Verso la fine delle religioni?

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Articolo tosto, che fa pensare, da leggere con calma, in silenzio, senza distrazioni… E’ di Marialuisa Damini e Marco Dal Corso su Cem mondialità.

«I rischi non si corrono solo percorrendo le vecchie strade. Oggi non mi interessa più insegnare quello che so e neppure dare conto di quello che non so. Oggi vivo un nuovo amore: desidero insegnare i miei sogni. “Dio vuole. L’uomo sogna. L’opera nasce”, così ha scritto Fernando Pessoa. Mi permetto, quindi, con il permesso del poeta, di alterare il primo versetto del Vangelo di Giovanni: “In principio era il sogno…”. Tutto nasce dal sogno. Se si crede ai racconti biblici della creazione, Dio inizialmente ha sognato e solo dopo ha creato. Ha creato perché era infelice. Tutto quello che Dio compie è stato fatto perché il sogno divenisse realtà. La creazione, infatti, iniziò dalla fine, da quello che non esisteva, il sogno che Dio ha sognato: il paradiso. […] In uno delle sue poesie, Cecilia Meireles ha scritto: “Se ti chiederanno chi era colei che voleva insegnare alle spiagge e ai ghiacciai la primavera…”. Sulle spiagge e sui ghiacciai non esiste la primavera. Sulle spiagge e sui ghiacciai la primavera esiste solamente come sogno. Lì la primavera è appena una speranza». (Rubem Alves).

«Ricordo i versi di Chico (Buarque, uno dei grandi interpreti della musica popolare brasiliana – n.d.t.): “La saudade è il contrario del parto. È preparare la camera per il figlio che è già morto”. Possiamo chiederci: “Qual è la madre che ama di più? Quella che prepara la camera per il figlio che arriva domani o quella che prepara la camera per il figlio che non verrà mai più?” Aggiungo: sono un costruttore di altari sulla riva dell’abisso. Costruisco i miei altari con poesia e bellezza. Le luci che accendo sui miei altari illuminano il mio volto e scaldano il mio corpo. Ma l’abisso continua scuro e silenzioso…». (Rubem Alves)

L’imbrunire delle religioni

Mentre, come da tempo vanno dicendo i sociologi, stiamo assistendo al «ritorno di Dio» dopo la stagione della «sua (pronosticata) morte», sembra altrettanto confermato che questo non significhi necessariamente che le religioni godano di buona salute. Al contrario, esse, soprattutto quelle storiche, sembrano vivere un periodo di grande crisi: di appartenenza (il cristianesimo occidentale), di irrigidimento (l’islam), di rilevanza politica (ebraismo)… Possiamo chiederci, allora: stiamo assistendo, forse, all’imbrunire delle religioni? È la fine della religione o piuttosto delle forme storiche che fin qui (e non da sempre) hanno veicolato, tradotto, e spesso anche tradito, la ricerca religiosa degli esseri umani?

Per poter almeno abbozzare una risposta occorre, prima di tutto, impostare bene la domanda, capire, ad esempio, la vera ragione di tale crisi. Quella attuale, infatti, non è una crisi che si deve principalmente al processo di secolarizzazione o alla perdita di valori o ancora alla diffusione del materialismo e dell’edonismo imperante. Questi sono argomenti usati normalmente come interpretazione colpevolizzante da parte delle istituzioni religiose ufficiali. Comprensibile reazione davanti alla crisi, ai numeri, al deficit di appartenenza, ma spesso fuorviante. Neppure gli scandali e la mancanza di testimonianza da parte dei rappresentanti delle religioni ci sembra spieghi veramente la crisi delle stesse. Quello che serve capire e avere il coraggio di osservare è l’esplosione, piuttosto, di una nuova situazione culturale, i cui prodromi, certo, sono stati la rivoluzione scientifica, l’illuminismo e la cosiddetta rivoluzione industriale. I sintomi, oggi, della crisi delle religioni per come le abbiamo storicamente conosciute sono un certo agnosticismo, la perdita di un’ingenuità epistemologica, un senso critico e disincantato anche nei loro confronti, l’abbandono dell’idea di «un’unica religione vera» così come di una morale rivelata in modo eteronomo.

L’alba delle religioni

Anche così, occorre ricordare, non siamo davanti alla fine del mondo. Casomai, quello a cui assistiamo, che forse solo avvertiamo, è la fine di un mondo. Molte cose stanno «morendo» ed è inevitabile che muoiano. Oltretutto, occorre forse aiutarle a «morire bene»: c’è un’ars moriendi che è morire dando la vita per gli altri, cercando la luce di un nuovo giorno. Occorre aiutare, mentre muore il vecchio, a far nascere un nuovo mondo.

