Piove, l’acqua scende dal cielo, finisce sulla terra, scorre verso il mare, evapora, torna in cielo, piove… C’è un disegnino su tutti i libri delle elementari (io le continuo a chiamare così, sorry). Dentro una casetta ci sono quattro ragazzi in cucina: uno affetta, uno stira, due cucinano. Dal soffitto escono dei tubi con dell’acqua. L’immagine si allarga e si scopre che la cucina è l’unica stanza della casa ancora non allagata. Dura poco, presto l’acqua irrompe. Tutta la terra è invasa dall’acqua e i nostri quattro ci galleggiano dentro insieme agli oggetti della casa.
Uno stacco di scena ci porta a un paesaggio strano fatto di colline sormontantesi le une sulle altre, ciminiere, fabbriche e auto: il tutto si muove in modo simile a una catena di montaggio. Ma tutto è destinato a crollare: i camion finiscono in un dirupo, le fabbriche cadono in rovina, ci sono esplosioni e corto circuiti, l’acqua sale…
I nostri quattro ricompaiono: sono su una barchetta, uno suona una chitarra e canta, uno pesca, uno cucina e uno rema. Sembrano gli unici sopravvissuti a un moderno diluvio che ha coperto di acqua la terra. In cielo brillano le stelle.
Questo è il video piacevole di Don’t panic una veloce e leggera canzone pop dei Coldplay. Il testo? Beh, essenzialmente è questo: “Siamo ossa che stanno affondando come pietre, tutto ciò per il quale abbiamo lottato, tutti i posti in cui siamo cresciuti, tutto di noi è stato rovinato. Viviamo in un mondo magnifico… Tutto quello che so, è che non c’è niente qui da cui scappare, perché, sì, tutti hanno qualcuno su cui possono contare”. Dai, una spintina di ottimismo
Stamattina in I una ragazza ha proposto questo video per dire cosa significa per lei l’amicizia. Che bello! L’ho trovato significativo e molto delicato. Grazie per avercelo fatto scoprire 🙂
Eugenio Finardi presenterà al prossimo Festival di Sanremo una canzone dal titolo “E tu lo chiami Dio”. Ecco l’intervista di Gigio Rancilio presa dalla rete.
Appena finisce l’ascolto di E tu lo chiami Dio, il brano che Finardi porterà a Sanremo, volto la testa verso Eugenio e lo trovo in lacrime. Se non lo conoscessi da oltre vent’anni, penserei a un colpo di teatro o a un gesto di vanità dell’artista che si commuove davanti alla propria bravura. Ma siccome lo conosco, so che la sua commozione è sincera. E non autoreferenziale. «Adoro il modo in cui Boccadoro l’ha orchestrato. C’è quel passaggio di oboe che mi commuove». Il brano è molto intenso e Finardi lo canta in maniera splendida. «Se l’avessi cantato in Sol avrebbe fatto ancor più effetto. Ma sarebbe suonato deprimente. Ho scelto il La maggiore perché è la tonalità di apertura verso gli altri». Ecco: E tu lo chiami Dio è un abbraccio in musica. E un invito a chi crede a usare la fede per unire e migliorare il mondo e non per dividerlo. Provoco Eugenio: è un bel paradosso dei nostri tempi che a cantare a Sanremo il valore delle fedi sia un’artista non credente. «No, perché tanti non credenti come me, si interrogano molto spesso su Dio. Noi musicisti abbiamo da sempre un rapporto speciale con la trascendenza. Io, poi, è da quando sono bambino che frequento il repertorio sacro». D’accordo, ma chi te l’ha fatto fare di affrontare un tema così delicato? «Il merito è di Roberta Di Lorenzo, una cantautrice di origini molisane. Tempo fa mi si era proposta come corista. Non mi convinceva, ma quando ho sentito le cose che scriveva ho deciso di produrre il suo primo album. È lei l’autrice del pezzo». Vuoi dire che non è nato come una «furbata» Sanremese? «Io furbate non ne faccio. Da anni vado avanti per la mia strada. Da indipendente. Faccio dischi dedicati al fado, concerti con brani sacri, album di blues, uno spettacolo su Vysotsky, la voce narrante in un opera per la Scala, concerti per non udenti. Faccio solo cose di valore e che mi piacciono. Non inseguo più il successo. Uso l’arte per stare bene e far star bene. Ci hai fatto caso a quali sono le parole più importanti della musica?» No, quali sono? «Accordo, armonia, concerto. Tutti termini che indicano l’unione, la concordia, lo stare insieme. Tutti termini che sono legati profondamente anche alle fedi. Perché Dio, il vero Dio, è come l’amore. E senza l’amore si vive male. E si vive soli. Ma la fede, come l’amore, è un dono. Per questo anche se non credi non puoi non provare un senso di afflato con l’assoluto. Pensa che prima di accettare la proposta di Morandi di portare questo brano a Sanremo mi sono chiesto: non è che sto nominando il nome di Dio invano?». E cosa ti sei risposto? «Che questo brano è esattamente contro chi nomina invano Dio e chi usa la fede, qualunque fede, come un’arma». Di questi tempi anche la laicità viene spesso brandita come un arma contro la fede. «È vero. Ed è assurdo. Viviamo tempi così difficili che dobbiamo fare tutti uno sforzo per guardare in alto. Per alzare il livello dei nostri pensieri e dei nostri dibattiti. Questa canzone potrà piacere o meno, ma punta in alto. È un invito a trovare punti di unione invece che di divisione». A luglio compirai 60 anni: che effetto ti fa questo traguardo? «Da tempo accetto l’età che ho. Non mi tingo i capelli, non nascondo le rughe e non mi vesto in modo strano. Non cambio ciò che sono. E non ho paura dei 60 anni. Diciamo che, arrivato a questo punto, mi affido. Come un credente». Cosa ti aspetti da Sanremo: non vorrai vincere come Vecchioni l’anno scorso? Non ci penso nemmeno a vincere. E non era nei miei programmi andare a Sanremo. È successo per caso. Dal Festival mi aspetto una cosa molto semplice. Forse, piccola. Ma non banale. Oggi mi sono fermato in un bar e la barista dopo avermi riconosciuto mi ha chiesto se mi ero ritirato. Sai, a furia di album di fado, concerti sacri e album blues, il grande pubblico ha perso i contatti con me. Ecco: vorrei che Sanremo dicesse al grande pubblico che Finardi è vivo, fa ancora musica e sta molto bene.
