Tunnel of love

Oggi mi faccio un regalo: una delle più belle canzoni dei Dire Straits è stata commentata da Lorenzo Puliti su Il Sussidiario. Eccola qua…

Alcune delle mie migliori composizioni sono nate nei luoghi che frequento solitamente, come pub o per strada […]. L’ispirazione non è una cosa che puoi avere se te ne stai rinchiuso in casa o te ne vai in giro con sei guardie del corpo. Quello non è vivere”. Così Mark Knopfler, cantante, chitarrista e vera anima compositiva dei Dire Straits, in un’intervista rilasciata nel 1987 alla rivista Q, parlò dell’ispirazione, descrivendola come qualcosa di inscindibile dalla vita personale, una vita che richiede di essere vissuta pienamente e da cui non bisogna proteggersi per evitare colpi sgraditi: queste le due condizioni che premettono la creatività. Ecco il resoconto dell’amico musicista Steve Philliphs, che racconta dell’attenzione di Knopfler alla realtà, la vera fonte dell’ispirazione: “Spesso, quando esce di casa, anche solo per andare al ristorante, si porta dietro una borsa tipo pescatore. Dentro tiene un grosso bloc-notes sul quale prende appunti seguendo l’ispirazione del momento. Molte sue canzoni nascono da idee estemporanee che vengono fissate su carta al momento”.
Le canzoni dei Dire Straits, e così pure quelle realizzate per gli album da solista di Knopfler, alludono dunque a fatti accaduti, persone incontrate, circostanze vissute, e sono spesso intrise di riferimenti autobiografici. È questo il caso di Tunnel of love, canzone fra le più celebri dei Dire Straits, pubblicata nel 1980 nell’album Making movies. In un’intervista rilasciata a Melody Maker il cantante e chitarrista ha dichiarato: “La canzone funziona… come spero funzionino la maggior parte di quelle contenute nel disco. Nel testo di Tunnel of love ci sono dei riferimenti all’infanzia. Ricordo che da piccoli andavamo tutti alla fiera della Baia di Whitley“. Il testo è così strettamente legato all’infanzia di Knopfler da essere praticamente intraducibile senza un’adeguata conoscenza del contesto. L’ambientazione della canzone è infatti un luna park di Newcastle, dove l’autore era solito andare da bambino, e i molti nomi elencati lungo il pezzo (Waltzer, Sixblade, Switchback, ecc…) non sono altro che nomi di giostre di quella fiera. In altri casi, termini come Rockaway, Steeplechase e Palisades sono nomi di altri parchi di divertimento di New York. La canzone racconta una storia (“una canzone sull’essere innamorati” come la presentava il leader dei Dire Straits durante i concerti) e, come ben sottolineato da Giulio Nannini e Mauro Ronconi, “nel testo viene spesso usato il dialogo in forma diretta, conferendo alla narrazione una dimensione scenica e teatrale”; il racconto è inoltre intervallato da alcuni lampi di riflessione ben contraddistinti musicalmente. La canzone si presenta in una forma piuttosto inusuale: alla consueta successione di strofa, ritornello e bridge (dedicati pressoché interamente alla narrazione) fa seguito un ulteriore periodo musicale che, dal punto di vista del contenuto espresso dal testo, funge da giudizio sull’esperienza raccontata e, nel finale, fornisce lo sfondo per un meraviglioso assolo di chitarra, uno dei più belli della produzione di Knopfler.
Ad aprire la canzone è una citazione dal Carousel waltz di Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II, celebre melodia d’apertura del musical Carousel del 1945. “Mi ricordo che la ascoltavo alle fiere, ma non sapevo quale fosse il titolo. Un po’ di tempo fa mi sono ritrovato a canticchiarla e chiesi a qualche amico: “La conosci questa?” Tutti sapevano cantarla fino alla fine, ma non ne ricordavano il titolo. Poi sono andato in biblioteche e posti specializzati in effetti sonori e alla fine qualcuno l’ha riconosciuta”. Dopo la citazione da Carousel, tre rintocchi annunciano l’inizio della canzone, che prende vita con pieno slancio, caratterizzata da un riff rock aggressivo, un ritmo travolgente e gli abbellimenti pieni di lirismo della chitarra di Knopfler. Il protagonista della canzone è abbagliato da tutte le attrazioni che può proporgli la vita; l’esistenza è paragonata a un grande luna park dove ogni giostra, con le sue luci attraenti, è “consumata” rapidamente, una dopo l’altra, come una ruota che gira senza mai fermarsi: “Andare matto per i Waltzer, ma è la vita che ho scelto / Cantare del Sixblade, cantare dello Switchback e di una tenda per i tatuaggi […] E la grande ruota panoramica continua a girare / e i neon bruciano là sopra / E sono proprio esaltato da questo mondo”. In questo mondo di continui richiami affascinanti arriva lei, una donna intravista che emerge sullo sfondo (“In un cerchio di facce urlanti / L’ho vista stare in piedi nella luce / Aveva un biglietto per le corse… / Hey, proprio come me, era una vittima della notte / Ho afferrato la leva della slot-machine / e mi sono detto: lasciamola andare / Avevo la febbre da gioco d’azzardo / una freccia mi aveva trapassato il cuore e l’anima”). Il protagonista è affascinato dalla donna e presto il loro incontro si concretizzerà in un’altra “girandola”, un’altra attrazione da vivere intensamente per poi passare a un altro giro di valzer, come spiega bene il ritornello: “Vieni a fare un giretto con me ragazza / sul tunnel dell’amore”, e poi nella strofa successiva: “Lei disse: ‘Sei un perfetto estraneo’, disse: ‘Baby, restiamo così, / E’ solo un giretto in giostra”.
Tuttavia, ciò che si era presentato come un ennesimo giro in giostra rivela un’esperienza più profonda, ben sottolineata musicalmente da un nuovo periodo musicale in cui l’attitudine tipicamente rock della strofa e del ritornello lascia il campo a un’inclinazione più distesa. La narrazione si ferma ed emerge il giudizio del protagonista: “Ragazza, mi sembra così bello, come è sempre stato / Come mi pareva Spanish City quand’eravamo ragazzi”. La bellezza presentita con la ragazza incontrata è così profonda da far tornare in mente l’infanzia, il periodo in cui Knopfler andava a Spanish City, un luogo che aveva un fascino infinito per lui. Ecco come ne ha parlato in un’intervista rilasciata al giornalista Robert Sandall: “C’era un parco dei divertimenti a Cullercoates, la “città spagnola”, chiamata così perché era un posto esotico. Aveva queste torri bianche che sembravano quasi minareti e tutti la chiamavano Spanish City. C’era anche un altro luna park, che arrivava fuori Newcastle una volta all’anno ed era il più grande parco dei divertimenti d’Europa, mi affascinava in modo incredibile. Amavo tutta quella situazione, era come se mi parlasse, l’odore, il diesel, le caratteristiche macho dei tipi che azionavano l’autoscontro e la musica da valzer”. In qualunque momento della vita, come un chiodo fisso, l’uomo è caratterizzato da una domanda che si esprime quasi inconsciamente con un paragone con la propria giovinezza, il momento in cui tutto nella vita è vissuto come promessa. “Leopardi dice che il termine di paragone continuo dell’uomo è la sua giovinezza. […] è nella giovinezza che tutto sembra un sogno. Nella giovinezza, “dell’arida vita unico fiore”, sta il momento più illusivo, ma nello stesso tempo più corrispondente al desiderio e all’attesa che ha l’uomo” (Giussani). La vita è come un tentativo continuo di tornare a Spanish City, salire in una giostra dopo l’altra alla ricerca di quella bellezza presentita nella giovinezza, ma spesso questo tentativo si accompagna a un’amarezza, una “rimembranza acerba” come diceva Leopardi: “proprio nel centro, nel cuore della sorgente del piacere, scaturisce qualcosa di amaro, una vena d’amaro, che stringa, o che strugga, che strugga il cuore della stessa gioia, nei momenti della gioia, anche nei momenti della gioia (Giussani)”.
Eppure, fra le tante attrazioni della vita, il protagonista della canzone sembra aver finalmente trovato o intuito qualcosa che lo riporta ai tempi della giovinezza, così carica di attesa e di promessa (“Ragazza, mi sembra così bello, come è sempre stato / Come mi pareva Spanish City quand’eravamo ragazzi”). Dopo un breve intermezzo musicale che preannuncia il ritorno dell’energia iniziale, la narrazione riprende al solito ritmo incalzante: “Si tolse un ciondolo d’argento, disse “Con questo ti ricorderai di me”/ Mi mise una mano in tasca, ricevetti un souvenir e un bacio/ E restai a guardarla andare via tra la polvere e il rombo del motore/ Avrei potuto raggiungerla facilmente ma qualcosa deve avermi trattenuto”. Nonostante l’esperienza vissuta rimane un’ultima resistenza: il protagonista non vorrebbe separarsi dalla ragazza, eppure la lascia andare, qualcosa misteriosamente lo trattiene dal seguirla. Ciò che rimane è allora un’inquietudine, una ricerca quasi spasmodica che ritorna sui luoghi che un tempo promisero al protagonista la felicità: “E ora sto cercando fra queste giostre e i baracconi del luna park / Cercando dappertutto da Steeplechase fino a Palisades/ In ogni tiro a segno dove mi furono fatte promess / Fino a Rockaway, Rockaway, da Cullercoats e Whitley Bay, via fino a Rockaway”.

