Tra redenzione e libertà

bob

Ci sono canzoni che mettono i brividi. Certo, è soggettivo. Mi sono imbattuto in uno di quei video che girano in rete per un po’ e poi finiscono nel dimenticatoio: più di un anno fa, nell’edizione olandese di The Voice, un concorrente ha proposto “Redemption song” di Bob Marley.

E’ una canzone del 1979, molto acustica e folk e poco reggae, passata alla storia come il testamento spirituale di Bob Marley (mentre scrive le canzoni dell’album “Uprising”, il cantante sa già di essere malato di cancro).

Si parte con il racconto di una vicenda che ricorda quella di Giuseppe, venduto a dei mercanti dai fratelli gelosi che lo avevano buttato in un pozzo e che poi, negli anni, trova la strada del proprio riscatto grazie a Dio: “Vecchi pirati, sì, mi hanno fregato, venduto alle navi di mercanti, qualche minuto dopo avermi tolto dall’inferno senza fondo. Ma la mia mano venne fortificata dalla mano dell’onnipotente”.
Nel ritornello vengono uniti due concetti: quello di redenzione e quello di libertà. “Tutto quel che ho avuto sono canti di libertà. Vuoi aiutare a cantare questi canti di libertà? Perché tutto quel che ho mai avuto sono canti di redenzione, canti di redenzione”. Il legame tra la liberazione dal peccato e libertà è un tema centrale del racconto biblico e dell’esperienza di fede. Per il popolo ebraico la liberazione dalla schiavitù dall’Egitto (argomento caro al popolo giamaicano e a tutti i popoli che hanno vissuto l’esperienza dello schiavismo) è alla radice del rinnovato rapporto con Dio, della “Alleanza”.
Bob Marley sposta la sua attenzione sul presente e su nuove schiavitù, prima di tutto quelle mentali, e invita a non restare con le mani in mano, ma a liberarsi dalle paure legate alla terra (l’energia atomica) che sono ben poca cosa in confronto all’eternità (il tempo che non può essere fermato) e a darsi da fare per “adempiere al Libro”: “Emancipatevi dalla schiavitù mentale. Nessun altro all’infuori di noi stessi può liberare le nostre menti. Non temete l’energia atomica poiché nessuno di loro può fermare il tempo. Per quanto ancora uccideranno i nostri profeti mentre noi ce ne stiamo da parte a guardare? Alcuni dicono che è solo una parte del tutto. Siamo noi che dobbiamo adempiere al Libro.”
Qui sotto alcune cover…

Joe Strummer:

Chris Cornell:

La Casa del Vento:

Il re e gli zeloti

ocean

Stamattina ho accompagnato mia moglie ad una visita. Mentre la attendo riprendo la lettura di “E l’eco rispose” che avevo sospeso da qualche settimana, e dopo poche righe mi imbatto in queste parole di Khaled Hosseini: “Si immagini mille pugni chiusi alzati al cielo! Il re aveva messo in moto la terra, capisce, ma era circondato da un oceano di zeloti, e lei sa bene cosa succede quando il fondo dell’oceano si scuote, Monsieur Boustouler. Uno tsunami di ribelli barbuti si abbatté sul povero re, che cercò inutilmente di mantenersi a galla agitando le braccia”.

Sullo Stato Islamico

Faccio seguito alle lezioni sostenute in classe sullo Stato Islamico e sul contesto geopolitico con alcuni articoli che riportano punti di vista variegati sulla situazione. Li ho trasformati in pdf per non perderli, ma indico di volta in volta anche il link corrispondente.

Il primo è tratto da Limes: Così noi Europei inventammo il Medio Oriente

Il secondo da Oasis: Dove nasce la violenza del risveglio islamista

Il terzo da Geopolitica: Isis_ Cui prodest_

Il quarto dal Corriere della Sera: La debolezza delle regole

Il quinto sempre da Oasis: Lo stato slamico spiegato a mio figlio

Buon 5775!

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Buon 5775! Buon anno palindromo!
Dal sito della Comunità ebraica di Bologna prendo le informazioni per capire la festa di Rosh ha-shanah. A chi lo desidera consiglio anche un articolo de Linkiesta con relative slide e quello de Il Post.
“Rosh ha-shanah è la festività che celebra il capodanno ebraico. E’ chiamata anche Yom teru’ah, “giorno del suono”, Yom ha-din, “giorno del giudizio” e Yom ha-zikkaron, “giorno del ricordo”.
La ricorrenza non è legata ad alcun fatto storico relativo al popolo d’Israele, ma vuol ricordare la creazione del mondo; è, in altre parole, il giorno del “compleanno” della Terra. Una data quindi di importanza universale in quanto, riallacciandosi al giorno in cui furono creati il primo uomo e la prima donna, mette in luce che l’intera umanità, discendente tutta dalla prima coppia, gode di pari diritti e dignità in quanto ogni uomo è figlio di Dio.
Nella Torah, non è usato il termine Rosh ha-shanah, bensì quello di Yom teru’ah, “giorno del suono” (dello shofar): nella sinagoga, infatti, il giorno di Rosh ha-shanah lo shofar viene ripetutamente suonato perché, secondo una tradizione, l’ultimo giorno della creazione Dio manifestò la sua gioia e la sua vicinanza all’uomo creato “a immagine divina”, proprio con il suono dello shofar… Si tratta di un corno d’animale (normalmente di capro, a memoria dell’animale sacrificato da Abramo al posto di Isacco) adibito a strumento musicale, che ha la sua parte in molti momenti di riti, soprattutto a Rosh ha-shanah e a Kippur. Il suono dello shofar è un suono ricorrente in tutta la storia ebraica e rappresenta la speranza e la fiducia. Al suono dello shofar, che echeggiava solennemente sul monte Sinai, furono consegnati a Mosè il Decalogo e la Torah. Quando Mosè salì la seconda volta sul monte Sinai per ricevere nuovamente le tavole che aveva spezzato alla vista del vitello d’oro, diede ordine che ogni giorno venisse suonato lo shofar perché il suo suono ammonitore impedisse al popolo di lasciarsi nuovamente fuorviare dal culto pagano. Lo shofar viene oggi suonato nella sinagoga in tre modi diversi: teru’ah (suono staccato e martellante), shevarim (tre brevi emissioni di suoni), teqi’ah (un lungo suono ininterrotto).
Al suono dello shofar il Signore annuncerà la completa redenzione del suo popolo: “in quel giorno verrà suonato un grande shofar e coloro che erano dispersi nel paese di Assiria, e quelli che erano dispersi nel paese d’Egitto, verranno e si prosterneranno sul monte santo, a Gerusalemme” (Is 27, 13). E’ in base a questa profezia che nella ‘amidah, preghiera che recita tre volte al giorno, si chiede a Dio: “Suona il tuo grande shofar per annunciare la nostra liberazione, e riuniscici dai quattro angoli della terra nella nostra terra”. Secondo alcune tradizioni lo shofar rappresenta inoltre la fiducia nella risurrezione dei morti che sarà anch’essa accompagnata dal suono di questo strumento. E infine anche la redenzione dell’intera umanità, l’Era messianica, secondo la tradizione ebraica sarà annunciata dal suono dello Shofar (cf Is. 18, 3).
Nel pomeriggio di Rosh ha-shanah è uso recarsi presso un fiume o al mare, o comunque in un luogo ove ci sia dell’acqua corrente, per gettarvi simbolicamente qualcosa di vecchio, recitando i versi del profeta Michea: “Perché Tu, Dio, getterai nel mare più profondo le nostre colpe” (Mic 7, 19).
Tale cerimonia si chiama Tashlikh. Ovviamente, come tutti gli usi entrati nella tradizione di ogni popolo, tale cerimonia non deve essere considerata una specie di superstiziosa liberazione da ogni peccato, ma deve essere interpretata nel suo significato simbolico di impegno personale a rigettare ogni cattivo comportamento.
La sera di Rosh ha-shanah la tavola ha un aspetto particolarmente festoso e colorato. Dopo la consacrazione della solenne ricorrenza con il Kiddush, la challah, il pane preparato appositamente per la festa, oltre che nel sale viene intinta nel miele perché “ci conceda il Signore un anno dolce e piacevole”. Inoltre la sua forma non è allungata, ma rotonda, perché l’anno sia privo di spigoli. Si prepara poi una fruttiera piena di mele e di melograni: le mele vengono intinte nel miele e mangiate dopo il pane, quasi da raddoppiare l’augurio di un anno dolce. In quanto ai melograni, essi non solo rappresentano una primizia di stagione (e ciò è di buon auspicio per l’anno nuovo e permette di aggiungere alla benedizione di ringraziamento a Dio quella delle primizie), ma vengono divisi tra i commensali, i quali si augurano che durante il nuovo anno le buone azioni si moltiplichino come i semi di un melograno. In molte comunità si usa terminare la cena con un dolce fatto col miele. I vari piatti che sono mangiati durante la cena di Rosh ha-shanah sono generalmente composti da: fichi, mela, zucca, finocchio, fagiolini, porri, bietola, datteri, melograno, testa d’agnello e di pesce.
A Rosh ha-shanah, come anche a Kippur, in sinagoga domina il colore bianco. Bianca è la tenda che copre il luogo ove sono contenuti i rotoli della Torah, bianche sono le “vesti” che coprono i rotoli stessi. Anche coloro che partecipano alla funzione usano indossare un indumento bianco o aggiungere qualche accessorio bianco agli abiti di festa, in quanto il bianco è simbolo di purezza.
Numerosi sono gli inni, i salmi e i canti che si recitano in sinagoga in occasione di Rosh ha-shanah.”

Gemme n° 0

Apro una nuova sezione nel blog: GEMME. Ho chiesto ai miei studenti di pensare a qualcosa (una canzone, una scena di un film, una pagina di un libro, un quadro, una foto, un oggetto…) per loro significativo e che desiderano far conoscere ai compagni come fosse una gemma preziosa. Il pomeriggio, poi, metterò qui sul blog i loro spunti. Intanto metto una mia gemma, quella che presenterò loro questa settimana.

In sottofondo “I giorni migliori”, Tiromancino.
Ci sono nell’aria delle cose che dentro di noi conosciamo a memoria perché sono quelle che sentiamo più nostre, più personali, che sentiamo veramente come parte di noi e che non possiamo condividere magari per paura o solo proprio perché desideriamo che continuino a restare nostre. Mi viene da pensare ai sogni, alle speranze, ma anche al senso che possono avere per noi una determinata foto, una certa canzone, una stella alpina chiusa tra le pagine di un libro…
Queste cose, che poi formano la nostra identità, non vanno mai rinnegate, soprattutto nei momenti difficili, in quei momenti in cui niente va per il verso giusto, in cui resta ben poco a cui aggrapparsi, in cui sembra proprio di essere tagliati fuori, di essere rimasti fermi mentre tutti continuano a correre felici verso la loro meta “in continuo movimento”. E’ proprio questo il momento in cui difendere le fragili cose che sentiamo nel cuore. Come? Facendo volare “in alto i nostri pensieri più limpidi”.
In questa canzone Federico Zampaglione parla di speranza, di ideali, di valori ma anche e soprattutto delle piccole cose che poi rendono concreti la speranza, gli ideali, i valori. Per una persona che è finita a terra, che si è ritrovata precipitata in una situazione difficile, è forse più facile pensare al futuro, cercare di rimettersi in piedi, riscoprendo l’interesse per le piccole cose. Non penso che sia parlando dell’amore o della fiducia che mi torno ad innamorare, ma ricevendo o dando una carezza, uno sguardo, un bacio, un abbraccio… “perché sono le sfumature a dare vita ai colori e a farci tornare in mente le cose più pure dei giorni migliori”. Si potrebbe allora pensare che si tratti di una canzone che parla di nostalgia, di un passato comunque migliore del presente che stiamo vivendo o del futuro che potrebbe arrivare. Ma c’è l’ultimo verso a venirci in soccorso, che ci invita a non cercare facili scorciatoie, ma a basarci sulla strada in cui crediamo e sul coraggio di percorrerla: “Non ci sono percorsi più brevi da cercare, c’è la strada in cui credi e il coraggio di andare”. E la forza di mettersi in cammino sulla strada è quella che emerge in tutti i brani di chiamata che troviamo nella Bibbia, da quelli dei profeti a quelli dei discepoli, e tutti richiedono un movimento, di piedi e di cuore. Cito solo l’inizio del Vangelo di Marco: “Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui”.
E il discorso si può estendere a tutti i viaggiatori, da Siddharta a Ulisse, da Frodo a Marco Polo, da Gilgamesh a Terzani.