Oggi mi faccio un regalo: una delle più belle canzoni dei Dire Straits è stata commentata da Lorenzo Puliti su Il Sussidiario. Eccola qua…
“Alcune delle mie migliori composizioni sono nate nei luoghi che frequento solitamente, come pub o per strada […]. L’ispirazione non è una cosa che puoi avere se te ne stai rinchiuso in casa o te ne vai in giro con sei guardie del corpo. Quello non è vivere”. Così Mark Knopfler, cantante, chitarrista e vera anima compositiva dei Dire Straits, in un’intervista rilasciata nel 1987 alla rivista Q, parlò dell’ispirazione, descrivendola come qualcosa di inscindibile dalla vita personale, una vita che richiede di essere vissuta pienamente e da cui non bisogna proteggersi per evitare colpi sgraditi: queste le due condizioni che premettono la creatività. Ecco il resoconto dell’amico musicista Steve Philliphs, che racconta dell’attenzione di Knopfler alla realtà, la vera fonte dell’ispirazione: “Spesso, quando esce di casa, anche solo per andare al ristorante, si porta dietro una borsa tipo pescatore. Dentro tiene un grosso bloc-notes sul quale prende appunti seguendo l’ispirazione del momento. Molte sue canzoni nascono da idee estemporanee che vengono fissate su carta al momento”. Le canzoni dei Dire Straits, e così pure quelle realizzate per gli album da solista di Knopfler, alludono dunque a fatti accaduti, persone incontrate, circostanze vissute, e sono spesso intrise di riferimenti autobiografici. È questo il caso di Tunnel of love, canzone fra le più celebri dei Dire Straits, pubblicata nel 1980 nell’album Making movies. In un’intervista rilasciata a Melody Maker il cantante e chitarrista ha dichiarato: “La canzone funziona… come spero funzionino la maggior parte di quelle contenute nel disco. Nel testo di Tunnel of love ci sono dei riferimenti all’infanzia. Ricordo che da piccoli andavamo tutti alla fiera della Baia di Whitley“. Il testo è così strettamente legato all’infanzia di Knopfler da essere praticamente intraducibile senza un’adeguata conoscenza del contesto. L’ambientazione della canzone è infatti un luna park di Newcastle, dove l’autore era solito andare da bambino, e i molti nomi elencati lungo il pezzo (Waltzer, Sixblade, Switchback, ecc…) non sono altro che nomi di giostre di quella fiera. In altri casi, termini come Rockaway, Steeplechase e Palisades sono nomi di altri parchi di divertimento di New York. La canzone racconta una storia (“una canzone sull’essere innamorati” come la presentava il leader dei Dire Straits durante i concerti) e, come ben sottolineato da Giulio Nannini e Mauro Ronconi, “nel testo viene spesso usato il dialogo in forma diretta, conferendo alla narrazione una dimensione scenica e teatrale”; il racconto è inoltre intervallato da alcuni lampi di riflessione ben contraddistinti musicalmente. La canzone si presenta in una forma piuttosto inusuale: alla consueta successione di strofa, ritornello e bridge (dedicati pressoché interamente alla narrazione) fa seguito un ulteriore periodo musicale che, dal punto di vista del contenuto espresso dal testo, funge da giudizio sull’esperienza raccontata e, nel finale, fornisce lo sfondo per un meraviglioso assolo di chitarra, uno dei più belli della produzione di Knopfler. Ad aprire la canzone è una citazione dal Carousel waltz di Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II, celebre melodia d’apertura del musical Carousel del 1945. “Mi ricordo che la ascoltavo alle fiere, ma non sapevo quale fosse il titolo. Un po’ di tempo fa mi sono ritrovato a canticchiarla e chiesi a qualche amico: “La conosci questa?” Tutti sapevano cantarla fino alla fine, ma non ne ricordavano il titolo. Poi sono andato in biblioteche e posti specializzati in effetti sonori e alla fine qualcuno l’ha riconosciuta”. Dopo la citazione da Carousel, tre rintocchi annunciano l’inizio della canzone, che prende vita con pieno slancio, caratterizzata da un riff rock aggressivo, un ritmo travolgente e gli abbellimenti pieni di lirismo della chitarra di Knopfler. Il protagonista della canzone è abbagliato da tutte le attrazioni che può proporgli la vita; l’esistenza è paragonata a un grande luna park dove ogni giostra, con le sue luci attraenti, è “consumata” rapidamente, una dopo l’altra, come una ruota che gira senza mai fermarsi: “Andare matto per i Waltzer, ma è la vita che ho scelto / Cantare del Sixblade, cantare dello Switchback e di una tenda per i tatuaggi […] E la grande ruota panoramica continua a girare / e i neon bruciano là sopra / E sono proprio esaltato da questo mondo”. In questo mondo di continui richiami affascinanti arriva lei, una donna intravista che emerge sullo sfondo (“In un cerchio di facce urlanti / L’ho vista stare in piedi nella luce / Aveva un biglietto per le corse… / Hey, proprio come me, era una vittima della notte / Ho afferrato la leva della slot-machine / e mi sono detto: lasciamola andare / Avevo la febbre da gioco d’azzardo / una freccia mi aveva trapassato il cuore e l’anima”). Il protagonista è affascinato dalla donna e presto il loro incontro si concretizzerà in un’altra “girandola”, un’altra attrazione da vivere intensamente per poi passare a un altro giro di valzer, come spiega bene il ritornello: “Vieni a fare un giretto con me ragazza / sul tunnel dell’amore”, e poi nella strofa successiva: “Lei disse: ‘Sei un perfetto estraneo’, disse: ‘Baby, restiamo così, / E’ solo un giretto in giostra”. Tuttavia, ciò che si era presentato come un ennesimo giro in giostra rivela un’esperienza più profonda, ben sottolineata musicalmente da un nuovo periodo musicale in cui l’attitudine tipicamente rock della strofa e del ritornello lascia il campo a un’inclinazione più distesa. La narrazione si ferma ed emerge il giudizio del protagonista: “Ragazza, mi sembra così bello, come è sempre stato / Come mi pareva Spanish City quand’eravamo ragazzi”. La bellezza presentita con la ragazza incontrata è così profonda da far tornare in mente l’infanzia, il periodo in cui Knopfler andava a Spanish City, un luogo che aveva un fascino infinito per lui. Ecco come ne ha parlato in un’intervista rilasciata al giornalista Robert Sandall: “C’era un parco dei divertimenti a Cullercoates, la “città spagnola”, chiamata così perché era un posto esotico. Aveva queste torri bianche che sembravano quasi minareti e tutti la chiamavano Spanish City. C’era anche un altro luna park, che arrivava fuori Newcastle una volta all’anno ed era il più grande parco dei divertimenti d’Europa, mi affascinava in modo incredibile. Amavo tutta quella situazione, era come se mi parlasse, l’odore, il diesel, le caratteristiche macho dei tipi che azionavano l’autoscontro e la musica da valzer”. In qualunque momento della vita, come un chiodo fisso, l’uomo è caratterizzato da una domanda che si esprime quasi inconsciamente con un paragone con la propria giovinezza, il momento in cui tutto nella vita è vissuto come promessa. “Leopardi dice che il termine di paragone continuo dell’uomo è la sua giovinezza. […] è nella giovinezza che tutto sembra un sogno. Nella giovinezza, “dell’arida vita unico fiore”, sta il momento più illusivo, ma nello stesso tempo più corrispondente al desiderio e all’attesa che ha l’uomo” (Giussani). La vita è come un tentativo continuo di tornare a Spanish City, salire in una giostra dopo l’altra alla ricerca di quella bellezza presentita nella giovinezza, ma spesso questo tentativo si accompagna a un’amarezza, una “rimembranza acerba” come diceva Leopardi: “proprio nel centro, nel cuore della sorgente del piacere, scaturisce qualcosa di amaro, una vena d’amaro, che stringa, o che strugga, che strugga il cuore della stessa gioia, nei momenti della gioia, anche nei momenti della gioia (Giussani)”. Eppure, fra le tante attrazioni della vita, il protagonista della canzone sembra aver finalmente trovato o intuito qualcosa che lo riporta ai tempi della giovinezza, così carica di attesa e di promessa (“Ragazza, mi sembra così bello, come è sempre stato / Come mi pareva Spanish City quand’eravamo ragazzi”). Dopo un breve intermezzo musicale che preannuncia il ritorno dell’energia iniziale, la narrazione riprende al solito ritmo incalzante: “Si tolse un ciondolo d’argento, disse “Con questo ti ricorderai di me”/ Mi mise una mano in tasca, ricevetti un souvenir e un bacio/ E restai a guardarla andare via tra la polvere e il rombo del motore/ Avrei potuto raggiungerla facilmente ma qualcosa deve avermi trattenuto”. Nonostante l’esperienza vissuta rimane un’ultima resistenza: il protagonista non vorrebbe separarsi dalla ragazza, eppure la lascia andare, qualcosa misteriosamente lo trattiene dal seguirla. Ciò che rimane è allora un’inquietudine, una ricerca quasi spasmodica che ritorna sui luoghi che un tempo promisero al protagonista la felicità: “E ora sto cercando fra queste giostre e i baracconi del luna park / Cercando dappertutto da Steeplechase fino a Palisades/ In ogni tiro a segno dove mi furono fatte promess / Fino a Rockaway, Rockaway, da Cullercoats e Whitley Bay, via fino a Rockaway”.
La canzone si conclude con la ripetizione del periodo musicale più emozionalmente intenso (“Ragazza, mi sembra così bello, come è sempre stato / Come mi pareva Spanish City quand’eravamo ragazzi”), ma stavolta questo giudizio è quasi sussurrato, in tono nostalgico, con la musica che accompagna dolcemente le parole di Knopfler, che sembra contemplare con maggiore attenzione quello che è accaduto. Stranamente, il sentimento dominante del finale non è la tristezza per ciò che è stato perso: nell’assolo conclusivo la chitarra di Knopfler è “più lirica che mai, espressiva più di mille parole” (Nannini e Ronconi), e sembra rivolta più alla bellezza intravista che alla sua perdita. Come se quello che è accaduto avesse fatto presentire un destino grande per sé.
Non ho resistito! Quella pubblicata in questo video è un’altra canzone di De André interpretata da Franco Battiato (l’originale si trova tranquillamente su youtube e va ascoltato per il ruolo dei fiati). Va ascoltata con calma, magari al buio o chiudendo gli occhi. Mi emoziona da morire: si parla dello scorrere del tempo, dell’inverno e delle stagioni. Tutto scorre, tutto passa, anche la neve si scioglierà, ma tu, amore, tu rimani… Da brividi!!!
L’11 gennaio del 1999 se ne andava Fabrizio De André. Proprio stamattina, casualmente, ho fatto ascoltare due canzoni sue in due classi diverte. Metto qui sotto “La ballata dell’amore cieco” con cui abbiamo riflettuto sull’amore vanitoso che guarda solo a se stesso e non al bene reciproco… Un post per ricordare uno dei più grandi cantautori della musica italiana.
