Primavera o autunno?

proteste-islam-kabul-300x225.jpgDa Il sussidiario prendo un interessante articolo su primavera araba / autunno arabo di Luca Gino Castellin.

Dopo il drammatico attacco di Bengasi, in cui sono stati uccisi l’ambasciatore americano Christopher Stevens e altri tre membri del corpo diplomatico statunitense, tutti i media internazionali hanno raccontato il dilagare delle proteste dal Nord Africa fino al Sud-Est del Pacifico, attraverso il Medio Oriente e l’Asia Centrale, titolando con voce unanime “rivolta contro l’Occidente”. Questa scelta è sicuramente giusta, ma non aiuta a cogliere fino in fondo le conseguenze dei tumultuosi disordini in molti Paesi islamici. Indirizzate contro i simboli e le istituzioni della nostra civiltà, le violente manifestazioni di questi giorni sono anche una rivolta contro il mondo arabo.

Soprattutto, sono un atto di sfida a quella “primavera araba” che sembrava aver indirizzato – pur tra molte ambiguità e contraddizioni – i vari popoli della regione verso un presente e un futuro di speranza. Pertanto, a preoccuparsi di ciò che sta avvenendo dall’altra parte del Mediterraneo non dovrebbero essere soltanto gli Stati Uniti d’America, ma anche tutti i governi democraticamente eletti in questi due anni.

Gli Stati Uniti devono fronteggiare un nemico assai noto: il carsico antiamericanismo che pervade il mondo islamico. E devono farlo per difendere l’ingente capitale diplomatico investito nel supporto al lento e difficile processo di transizione in atto nella regione. La responsabilità di quanto è successo non risiede – come, invece, ha sostenuto Mitt Romney in maniera assai cinica (tanto da essere apertamente richiamato da altri esponenti del Grand Old Party) – nelle linee di politica estera dell’Amministrazione Obama verso il Medio Oriente. Le accuse del candidato repubblicano alla Casa Bianca rappresentano semmai una strumentalizzazione politica molto provinciale, che mette in mostra un grave deficit (forse, il principale) della sua piattaforma elettorale. D’altronde, la politica muscolare di George W. Bush non ha ottenuto maggiori risultati, piuttosto ha contribuito ad alimentare l’odio verso l’Occidente. Dopo una scellerata guerra preventiva contro il regime di Saddam Hussein, l’Iraq si trova infatti nuovamente in pericolo di fronte alla deriva autoritaria del Primo Ministro sciita Nouri al-Maliki. La strategia di Obama, a cui forse è possibile imputare un eccessivo ottimismo, costituisce invece una novità interessante e da non archiviare al primo vero ostacolo. L’aver scommesso sul desiderio di giustizia e di libertà dei popoli della regione (o di alcune loro componenti, anche minoritarie) è stato un rischio grande, ma che andava corso. E che, al tempo stesso, deve essere sostenuto.

Ma sono i Paesi della regione – tra cui soprattutto Libia ed Egitto – a dover prestare particolare attenzione ai tumulti in corso. La vittoria della coalizione liberale nell’ex regno di Gheddafi non ha infatti allontanato il grave problema che attanaglia il suo nuovo governo: ossia l’incapacità di acquisire ed esercitare il monopolio legittimo della forza nel Paese. Senza un pieno controllo del territorio, infatti, la presenza di sacche di resistenza fedeli al regime precedente e di formazioni terroristiche qaediste non potrà che diventare un male endemico della nuova Libia. E ciò potrebbe costituire un pericolo anche per l’Europa e in particolare per l’Italia. Finché le forze di sicurezza del governo di Tripoli non saranno in grado di garantire l’ordine interno, il nostro Continente va incontro a due grandi incognite: da un lato, quella riguardante le dinamiche migratorie illegali; dall’altro, quella relativa alla sicurezza e al pieno rispetto dei contratti economici in atto con la Libia.

Anche in Egitto le manifestazioni di questi giorni non devono essere sottovalutate. Il Paese – dopo la decisione della Corte Suprema dello scorso giugno – è ancora senza un Parlamento. E il presidente Mohamed Morsi, seppur rafforzato dal consenso elettorale e dai pieni poteri, deve evitare di lasciarsi travolgere dalle violenze salafite. Morsi può dimostrare la saldezza della propria leadership soltanto rifuggendo dalla comoda – ma, al tempo stesso, illusoria – acquiescenza verso qualsiasi deriva islamista. Anche per i Fratelli Musulmani – un movimento magmatico e con diverse anime al suo interno – c’è sempre il rischio di essere sorpassati sulle ali estreme da altre formazioni. Quella di fronte a Morsi è una scelta importante, dove il presidente deve saper agir con equilibrio. Da una parte, egli non può mostrarsi troppo indulgente verso i disordini di questi giorni. Gli islamisti, infatti, possono trasformarsi in un serio problema anche per Morsi, soprattutto perché rischiano di rendere sempre più incerta quella continuità della politica estera che aveva reso il governo del Cairo un alleato pragmatico sia per l’Occidente, sia per Israele. I recenti attacchi al Quartier generale dell’esercito egiziano nel Nord del Sinai evidenziano le grandi difficoltà a cui le forze di sicurezza del Paese si trovano di fronte per garantire il controllo di questa delicata e nevralgica zona di confine con lo Stato ebraico. Dall’altra parte, il presidente egiziano non può nemmeno apparire eccessivamente duro con sollevazioni più o meno spontanee, che hanno avuto come causa scatenante l’offesa al profeta Maometto. In un momento di transizione così delicato, infatti, la possibilità di essere soggetto al ricatto da parte di una minoranza islamista per motivi religiosi e ideologici costituisce un grave rischio, che può riversare sulle istituzioni politiche molto discredito e indebolirle sensibilmente. L’esigenza di ordine e sicurezza, intrecciata a quella di minore corruzione e maggiore giustizia, è un elemento essenziale nella società egiziana del dopo Mubarak, che il ceto politico egiziano si trova a dover gestire in un clima sociale assai teso ed esplosivo.