La canzone si conclude con la ripetizione del periodo musicale più emozionalmente intenso (“Ragazza, mi sembra così bello, come è sempre stato / Come mi pareva Spanish City quand’eravamo ragazzi”), ma stavolta questo giudizio è quasi sussurrato, in tono nostalgico, con la musica che accompagna dolcemente le parole di Knopfler, che sembra contemplare con maggiore attenzione quello che è accaduto. Stranamente, il sentimento dominante del finale non è la tristezza per ciò che è stato perso: nell’assolo conclusivo la chitarra di Knopfler è “più lirica che mai, espressiva più di mille parole” (Nannini e Ronconi), e sembra rivolta più alla bellezza intravista che alla sua perdita. Come se quello che è accaduto avesse fatto presentire un destino grande per sé.

Ma tu rimani

Non ho resistito! Quella pubblicata in questo video è un’altra canzone di De André interpretata da Franco Battiato (l’originale si trova tranquillamente su youtube e va ascoltato per il ruolo dei fiati). Va ascoltata con calma, magari al buio o chiudendo gli occhi. Mi emoziona da morire: si parla dello scorrere del tempo, dell’inverno e delle stagioni. Tutto scorre, tutto passa, anche la neve si scioglierà, ma tu, amore, tu rimani… Da brividi!!!

Ricordando Faber

L’11 gennaio del 1999 se ne andava Fabrizio De André. Proprio stamattina, casualmente, ho fatto ascoltare due canzoni sue in due classi diverte. Metto qui sotto “La ballata dell’amore cieco” con cui abbiamo riflettuto sull’amore vanitoso che guarda solo a se stesso e non al bene reciproco… Un post per ricordare uno dei più grandi cantautori della musica italiana.

Il vero Babbo Natale

Mio nipote ha scoperto che Babbo Natale non esiste: mi spiace rovinare la giornata ai lettori di questo blog che ancora non lo sapessero :’-(      Ora spetta allo zio Simo spiegargli con questo video che ha semplicemente creduto nel Babbo Natale sbagliato…

Un cappotto

Rubo le ultime due battute dell’intervista di Christian Zingales ad Adriano Celentano pubblicata su XL di dicembre:

cele.jpgHai sempre avuto un forte credo in Dio, cosa diresti a chi non ha questa fede? Niente. Gli comprerei un cappotto, per ripararsi dal vento…

Il tuo credo si è sempre combinato allo sguardo venato di utopia, a partire dalle battaglie per l’ecosistema. Il problema di oggi è proprio che manca chi insegna un’utopia. Questo momento di crisi totale sarà superato in tal senso? Il mondo oggi è così malandato che solo l’utopia lo può salvare. E utopia per me significa: rifare il mondo da capo… non è difficile. Ma l’uomo è indolente: “Perché ridare il mondo, solo perché l’abbiamo abbruttito?”. Non sa invece che il primo ad essere tremendamente abbruttito è proprio lui.”

Ora

Da mezzogiorno è in rete il nuovo video della canzone Ora di Jovanotti. Non mi soffermo su di esso, una sorta di 3D senza occhialini…, ma sul testo. Lorenzo prende alcune verità o presunte verità, le elenco in ordine di apparizione:

         quando si muore poi non ci si vede più

         ogni grande amore naufraga la sera davanti alla tv

         ad ogni speranza corrisponde stessa quantità di delusione

         quando si nasce sta già tutto scritto dentro ad uno schema

         c’è solo un modo per risolvere un problema

         ad ogni entusiasmo corrisponde stessa quantità di frustrazione

         ogni sognatore diventerà cinico invecchiando

         noi siamo fermi è il panorama che si sta muovendo

         per ogni slancio tornerà una mortificazione

La mia sensazione è che Jovanotti si chieda: ma siete proprio sicuri che le cose debbano andare in questa maniera? Non c’è proprio alternativa? “dicono che è vero sì ma anche fosse vero non sarebbe giustificazione per non farlo più”… Ah, ma allora c’è una possibilità, c’è la speranza di far andare le cose diversamente. Quando? “ora”! La spinta decisiva, chiara, inconfutabile arriva dall’inciso “non c’è montagna più alta di quella che non scalerò, non c’è scommessa più persa di quella che non giocherò”. Mi ricorda molto quel che dice Bill Parrish a sua figlia Susan in elicottero nel film “Vi presento Joe Black”: “Perché la verità, tesoro, è che non ha senso vivere se manca questo. Fare il viaggio e non innamorarsi profondamente equivale a non vivere… ma devi tentare perché se non hai tentato non hai mai vissuto”.

Nesli e Tiziano

La scorsa settimana ho regalato a Sara il cd nuovo di Tiziano Ferro: era da due mesi che lo aspettava 🙂 La traccia numero 4 si intitola La fine ed è una canzone di Nesli: tutto il testo è suo e anche la musica del ritornello. Tzn ne ha musicato le strofe che nella versione originale sono recitate.