Mio nipote ha scoperto che Babbo Natale non esiste: mi spiace rovinare la giornata ai lettori di questo blog che ancora non lo sapessero :’-( Ora spetta allo zio Simo spiegargli con questo video che ha semplicemente creduto nel Babbo Natale sbagliato…
Rubo le ultime due battute dell’intervista di Christian Zingales ad Adriano Celentano pubblicata su XL di dicembre:
“Hai sempre avuto un forte credo in Dio, cosa diresti a chi non ha questa fede? Niente. Gli comprerei un cappotto, per ripararsi dal vento…
Il tuo credo si è sempre combinato allo sguardo venato di utopia, a partire dalle battaglie per l’ecosistema. Il problema di oggi è proprio che manca chi insegna un’utopia. Questo momento di crisi totale sarà superato in tal senso? Il mondo oggi è così malandato che solo l’utopia lo può salvare. E utopia per me significa: rifare il mondo da capo… non è difficile. Ma l’uomo è indolente: “Perché ridare il mondo, solo perché l’abbiamo abbruttito?”. Non sa invece che il primo ad essere tremendamente abbruttito è proprio lui.”
Da mezzogiorno è in rete il nuovo video della canzone Ora di Jovanotti. Non mi soffermo su di esso, una sorta di 3D senza occhialini…, ma sul testo. Lorenzo prende alcune verità o presunte verità, le elenco in ordine di apparizione:
–quando si muore poi non ci si vede più
–ogni grande amore naufraga la sera davanti alla tv
–ad ogni speranza corrisponde stessa quantità di delusione
–quando si nasce sta già tutto scritto dentro ad uno schema
–c’è solo un modo per risolvere un problema
–ad ogni entusiasmo corrisponde stessa quantità di frustrazione
–ogni sognatore diventerà cinico invecchiando
–noi siamo fermi è il panorama che si sta muovendo
–per ogni slancio tornerà una mortificazione
La mia sensazione è che Jovanotti si chieda: ma siete proprio sicuri che le cose debbano andare in questa maniera? Non c’è proprio alternativa? “dicono che è vero sì ma anche fosse vero non sarebbe giustificazione per non farlo più”… Ah, ma allora c’è una possibilità, c’è la speranza di far andare le cose diversamente. Quando? “ora”! La spinta decisiva, chiara, inconfutabile arriva dall’inciso “non c’è montagna più alta di quella che non scalerò, non c’è scommessa più persa di quella che non giocherò”. Mi ricorda molto quel che dice Bill Parrish a sua figlia Susan in elicottero nel film “Vi presento Joe Black”: “Perché la verità, tesoro, è che non ha senso vivere se manca questo. Fare il viaggio e non innamorarsi profondamente equivale a non vivere… ma devi tentare perché se non hai tentato non hai mai vissuto”.
La scorsa settimana ho regalato a Sara il cd nuovo di Tiziano Ferro: era da due mesi che lo aspettava 🙂 La traccia numero 4 si intitola La fine ed è una canzone di Nesli: tutto il testo è suo e anche la musica del ritornello. Tzn ne ha musicato le strofe che nella versione originale sono recitate.
E’ un brano che parla della vita, della capacità di vivere la vita, di sentirsi protagonisti, con Nesli che cita un consiglio della madre: “Questa vita figlio mio va vissuta, questa vita non guarda in faccia e in faccia al massimo sputa”. Il protagonista pensa a un passato che lo ha visto soccombere e incassare i colpi, attendere i momenti giusti. Si trova al punto di non capire neppure più chi è: “Io non lo so chi sono e mi spaventa scoprirlo, guardo il mio volto allo specchio ma non saprei disegnarlo”. L’oggi si fa pesante e viene vissuto nell’attesa del domani, un domani che possa portare speranze e cambiamenti: “Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani per riniziare, per stravolgere tutti i miei piani, perché sarà migliore e io sarò migliore come un bel film che lascia tutti senza parole”. Il rimorso per quello che sarebbe potuto essere e che non è stato è forte: “E mi son fatto rubare forse gli anni migliori dalle mie paranoie e da mille errori”. C’è anche un’ancora di salvezza, un appiglio gettato dall’alto: “Ma qualcuno lassù mi ha guardato e mi ha detto: “Io ti salvo stavolta, come l’ultima volta”. Ciononostante la canzone si chiude con una nota negativa: “ma poi rimango fermo, guardo la vita in foto e già è arrivato un altro inverno, non cambio mai su questo mai, distruggo tutto sempre, se vi ho deluso chieder scusa non servirà a niente”. Qui sotto la versione di Nesli.
Non manca molto a Natale. Nel 2009 sul blog avevo postato alcune canzoni non tradizionali sul Natale: Morgan, MCR, Baglioni, De Gregori, Carboni, Articolo 31. A breve posterò delle novità…
Michele Aiello è l’uomo che ha ispirato a Fabrizio De Andrè questo brano, molto probabilmente un immigrato del sud a Genova. La vicenda non è complessa: Michè è in carcere e deve scontare vent’anni per l’omicidio di un rivale in amore, l’uomo che voleva rubargli la bella Marì. Solo che Michè non resiste all’idea di stare lontano dalla sua amata per un periodo così lungo e decide pertanto di impiccarsi con una corda, l’unico sistema escogitato per costringere la Corte che lo aveva condannato ad aprirgli la porta del carcere in anticipo. Il gesto viene compiuto di notte, al buio, come sottolinea tre volte De Andrè che si ricorderà di Michè tutte le volte che sentirà cantare un gallo. Viene allora alla mente un’altra notte di circa duemila anni fa, dove risuonò il canto di un altro gallo, quello del Vangelo di Luca (Lc 22, 60: “…E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò.”.), così come l’atto dell’impiccagione riporta al gesto di Giuda (Mt 27,5: “Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi.”). Ma Pietro e Giuda sono narrati nella Bibbia come rinnegatore l’uno e traditore l’altro, mentre Michè non tradisce né rinnega nessuno. Anzi, forse ciò che lo ha portato all’omicidio è stata proprio la paura di poter essere tradito, il timore di perdere l’unica ragione della sua vita: Marì. E ora la constatazione di non poter vivere vicino al suo amore e di dover attendere vent’anni lo fanno decidere per la morte; De Andrè canta che Michè con la morte vuole anche mantenere la propria condizione di innamorato, ricordare il bene profondo che prova per la sua amata. Nessuna pietà poi per il defunto Michè neanche da un prete: nessuna messa prevista per un suicida. Solo la consolazione di una croce col nome e la data posta dalla mano di qualcuno nella terra bagnata proprio alla stessa ora della morte di Gesù (Mc 15, 34-37: “Alle tre… Gesù, dando un forte grido, spirò”). Mi piace cogliere in questa immagine piovosa e umida il calore di una speranza che viene dal Cristo, quella speranza che l’uomo di Chiesa non ha saputo dare. De Andrè tornerà su tale questione in Preghiera in gennaio: intollerabile per lui (e non solo) che al suicida, proprio a colui che maggiormente può aver bisogno dell’abbraccio del Cristo sofferente, venga tolta tale possibilità.