Che cosa può insegnare allora la furia islamista di questi giorni? L’attacco è una sfida non solo per l’Occidente, ma anche e soprattutto per il mondo arabo. La “primavera arab”» è stata – e ancora rimane – un fattore positivo e un’opportunità di cambiamento. Archiviarla alla prima difficoltà, per rivolgersi al triste orizzonte di un crepuscolare “autunno arabo”, è soltanto segno di cinismo (speculare all’iniziale idealismo di alcuni osservatori poco disincantati). Ciò che occorre invece è un sano realismo, come quello testimoniato da Benedetto XVI nel suo viaggio in Libano. Mentre la maggior parte degli esperti si improvvisava novella Cassandra e i governi di tutto il mondo erano pressoché impotenti di fronte agli avvenimenti, il Santo Padre incontrava il popolo della terra dei cedri – un popolo non solo segnato da anni di guerra civile, ma anche e paradossalmente modello di convivenza tra cristiani e musulmani – per affermare con intelligenza e fermezza le ragioni profonde della convivenza e della pace. Il Papa è ben consapevole che nel cuore di ogni uomo alberga un desiderio di bellezza, verità e giustizia che nessun film può sopprimere. Ma, come l’esperienza del Meeting Cairo dimostra, per rispondere a quelle esigenze insaziabili occorre un incontro e un’educazione. Senza fragili illusioni, è proprio ciò di cui il Medio Oriente ha bisogno oggi.

Qualche spunto

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Segnalo alcuni articoli che ho preso dalla rete e che possono essere utili per avvicinarsi a capire la situazione creatasi dopo l’uccisione dell’ambasciatore statunitense in Libia e le reazioni alla pubblicazione in rete di alcune sequenze del film su Maometto.

Hezbollah lancia una settimana di proteste contro il film anti-islam Asia News.pdf

INDONESIA Jakarta, violente proteste contro il film blasfemo su Maometto Asia News.pdf

Le conseguenze internazionali dell’assalto alle ambasciate.pdf

Libia, il fuoco dell’estremismo sulla primavera araba.pdf

PAKISTAN Cristiani e musulmani pakistani condannano il film blasfemo su Maometto Asia News.pdf

Tunisia.pdf

Questo qui sotto è un articolo che ricorda quanto successo diversi anni fa in occasione della pubblicazione del libro “I versetti satanici”:

Quando le piazze islamiche si riempirono contro Rushdie _ Linkiesta.it.pdf

A quattro anni di distanza

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Una bella giornata ventosa, di quelle che piacciono a me. Così, dopo la mattinata passata dal dentista, sono andato a fare un giro con Mou per la campagna. Come al solito, mi sono portato dietro la radiolina e mi sono sintonizzato su Radiotre e ho dovuto alzare un po’ il volume per contrastare il rumore delle canne di granoturco piegate dal vento. C’era il giornalista Stefano Feltri che faceva memoria del 14 settembre di quattro anni fa, quando il governo americano decideva di abbandonare al fallimento la banca d’affari Lehman Brothers. Ho pensato fosse utile segnalare questa puntata di Wikiradio, a me è piaciuta. Qui il link all’elenco dei podcast da poter scaricare.

Cristiani d’Iran

Un viaggio, in Iran. Ne è autrice Irene Paci. Lo pubblica Avvenire.

“Riconosciuti dalla legge, tollerati in pubblico ma sottoposti a una discriminazione sostanziale nella vank.jpgburocrazia, negli uffici, nelle scuole, nei tribunali, ogni volta che ci sia da far valere un diritto civile. La vita dei cristiani in Iran non è facile. «Siamo cittadini, ma di serie B, di seconda classe», dicono quei pochi che accettano di parlare, fatto salvo che desiderano non rivelare la loro identità. Eppure i templi cristiani, nel Paese, non sono catacombe. La chiesa cattolica di Teheran, accanto all’ambasciata, fondata dai salesiani nel 1936, è stata rinnovata da poco e ha campane e croci in bella vista; le chiese armene di Isfahan sono incastonate nel quartiere di Jolfa che è cristiano dall’epoca dello scià Abbas I, nel 1604; gli edifici di culto sono monumentali, meta di turisti di tutte le confessioni religiose e possono vantare un museo abbastanza ricco di reperti della tradizione; perfino la chiesa protestante di Rasht, quella che è più nell’occhio del ciclone a causa degli ultimi arresti di fedeli e pastori, all’esterno è riconoscibilissima: due croci rilevate sul portone che spiccano sul fondo bianco del muro.