E’ un brano che parla della vita, della capacità di vivere la vita, di sentirsi protagonisti, con Nesli che cita un consiglio della madre: “Questa vita figlio mio va vissuta, questa vita non guarda in faccia e in faccia al massimo sputa”. Il protagonista pensa a un passato che lo ha visto soccombere e incassare i colpi, attendere i momenti giusti. Si trova al punto di non capire neppure più chi è: “Io non lo so chi sono e mi spaventa scoprirlo, guardo il mio volto allo specchio ma non saprei disegnarlo”. L’oggi si fa pesante e viene vissuto nell’attesa del domani, un domani che possa portare speranze e cambiamenti: “Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani per riniziare, per stravolgere tutti i miei piani, perché sarà migliore e io sarò migliore come un bel film che lascia tutti senza parole”. Il rimorso per quello che sarebbe potuto essere e che non è stato è forte: “E mi son fatto rubare forse gli anni migliori dalle mie paranoie e da mille errori”. C’è anche un’ancora di salvezza, un appiglio gettato dall’alto: “Ma qualcuno lassù mi ha guardato e mi ha detto: “Io ti salvo stavolta, come l’ultima volta”. Ciononostante la canzone si chiude con una nota negativa: “ma poi rimango fermo, guardo la vita in foto e già è arrivato un altro inverno, non cambio mai su questo mai, distruggo tutto sempre, se vi ho deluso chieder scusa non servirà a niente”. Qui sotto la versione di Nesli.

Musica di Natale

Non manca molto a Natale. Nel 2009 sul blog avevo postato alcune canzoni non tradizionali sul Natale: Morgan, MCR, Baglioni, De Gregori, Carboni, Articolo 31. A breve posterò delle novità…

La storia di Michele

Michele Aiello è l’uomo che ha ispirato a Fabrizio De Andrè questo brano, molto probabilmente un immigrato del sud a Genova. La vicenda non è complessa: Michè è in carcere e deve scontare vent’anni per l’omicidio di un rivale in amore, l’uomo che voleva rubargli la bella Marì. Solo che Michè non resiste all’idea di stare lontano dalla sua amata per un periodo così lungo e decide pertanto di impiccarsi con una corda, l’unico sistema escogitato per costringere la Corte che lo aveva condannato ad aprirgli la porta del carcere in anticipo. Il gesto viene compiuto di notte, al buio, come sottolinea tre volte De Andrè che si ricorderà di Michè tutte le volte che sentirà cantare un gallo. Viene allora alla mente un’altra notte di circa duemila anni fa, dove risuonò il canto di un altro gallo, quello del Vangelo di Luca (Lc 22, 60: “…E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò.”.), così come l’atto dell’impiccagione riporta al gesto di Giuda (Mt 27,5: “Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi.”). Ma Pietro e Giuda sono narrati nella Bibbia come rinnegatore l’uno e traditore l’altro, mentre Michè non tradisce né rinnega nessuno. Anzi, forse ciò che lo ha portato all’omicidio è stata proprio la paura di poter essere tradito, il timore di perdere l’unica ragione della sua vita: Marì. E ora la constatazione di non poter vivere vicino al suo amore e di dover attendere vent’anni lo fanno decidere per la morte; De Andrè canta che Michè con la morte vuole anche mantenere la propria condizione di innamorato, ricordare il bene profondo che prova per la sua amata. Nessuna pietà poi per il defunto Michè neanche da un prete: nessuna messa prevista per un suicida. Solo la consolazione di una croce col nome e la data posta dalla mano di qualcuno nella terra bagnata proprio alla stessa ora della morte di Gesù (Mc 15, 34-37: “Alle tre… Gesù, dando un forte grido, spirò”). Mi piace cogliere in questa immagine piovosa e umida il calore di una speranza che viene dal Cristo, quella speranza che l’uomo di Chiesa non ha saputo dare. De Andrè tornerà su tale questione in Preghiera in gennaio: intollerabile per lui (e non solo) che al suicida, proprio a colui che maggiormente può aver bisogno dell’abbraccio del Cristo sofferente, venga tolta tale possibilità.

Ti do la musica, mi leggo il tuo hard-disk…

La cosa mi inquieta e non poco. Prendo da Avvenire questo articolo di Gigio Rancilio.

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È l’uovo di Colombo. Un’idea da vecchia politica applicata al futuro e alla generazione digitale. Un bel condono tombale sui pirati musicali che scaricano canzoni illegalmente da Internet. Il tutto a un prezzo molto vantaggioso: 24,99 dollari a testa, fino a un massimo di 25mila brani. Meno di un dollaro ogni mille canzoni pirata. Prima di inorridire, è meglio che sappiate che la pirateria sta davvero uccidendo la musica. In Europa un utente di Internet su quattro scarica canzoni illegalmente. In Brasile e in Spagna la percentuale schizza al 44 e 45%. Secondo i discografici, entro il 2015, la pirateria avrà mangiato 1,2 milioni di posti di lavoro nell’industria musicale, creando perdite pari a 240 miliardi di dollari. Di contro tutti (o quasi) sanno che il futuro della musica è online. A scommetterci sono tanti. Al punto che i servizi che offrono musica legale su Internet nel 2004 erano meno di 60 e oggi sono oltre 400. Il più forte è indubbiamente iTunes di Apple che l’anno scorso ha festeggiato i 10 miliardi di brani venduti via Internet in meno di otto anni. Partendo da questi dati, Apple e industria musicale hanno capito che l’unica strada per sconfiggere la pirateria è di renderla svantaggiosa economicamente. Ecco nata la nuova rivoluzione Apple che si chiama iTunes Match ed è di fatto un condono ai pirati musicali. Il suo funzionamento è semplice quanto un po’ inquietante. Abbonandosi al servizio per meno di 25 dollari l’anno – per ora funziona solo negli Stati Uniti – Apple mette a disposizione su un server remoto («<+corsivo>iCloud<+tondo>», l’ormai celebre “nuvola”) uno spazio dove immagazzinare tutta la musica che amiamo, rendendola disponibile per ogni computer, telefonino o lettore mp3 che abbiamo o che avremo. Di servizi così ne esistono a decine, in ogni parte del mondo. Quello di Apple, però, ha 20milioni di canzoni e soprattutto una servizio in più. Si offre da solo e automaticamente di mettere a posto e di rendere legali tutti i brani salvati (legalmente o illegalmente) nella nostra libreria musicale, sino a un massimo di 25mila. In pratica, quando ci si collega via Internet a iTunes Match, un programma legge il nostro hard disk (e qui la cosa si fa per certi versi spinosa) e scova i brani di pessima qualità e/o illegali che abbiamo salvato, sostituendoli in automatico con le stesse canzoni ma legali e di ottima qualità. Ovviamente Apple si impegna a non divulgare ai discografici o a terzi le notizie di eventuali crimini trovati. E al contempo ha promesso all’industria musicale di dividere con lei una bella fetta di questi abbonamenti. I quali, in prospettiva, possono diventare dei grandi alleati dell’industria. Facciamo un banale esempio: appena iTunes Match saprà che sta uscendo il nuovo album di un certo artista, avvertirà via computer tutti gli utenti nel mondo che hanno da uno a più brani di quell’artista salvati sulle loro nuvolette. In questo modo, il cosiddetto marketing mirato diventerà facilissimo. E tutti, una volta di più, saremo schedati nei nostri gusti e nei nostri comportamenti. In America è già un successo. Al punto che, come riporta Punto Informatico, «a poche ore dal suo debutto i server del servizio cloud sono stati sotto pressione tanto da costringere Apple a bloccare temporaneamente (per qualche ora) le nuove iscrizioni».

Un lampo nell’aria

Ivano Fossati poco tempo fa ha annunciato che l’album Decadancing e il tour da poco iniziato saranno gli ultimi per lui: si ritirerà dalle scene. La prima traccia del CD è La decadenza, di cui posto il testo e l’esecuzione fatta in tv da Fazio. Il cantautore parla del nostro tempo, fatto di decadenza e degenerazione del pensiero, di oscurità e di mancanza di speranze, di bassa marea e di incertezze, di parole e persone senza chance. Come uscirne? Andando alla ricerca di una seconda possibilità chiedendola a Dio o all’uomo, all’amore: “Qui serve un segno di rispetto per la gente … serve un lampo nell’aria che si accenda oppure un’idea”.

