Caos e nulla

jung-caos-ordineGioco a pallavolo. Ieri sera abbiamo fatto un buon allenamento, intenso, vivace. Durante una pausa-acqua Luca mi fa “Bell’allenamento, intenso, c’è voglia”. Gli rimando: “Sì, hai ragione, si cerca di tirar su ogni pallone. Magari un po’ caotico, però c’è tanta volontà.” Penso un attimo e aggiungo: “Meglio così: il caos si può ordinare, il nulla come lo organizzi?”. Luca: “Carino ‘sto concetto, se lo metti su fb sembra un aforisma”. Simone: “Fatta, domani lo metto come citazione di un anonimo. Lo sistemo e vediamo cosa succede.”

E fu così che si arrivò a “È possibile ordinare il caos, assai più difficile organizzare il nulla”. Gli sport di squadra, la pallavolo… son robe pericolose!

Le certezze di sfondo di Habermas

Politica, Europa, spinte separatiste, Merkel, religione, filosofia: questi sono, sommariamente, gli argomenti toccati da Jürgen Habermas in questa intervista pubblicata in giugno sulla “Frankfurter Rundschau” in occasione dell’85mo compleanno del filosofo. L’ho trovata su Reset-DoC, pubblicata il 22 luglio. Non è breve e non è da leggere alla leggera. Per appassionati, dritta nella categoria “Pensatoio”.

Juergen Habermas to receive Heinrich Heine prizeM.S. Signor Habermas, la prossima settimana lei compirà 85 anni. Che cosa significa per lei – alla sua età – “vivere il presente”? Quale filo la collega al mondo dei suoi figli e nipoti?

J.H. Sta pensando a una qualche “passione per il presente”? Sì, seguo sempre con passione gli sviluppi della politica. D’altro canto, veder schiacciare sul passato della storia la propria generazione fa un po’ l’effetto di uno “scuoiamento”. Ieri ho ricevuto la prima copia di una mia biografia[1] scritta da Stefan Müller-Doohm. Anche se la persona dell’autore, di cui ho la massima stima, non me ne darebbe motivo, io ho paura ad affrontare questo libro. Quanto ai miei figli, che sono già grandi, ho l’impressione che condividano tutto sommato le idee politiche e intellettuali dei loro genitori. Solo i miei nipoti sembrano già vivere già in un’altra epoca…

M.S. Retrospettivamente parlando, quali sono state le sue esperienze più importanti che la hanno indirizzato sul piano intellettuale e sul piano pratico?

J.H. Le esperienze intellettuali si lasciano facilmente ricondurre a determinati personaggi. Il mio primo filosofo l’ho incontrato nella figura di Karl-Otto Apel, che mi è stato prima mentore e poi amico. Lo straordinario privilegio di lavorare con Adorno mi ha fatto toccare da vicino un modo di pensare che è illuminante e affascinante nello stesso tempo. Anche Wolfgang Abendroth e Hans-Georg Gadamer sono ancora stati – per me – come una sorta di ultimi maestri accademici. Dopo di che ho potuto imparare da un’intera generazione di “peers” al di qua e al di là dell’Atlantico. Ho avuto soprattutto la fortuna d’incontrare sulla mia strada dei collaboratori brillanti, che mi hanno aiutato in tutte le svolte del mio pensiero. Questi sono stati, tutto sommato, i miei stimoli intellettuali. Ma lei chiede anche delle esperienze “sul piano pratico”. Chiunque sia sposato da sessant’anni e abbia figli, sa che ci sono cose ben più importanti degli stimoli intellettuali…

M.S. Lei venne subito famoso con il suo testo di abilitazione: Strukturwandel der Öffentlichkeit (1961)[2]. Il quadro empirico di riferimento è oggi del tutto cambiato. La sfera pubblica è infatti stata radicalmente trasformata dai nuovi mass-media. Come imposterebbe lei oggi questo lavoro? Come potremmo applicare ai rapporti presenti quel concetto enfatico – e normativamente impregnato – di “sfera pubblica” democratica cui lei non ha mai cessato di essere fedele?

J.H. Oggi vediamo come, persino in Occidente, procedure e istituzioni democratiche possano ridursi a vuote facciate se viene loro a mancare una sfera pubblica funzionante. Per converso, il funzionamento delle sfere pubbliche presuppone sempre esigenti condizioni di tipo normativo. Infatti i circuiti comunicativi pubblici non dovrebbero essere tagliati fuori dai processi decisionali effettivi. In Europa, anche la crisi politica degli ultimi anni ci ha insegnato molto su questi due aspetti del problema.

M.S. Internet è un vantaggio o uno svantaggio per la democrazia?

J.H. Né l’una cosa né l’altra. Dopo le invenzioni della scrittura e della stampa la comunicazione digitale rappresenta la terza grande innovazione sul piano dei media. Con la loro introduzione, questi tre media hanno consentito a un sempre maggior numero di persone di accedere, sempre più facilmente, a una massa sempre più grande di informazioni rese sempre più durevoli. Con l’ultimo passo rappresentato da internet abbiamo anche una sorta di “attivazione”: gli stessi lettori diventano autori. Ma questo, di per sé, non crea automaticamente progresso sul piano della sfera pubblica. Nel corso dell’Ottocento – con l’aiuto dei libri e dei giornali di massa – abbiamo visto nascere delle sfere pubbliche nazionali dove l’attenzione di un numero indefinito di persone poteva applicarsi simultaneamente sugli stessi identici problemi. Questo però non dipendeva dal livello tecnico con cui i dati erano moltiplicati, distribuiti, accelerati, resi durevoli. Si tratta, in fondo, degli stessi movimenti centrifughi che avvengono anche oggi nel web. Piuttosto, la sfera pubblica classica nasceva dal fatto che l’attenzione di un anonimo pubblico di cittadini veniva “concentrata” su poche questioni politicamente importanti che si trattava di regolare. Questo è ciò che la rete non sa produrre: anzi la rete, al contrario, distrae e disperde. Pensi per esempio ai mille portali che nascono ogni giorno: per i collezionisti di francobolli, per gli studiosi di diritto costituzionale europeo, per i gruppi di coscienza degli ex-alcolizzati. Nel mare magnum dei rumori digitali queste comunità comunicative sono come arcipelaghi dispersi: ce ne saranno miliardi. Ciò che manca a questi spazi comunicativi (chiusi in se stessi) è il collante inclusivo, la forza inclusoria di una sfera pubblica che evidenzi quali cose sono davvero importanti. Per creare questa “concentrazione” occorre prima saper scegliere – conoscere e commentare – i temi, i contributi e le informazioni che sono pertinenti. Insomma, anche nel mare magnum dei rumori digitali non dovrebbero andare perse quelle competenze del buon vecchio giornalismo che sono oggi non meno indispensabili di ieri.

M.S. Con Zwischen Faktizität und Geltung (1992)[3] lei ha offerto allo stato liberal-democratico un’imponente base di legittimazione. Cosa direbbe se qualcuno le facesse notare: Grazie a Habermas la democrazia ha vinto sul piano delle idee, resta però il problema di farla vincere nella realtà.

J.H. Direi: uno slogan amichevolmente avvelenato. Io ho soltanto illustrato uno dei possibili modelli di democrazia, e l’ho fatto in un senso puramente ricostruttivo, senza bisogno di suonare le trombe dell’utopia. La mia ricostruzione poggia sui presupposti pragmatici cui i cittadini non possono fare a meno di aderire tutte le volte che a) vanno a votare, b) portano avanti una causa in tribunale, c) si oppongono allo smantellamento dello stato sociale. Quando questi presupposti normativi (di nuovo: che ogni voto abbia nell’urna lo stesso valore, che i giudici siano imparziali, che i governi perseguano i programmi per cui sono stati eletti) vengono sistematicamente violati, allora crollano le pratiche che su di essi poggiano. Oppure tali pratiche vengono svuotate dall’interno ad opera del cinismo dei governanti e/o dalla muta apatia dei cittadini.

