8«L’eroe multiforme, raccontami, Musa, che tanto vagò: / di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri, / molti dolori patì sul mare nell’animo suo, / per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni. / Ma i compagni neanche così li salvò, pur volendo: / con la loro empietà si perdettero». Nell’originale greco la prima parola dell’Odissea è «uomo», la seconda «raccontami».
Il poeta chiede alla Musa di dire, all’alba della cultura occidentale, “chi è l’uomo?”. Ci vorranno ben 24 libri per “raccontare” la risposta, anche se ci viene offerta un’eccellente sintesi nei pochi versi proemiali. Il poeta tratteggia tre caratteristiche: conoscere città e pensieri/costumi di uomini, patire dolori, al fine di acquistare la vita a sé e ai compagni. La poesia omerica dice l’essenziale: l’uomo è viaggiatore, curioso conoscitore del mondo, chiamato a “patire”, per tornare a casa. Casa è: “aver salva la vita” (psyché), ma non solo la propria, ma anche quella dei compagni (etàiroi): coloro con cui si condivide un obiettivo. Lo traduciamo con “compagno”, la cui radice (cum più panis) indica “qualcuno con cui si divide il pane”. L’identità dell’eroe non è ripiegata su se stessa, ma proiettata verso l’altro, salvare sé e i compagni sono un tutt’uno.
Dire Ulisse è dire i suoi compagni, i suoi amici, la sua terra. Itaca. Amico non è qualcuno da “aggiungere” su un social, ma con cui condividere il pane (non l’apparenza) nel tentativo di salvarsi e salvare. L’uomo è dato all’altro uomo per la salvezza. È un dato originario quanto la creazione, e quindi fonte insostituibile di originalità: gli amici ci costringono ad essere reali, custodendo e coltivando la nostra identità, unicità, vocazione. Gli amici ci tirano fuori dalle apparenze e ci ricordano che i nostri talenti non sono per auto-realizzare, ma per etero-realizzare. Lo dice in modo perfetto Vasilij Grossman in Vita e Destino: «L’amicizia è uno specchio in cui l’uomo si riflette. A volte, chiacchierando con un amico impari a conoscerti e comunichi con te stesso… Capita che l’amico sia una figura silente, che per suo tramite si riesca a parlare con se stessi, a ritrovare la gioia dentro di sé, in pensieri che divengono chiari grazie alla cassa di risonanza del cuore altrui. L’amico è colui che ti perdona debolezze, difetti e vizi, che conosce e conferma la tua forza, il tuo talento, i tuoi meriti. E l’amico è colui che, pur volendoti bene, non ti nasconde le tue debolezze, i tuoi difetti, i tuoi vizi. L’amicizia si fonda dunque sulla somiglianza, ma si manifesta nella diversità, nelle contraddizioni, nelle differenze. Nell’amicizia l’uomo cerca egoisticamente ciò che gli manca. E nell’amicizia tende a donare munificamente ciò che possiede».
Noi cristiani a volte riduciamo la Rivelazione a un programma morale, quando invece è il movimento (Amor che move dice Dante) che Dio ha impresso nel Ecce Homocreato, nel quale abbiamo il privilegio di essere inseriti e che possiamo assecondare o rifiutare. Solo chi si lascia catturare da questo movimento amoroso può portare la realtà a pieno compimento, la sua e quella degli altri: l’unico “pregiudizio” che un cristiano può avere sulla realtà è l’amore. Se ci si sottrae a questo movimento si diventa meno reali e si priva di realtà la realtà. L’amicizia, cioè l’affidamento dell’uomo all’altro uomo, è il versante umano di questo movimento. Chi è l’uomo? Risponde Pilato mostrando il flagellato: «Ecco l’uomo». Non è più il bell’eroe odissiaco, eppure anche Cristo ha conosciuto le città degli uomini e i loro pensieri, ha patito nel viaggio dell’incarnazione. A quale fine? Anche lui per salvare la vita dei suoi compagni, ma con una novità: rinunciando alla sua. Per questo non può trattarsi di un mito. Dice: «Non siete voi che mi togliete la vita, sono io che la dono». Lo scherniscono: «È stato capace di salvare gli altri, e non può salvare se stesso». Ulisse aveva salvato sé e i suoi compagni erano morti per la loro empietà. Cristo fa il contrario: rinuncia a salvare se stesso e salva noi: per la nostra empietà si fa empio lui. Infatti proprio nell’ultima cena ci definisce amici: «Vi ho chiamati amici perché vi ho detto le cose del Padre mio».
Il racconto di Cristo è la sua identità, il Figlio mostra il Padre: un racconto costato la vita. A uno dei suoi, che in quella cena dice «Mostraci il Padre e ci basta», risponde: «Chi vede me, vede il Padre». Ci chiama amici e, a tavola spezzando il pane, ci rende compagni del suo poema: l’obiettivo è salvare. E questo non solo nel suo breve passaggio sulla terra, ma oggi e sempre, diventato lui stesso “pane” per la compagnia (i due di Emmaus e tutti lo riconosceranno così). Chi non mangia quel pane non ha vita, non ha passione per il mondo, non ha l’amore come pregiudizio, non rende – attraverso l’amicizia – la realtà reale, ma la lascia precipitare nell’inconsistenza della morte.”

emmausConcludo con un mio piccolo contributo citando Cesare Pavese:
Piace di tanto in tanto avere un otre in cui versarvi e poi bervi se stessi: dato che dagli altri chiediamo ciò che abbiamo già in noi. Mistero perché non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra “riavere” noi dagli altri… Tu sei solo e lo sai. Tu sei nato per vivere sotto le ali di un altro, sorretto e giustificato da un altro… non basti da solo, e lo sai”.