In piena decadenza le parole non hanno chance 
è proprio una faccenda inquietante il pensiero che degenera 
Facciamo un affare con Dio ci lasci una seconda possibilità se può 
in questa decadenza, in mezzo a tanta oscurità, le speranze non hanno chance 
C’est la décadence c’est la décadence
Nessuna incertezza mai più in nome del cielo davvero mai più 
Qui serve un segno di rispetto per la gente in questa bassa marea 
serve un lampo nell’aria che si accenda oppure un’idea 
C’est la décadence c’est la décadence 
Mi guardo a sinistra poi guardo verso destra 
e tutto quello che ho da vedere è una frontiera da attraversare con te 
Facciamo un affare noi due ci diamo una seconda possibilità 
È la sopravvivenza è un biglietto per andare più avanti 
È trovare un lavoro è decenza 
È sapere con chi stare
È la differenza è un biglietto per andare più avanti
È trovare un lavoro è decenza
È sapere a chi spingere davanti 
C’est la décadence 
In questa decadenza le parole non hanno chance 
C’est la décadence 
In questa decadenza le persone non hanno chance 
C’est la décadence c’est la décadence

Fermento

In questi giorni a scuola c’è un po’ di fermento, ed è un fermento che mi piace. Pare, infatti, che quest’anno ci siano diversi studenti interessati a candidarsi come rappresentanti di Istituto, o comunque interessati a vivere da protagonisti attivi la scuola. Mi è venuta in mente la canzone “Lo scrutatore non votante” di Samuele Bersani. Il primo verso recita:

“Lo scrutatore non votante è indifferente alla politica
ci tiene assai a dire oissa ma poi non scende dalla macchina
è come un ateo praticante seduto in chiesa la domenica
si mette apposta un po’ in disparte per dissentire dalla predica.”

Riassume l’atteggiamento di molte persone davanti alla politica, ma non solo: davanti alla società, o meglio, al sociale, al volontariato, agli impegni, persino allo sport. E’ la posizione di chi ha ben presente i problemi e a volte anche le soluzioni, ma piuttosto che mettere le mani in pasta preferisce mantenere quel tanto di distacco sufficiente a non lasciarsi coinvolgere del tutto. Per restare in ambito politico è un po’ come una forza che preferisce stare sempre all’opposizione a criticare o magari proporre soluzioni belle ma anche irrealizzabili. Ideali e parole sembrano non avere un legame diretto con la vita concreta: “prepara un viaggio ma non parte, pulisce casa ma non ospita”. Ecco allora che vedo di buon occhio questo lavorio, questo brulicare di idee e desiderio di mettere le mani in pasta, con la speranza che, anche se non eletti, lo spirito resti quello della collaborazione fattiva e non della critica fine a se stessa. La canzone prosegue dicendo

“Lo scrutatore non votante
è sempre stato un uomo fragile
poteva essere farfalla ed è rimasto una crisalide”.

L’augurio è quello di vedere un bel po’ di farfalle…

L’accidia e il volo

Posto un pezzo di Laura Cioni sull’accidia preso da Il sussidiario e una canzone che vedo ben collegata all’articolo. La canzone è dei miei amati Helloween: “Eagle fly free” e il ritornello canta “Aquila, vola libera, lascia che le persone vedano, fallo a modo tuo, lascia indietro il tempo, segui il segno. Un giorno voleremo insieme”

“Tra i vizi capitali il meno noto, anche se molto diffuso, è l’accidia. Se ne è scritto in tutti i tempi, riflettendo sulla vita morale in base ai concetti di vizi e virtù, in una modalità concreta e facilmente osservabile anche nella vita quotidiana. Orazio, così saggiamente epicureo, in una sua epistola definisce l’accidia strenua inertia, smaniosa inerzia, in altre parole inquietudine. Tacito racconta il languire degli studi in tempi di oppressione politica e realisticamente afferma che la ritrovata libertà ne favorirà la ripresa, ma con fatica, perché vi è una segreta dolcezza anche nell’inoperosità che, dapprima invisa, alla fine viene amata.

Per san Tommaso l’accidia non è solo l’indugio a decidersi per il bene e l’incostanza nel perseguirlo, ma più precisamente la tristezza del bene, una inattività dell’anima che non vuole e insieme non può volgersi alla vera gioia.

Dante la rappresenta nell’Inferno ponendo gli accidiosi insieme agli iracondi nel pantano dello Stige: Fitti nel limo, dicon: “Tristi fummo/ nell’aere dolce che dal sol s’allegra,/ portando dentro accidioso fummo:/ or ci attristiam nella belletta negra”: come furono tristi nella vita, avvolti nel fumo della negligenza, così nell’eternità vivono lo stesso umor nero, che li stringe alla gola come la melma di cui hanno piena la bocca. Il poeta ritorna sull’accidia nei canti centrali del Purgatorio, dove spiega la dinamica della libertà umana; per bocca di Virgilio definisce l’accidia amor del bene scemo/del suo dover, ovvero desiderio solo intenzionale, privo degli atti necessari a raggiungerlo e a gustarlo. Dante spiega come ogni uomo desideri il vero bene e lotti per ottenerlo: Ciascun confusamente un bene apprende/ nel qual si queti l’animo, e disira;/per che di giugner lui ciascun contende. E proprio sul limite della balza vede gli accidiosi pentiti espiare il fatto di non aver assecondato alcun desiderio e di non averlo perseguito con amore lesto e operoso: Se lento amore in lui veder vi tira,/ o a lui acquistar, questa cornice,/ dopo giusto penter, ve ne martira.

L’insufficiente energia morale dell’accidia è riconosciuta come propria da Petrarca nel Secretum, il dialogo letterario con sant’Agostino; in quest’opera egli la fa risalire al disinganno. Anche in questo i moderni, e non solo i poeti, sono un po’ tutti suoi eredi.

Si può ipotizzare che l’accidia sia un vizio predominante dei nostri giorni; molti segnali lo indicherebbero alla semplice osservazione: la disistima di direttive decise, la noia, lo spreco, la mania dell’effimero, la scontentezza, il risentimento sono comportamenti diffusi e poco percepiti e proprio per questo generatori di mali peggiori che riempiono la società di violenza e di ingiustizia.

Come si corregge questa cattiva abitudine dell’anima connessa con l’inattività, con l’inquietudine, con l’ira, con la malinconia?  E’ difficile vincere la tristezza del bene con le sole proprie forze, ma  anche tante parole che ingombrano di pareri, di consigli, di prediche appaiono poco efficaci. Un avvenimento  può scuotere la vita e cambiarle direzione, come si nota nelle biografie dei grandi e in vicende famigliari più nascoste. Certo, la grande risorsa è quella di essere presenti a se stessi, di ammettere i propri errori, di prevedere la fatica di rialzarsi e di ricominciare a camminare. Magari la scoperta di un nuovo amore. Ma una esperienza data a taluni, decisiva, è stata descritta da Agostino negli ultimi dialoghi con sua madre: egli immagina che per l’uomo tutto taccia, la terra, il cielo, l’anima stessa e in questo silenzio egli possa udire la voce di Dio parlare non attraverso le cose, ma con la sua stessa bocca; allora non sarebbe questo l’“entra nel gaudio del tuo Signore”? Se la scoperta della gioia di Dio, imprevedibile e duratura, irrompesse in un punto cruciale della vita, vincerebbe l’accidia di schianto: “Noi siamo stati liberati come un uccello dal laccio dei cacciatori; il laccio si è spezzato e noi siamo scampati”. Resterebbe la libertà di volare.”