M.S. In certe critiche recenti, orientate più a Hannah Arendt che non a Carl Schmitt, si è anche sostenuto che il suo modello deliberativo – canalizzato in senso discorsivo – manca il suo obbiettivo in quanto vorrebbe ricostruire il Politico come un astratto processo scientifico-conoscitivo, laddove esso è piuttosto uno scontro violento per impadronirsi e mantenere il potere. Che cosa risponde a tali critiche?

habermasJ.H. In una società pluralistica la procedura democratica è l’unica fonte per produrre decisioni riconoscibili come legittime. Questa procedura assicura da un lato inclusione (vale a dire partecipazione di tutti i cittadini), dall’altro lato deliberazione (per es. campagne elettorali e dibattiti parlamentari, in base a ciò che elettori e legislatori decidono di scegliere). Proprio per via di questo elemento di pubblico dibattito – un dibattito che deve svolgersi prima di andare a votare – il risultato delle elezioni politiche (la spartizione del potere tra i partiti concorrenti) è qualcosa di diverso dalle semplici inchieste demoscopiche. Ciò non ha tanto a che vedere coi processi della conoscenza scientifica, quanto piuttosto con l’aspettativa che i problemi politici riescano a trovare una soluzione il più possibile razionale. Questa “aspettativa di razionalità” richiede infatti che – nel formulare proposte significative – siano messe pubblicamente sul tavolo informazioni attendibili e buone ragioni. In questo processo le ragioni normative hanno spesso un ruolo più importante degli stessi dati empirici o delle certificazioni degli esperti: e comunque devono sempre essere ragioni in grado di “contare”. Questa dimensione cognitiva della formazione della volontà (sia dei cittadini che dei politici)[4] diventa ancora più importante quando cresce l’orizzonte d’incertezza in cui dobbiamo prendere le decisioni.

M.S. Un grande tema cui lei è appassionato è l’Europa e la sua unificazione democratica. Di recente lei ha a proposto, in un seminario a Princeton[5], di modificare la costituzione europea nel senso di trasformare il Consiglio dei ministri in una rappresentanza dei singoli stati, facendone una seconda “gamba” legislativa accanto al Parlamento UE. Subito si è obbiettato che il progetto europeo vuole superare le vecchie divisioni statali e dunque non dovrebbe fissarne la sopravvivenza in una “casa degli stati” quale organo del potere legislativo. Come risponde a questa critica?

J.H. Questa critica non tiene conto della situazione politica attuale. Anche il conflitto sulla nomina di Juncker ha mostrato dove sta in realtà il problema. I capi di governo hanno oggi in Europa lo stesso ruolo semicostituzionale un tempo svolto dal sovrano del vecchio Reich tedesco. Occorre perciò stabilire quale quota di potere i capi di governo dovrebbero cedere al Parlamento, in maniera da ridurre quel deficit democratico che grida vendetta. Rispetto a una democrazia transnazionale, che faccia a meno di ogni carattere di statualità, il modello federale USA non è quello che dobbiamo imitare. Piuttosto bisognerebbe equiparare al Parlamento un Consiglio inteso come il luogo di rappresentanza degli stati. Per armonizzare queste due istituzioni legislative occorre istituire delle procedure. Lo scontro per insediare il presidente della Commissione dimostra come ancora manchi, a livello europeo, un organico sistema dei partiti, dove questi (nel proporre i loro candidati) possano fin dall’inizio muoversi in accordo con il Consiglio.

M.S. Parliamo ora delle tendenze separatiste in Ucraina, Scozia, Belgio ecc. Come mai lei ha aspramente criticato, in più occasioni, il separatismo? La Cechia e la Slovacchia dimostrano che ci si può anche separare senza troppe difficoltà. Dal punto di vista storico, la secessione è soltanto una forma diversa di nation-building. Perché dobbiamo scomunicarla dal punto di vista normativo?

J.H. La nazione come sacro principio è stata definitivamente superata a Versailles alla fine della Prima guerra mondiale. Invece di promuovere la pace ha fomentato sempre nuovi conflitti. Il motivo è evidente: nessun popolo è etnicamente omogeneo. Tracciare nuovi confini significa semplicemente riprodurre in maniera capovolta i rapporti di maggioranza e minoranza. Quando Genscher ha riconosciuto la Croazia come nuovo stato sovrano, contribuendo così alla disgregazione della vecchia Jugoslavia, non ha fatto altro che aprire la porta ai più feroci massacri avvenuti in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Lo stesso errore si è ripetuto con il Kosovo. Si tratta dell’ombra lunga che il nazionalismo ottocentesco ha gettato sul secolo ventesimo. E ora vediamo di nuovo risorgere spettri nazionalistici nel cuore dell’Unione europea, la quale non si mostra nemmeno capace di porre freni all’autoritarismo ungherese di un Orban.

M.S. Nel libro dell’anno scorso, Nella spirale della tecnocrazia, lei attaccava duramente la politica europea della signora Merkel. Così, in quel suo testo, si volle vedere un aiuto alla campagna elettorale della SPD. Ora però i socialisti sono entrati nel governo della Merkel, e la politica tedesca verso l’Europa continua sostanzialmente come prima: lei ha cambiato idea? Si sente deluso?

J.H. La SPD si è lasciata trascinare dentro la coalizione. Su questo tema non ha mai voluto contraddire la Merkel. Adesso però sarà costretta a farlo, se non vuole tradire il suo candidato europeo Martin Schulz.

M.S. Nel frattempo molti stati debitori stanno per uscire dall’ombrello di protezione. Forse che la politica della Merkel non è poi stata così cattiva come si è voluto dipingere?

J.H. In realtà, nell’eurozona, gli squilibri strutturali delle economie nazionali continuano a crescere. Né possiamo proseguire in quella politica di “svalutazione interna” che, nei paesi in crisi, è stata pagata sacrificando gli strati più svantaggiati, le giovani generazioni, le prestazioni assistenziali e infrastrutturali. Se lo facessimo, si rafforzerebbe il populismo di destra, si radicalizzerebbero i conflitti tra i popoli, si fomenterebbe l’ostilità antitedesca. La Merkel ha paura di dire questa semplice verità ai suoi elettori, e dà loro vino adulterato. Lo sbaglio di aver fondato una comunità monetaria senza predisporne un controllo politico è stato un errore compiuto “in solido” da tutti gli stati coinvolti. Adesso noi tedeschi vorremmo schermarci dall’obbligo di subirne le conseguenze.

M.S. Che cosa le dà la forza di non reagire in maniera disfattistica a ciò che il suo maestro Adorno chiamava “il cattivo corso del mondo”?

J.H. Contro il cattivo corso del mondo Hegel metteva in campo lo spirito assoluto, laddove Adorno contrastava la disperazione appellandosi – in maniera controfattuale – a una luce messianica. Infatti, solo nel cono di questa illuminazione egli poteva denunciare la negatività dell’esistenza. Io mi sento piuttosto vicino alla posizione di Kant, cui Adorno giustamente attribuiva il motivo intitolato “inconcepibilità della disperazione”.

M.S. Si sente dire che lei stia lavorando a una grande opera di filosofia della religione, della quale già sono usciti i prolegomeni[6]. A che cosa si deve questo suo nuovo interesse per la religione? Si tratta forse dell’irritante esperienza per cui, contro ogni aspettativa, la religione non solo non è stata neutralizzata dalla secolarizzazione della modernità, ma sembra addirittura rinascere in forme nuove e spesso preoccupanti?

J.H. Se poniamo al centro dell’evoluzione della specie l’adozione del linguaggio quale meccanismo di comunicazione, allora diventa verosimile pensare che – per una specie costitutivamente asociale – i processi di socializzazione debbano essere passati attraverso una forte tensione tra spirito e motivazione. Con tutta evidenza fu il “complesso religioso” ciò che tenne insieme e stabilizzò le prime collettività, schermandole dalle tensioni interiori. Fin dall’inizio i classici della sociologia hanno individuato nel rito e nel mito la fonte della coscienza normativa e della solidarietà sociale. A questo interesse dei sociologi io collego ora la constatazione hegeliana secondo cui molti concetti della filosofia pratica, pur avendo nomi di origine greca, sono sostanzialmente il frutto di un secolare processo di assimilazione e di traduzione semantica di concetti nati nella tradizione ebraico-cristiana. Se pensiamo ad autori come Bloch e Benjamin, Buber, Levinas e Derrida, noi vediamo come questa assimilazione non si sia ancora conclusa. Tutto ciò – per un pensiero postmetafisico che si preoccupa delle risorse normative di una società mondiale portata fuori strada dal capitalismo – potrebbe essere l’occasione per intraprendere finalmente un cambio di prospettiva. La filosofia dovrebbe sapersi mettere in rapporto non solo con le scienze ma anche con le tradizioni religiose tuttora vitali. Non vorrei però essere frainteso: non sto affatto proponendo al pensiero postmetafisico di rinunciare alla sua autocomprensione secolare, ma solo di allargare questa sua autocomprensione in una direzione bifocale.

M.S. Che giudizio dà lei sullo stato della filosofia oggi? In Germania va sempre più di moda il filosofo da talk-show, quello che un tempo si chiamava filosofo popolare. Penso a personaggi come Safranski, Sloterdijk, Precht. È una cosa buona oppure cattiva?