Pezzi

dalìAvverto che c’è il bisogno di un post di alleggerimento (almeno in apparenza…) con un brevissimo racconto.

«“Una volta il diavolo andò a passeggio con un amico. Videro un uomo davanti a loro che si chinava e raccoglieva qualcosa dalla strada.
Che cos’ha trovato quell’uomo?” chiese l’amico.
Un pezzo di verità” rispose il diavolo.
E non ti dispiace?” chiese l’amico.
No” disse il diavolo. “Gli permetterò di farne un credo religioso.”»
(A. De Mello, “Il canto degli uccelli”)

Quei cristiani iracheni più orientali e meno occidentali

Per iniziare a cercare di informarci un po’ sull’argomento “Isis” riporto un articolo molto interessante di Allan Kaval per Orient XXI, ripreso in Italia da Osservatorio Iraq, la cui redazione ha curato la traduzione. Molto probabilmente lo leggeremo in classe.

isis 2La situazione dei cristiani iracheni dopo l’offensiva dello Stato Islamico ha suscitato un ampio slancio di solidarietà da parte dei paesi occidentali. Sorgono però alcuni interrogativi: perché una reazione così tardiva se le comunità extra-islamiche sono in pericolo dal momento dell’invasione statunitense?
Perché i paesi occidentali continuano a proporre come soluzione l’esilio e non tengono conto delle richieste dei rappresentanti cristiani che vogliono restare in Iraq?
Dopo la presa della città di Mosul da parte dei combattenti dello Stato Islamico (Isis) in giugno e più ancora dopo l’offensiva jihadista verso le posizioni curde – tradotta ad inizio agosto nella conquista delle località cristiane della piana di Ninive – il cristianesimo iracheno, già minacciato dal caos che regna nel paese dal 2003, sembra ormai in via d’estinzione.
I cristiani di Mosul sono stati costretti dai nuovi padroni della città a maggioranza araba e sunnita a lasciare le proprie case – pena la morte – se non si fossero convertiti all’Islam o se si fossero rifiutati di pagare un’imposta vessatoria. La loro sorte ha sconvolto l’opinione pubblica occidentale e ha contribuito a riportare temporaneamente i cristiani iracheni sul fronte della scena internazionale.
Tuttavia, sebbene lodevoli in un contesto d’urgenza, le dichiarazioni formulate da certi governi hanno dato adito a qualche perplessità. Parigi, ad esempio, si è subito dichiarata pronta ad accogliere tutte le domande di asilo formulate dai rifugiati cristiani iracheni. Misure, giustificate da una ipotetica solidarietà confessionale, che contribuiscono però a normalizzare l’idea secondo cui la presenza di minoranze religiose in Iraq sarebbe un’anomalia dalle conseguenze funeste e che il posto di queste popolazioni non sarebbe nel loro paese di origine bensì in Europa o in Occidente, vicino ai “loro simili”.
Simili propositi sono ancor più pericolosi se consideriamo che sposano perfettamente le tesi di alcuni ideologi dello Stato islamico. L’obiettivo dichiarato dall’Isis è proprio quello di mettere in atto, nelle zone passate sotto il suo controllo, un ordine totalitario che faccia tabula rasa delle molteplici eredità della regione, cancellando le tracce della sua storia complessa e trasformandola in una nuova entità spurgata di ogni eterogeneità confessionale.
Ancora una volta, dunque, i cristiani iracheni sembrano dover pagare il prezzo di un’associazione – in parte imposta – all’Occidente. Fin dall’espansione dell’influenza europea in quello che era l’Impero Ottomano, nel XIX secolo, queste comunità – strumentalizzate e ripetutamente tradite dalle potenze coloniali britanniche, francesi e russe – sono state costrette, agli occhi dei loro vicini musulmani e delle autorità della regione, in una posizione che non hanno mai veramente scelto: quella di testa di ponte dell’Occidente in terra d’Islam, di quinta colonna nell’orto del nemico. La loro storia invece, indissociabile dal resto del passato mediorientale, si è sviluppata ben al di fuori delle esperienze e dell’influenza del cristianesimo latino e di quello greco-ortodosso.

Una Chiesa particolare
Nei primi secoli dell’era cristiana, i cristiani d’Assiria (Alto Tigri) si erano ritrovati sotto il dominio della Persia achemenide e avevano cercato di distinguersi dalla Chiesa di Antiochia, situata nell’area bizantina, per essere accettati e tollerati dalla dinastia iranica. Da allora hanno seguito una traiettoria storica e teologica distinta e parallela a quella degli altri mondi cristiani, posti sotto il controllo di Roma e Costantinopoli. Per tutti coloro che si opponevano al dogma bizantino – come la Chiesa nestoriana – la Persia zoroastriana e i suoi annessi mesopotamici rappresentavano infatti un rifugio sicuro contro le persecuzioni del basileus, imperatore di Costantinopoli. Né latine né greche ma di lingua siriaca e di tradizione semita, le Chiese orientali cominciano a sviluppare una loro zona di influenza. Indipendenti dai grandi centri cristiani del vecchio mondo, conoscono una diffusione particolare – ben illustrata dall’esempio della Chiesa nestoriana – che si riversa lungo le vie di comunicazione dell’Impero persiano per raggiungere l’Asia centrale e poi i confini della Cina e dell’India, ben al di là dell’orbita di Roma e Costantinopoli.
La situazione delle comunità cristiane della Mezzaluna fertile non cambia di molto con la conquista musulmana della regione nel VII secolo. Gli imperi arabi del Vicino Oriente rivestono, di fronte a Bisanzio, una posizione analoga a quella dei persiani sconfitti. Le relazioni dei cristiani con le nuove autorità della regione sono floride, tanto che i primi secoli della dominazione islamica coincidono addirittura con un periodo di espansione del cristianesimo siriaco. Numerose chiese e monasteri vengono così costruiti nelle pianure settentrionali della Mesopotamia e l’élite cristiana si avvicina al potere musulmano nelle grandi città dove le minoranze costituiscono una parte importante della popolazione (in particolare a Baghdad sotto il Califfato abbaside – 750-1258 – che costituisce l’età d’oro dell’Islam medievale).

Il peso delle crociate
Sono invece le Crociate, a partire dall’XI secolo, che iniziano a scuotere le relazioni tra le comunità cristiane e gli Stati musulmani in Medioriente. Il collegamento implicito tra Occidente cristiano e cristiani d’Oriente innesca conseguenze funeste che portano a confondere l’esistenza di quest’ultimi con gli interessi delle potenze straniere, i cui strascichi continueranno a lungo a farsi sentire. Sebbene, contrariamente ad altre minoranze della regione, le chiese di tradizione siriaca non si siano schierate al fianco dei crociati e per questo siano state risparmiate dalla reazione delle autorità islamiche, i membri di queste comunità iniziarono ad essere guardati con diffidenza e scetticismo in un contesto generale di confronto geopolitico e religioso.
Le Crociate avviarono così il declino della realtà siriaca, che sarà quasi cancellata dalle invasioni mongole del XIII secolo e che riuscirà a conservarsi solo nelle montagne del Kurdistan e in qualche bastione dell’antica Assiria, come ad esempio l’attuale provincia di Mosul. E’ proprio in questa regione che la cristianità siriaca ha iniziato il suo processo di riavvicinamento alla cristianità europea. Nel 1553 viene fondata la Chiesa caldea, legata al papato romano, che in poco tempo diventerà maggioritaria nella Mesopotamia settentrionale. Più tardi, all’interno dell’Impero ottomano, dinamiche simili saranno alla base dei principali eventi storici che segnano la regione. Durante la metà del XIX secolo l’Impero retrocede dal territorio balcanico e cerca di ristrutturarsi attorno all’identità islamica. Intanto, all’interno delle frontiere, le potenze europee e la Russia coltivano le loro alleanze con le minoranze cristiane arrivando perfino a contestare la sovranità ottomana su una parte dei suoi sudditi. Al contatto con l’Occidente – e dunque con la “modernità” – queste comunità scoprono le idee dei Lumi e poi il nazionalismo. Se i cristiani orientali non si espongono in prima linea, gli armeni – che beneficiano di legami strutturati con l’Europa – ne saranno considerevolmente influenzati.

Un genocidio dimenticato
La loro rinascita nazionale contribuisce di rimbalzo alla formazione di un nazionalismo cristiano di cultura siriaca che pretende di trascendere le divergenze ecclesiastiche per far emergere una nuova nazione assiriana. Fondata esclusivamente su un criterio religioso, questa nuova nazione si inventa un substrato etnico basato sull’eredità mitica delle antiche civiltà mesopotamiche che l’Europa sembra riscoprire proprio in quel momento. Di conseguenza i cristiani d’oriente nel loro insieme sono sempre più associati dalle autorità ottomane agli interessi dei loro nuovi protettori francesi, britannici e russi. Lo scoppio della Prima guerra mondiale, che oppone la Sublime Porta a queste tre potenze, farà poi dei cristiani siriaci dei veri e propri nemici dell’interno. Nel 1915 sono vittime – come gli armeni – di un vero e proprio genocidio che conta circa 300 mila morti. Perpetrato essenzialmente nel territorio dell’attuale Turchia, questo massacro costringe i sopravvissuti a fuggire verso quello che diventerà l’Iraq, occupato dai britannici, dove raggiungono i propri correligionari. Qui sono di nuovo strumentalizzati dal Regno Unito che li utilizza, nel quadro del suo mandato sul territorio iracheno, per soffocare le rivolte curde e sciite.
Nel 1933, dopo l’indipendenza del paese, saranno oggetto di nuove carneficine poiché considerati collaboratori di una potenza occupante, la quale tuttavia – in seguito al ritiro – sembra abbandonare le comunità siriache alla loro triste sorte.
La fine della Seconda guerra mondiale inaugura invece un periodo più favorevole per i cristiani d’Iraq. Con il trionfo del nazionalismo arabo, la loro appartenenza religiosa non sembra porre grandi problemi anche se si ritrovano costretti a proclamare la loro arabicità e a rinunciare alla propria distinta identità culturale come pure all’utilizzo della lingua siriaca. Tale situazione non impedisce ad alcuni membri di integrare i circoli esclusivi del potere, come nel caso di Tarek Aziz, quadro importante del regime di Saddam Hussein.
Allo stesso tempo, per tutto il corso del XX secolo, i cristiani siriaci animano una fitta diaspora verso i paesi occidentali – che ne facilitano l’emigrazione e l’accoglienza – anche a causa delle crisi ripetute attraversate dal paese dopo gli anni ’70.