Alle religioni della nuova epoca è chiesto, quindi, di re-interpretare e ri-convertire tutto il loro patrimonio simbolico creato in altra epoca, davanti ad altre domande. Non sarà facile e il tempo prossimo venturo è quello del «transito»: da un sistema assiologico ad un altro, da una grammatica religiosa ad un’altra, da un codice teologico ad uno nuovo. I teologi latinoamericani e quelli del Sud del mondo in generale parlano di una nuova proposta teologica, di un nuovo paradigma che tentano di descrivere così: da un modello dove le religioni si sono proposte come le depositarie della ricerca spirituale dell’uomo ad un modello, tutto da costruire, post-religioso (dove religioso corrisponde a «religione» nella forma storica che abbiamo conosciuto). Dove cioè la ricerca del senso spirituale, trascendente, ma anche esistenziale, di questa cosa che chiamiamo vita non è monopolio delle religioni ma appartiene alle differenti ricerche ed inquietudini umane. C’è molto di religioso anche fuori dalle religioni (e dalle Chiese!). E si può essere «spirituali» anche oltre le religioni.

Se fin qui il quadro interpretativo è sufficientemente chiaro, la proposta di ricerca che possiamo sviluppare è quella di indagare e provare a descrivere l’imbrunire e l’alba delle diverse tradizioni religiose che conosciamo. La parole di Rubem Alves che ci hanno aiutato a dire questa dialettica tra alba e tramonto, tra vecchio che muore e nuovo che nasce, ci servirà da punto di riferimento. Sono aforismi, analogie, metafore che si prestano a dire quello che facciamo fatica a riconoscere con le deduzioni logiche, scientifiche, pronunciamenti ufficiali. La poesia ci serve per quello che la prosa non sa dire. Ci aiuta, inoltre, ad abitare la transizione: non dobbiamo difendere un’identità già data, ma neppure fuggire le responsabilità del presente. Lo spirito di crociata ma anche la fuga mundi (per rimanere in immagini della cristianità) sono tentazioni delle religioni di ieri e di oggi. Occorre, invece, ricordare alle tradizioni religiose che esse sono: trama di simboli, rete di desideri, confessione dell’attesa, orizzonte degli orizzonti, il tentativo più fantastico e pretenzioso di transustanziare la natura (Rubem Alves).

 

Cristiani d’Iran

Un viaggio, in Iran. Ne è autrice Irene Paci. Lo pubblica Avvenire.

“Riconosciuti dalla legge, tollerati in pubblico ma sottoposti a una discriminazione sostanziale nella vank.jpgburocrazia, negli uffici, nelle scuole, nei tribunali, ogni volta che ci sia da far valere un diritto civile. La vita dei cristiani in Iran non è facile. «Siamo cittadini, ma di serie B, di seconda classe», dicono quei pochi che accettano di parlare, fatto salvo che desiderano non rivelare la loro identità. Eppure i templi cristiani, nel Paese, non sono catacombe. La chiesa cattolica di Teheran, accanto all’ambasciata, fondata dai salesiani nel 1936, è stata rinnovata da poco e ha campane e croci in bella vista; le chiese armene di Isfahan sono incastonate nel quartiere di Jolfa che è cristiano dall’epoca dello scià Abbas I, nel 1604; gli edifici di culto sono monumentali, meta di turisti di tutte le confessioni religiose e possono vantare un museo abbastanza ricco di reperti della tradizione; perfino la chiesa protestante di Rasht, quella che è più nell’occhio del ciclone a causa degli ultimi arresti di fedeli e pastori, all’esterno è riconoscibilissima: due croci rilevate sul portone che spiccano sul fondo bianco del muro.

Ma nella Repubblica islamica d’Iran che vive una sorta di schizofrenia sociale – la vita pubblica, aderente alle regole e alla legge, è solo la testa della medaglia su cui la vita privata, modernissima e con qualche eccesso, ne è la croce – non stupisce che quel che si veda, a un primo sguardo, non corrisponda a ciò che esattamente è. Le comunità, soprattutto nel Nord del Paese, dove ultimamente le conversioni dall’islam al cristianesimo sono state numerose, vivono blindate. Non è permesso l’accesso ai non cristiani alle funzioni: si vive nel timore di mettersi in casa un delatore, una spia, anche fosse il vicino di casa o un parente molto prossimo. I numeri telefonici della chiesa armena di una città del Nord del Paese girano tra pochi adepti: tutti sanno che qualsiasi chiamata è registrata, che chi dice di recarsi lì potrebbe essere seguito. E, infatti, se il numero arriva nelle mani di uno straniero che vuole sapere o conoscere, non è raro che qualcuno lo fermi e gli chieda, non senza ambiguità, perché si trova lì e se volesse seguirlo per andare a prendere un tè. Per penetrare nelle sacrestie iraniane, quello che funziona è il passaparola, stando bene attenti a capire chi ci si trovi di fronte. A Isfahan, la cattedrale di Vank, costruita tra il 1606 e il 1655 con il sostegno dei sovrani della dinastia safavide, dà l’impressione che essere cristiani in Iran sia un fatto accettato e anche valorizzato, vista la magnificenza del sito e il flusso di turismo soprattutto interno. Ma si fa fatica a domandare a chi ha in custodia le chiavi di questa e delle altre due chiese (le chiese di Betlemme e di Maria) di essere ammessi la domenica, quando si celebrano le funzioni religiose, nelle sedi del culto vero e proprio. E alla domanda: «Ci sono discriminazioni nella vita quotidiana?», la risposta, nel migliore dei casi, è un invito in casa privata ma da soli, lontani da orecchie indiscrete.