J.H. Beh, i nomi che lei cita non sono i veri rappresentanti della filosofia tedesca. La filosofia è oggi una professione accademico-scientifica come tutte le altre. Dalle altre discipline essa si distingue solo per il fatto che – in quanto pensiero non pre-fissabile – non ha un “metodo” e un “oggetto” definibili a priori. Personalmente sono troppo vecchio per pretendere di dare un giudizio complessivo sullo stato attuale della disciplina. Posso però dirle qual è stata la mia esperienza: la mia generazione ha saputo suscitare interesse e trovare riconoscimento, da parte dei colleghi americani, francesi, e talora persino inglesi, solo nella misura in cui – nel trattare i diversi problemi – siamo stati capaci di mostrare la forza della nostra tradizione, attingendo in maniera sistematica e analitica alle fonti di Kant, Hegel e Marx. Oso fare questa raccomandazione sperando di non essere accusabile di provincialismo.

M.S. Lei si è sempre richiamato ai filosofi antichi che andavano nell’agorà ed esercitavano l’uso pubblico della ragione. D’altro canto lei passa anche per un filosofo difficile e i suoi testi sono così complessi da non essere facilmente comprensibili. C’è una contraddizione in tutto ciò?

J.H. Ok, i lettori di questa intervista le daranno subito ragione. Però vede, io non ho mai avuto come obbiettivo quello di raggiungere un vasto pubblico. Non vado nemmeno in televisione. Il mio mondo è quello dell’università. È vero che concedo troppe interviste e scrivo articoli di giornale, ma di queste mie debolezze si dovrebbero incolpare piuttosto i redattori. Ciò cui io miro non è avere tanti lettori, ma far circolare determinate idee.

M.S. Una domanda personale: non le capita mai – come ha scritto Eduard Mörike in Wintermorgens vor Sonnenaufgang – di svegliarsi la mattina e pensare improvvisamente, come in un incubo, che tutto quanto lei ha finora pensato e scritto sia sbagliato? E se una esperienza simile le è davvero capitata, come affronta questa insicurezza esistenziale?

J.H. Es ist ein Augenblick/ Und alles wird verwehen. [“In un istante/ Tutto sembra sparire”]. Come vede, sono andato a cercare poesia e verso cui lei fa riferimento. Ma ahimé devo deluderla: prima dell’ultimo risveglio non scivolo nel mondo incantevole e fatato di cui parla Mörike. Precipito piuttosto nel vortice di pensieri angosciosi. Dunque la mia insicurezza potrebbe essere più profonda. Se però vogliamo dare alla sua domanda un senso meno drammatico, mettendola semplicemente in relazione con i miei lavori accademici, allora le darò una risposta di tipo pragmatico. È naturale che ogni singolo enunciato, da me messo per iscritto, possa rivelarsi sbagliato. Ma lei in realtà dice: “tutto quanto lei ha finora pensato e scritto”. Dunque, si riferisce all’insieme di tutte le certezze-di-sfondo. Come filosofi – infatti – noi pensiamo sempre sullo sfondo di un orizzonte unificante e di un contesto che ci sostiene. Per fortuna questo contesto può sempre rivelarsi sbagliato quando ne esplicitiamo un elemento particolare. Come una fascia detritica di montagna, questo sfondo intuitivamente presente scivola e si sposta con noi tutte le volte che ci correggiamo o attraversiamo processi di apprendimento. Sennonché questo complesso delle certezze-di-sfondo non può mai essere considerato sbagliato, in quanto non può mai – nel suo insieme – essere fatto oggetto di enunciati falsificabili.

Intervista pubblicata sul “Feuilleton” della “Frankfurter Rundschau” del 14/15 giugno 2014. Le domande sono di Markus Schwering. Titolo originale “Nella spirale dei pensieri. Le procedure democratiche sulla rete, in politica, in Europa”[7].

Traduzione italiana di Leonardo Ceppa.

Note

[1][S. Müller-Doohm, Jürgen Habermas. Eine Biografie, Berlin 2014 – uscita a giugno, per l’85esimo compleanno del filosofo, N.d.T.].

[2][Trad.it.. Storia e critica dell’opinione pubblica, Roma-Bari 2002, N.d.T.].

[3][Trad.it. Fatti e norme, Milano 1996, nuova edizione Roma-Bari 2013, N.d.T.].

[4][Per Habermas anche le ragioni e le decisioni normative – lungi dall’essere preferenze soggettive e opzioni pregiudiziali – hanno un fondamentale valore cognitivo. N.d.T.].

[5][La conferenza americana di Habermas è stata tradotta, col titolo “Per una democrazia transnazionale”, su Micromega 3/2014, pp. 12-27; sulle reazioni suscitate in America da questa conferenza cfr. il servizio di Patrick Bahners, “Demokratie kommt ohne Völker aus”, Frankfurter Allgemeine Zeitung del 7 maggio 2014. N.d.T.].

[6][Sul grande inedito, cfr. E. Mendieta, Religion in Habermas’s Work, in C. Calhoun, E. Mendieta, J. VanAntwerpen, a cura di, Habermas and Religion, Polity Press, Cambridge UK, pp. 405-406. I prolegomeni cui si fa cenno sono i saggi raccolti nell’ultima grande opera di Habermas, Nachmetaphysisches Denken II, Suhrkamp, Berlin 2012 (in corso di traduzione presso Laterza), N.d.T.].

[7][Allusione al titolo dell’ultimo libro di Habermas: Nella spirale della tecnocrazia, trad.it. Roma-Bari 2014, N.d.T.]

Tra cultura, istruzione e scuola

ritorno-a-scuola

Questo post è rivolto non tanto agli studenti quanto a colleghi e a chiunque si occupi di istruzione e cultura. Durante una piccola discussione su twitter, il professor Piero Dominici, che gestisce la rubrica “Fuori dal prisma” su Il Sole24ore, mi ha segnalato questo suo bellissimo articolo, molto interessante (i grassetti sono miei). Penso che non sarebbe male se, almeno ogni tanto, i Collegi Docenti si confrontassero su questi argomenti. Sì, mi piace sognare…

Ripartiamo, e articoliamo, una nostra riflessione sviluppata a partire da un post di Luca De Biase (che ringrazio ancora per lo spunto) su questioni che ritengo, a dir poco, cruciali e strategiche per il tentativo di rilanciare questo Paese; questioni a “parole” considerate importanti ma, nel momento dei “fatti” e delle scelte politiche, (spesso) non riconosciute, fino in fondo, come tali. Tanto da far pensare “altro che società della conoscenza…” (si veda p.e. l’ultimo Rapporto OCSE sull’istruzione). E allora, abbiamo provato a ragionare, in quel caso, e Fuori dal Prisma intende riproporre quella riflessione (aggiornata), sulla ben nota “questione culturale” – spesso evocata ma non argomentata – e sulle relative implicazioni. A cosa intendiamo riferirci quando affermiamo che “la questione è culturale”? Proveremo a riflettere e ad evidenziare come, non solo tale questione riguardi da vicino l’ipercomplessità sociale, ma costituisca di fatto un indicatore da non sottovalutare nell’analisi dei sistemi sociali e della loro resilienza al mutamento. Una complessità sociale che sfugge ai tradizionali dispositivi di controllo e sorveglianza e che richiederebbe, come in passato ho avuto modo di argomentare più volte, una riformulazione del pensiero ed una ridefinizione dei saperi che dovrebbero contribuire proprio a ridurre tale complessità, definendo, quanto meno, condizioni di prevedibilità dei comportamenti all’interno ed all’esterno delle organizzazioni e dei sistemi: in tal senso, Edgar Morin parla di “riforma del pensiero”: «La riforma del pensiero esigerebbe una riforma dell’insegnamento (primario, secondario, universitario), che a sua volta richiederebbe la riforma di pensiero. Beninteso, la democratizzazione del diritto a pensare esigerebbe una rivoluzione paradigmatica che permettesse a un pensiero complesso di riorganizzare il sapere e collegare le conoscenze oggi confinate nelle discipline. […] La riforma del pensiero è un problema antropologico e storico chiave. Ciò implica una rivoluzione mentale ancora piú importante della rivoluzione copernicana. Mai nella storia dell’umanità le responsabilità del pensiero sono state così enormi. Il cuore della tragedia è anche nel pensiero». Perché scuola e istruzione non di qualità (concetto che andrebbe sciolto) creano le condizioni strutturali per una società diseguale, non in grado di garantire neanche le condizioni di eguaglianza delle opportunità di partenza. L’argomento è estremamente delicato e difficile da sciogliere per le tante implicazioni. Certamente possiamo partire da un assunto: esiste una stretta correlazione tra scuola/istruzione e una cittadinanza realmente attiva e partecipata (ne abbiamo parlato anche in un altro post), a maggior ragione in sistemi sociali, come il nostro, caratterizzati da scarsa (per non dire inesistente) mobilità sociale verticale e da un familismo (im)morale diffuso che rendono ancora questa società fortemente corporativa e resiliente al (vero e profondo) cambiamento e all’innovazione sociale. Nelle società avanzate (non solo), scuole, istruzione e formazione rappresentano da sempre le uniche possibilità di riscatto sociale e di miglioramento della propria condizione sociale di partenza; ancora di più lo potrebbero/dovrebbero essere in una società rigidamente strutturata…insomma gli unici “ascensori sociali”, ormai (purtroppo) quasi del tutto bloccati da tempo: la crisi dei sistemi di welfare completa un quadro estremamente problematico che, nel rendere la precarietà condizione esistenziale, ha determinato un indebolimento dei meccanismi di solidarietà, mettendo in discussione anche il diritto alla conoscenza delle persone (cittadini). «C’è un’inadeguatezza sempre più ampia, profonda e grave tra i nostri saperi disgiunti, frazionati, suddivisi in discipline da una parte, e realtà o problemi sempre più polidisciplinari, trasversali, multidimensionali, transnazionali, globali, planetari dall’altra. In questa situazione, diventano invisibili: gli insiemi complessi; le interazioni e le retroazioni fra le parti e il tutto; le entità multidimensionali; i problemi essenziali» (Edgar Morin).
Sinteticamente, propongo alcune considerazioni per sottolineare l’assoluta rilevanza delle questioni, scusandomi in anticipo, per la semplificazione di alcune di queste che meriterebbero ben altro approfondimento…Procedo per punti.