La fine dell’ordine pubblico dopo il 2003
Un colpo decisivo per queste comunità è stato l’intervento americano in Iraq del 2003, con l’arrivo nel paese di militanti islamisti che Mosulscelgono come bersagli privilegiati uomini e luoghi di culto per ragioni ideologiche. L’affossamento dell’ordine pubblico ha permesso a gruppi mafiosi di attaccarsi impunemente ai cristiani siriaci, sprovvisti di milizie di autodifesa e le cui connessioni con l’estero sono percepite come garanzie di riscatti redditizi. Così Bassora, Bagdad e Mosul si sono progressivamente svuotate dei loro abitanti cristiani. Chi non ha la possibilità di scappare dal paese si rifugia nel Kurdistan iracheno, dove le autorità locali garantiscono la sicurezza e favoriscono l’accoglienza permettendo il reinsediamento nelle antiche zone di popolamento siriaco.
Questa sorta di status quo è stato ribaltato dall’avanzata dello Stato Islamico nel 2014. L’offensiva jihadista, che le forze curde non sono riuscite a contenere, ha incrinato la fiducia di una parte degli ultimi cristiani d’Iraq verso il governo di Erbil. L’aiuto militare accordato al Kurdistan iracheno dagli Stati Uniti e da alcune potenze europee ha permesso sì la controffensiva, scartando l’ipotesi di una conquista di queste regioni da parte delle truppe dell’Isis, ma il territorio del Kurdistan ha comunque perso – simbolicamente – il suo status di santuario inattaccabile.
E’ quindi l’esilio definitivo e senza ritorno che appare ad alcuni come l’unica soluzione per i cristiani d’Iraq. Se quelli insediati da tempo nelle città curde sono meno interessati, le decine di migliaia di persone che sono scappate dalle località cristiane delle pianure di Mosul – rimaste in mano ai jihadisti – non pensano di rientrate nelle loro case, desiderosi piuttosto di dimenticare un Iraq che di loro non ne vuole più sapere. Di fronte a questo fenomeno, la risposta più chiara che hanno offerto gli Stati occidentali è stata quella di incoraggiare l’esilio. Le dichiarazioni rilasciate in questo senso dal governo francese, ad esempio, presentano notevoli problemi. In primis hanno fatto nascere in migliaia di persone speranze che non potranno mai essere soddisfatte, e inoltre contribuiscono a rafforzare l’idea che l’esilio sarebbe l’unica vera via d’uscita, scartando a priori l’ipotesi che i cristiani d’Oriente possano continuare a vivere dove hanno sempre vissuto. Se le pianure di Ninive fossero liberate, potrebbero invece diventare oggetto di una protezione internazionale in grado di garantire l’autonomia del territorio e di rafforzarne le istituzioni e le forze di sicurezza. I progetti di regioni cristiane autonome in Iraq esistono da diversi anni e la loro realizzazione appare oggi prioritaria per riuscire ad evitare la scomparsa di queste popolazioni dalla loro area di insediamento secolare. Tuttavia, sostenere questo obiettivo implica per le potenze occidentali l’abbandono di una visione esclusivamente vittimistica e un reale trasferimento di mezzi a beneficio delle comunità siriache irachene.”

Musulmani d’Italia

Al HudaHo trovato questo interessante articolo di Francesca Bellino su Reset: l’argomento è quello degli italiani convertitisi all’Islam.
Quando si convertono scelgono un nome della tradizione musulmana e lo aggiungono al proprio, ma lo usano soprattutto con “i fratelli e le sorelle di fede”. Da parenti, amici e colleghi d’ufficio continuano a farsi chiamare con il nome della nascita. Sono italiani che hanno scelto l’Islam in età adulta e, per completare il loro ampliamento d’identità, hanno aggiunto anche un nome al loro percorso (se pur la richiesta non sia obbligatoria).
Aver fatto shahada (testimonianza di fede verso Dio e il profeta Muhammad) per la maggior parte di loro è una scelta intima, da non condividere con tutti. Di questi tempi poi, meglio tenere nascosto il proprio credo e quel nome straniero, portatore di fobie, paure e pregiudizi in aumento dopo la nascita dello stato islamico in Iraq e le notizie del reclutamento di jihadisti in Europa e anche in Italia.
Il convertito italiano è, dunque, una figura spesso invisibile, poco conosciuta, incompresa o dipinta dai mass media con un’unica sfumatura, quella violenta ed estremista, usata per parlare di terroristi, tagliagola e indottrinatori. Le molteplici differenze presenti nella religione islamica si riflettono anche nella galassia dei convertiti d’Italia, che è in grande trasformazione rispetto al passato. Ci sono i praticanti e i non praticanti, quelli che seguono le confraternite africane, chi ha “avuto la chiamata”, chi si è convertito per sposarsi, chi per “sfuggire alle contraddizioni della Chiesa” e chi perché ha sentito un bisogno di spiritualità.
Se trenta anni fa erano gli intellettuali e i pensatori a diventare musulmani, oggi si convertono all’Islam soprattutto persone che vivono nelle periferie, spesso ignoranti ed emarginate. Oggi il fenomeno della conversione nasce dal disagio e dall’esclusione sociale, non più da una ricerca spirituale raffinata. In questa fase assistiamo, inoltre, a un gran ridimensionamento delle conversioni rispetto al passato” spiega Gianpiero Ahmad Vincenzo, sociologo e scrittore napoletano, docente all’Università di Catania, convertito nel 1990.
Il numero dei convertiti in Italia è impreciso perché non esiste un albo. “Non tutti frequentano la comunità religiosa in moschee o centri di culto, dunque non tutti si dichiarano o si registrano”, sottolinea Alessandro Ahmad Paolantoni, segretario nazionale dell’UCOII (Unione delle comunità islamiche d’Italia), convertito dal 2001. “Si può dire che i musulmani italiani siano 40/50 mila, ma è un dato parziale. Tra questi purtroppo ci sono anche tante cattive conversioni: persone che cercano nell’Islam la risoluzione di problemi personali e non la spiritualità. Persone con percorsi accidentati che provano a salvarsi con l’Islam, senza arrivare ai casi estremi di chi decide di partire per il jihad. In quel caso parliamo di eccezioni. Gente indottrinata attraverso il web, con un percorso solitario, “fai da te”, senza alcun contatto con gli imam. Il lavoro dell’UCOII al momento è concentrato molto sulla formazione degli imam sui territori, oltre che sul cercare di accelerare l’intesa con lo Stato che finora non è stata possibile per motivi politici e pratici”.
Alessandro è approdato all’Islam attraverso i libri. Aveva 33 anni e non praticava alcuna religione. Aveva lavorato prima nella tabaccheria dei genitori, poi nel campo delle decorazioni d’interni. Curioso, seguiva la geopolitica, e tra una lettura e l’altra si è imbattuto nell’Islam e ne ha subito apprezzato il concetto di responsabilità individuale, l’assenza di intermediario tra Dio e il credente e il prendere in considerazione tutti i profeti e le rivelazioni precedenti all’arrivo di Muhammad. “Non ho mai sentito di tradire o abbandonare qualcosa – dice – ma solo di aggiungere. Con naturalezza e normalità”.
Stessa sensazione che ha avuto Carlo Ahmed, 27 anni, romano, impiegato, convertito nel 2008 dopo essere stato “affascinato dalla disciplina che c’è nell’Islam”. “Sono sempre stato un appassionato di viaggi e culture – racconta – così un giorno acquistai una copia del Corano. All’epoca frequentavo la facoltà di economia all’università e venivo da un percorso scolastico salesiano. Più leggevo e più scoprivo che Islam, Ebraismo e Cattolicesimo hanno tante cose in comune. Appartengono tutte allo stesso ceppo, ma l’Islam mi è sembrata subito la religione più completa. La mia famiglia all’inizio ha avuto alcune perplessità, poi ha capito che, anche se musulmano, rimanevo la stessa persona di prima. Purtroppo c’è disinformazione che confonde le persone. Quello di cui si parla in giro non è l’Islam”.
I musulmani non sono tutti jihadisti” tengono a precisare i convertiti italiani che, nella maggior parte dei casi, hanno trovato nell’Islam un senso di completezza e di semplicità. “Mi è sembrata subito una religione immediata ed elementare. Per me è stato un passaggio indolore. Più difficile è stato far capire alla famiglia che non stavo per diventare terrorista” spiega Enrico Karim, 53 anni, ingegnere di Catania, musulmano da 2 anni, noto come “il generoso”. “Convertendomi ho completato il puzzle della mia vita. Ho aggiunto il pezzo mancante che stavo cercando da tempo” racconta Catia Aysha, 57 anni di Modena, madre di 4 figli oggi residente in provincia di Viterbo con il marito palestinese. “Sono sempre stata dubitativa verso la religione cattolica”, spiega. “A scuola facevo molte domande all’insegnante e lei mi rispondeva sempre che “la fede è un mistero e bisogna avere l’umiltà di credere”. Questa risposta non mi convinceva così ho cominciato a seguire le adunate dei testimoni di Geova che non credono nella trinità, ma mi rimanevano sempre dubbi, spesso mi sentivo presa in giro. Quando ho scoperto l’Islam, invece, ha sentito che il discorso filava soprattutto nel punto in cui Gesù non è figlio di Dio, ma un profeta come gli altri. Sono passati quasi 40 anni dal giuramento, in quel momento ho sentito di andare avanti, di evolvermi, senza rinnegare nulla”.
Incontro Catia alla moschea al-Huda di Centocelle a Roma dove il sabato pomeriggio molti italiani interessati alla conversione o già convertiti si riuniscono per confrontarsi con l’imam. Nel gruppo ci sono molte donne, tutte con il velo, tra cui anche alcune convertite da poco come Roberta Aysha, 47 anni, romana, musulmana da 8 mesi. “Non sopportavo più le contraddizioni della Chiesa cattolica, soprattutto dopo aver avuto l’annullamento del matrimonio alla sacra rota – racconta – E’ stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non riuscivo a capire com’è possibile che la Chiesa non accetti il divorzio, mentre lascia che ci si butti fango addosso incolpandosi durante gli annullamenti. Così, dopo un viaggio in Turchia, ho sentito il richiamo dell’Islam”.
Giancarlo Mohammed, 64 anni, romano, divorziato, convertito e oggi sposato con una donna marocchina, anche lui pieno rancori verso la Chiesa cattolica, sintetizza il fenomeno dicendo: “Un tempo si andava verso l’anticlericalismo, oggi si va verso l’Islam”.
Diversa è la storia di Lauretta Amina Decaro, 45 anni, ex dipendente di banca, atea, romana, riceve in regalo una copia del Corano da un amico del marito, lo legge durante un lungo periodo di malattia a letto e ne rimane colpita, poi fa un viaggio in Egitto, conosce il suo futuro marito, divorzia dal precedente e dal 2004, dopo un sogno per lei significativo, si converte. Più immediata, invece, la conversione di Anna Fatma, 38 anni, pugliese, sposata con un egiziano. Quando conosce il suo attuale marito e scopre l’Islam, fa subito shahada (2 anni fa). “Non sapevo di essere musulmana” esclama soddisfatta e oggi che ha addirittura scelto di mettere sulla tessera dell’autobus una sua foto con il velo, così come Catia Aysha l’ha scelta per la carta d’identità. “Ora siamo libere di scegliere una foto con velo per i nostri documenti, così come le suore e i sikh, e allora perché non farlo!”.
Non ha ancora scelto un nome musulmano da aggiungere a quello di battesimo, invece, Antonio, 49 anni, palermitano, residente a Londra dove ha fatto il giuramento 2 anni fa. “Da quando mi sono convertito sono diventato più allegro, più sociale, più umano e mi sento più vicino alla gente, disposto ad aiutare chi ha bisogno” tiene a sottolineare, così come Sokhana Diarra Daniela, 30 anni, di Carbonia in provincia di Cagliari, dice che da quando è musulmana (da 4 anni) ha “trovato la pace”. Il suo incontro è stato con la confraternita di Mouridyia che nasce in Senegal e “si basa sui 5 pilastri dell’Islam, sulla umma e sul lavoro”. “Vengo da una famiglia atea, mi sono sempre sentita libera di scegliere qualcosa di diverso da quello che mi è stato inculcato e sono felice di aver scelto l’Islam. Mi sono convertita prima di incontrare mio marito che è senegalese. L’unica cosa che non accetto è la poligamia. Con mio marito abbiamo messo le cose in chiaro ma in Sardegna conosco molte occidentali che accettano di essere seconde mogli. Non posso che rispettare la loro scelta”.
Anche Donatella Amina, 54 anni, assistente amministrativo al Ministero della Salute, si è sentita libera di scegliere e di cambiare strada, dalla militanza nella sinistra rivoluzionaria all’Islam. “Negli anni 80 frequentavo la facoltà di sociologia alla Sapienza a Roma, non accettavo le ingiustizie sociali e avevo molti dubbi sulla religione cattolica – racconta – Frequentavo un gruppo di atei, anche se atea non sono mai stata, appoggiavo tutte le lotte dei popoli, partecipavo alle manifestazioni fino a quando ho capito che l’azione politica non cambiava nulla né nella mia vita, né intorno a me. Le contraddizioni restavano. La sinistra rivoluzionaria poi mi sembrava il ghetto dei ghetti e avevamo capito che il comunismo era finito, così ho cercato altro”. Donatella ha incontrato l’Islam con Abdul, il marocchino che poi ha sposato ma che non le raccontava nulla sull’Islam. “Ho studiato tutto da sola, lui non voleva sentirsi responsabile della mia scelta. E un giorno, 21 anni fa, ho fatto shahada alla Grande Moschea. In questi anni ho visto molte persone rialzarsi grazie alla fede. Chi parla di jihad non è un vero convertito all’Islam. È un convertito a un’ideologia. È come convertirsi al nazismo”.