Accendo il sole per te

Un’altra cantante che amo moltissimo è Gianna Nannini che in questo brano parla del rapporto di amore-odio con suo padre. Il titolo è “Babbino caro”. La canzone l’avevo già proposta all’interno del post “A caccia!” ma vale la pena riprenderla

Aiutami a non piangere adesso siamo soli

La rabbia ormai è cenere mio eterno dittatore

Stai qui stai qui e dammi il buon esempio

Non devi far vedere al cielo che hai paura oh oh

Babbo non l’avevi detto che finiva tutto e mi lasciavi qui

Babbo dammi ancora addosso

la vita è un gioco rotto se non ci sei più

Stai giù stai giù, fermiamo questo tempo

ed io con la forza che ho di te non ti abbandono oh oh

Babbo non l’avevi detto che finiva tutto e mi lasciavi qui

Babbo stammi ancora addosso

la vita mi fa freddo se non mi copri più

E vai via dalle mani babbino caro

accendo il sole per te e non ti perderò

E la vita non è come un angelo che

si alza e danza sulla punta dei piedi

E la vita che hai e che vedi andar via

io vorrei ridartela come se fosse mia.

Babbo non l’avevi detto che finiva tutto e mi lasciavi qui

Babbo stammi ancora addosso

la vita mi fa freddo se non mi copri più

E vai via dalle mani babbino caro

accendo il sole per te e non ti perderò

Verso l’altro lato del mare

In 4BL abbiamo cominciato a parlare di un argomento molto delicato che va a toccare corde profondamente personali: morte e aldilà. Mi è venuto in mente il testo della canzone “I don’t wanna cry no more” del mio gruppo metal preferito, gli Helloween. Vi posto testo (tradotto da www.dartagnan.ch) e video.

Hey, fratello, ti ho perso così

hai bussato alla porta del Paradiso

e non t’abbiamo più visto

dev’essere assurdo ciò per cui viviamo

perchè Dio ha smesso di tenerti sulla scala della tua vita

chiamo il tuo nome con le lacrime agli occhi

Non voglio più piangere

il passato mi ha dato felicità e dolore

la vita è fuggita come un fiore

da una distanza, dopo la sofferenza

prego il Signore di custodire la tua anima

non voglio più piangere mentre ti perdiamo

La vita è come una passeggiata su un filo alto

tu sei scivolato ti ho visto in una vena morente

alti come le montagne sembrano tutti i problemi che ho

ma quando sento la tua voce molto lontano fuori dal buio

ti fai strada in fondo alla mia mente

Non voglio più piangere

il passato mi ha dato felicità e dolore

la vita è fuggita come un fiore

da una distanza, dopo la sofferenza

prego il Signore di custodire la tua anima

non voglio più piangere mentre ti perdiamo

Pelle ed ossa non toccano il cielo

Spero che troverai il passaggio fuori dal buio

verso l’altro lato del mare e so che ti vedrò ancora

Non voglio più piangere

il passato mi ha dato felicità e dolore

la vita è fuggita come un fiore

da una distanza, dopo la sofferenza

prego il Signore di custodire la tua anima

non voglio più piangere mentre ti perdiamo

Musica di libertà

In prima quasi ogni anno riusciamo a vedere il film Swing Kids. Ecco che sull’ultimo numero di XL Carlo Lucarelli ne parla in un pezzo.

Immaginiamo una sera, ad Amburgo, metà anni 30, nel cuore della Germania nazista. C’è un gruppo di ragazzi che ne incontra un altro proveniente dalla direzione opposta. Sono vestiti in modo simile, hanno la stessa cultura, lo stesso stile di vita e quando si incontrano si salutano alzando il braccio: «Swing heil»! È un errore? Un difetto di pronuncia? Il saluto nazista è «sieg heil!», ma no, l’hanno fatto apposta. Perché presi dall’abitudine e visto il luogo e il periodo abbiamo immaginato quei ragazzi vestiti con le divise brune della Gioventù hitleriana e invece sono tutti giovani appassionati di musica jazz, quello di Count Basie, Duke Ellington e Benny Goodman. Così appassionati da vestirsi nello stesso modo e parlare con lo stesso gergo, come più avanti succederà a rockabilly, punk, dark e così via.

Sono gli Swingjugend, la gioventù dello swing, raccontata dal film Swing Kids, di Thomas Carter, e rispetto ai vari gruppi di tendenza che verranno dopo hanno qualche problema in più. Perché non si tratta soltanto di subire le critiche dei genitori e le occhiate della gente “normale”, o di evitare risse coi gruppi rivali tipo mod e rocker o skin e punk. Siamo nella Germania nazista e per ballare lo swing o per ascoltare jazz i ragazzi erano costretti a incontrarsi clandestinamente in qualche locale o a casa per sentire la Bbc, la radio inglese proibita dai nazisti, o per mettere sul grammofono qualche disco fatto arrivare di nascosto dalla Danimarca. La sera c’era il coprifuoco, gli eventi notturni sopravvivevano solo grazie al passaparola, ad una lista segreta di invitati che si dovevano presentare all’ingresso con una parola d’ordine per poter entrare e al continuo spostamento dei luoghi in cui venivano tenute le feste. Sembrava che per poter ballare lo swing si dovesse appartenere a una società segreta. E anche se i ragazzi a volte lo trovavano divertente, c’era poco da scherzare, perché il rischio era quello di finire in un campo di concentramento. Gli Swingjugend indossavano vestiti all’inglese, con giacche lunghe che arrivavano a metà coscia e pantaloni stretti alle caviglie, scarpe larghe a punta, con suole spesse e appositamente non lucidate. Portavano un cappello, quasi sempre una bombetta, e il colletto rotondo della camicia era sorretto da stecche di legno inserite sotto il papillon, o anche sotto sciarpe sgargianti. Portavano capelli lunghi, disordinati, lucidati con l’olio, perché la brillantina in quel periodo di grave austerità era difficile da trovare. E poi un ombrello, che non aprivano mai, neppure sotto la pioggia. Le ragazze, invece, indossavano maglioni a collo alto sotto cappotti di pelliccia, facesse freddo o caldo, e portavano i capelli lunghi fino alle spalle, con grandi boccoli. Scarpe e gonne molto corte. Si segnavano le sopracciglia con la matita e si truccavano con rossetto e smalto. Per vestirsi così in quegli anni di ristrettezze economiche a cavallo della Seconda Guerra I Mondiale ci voleva l’appoggio dei genitori, oppure fare sacrifici, ricorrere al mercato nero o rimediare qualcosa adattando vecchi vestiti dismessi. Ma non era soltanto una questione di soldi. Perché anche se ufficialmente non c’era niente di politico nel vestirsi così e nell’ascoltare jazz e swing, solo la voglia di divertirsi e di seguire una moda originale, essere uno Swingjungend significava mettersi nei guai con la Gestapo, la polizia politica nazista, intanto perché stile e musica venivano da Inghilterra e Stati Uniti, paesi nemici, ma soprattutto perché un sistema totalitario come quello nazista non può tollerare uno stile di vita alternativo.