Ma nella Repubblica islamica d’Iran che vive una sorta di schizofrenia sociale – la vita pubblica, aderente alle regole e alla legge, è solo la testa della medaglia su cui la vita privata, modernissima e con qualche eccesso, ne è la croce – non stupisce che quel che si veda, a un primo sguardo, non corrisponda a ciò che esattamente è. Le comunità, soprattutto nel Nord del Paese, dove ultimamente le conversioni dall’islam al cristianesimo sono state numerose, vivono blindate. Non è permesso l’accesso ai non cristiani alle funzioni: si vive nel timore di mettersi in casa un delatore, una spia, anche fosse il vicino di casa o un parente molto prossimo. I numeri telefonici della chiesa armena di una città del Nord del Paese girano tra pochi adepti: tutti sanno che qualsiasi chiamata è registrata, che chi dice di recarsi lì potrebbe essere seguito. E, infatti, se il numero arriva nelle mani di uno straniero che vuole sapere o conoscere, non è raro che qualcuno lo fermi e gli chieda, non senza ambiguità, perché si trova lì e se volesse seguirlo per andare a prendere un tè. Per penetrare nelle sacrestie iraniane, quello che funziona è il passaparola, stando bene attenti a capire chi ci si trovi di fronte. A Isfahan, la cattedrale di Vank, costruita tra il 1606 e il 1655 con il sostegno dei sovrani della dinastia safavide, dà l’impressione che essere cristiani in Iran sia un fatto accettato e anche valorizzato, vista la magnificenza del sito e il flusso di turismo soprattutto interno. Ma si fa fatica a domandare a chi ha in custodia le chiavi di questa e delle altre due chiese (le chiese di Betlemme e di Maria) di essere ammessi la domenica, quando si celebrano le funzioni religiose, nelle sedi del culto vero e proprio. E alla domanda: «Ci sono discriminazioni nella vita quotidiana?», la risposta, nel migliore dei casi, è un invito in casa privata ma da soli, lontani da orecchie indiscrete.

Dalle esperienze rivelate si comprende che tra la teoria e la prassi giuridica, c’è il mare: come nel caso del risarcimento danni dopo un incidente stradale, nell’accesso all’università a numero chiuso o alle scuole. I cosiddetti dhimmi (cioè i cittadini non islamici) pagano sempre di più: non hanno, di fatto, gli stessi diritti degli sciiti. «Su settanta milioni di iraniani – dice un religioso che vuole rimanere anonimo – i cristiani cattolici sono pari allo 0,35% della popolazione totale. La popolazione cristiana si è anche ridotta a un terzo rispetto a dieci anni fa». Molti hanno chiesto il visto austriaco, per poi avere come destinazione finale gli Stati Uniti. «Ma si vive in un paradosso: nonostante nel Maijlis, l’assemblea consultiva islamica, le minoranze abbiano diritto ad almeno un rappresentante; nonostante per legge tutti gli iraniani siano uguali, senza distinzione di appartenenza per gruppo etnico, colore, lingua e nonostante tutte le minoranze abbiano diritto di protezione se vivono su questo territorio, in conformità con i principi islamici, di fatto non è così». Infatti, la Repubblica islamica permette la libertà di culto ma non di religione. E questi sono gli articoli (13 e 14) ai quali sono stati inchiodati i rappresentanti della comunità protestante di Rasht. A Rasht la religione è un argomento tabù, complice il fatto che negli ultimi anni molti musulmani sono passati al cristianesimo e si sono uniti a un movimento crescente (la Hauskirche, Chiesa domestica), diventato anche più forte della Chiesa cattolica. Su questa scia sono aumentati i controlli della polizia, le intimidazioni, gli arresti: un musulmano che si converte al cristianesimo sa che si macchia del reato di apostasia, punibile con la morte.

Anche per questo motivo i musulmani praticanti non entrano in una chiesa dove si officiano i riti, temendo di potere essere indicati come apostati nel caso di un controllo delle autorità. Del resto, il rapporto di Human Rights Watch del 2011, pubblicato da poco dall’agenzia di informazione cristiana Mohabat news, indica una tendenza in crescita che la conoscenza sul campo conferma. In un anno la pressione del governo sulle minoranze è aumentata: sono state rilevate 274 violazioni che hanno coinvolto 876 persone. I baha’i sono al primo posto in 100 occasioni, i dervisci al secondo con 46 episodi, i cristiani al terzo con 29. Il tutto in un quadro che registra un totale di 498 sentenze di condanna a morte. Il prossimo 8 settembre, con la sentenza definitiva per il pastore Youcef Nadarkani, arrestato nell’ottobre 2009 a Rasht, già condannato a morte in primo grado per apostasia, si saprà se bisognerà conteggiare un’altra vittima. Rea di avere dichiarato una fede diversa da quella all’imam Alì, padre dello sciismo.”

Il complesso meccanismo di un orologio svizzero

Anche oggi una storia, quella di Shaul Ladany, raccontata qui da Massimiliano Castellani.

Ladany.jpg“«Per sopravvivere, non si ha bisogno di fortuna, ma di una lunga serie di fortune. Si devono prendere molte decisioni e fare tante cose per aiutare, prima di tutto, se stessi». Considerazioni, amare, che marciano veloci nella mente di Shaul Ladany, 40 anni dopo quel tragico 5 settembre 1972 alle Olimpiadi di Monaco di Baviera. L’uomo in marcia, talora tragico e assorto come una scultura di Giacometti, con la sua memoria è ancora fermo a quel 5 settembre, al Villaggio olimpico, al n.31 di Connollystrasse. «Dentro l’unità 2. L’ultimo gesto prima di addormentarsi è lo stesso di sempre: via gli occhiali da vista, da cui non si separa neppure mentre gareggia e che gli conferiscono un’aria da professore…»: così Andrea Schiavon racconta la vigilia di quel massacro che insanguinò il mondo dello sport, in Cinque cerchi e una stella (Add Editore).