Dalle esperienze rivelate si comprende che tra la teoria e la prassi giuridica, c’è il mare: come nel caso del risarcimento danni dopo un incidente stradale, nell’accesso all’università a numero chiuso o alle scuole. I cosiddetti dhimmi (cioè i cittadini non islamici) pagano sempre di più: non hanno, di fatto, gli stessi diritti degli sciiti. «Su settanta milioni di iraniani – dice un religioso che vuole rimanere anonimo – i cristiani cattolici sono pari allo 0,35% della popolazione totale. La popolazione cristiana si è anche ridotta a un terzo rispetto a dieci anni fa». Molti hanno chiesto il visto austriaco, per poi avere come destinazione finale gli Stati Uniti. «Ma si vive in un paradosso: nonostante nel Maijlis, l’assemblea consultiva islamica, le minoranze abbiano diritto ad almeno un rappresentante; nonostante per legge tutti gli iraniani siano uguali, senza distinzione di appartenenza per gruppo etnico, colore, lingua e nonostante tutte le minoranze abbiano diritto di protezione se vivono su questo territorio, in conformità con i principi islamici, di fatto non è così». Infatti, la Repubblica islamica permette la libertà di culto ma non di religione. E questi sono gli articoli (13 e 14) ai quali sono stati inchiodati i rappresentanti della comunità protestante di Rasht. A Rasht la religione è un argomento tabù, complice il fatto che negli ultimi anni molti musulmani sono passati al cristianesimo e si sono uniti a un movimento crescente (la Hauskirche, Chiesa domestica), diventato anche più forte della Chiesa cattolica. Su questa scia sono aumentati i controlli della polizia, le intimidazioni, gli arresti: un musulmano che si converte al cristianesimo sa che si macchia del reato di apostasia, punibile con la morte.

Anche per questo motivo i musulmani praticanti non entrano in una chiesa dove si officiano i riti, temendo di potere essere indicati come apostati nel caso di un controllo delle autorità. Del resto, il rapporto di Human Rights Watch del 2011, pubblicato da poco dall’agenzia di informazione cristiana Mohabat news, indica una tendenza in crescita che la conoscenza sul campo conferma. In un anno la pressione del governo sulle minoranze è aumentata: sono state rilevate 274 violazioni che hanno coinvolto 876 persone. I baha’i sono al primo posto in 100 occasioni, i dervisci al secondo con 46 episodi, i cristiani al terzo con 29. Il tutto in un quadro che registra un totale di 498 sentenze di condanna a morte. Il prossimo 8 settembre, con la sentenza definitiva per il pastore Youcef Nadarkani, arrestato nell’ottobre 2009 a Rasht, già condannato a morte in primo grado per apostasia, si saprà se bisognerà conteggiare un’altra vittima. Rea di avere dichiarato una fede diversa da quella all’imam Alì, padre dello sciismo.”

Davanti a Dio portando l’uomo

Com’è la vita di un cistercense oggi? Risponde padre Cesare Falletti del monastero Dominus tecum di Pra ‘d Mill:

“Di ragazzi qui ne vengono molti. E possiamo dir loro che la vita monastica ha due aspetti. Ce n’è uno pra.jpgstorico, vale a dire che nel corso dei secoli possono cambiare le condizioni di vita: nel medioevo si viveva in un modo, noi viviamo in un altro. Ma c’è anche qualcosa di essenziale che non cambia, ed è questa “trilogia”: una vita di preghiera personale e comunitaria (e di silenzio), di lavoro umile e manuale e di comunione fraterna (vivere insieme, servirsi a vicenda). Ma, molto semplicemente, ai ragazzi di oggi e di sempre si può anche dire che Dio c’è, e se c’è si può vivere per lui. E’ una vita che non ha senso se Dio non c’è, questo è chiaro. Mentre altre vite hanno almeno una ragione sociale (insegnare, educare, curare i malati), la vita monastica non ce l’ha…

Noi diciamo sempre ora, labora, lege et ama, e cioé aggiungiamo la lectio divina e l’amore fraterno nella vita comunitaria. Ma c’è di più: quell’ora et labora per noi è e rimane “prega lavorando”, e “lavora pregando”. L’attenzione alla presenza di Dio deve pervadere tutto.

C’è la famosa questione se i monaci sono utili. Dato che oggi utile significa efficace, allora i monaci sono inutili. Se invece utile vuol dire che Dio esiste e quindi stargli davanti ne vale la pena, solidali con tutti gli uomini, perché ogni persona è responsabile del mondo intero, ecco, il monachesimo è uno stare davanti a Dio portando l’uomo”.

Da che parte sta Dio?