La cosa mi inquieta e non poco. Prendo da Avvenire questo articolo di Gigio Rancilio.
È l’uovo di Colombo. Un’idea da vecchia politica applicata al futuro e alla generazione digitale. Un bel condono tombale sui pirati musicali che scaricano canzoni illegalmente da Internet. Il tutto a un prezzo molto vantaggioso: 24,99 dollari a testa, fino a un massimo di 25mila brani. Meno di un dollaro ogni mille canzoni pirata. Prima di inorridire, è meglio che sappiate che la pirateria sta davvero uccidendo la musica. In Europa un utente di Internet su quattro scarica canzoni illegalmente. In Brasile e in Spagna la percentuale schizza al 44 e 45%. Secondo i discografici, entro il 2015, la pirateria avrà mangiato 1,2 milioni di posti di lavoro nell’industria musicale, creando perdite pari a 240 miliardi di dollari. Di contro tutti (o quasi) sanno che il futuro della musica è online. A scommetterci sono tanti. Al punto che i servizi che offrono musica legale su Internet nel 2004 erano meno di 60 e oggi sono oltre 400. Il più forte è indubbiamente iTunes di Apple che l’anno scorso ha festeggiato i 10 miliardi di brani venduti via Internet in meno di otto anni. Partendo da questi dati, Apple e industria musicale hanno capito che l’unica strada per sconfiggere la pirateria è di renderla svantaggiosa economicamente. Ecco nata la nuova rivoluzione Apple che si chiama iTunes Match ed è di fatto un condono ai pirati musicali. Il suo funzionamento è semplice quanto un po’ inquietante. Abbonandosi al servizio per meno di 25 dollari l’anno – per ora funziona solo negli Stati Uniti – Apple mette a disposizione su un server remoto («<+corsivo>iCloud<+tondo>», l’ormai celebre “nuvola”) uno spazio dove immagazzinare tutta la musica che amiamo, rendendola disponibile per ogni computer, telefonino o lettore mp3 che abbiamo o che avremo. Di servizi così ne esistono a decine, in ogni parte del mondo. Quello di Apple, però, ha 20milioni di canzoni e soprattutto una servizio in più. Si offre da solo e automaticamente di mettere a posto e di rendere legali tutti i brani salvati (legalmente o illegalmente) nella nostra libreria musicale, sino a un massimo di 25mila. In pratica, quando ci si collega via Internet a iTunes Match, un programma legge il nostro hard disk (e qui la cosa si fa per certi versi spinosa) e scova i brani di pessima qualità e/o illegali che abbiamo salvato, sostituendoli in automatico con le stesse canzoni ma legali e di ottima qualità. Ovviamente Apple si impegna a non divulgare ai discografici o a terzi le notizie di eventuali crimini trovati. E al contempo ha promesso all’industria musicale di dividere con lei una bella fetta di questi abbonamenti. I quali, in prospettiva, possono diventare dei grandi alleati dell’industria. Facciamo un banale esempio: appena iTunes Match saprà che sta uscendo il nuovo album di un certo artista, avvertirà via computer tutti gli utenti nel mondo che hanno da uno a più brani di quell’artista salvati sulle loro nuvolette. In questo modo, il cosiddetto marketing mirato diventerà facilissimo. E tutti, una volta di più, saremo schedati nei nostri gusti e nei nostri comportamenti. In America è già un successo. Al punto che, come riporta Punto Informatico, «a poche ore dal suo debutto i server del servizio cloud sono stati sotto pressione tanto da costringere Apple a bloccare temporaneamente (per qualche ora) le nuove iscrizioni».
Ivano Fossati poco tempo fa ha annunciato che l’album Decadancing e il tour da poco iniziato saranno gli ultimi per lui: si ritirerà dalle scene. La prima traccia del CD è La decadenza, di cui posto il testo e l’esecuzione fatta in tv da Fazio. Il cantautore parla del nostro tempo, fatto di decadenza e degenerazione del pensiero, di oscurità e di mancanza di speranze, di bassa marea e di incertezze, di parole e persone senza chance. Come uscirne? Andando alla ricerca di una seconda possibilità chiedendola a Dio o all’uomo, all’amore: “Qui serve un segno di rispetto per la gente … serve un lampo nell’aria che si accenda oppure un’idea”.