Un bellissimo libro

Habibi-2

Aggiungo ai libri letti quest’estate “Habibi” di Craig Thompson, consigliatomi e imprestatomi da una collega. Andrò a comprarlo: uno dei più bei fumetti che abbia mai letto, un capolavoro assoluto! Splendidi disegni, ricchissimo racconto (oltre 650 facciate). L’ho iniziato stamattina e non sono riuscito a smettere; ho interrotto malvolentieri la lettura per prepararmi il pranzo. Vi sono contenuti riferimenti a racconti spirituali e mitologici delle tradizioni monoteiste, coranica e biblica, a filosofi, alla calligrafia, all’etimologia e alla semantica, all’ecologia e all’inquinamento, al problema della risorsa dell’acqua, alla numerologia, alla simbologia. Fantasia enorme e splendida creatività!

habibi

Che peso ha?

ISIS

Ma l’Islam moderato esiste o non esiste? Come si configura? Ad esso viene data voce? O non conviene farlo emergere perché non farebbe audience? Esso è effettivamente rappresentativo? Scrive oggi Francesco Pistocchini su Popoli:
Intrecci politici e militari, spesso opachi, hanno consentito ai militanti estremisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (oggi identificati con la sigla Is) di occupare parte della Siria e dell’Iraq con l’obiettivo dichiarato di fondare un Califfato compiendo stragi, soprattutto tra le minoranze non islamiche (cristiani, yazidi e altri) e tra gli stessi musulmani. Tuttavia molte voci nell’islam sunnita si sono levate contro l’Is, anche se non sempre messe in risalto dai media, non solo in Occidente, ma anche in Paesi musulmani più conservatori.
Tra questi spicca il Gran muftì dell’Arabia Saudita, lo sceicco Abdulaziz Al sl-Sheikh, che il 19 agosto ha definito sia l’Is sia al Qaeda «nemici numero uno dell’Islam» e non appartenenti in alcun modo alla fede comune. La corrente wahabita che sostiene il regime saudita condivide alcune posizioni dottrinali dei terroristi, ma respinge i metodi violenti e il pericolo di destabilizzazione che rappresentano. Si ritiene che molti sauditi si siano uniti ai ribelli in Siria e Iraq e non è chiaro quanto la posizione dei religiosi wahabiti possa influenzare le loro scelte.
Anche importanti autorità dei principali Paesi dell’area hanno condannato le stragi, a partire dal Gran muftì di al-Azhar, Egitto, Shawqi Allam, che ha denunciato l’Is come una minaccia per l’islam. Il responsabile degli Affari religiosi in Turchia, Mehmet Görmez, ha affermato che: «La dichiarazione fatta contro i cristiani è veramente terribile. Gli studiosi islamici hanno bisogno di concentrarsi su questo perché l’incapacità di sostenere pacificamente altre fedi e culture annuncia il collasso di una civiltà».
Sul piano ufficiale, sia l’Organizzazione per la cooperazione islamica, che riunisce 57 Paesi, sia la Lega araba, si sono espresse contro i crimini commessi nelle scorse settimane in Iraq, parlando esplicitamente in difesa delle minoranze cristiane e degli yazidi. E inoltre non sono mancate le condanne da parte delle autorità delle comunità islamiche negli Usa, in Gran Bretagna e Francia, specialmente dopo l’assassinio del giornalista James Foley.
Chiara ed esplicita è la posizione dei musulmani in Italia. A fronte di una quarantina di mujaheddin di provenienza italiana partiti per la jihad in Siria e Iraq, persone di cui ha ampiamente parlato la stampa in questi giorni, in un appello del 12 agosto contro le guerre, l’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia che raggruppano 1,2 milioni di fedeli, ricorda che «il rispetto e la protezione della Gente del Libro (i cristiani e gli ebrei) e, in generale di tutte le popolazioni che vivono in un Paese o territorio governato dai musulmani è un dovere ineludibile di qualunque potere che si richiami all’Islam». L’Ucoii aggiunge che quando una forza che affigge insegne islamiche viola tutte le regole morali del conflitto, non può essere giustificata o sostenuta da alcuna referenza religiosa.
Davide Piccardo, responsabile del Coordinamento associazioni islamiche di Milano (Caim) conferma a Popoli.info la posizione dei musulmani nel nostro Paese: «Quanto sta accedendo in queste settimane in Siria e in Iraq, per effetto dell’avanzata dell’Isis, sono aberrazioni. In questo frangente noi siamo non solo con i cristiani iracheni e siriani, ma con tutte le minoranze religiose vittime della violenza».
I musulmani italiani ricordano che anche 16 ulema sunniti di confraternite sufi di Mosul sono rimasti vittime dei fanatici dell’Is così come gli imam di alcune grandi moschee, mentre altri musulmani, tra cui i peshmerga curdi, fanno fronte all’avanzata degli estremisti.”

Radici del legno

volto del croc

Penso che Alda Merini abbia una profondità che non sia stata ancora percepita e valorizzata. Penso anche che le sue parole siano in grado di trasmettere delle emozioni al di là del fatto che una persona sia credente o meno in qualcosa o qualcuno. Ad esempio, queste parole sono prese dal suo “Poema della croce” e mi fanno venire i brividi ogni volta che le leggo:

Quel volto così sudato,
così battuto,
così vilipeso.
Quel volto che ha detto al mondo
tutto quello che aveva da dire
e per cui
anche se non ci fosse stata la croce
non poteva dire più nulla.
Quel volto senza cammino
che mangiava le pietre dei persecutori,
quelle pietre più fresche del suo sangue,
che lui invocava
per poter dormire in pace
i giorni della sua natività.
Era nato sopra la pietra
e sulla pietra voleva morire.
Invece doveva morire su un palco,
su un teatro di derisione,
su un legno che dimostrava che lui,
figlio di un falegname,
non poteva essere Dio.
Ma quel legno era l’albero delle profondità del male,
quel legno ha messo radici in tutto il mondo
e nessuno ha capito e sentito
il peso e il calore di quelle radici,
che sono entrate
nella mani delle donne.

Bergoglio e Stati Uniti

berg

Un interessante articolo di Massimo Faggioli sul “primo papa del XXI secolo in senso geopolitico”. Compare su Europa.

Dalla liturgia della Chiesa alle liturgie della comunicazione globale: la conferenza stampa dal ritorno del viaggio papale è ormai diventata un appuntamento tipico del pontificato di Francesco, quasi come le omelie del mattino a Santa Marta.
Questa conferenza stampa era attesa più di altre per il quadro internazionale in cui la visita in Corea si è svolta: la questione cinese e la divisione della Corea, la guerra permanente tra Israele e Hamas a Gaza, ma soprattutto la lettera datata 9 agosto al segretario generale dell’Onu circa la situazione delle minoranze religiose attaccate dall’Isis in Iraq.
La conferenza stampa si è concentrata sulle questioni internazionali, e la tentazione è di cercare nelle parole del papa una “dottrina Bergoglio” che non esiste.
Ma Francesco si trova di fronte a una situazione che spinge a riconsiderare sotto una nuova luce il dovere della comunità internazionale all’ingerenza umanitaria per proteggere le popolazioni a rischio di genocidio. Papa Benedetto XVI non dovette confrontarsi con una crisi internazionale di questo tipo.
E invocare (come si fa in alcuni circoli cattolici) il carattere profetico del discorso di Ratisbona sull’Islam è solo un modo per evitare di capire la congiuntura attuale.
Dall’intervista di papa Francesco è chiaro il linguaggio usato per esprimere la consapevolezza della Chiesa che interventi umanitari si sono talvolta tramutati in guerre di conquista, e il ribadire che l’interlocutore di riferimento sono le Nazioni Unite. L’Europa politica svolge un ruolo radicalmente marginale nel linguaggio bergogliano, e non è soltanto sfiducia verso Bruxelles. Non si tratta più del papato globale di Giovanni Paolo II post-Muro di Berlino, che si sgancia dal ruolo di garante morale e spirituale della Nato. Quello di Francesco è un papato globale de iure e de facto che non si sente più legato a quel progetto di Occidente post-1945 «concepito in Vaticano e partorito a Washington», come disse il teologo protestante tedesco Martin Niemoller.
Una delle espressioni più audaci usate da Francesco al ritorno dalla Corea per descrivere la situazione attuale è quella di una «terza guerra mondiale fatta a pezzetti». È una visione delle cose tipica di un non europeo, che non vede nella fine della Seconda guerra mondiale l’inizio di una pax europea estesa al resto del globo: quella pace è stata già rotta da tempo e i conflitti lambiscono i confini dell’Unione, non senza responsabilità europee e americane. Nel tardo secolo XX una visione di questo genere sarebbe stata accusata di terzomondismo, frutto di una politica “non allineata”. Ma papa Francesco è non soltanto il primo papa del post-Concilio in senso teologico, ma anche il primo papa del secolo XXI in senso geopolitico. Questo comporta un ridimensionamento della centralità europea sulla mappa della ecclesia globale e della centralità nordatlantica nel giudicare lo stato del mondo.
Francesco ha un evidente “problema americano”. Non è certo un lapsus quel passaggio in cui ricorda ai cattolici (statunitensi) l’insegnamento morale della Chiesa circa la tortura. Ma interessante è anche la volontà di papa Francesco di tenere in sospeso i cattolici americani circa l’ipotizzata visita del settembre 2015: in parte per rimproverare al vescovo di Philadelphia, Chaput, la volontà di accreditarsi in pubblico, qualche mese fa, come colui che aveva convinto il papa a venire in America; ma anche perché per Francesco la Chiesa americana rappresenta un’incognita e allo stesso tempo una Chiesa come le altre. Se c’è un papa che non crede nell’eccezionalismo americano, questo è proprio l’argentino Bergoglio.
Le parole della conferenza stampa di papa Francesco sono state divulgate solo un paio d’ore prima della conferenza stampa di Barack Obama sui fatti di Ferguson. È tutto dire che il presidente avrebbe voluto parlare più di Iraq che dei tumulti a sfondo razziale in Missouri: un altro segnale del declino della rilevanza dell’America nella geopolitica mondiale. Il papa sudamericano è cosciente di questo declino. Ma in questo momento Francesco non può fare a meno del potere americano, per salvare qualcosa di quel cristianesimo che nell’area mediorientale era vitale già secoli prima che i vescovi di Roma fossero chiamati papi.”