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Chi segue frequentemente il blog sa che mi piace leggere più libri in simultanea. Uno di quelli che sto portando avanti lentamente per la corposità degli argomenti trattati è “In nome di Dio” del premio Nonino 2012 Michael Burleigh. Sto affrontando il capitolo “Apocalisse 1939-1945” in cui si tende a chiarire il ruolo delle Chiese europee in quegli anni. Oltre a tutta una serie di chiarimenti sul ruolo di Pio XI e soprattutto Pio XII, spesso taciuti da storici superficiali e ideologici (tra l’altro, esiste una visione storica non ideologica?), mi hanno colpito due interventi riportati in successione. E’ vero: come si evince dal libro sono stati isolati, ma pur sempre eclatanti.

Da un lato, l’ottuagenario cardinale francese Alfred Baudrillart invitava i francesi a unirsi contro il bolscevismo: “L’arcangelo Michele brandisce la sua spada vendicatrice, brillante e invincibile contro i poteri diabolici. Con lui marciano i popoli cristiani e civili per difendere il loro passato e il loro futuro a fianco delle armate tedesche”.

Dall’altro lato, il metropolita russo Sergej inviò un messaggio a ogni parrocchia ortodossa. Vi si leggeva: “La Chiesa di Cristo benedice tutti gli ortodossi che difendono le sacre frontiere della nostra madrepatria. Dio ci assicurerà la vittoria”.

Ecco, a questo punto mi immagino l’indecisione di Dio… e soprattutto il suo disperato avvilimento.

Dove sono?

La coerenza che tante volte mi ha spinto a dire alla Chiesa che deve chiedere perdono e guardarsi dentro per essere capace di rinnovarsi, mi spinge a pubblicare questo post di Piero Gheddo: per amore di verità, scomoda e non assoluta…

nigeria.jpg“La notizia dei cristiani massacrati in Nigeria dal terrorismo islamico è ormai così frequente che non fa quasi più notizia. Dal Natale 2011 alla fine dell’aprile scorso i morti degli attacchi terroristici nel Nord della Nigeria sono stati circa 600, con picchi di vittime che altrove sarebbero considerati una tragedia nazionale, mentre là aumentano solo l’odio e la voglia di vendetta: il 25 dicembre 25 morti ad Abuja e Jos, il 6 gennaio 17 morti a Mubi, il 20 gennaio 185 morti a Kano, il 20 febbraio 30 morti a Maiduguri, il 6 marzo 45 morti ad Abuja, il 6 aprile 40 morti a Kaduna, ancora 40 morti a Kaduna il 10 aprile, il 29 aprile la follia integralista si è scatenata contro gli studenti, provocando una trentina di morti nel campus universitario, mentre un sacerdote cattolico stava celebrando la Messa. Ma questi sono solo i fatti più gravi, mentre lo stillicidio degli attentati e delle uccisioni mirate anche nei villaggi rurali è notizia quasi quotidiana.

Il terrorismo di radice islamica è contro gli occidentali, i cristiani. Ci sono altri motivi che spiegano questo fenomeno demoniaco nato con Khomeini in Iran nel 1979: economici, culturali, storici, etnici, politici, commerciali, ma la radice è ben espressa dal nome dall’ultima setta islamica responsabile principale del terrorismo nel Nord Nigeria: “Boko Aram”, che nella lingua dei musulmani locali, gli “haussa”, significa: “L’educazione occidentale è peccato”. Nel mondo moderno, la rivolta dell’islam contro l’Occidente si è manifestata storicamente la prima volta con la fondazione dei “Fratelli musulmani”in Egitto nel 1928; è cresciuta e si è diffusa in tutto il mondo islamico con la fondazione di Israele, il chiodo, il punzone ebraico cristiano nel cuore dell’Islam; è scoppiata quando Khomeini nel 1979 ha cacciato a furor di popolo lo Shah di Persia, Muhammad Reza Pahlevi, che aveva tentato di portare il suo paese verso la modernizzazione, più o meno secondo il modello occidentale, mandando le bambine a scuola, facendo leggi favorevoli alle donne nel matrimonio, istituendo all’Università di Teheran una Facoltà per il dialogo islamo-cristiano, ecc. Khomeini, assumendo il potere, fece tutto quello che lo Shah voleva abolire e dichiarò la guerra contro il modello culturale dell’Occidente; non potendo combattere i popoli cristiani con le armi, ha ripescato nella tradizione “sciita” il “martirio per l’islam” e il mito dei “martiri per l’islam”, le cui immagini si vedono sui pullman, sui taxi, nelle scuole, nelle madrasse e nei centri culturali di molti paesi islamici.