In piena decadenza le parole non hanno chance
è proprio una faccenda inquietante il pensiero che degenera
Facciamo un affare con Dio ci lasci una seconda possibilità se può
in questa decadenza, in mezzo a tanta oscurità, le speranze non hanno chance
C’est la décadence c’est la décadence
Nessuna incertezza mai più in nome del cielo davvero mai più
Qui serve un segno di rispetto per la gente in questa bassa marea
serve un lampo nell’aria che si accenda oppure un’idea
C’est la décadence c’est la décadence
Mi guardo a sinistra poi guardo verso destra
e tutto quello che ho da vedere è una frontiera da attraversare con te
Facciamo un affare noi due ci diamo una seconda possibilità
È la sopravvivenza è un biglietto per andare più avanti
È trovare un lavoro è decenza
È sapere con chi stare
È la differenza è un biglietto per andare più avanti
In questi giorni a scuola c’è un po’ di fermento, ed è un fermento che mi piace. Pare, infatti, che quest’anno ci siano diversi studenti interessati a candidarsi come rappresentanti di Istituto, o comunque interessati a vivere da protagonisti attivi la scuola. Mi è venuta in mente la canzone “Lo scrutatore non votante” di Samuele Bersani. Il primo verso recita:
“Lo scrutatore non votante è indifferente alla politica
ci tiene assai a dire oissa ma poi non scende dalla macchina
è come un ateo praticante seduto in chiesa la domenica
si mette apposta un po’ in disparte per dissentire dalla predica.”
Riassume l’atteggiamento di molte persone davanti alla politica, ma non solo: davanti alla società, o meglio, al sociale, al volontariato, agli impegni, persino allo sport. E’ la posizione di chi ha ben presente i problemi e a volte anche le soluzioni, ma piuttosto che mettere le mani in pasta preferisce mantenere quel tanto di distacco sufficiente a non lasciarsi coinvolgere del tutto. Per restare in ambito politico è un po’ come una forza che preferisce stare sempre all’opposizione a criticare o magari proporre soluzioni belle ma anche irrealizzabili. Ideali e parole sembrano non avere un legame diretto con la vita concreta: “prepara un viaggio ma non parte, pulisce casa ma non ospita”. Ecco allora che vedo di buon occhio questo lavorio, questo brulicare di idee e desiderio di mettere le mani in pasta, con la speranza che, anche se non eletti, lo spirito resti quello della collaborazione fattiva e non della critica fine a se stessa. La canzone prosegue dicendo
“Lo scrutatore non votante
è sempre stato un uomo fragile
poteva essere farfalla ed è rimasto una crisalide”.
L’augurio è quello di vedere un bel po’ di farfalle…
Posto un pezzo di Laura Cioni sull’accidia preso da Il sussidiario e una canzone che vedo ben collegata all’articolo. La canzone è dei miei amati Helloween: “Eagle fly free” e il ritornello canta “Aquila, vola libera, lascia che le persone vedano, fallo a modo tuo, lascia indietro il tempo, segui il segno. Un giorno voleremo insieme”
“Tra i vizi capitali il meno noto, anche se molto diffuso, è l’accidia. Se ne è scritto in tutti i tempi, riflettendo sulla vita morale in base ai concetti di vizi e virtù, in una modalità concreta e facilmente osservabile anche nella vita quotidiana. Orazio, così saggiamente epicureo, in una sua epistola definisce l’accidia strenua inertia, smaniosa inerzia, in altre parole inquietudine. Tacito racconta il languire degli studi in tempi di oppressione politica e realisticamente afferma che la ritrovata libertà ne favorirà la ripresa, ma con fatica, perché vi è una segreta dolcezza anche nell’inoperosità che, dapprima invisa, alla fine viene amata.
Per san Tommaso l’accidia non è solo l’indugio a decidersi per il bene e l’incostanza nel perseguirlo, ma più precisamente la tristezza del bene, una inattività dell’anima che non vuole e insieme non può volgersi alla vera gioia.
Dante la rappresenta nell’Inferno ponendo gli accidiosi insieme agli iracondi nel pantano dello Stige: Fitti nel limo, dicon: “Tristi fummo/ nell’aere dolce che dal sol s’allegra,/ portando dentro accidioso fummo:/ or ci attristiam nella belletta negra”: come furono tristi nella vita, avvolti nel fumo della negligenza, così nell’eternità vivono lo stesso umor nero, che li stringe alla gola come la melma di cui hanno piena la bocca. Il poeta ritorna sull’accidia nei canti centrali del Purgatorio, dove spiega la dinamica della libertà umana; per bocca di Virgilio definisce l’accidia amor del bene scemo/del suo dover, ovvero desiderio solo intenzionale, privo degli atti necessari a raggiungerlo e a gustarlo. Dante spiega come ogni uomo desideri il vero bene e lotti per ottenerlo: Ciascun confusamente un bene apprende/ nel qual si queti l’animo, e disira;/per che di giugner lui ciascun contende. E proprio sul limite della balza vede gli accidiosi pentiti espiare il fatto di non aver assecondato alcun desiderio e di non averlo perseguito con amore lesto e operoso: Se lento amore in lui veder vi tira,/ o a lui acquistar, questa cornice,/ dopo giusto penter, ve ne martira.
L’insufficiente energia morale dell’accidia è riconosciuta come propria da Petrarca nel Secretum, il dialogo letterario con sant’Agostino; in quest’opera egli la fa risalire al disinganno. Anche in questo i moderni, e non solo i poeti, sono un po’ tutti suoi eredi.
Si può ipotizzare che l’accidia sia un vizio predominante dei nostri giorni; molti segnali lo indicherebbero alla semplice osservazione: la disistima di direttive decise, la noia, lo spreco, la mania dell’effimero, la scontentezza, il risentimento sono comportamenti diffusi e poco percepiti e proprio per questo generatori di mali peggiori che riempiono la società di violenza e di ingiustizia.