… A 36 anni, lo chiamavano già il “professore”, del resto l’ingegner Ladany teneva regolari lezioni dalla cattedra dell’università di Tel Aviv. Il suo “68” lo aveva fatto prima a New York assieme alla moglie Shoshana (allora ricercatrice), poi partecipando alle Olimpiadi del Messico. E quattro anni dopo, non aveva voluto perdere la grande occasione di essere a Monaco al via della 50 chilometri della marcia olimpica. Un sogno che diventò incubo, alle 4.30 di quel 5 settembre: un commando di terroristi palestinesi fece incursione nelle unità 1 e 3, prendendo in ostaggio atleti, allenatori e tecnici della delegazione d’Israele. Due ore di battaglia, 20 ore di trattative palpitanti e serrate, poi la fuga assurda verso l’aeroporto Furstenfeldbruck. Alla fine il bilancio passerà alla storia sotto alla voce strage: 17 morti tra cui 11 israeliani, 5 palestinesi e un poliziotto tedesco. Il primo a cadere fu l’allenatore dei lottatori israeliani, Moshe Weinberg, detto “Moony”, l’uomo a cui Ladany la sera prima aveva prestato la sveglia, «perché, mi disse, domattina devo alzarmi presto». Quella sveglia non suonerà mai, andò in frantumi sotto le raffiche omicide di un’organizzazione, nata appena un anno prima, che si firmava “Settembre Nero”. Ladany assistette impotente. Tutto il mondo andò in tilt. A cominciare dai media. I giornali all’indomani in prima pagina aprivano con due bufale clamorose: «Ladany scomparso», ma soprattutto con un rassicurante, quanto falso, «Liberati tutti gli ostaggi israeliani». Invece la morte, ancora una volta, aveva solo accarezzato il cuore di Shaul. Il cuore sensibile e combattivo di quel rampollo di una famiglia della ricca borghesia ebraica ungherese, nato a Belgrado, dove il 6 aprile del 1941, la bella vita dei Ladany si sgretolò come la sua casa, ridotta a macerie da un bombardamento tedesco. Le SS bussavano alle porte degli ebrei e Shaul con i suoi genitori fuggì a Budapest.

Quello che doveva essere il ritorno a casa e al rifugio sicuro, divenne la sua prima prigionia. A Budapest infatti, al comando dell’«Operazione Margarethe» si insediò Adolf Eichmann. Il carnefice Eichmann, che fece trucidare 440 mila persone, ma a sua volta verrà giustiziato nel 1961 (unica condanna a morte eseguita nello stato di Israele) dopo la cattura in Argentina da parte del Mossad e il “Processo” eternato in letteratura dalla filosofa Hannah Arendt. Epilogo lontano da quei giorni in cui Shaul per scampare alla deportazione venne affidato a un orfanotrofio salesiano. «Papà mi lascia la mano e il cancello si chiude alle mie spalle: sento che sto per piangere, ma trattengo le lacrime. Ho otto anni…», ricorda Ladany che con la stella gialla cucita sul cappotto, dal luglio al dicembre del ’44, si ritrovò con i suoi genitori nel campo di sterminio di Bergen-Belsen. Lo stesso in cui morì Anna Frank. «La brutalità di Bergen-Belsen mi ha lasciato la sensazione costante di fame, mista alla pioggia, il freddo, il filo spinato, gli appelli interminabili, il labbro leporino di una SS che ci grida addosso in continuazione…».

Tutto questo torna prepotentemente a galla nei giorni di Monaco ’72, quando Shaul chiede di non presenziare a Dachau alla visita commemorativa della delegazione olimpica israeliana. Viene obbligato, così come il 5 settembre i suoi occhi saranno costretti a vedere il drammatico ricorso della storia. Per descriverla, usa le parole del capo del Mossad, Zvi Zamir: «Dopo la Shoah, ancora una volta degli ebrei camminavano legati sul suolo tedesco». La storia si ripete in maniera sempre più macabra e irreale, e lo fa ancora proiettando le sue ombre e i tanti perché, che non hanno mai avuto adeguata risposta. «Perché non erano state predisposte misure di sicurezza maggiori per la squadra israeliana? Perché all’aeroporto c’erano solo cinque cecchini, quando i terroristi erano otto? Perché i tre uomini superstiti di Settembre Nero (i diciannovenni Jamal Al Gashey, Mohammed Safady e lo zio di Jamal, Adnan Al-Gashey) verranno liberati meno di due mesi dopo in circostanze dubbie?». Tre criminali barattati per salvare i passeggeri del dirottamento del volo Lufthansa Damasco-Francoforte.

Due mesi dopo il massacro di Monaco, Ladany a Lugano vinse il titolo mondiale alla 100 km di marcia ed era appena trascorso un anno, settembre 1973, quando dopo aver marciato per 19 ore e 38 minuti la 100 miglia su pista nel Missouri, pagò di tasca propria il biglietto del volo di ritorno per Israele: «Dovevo andare a combattere la Guerra di Yom Kippur». Oggi il 76enne professor Ladany vive nella sua casa di Be’er Sheba (nel deserto del Negev), vicina a quella dello scrittore Amos Oz, e ci sono tre cose che non ha mai smesso di fare: marciare, insegnare ai giovani il valore estremo della memoria e interrogarsi su quei tanti «perché?». A cominciare da quello dell’essere sfuggito continuamente alla morte. «Il dono della sopravvivenza? Penso sia il complesso meccanismo di un orologio svizzero che potrebbe smettere di funzionare, se solo lo si tocca troppo».”

No, geometra Anzalone

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29 agosto 1991, a Palermo la mafia uccide Libero Grassi. Si è rifiutato di pagare il pizzo con questa lettera sul Giornale di Sicilia il 10 gennaio dello stesso anno: “… volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui”.