Negli ultimi 40 anni, la tendenza “salafita” (cioè di estremismo islamico) si è molto diffusa fra i popoli del Corano attraverso le moschee, le scuole statali e i mass media, che dipingono l’Occidente e i cristiani come i nemici dell’Islam. L’Occidente non si rende ancora conto di questo: ucciso un Bin Laden, ne sorgono mille altri, perché il terreno di coltura, a partire dai bambini che frequentato le scuole, è seminato con i semi dell’opposizione radicale e dell’odio verso l’Occidente. Gli ultimi Papi, i vescovi e noi cristiani continuiamo a incontrare fraternamente ed a tessere la tela del dialogo con i musulmani. Negli ultimi anni ho visto che in diversi paese islamici (Libia, Senegal, Nord Camerun, Bangladesh, Indonesia) il dialogo, in condizioni di pace, produce buoni frutti. Ma la domanda che dobbiamo farci è questa: nei momenti di emergenza terroristica, dove sono i musulmani moderati? Non si può generalizzare attribuendo all’islam la responsabilità del terrorismo, ma perché le personalità dell’islam, le università, le moschee-guida di ogni paese non condannano in modo aperto e corale i troppi attentati terroristici fatti in nome dell’islam? Perché, quando c’è qualche offesa all’islam (le vignette su Maometto ad esempio) o violenze contro i musulmani, nei paesi cristiani siamo tutti uniti a condannare i responsabili, mentre quando vengono massacrati centinaia di cristiani innocenti, come negli ultimi quattro mesi in Nigeria, non si sentono voci islamiche di condanna? Papa Benedetto, nel famoso discorso a Ratisbona nel settembre 2006, fra l’altro ha detto che l’islam deve confrontarsi col problema della “violenza per Dio” che non può esistere. Nel mondo islamico ci sono state proteste, ma si sono anche levate voci di attenzione e di dialogo su quel tema. A distanza di alcuni anni, di fronte ai 600 uccisi in quattro mesi nel Nord Nigeria, cosa dicono quelle personalità di buona volontà e di dialogo?”

Guardare i poveri negli occhi

Oggi mi stavo chiedendo se pubblicare qualcosa sulla festa del lavoro. Molti post su fb fanno riferimento al fatto di quanto sia inutile festeggiare qualcosa che in realtà sta sparendo o si sta di certo complicando. Dolgono al cuore le notizie di persone che si suicidano perché senza lavoro o per problemi economici divenuti insormontabili. Certo è che sta salendo il numero di coloro che fanno fatica ad arrivare a fine mese, stanno aumentando i poveri. E mentre riflettevo su questo mi sono imbattuto in un racconto e mi è sembrato di percepire un grido silenzioso da parte dei vecchi e nuovi poveri che chiedono di non essere dimenticati, di non essere rimossi dagli occhi e dalle coscienze.

“Una volta Levi Isacco fu invitato a una riunione di una comunità e gli dissero: «Vogliamo che da ora in poi i poveri non mendichino più alla soglia della casa, ma che venga messo un bossolo e tutti gli abbienti vi depongano del denaro, ciascuno secondo le proprie sostanze, e con questo si provveda ai bisogni». Udita questa proposta rabbi Levi disse: «Fratelli miei spero che il bossolo per l’elemosina non sia un modo per non guardare i poveri negli occhi»” (M. Buber, I racconti dei Chassidim, Mondadori).

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Sulle ceneri degli uccisi

Rileggendo il post precedente a questo, ho pensato: “Sembra quasi diretto il collegamento tra islam e movimento del jihad, come se non ci fosse alternativa”. Mi sono venuti alla mente due libricini che pongo su piani opposti: “Islam. Anatomia di una setta” si Stefano Nitoglia e “Lettera a un kamikaze” di Khaled Fouad Allam. Nella prefazione al primo Roberto de Mattei scrive: “Del resto, per il mondo islamico, non vale la discutibile distinzione, molto abusata dalla stampa occidentale, tra ‘fondamentalismo’ e ‘progressivismo’, il primo dei quali sarebbe dogmatico e violento, il secondo invecekamikaze.jpg elastico e tollerante. … l’Islam è una religione esteriore, ritualista e, dunque, necessariamente aggressiva nel suo progetto di conquista del mondo; la religione cattolica è invece l’unica religione che conosca una vita interiore, una trasformazione in radice dell’uomo e della società, una distinzione tra ordine naturale e soprannaturale e, quindi, un apostolato di conquista delle anime sul piano interiore e individuale, che si sviluppa di pari passo con la difesa della Civiltà cristiana sul piano pubblico e sociale”.

La risposta secondo me viene direttamente dal secondo libro citato, in cui l’autore si mette in dialogo con un kamikaze. Eccone alcuni passi: “So bene che la tua scelta procede da una lettura dei nostri testi: ma si tratta di una lettura letterale e decontestualizzata di quei versetti che sembrano legittimare la violenza in nome della giustizia, dunque di una lettura erronea perché promette agli shahid di conquistare attraverso la violenza le vie dell’assoluto per ottenere un posto nel giardini eterno. Ma questo posto può essere conquistato sulle ceneri degli uccisi, sul dolore dei vivi? Può quel sangue versato rappresentare l’acqua del tuo paradiso? … Il tuo gesto annega la volontà di vivere insieme e trasforma la nostra solitudine in esilio. Così la fede diventa pura follia, la nostra religione è sequestrata dalla violenza, tutto si confonde fino a non poter più separare la bellezza dalla bruttura, il bene dal male”.