1) Il nostro è un Paese dal quadro normativo e legislativo complesso e articolato: esistono molte leggi (forse, troppe), codici professionali, carte deontologiche, linee guida, sistemi di regole formali, sistemi di orientamento valoriale e conoscitivo. Eppure questi “strumenti” si sono rivelati condizione necessaria ma non sufficiente, perché esiste una dimensione, cruciale e fondante allo stesso tempo, che è quella della responsabilità; una dimensione che sfugge a qualsiasi tipo di “gabbia” e/o sistema di controllo, perché attiene proprio alla libertà delle persone (altro discorso da approfondire, legato al tema dell’emancipazione nella modernità: interessante il concetto di “libertà generativa”). E da questo punto di vista, come non essere d’accordo con chi afferma che viviamo in una “società degli individui”, che sentono di non dover rispondere a nessuno dei loro atti, tanto meno ad una “comunità” i cui legami si sono fortemente indeboliti (e c’è chi parla di fine del legame sociale). Qualche anno fa, intitolai un mio libro “La società dell’irresponsabilità” proprio per connotare questa condizione critica, ricollegabile solo in parte alla crisi economica (o ad indicatori di tipo economico): la “questione culturale” mette in luce, ancora una volta, non solo la crisi delle istituzioni formative, ma anche la debolezza dei vecchi apparati e delle vecchie logiche di controllo e repressione che non risolvono mai i problemi alla base; che sono sempre strategie di “breve periodo” (cultura dell’emergenza vs. cultura della prevenzione, a tutti i livelli e in tutti i settori della prassi). Dobbiamo confrontarci con una “natura” intrinsecamente problematica e complessa dei sistemi sociali, non più riconducibile alle sole categorie (significative) di rischio, incertezza, vulnerabilità, liquidità etc. A ciò si aggiunga che, quasi paradossalmente, mai come in questi anni si è discusso (e si discute) di etica e di responsabilità in tutti i campi dell’azione sociale (dalla politica alla cultura, dall’informazione all’innovazione scientifica e tecnologica etc.).Si potrebbe semplificare tale paradosso con la “formula”: trionfo dell’etichetta sull’etica. Paese di paradossi e contraddizioni (non soltanto sul piano culturale): da una parte, per ogni “nuovo” problema si invocano subito nuove leggi, nuovi codici deontologici, nuove prescrizioni, nuovi divieti; dall’altra, culturalmente, consideriamo quelle stesse leggi, norme,“regole” come un ostacolo alla nostra autoaffermazione ed al nostro successo/prestigio sociale. D’altra parte, ciò che spesso sembra venire a mancare è proprio la coerenza dei comportamenti che, comunicativamente parlando, risulterebbe (è!) molto più efficace delle parole e dei principi spiegati attraverso un linguaggio, più o meno, politicamente corretto. Da questo punto di vista, come peraltro sottolineato da più parti, siamo di fronte ad una vera e propria “emergenza educativa” legata ad una molteplicità di fattori e variabili, che hanno determinato una trasformazione profonda dei processi di socializzazione ed una crisi delle tradizionali agenzie/istituzioni deputate all’interiorizzazione dei valori ed alla formazione delle personalità/identità (riconoscimento-rispetto-altruismo-senso civico-cittadinanza vissuta e non subita). Mi riferisco, in tal senso, al concetto di “policentrismo formativo” e richiamo Luca quando sottolinea l’urgenza di “disegnare percorsi di apprendimento pensati per queste materie per ricucire un’evoluzione culturale che per alcuni aspetti si è interrotta con l’interruzione di alcune relazioni tradizionali…”. Questo Paese non ripartirà senza affrontare seriamente tali problematiche: credo di non dover neanche argomentare la correlazione strettissima esistente tra istruzione (accesso,condivisione) e cittadinanza. In questa sede, si discute dei “cittadini di domani” che corrono seriamente il rischio di crescere e socializzarsi ad una cultura della furbizia, dell’illegalità e/o del familismo amorale (apparentemente?) dominante.

2) La “questione culturale”, qui più volte richiamata, è legata come detto anche, e soprattutto, ad un problema di interruzione/crisi della comunicazione tra le generazioni (concetto che andrebbe sciolto e sviluppato). Tuttavia, in questa prospettiva di analisi, non possiamo non registrare come i media (vecchi e nuovi, per non parlare dei social networks) – con il famoso “gruppo dei pari” – si siano letteralmente divorati lo spazio comunicativo e del sapere (?) gestito, in passato, della tradizionali istituzioni e agenzie educative e formative.

3) Sugli attori sociali e sulle professionalità protagoniste del processo educativo e formativo sono forse radicale, ma preferisco sempre dire apertamente ciò che penso (va precisato che, in questi ultimi decenni, scuola e università sono state pesantemente penalizzate da tagli e controriforme). Ci sono lavori/professioni che andrebbero fatti/scelti anche, e soprattutto, perché si avverte una “vocazione” e non soltanto per una forma di prestigio sociale e/o perché permettono magari di esercitare forme di micropotere sugli altri. ”Prendersi cura” di una persona (concetto complesso), insegnare, formare, condividere ed elaborare non significa soltanto trasmettere e/o impartire nozioni: i figli, gli studenti e, più in generale, i giovani – come dire – ti aspettano al varco, osservano “come ti comporti”. Insomma, contano i “fatti”, non le “parole”. La “tua” (nostra) credibilità e autorevolezza si fonda sui comportamenti e sulla loro coerenza rispetto a quanto affermiamo (problema che riguarda anche la politica). Se chiedi correttezza, devi darla per primo, se pretendi rispetto e senso di responsabilità, devi prima di tutto essere rispettoso dell’Altro e responsabile etc., anche se la relazione è asimmetrica a causa del ruolo e della gerarchia. E non puoi fingere, non nel lungo periodo. Ecco perché certi “ruoli” e certe “attività” richiedono, a mio avviso, consapevolezza, partecipazione, passione, perfino empatia (oltre alla preparazione!). E’ necessario “mettersi in gioco” puntando sull’inclusione dell’ALTRO. Fondamentale, quindi, ripartire da educazione e istruzione, basandole però su una ridefinizione della “qualità” della relazione tra gli attori dell’ecosistema formativo e comunicativo – nel rispetto dei reciproci ruoli (genitore, insegnante, docente etc.) – oltre che, evidentemente, sulla preparazione e sulle competenze. 
E, nel lungo periodo, per far questo abbiamo bisogno di “teste ben fatte”(Montaigne), e non di “teste ben piene”, che sappiano organizzare le conoscenze all’interno del nuovo ecosistema cognitivo (2005), altrimenti anche le opportunità della tecnologia saranno per pochi. E, come scrissi qualche anno fa, sarà la “società dell’ignoranza” e dell’incompetenza (non solo digitale…)->POTERE=CONOSCENZA”

Finire il liceo a 18 anni?