Il seme nella pagoda

Kha Khat

Massimo Morello è un giornalista che vive a Bangkok. Stamattina ho letto un suo interessante articolo su Studio.
«Non credo in Dio. Il Buddha è un Maestro. L’uomo non deve pregare, deve seguire la via» dice Phra, il Venerabile, Phitoo. «Dio non esiste. Se esistesse dovrebbe essere buono. Quindi non ci sarebbe il male» dice Ashin, il Maestro, Kelasa. Entrambi sono monaci della foresta, di quelli che in Thailandia, Laos o Birmania, là dove è più forte l’ortodossia della scuola Theravada, si dedicano alla meditazione in luoghi isolati. Il primo in un villaggio nell’estremo nord-est della Thailandia, verso il confine col Laos. Il secondo in un luogo ancor più remoto, tra i monti dello Shan meridionale, in Birmania.
Incontri non casuali. «Se vuoi capire vieni nel mio posto» aveva detto Phra Phitoo nel nostro incontro al Wat Mahadhatu di Bangkok, un tempio che ospita la più importante università buddhista thai.
«Nulla è impossibile per chi vuole comprendere davvero» aveva detto Ashin Kelasa, quando l’avevo incontrato a Mandalay, dopo avermi dato poche, scarne indicazioni per raggiungerlo nel suo eremo.
Quel che volevo capire era il cosiddetto “integralismo buddhista”. Credevo nella magia del buddhismo. I suoi valori di compassione, nel senso di empatia, comprensione, rispetto, mi apparivano antitetici con le “Milizie degli Illuminati” che in tutto il sud-est asiatico cercano di trasformare il Dharma, la legge morale, in legge dello Stato, dottrina politica. Un fenomeno che in Birmania si è manifestato con le esplosioni d’intolleranza e violenza nei confronti della minoranza musulmana (circa il 5% su una popolazione di 60 milioni): nell’ultimo anno si sono susseguiti veri e propri pogrom anti-islamici, con oltre 250 morti e circa 150.000 persone rimaste senza casa.
Un “terrore buddhista”, come strillato nella copertina di Time del 1° luglio, che ha il volto di un monaco: Wiseitta Biwuntha, noto come Ashin Wirathu, leader del movimento 969, che si richiama ai 9 attributi del Buddha, i sei del suo insegnamento e ai nove del “Sangha”, la comunità dei fedeli. In un paese, come tutti gli altri dell’area, ossessionato dalla numerologia, 969 è divenuto il simbolo della difesa del “savanna”. Questo termine pali, che ingloba la comunità buddhista e l’essenza stessa dell’insegnamento del Buddha, da oltre due millenni giustifica ogni deviazione dall’insegnamento stesso.
«Quando lasci che il seme di un albero metta radici in una pagoda, all’inizio ti sembra piccolo. Ma sai che dovrai tagliarlo prima che cresca troppo e distrugga l’edificio» ha detto Ashin Wirathu, secondo cui i musulmani minacciano l’identità birmana.
«I monaci non devono occuparsi di politica» commenta infastidito Phra Phitoo, quando gli chiedo un commento. Secondo quel tranquillo monaco della foresta thailandese, l’importante è concentrarsi su se stessi. Ma alla fine anche lui si lascia andare a qualche valutazione teologica. «Il cristianesimo è avido e l’induismo stupido». Peggio di tutte è l’Islam. «È una religione cattiva: uccidi e vai in paradiso». Con minor virulenza è lo stesso giudizio di Ashin Wirathu. «I musulmani sono fondamentalmente cattivi. Maometto gli permette di uccidere qualsiasi creatura» ha dichiarato.
Ashin Kelasa predica invece la tolleranza. «Giudicate le persone, non la loro religione» predica di fronte a circa duecento seguaci birmani nel ritiro di meditazione al termine del Thingyan, il capodanno lunare. Un invito al dialogo tanto più importante perché avviene poco tempo dopo gli scontri tra buddhisti e musulmani avvenuti proprio in quella regione. In privato, però, anche questo ex professore di matematica, autore di un saggio su Buddhismo e Democrazia, manifesta insofferenza nei confronti dei musulmani. «Il problema è che con loro non è possibile il dialogo. Giudicano gli altri ma non accettano di mettersi in discussione». Per quanto riguarda l’estremismo dei monaci che incitano alla violenza si limita a negarlo con un sofisma. «Non ci sono monaci violenti. Se sono violenti non sono monaci».
Seguire i monaci della foresta, alla fine, non è servito a comprendere le ragioni delle derive integraliste del buddhismo. Anzi, il sonno della meditazione ha generato nuovi dubbi, incubi. «Osservali e falli passare» mi tranquillizza Ashin Kelasa. «Il senso del buddhismo nessuno può dartelo, devi conquistarlo».
Aveva capito tutto John Burdett, ex avvocato inglese che scrive romanzi gialli ambientati in Thailandia. «Questo è uno dei grandi vantaggi del buddhismo, amico mio: non è focalizzato sui risultati. Non c’è alcun modo in cui tu possa influire sul destino degli altri, ma solo sul tuo» mi aveva detto.
Forse è proprio in questo senso del dubbio e della ricerca individuale, sottinteso a tutta la cultura buddhista – almeno nel Theravada – che si possono cogliere i motivi inconsci di contrasto con l’Islam. «È la paura che genera violenza» dice Ajarn Sulak Sivaraksa, filosofo buddhista thai, uno dei padri fondatori del Network of Engaged Buddhists, organizzazione nota per l’impegno sociale e l’apertura al dialogo inter-religioso. La paura, a sua volta, è generata dal confronto con una religione così di piena di certezze, gerarchica come quella musulmana.
Più si osservano i propri dubbi, più si comprende che il problema dell’integralismo buddhista è ben più complesso di quanto appaia nell’ottica occidentale e monoteista, con i suoi criteri di giudizio tanto netti e “corretti”.
In Birmania, inoltre, il movimento sta diffondendosi proprio per le aperture democratiche del governo. La diffusione di Internet, la “libertà” di stampa, stanno dando voce a vecchie tensioni inter-etniche alimentate all’epoca della colonizzazione britannica in nome del divide et impera. Il regime militare che ha dominato il paese sino a tre anni fa riusciva a sedarle con un controllo feroce. Tanto che nel 2003 lo stesso Ashin Wirathu era stato incarcerato per istigazione alla violenza anti-musulmana, ed è stato liberato solo nel 2012 con altre centinaia di prigionieri politici. La nuova aria di libertà che si avverte non appena si mette piede in Birmania, inoltre, ha innescato un fenomeno psicosociale: la rabbia repressa in decenni di dittatura cerca sfogo in qualsiasi direzione.
Le analisi di alcuni commentatori occidentali secondo cui gli scontri inter-religiosi rappresentano il vero volto di un governo pseudo-democratico sono basate su una vera e propria forma di miopia geopolitica. Al contrario, come ha scritto Joshua Kurlantzick, analista del Council of Foreign Relations di Washington, “mettono a serio rischio il processo di riforme avviato dal presidente Thein Sein”.
È quest’ottica che va giudicato l’atteggiamento di Aung San Suu Kyi, accusata dalle anime belle dell’Occidente di aver “tradito” la causa per la quale ha trascorso vent’anni agli arresti e rischiato la vita. La Signora, non avrebbe condannato con sufficiente durezza le violenze contro la minoranza musulmana. In particolare Aung San Suu Kyi è giudicata colpevole di “silenzio” riguardo l’ennesima persecuzione contro i Rohingya, minoranza musulmana stanziata nel Rakhine, la regione birmana affacciata sul Golfo del Bengala.
Anche in questo caso, osservando da lontano, si sono create parecchie confusioni. A partire da quelle geografiche: in alcuni casi i Rohingya sono stati “assimilati” ai musulmani delle regioni centrali e viceversa. In altre parole per molti, in Occidente, tutti i musulmani birmani sono Rohingya.
La loro situazione, invece, è ben più drammatica. I Rohingya sono gli indesiderati del sud-est asiatico. Sono circa 800.000 persone, etnicamente e culturalmente assimilabili ai bengalesi. Per questa differenza sono discriminati e perseguitati più di chiunque altro, considerati “immigrati illegali”. Sono talmente disperati da cercare rifugio in Bangladesh, uno dei paesi più poveri al mondo. Dove sono confinati in campi privi di ogni assistenza. «Qui siamo già in troppi per troppo poco lavoro. Sarebbe una guerra tra poveri» dice un funzionario dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
Più o meno, è quanto dichiarato da Aung San Suu Kyi, intervistata dalla Bbc riguardo i Rohingya. «Sto chiedendo tolleranza, ma non credo che si dovrebbe usare la propria leadership morale, se volete chiamarla così, in nome di una qualsiasi causa senza però andare realmente all’origine del problema».
L’origine del problema, è la stessa di tutti i conflitti etnici e religiosi che negli ultimi anni sono esplosi in Asia, dalle Filippine al sud della Thailandia, lo Sri Lanka, il Bangladesh, l’Indonesia: una miscela esplosiva di democrazia immatura, nazionalismo, sperequazioni economiche abissali.
Nella maggior parte dei casi, poi il terrore non è stato buddhista. Mentre è un buddhista, un monaco vietnamita a proporre una soluzione. Si tratta del maestro Zen Thich Nhat Hanh. «Se incontri il Buddha uccidilo. Devi liberarti da ogni dogma. Se non sei capace di uccidere il Buddha non puoi uccidere i tuoi preconcetti».”