Jihadista italiano

images.jpegAllibito, anche se era già successo, prendo da Rainews: “Un italiano convertitosi all’islam e’ stato arrestato dalla polizia a Pesaro per addestramento ad attivita’ di terrorismo internazionale durante una vasta operazione coordinata da Dcpp/Ucigos che ha smantellato una rete di estremisti islamici attivi nella diffusione su internet di documentazione apologetica del terrorismo jihadista. Nei confronti del cittadino italiano convertito arrestato a Pesaro e’ stata eseguita un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dalla procura distrettuale di Cagliari. L’operaio arrestato questa mattina a Pesaro, nel quadro dell’operazione ‘Niriya’ contro il terrorismo jihadista, lavorava in una fabbrica di vernici e dopo essersi convertito all’Islam, aveva cambiato il suo nome in Abdul Wahid As Siquili. Il suo arresto si e’ reso necessario perche’ era sul punto di lasciare l’Italia per trasferirsi in Marocco, paese dal quale proviene la sua fidanzata.”

La Provvidenza?

Stamattina in una classe abbiamo parlato di quando Dio e le religioni vengono tirati in ballo dalla politica, dalle ideologie, dal potere… Allora ho chiesto “Vi leggo una frase togliendo una parola chiave. Chi potrebbe averla detta? Quando guardo agli ultimi cinque anni che stanno dietro di noi non posso fare a meno di dire: questa non è stata opera solo dell’uomo. Se la Provvidenza non ci avesse guidati spesso, non sarei stato in grado di percorrere questo cammino vertiginoso. C’è qualcosa che i nostri avversari dovrebbero sapere sopra ogni cosa. Che noi, …, siamo fondamentalmente dei devoti. Non abbiamo scelta: nessuno può fare la storia di una nazione o la storia del mondo se le sue azioni e le sue capacità non sono benedette dalla Provvidenza.” Sono cominciate a piovere le risposte “Dante!” “Martin Luther King” “Il gen. Patton” “Gandhi” e “Prof, non vorrei dire una cavolata, ma a me viene in mente Hitler”. Sguardi attoniti. Intervengo io: “In effetti al posto dei puntini c’è la parola “nazionalsocialisti”.”

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Sold out

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“La spiritualità oggi è in crisi”, si sente dire.

Stamattina si sono aperte le iscrizioni per le due occasioni di incontro con il Dala Lama al palasport Carnera.Il primo appuntamento è dedicato al dialogo tra le religioni in cui si potranno ascoltare le storie e le diverse visioni di fede; l’incontro del pomeriggio invece è un dibattito sulla naturale aggressività umana e sulla non violenza. Volevo accompagnare quattro delle mie classi. Invio delle mail ai colleghi accompagnatori, preavviso la segreteria per il traporto. Arrivo a casa, mi collego a fb: “Dalai Lama: incontri al Carnera sold out in poche ore!”

La spiritualità oggi è in crisi?

Prove di laicità in Tunisia

Nel paese di religione islamica più laico dell’Africa, la Tunisia, il partito che ha preso più voti alle recenti elezioni è stato Ennahda: esso ora si è rifiutato di introdurre la sharia alla base della legislazione, contrapponendosi così ai salafiti. Qui un breve approfondimento di Asianews.

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Cattolico: chi è costui?

Ancora un articolo che fa molto pensare sempre su Vino Nuovo. Questa una delle parti centrali del pezzo di Gilberto Borghi:

cattolico1jr-thumb-300x356-9.jpg“Quindi, secondo voi, un cattolico è obbligato a non pensare con la propria testa e a seguire invece ciò che gli dice la Chiesa”. “Eh, prof, non è così? – ancora Mattia – per me un cattolico è chi crede nella Chiesa, o no?” “Più che credere nella Chiesa – gli dico – un cattolico crede la Chiesa”. “Cosa vuol dire prof?”. “Vuol dire che lui stesso è dentro la Chiesa, non è estraneo. Crede cioè che anche lui fa parte di quella cosa che dice cosa va creduto e cosa va fatto. E crede che tutti i cattolici, per prima cosa, vogliono ascoltare e capire cosa gli dice Dio attraverso la sua Parola, i Sacramenti e la vita spirituale. Certo tutti si ritrovano su alcune idee che sono la base della fede, quelle espresse nel credo che si recita la domenica a messa. Ma ci credono perché usando la loro testa, vivendo le proprie esperienze, confrontandosi con chi è più saggio e ha un ruolo di guida, hanno capito che quelle idee hanno un senso, non solo perché glielo ha detto qualcuno. Ma scusate, sarebbe un insulto a Dio, che lo ha creato, se un cattolico non usasse anche la sua testa per decidere se e come credere”.

Qui l’intero pezzo. Di mio aggiungo un riferimento che ho sempre ritenuto fondamentale per me, ed è il n° 16 della Gaudium et Spes: “L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità.”

Ancora tempi di streghe?