scuola (1)Oggi è il 1° settembre. Per gli insegnanti questa data significa un’unica cosa: inizio del nuovo anno scolastico. Nella maggior parte delle scuole si svolge il Collegio Docenti; così è stato anche nella mia. Tra i vari temi toccati dalla Dirigente c’è stato anche quello della possibile futura riduzione da 13 a 12 anni del percorso scolastico. Negli anni si sono ipotizzati anticipi della scuola primaria, tagli della scuola secondaria di primo grado, taglio del quinto anno di quella di secondo grado… Personalmente non sono un sostenitore convinto al 100% della necessità di terminare gli studi a 18 anni piuttosto che a 19. Semplicemente mi interrogo sulla questione. “Tutta l’Europa termina a 18 anni, ci dobbiamo adeguare”. Non è vero e non sempre, in quei paesi, i risultati sono lusinghieri. Alla fine del liceo scientifico mi sono iscritto a scienze geologiche e mi ci sono voluti due anni per capire che quella non era la strada fatta per me e che dovevo cambiare rotta. Di conseguenza, l’ingresso nel mondo del lavoro è avvenuto, per me, con due anni di ritardo (in realtà ho recuperato dopo, ma questo è un altro paio di maniche). Non mi sento tuttavia così penalizzato rispetto ad altri. Questo mi fa pensare che una delle cose più importanti per una scuola dovrebbe essere l’orientamento, non nel senso di una serie di attività da organizzare, ma nel senso precipuo di una scuola orientante, che permetta ai suoi studenti, attraverso tutta la sua offerta formativa, di capire quale sia la strada da percorrere. Ciò chiederebbe molta flessibilità e di conseguenza una diversa organizzazione: questa la riterrei una vera riforma. E in tal senso un anno non farebbe proprio la differenza: vi sono esperienze talmente significative e formanti che non hanno bisogno di periodi così lunghi e altre che invece richiedono esperienze pluriennali, proprio nel senso di una qualità della scuola.

E ai miei dubbi aggiungo le domande che Nicoletta Viglione scrive su IR di maggio-giugno: “Sono le finalità della scuola che vanno riviste: è più importante puntare sulla professionalizzazione oppure privilegiare una buona preparazione di base come spazio di educazione civile? E’ opportuno anticipare le scelte prevedendo un doppio binario che consenta, a chi non ha interesse per gli studi, di iniziare al più presto percorsi di avviamento al lavoro? Come garantire il reale assolvimento dell’obbligo e diminuire la dispersione scolastica?”.

Felicità, Poesia, Amore

In quarta guardiamo assieme questa sequenza

Guardarla ora sarà diverso, per me. Inoltre, ero al liceo, in seconda, quando la nostra prof. di italiano ci ha accompagnati al cinema a vedere, nel pomeriggio, “L’attimo fuggente”. Inevitabile, la mattina dopo, farci trovare sui banchi con lei che diceva “Che scemi che siete!”. E mi torna anche alla mente il film che mi ha fatto scoprire Robin Williams: “Good morning, Vietnam”.
Good-Morning-VietnamStamattina Veronica, una mia ex studentessa, ha scritto così su fb: “Solitamente sono refrattaria a simili annunci, eppure non posso fare a meno di richiamare alla mente le mille e più volte in cui ho riso, pianto, sorriso, riflettuto e apprezzato maggiormente la vita grazie all’intensità e alla misura di Robin Williams, attore a tutto tondo che come pochi ha saputo suscitare in me riflessioni di cui non posso che essere eternamente grata. Che sia soltanto questione di sceneggiatura o opportunità, poco importa; sono intimamente convinta che trasmettere un messaggio sia possibile soltanto se si crede davvero nel suo contenuto: le parole non trapassano silentemente e facilmente lo schermo, a meno che non siano di notevole rilevanza concettuale…eppure il professor John Keating e il dottor Sean McGuire hanno travalicato ogni mia riserva mentale, raggiungendo il più profondo del cuore, lì dove covano sentimenti, passioni, emozioni, pulsioni latenti. Fra dialoghi di straordinaria potenza espressiva e interpretazioni autenticamente sentite, ho compreso sin da bambina insegnamenti che difficilmente ho sentito espressi ma che fortunatamente ho assimilato e racchiuso nell’Es del mio essere, per portare un po’ di ordine e pace laggiù, dove scalfire l’impalpabile è quasi sempre un’impresa…quasi. Il linguaggio del cinema, universale per definizione, non è rimasto inascoltato, e anzi è riuscito spesso e volentieri a entrare in zone inesplorate, suonando le mie corde più dolci e al contempo quelle dal suono più screziato, grazie a perle dell’arte visiva come “L’attimo fuggente” e “Good Will Hunting”… Ho appreso che la vita va guardata adottando angolazioni differenti, che un uomo senza libertà è soltanto una sincope, che l’autoconsapevolezza dei propri desideri e delle proprie emozioni è la chiave per il raggiungimento della Felicità, che la Poesia non è semplicemente questione di metrica e figure retoriche, che l’intelligenza scolastica e/o accademica nulla ha a che vedere con l’esperienza esistenziale e con la capacità sensoriale, che l’empatia (ciò che più si avvicina alla saggezza umana) non si impara sui libri, che il talento non può giacere a lungo sottaciuto da convenzioni e imperativi sociali (prima o poi si sprigionerà con tutta la sua forza con effetti più o meno desiderati e desiderabili), che l’Amore rende sublime e grande anche l’uomo più comune…
Un piccolo omaggio a una delle persone che più fra tutte mi ha saputa emozionare, permettendomi di veder lontano e, così facendo, tracciando una via nel firmamento…”

Grazie a Veronica e a tutte le anime che si lasciano interrogare e a chi, quegli interrogativi, pone.

Questioni di cuore

Cuor di Clauiano

“… ma se ognuno di noi, diceva, riuscisse anche solo un istante a intravedere la luce del suo cuore nascosto, allora capirebbe che quello è un cuore sacro e non potrebbe più fare a meno del calore della sua luce.” (Cuore sacro, regia di F. Özpetek, 2005)

La foto è di ieri sera. Ero a camminare con Sara e Mou, quando lei si è accorta di questa “macchia cardiaca” sull’asfalto. Ho scattato con lo smartphone cercando di metterci sullo sfondo la chiesa del mio paese.

Noi a restare

Mi piace occupare il tempo libero, così come occupo le attese. Non vado mai dal medico, dal dentista, a prendere mia moglie in stazione, dal meccanico senza un libro o una rivista. Non è che ho paura di aver tempo per pensare, è che penso leggendo; il che mi porta, inevitabilmente, a dover rileggere certi passaggi.
Oggi vado a Trieste, incontro a Sara che finisce di lavorare verso le 14.45-15.00. Ci vado in treno, al Lisert prevedono code verso la Croazia. Quel “verso le” e la scelta del treno sono un chiaro invito a portarmi dietro un libro, ma “L’armata dei sonnambuli”, che sto leggendo, è un tomo troppo pesante. Non mi resta che sceglierne e iniziarne un altro; e qui ringrazio la Sellerio con i suoi splendidi “libretti blu”. Vada per “Ad occhi chiusi” di Carofiglio. Ho fatto bene. A portarmi dietro il libro, intendo. Sara finisce alle 15.45 e mi consente di consumare una crema di caffè, mezzo litro di acqua e una ottantina di pagine.
Ora accelero. Passeggiata, acquisti alla libreria Lovat (vinco io 3 libri a 2 e Sara perde pure una settantina di euro, che io chiamo investimento), ripasseggiata, tipico aperitivo abbondante triestino (che a Palmanova te lo scordi), stazione.
Ora rallento. Oblitero male il mio biglietto, avviso il controllore che dice “Tranquillo, ci sono io su questo treno” (lo so, anche a me è sembrata una minaccia). Saliamo, prendo lo smartphone, apro Instagram e faccio uno scatto.
Poi leggo una decina di minuti mentre Sara è al telefono con sua mamma, entrambe felici per una bella notizia. Partiamo, riprendo in mano lo smartphone e faccio un’altra foto, questa.

Fuori

La guardo e penso che è strano: in treno hai la sensazione che sia il paesaggio fuori a muoversi, a venirti incontro e poi allontanarsi, mentre ti pare di essere fermo. Lo sintetizzo sotto la foto: a volte pensare che sia il fuori a passare e noi a restare. Riprendo in mano il libro e Carofiglio fa dire ad Emilio, un personaggio appena entrato nel romanzo: “«Sai, Guido, allora pensi un sacco di cose. E soprattutto pensi al tempo sprecato. Pensi alle passeggiate che non hai fatto, alle volte che non hai fatto l’amore, a quando hai mentito. A quando hai fatto il ragioniere con la moneta degli affetti. Lo so che è banale, ma pensi che vorresti tornare indietro e dirle quanto la ami, tutte le volte che non lo hai fatto e avresti dovuto. Cioè sempre. Non è solo il fatto che vuoi che non muoia. E’ il fatto che vorresti che il tempo non fosse stato sprecato, in quel modo.» Parlava al presente. Perché il suo tempo si era spezzato” (pag. 88).
Ho scritto anche io al presente, non perché il mio tempo si è spezzato, ma perché ho voluto sospendere in questa notte il pensiero, anzi i pensieri che desidero mandare a tutte le persone che ho nel cuore e che vivono o hanno vissuto una situazione simile a quella di Emilio e che vorrebbero, almeno per un po’, che fosse il fuori a passare e noi a restare.