«La gioventù tedesca del futuro», scriveva Hitler, «deve essere snella e agile, veloce come un levriero, forte come il cuoio e dura come l’acciaio Krupp». Per l’ideologia nazista jazz e swing erano considerati offensivi, erano “Negermusik”, musica composta e suonata da afroamericani, diffusa dall’industria dei media dominata dagli ebrei, e dunque considerata “entartete kunst”, arte degenerata. Era vista come prova di inferiorità delle razze non ariane. Insomma, per i nazisti in quella musica c’erano tutti gli ingredienti con i quali non volevano avere a che fare: americani, ebrei e neri. Altro che swing, per i giovani nella Germania nazista c’era solo la Hitlerjugend, la Gioventù Hitleriana. Il suo compito era modellare i giovani con una rigida disciplina, fatta di obbedienza, cameratismo e senso del dovere, per farla diventare il futuro esercito del Terzo Reich. Le altre associazioni furono sciolte, a partire da quelle sportive, del tempo libero e quelle religiose. Dal 1936 la Hitlerjugend divenne l’organizzazione unica per tutti i giovani di età compresa tra i 10 e i 18 anni e arrivò a inquadrare 8 milioni di ragazzi.

All’inizio non è che i nazisti avessero le idee chiare su come comportarsi con questi ragazzi appassionati di musica che non erano una vera e propria organizzazione. Erano botte quando si incontravano con quelli della Gioventù hitleriana e il fatto che non si preoccupassero del coprifuoco, dei divieti di danza, o del divieto di ascolto delle stazioni radio nemiche, dava la possibilità alla polizia di intervenire con arresti e chiusura dei locali. Il problema, però, è la loro stessa esistenza. Swingjugend, swing heil, il loro stesso stile di vita, così trasgressivo e ironico, è una presa in giro e quindi una critica che un regime non può tollerare. Non è più solo divertimento, o meglio, proprio in quanto tale è “politica”. Intanto arriva la guerra e l’intolleranza nazista alla musica “degenerata” si fa più dura. E non solo in Germania. Nel 1940, con l’invasione di Parigi, i nazisti hanno a che fare con una capitale brulicante di vita notturna. Così si preoccupano subito di chiudere tutti i night club in cui si suonava il jazz. Almeno ufficialmente, e per quelli non frequentati da ufficiali e soldati in libera uscita, che devono arrangiarsi in un altro modo. E così che nasce il termine discoteca, dal nome di un locale sorto illegalmente nel 1941 in rue Huchette, chiamato appunto Le Discothéque. Da allora il termine servì per indicare un night club che,

invece delle performance live dei musicisti, offriva un fonografo per suonare i dischi e un disc jockey per selezionarli.

Ad Amburgo, considerata il centro della Swingjugend la Gestapo e la polizia si accaniscono con arresti, interrogatori e torture. Nel 1941 più di trecento Swingjugend vengono arrestati e l’anno successivo Himmler stesso interviene con una lettera per dare ordine che i leader di questo “gruppo sovversivo” vengano internati nei Jugendschutzlager (i campi di detenzione per la gioventù). I ragazzi finiscono a Moringen e le ragazze a Uckermark. Dal 1942 gli ebrei presenti tra gli Swingjugend furono isolati e deportati in altri campi, come Bergen-Belsen, Buchenwald o Auschwitz.

Nel gennaio del 1943 Günter Discher, uno dei più attivi tra i “giovani dello swing”, viene arrestato e portato a Moringen. È sopravvissuto a quella devastante esperienza e oggi, a ottantacinque anni, ricorda che nella miniera di sale che stava al campo c’era un’ottima acustica. Anche là Günther e i suoi coetanei improvvisavano concertini jazz con strumenti di fortuna o addirittura usando solo la voce per riprodurne il suono. Era una strategia di sopravvivenza. Ancora oggi, Discher coltiva la sua passione per il jazz con una collezione di circa 25.000 lp e oltre 10.000 cd.

Ha una propria etichetta e per la Günter Discher Edition ha realizzato diverse compilation di tracce rare della sua collezione privata che sono state restaurate e rimasterizzate con suoi interventi personali in cui illustra le caratteristiche dei vari artisti jazz. Tiene conferenze alle università in cui racconta del suo amore per la musica swing ed è il più anziano dj della Germania. Con lui la musica, il suo swing, il jazz di Benny Goodman e Duke Ellington, hanno vinto sul nazismo di Hitler.

L’ultimo Dio di Vasco

Nell’ultimo album di Vasco Rossi c’è una canzone dal titolo molto letterario anche se si tratta di un titolo nato per gioco… «È nato per scherzo e poi è diventato Ilmanifesto futurista della nuova umanità, ho citato Marinetti ma non so neanche cosa ha fatto» ammette Vasco a XL. L’artista di Zocca canta in prima persona e si rivolge direttamente a Dio, un Dio nel quale l’uomo nuovo non ha più fede: «io veramente penso che non si può più avere fede in un creatore e credo che ormai possiamo avere fede solo nell’uomo. Adesso siamo noi il miracolo della natura, siamo noi la cosa straordinaria da adorare.
L’uomo è anche capace di creare
perché sono le donne quelle che creano la vita sul serio, non Dio. Io credo solo alle leggi della natura
e la sua forza più grande è l’amore, quello che fa fare delle cose senza volere niente in cambio. Non esiste più un creatore con delle idee o dei concetti fissi da seguire. Dobbiamo credere in noi stessi e cercare di migliorare noi il nostro mondo. Costruire il rispetto per se stessi è la cosa più importante, anche se io non ci sono mai riuscito».

La prima parte della canzone mi ricorda tanto il personaggio biblico di Giobbe che viene travolto nella sua tranquillità e si ritrova catapultato in un mare di dubbi e domande, in un oceano agitato senza alcun appiglio. Canta Vasco: “La cosa più semplice, ancora più facile, sarebbe quella di non essere mai nato. Invece la vita arriva impetuosa ed è un miracolo che ogni giorno si rinnova. Ti prego perdonami, ti prego perdonami, ti prego perdonami se non ho più la fede in te. Ti faccio presente che è stato difficile abituarsi ad una vita sola e senza di te. Mi sveglio spesso sai, pieno di pensieri, non sono più sereno, più sereno com’ero ieri. La vita semplice che mi garantivi adesso è mia però, è lastricata di problemi”. Mi torna alla mente anche un passo de “La nascita della tragedia” di Friedrich Nietzsche: “L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: ‘Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto.’” Diverso è l’approdo di Vasco: “Sarà difficile non fare degli errori senza l’aiuto di potenze Superiori, ho fatto un patto, sai, con le mie emozioni le lascio vivere e loro non mi fanno fuori”. Dio viene quindi accantonato da Vasco: attenzione, non dice che Dio non c’è (tanto più se gli si rivolge…) ma afferma di non avere più fede in lui. Certo, sarebbe da chiedersi quale Dio abbia conosciuto l’artista, perché io un Dio che mi garantisce una “vita semplice” non l’ho mai incontrato…

Una rivolta musicale

Dopo aver postato tanti articoli sulla crisi dei paesi che si affacciano sul mediterraneo africano, aggiungo questo pezzo di Laura Sponti preso da XL. Parla di rapper tunisini che da tempo cantano il desiderio di libertà, più un pezzettino finale su Karkadan che dal 2003 vive in Italia.