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A Bologna, un islamico osservante ha sentito «impuro» il proprio rapporto con una donna cristiano-ortodossa e ha tentato di decapitarla «come Abramo fece con Isacco» (la donna, un’ucraina di 45 anni, se la scampa, rischia di ritrovarsi paraplegica). Non è solo un caso di fondamentalismo maniacale. In questi giorni, si apre a Palmi un processo di stupro che testimonia il persistere italico della maledizione di Eva: a San Martino di Taurianova una bambina di 12 anni (che oggi ne ha 24 e vive sotto protezione perché alcuni dei persecutori che ha denunciato erano mafiosi) per anni è stata considerata da tutto il paese la colpevole degli stupri di gruppo, delle violenze e dei ricatti subiti e anche il parroco a cui aveva tentato di confidarsi giudicava peccatrice una dodicenne violata che solo la penitenza poteva redimere. Sembra incredibile, ma nella santità delle religioni albergano tabù ancestrali che gli studi antropologici e le secolarizzazioni non sono riusciti a eliminare. Sono i tabù peggiori perché responsabili dei pregiudizi sessuofobici e misogini che, sacralizzati, hanno prodotto, nel nome di dio, discriminazioni e violenze. Nel terzo millennio le religioni dovrebbero andare in analisi e domandarsi quanto la sessuofobia e la misoginia insidino nel profondo la loro possibilità di futuro. Il concetto di “purezza” che ha represso, nell’ipocrisia mercantile e proprietaria dei valori familiari, milioni di ragazze non è nato certo dalla scelta delle donne. Alla Lucy delle origini, mestruata e responsabile della riproduzione, non sarebbe mai venuto in mente di sentirsi sporca o colpevole. Forse percepiva già come colpa, certo non sua, la violenza che connotava la bassa qualità di molte prestazioni maschili. Tanto meno, quando si fosse inventato il diritto, avrebbe distinto i “suoi” figli in legittimi o illegittimi. Eppure si continua a credere che la mestruata faccia ingiallire le foglie e inacidire il latte; in Africa, in “quei giorni”, è confinata in capanne speciali per non contaminare le case; a Roma Paolo la voleva velata e zittita, mentre i papi, forse senza sapere perché, le hanno vietato di consacrare. Siamo ancora qui, a fare conti sul puro e l’impuro e a ripetere il capro espiatorio nel corpo di qualche altro Isacco per volere di qualche Abramo che credeva di interpretare Dio, di qualche altra Ifigenia proprietà di Agamennone padrone della sua morte. Noi donne non siamo certo migliori degli uomini, ma nelle società maschili permangono residui di paure che neppure Darwin ha fatto sparire. I responsabili delle religioni che intendono salvare la fede per le generazioni future debbono purificarle dalle ombre del sacro antropologico: il papa cattolico deve non condannare, bensì accogliere come servizio di verità nelle scuole un’educazione sessuale che dia valore all’affettività non solo biologica delle relazioni fra i generi e al rispetto delle diverse tendenze sessuali; l’islam che fa imparare a memoria fin da piccoli le sure del Corano, si deve rendere conto che i tabù violenti producono strani effetti se un uomo si sente un dio punitore davanti a donne-Isacco; i rabbini dovrebbero fare i conti con Levy Strauss e smettere di chiedere autobus separati per genere e di insultare le bambine non velate; in Cina e in India non si deve perpetuare l’insignificanza femminile trasferendo gli infanticidi delle neonate alla “scelta” ecografica, mortale solo per le bimbe. Sono tutte scelte di morte. Per ragioni di genere. Ma, se la responsabilità delle religioni monoteiste è particolarmente grave per l’immagine anche non raffigurata di una divinità di fatto maschile, più precisa è quella dei cristiani. Si è detto infinite volte: perché il nostro clero, ancora così pronto a chiedere cerimonie riparatrici per spettacoli che non ha visto, non pensa ad evangelizzare i maschi invece di sospettare costantemente peccati di cui non può essere giudice, condannato com’è al masochismo celibatario per paura della purezza originaria della sessualità umana? C’è un salto logico – certamente non illogico per le donne che stanno leggendo i pezzi sull’8 marzo – ma anche la società civile persevera troppo nel negare rispetto al corpo delle donne: i tre caporali del 33esimo reggimento Acqui indagati per lo stupro di Pizzoli (L’Aquila) sono rientrati in servizio nei servizi di pattugliamento del centro storico nell’ambito dell’operazione “Strade Sicure”…

Giancarla Codrignani (tramite Adista; alcuni articoli si trovano completi nella pagina di Adista su fb)

Eremiti e silenzi

Oggi propongo due articoli su un argomento tostarello: il silenzio, la contemplazione, la meditazione, la riflessione, la preghiera. Il primo è un po’ più leggero con delle proposte di lettura e delle testimonianze, il secondo è un articolo di Carlo Maria Martini un po’ più complesso. Una delle frasi che più mi hanno colpito? “Mi pare venuto il momento di ricordare che l’abitudine alla contemplazione e al silenzio feconda e arricchisce, che non si ha azione o impegno che non sgorghi dalla verità dell’essere profondo”. Canta Franco Battiato:

Quanta pace trova l’anima dentro aaa.jpg
scorre lento il tempo di altre leggi
di un’altra dimensione
e scendo dentro un Oceano di Silenzio
sempre in calma.

Buona lettura.