Filosofia

 

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La filosofia serve a non dare per scontato. Nulla. La filosofia è uno strumento per capire quello che ci sta attorno – per capire quello che ci sta dentro probabilmente è più efficace la letteratura -, ma capiamo davvero quello che ci sta attorno se non diamo per scontate le verità che qualcun altro ha pensato di allestire per noi. Fare filosofia – cioè pensare – significa imparare a fare e a farsi delle domande. Significa non avere paura delle idee nuove. Significa non fermarsi alle apparenze. Significa essere capaci di dire no a chi vorrebbe imporci il suo modo di pensare e di vedere il mondo. Cioè a chi vorrebbe pensare per noi” (Gianrico Carofiglio, Il bordo vertiginoso delle cose).

 

Tra vita e morte

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Spesso vivo dopo. Le emozioni, intendo. Non sempre sono caldo, pronto a reagire emotivamente a quel che mi accade, anzi la maggior parte delle volte sono freddo, quasi distaccato. Le emozioni, però, non spariscono, lavorano e scavano e poi escono. Oggi, come ogni 23 giugno dal 2007 in qua, è una bella giornata, perché è l’anniversario del matrimonio con Sara e quindi è il giorno in cui celebriamo e festeggiamo il nostro amore, la nostra storia, il nostro essere insieme, le nostre vite. Ma quella di oggi è anche una giornata triste: ieri se ne è andato Cris, un compagno di squadra dell’ultima stagione pallavolistica. Lo descrivo con questo scambio di battute:

Mi si è rotto il compressore”
Ne ho uno nuovissimo, va benone: ti serve?”
Sto cercando un nuovo processore per il pc”
Su internet ne ho visto uno che costa poco, vuoi che veda se c’è ancora?”.

Lo sfottevamo in spogliatoio: “Cris, se ti dico che non mi va la centrale termica, mi dici che a casa ne hai una nucleare, e posso stare sicuro che è vero!”.
Di lui mi porto nel cuore anche una chattata notturna dell’ultimo Super Bowl giocato a inizio febbraio.

Ecco, ho messo insieme queste due cose e ho salutato Cristiano su fb scrivendo una citazione di Sally: “un brivido che vola via”. Un brivido, un soffio, un attimo e la vita non c’è più, le presenze che diamo per scontate svaniscono e ci restano ricordi e speranze di fede. Mia moglie mi ha detto che se non me la sentivo potevamo fare a meno di andare a cena fuori stasera. Le ho detto di no, che ho bisogno di vita per contrastare la morte, come domani sera ho voglia di andare in palestra ad allenamento. Certo, il pensiero andrà anche a Cristiano e sarà il nostro modo per farlo vivere ancora. Continuare l’amore è l’unica strada che conosco in questi momenti, anche se stanno diventando un po’ troppo frequenti.

Sono qui

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Una delle cose che ricordo molto bene della mia adolescenza è la fatica che doveva fare un maschietto di 14-16 anni per farsi notare dalle ragazze. Mi ricordo che era un problema comune, fatti salvi i comunque bellocci a cui bastava la presenza. Tutti gli altri navigavamo in un mare di speranze, paure e maldestri tentativi di colpire nel segno, di lasciare un’immagine impressa che non fosse quella della pena o del biasimo. Simpatia, umorismo, capacità sportive, destrezze sul motorino, sensibilità, capacità d’ascolto, imprese titanico-fisiche, sfrontatezza scolastica, acconciature, intelligenza, moda… erano tutti strumenti utilizzabili a seconda della persona che volevi impressionare. “L’importante è essere te stesso” ti veniva detto. “L’importante è mostrare di essere meglio di quanto sono” ti dicevi. Dovevi ancora crescere, dovevi ancora capire chi eri veramente. Oggi gli strumenti sono cambiati ed è decisamente cambiata la visibilità: ci si conta a forza di “like” o di “mi piace” o di “♥” o di “☺”. Ma il tentativo è sempre quello, fuggire l’indifferenza, soprattutto della persona di cui ci siamo infatuati. In fin dei conti queste parole del 1922 sono sempre attuali: “Tutto era stato vagliato, se posso dir così, in quelle fantasticherie; nei momenti bui, mi figuravo che mi avresti respinta, che mi avresti disprezzata perché troppo insignificante, troppo brutta, troppo invadente. Tutte le forme del tuo disappunto, della tua freddezza, della tua indifferenza, tutte le avevo percorse nelle mie fervorose visioni – ma questa sola, mai, in nessun moto oscuro dell’animo né nell’assoluta consapevolezza della mia inferiorità, mi era accaduto di prenderla in considerazione, di figurarmi l’eventualità più atroce: che tu non ti fossi mai accorto della mia esistenza” (Stefan Zweig, Lettera di una sconosciuta).

Un lieto durante

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Penso che preferirei un lieto durante. Molti dei film che passano in tv o al cinema presentano una storia tragica per buona parte della durata, salvo poi concludersi con un lieto fine. Diciamo un buon 80% di sfighe varie, anche 90, e poi quel contentino finale che ti fa uscire dal cinema sereno e in pace, soddisfatto del felice epilogo. Poi non sappiamo come va avanti; nessuno ci dice se dopo l’ultimo titolo di coda i protagonisti girano l’angolo e vengono messi sotto da un tir. Perché questo rovescerebbe completamente la nostra percezione: tornerebbero a essere gli sfigati del 90% del film, anzi peggio, perché sarebbero pure stati presi in giro con quello sprazzo di gioia… Questa profonda riflessione di una calda domenica pomeriggio di inizio giugno mi ha portato a concludere che, in definitiva, per la vita di una persona sarebbe auspicabile un lieto durante, decisamente lungo, piuttosto che un ultimo istante di intensa felicità. Almeno alle 19.27.

(Essere) a picco

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A volte sento l’esigenza di essere a picco. Non di andare a picco, di essere a picco. Mi viene in mente il viaggio di nozze in Irlanda e il fascino delle Cliffs of Moher: la sensazione provata lassù è stata unica. Ci sono momenti in cui ci ritorno con la mente: è quando sento il bisogno di avere uno sguardo d’insieme sulle cose, di mettere distanza tra me e loro. E quello sguardo deve partire dalla mia base, ma senza che io abbia i piedi in acqua: il mare deve arrivare fin sotto a me, ma i piedi devono restare all’asciutto, altrimenti so che mi farei coinvolgere dalle onde e l’attrazione sarebbe troppo forte, l’oggettività se ne andrebbe. Lassù sono lontano dai moti del mare, sia la tempesta che la bonaccia, ad una distanza che fa perdere i particolari e sfuma i confini; i dettagli non si colgono, i bordi delle cose non sono netti. A volte lo sento necessario, per respirare meglio, per essere nella calma e vivere la contemplazione. Scrive Paola Mastrocola in “Palline di pane”: “Le case a picco hanno un panorama stupendo, niente da dire, ma sono lontane, hanno un’infinita lontananza… E il mare, dalle finestre di queste case, diventa una specie di cartoncino azzurro opaco uniforme, steso lì davanti agli occhi, inerte. Cosa me ne faccio di un pezzo di carta? Quello è un mare che non canta, non muove, non ride tra gli scogli, non sommerge, subbuglia, frastorna. Non dice niente.”
A volte, quel mare, a me, dice tanto.

Aspirando alla felicità

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Questo brano di Seneca penso possa essere utile a molte e a molti. Premetto anche che non lo intendo come riferimento alle recenti elezioni o alla politica; in questo momento do al brano un significato esclusivamente esistenziale in riferimento alle scelte di vita e adesso è tutto per E.