Gli armeni di Isfahan

Interior of Vank Cathedral in Isfahan Iran

Un bell’articolo di Simone Zoppellaro sugli armeni di Isfahan. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso.
Arrivo a Nuova Giulfa in un pomeriggio di fine luglio, con un caldo torrido e una luce forte fin quasi a far scomparire le poche vie che compongono il quartiere armeno di Isfahan. Sono gli ultimi giorni di Ramadan, e pur essendo un luogo a forte presenza cristiana, tutti i caffè sono chiusi. Ce n’è un buon numero nel quartiere: si tratta perlopiù di locali molti curati nell’arredo, grandi poco più di una stanza, e avvolti in una penombra creata apposta per proteggere l’intimità dei giovani cristiani e musulmani che – nel contesto di una città chiusa e a volte ostica come Isfahan – trovano qui un po’ di sollievo. In uno di questi caffè, alcune ore prima del tramonto, avrò occasione di ordinare qualcosa da bere, cosa non così scontata in Iran nel mese del digiuno musulmano.
Di armeni, oggi, neppure l’ombra; si sente parlare solo persiano nelle strade, fra i pochi passanti. Ne incontro giusto uno: l’anziano commesso di un supermercato dove entro a comprare un po’ d’acqua.
A un primo sguardo, Nuova Giulfa mostra subito un carattere distinto rispetto al resto del tessuto urbano di Isfahan: un elegante quartiere residenziale, che è anche meta dello shopping per la borghesia cittadina. Fra i molti negozi presenti, e alcuni piccoli centri commerciali, adocchio un punto vendita di Benetton. Le vie appaiono molto curate, con ampi marciapiedi pavimentati che rendono gradevole il passeggio. L’impressione, simile a quella avuta in altri quartieri cristiani del Medio Oriente, è quella di un diffuso benessere economico: così a Beirut, ma anche a Damasco e a Aleppo prima della guerra.
A rendere ancor più caratteristico il quartiere, dandogli un’impronta alquanto europea, è la presenza di alcune piazze dove giovani e anziani trascorrono il loro tempo a discorrere. Su tutte, circondata da un bel portico di colonne, è piazza Giulfa, dove si trova il supermercato armeno Ararat, in cui è possibile acquistare del prosciutto di maiale dalla curiosa dicitura “riservato alle minoranze religiose”.
Camminando, le insegne di altri esercizi commerciali rivelano la loro proprietà armena. Mi imbatto così in un caffè Ani, dal nome dell’antica capitale dell’Armenia occidentale, in una pasticceria chiamata Akhtamar, come l’isola sul lago Van dove ha sede una importante cattedrale, e ancora in una palestra detta Masis, dal nome della cima maggiore del sacro monte Ararat. Nomi importanti, che parlano del legame profondo di questa gente con la loro terra d’origine.
Infine, quello che è senza dubbio il tesoro più importante di questo quartiere: le sue tredici chiese seicentesche. La più famosa, la Cattedrale del San Salvatore, di cui a maggio è stata annunciata la prossima iscrizione nella lista del patrimonio dell’umanità UNESCO, è una mirabile sintesi fra l’architettura islamica, l’armena e l’europea. Non meno elegante e bella – ed ugualmente rivestita di sontuosi affreschi – è la vicina Chiesa di Santa Betlemme, l’unica altra a essere aperta ai visitatori. Chi abbia visto anche distrattamente le chiese dell’Armenia caucasica, non può che essere colto da sorpresa: tanto sono spoglie e essenziali le prime, quanto quelle di Isfahan sono sofisticate e ricche, fatte apposta per rapire lo sguardo e il cuore di chi entra – in ciò del tutto simili alle coeve moschee della città.
All’origine di questo processo di acculturazione è una storia lunga più di quattro secoli. Giunti a Isfahan nel 1604 per volontà di scià ‘Abbas I, uno dei più grandi sovrani nella storia dell’Iran, gli armeni ebbero un ruolo fondamentale nel periodo di massimo splendore dell’impero safavide. Abili commercianti, furono deportati dalla piana dell’Ararat e dalla cittadina di Giulfa (nell’odierno Azerbaijan) fino alla capitale dell’impero, Isfahan, con il doppio intento di fare terra bruciata in una terra di confine contesa dal temibile vicino ottomano e di dare nuovo impulso allo sviluppo economico della capitale.
Stanziati fuori città, oltre le rive del fiume Zayanderud (limite urbano d’allora, in seguito travolto dall’espansione cittadina), gli armeni godettero di una grande libertà religiosa e presto, superata la tragedia dell’esilio, anche di un notevole benessere. Chiamarono il nuovo insediamento Nuova Giulfa, in memoria della patria perduta, e furono capaci in pochi anni – complice il sostegno della corona safavide – di creare una rete di commerci le cui propaggini si estendevano dalla Malesia e le Indie fino alla Russia e l’Europa.
Il giorno seguente, discorro a lungo della storia di questo quartiere con Artin Mouradian, direttore del Consiglio diocesano degli armeni di Isfahan. Mentre attendo d’essere ricevuto, seduto nella sala d’aspetto degli uffici dietro la Cattedrale, osservo un notevole viavai nel corridoio. E non posso fare a meno di pensare: ecco dov’erano gli armeni! L’impressione è in effetti che molti di loro conducano un’esistenza separata dal resto della città, chiusa nei propri spazi. Resto sorpreso dalle cifre che mi fornisce Mouradian: ci sono circa 10.000 armeni a Isfahan, e oltre 500 studenti nelle scuole armene di Nuova Giulfa. Numeri tanto più ragguardevoli se si tiene presente che sono 117.704 i cristiani in Iran (non solo armeni) rilevati dal censimento del 2011.
Con l’orgoglio di chi sa di appartenere a una storia importante, Mouradian mi racconta delle molteplici attività della sua comunità, che spaziano dalla musica (due cori) allo sport (come in altre città iraniane, anche qui è presente un centro ricreativo armeno) fino all’editoria (proprio a Nuova Giulfa nel seicento gli armeni diedero vita alla prima tipografia del paese). Con il centenario alle porte, non poteva mancare una menzione del genocidio armeno; e così Mouradian mi parla del loro impegno affinché si giunga anche in Iran a un riconoscimento ufficiale di questa tragedia.
Da un punto di vista religioso, quella di Isfahan è – insieme a quelle di Teheran e di Tabriz e Urmia – una delle tre diocesi della Chiesa apostolica armena presenti in Iran. Ogni domenica, si tiene messa a rotazione in due delle tredici chiese, di modo da tenerle in funzione tutte. A Nuova Giulfa si trovano anche minoranze cattoliche e protestanti piuttosto esigue.
Nel contesto di un Medio Oriente in fiamme, dove alcune fra le più antiche comunità cristiane rischiano di scomparire per sempre insieme al loro patrimonio spirituale e materiale, quella di Nuova Giulfa è una realtà che merita di essere preservata e conosciuta.
Per ciò che concerne l’Iran, quelle di Isfahan e Teheran sono le uniche comunità armene ad essersi mantenute numericamente importanti. Altre, a causa della migrazione interna (verso la capitale Teheran) e esterna (gli Stati Uniti, in primis) sembrano votate a una rapida sparizione.”

Sguardo sull’Iraq

Un articolo molto interessante di Massimo Campanini su Reset. Buona parte dell’articolo è dedicata a una ricostruzione storica del califfato, necessaria per capire lo sguardo gettato dall’orientalista sull’Iraq.

L’Iraq come stato unitario ormai non esiste più. Il Nord curdo è incamminato verso un’autonomia sempre più ampia che prima o poi si trasformerà in indipendenza esplicita; il Sud sciita finirà per gravitare sempre più accentuatamente verso l’Iran; il centro sunnita ospita il neonato sedicente “califfato” proclamato dall’ISIS, l’organizzazione jihadista-qaidista che mira a una riscrittura del quadro politico del Levante. Un altrimenti poco noto personaggio, Abu Bakr al-Baghdadi, si è proclamato “califfo” di questo preteso nuovo stato sunnita.
al baghdadiIl termine “califfo” (khalifa) significa letteralmente “vicario” o “sostituto”. È utilizzato due volte nel Corano, la prima in riferimento ad Adamo (Q. 2:30), la seconda in riferimento a Davide (Q. 38:26). In entrambi i casi si parla dei due patriarchi come dei “vicari” di Dio sulla Terra, soprattutto per quanto attiene Adamo, padre del genere umano; in nessuno dei due casi tuttavia l’intento è esplicitamente politico. Il termine califfo ha assunto una valenza politica quando si è trattato di sostituire il Profeta defunto nelle sue funzioni di capo della comunità musulmana (le funzioni religiose di messaggero divino erano evidentemente morte con lui).
Il califfato evoca non solo l’epoca d’oro dell’Islam, quando questa civiltà era in rapida espansione e diffondeva una fulgida luce civile e di pensiero, ma evoca soprattutto l’unità della Comunità musulmana (umma), il privilegio di essere stata scelta e guidata da Dio. Si tratta di un vero e proprio mito, di cui il califfato è stato tradizionalmente il simbolo. Soprattutto il tempo dei primi quattro successori del Profeta Muhammad (morto nel 632), cioè Abu Bakr (r. 632-634), ‘Umar (r. 634-644), ‘Uthman (r. 644-656) e ‘Ali (r. 656-661), i cosiddetti “califfi ben guidati” (khulafa’ rashidun), è considerato dai sunniti come il tempo ineguagliabile della grandezza e della perfezione dell’Islam, per cui cercare di riprodurlo ha il senso di riprodurre le circostanze eccezionali del prevalere dell’Islam come religione, come sistema politico e come cultura. Vero è che le dinastie succedutesi dopo i “califfi ben guidati”, cioè gli Omayyadi di Damasco (r. 661-750) e gli Abbasidi di Baghdad (r. 750-1258), hanno rappresentato un arretramento dell’ideale e hanno vissuto una progressiva decadenza. Ma la mitologia del califfato è sopravvissuta alle tempeste della storia.
Tuttavia, dal punto di vista del pensiero politico, la teorizzazione del califfato è avvenuta tardivamente rispetto all’evolversi dell’istituzione. I due autori che hanno costituito le pietre miliari, insieme ad altri pensatori che non è il caso di ricordare qui, sono Ibn Hanbal (m. 855) e al-Mawardi (m. 1058). Il primo è il teorizzatore o forse meglio il sistematizzatore dell’utopia retrospettiva dell’eccellenza e della precedenza. Secondo questa concezione utopica, l’epoca dei califfi ben guidati è stata appunto quella della perfezione dell’Islam, il modello cui rivolgersi per costruire il futuro della politica; e inoltre i califfi ben guidati si sono succeduti in ordine di eccellenza e di perfezione morale, per cui Abu Bakr era migliore di ‘Umar e così via (questa idea è respinta dagli sciiti secondo i quali il migliore era ‘Ali ed ‘Ali avrebbe dovuto diventare califfo del Profeta immediatamente dopo la morte di Muhammad).
Dal canto suo, al-Mawardi è stato il primo sistematico teorizzatore della dottrina del califfato sunnita nel celebre Al-Ahkam al-Sultaniyya (Le istituzioni del potere). Le dottrine di al-Mawardi rappresentano tuttora la più compiuta delineazione della teoria e si fondano sui seguenti capisaldi: 1) il califfo deve essere maschio, libero, pubere, sano di corpo e di mente; 2) deve essere qurayshita cioè appartenere alla tribù del Profeta Muhammad; 3) deve essere dotto in scienze religiose, deve insomma essere un ‘ulema, in grado di emettere pareri giuridici e religiosi; 4) deve saper guidare gli eserciti in battaglia; 5) deve essere eletto per libera scelta della comunità (ikhtiyar) attraverso i suoi rappresentanti che sono poi gli stessi ‘ulema.
In età contemporanea la teorizzazione del califfato è stata ripresa e rinnovata dal siro-egiziano Rashid Rida (1865-1935) che nel 1922 ha pubblicato il Califfato o imamato supremo (Al-Khilafa aw al-imama al-‘uzmà). Il libro anticipava di poco l’abolizione del califfato ottomano, l’ultimo sopravvissuto nel mondo islamico, da parte di Mustafa Kemal Ataturk. Rida recuperava alcuni princìpi classici, come l’origine qurayshita del califfo e la sua expertise in scienze religiose, ma li inseriva nell’orizzonte di una profonda trasformazione del pensiero politico islamista in reazione alla modernità. Dopo Rida, la rivendicazione del califfato è diventata un leit-motiv delle organizzazioni di islamismo politico, a partire dai Fratelli Musulmani, nati in Egitto nel 1928 per opera di Hasan al-Banna (1906-1949). In ogni caso, si è trattato sempre di una rivendicazione universalista, trans-nazionale, che mirava a una composizione pacifica delle variegate anime del mondo islamico.
Questa necessaria ricostruzione storica dimostra in maniera evidente che le pretese al califfato del jihadista Abu Bakr al-Baghdadi sono largamente illegittime e infondate. Non solo non è né qurayshita né un ‘ulema, non solo non è stato eletto dalla libera scelta della comunità ricevendo l’approvazione e il giuramento di fedeltà (bayʻa) del popolo, ma soprattutto il suo obiettivo non è il ricompattamento universalistico della umma, ma la sua lacerazione settaria. I jihadisti contemporanei, infatti, aspirano a scatenare una fitna interna alla comunità, un “dissenso” o meglio “discordia”, che consenta loro di fare piazza pulita dei loro nemici, di imporre la loro visione integralista dell’Islam, di condannare come peccatori e anti-musulmani tutti coloro che non ne condividono le idee.
Da questo punto di vista è ovvio che la maggioranza dell’opinione pubblica sunnita, così come – e questo è più importante – la maggioranza degli ‘ulema sunniti, guardi con sospetto, o addirittura con aperta ostilità, alle pretese di Abu Bakr al-Baghdadi e dell’ISIS. D’altro canto, è altrettanto ovvio che i jihadisti cerchino di reprimere e di conculcare i diritti (delle donne), i cosiddetti falsi musulmani (tutti quelli che non la pensano come loro), le minoranze (gli sciiti – la questione dei cristiani, sebbene mediatica, è marginale nel contesto locale). La fitna, la discordia e il caos che le organizzazioni jihadiste progettano di diffondere nel Levante, si pone un passo avanti della strategia dello scomparso Bin Laden. Il suo jihadismo pretendeva di unire sotto la bandiera del Profeta tutti i sinceri musulmani nemici dell’Occidente sia pure attraverso il terrorismo. La strategia dell’ISIS è di gettare il Levante nel caos per destabilizzare gli stati e le monarchie e così favorire una presa del potere violenta a prescindere dal consenso comunitario.”