«C’è qualcosa che dovete vedere subito». Siamo appena atterrate a Tunisi, il tempo di lasciare i bagagli in albergo e il telefono già squilla: è uno dei nostri contatti. L’appuntamento è nella piazza, della Kasbah, la zona dei palazzi del potere, ai tempi del raìs vietata ai cittadini. Sono i canti a raggiungerci prima delle immagini. Canzoni arabe spezzate da versi rap. La piazza è stata nuovamente occupata con un tam tam sulla Rete, per chiedere che se ne vadano tutti «i complici di Ben Ali», insediati nei posti di comando, e un migliaio di persone è qui con le loro tende per far vivere la zona giorno e notte. Musica, interventi da un palco improvvisato sulla scalinata del ministero delle Finanze, capannelli, slogan. Mi dicono «Questa è la Tunisia che vogliamo». E riprendono a urlare: Degagé, degagé, degagé, sgombrate il campo. Sono tutti giovani, ragazzi e ragazze con o senza velo, perché questa è una rivoluzione di giovani e il rap è più di una colonna sonora. «Il rap ha seminato da molto prima della rivoluzione il germe della rivolta», come dice Akram Hamdi in arte Campos, degli Armada Bizerta, crew clandestina di ventenni. Il regime non ha perdonato: il rapper El General, 21 anni, è stato arrestato per una canzone contro Ben Ali. Manette per far tacere chi ha chiesto non solo pane, ma libertà di sognare e costruire il proprio futuro. El General è ormai libero. Per incontrarlo partiamo per Sfax, seconda città del paese a tre ore da Tunisi. Sfax affaccia su quel mare che per anni ha rappresentato l’unica speranza di cambiare vita in un paese dove la disoccupazione giovanile supera il 60 per cento a fronte di 80.000 laureati all’anno. Ci aspetta di fronte all’ambasciata libica presidiata dai militari dove si protesta contro Gheddafi. El General racconta di come è stato catturato da una trentina di poliziotti all’inizio della rivolta di gennaio. Gli agenti sono arrivati a casa sua nel cuore della notte e l’hanno portato nelle celle del Ministero degli Interni a Tunisi insieme ad alcuni blogger. Lì dove si tortura. Ci spiega che a far scattare l’arresto sono stati i testi di Tounes Bladna: «La Tunisia è il nostro paese, e i suoi uomini non si arrendono mai, la Tunisia è il nostro paese, mano nella mano, tutta la gente, la Tunisia è il nostro paese, oggi non abbiamo ancora trovato pace». Ma anche e soprattutto Raìs Le Bled. Una video lettera a Ben Ali postata in Rete: l’invito a scendere in strada e vedere la sofferenza del paese. Parla poco e solo in arabo Hamada Ben Amor: è timido nonostante il suo nome di battaglia, El General, che ha scelto perché si sente in battaglia. Lui e gli altri rapper. «Sono stato minacciato e interrogato. Ho passato tre giorni in isolamento. E temevo il peggio… La mia salvezza è stata che la notizia si era diffusa in Rete e così non mi hanno toccato». Le prime minacce gli erano arrivate già nel 2008. «Tramite uno zio che lavorava al Ministero degli Interni, mi era stato dato l’amichevole consiglio di smettere di parlare di alcune cose e di dedicarmi al lato più ludico della musica. Ma io ho continuato: tanto dopo un ventennio eravamo tutti con il piede nella fossa». A farci da interprete c’è Hessen Kossentini, aka Don Koss, suo grande amico nonché arrangiatore e produttore. Ha 32 anni e una piccola casa di produzione indipendente, la Hard Bits, che ha messo su clandestinamente, in un sottoscala di Tunisi quando era studente. Ci racconta del suo risveglio il 18 dicembre 2010, una mattina come tante altre, quando trova sul suo Facebook la notizia che a Sidi Bouzid, cittadina nel centro della Tunisia, un venditore ambulante Mohamed Bouaziz di 26 anni si è ucciso dopo l’ennesimo sopruso da parte della polizia che gli ha sequestrato il suo carretto di verdura e legumi. Un ragazzo come se ne incontrano tanti in Tunisia, aveva studiato, era curioso della vita e con un sogno: avere una possibilità nella vita. E andato sulla piazza principale e si è dato fuoco. E altri cinque giovani hanno fatto lo stesso nei giorni successivi. «Bouaziz ha finito quello che il rap ha iniziato, è stata la miccia della rivoluzione…», dice Don Koss.

All’improvviso smette di parlare. «La polizia…». Si gira per controllare che nessuno lo stia ascoltando. Perché se il dittatore è fuggito, a capo del governo c’è ancora uno dei suoi: Mohamed Ghannouchi, «uno dei cani che ci ha lasciato Ben Ali», come dice El General. E’ venerdì 25 febbraio quando partecipiamo alla grande manifestazione, c’è il sole e la gente è allegra, canta, e cantando chiede le dimissioni di Ghannouchi. Kazy, aka Mr Ta.k.a, ci accompagna in piazza e sarà con noi per tutto il giorno. Ci racconta di come il rap «sia stato più forte di ogni censura. Cantavo per la strada anche mentre ci sparavano addosso. Per esorcizzare la paura e per tenerci uniti». Kazy ha 27 anni, vissuti tra rap, pugilato e motociclismo. È di El Morouj la banlieue sud di Tunisi dove altissime barricate hanno tenuto lontana la polizia. Al tramonto tutti insieme ci spostiamo verso il centro, Avenue Bourghiba per la precisione. Una grande via che ricorda un boulevard francese con i suoi caffè, ma qui ci sono carri armati e filo spinato. Partono i primi spari contro la folla. I tetti sono pieni di cecchini. Possono colpire tutti. A terra rimangono uccisi quattro giovani. I ragazzi rispondono alle pallottole con le pietre. E durante l’ennesima corsa per sfuggire alle raffiche che Kazy intona un rap: «Guardate cosa fa vostro padre, (il raìs e i suoi, ndr) come uccide la nostra gente, come la nostra aria è diventata irrespirabile e non solo per i lacrimogeni». Una cosa che non scorderò mai più.

Sabato è un nuovo giorno della rabbia con ancora scontri e altre vittime (almeno dieci). Sfilano i funerali dei ragazzi uccisi. In silenzio. Lungo il percorso brucia un commissariato e la bandiera della Tunisia strappata dall’ufficio di polizia viene deposta su una bara. La Tunisia è tutta un tumulto. Il ministero degli Interni vieta Music Of Revolution, il concerto organizzato a Biserta dalla Mezzaluna Rossa e dalla crew Armada Bizerta per raccogliere fondi destinati alle «famiglie dei martiri», i caduti della rivoluzione. Gli Armada Bizerta sono tre ragazzi giovanissimi malati di musica e rivoluzione. Li conosciamo nel loro minuscolo studio di registrazione, ricavato da una cucina della casa di uno di loro a Biserta: al muro un volto di Bob Marley, immagine vietata dal regime ma che i tre hanno sempre tenuto appesa. Insieme a una foto di Elvis Presley, il peluche di un orso bianco e la copertina con pugno chiuso del vinile di Power In The Darkness di Tom Robinson. E con un grande pugno chiuso sullo sfondo si presentano ai loro concerti. Comunisti? No, dicono gli Armada. Loro si sentono liberi, indipendenti e laici. Hanno sempre agito in clandestinità, lasciando uscire le tracce di notte, liberandole nel Web e affidandole alla potenza di social network in un paese dove il 34 per cento dei dieci milioni di tunisini è connessa alla Rete. Malek Khemiri, 21 anni, studente di scienze politiche, giuridiche e sociali e una delle voci di Armada Bizerta immagina oggi il suo futuro: «Pieno di ossigeno. L’ancien regime ci soffocava e ci divideva. I giovani non erano uniti, il paese nemmeno. Il Presidente ampliava le differenze tra nord e sud, est e ovest. Ora abbiamo capito che siamo tutti tunisini e arabi. Abbiamo le stesse origini, parliamo la stessa lingua e vogliamo le stesse cose. La religione e la laicità possono convivere, così come le persone». Veniamo raggiunti nello studio-cucina da Lak3y, 25 anni, rapper del SounD Of FreeDoM, un collettivo e una etichetta discografica indipendente che raggruppa musicisti, graffitari, skater. Lak3y è diplomato in computer grafica e disoccupato da tre anni. I suoi testi sarcastici hanno raccontato di una Tunisia come il migliore dei mondi possibili: «Uso l’umorismo e a volte anche un po’ di cinismo perché è più facile raggiungere la gente in questo modo. In anni di dittatura abbiamo imparato a ridere delle nostre tragedie, come tutto il mondo ha poi potuto vedere non siamo un popolo che si piange addosso». La giornata passa tra freestyle improvvisati e una visita al campo da calcio dove un writer ha dedicato un murale agli Armada. E arriva la notizia delle dimissioni del primo ministro Mohamed Ghannouchi, sostituito da un vecchio sindacalista. Accolta con gioia ma anche preoccupazione. Perché la partita non è ancora chiusa. Lasciata Biserta raggiungiamo La Goulette, banlieue nord di Tunisi. Qui, dove abita, ci aspetta Mousse, 24 anni, che ha iniziato a fare rap da ragazzino. «Mi dicevano: parla di tutto, tocca gli argomenti che vuoi, ma non azzardarti a metterci in mezzo la politica. Ma io ho continuato a raccontare la realtà. Il primo testo che ho scritto andava contro la censura e il muro di silenzio tra le persone… Che cosa potevo fare? Cantare del nostro mare e della cucina tunisina? Oggi il nostro pubblico non è formato più solo da under trenta. Gli adulti hanno capito che questa rivoluzione è stata guidata dai giovani». I “grandi”, come li chiama Mousse, hanno capito che dopo i ventitré anni di silenzio della dittatura se proprio non vogliono ricominciare a parlare, devono quantomeno reimparare ad ascoltare. Ascoltare quei versi rap che sfidano anche le pallottole.