Amarezza

L’amaro comunicato stampa di ieri del presidente del centro di accoglienza Padre Nostro voluto da don Pino Puglisi:

“I soliti “ignoti”, perché nessuno si è mai impegnato a renderli noti, questa notte hanno rubato le persiane esterne e gli infissi interni in alluminio del Centro Polivalente Sportivo intitolato a Padre Pino Puglisi e Massimiliano Kolbe, sito in via San Ciro 23 int. 2. Già a maggio di quest’anno altri “ignoti” avevano rubato una stampante-fotocopiatore, un decespugliatore, un tagliaerba, una cassetta degli attrezzi, materiale di cancelleria, una webcam, e anche lo scudetto del Palermo donato ai bambini dal Palermo Calcio.

Questi “piccoli” furti, siano essi messi in atto dalla mafia o dal piccolo delinquente, in questi 19 anni centro-Padre-nostro-470x312.jpghanno avuto l’obiettivo di “avvelenare” l’umore dei volontari e degli operatori del Centro di Accoglienza Padre Nostro. La tecnica è quella, non della somministrazione di dosi di veleno massicce e letali, ma piccole dosi nel tempo sino a far morire la vittima, lentamente. Il loro obiettivo, come quello di tanti altri, è stato, nel tempo, quello di farci stancare, spingerci e gettare la spugna, farci arrendere, sfrattarci da Brancaccio. Non vi nascondo che tante volte ci abbiamo pensato e oggi più che mai.

Nell’anno della “buona notizia”, nell’anno in cui il Papa ha autorizzato la proclamazione di beatificazione di Padre Pino Puglisi, noi volontari e operatori del Centro da lui fondato, attendiamo, da 19 anni, la buona notizia della cattura dei responsabili di questi furti e atti intimidatori a noi rivolti. Siamo stanchi di sentirci dire che sono “ragazzate”, perché se così è, questi “ragazzetti” hanno messo in scacco, per ben 19 anni, persino le forze della polizia e gli inquirenti, visto che ad oggi mai nessuno di loro è stato identificato. Con le debite proporzioni Riina Salvatore e il suo socio, Provenzano Bernardo, erano dei pivelli a confronto.

Questo quartiere e la sua comunità, questa città e i suoi abitanti, hanno avuto un dono da Dio: Padre Pino Puglisi, con la sua creatura, il Centro di Accoglienza Padre Nostro… forse sono state donate “perle ai porci” e se così è non ci resta che sbattere la polvere delle nostre scarpe e andare altrove.

Maurizio Artale

Presidente”

Dal micro al macro…

A volte emerge il passato da liceale scientifico…

Che non siano soli

Ieri il ricordo di Giovanni Falcone. Tanto si è parlato della solitudine in cui sono stati lasciati lui e Borsellino. E allora metto in luce questa notizia piccola presa da Rainews24. Sinceramente, la trovo inquietante.

viola-marcello.jpg“Un episodio al vaglio degli inquirenti ha coinvolto il procuratore capo di Trapani Marcello Viola, vittima lo scorso 19 aprile di un lungo inseguimento in auto durato circa 40 minuti lungo l’autostrada A29 tra Palermo e Trapani. L’auto del procuratore, che viaggiava scortato, è stata raggiunta da un’altra vettura dai vetri oscurati con a bordo forse tre persone. L'”aggancio” dell’auto di Viola è avvenuto all’altezza dello svincolo di Calatafimi Segesta, e secondo quanto previsto dal protocollo di sicurezza interno l’autista del procuratore non poteva fermarsi, proseguendo il più velocemente possibile verso Trapani. Giunti in città, l’auto inseguitrice ha fatto perdere le sue tracce. Durante l’inseguimento gli uomini di scorta hanno preso il numero di targa dell’automobile e su di esso stanno effettuando le indagini per risalire a chi sia intestata la vettura. Già in passato Marcello Viola, a lungo sostituto procuratore della Dda di Palermo e che ha collaborato alla cattura di importantissimi latitanti mafiosi, è stato oggetto di minacce sulle quali indaga la procura di Caltanissetta. Minacce alle quali si è aggiunto adesso questo nuovo episodio. prima di un’udienza prevista alla sezione misure di prevenzione del tribunale di Trapani, Tra le recenti ‘colpe’ di Viola, una recente indagine che ha portato il procuratore e i suoi sostituti a chiedere il sequestro e la confisca del patrimonio dell’imprenditore Carmelo Patti, patron della Valtur, valutato circa cinque miliardi di euro.”

Pena di morte e USA


In queste settimane in diverse classi abbiamo parlato di pena di morte, l’ultima proprio stamattina. Pubblico un’intervista a sister Helen Prejean, dal cui racconto di vita è stato tratto Dead Man Walking. E’ tratta da Avvenire. Qui sopra, invece, il video della canzone di Johnny Cash proposta da Martina: lei ha fatto conoscere la canzone e il film d’animazione non è affatto male. Grazie

A novembre, insieme alle presidenziali, in uno Stato-faro come la California si voterà per la pena di morte. Come vi state avvicinando a questo appuntamento?

«In California stiamo lavorando molto con diverse forze sociali, prima di tutte la Chiesa cattolica che detiene realmente una leadership nel movimento abolizionista. Del resto negli Stati Uniti abbiamo visto, negli ultimi dieci anni, una forte diminuzione dell’appoggio alla pena capitale. Questo sta avvenendo anche in quegli Stati che vengono chiamati la Death Belt, cioè la “cintura della morte”, ovvero Texas, Oklahoma, Alabama, Mississippi, South Carolina, Missouri e Georgia. Il sostegno alla pena capitale sta scemando anche in questi Stati. E negli ultimi cinque anni sono stati 5 i governi locali che l’hanno definitivamente abolita: nel 2007 lo stato di New York, nel 2008 il New Jersey, nel 2009 il New Mexico, 2010 l’Illinois e di recente il Connecticut: in totale, 17 Stati a oggi hanno detto no al boia. E altri quattro o cinque, tra i quali il Kansas e il New Hampshire, sono vicini alla cancellazione di questa pratica».