“Tutti aspiriamo alla felicità, ma, quanto a conoscerne la via, brancoliamo nel buio. E’ infatti così difficile raggiungerla che più ci affanniamo a cercarla, più ce ne allontaniamo, se prendiamo una strada sbagliata e se questa, poi, conduce addirittura in una direzione contraria (…)
(…) Perciò dobbiamo avere innanzitutto ben chiaro ciò che vogliamo, dopodiché cercheremo la via per arrivarci, e lungo il viaggio stesso, se sarà quello giusto, dovremo misurare giorno per giorno la strada che ci lasciamo indietro e quanto si fa più vicino quel traguardo a cui il nostro impulso naturale ci porta. (…) Non c’è nulla di peggio che seguire, come fanno le pecore, il gregge di coloro che ci precedono, perché essi ci portano non dove dobbiamo arrivare, ma dove vanno tutti. Questa è la prima cosa da evitare. Niente c’invischia di più in mali peggiori che l’adeguarci al costume del volgo, ritenendo ottimo ciò che approva la maggioranza, e il copiare l’esempio dei molti, vivendo non secondo ragione ma secondo la corrente. (…) Sforziamoci dunque di vedere e di seguire non i comportamenti più comuni ma cosa sia meglio fare, non ciò che è approvato dal volgo, pessimo interprete della verità, ma ciò che possa condurci alla conquista e al possesso di una durevole felicità.” (Dal “De vita beata”, Lucio Anneo Seneca)

Sui beni

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Su IlSole24ore di domenica 18 maggio, è apparso questo articolo di Remo Bodei. Forse quest’anno è tardi per una lettura in classe, lo terrò buono per il prossimo… Grazie alla collega Carla che me l’ha inviato.
In che misura è realisticamente possibile condividere dei beni che – da un punto di vista etico – dovrebbero appartenere a tutti? Di fatto una sorta di lotteria naturale ha distribuito i doni della terra (fertilità, acqua potabile, ricchezze minerarie) in maniera casuale rispetto agli abitanti di determinate zone. Ci sono quelli più fortunati che li posseggono e se ne sono appropriati e quelli meno fortunati che ne sono provvisti in scarsa misura o ne sono addirittura privi: gli abitanti di zone inospitali o desertiche, coloro che non hanno risorse nel loro sottosuolo o ne sono stati espropriati. Popoli e individui hanno da sempre combattuto per la loro sopravvivenza e per il relativo controllo delle risorse e le frontiere sono state per lo più disegnate dalle guerre.
Anche oggi, in una fase storica in cui il consumo di energia derivante dal petrolio o dall’uranio è enorme, l’economia e la politica sono dominate dal bisogno di assicurarsi, spesso con la forza o con l’astuzia, non solo questi beni, ma anche altri, sempre più indispensabili all’alta tecnologia. Un esempio è il coltan, un minerale metallico termo-resistente, (una combinazione tra colombite e tantalite), che si presenta come una sabbia nera da cui si estrae il tantalio, utilizzato per microconduttori, superleghe, computer o cellulari. Tale elemento radioattivo, l’ottanta per cento del quale si trova in Congo, dove viene raccolto a mani nude da uno stuolo di improvvisati scavatori, ha scatenato sanguinose guerre civili e internazionali, che coinvolgono l’Uganda e, nascostamente, le grandi potenze non africane.
Ponendo la domanda più radicale ma inaggirabile: Con quale diritto un individuo o un popolo abita la terra e sfrutta i suoi doni in maniera esclusiva? L’essere stati più favoriti dalla natura autorizza la disponibilità indiscussa di alcune risorse indispensabili oppure i loro benefici possono anche essere, almeno in parte, pacificamente ridistribuiti? Ma chi decide e in base a quali criteri? Non si tratta di una questione astrusa o ingenua, da spostare in un remoto futuro. Prendiamo il caso dell’acqua: come si risolverà la disputa in atto tra l’Etiopia e l’Egitto? Se gli etiopi finiranno di costruire la loro diga per imbrigliare il corso del Nilo Azzurro (sulla base di un progetto del valore di cinque miliardi di dollari e una energia erogata equivalente a quella di cinque centrali nucleari), la riduzione del limo derivante dalle esondazioni del fiume, in grado da millenni di assicurare all’Egitto una fiorente agricoltura in zone altrimenti desertiche, metterà in pericolo l’esistenza di novanta milioni di Egiziani.
La pace è minacciata proprio dalle prevedibili lotte che si scateneranno e già sono in corso per il controllo di risorse materiali che non possono essere condivise su questa Terra, dove, come dice Dante, «è mestier di consorte divieto» (Purgatorio, XIV, v. 87). Grazie a negoziazioni e ad arbitrati internazionali si potranno trovare , in questo o in altri casi, degli accordi soddisfacenti?
Entro certi limiti – ancora ristretti – si possono già mettere dei confini, giuridici e politici, all’appropriazione privata o nazionale di certi beni condivisibili, quelli il cui consumo da parte di qualcuno non escluda necessariamente gli altri o quelli che dovrebbero essere gratuiti per tutti (come i pesci in acque internazionali). Non di tutto ci si può appropriare in esclusiva, non tutto deve essere sottoposto a pure leggi di mercato. Le Nazioni Unite e alcuni parlamenti nazionali hanno attribuito la qualifica di common goods all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari (risoluzione 64/292 del 28 luglio 2010), al fondo marino e all’Antartide e la stanno estendendo alla Luna e al genoma umano. Per questi l’applicazione concreta di tale qualifica si tratta, per ora, di una prospettiva di lunga durata o di una utopia.
Riprendendo in esame il problema più urgente, quello dell’acqua, è facile profezia ipotizzare che l'”oro azzurro” sarà alla base di grandi contese, non solo a causa del previsto aumento della popolazione mondiale, specie nei paesi più poveri, ma anche per effetto del riscaldamento globale e della conseguente desertificazione di molte aree. Già ora, quasi un miliardo di uomini non dispone a sufficienza di acque potabili per soddisfare la sete, preparare il cibo e allevare il bestiame e neppure di acque non potabili per i servizi igienici (la mancanza d’acqua è, in generale, la seconda causa di morte su scala planetaria).
Anche ciò che appare meno urgente e che resta sullo sfondo del dibattito pubblico non deve però essere perso di vista, come la salvaguardia del genoma, perché essa mira alla tutela non solo della collettività dei viventi, ma dell’insieme della specie umana, presente e futura. Lo stesso vale per la possibile o paventata spartizione tra gli Stati dell’Antartide e della Luna (sebbene in questo caso sembri proprio di parlare di fantascienza), da trasformare in luoghi di sfruttamento esclusivo di determinate risorse – petrolio, minerali, terre rare, prodotti della pesca, compreso il krill (i piccoli crostacei che formano lo zooplancton) – o per conquistare posizioni militarmente strategiche.
L’emergenza è ormai diventata la norma e la percezione dell’insicurezza è giunta a un punto tale che studiosi seri sostengono che, da quando l’umanità è divenuta capace di auto-sopprimersi o con le armi di distruzione di massa o alterando le condizioni necessarie alla sua sopravvivenza – clima, riproducibilità delle risorse, inquinamento dell’aria, delle acque e del suolo – bisogna lucidamente prepararsi ad affrontare i disastri già avvenuti grazie a una teoria definita “catastrofismo illuminato”.

Leggere

Leggo su “Il Piccolo” che “il Friuli Venezia Giulia è la regione d’Italia più forte per lettura di libri: il 56,4% dei residenti legge almeno un libro all’anno, rispetto alla media nazionale che è del 43 per cento. Il dato è stato diffuso dall’Associazione Italiana Editori (Aie)”. Il primo pensiero è che un libro all’anno sia davvero poco, pochissimo. Il secondo è che la metà degli italiani non legga neppure quello. Il terzo è una domanda: ma è un dato assoluto e certo o è una media? Perché avendo letto nel 2014 una ventina di libri, nel caso in cui si tratti di una media, significherebbe che una ventina di persone non ne hanno letto alcuno!
Approfitto per raccontare un piccolo episodio. Lunedì pomeriggio, in attesa che iniziasse il collegio docenti, stavo leggendo “Berlin. La città delle pietre” di Jason Lutes, un fumetto che racconta delle vicende storiche sulla Repubblica di Weimar. Non sono stati pochi i colleghi che, sbirciando immagini e nuvolette, appoggiandomi una mano sulla spalla, mi hanno detto: “Ah, ci diamo a qualcosa di facile, eh?”. Riporto qui sotto un passaggio (pag. 84) e una delle strisce che mi sono più piaciute, ambientata su un tram (pag, 74): “La storia dell’umanità è come un grande fiume, che trova il suo percorso nelle zone più basse del paesaggio, e ogni pagina è come una pietra. Viene lanciata senza scopo, solo per vedere il tonfo, però migliaia di pietre possono far salire il livello dell’acqua fino a far straripare il fiume. L’acqua si spande, la forza del fiume diminuisce, in breve diventa una palude. Ma se ogni pietra è posta attentamente e con un progetto, forse si può costruire qualcosa. Non per arginare la corrente, ma per deviarne il corso. Berlino è stata costruita su una palude. Spero ne resterà più di un mucchio di pietre”.
Io non riesco a non considerarla letteratura. E confesso che, a volte, una lettura sola non mi basta…

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Ritorno

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Preferisco il tornare al partire. Scrive Cesare Pavese ne “La luna e i falò”: “Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Ho passato la maggior parte della mia vita a Palmanova e le estati a Bagnaria, dai nonni, in una casa in mezzo alla campagna; quando penso al luogo ideale per una vacanza i pensieri vanno alla montagna anche se sono tantissimi anni che non la passo là. Ora vivo a Clauiano e fino a poco tempo fa, se qualcuno mi avesse chiesto di descrivere le caratteristiche del luogo che sento veramente mio, non avrei saputo cosa rispondere. Ora, grazie alle quasi quotidiane passeggiate con Mou, ho capito: alle soglie dei quarant’anni riconosco la terra, l’aperta campagna, come il mio luogo dell’anima, nonostante le mie allergie alle graminacee, alle composite e alle betullacee… E mi sembra di essere tornato a casa. Ancora Pavese: “E di nuovo, guardandomi intorno, pensavo a quei ciuffi di piante e di canne, quei boschetti, quelle rive – tutti quei nomi di paesi e di siti là intorno – che sono inutili e non dànno raccolto, eppure hanno anche quelli il loro bello – ogni vigna la sua macchia – e fa piacere posarci l’occhio e saperci i nidi.”