Che avesse ragione Ali Shari’ati?

Scrive Giulio Albanese su Avvenire di oggi:

In alcuni Paesi del mondo islamico l’estremismo religioso sta assumendo una connotazione fortemente esclusiva, repressiva e violenta. I fatti di cronaca sono sotto gli occhi di tutti: dal rapimento di centinaia di ragazze, perpetrato dai famigerati ribelli Boko Haram in Nigeria alle aberranti malefatte del neonato Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) che ha confiscato case e beni dei cristiani di Mosul, costringendoli all’esilio. Per non parlare del caso di Meriam Yehya Ibrahim, la cristiana condannata a morte per impiccagione in Sudan con l’accusa di apostasia, poi prosciolta ma che di fatto non ha ancora potuto lasciare il Paese.
Di fronte a questa ondata di fondamentalismo, non v’è dubbio che il consesso delle nazioni dovrebbe interrogarsi sul perché di una flagrante violazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. D’altronde, non è un caso se allora furono pochissimi i Paesi a maggioranza musulmana che parteciparono all’elaborazione e alla firma di tale dichiarazione. Molti entrarono nell’Onu successivamente e diedero un’adesione solo di principio alla Dichiarazione stessa, senza ratificare e firmare l’insieme degli accordi e dei protocolli.
Nell’ultimo trentennio, alcuni organismi islamici – Avvenire ne ha scritto a più riprese – hanno formulato specifiche dichiarazioni che si rifanno alla visione occidentale, pur mantenendo nella loro essenza un approccio teocratico. Il problema di fondo è che nel mondo musulmano la concezione dei diritti umani è fortemente condizionata dalla propria specifica identità culturale e religiosa. Basta leggere la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nell’islam adottata nel 1981 dal Consiglio islamico d’Europa, come anche la Dichiarazione del Cairo del 1990 elaborata dall’Oci (Organizzazione della Conferenza islamica) per rendersi conto del forte influsso della componente teologica e del costante richiamo al dettato della sharia. Solo nella Carta araba dei diritti dell’uomo del 1994 è possibile individuare un’impronta giuridica in qualche modo più laica, attribuibile alla necessità di allinearsi, sul piano formale, agli standard internazionali dei diritti umani. Prendendo in esame queste Carte islamiche sorge, però, qualche dubbio sul fatto che esse possano essere considerate, dal punto di vista giuridico, veri documenti di codificazione finalizzati al rispetto dei diritti umani. Nella maggior parte dei casi, infatti, si tratta di Carte con una forte connotazione declamatoria che non prevedono, ad esempio, l’istituzione di meccanismi di controllo effettivo sull’operato dei singoli Stati.
Ali-Shariati-2È possibile allora ricondurre alla ragionevolezza l’islam integralista? Circa una cinquantina di anni fa, il padre del riformismo islamico iraniano, Ali Shari’ati, affermava che l’islam contemporaneo è nel suo XIII-XIV secolo; e se facciamo un raffronto con la storia europea, cioè con il XIII-XIV secolo, scopriremo che il Vecchio Continente doveva ancora vedere la riforma protestante e la riforma cattolica. Secondo Shari’ati, per superare il Medio Evo islamico (sebbene il Medio Evo cristiano non sia stato un’epoca buia), i musulmani non possono pensare di saltare a pie’ pari cinque, sei secoli, arrivando di colpo alla cultura moderna. «Dobbiamo riformare l’islam – scriveva l’intellettuale iraniano – rendendolo il volano di liberazione delle nostre società ancora ferme a una dimensione sociale tribale, cioè al Medio Evo dell’Oriente, mentre oggi è lo strumento usato dai reazionari per evitare il progresso e lo sviluppo sociale».
Le parole e la vita di Shari’ati, morto ufficialmente per arresto cardiaco in Inghilterra nel giugno del 1977 (anche se sono in molti a ritenere che sia stato eliminato dalla polizia segreta dello Scià) indicano chiaramente il percorso che occorre seguire. In questi anni, i Paesi Occidentali hanno fatto poco o niente per aiutare la società civile musulmana a uscire dall’immobilismo e sostenere politicamente e finanziariamente l’intelligentia islamica moderata. Una sfida che, visti i tempi, non può essere disattesa.”

Ramadan 2014: tra preghiera, consumi, mondiali

Domani inizia il Ramadan. Riporto prima un articolo di Asianews e poi uno di Adnkronos sui mondiali di calcio:

Al tramonti di domani, all’apparire della prima falce della Luna nuova, o rukyah, per gran parte del ramadanmondo musulmano inizierà il Ramadan, il mese sacro nel quale si digiuna, si prega, si compiono opere di carità, si perdona. Il giorno di inizio non è lo stesso in tutto il mondo, proprio in quanto è legato a quando si vede la Luna crescente del primo giorno del nono mese del calendario islamico. Terminerà con la Luna nuova del 27 luglio. Il mese sacro di quest’anno sarà anche il più duro da 30 anni, con un periodo medio di astinenza da cibo e acqua di quasi 16 ore.
Con il Ramadan i musulmani commemorano il momento in cui Allah rivela a Maometto i primi versetti del Corano, inviando sulla terra l’arcangelo Gabriele. Ogni persona che ha superato l’età della pubertà ed è mentalmente e fisicamente sana è obbligata a digiunare. Però chi cucina può assaggiare i cibi per sentire se sono salati o speziati al punto giusto.
La tradizione vuole che il digiuno quotidiano cominci nel momento in cui si riesce a distinguere un filo bianco da un filo nero. Nei villaggi e nelle città esso è annunciato dal muezzin che chiama tutti alla preghiera dell’Al Fajr (preghiera del mattino). Il digiuno termina al tramonto con l’Al-Magrib (preghiera del tramonto) che dà il via all’iftar la cena da condividere insieme a tutta la famiglia. Di fatto la vita delle persone cambia: di giorno vie e negozi, oltre ai ristoranti, sono quasi vuoti, ma al tramonto si riempiono.
Ma nel mondo consumistico di oggi il mese del digiuno e il suo approssimarsi sono accompagnati dalla accumulazione di scorte. Sul Kuwait Times uno studioso islamico lamenta che il mese di digiuno, carità e solidarietà con i poveri “purtroppo è diventato un pretesto per un consumo eccessivo”. “Quasi tutti i supermercati e le cooperative hanno lanciato promozioni per il Ramadan” ed “è uno spettacolo comune vedere acquirenti spingere carrelli che gemono sotto il peso di prodotti alimentari che non potranno mai essere consumati”.
A confermare le sue parole, in Arabia Saudita una catena di supermercati, la Lulu Hypermarkets, ha lanciato una mega-promozione che ha in palio anche cinque automobili, oltre a televisori, tablet e telefoni cellulari. E nei giorni scorsi è apparsa la notizia che i residenti di Jeddah stanno facendo scorta di datteri, in previsione degli aumenti di prezzi che accompagnano il mese sacro.
Ma per la grande maggioranza dei musulmani, il digiuno è uno degli aspetti cruciali del Ramadan ed è uno dei cinque pilastri (doveri) dell’islam. La sua istituzione risale al secondo anno dall'”egira” (622 d.C.). Il periodo corrisponde alla fuga di Maometto dalla Mecca all’oasi di Yathrib poi rinominata Medina (Madinat al Nabi, città del profeta), per sfuggire dall’ostilità delle tribù che vedevano nel leader e nei suoi seguaci un minaccia per i loro interessi. Egli istituì il digiuno per far crescere i propri adepti nello spirito e nella morale, ricordando in questo modo coloro che non hanno nulla da mangiare. Per questa ragione durante il Ramadan, oltre al digiuno e alla preghiera la gente compie atti di carità verso i poveri e i malati.
Sono esentati dal digiunare: le persone con problemi psicologici, i bambini sotto l’età della pubertà, gli anziani, i malati, i viaggiatori e le donne incinte, che allattano, o appena entrate nel ciclo mestruale. Come esercizio, molti genitori fanno osservare ai bambini un digiuno veloce (mezza giornata).
Nella logica del perdono si pone invece l’iniziativa degli Emirati di liberare 147 carcerati, imprigionati per vari reati.
Ma il mese sacro è soprattutto un periodo per compiere buone azioni evitando tutto ciò che dispiace ad Allah. E’ il momento per purificare l’anima e chiedere perdono a coloro che si sono offesi. In questi giorni, infatti le porte dello Jannah (il Paradiso) sono aperte e quelle dello Jahannum (il fuoco infernale) sono chiuse. E’ anche momento per ringraziare Allah per tutte le benedizioni che ci ha dato e per fare la carità a coloro che non sono così fortunati.
Anche per questo, durante questo mese, sono molti i musulmani che si recano a la Mecca per la Umrah, il pellegrinaggio. Quest’anno, nella Grande moschea della Mecca sono al termine i lavori per l’ampliamento della “mataf” l’area intorno alla “Casa di Dio” che potrà accogliere 130mila pellegrini l’ora, invece dei 50mila attuali. Ed è stato quasi completato un sistema per il quale alla Grande Moschea della Mecca ogni utente di smartphone può scaricare il Corano in 72 diverse lingue.
Il Ramadan, infine, ha anche effetto sui social media. Uno studio ha mostrato come durante questo mese l’uso di Facebook e Twitter aumenti di un terzo. Molti dei messaggi hanno contenuto spirituale.”