Dunque, anche la politica si associa al cambiamento voluto dalla gente?

«Il sostegno popolare alla pena di morte sta decisamente diminuendo. Attualmente in California ci sono 720 persone (di cui 19 donne) che aspettano la condanna nel braccio della morte. Finora la pena di morte negli Stati Uniti è costata la cifra pazzesca di 4 miliardi di dollari, 185 milioni all’anno: è la denuncia di Don Heller, un magistrato repubblicano pentitosi del suo appoggio alla morte di Stato. La gente si sta chiedendo perché così tanti soldi vengono investiti nel sopprimere la vita di molte persone invece che devoluti a programmi di educazione e di prevenzione del crimine. Il popolo americano ha capito che la pena di morte non è una soluzione».

Dal 2000 sono stati 31 gli Stati che hanno cambiato direzione rispetto alle esecuzioni capitali; l’ultima, la Mongolia. Globalmente siamo sulla strada giusta?

«A livello mondiale assistiamo a un trend abolizionistico. Cinquant’anni fa solo pochi Paesi al mondo non prevedevano nel loro codice la pena di morte, oggi la situazione si è rovesciata: la maggioranza degli Stati non ha più questa odiosa pratica. Ricordiamo anche quel che papa Benedetto XVI ha detto di recente, quando ha invitato i cattolici a impegnarsi a livello legislativo per abolire la pena di morte. Tale partecipazione dei credenti è molto forte negli Stati Uniti e altrove: basti pensare al lavoro della Comunità di Sant’Egidio! La gente nota che sono proprio i cattolici i più attivi su questo fronte: i 65 milioni di cattolici americani, soprattutto i giovani, stanno in prima linea nel movimento anti-pena di morte. Ricordiamo che fu Giovanni Paolo II, durante una visita a St. Louis, nel Missouri (era il 1999), a inserire tra gli argomenti pro life la questione della pena capitale».

La prossima partita per la Casa Bianca tra il presidente Barack Obama e lo sfidante repubblicano Mitt Romney riguarderà anche le uccisioni di Stato?

«No, assolutamente. I due candidati non toccheranno la questione, che sta molto in fondo alla loro agenda politica. Obama non l’ha mai citata e non lo farà. Tutto ciò nonostante sia incontrovertibile il cambiamento popolare su questo argomento. È proprio la gente che sta spingendo, con i referendum, la politica e l’ambiente legislativo a rivedere le leggi. Questo è un motivo di speranza: significa che è la gente e non la politica, a far cambiare in meglio le cose».

Sorellanza

– Un corrispondente dall’estero una volta mi ha chiesto: «Lei è stata stuprata durante la guerra liberiana?». Quando ho risposto di no, ha perso ogni interesse per me. Durante la guerra in Liberia, quasi nessuno ha descritto altri aspetti della vita delle donne: il fatto di nascondere figli e mariti ai soldati che li cercavano per reclutarli o per ucciderli, di percorrere chilometri a piedi in mezzo al caos alla ricerca di cibo e acqua per la famiglia, di andare avanti con la propria vita per avere qualcosa da cui ripartire quando la pace fosse tornata. Quasi nessuno ha raccontato della forza che abbiamo trovato nella sorellanza, e di come abbiamo preteso la pace a nome di tutti i liberiani. –

Leymah Gbowee, Grande sia il nostro potere

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La nostra parte

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Lo so, è un post lungo, di quelli che scoraggiano la lettura. Però merita. Oggi non riesco a partecipare al corteo in ricordo di Giovanni Falcone che parte proprio dalla mia scuola. Ho trovato però questo bel ricordo personale di una persona che si firma su www.19luglio1992.com semplicemente come Una cittadina che crede nella giustizia. Quel che mi piace di questo pezzo è che apre alla speranza, ci fa capire che non tutto è finito in quell’inizio estate del 1992.

“Non fu un sabato come un altro per me che allora frequentavo Giurisprudenza in una grande città del centro Italia. Quel pomeriggio stavo studiando Diritto Privato, ricordo ancora il capitolo del libro (l’Eredità), mi ero appena trasferita in quella nuova casa con altre colleghe e non avevo ancora la TV: ad un certo punto sentii provenire dalla stanza accanto il volume alto del televisore e mi alzai per “dirgliene quattro a quella mia amica che continuava a disturbare”. Arrivata davanti alla porta aperta vidi lei con gli occhi sbarrati che fissava lo schermo, poi, girandosi verso di me, con gli occhi diventati tristi all’improvviso, mi disse: -Hanno ammazzato il tuo “Giudice”-.