 

KARKADAN, RAPPER EMIGRATO: «SONO FIERO MA LASCIATE PERDERE I GELSOMINI» Karkadan è un noto rapper tunisino e vive a Milano da otto anni. Un nome che significa rinoceronte, ha scelto questo aka per la forza e il fascino di un animale corazzato, ma anche per il luogo dove vive: «Nel fango ed è da lì che io vengo», mi dice. Karkadan ha sempre mantenuto un legame con la Tunisia, ha scritto e cantato pezzi che raccontavano la situazione al di là del mare. E per queste canzoni, spiega, ha avuto minacce e problemi da parte del consolato tunisino e da chi gli sta intorno. Non gli piace la definizione rivoluzione dei gelsomini. «Sono morti tanti giovani per questa rivoluzione, e sono morti per la dignità e la libertà. L’idea dei gelsomini rimanda all’idea che hanno avuto gli europei di un posto bello e profumato dove trascorrere le vacanze. Per noi è tutt’altro, è di color rosso sangue e odora di bruciato, altro che gelsomino! Sono molto fiero della mia gente e la mia speranza è che le nuove generazioni di rapper conoscano la libertà di esprimersi senza il rischio di essere perseguitati o censurati. Mi resta una gran preoccupazione per il futuro… Dobbiamo essere vigili, temo che gli islamisti integralisti e le fazioni comuniste più estreme possano prendere il potere e questa sarebbe la nostra rovina!»

Jesus punk

Chi legge XL sa che nella prima parte del giornale c’è una rubrica intitolata Mondo che pubblica 4 brevi pezzi provenienti da altrettanti corrispondenti da città straniere. Barbara Pantanella ha scritto un articolo da Berlino, eccolo qui:

Nella “capitale atea d’Europa”, dove la maggioranza dei cittadini si professa senza Dio, i punk sembrano aver ritrovato la fede. Un grosso segnale è stata la conversione di Nina Hagen (cfr qui, ndr), icona del punk berlinese che è diventata una devota cristiana evangelica e si è messa a scrivere un libro su Gesù. Poi sono arrivati i Jesus Freaks, un movimento di ex punk e anarchici che amano Cristo più di qualsiasi Sid Vicious o Joey gebetomat_3.jpgRamone e che si sentono rifiutati dalle chiese tradizionali. Si riuniscono la domenica pomeriggio – perché la domenica mattina i punk dormono fino a tardi – in una ex birreria e il loro logo è una combinazione delle lettere greche alfa e omega, che però a ben guardare ricorda molto la A cerchiata degli anarchici. La messa è in realtà un concerto di musica rock, metal o indie secondo i casi, dove si suona, si balla, si mangiano patatine fritte al posto dell’ostia e si beve birra. Si legge anche la Bibbia, naturalmente, ma anche questa è poco tradizionale: scritta in un linguaggio giovanilistico infarcito di termini slang, è un progetto open source distribuito con licenza Creative Commons, in modo che tutti possano contribuire su Internet con suggerimenti e modifiche. L’edizione più recente è la Volxbibel 3.0 Reloaded. Fedeli alla filosofia punk, i Jesus Freaks organizzano anche un festival rock annuale, il Freakstock, e hanno creato anche la linea di abbigliamento Freakstyle. E per chi di spiritualità non ne ha ancora abbastanza, Berlino offre tanti altri modi per entrare in contatto con Dio senza passare dalla chiesa: basta entrare nel Gebetomat, il distributore automatico di preghiere in tutte le lingue e per tutte le religioni, che l’artista Oliver Sturm ha piazzato in centro città. Oppure fare un salto al chiosco Ixtys, che offre ottima cucina casalinga coreana. Le pareti sono tappezzate di estratti dalla Bibbia e il menu spiega che il kimchi, piatto tradizionale coreano, contiene tante vitamine e fa benissimo alla salute, ma che ancora meglio del kimchi è l’amore per Gesù Cristo.

Ora, sapete quanto sia di vedute ampie la mia religiosità… Solo che a volte tale ampiezza non ce la fa proprio a comprendere certe iniziative, o meglio, anche le comprende ma le colloca ben presto nell’ambito del ridicolo, del comodo, del kitsch; le tiene in considerazione come provocazioni, ma nulla più… Un problema di ristrettezza mentale mio?

A pochi chilometri da casa mia

Nel numero di dicembre-gennaio di XL c’era un’intervista a Elisa sul suo nuovo album Ivy. La cantante monfalconese, che oggi vive a Gradisca, parla di uno degli inediti del cd, “Sometime ago”. Leggendo le sue parole mi sono venuti alla mente i miei nonni che non ci sono più e un mio studente che ha perso il suo da poco.

“È una canzone su mio nonno. L’ho completata dopo che è morto aggiungendo una frase che mi aveva detto. Potrebbe sembrare un po’ banale perché mi ha detto semplicemente “Vai tranquilla!”». Inizia a cantare come fosse ubriaca. «You can go, you can go, you can go. I’ll be fine!», ma poi torna seria e mi commuove. «Me lo aveva detto quando non stava bene perché ha lavorato tantissimi anni in un cantiere dove c’era l’amianto. Come tantissimi uomini di Monfalcone della sua generazione ha avuto gravi problemi polmonari e respirava solo con mezzo polmone, ma aveva uno spirito straordinario. Lui mi ha trasmesso uno dei valori più grandi che ho avuto la fortuna di ricevere. Poco prima di morire in ospedale mi ha detto questa frase salutandomi con uno dei più bei sorrisi che abbia mai visto. Una serenità impossibile. Mio nonno è un dio per me, insieme a John Lennon e Bob Marley. Me li immagino insieme nell’aldilà, che giocano a carte”