Come si corregge questa cattiva abitudine dell’anima connessa con l’inattività, con l’inquietudine, con l’ira, con la malinconia? E’ difficile vincere la tristezza del bene con le sole proprie forze, ma anche tante parole che ingombrano di pareri, di consigli, di prediche appaiono poco efficaci. Un avvenimento può scuotere la vita e cambiarle direzione, come si nota nelle biografie dei grandi e in vicende famigliari più nascoste. Certo, la grande risorsa è quella di essere presenti a se stessi, di ammettere i propri errori, di prevedere la fatica di rialzarsi e di ricominciare a camminare. Magari la scoperta di un nuovo amore. Ma una esperienza data a taluni, decisiva, è stata descritta da Agostino negli ultimi dialoghi con sua madre: egli immagina che per l’uomo tutto taccia, la terra, il cielo, l’anima stessa e in questo silenzio egli possa udire la voce di Dio parlare non attraverso le cose, ma con la sua stessa bocca; allora non sarebbe questo l’“entra nel gaudio del tuo Signore”? Se la scoperta della gioia di Dio, imprevedibile e duratura, irrompesse in un punto cruciale della vita, vincerebbe l’accidia di schianto: “Noi siamo stati liberati come un uccello dal laccio dei cacciatori; il laccio si è spezzato e noi siamo scampati”. Resterebbe la libertà di volare.”
Un’altra cantante che amo moltissimo è Gianna Nannini che in questo brano parla del rapporto di amore-odio con suo padre. Il titolo è “Babbino caro”. La canzone l’avevo già proposta all’interno del post “A caccia!” ma vale la pena riprenderla
Aiutami a non piangere adesso siamo soli
La rabbia ormai è cenere mio eterno dittatore
Stai qui stai qui e dammi il buon esempio
Non devi far vedere al cielo che hai paura oh oh
Babbo non l’avevi detto che finiva tutto e mi lasciavi qui
Babbo dammi ancora addosso
la vita è un gioco rotto se non ci sei più
Stai giù stai giù, fermiamo questo tempo
ed io con la forza che ho di te non ti abbandono oh oh
Babbo non l’avevi detto che finiva tutto e mi lasciavi qui
Babbo stammi ancora addosso
la vita mi fa freddo se non mi copri più
E vai via dalle mani babbino caro
accendo il sole per te e non ti perderò
E la vita non è come un angelo che
si alza e danza sulla punta dei piedi
E la vita che hai e che vedi andar via
io vorrei ridartela come se fosse mia.
Babbo non l’avevi detto che finiva tutto e mi lasciavi qui
In 4BL abbiamo cominciato a parlare di un argomento molto delicato che va a toccare corde profondamente personali: morte e aldilà. Mi è venuto in mente il testo della canzone “I don’t wanna cry no more” del mio gruppo metal preferito, gli Helloween. Vi posto testo (tradotto da www.dartagnan.ch) e video.
Hey, fratello, ti ho perso così
hai bussato alla porta del Paradiso
e non t’abbiamo più visto
dev’essere assurdo ciò per cui viviamo
perchè Dio ha smesso di tenerti sulla scala della tua vita
chiamo il tuo nome con le lacrime agli occhi
Non voglio più piangere
il passato mi ha dato felicità e dolore
la vita è fuggita come un fiore
da una distanza, dopo la sofferenza
prego il Signore di custodire la tua anima
non voglio più piangere mentre ti perdiamo
La vita è come una passeggiata su un filo alto
tu sei scivolato ti ho visto in una vena morente
alti come le montagne sembrano tutti i problemi che ho
ma quando sento la tua voce molto lontano fuori dal buio
ti fai strada in fondo alla mia mente
Non voglio più piangere
il passato mi ha dato felicità e dolore
la vita è fuggita come un fiore
da una distanza, dopo la sofferenza
prego il Signore di custodire la tua anima
non voglio più piangere mentre ti perdiamo
Pelle ed ossa non toccano il cielo
Spero che troverai il passaggio fuori dal buio
verso l’altro lato del mare e so che ti vedrò ancora
In prima quasi ogni anno riusciamo a vedere il film Swing Kids. Ecco che sull’ultimo numero di XL Carlo Lucarelli ne parla in un pezzo.
Immaginiamo una sera, ad Amburgo, metà anni 30, nel cuore della Germania nazista. C’è un gruppo di ragazzi che ne incontra un altro proveniente dalla direzione opposta. Sono vestiti in modo simile, hanno la stessa cultura, lo stesso stile di vita e quando si incontrano si salutano alzando il braccio: «Swing heil»! È un errore? Un difetto di pronuncia? Il saluto nazista è «sieg heil!», ma no, l’hanno fatto apposta. Perché presi dall’abitudine e visto il luogo e il periodo abbiamo immaginato quei ragazzi vestiti con le divise brune della Gioventù hitleriana e invece sono tutti giovani appassionati di musica jazz, quello di Count Basie, Duke Ellington e Benny Goodman. Così appassionati da vestirsi nello stesso modo e parlare con lo stesso gergo, come più avanti succederà a rockabilly, punk, dark e così via.