Non capii più nulla, mi sembrava di aver compreso male le parole, non poteva essere, no Falcone doveva essere immortale, per noi che lo seguivamo, era un eroe; un eroe che tutti ammirano e difendono perché, un po’ come gli eroi dei fumetti, è immortale. Invece era vero, quella scellerata mano ci era riuscita, aveva compiuto l’ultimo atto di una battaglia iniziata anni prima tra il Giudice di Palermo e Cosa Nostra. Risposi alle parole della mia amica piangendo e imprecando, dissi che non poteva essere, che lui era scortato, era sorvegliato a vista dappertutto per cui poteva essere ferito ma ucciso no. Incominciai pian piano a guardare lo schermo, arrivavano le prime immagini dell’Autostrada sventrata, l’auto di Falcone era ricoperta di terra fin su il parabrezza, l’auto davanti invece era divenuta una carcassa proiettata a metri di distanza. All’interno vi erano i suoi angeli, coloro che lo avevano protetto questa volta non vi erano riusciti, erano saltati in aria prima di lui. Ricordo lo sconforto che mi assalì, mi passavano in mente tutte le vicende che, negli anni precedenti, avevo seguito seppur da lontano, non conoscendolo personalmente. Ritornavo indietro con la memoria a quando avevo 13/14 anni e vedevo per la prima volta il Giudice Falcone in TV che parlava di Criminalità Organizzata e Cosa Nostra, all’epoca il reato di Mafia (oggi perseguito con il 416/bis) non era nemmeno contemplato dal codice, sarebbero dovuti morire Pio La Torre e Dalla Chiesa per arrivare all’approvazione di quell’articolo. Un turbinio di ricordi e di emozioni mi pervasero l’animo; ricordi spiccioli come le interviste, i filmati, gli articoli sui giornali e ricordi diversi come le manifestazioni che si facevano alle scuole superiori quando il Pool veniva attaccato da Politici e, a volte, persino da loro colleghi stessi. Noi che allora eravamo studenti, ma coscienti della situazione, manifestavamo ed eravamo mosche bianche in un’Italia che ancora non aveva preso coscienza del problema mafia.

La maggior parte di coloro che studiavano Giurisprudenza lo facevano perché volevano seguire le orme del Giudice Antimafia, l’unico sino ad allora, che insieme a pochi altri aveva capito come si poteva combattere il fenomeno mafioso. Aveva capito che per stanare i criminali bisognava seguire il flusso di danaro enorme che proveniva dalla Sicilia per poi diramarsi verso il nord Italia e soprattutto all’Estero. Aveva intuito che alcuni uomini di cosa nostra, se avessero avuto la possibilità, avrebbero collaborato; si badi non perché pentiti ma per svariati altri motivi come ad esempio vendicarsi di ciò che la mafia aveva fatto loro oppure ottenere benefici sulla pena. Così si iniziò a parlare del “Metodo Falcone” che anche gli studenti di Legge conoscevano e … studiavano. Ricordai, in quell’istante, tutti gli amici e colleghi di Falcone che erano stati trucidati con i loro più stretti collaboratori. Quella sera del 23 Maggio non si riusciva ad andare a riposare, sembrava che la maggior parte (per lo meno la parte onesta e civile) del popolo Italiano avesse perso un amico di famiglia. Nell’aria era palpabile la tristezza come quando verso le 20 andammo alla mensa universitaria con la scusa di distrarci e mandar giù un boccone. Ci sedemmo, ci accorgemmo di essere in pochi, eppure era periodo di esami quindi nessuno tornava a casa per il fine settimana, invece quella sera l’Italia si era fermata costernata e ferita tutta nella sua interezza. Certamente non tutti si addolorarono per l’attentato, di sicuro non lo fecero coloro che l’avevano ideato, provato e portato a termine così come non si dispiacquero quei Politici che tanto avevano avversato Falcone e che erano collusi o corrotti. Furono giorni tristissimi e lo sarebbero stati per tutta quell’estate alla luce degli eventi che si consumarono il 19 Luglio, solo 57 giorni dopo. Forse l’unico risultato positivo di quel 23 Maggio fu il risveglio delle coscienze dei Palermitani onesti, la presa di posizione nei confronti della criminalità da parte di alcuni (per la verità pochi) Organi dello Stato. Vi fu la ferma condanna (si disse allora) di un atto così abominevole. I cittadini capirono che la Mafia poteva, così come aveva già fatto, colpire chiunque e in qualunque momento, indipendentemente che si fosse Servitori dello Stato o cittadini, compresi donne e bambini; veniva sfatato il mito per cui la mafia colpiva solo loro stessi e chi combatteva contro di loro. A Palermo si videro manifestazioni, lenzuoli bianchi ai balconi, mamme con bambini che manifestavano contemporaneamente conto la Mafia e lo Stato, contro le Istituzioni, ed era la prima volta che accadeva ciò. La rabbia salì ancor più dopo il 19 Luglio, quell’estate sembrava non finisse mai. Io pian piano ripresi la marcia, feci quello che era il mio dovere di studente all’Università.

Dopo 20 anni tante cose, in questo paese, sono cambiate. Sono cambiati Governi, Leggi, le regole del sistema penitenziario (con l’applicazione del carcere duro per i mafiosi con D.L. dell’8 giugno 1992), tanto di quello che è avvenuto fu dovuto a quella strage. A volte ci è sembrato che lo stato andasse in senso opposto con la modifica di Leggi tanto desiderate proprio da Giovanni Falcone come quando fu integrata la Legge sui collaboratori nel 2001, a volte ci siamo sentiti persi per la scarcerazione di mafiosi per la decorrenza dei termini o perché le motivazioni della sentenza tardavano ad arrivare ed allora il nostro pensiero andava a Lui, a tutti coloro che in questo Stato avevano creduto. Io in questi 20 anni non ho mai smesso di crederci, non ho voluto far parte del mondo Giudiziario per scelte familiari ma non ne sono affatto pentita. Faccio comunque ciò che tutti i cittadini onesti dovrebbero fare: combatto contro il sistema della mentalità mafiosa con ogni mezzo lecito che lo Stato ci mette a disposizione. Combatto quando vado in un ufficio a chiedere un certificato che mi spetta di diritto ma gli impiegati tergiversano aspettandosi di essere implorati o di ricevere regalie, combatto se vedo delle omissioni da parte delle Amministrazioni nei nostri confronti, lotto quando ci sono associazioni che reclamano determinati diritti, firmo (sempre con cognizione di causa) proposte di Leggi Popolari e richieste referendarie, denuncio determinati atti che colpiscono la comunità qualora siano interessi collettivi o anche dei singoli, faccio, praticamente, tutto quello che normalmente in un paese civile dovrebbero fare tutti, nient’altro che questo. Capisco che a volte l’ignoranza e la paura, riguardo determinate cose, regnano sovrane ma proprio in quei momenti cerco di convincere e spiegare alla gente con cui mi capita di parlare quanto sia forte la volontà e la forza di un popolo. Penso che questo sia dovuto proprio agli insegnamenti a noi lasciati dal “Mio Giudice” oltre ad una buona dose di valori che mi sono stati trasmessi dai miei genitori e da splendidi insegnanti. Adesso vivo dove sono nata cioè in un paesino del sud dove la mafia vorrebbe essere padrone del territorio, ho 40 anni, un bambino ed un marito stupendi, quest’ultimo lavora nell’ambito della Giustizia; è un Sottufficiale responsabile di un reparto specialistico dove ci si occupa di indagini sulla criminalità organizzata, ha scelto lui di fare questo lavoro e non per danaro (come tanti pensano si possa fare), non vi sarebbero soldi adeguati a ciò che fa e rischia.