E I GIOCATORI MUSULMANI PRESENTI AL MONDIALE? Ecco la notizia di Adnkronos riguardo i giocatori algerini. La notizia, tra l’altro, è stata data prima della la vittoria dell’Algeria di ieri sera e casi simili si erano già verificati in passato in occasioni di Mondiali e Olimpiadi (Londra 2012):

AlgeriI giocatori della Nazionale algerina, che si trovano in Brasile per la Coppa del Mondo, sono dispensati dal digiuno rituale nel mese di Ramadan, che avrà inizio il prossimo weekend. E’ questa la fatwa dello sheykh Muhammad Sharif Qaher, esponente del Supremo consiglio islamico dell’Algeria, che non ha mancato di suscitare un vivo dibattito tra sostenitori e detrattori. Per lo sheykh Qaher, il fatto che gli atleti si trovino in viaggio li autorizza a sospendere il digiuno, come previsto dalla sharia islamica, ma secondo il collega Muhammad Mukarkab, membro dell’Associazione degli ulema algerini, “non è lecito saltare il digiuno per giocare a calcio”.
Come ha spiegato Mukarkab al quotidiano locale Echorouk, le ‘Volpi del deserto’ sono in trasferta “per giocare a calcio e non per curare una malattia, o per il jihad, o per motivi di studio” e per questo ha esortato i calciatori a “digiunare, poiché Dio sta con chi digiuna. I nostri ragazzi – ha aggiunto – sono in grado di giocare e digiunare allo stesso tempo, è nel loro interesse”. Secondo Mukarkab, concedere questa dispensa rappresenta un pericoloso precedente, poiché “tutte le squadre professioniste digiuneranno con la scusa della fatica”.
Cauto è il giudizio dello sheykh Mamoun al-Qasimi, anche lui esponente del Supremo consiglio islamico algerino, che si è detto d’accordo con la fatwa di Qaher, ma ammette che “la cosa migliore è rispettare il digiuno”, mentre per il segretario generale del Coordinamento nazionale degli imam in Algeria, Jelloul Hodjeimi, la Fifa dovrebbe fare un’eccezione alle sue regole per agevolare i giocatori musulmani e “programmare le partite della Nazionale algerina di notte, se si qualificheranno agli ottavi di finale”. Intanto, Hodjeimi ha consigliato ai calciatori di digiunare, ricordando che “in Brasile ora è inverno, le giornate sono brevi e le temperature moderate”. Tuttavia, se il digiuno dovesse “essere dannoso per i giocatori, allora nulla impedisce loro di saltarlo”, ha precisato.”

Boko Haram: uno sguardo dalla Nigeria

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Pubblico un articolo di Claudio Fontana che ho trovato su Oasis: le ultime parole di Kukah non lasciano molto spazio a motivi di sollievo (tra l’altro, non nascondo che mi ha fatto un po’ specie trovare alla fine dell’articolo originale un banner pubblicitario dell’Eni).

«Di Boko Haram, il gruppo terroristico che continua a colpire in modo crudele in Nigeria, sequestrando bambine e bambini e uccidendo alla cieca, Monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo della diocesi di Sokoto, è ormai un esperto. Anche la sua diocesi ne avverte la pesante e costante minaccia. Sede storica del Califfato, Sokoto si estende su più di centomila kilometri quadrati, che coprono quattro stati della Repubblica Federale della Nigeria, e ha una popolazione di 12 milioni di abitanti, di cui il 5% cristiani, e tra questi 60 mila cattolici.

Eccellenza, lei vede una correlazione tra la situazione di povertà diffusa e di dissesto economico del Paese e la nascita e diffusione di un movimento terroristico come Boko Haram?

Quella del nesso causa-effetto tra povertà e capacità di presa sulla popolazione di un messaggio fanatico e violento è una tesi molto diffusa. Eppure la povertà può essere una condizione necessaria ma certo non sufficiente per spiegare Boko Haram. Questo gruppo terroristico, infatti, non è nato da persone povere ma anzi proprio da persone che avevano accesso a importanti risorse economiche.
Non è questione di povertà: oggi gli affiliati di Boko Haram sono giovani musulmani che hanno viaggiato in molte zone diverse del mondo musulmano. Sono figli di persone molto privilegiate, come si evince dal caso dell’attentatore che stava per far esplodere l’aereo diretto negli Stati Uniti nel Natale del 2009: suo padre è uno degli uomini più ricchi della Nigeria. Dunque non è questione di povertà, ma di radicalizzazione della società musulmana: molti giovani musulmani della Nigeria vengono a contatto con altri musulmani attraverso pellegrinaggi in luoghi in cui al Qaeda ed altri movimenti estremisti sono dominanti. Queste persone vengono in Nigeria e sono ampiamente responsabili della situazione in cui viviamo ora.

Quindi Boko Haram è solo in parte un problema interno alla Nigeria. Quanto beneficia di influenze esterne? Perché la Nigeria non riesce a controllare efficacemente i suoi confini?

C’è molta corruzione in Nigeria: corruzione nella burocrazia, corruzione all’interno dell’esercito, corruzione nei servizi di controllo dell’immigrazione, troppe persone di malaffare stanno pagando per entrare in Nigeria. Se si guarda alla Nigeria settentrionale, si osserva come ci siano enormi territori dove ci si può muovere liberamente, anche perché in Chad, in Niger e in parti del Sudan, sotto l’ombrello della religione le persone sono libere di spostarsi. Inoltre, in Camerun e in Nigeria si parla la stessa lingua, così non si distingue chi è criminale e chi non lo è. Nessuno sa il numero preciso, ma chiaramente una percentuale rilevante delle persone coinvolte in Boko Haram non è nigeriana. Ci sono persone che arrivano da diverse nazioni: Mali, Somalia, giovani musulmani in cerca di azione, specialmente dopo il collasso del regime in Libia. Questa è una parte del problema: non è sufficiente affrontare Boko Haram se non si ha il controllo dei confini.
Boko Haram si finanzia tramite il traffico di droga, tramite attacchi criminali alle banche, rapinano molte persone e fanno anche ricorso ai sequestri di persone, principalmente di bianchi, stranieri, operai edili. Da questi rapimenti ottengono grandi somme di denaro perché hanno sempre trovato famiglie che hanno pagato milioni di dollari. Sono questi elementi criminali che finanziano Boko Haram, una questione di criminalità, non di Islam.

A proposito di rapimenti, il mondo intero è rimasto scioccato dal rapimento di centinaia di giovani studentesse nigeriane e si è diffusa in modo quasi virale la campagna mediatica #bringBackOurGirls che ha coinvolto personalità di varia provenienza. Come è stata percepita questa mobilitazione da chi vive in Nigeria?

Anche nella mia chiesa abbiamo organizzato una messa e siamo scesi in strada in millecinquecento fedeli per dire “bring back our girls, riportate a casa le nostre ragazze”. Quindi anche noi abbiamo partecipato alla campagna. La chiesa cattolica in Nigeria ha avuto un giorno in cui ogni diocesi, ogni chiesa che poteva, ha organizzato un’ora di preghiera per le ragazze. La campagna è qualcosa che ha causato molto interesse sulla Nigeria.
Riguardo poi all’efficacia della campagna, la si può osservare da due livelli. È stato possibile innalzare la portata della campagna quando persone come Michelle Obama, David Cameron, attori e attrici o individui di alto profilo hanno iniziato ad aderire, portando l’attenzione internazionale sulla campagna. E dopo questo Obama ha detto che gli americani stanno venendo in Nigeria, gli israeliani stanno venendo, i francesi stanno venendo, gli inglesi stanno venendo. Si può considerare questo come un risultato della campagna. Il secondo punto è che sappiamo solo in parte l’efficacia della campagna perché non sappiamo se anche gli americani con i sofisticati equipaggiamenti che hanno e l’intelligence internazionale potranno riportare a casa le ragazze, perché ora è chiaro che sono state divise e non sono più tutte nello stesso posto.

Se non ci si può aspettare che siano l’intelligence o i militari a liberare le ragazze, resta aperta la via dei negoziati con Boko Haram?

Credo che il dibattito in Nigeria verta sulla questione del dialogo con Boko Haram. Sostengono di essere aperti ai negoziati, ma dicono anche che parte del problema è che il governo nigeriano non si fida di loro durante le trattative. Ci sono tre punti critici, Boko Haram dice: “Chiediamo il dialogo, ma vogliamo tre cose. Uno: rilasciate i nostri membri imprigionati. Due: risarciteci, ricostruite le nostre moschee e case che sono state distrutte”. Infine, accusano il governo di aver arrestato alcuni dei loro affiliati che si sono fatti avanti per le negoziazioni. Se il governo non accetta queste condizioni, Boko Haram non inizierà i negoziati. Chiaramente con un po’ più di sofisticatezza e con il governo un po’ più disinvolto penso che sarebbe probabile avere qualche tipo di trattativa informale. Ma ora Boko Haram ha detto di non essere più interessato alle trattative, probabilmente a causa della frustrazione di alcuni membri della comunità musulmana che si erano esposti e avevano preso parte alle negoziazioni, ma poi sono tornati indietro pensando che il governo non fosse serio. L’ex presidente Obasanjo è stato la prima persona ad avere un incontro con Boko Haram ed è ancora in contatto con loro. Purtroppo, per strane ragioni, sembra che l’attuale presidente non stia cooperando con lui. Obasanjo ha avuto un incontro con degli emissari di Boko Haram e dopo il meeting ha affermato che non è sicuro che le ragazze potranno tornare. Ma ha anche affermato che il governo federale non ha pubblicamente riconosciuto il suo ruolo e non gli ha detto di proseguire. Dunque dobbiamo considerare anche questi aspetti legati alla politica interna.

Non possiamo quindi aspettarci che la soluzione al “problema Boko Haram” possa arrivare dalle policies del governo?

Dobbiamo prima di tutto capire che dall’11 settembre fino ad ora gli Stati Uniti stanno combattendo il terrorismo, con tutti i sofisticati mezzi che hanno. In tutta Europa ci si sta proteggendo e l’assenza di attentati a Londra, New York o Parigi è il risultato dell’efficacia dei pesi e contrappesi implementati dagli Usa, non certo del fatto che i terroristi per loro scelta si siano arresi. Quindi, per una nazione come la Nigeria, con la sua estensione, dobbiamo accettare che non ci siano soluzioni semplici. A condizione che i politici nigeriani siano disposti a non scivolare nella beghe politiche, si potrebbe ottenere un po’ di sollievo perché parte della discussione con Boko Haram, per come ho capito, includeva un periodo di cessate-il-fuoco che Boko Haram sembrava preparato a concedere, prima che la discussione si interrompesse. Parte del problema quindi è che né il governo, né nessun altro, sembra essere in grado di incaricare persone sufficientemente credibili per svolgere il ruolo di mediatori. Questa secondo me è la questione cruciale.»