Un orizzonte nuovo

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Capita spesso in classe di parlare dei social a vari livelli, a seconda delle classi. Ecco, questo articolo, preso dal sito di Giovanni Grandi, ricercatore in filosofia morale, è per le classi più esperte, ma con un po’ di concentrazione è utile a tutti 🙂

“Non occorre trovarsi ad un incontro con il Papa: basta essere ad uno spettacolo di fine anno alla scuola dell’infanzia – l’asilo, per la mia generazione – per vedersi levare immancabilmente una selva di schermi tra telecamere (sempre meno) tablet e smartphone (sempre più). Impossibile vedere oltre. Che alle volte è più semplice guardare la scena dallo schermo del tablet di chi sta due file più avanti. Provavo a sorridere a proposito della funzione dello “schermo”, che originariamente è quella di proteggere, di riparare, di mettersi in mezzo ma proprio per creare distanza. Oppure per impedire dispersioni, specialmente – e non senza umorismo – nel caso dei “cavi schermati” che impieghiamo nelle telecomunicazioni. Questo significa “schermare”. È allora paradossale la funzione dello schermo delle nostre appendici tecnologiche: si mette di mezzo tra noi e quel che ci sta di fronte non più per proteggere e custodire, ma per esporre e diffondere esponenzialmente.
Alessandra de Paola (@amedepaola) da twitter suggeriva che si tratta di un’eco della nostra solitudine: «Se qualcosa non sta sulla tua timeline esiste solo per te: è la foto di quanto ci sentiamo soli e abbiamo bisogno di comunicare».
È interessante l’idea per cui oggi rischia di esistere solo quello che riusciamo ad esibire, a mostrare, anche dei nostri vissuti. Alle radici di questa deriva non vedo però il demone della tecnologia, ma forse qualcosa di meno appariscente su cui varrebbe la pena di sostare.
Il raccontare e il raccontarsi è un elemento strutturale della nostra umanità. È nella narrazione che si creano relazioni, che si strutturano eredità e tradizioni. Se la cultura semita puntava sull’ascolto, la cultura greca ha fin da principio fatto leva sulla visione: dalla prima abbiamo ereditato l’opzione preferenziale per la scrittura, dalla seconda quella per la monumentalità. In entrambi i casi però quel che veniva trasmesso non era la riproduzione immediata del reale. La Sacra Scrittura non è una cronaca di eventi, neppure quando fa riferimento a fatti attestabili secondo i moderni criteri storiografici. Neanche i monumenti greci, con le loro storiografie visuali volevano essere una riproduzione pedissequa del reale. I media antichi non erano semplicemente cronache: erano narrazioni in cui il cuore era costituto da un tassello di sapienza. Come dire: attraverso questi eventi, rielaborando queste esperienze, abbiamo compreso che…
Quello che mi colpisce di molte nostre narrazioni contemporanee è che somigliano sempre di più a delle telecronache, in cui il messaggio di fondo rischia di essere semplicemente “io c’ero”, “io sono qui” (I’m at…) o “guardate che bello”. Nulla di discutibile nel realizzare un’istantanea, il punto non è questo.
Il punto è se, nel tempo, ho modo di ritornare su quell’esperienza che ho avvertito la necessità o di condividere in diretta, per estrarne un tassello di sapienza, di maggiore comprensione della vita. Il punto è se dietro all’evento c’è una scoperta, che a sua volta vale la pena di condividere, di far circolare. Quel che mi lascia perplesso nelle nostre narrazioni è l’inflazione di eventi e la deflazione delle scoperte di sapienza. Se impieghiamo tutto il nostro tempo a far rimbalzare in diretta telecronache di eventi, quanta attenzione ci rimane per sostare sui vissuti e perlustrarli con pazienza, alla scoperta di profondità meno appariscenti, di significati e lezioni stimolanti per maturare in umanità?
Potrebbe essere allora interessante mettersi alla prova: tra gli eventi di cui ho riferito e che ho esibito nella mia timeline (specialmente sui social) della scorsa settimana, ce n’è almeno uno che oggi posso raccontare nuovamente, perché non ha il gusto stantio della cosa passata ma quello frizzante di un orizzonte nuovo che ho scoperto?
Riabilitare (o quantomeno sostenere) la capacità narrativa come rielaborazione del messaggio dei vissuti potrebbe essere una sfida interessante. Perché non pensare qualche workshop in questo senso, specialmente lì dove si lavora sulla valorizzazione dei social media e degli strumenti di interazione che oggi abbiamo a disposizione?
Gran cosa se il social fosse un amplificatore di human wisdom…”

Titubanze

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E’ uno scatto di 5 anni fa, 31 maggio 2009, Lignano. Ero in pausa studio, mi stavo preparando a un esame per addetto antincendio. Ho preso la macchina fotografica e sono andato in spiaggia: fresco, nuvoloso, ventilato. Mi sono seduto su un lettino già aperto e ho atteso. Questo bimbo ha cominciato a correre avanti e indietro e ho scattato. Il risultato è una foto che mi incuriosisce.
C’è il mare che mi dà senso di infinito, benché sappia che da qualche parte c’è un limite, il filo di una costa che lo respinge. Ci sono le nuvole scure all’orizzonte, promessa di un temporale, tempo bello per me che li amo nella loro imprevedibilità e nella loro incostanza, così diversi da un cielo terso (che non disprezzo). Ci sono i limiti a ricordare la prudenza, ma anche la voglia di oltrepassarli quando si possiedono gli strumenti per poterlo fare. C’è il bimbo che si tiene i pantaloni, quasi con la paura che l’acqua bassa possa bagnarli; un piede è nelle onde, l’altro è sulla battigia, il corpo è volto allo spazio aperto, non lo sguardo che è basso. Sembra titubante, come se avesse voglia di andare ma ci fosse qualcosa a trattenerlo. Sarà che oggi ho finito di leggere “La luna e i falò”.

Intersecazioni

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Anobii mi dice che dal 1 gennaio ad oggi ho letto 20 libri. Sorrido perché mi viene in mente mia madre che dalle elementari alla terza media mi supplicava di leggere qualcosa: “ma perché non leggi mai?” “leggere fa bene, ti aiuta” “come pensi di poter fare il liceo senza leggere niente, guarda tua sorella”…
Poi, non so cosa sia successo. Mi ricordo in maniera ben distinta che uno dei primi autori ad avermi appassionato è stato Pavese. Da bambino passavo le estati in campagna, dai nonni, e i ritmi erano quelli della vita dei campi. Oggi, tra l’altro sarebbe stato il 96° compleanno della nonna Mina… (intersecazione prima). Lì, nella libreria della zia, ho scoperto Pavese. Mi è tornato alla mente (intersecazione seconda) in questi giorni in cui mi è venuta voglia di rileggere “La luna e i falò” e mi sono ritrovato in queste parole: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Il 1° maggio sono stato a Barbana (intersecazione terza). Era da almeno trent’anni che non ci mettevo piede. Non vi sono legato per il culto mariano (non è decisamente il mio forte), ma per una sorta di culto della memoria. Vi andavo in pellegrinaggio con i nonni, si muoveva l’intero paese, era una festa che durava tutto il giorno, anzi, iniziava il giorno prima con la preparazione di tutte le cose da portare via per pranzare sotto i pini marittimi. E’ un ricordo caldo e felice della mia infanzia, un po’ annebbiato, ma al quale il compleanno della nonna, il libro di Pavese e la visita del 1° maggio hanno tolto un po’ di patina.
“Anche la storia della luna e dei falò la sapevo. Soltanto, m’ero accorto, che non sapevo più di saperla”.