Sono gli Swingjugend, la gioventù dello swing, raccontata dal film Swing Kids, di Thomas Carter, e rispetto ai vari gruppi di tendenza che verranno dopo hanno qualche problema in più. Perché non si tratta soltanto di subire le critiche dei genitori e le occhiate della gente “normale”, o di evitare risse coi gruppi rivali tipo mod e rocker o skin e punk. Siamo nella Germania nazista e per ballare lo swing o per ascoltare jazz i ragazzi erano costretti a incontrarsi clandestinamente in qualche locale o a casa per sentire la Bbc, la radio inglese proibita dai nazisti, o per mettere sul grammofono qualche disco fatto arrivare di nascosto dalla Danimarca. La sera c’era il coprifuoco, gli eventi notturni sopravvivevano solo grazie al passaparola, ad una lista segreta di invitati che si dovevano presentare all’ingresso con una parola d’ordine per poter entrare e al continuo spostamento dei luoghi in cui venivano tenute le feste. Sembrava che per poter ballare lo swing si dovesse appartenere a una società segreta. E anche se i ragazzi a volte lo trovavano divertente, c’era poco da scherzare, perché il rischio era quello di finire in un campo di concentramento. Gli Swingjugend indossavano vestiti all’inglese, con giacche lunghe che arrivavano a metà coscia e pantaloni stretti alle caviglie, scarpe larghe a punta, con suole spesse e appositamente non lucidate. Portavano un cappello, quasi sempre una bombetta, e il colletto rotondo della camicia era sorretto da stecche di legno inserite sotto il papillon, o anche sotto sciarpe sgargianti. Portavano capelli lunghi, disordinati, lucidati con l’olio, perché la brillantina in quel periodo di grave austerità era difficile da trovare. E poi un ombrello, che non aprivano mai, neppure sotto la pioggia. Le ragazze, invece, indossavano maglioni a collo alto sotto cappotti di pelliccia, facesse freddo o caldo, e portavano i capelli lunghi fino alle spalle, con grandi boccoli. Scarpe e gonne molto corte. Si segnavano le sopracciglia con la matita e si truccavano con rossetto e smalto. Per vestirsi così in quegli anni di ristrettezze economiche a cavallo della Seconda Guerra I Mondiale ci voleva l’appoggio dei genitori, oppure fare sacrifici, ricorrere al mercato nero o rimediare qualcosa adattando vecchi vestiti dismessi. Ma non era soltanto una questione di soldi. Perché anche se ufficialmente non c’era niente di politico nel vestirsi così e nell’ascoltare jazz e swing, solo la voglia di divertirsi e di seguire una moda originale, essere uno Swingjungend significava mettersi nei guai con la Gestapo, la polizia politica nazista, intanto perché stile e musica venivano da Inghilterra e Stati Uniti, paesi nemici, ma soprattutto perché un sistema totalitario come quello nazista non può tollerare uno stile di vita alternativo.
«La gioventù tedesca del futuro», scriveva Hitler, «deve essere snella e agile, veloce come un levriero, forte come il cuoio e dura come l’acciaio Krupp». Per l’ideologia nazista jazz e swing erano considerati offensivi, erano “Negermusik”, musica composta e suonata da afroamericani, diffusa dall’industria dei media dominata dagli ebrei, e dunque considerata “entartete kunst”, arte degenerata. Era vista come prova di inferiorità delle razze non ariane. Insomma, per i nazisti in quella musica c’erano tutti gli ingredienti con i quali non volevano avere a che fare: americani, ebrei e neri. Altro che swing, per i giovani nella Germania nazista c’era solo la Hitlerjugend, la Gioventù Hitleriana. Il suo compito era modellare i giovani con una rigida disciplina, fatta di obbedienza, cameratismo e senso del dovere, per farla diventare il futuro esercito del Terzo Reich. Le altre associazioni furono sciolte, a partire da quelle sportive, del tempo libero e quelle religiose. Dal 1936 la Hitlerjugend divenne l’organizzazione unica per tutti i giovani di età compresa tra i 10 e i 18 anni e arrivò a inquadrare 8 milioni di ragazzi.
All’inizio non è che i nazisti avessero le idee chiare su come comportarsi con questi ragazzi appassionati di musica che non erano una vera e propria organizzazione. Erano botte quando si incontravano con quelli della Gioventù hitleriana e il fatto che non si preoccupassero del coprifuoco, dei divieti di danza, o del divieto di ascolto delle stazioni radio nemiche, dava la possibilità alla polizia di intervenire con arresti e chiusura dei locali. Il problema, però, è la loro stessa esistenza. Swingjugend, swing heil, il loro stesso stile di vita, così trasgressivo e ironico, è una presa in giro e quindi una critica che un regime non può tollerare. Non è più solo divertimento, o meglio, proprio in quanto tale è “politica”. Intanto arriva la guerra e l’intolleranza nazista alla musica “degenerata” si fa più dura. E non solo in Germania. Nel 1940, con l’invasione di Parigi, i nazisti hanno a che fare con una capitale brulicante di vita notturna. Così si preoccupano subito di chiudere tutti i night club in cui si suonava il jazz. Almeno ufficialmente, e per quelli non frequentati da ufficiali e soldati in libera uscita, che devono arrangiarsi in un altro modo. E così che nasce il termine discoteca, dal nome di un locale sorto illegalmente nel 1941 in rue Huchette, chiamato appunto Le Discothéque. Da allora il termine servì per indicare un night club che,
invece delle performance live dei musicisti, offriva un fonografo per suonare i dischi e un disc jockey per selezionarli.
Ad Amburgo, considerata il centro della Swingjugend la Gestapo e la polizia si accaniscono con arresti, interrogatori e torture. Nel 1941 più di trecento Swingjugend vengono arrestati e l’anno successivo Himmler stesso interviene con una lettera per dare ordine che i leader di questo “gruppo sovversivo” vengano internati nei Jugendschutzlager (i campi di detenzione per la gioventù). I ragazzi finiscono a Moringen e le ragazze a Uckermark. Dal 1942 gli ebrei presenti tra gli Swingjugend furono isolati e deportati in altri campi, come Bergen-Belsen, Buchenwald o Auschwitz.
Nel gennaio del 1943 Günter Discher, uno dei più attivi tra i “giovani dello swing”, viene arrestato e portato a Moringen. È sopravvissuto a quella devastante esperienza e oggi, a ottantacinque anni, ricorda che nella miniera di sale che stava al campo c’era un’ottima acustica. Anche là Günther e i suoi coetanei improvvisavano concertini jazz con strumenti di fortuna o addirittura usando solo la voce per riprodurne il suono. Era una strategia di sopravvivenza. Ancora oggi, Discher coltiva la sua passione per il jazz con una collezione di circa 25.000 lp e oltre 10.000 cd.
Ha una propria etichetta e per la Günter Discher Edition ha realizzato diverse compilation di tracce rare della sua collezione privata che sono state restaurate e rimasterizzate con suoi interventi personali in cui illustra le caratteristiche dei vari artisti jazz. Tiene conferenze alle università in cui racconta del suo amore per la musica swing ed è il più anziano dj della Germania. Con lui la musica, il suo swing, il jazz di Benny Goodman e Duke Ellington, hanno vinto sul nazismo di Hitler.