Aggiornamenti

Alcuni dei titoli di articoli interessanti pescati dal sito di Asianews:

Estremisti islamici e terroristi cavalcano la rivoluzione siriana

Karnataka, pastore pentecostale picchiato e arrestato per “proselitismo”

Madre tibetana si dà fuoco nel Sichuan; una ragazza si autoimmola nel Gansu

Kirkuk: giovani cristiani e musulmani per promuovere pace e dialogo interreligioso (cui si riferisce l’immagine qui sotto)

Buona lettura!

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I ciechi e l’elefante

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Spesso nelle religioni vi sono ciechi convinti di possedere tutta la verità, mentre ciò che conoscono non è che una parte della verità.

“C’era una volta un re che ordinò al suo ministro: “Riunisci in una piazza tutti gli uomini del regno, che sono ciechi fin dalla nascita!”. Il ministro eseguì l’ordine e quindi lo annunziò al re. Questi si recò sulla piazza, dov’erano riuniti i ciechi, ed ordinò che ognuno di essi toccasse l’elefante reale, per poi dirgli a che cosa l’elefante somigliasse. L’elefantiere fece toccare ad alcuni ciechi la testa, ad altri le orecchie, ad altri le zanne, ad altri la proboscide, ad altri il ventre, ad altri le gambe, ad altri il dietro, ad altri il membro, ad altri la coda; sempre a tutti dicendo: “Questo è l’elefante!”. Poi il re si accostò ai ciechi e chiese loro se avessero toccato l’elefante. “Sì, Maestà!” risposero. “Allora ditemi a che cosa rassomiglia l’elefante?” E i ciechi cominciarono a descrivere a modo loro l’elefante.

Quelli che avevano toccato la testa dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad una caldaia.”

Quelli che avevano toccato le orecchie dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un ventilabro.”

Quelli che avevano toccato le zanne dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un vomere.”

Quelli che avevano toccato la proboscide dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un manico d’aratro.”

Quelli che avevano toccato il ventre dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un granaio.”

Quelli che avevano toccato le gambe, dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia a colonne.”

Quelli che avevano toccato il dietro, dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un mortaio.”

Quelli che avevano toccato il membro, dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad un pestello.”

Quelli che avevano toccato la coda, dissero: “Maestà, l’elefante rassomiglia ad uno scacciamosche.”

E, siccome ognuno sosteneva la sua opinione, cominciarono a discutere e finirono con l’accapigliarsi e percuotersi, gridando: “L’elefante rassomiglia a questo, non a quello! Non rassomiglia a questo, rassomiglia a quello!”. E il re si divertì a quella zuffa.”

(Udana VI, 4, 66-69)

Stop a Scientology in Francia?

Prendo da Rainews24

La corte di appello di Parigi ha condannato oggi per truffa e associazione a delinquere le principali strutture francesi di Scientology, confermando una sentenza precedentemente emessa. Il Celebrity Centre e la libreria Sel dovranno pagare rispettivamente una multa di 400 mila e 200 mila euro di danni. Cinque membri della divisione francese di Scientology sono a loro volta stati condannati a pene che vanno da 10 mila euro e due anni di prigione con la condizionale e 30 mila euro di multa. Per Olivier Morice, dell’associazione che si batte contro le sette, si tratta di una decisione storica. E’ infatti la prima volta che Scientology viene condannata in Francia e, secondo Morice, questa decisione potrebbe portare al divieto o alla dissoluzione dell’organizzazione in Francia. La giustizia rimprovera ai condannati di “avere approfittato della vulnerabilita’ di ex adepti per sottrarre loro importanti somme di denaro”. Il movimento fondato dallo scrittore americano Ron Hubbard nel 1954 e’ considerato in Francia al pari di una setta. E’ invece ritenuto una religione negli Stati Uniti e in alcuni Paesi europei. Nel mondo conta circa 10 milioni di membri, tra cui anche l’attore Tom Cruise. In Francia sono circa 45 mila i suoi fedeli.

Burleigh a Percoto

Ieri a Percoto c’è stata la consegna dei premi Nonino. Uno dei premiati è stato Michael Burleigh. Appena riesco compro il libro che appare verso la fine di questa intervista molto interessante presa da Rai News.

Incontro

“L’incontro tra due persone religiose, pur se di diversa religione, è un incontro di due persone che si scoprono innamorate della stessa realtà”

Card. Carlo Maria Martini

Entrare in casa

In seconda ci stiamo confrontano sul concetto di Dio, su quelli di fede e religione, sulla differenza tra conoscere una religione ed essere credenti. Ecco che può venirci in soccorso, per capire meglio il tutto, una storiella della tradizione orientale.

Il maestro insisteva che la barriera ultima al conseguimento di Dio era la parola e il concetto “Dio”. Questo faceva talmente infuriare il prete locale che questi arrivò adirato per discutere la faccenda col maestro. “Ma la parola DIO può portarci a Dio, no?” disse il prete. “Sì” rispose calmo il maestro”. “E come può una cosa giovare ed essere una barriera?”. Il maestro rispose: “L’asino che ti porta davanti all’uscio non è il mezzo con cui entri in casa”.

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