No, lui ha scelto perché è cresciuto con gli stessi valori ed insegnamenti che ho avuto io, seguendo le vicende di Palermo degli anni 80, ha deciso di arruolarsi, l’ha fatto pochi giorni dopo il 23 Maggio, quasi a dare un senso alla morte di quegli uomini e tanti suoi colleghi, per continuare in nome loro. Non è stata facile la scelta di intraprendere questa strada, non tanto per le difficoltà di studio ma soprattutto per la coscienza che una volta intrapresa difficilmente si potesse tornare indietro. Nel suo lavoro affronta tutti i giorni problemi di ordine legislativo e pratico, come le carenze di organico, di strumentazioni adatte al lavoro, di collaborazione con l’Estero, di carenze strutturali degli uffici; tutte cose che a volte lo sconfortano ma mai un tentennamento su quella scelta, mai. Cerco di stargli vicino per quanto è possibile fare, resto in silenzio quando torna a casa scuro in volto e sconfortato, lo vedo scrivere fino a tardi quando il lavoro non lo finisce in ufficio, passa notti e giorni, a volte, fuori casa. La mattina esce e non sa mai a che ora si possa rientrare e se si rientrerà a casa. Scrivo tutto ciò a memoria delle future generazioni, per coloro che quei fatti non li hanno vissuti perché troppo piccoli o perché non c’erano. Vorrei che i ragazzi che oggi hanno 20 anni capissero chi fosse per noi, ragazzi di allora, Giovanni Falcone; vorrei che comprendessero perché era il nostro “Giudice”, perché in un mondo così colluso e corrotto noi, all’epoca, trovammo la forza di reagire. Noi abbiamo fatto e continuiamo a fare ciò che ci sembrava più giusto per onorarlo e ricordarlo ma tocca anche ai ragazzi di adesso e del futuro fare in modo che quei sani, saldi e imprescindibili principi camminino con le loro gambe, in nome della verità e della Giustizia perché uno Stato senza verità e Giustizia non può essere uno Stato libero e democratico. Onore ai ventenni e a tutti coloro che lotteranno sempre conto i soprusi camminando a testa alta e non abbassandola mai!

Una cittadina che crede nella giustizia”

Si vive una volta sola

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«Lo capii subito che rischiava la vita. Da quando cominciò a lavorare con Rocco Chinnici che gli affidò alcune delle più delicate inchieste di mafia. Una volta glielo dissi pure: “Giovanni chi te lo fa fare?” E lui mi rispose “Si vive una volta sola”» (Maria Falcone, sorella di Giovanni).

Qui l’intervista di Alfio Sciacca

Da che parte sta Dio?

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Chi segue frequentemente il blog sa che mi piace leggere più libri in simultanea. Uno di quelli che sto portando avanti lentamente per la corposità degli argomenti trattati è “In nome di Dio” del premio Nonino 2012 Michael Burleigh. Sto affrontando il capitolo “Apocalisse 1939-1945” in cui si tende a chiarire il ruolo delle Chiese europee in quegli anni. Oltre a tutta una serie di chiarimenti sul ruolo di Pio XI e soprattutto Pio XII, spesso taciuti da storici superficiali e ideologici (tra l’altro, esiste una visione storica non ideologica?), mi hanno colpito due interventi riportati in successione. E’ vero: come si evince dal libro sono stati isolati, ma pur sempre eclatanti.

Da un lato, l’ottuagenario cardinale francese Alfred Baudrillart invitava i francesi a unirsi contro il bolscevismo: “L’arcangelo Michele brandisce la sua spada vendicatrice, brillante e invincibile contro i poteri diabolici. Con lui marciano i popoli cristiani e civili per difendere il loro passato e il loro futuro a fianco delle armate tedesche”.

Dall’altro lato, il metropolita russo Sergej inviò un messaggio a ogni parrocchia ortodossa. Vi si leggeva: “La Chiesa di Cristo benedice tutti gli ortodossi che difendono le sacre frontiere della nostra madrepatria. Dio ci assicurerà la vittoria”.

Ecco, a questo punto mi immagino l’indecisione di Dio… e soprattutto il suo disperato avvilimento.

Cittadini normali

A 20 anni dalla morte di Falcone e Borsellino ho intenzione di pubblicare alcuni articoli e riflessioni per farne memoria. Ricordo benissimo la notizia dei due attentati, in particolare quella del secondo che raggiunse me e la mia famiglia mentre eravamo in ferie in montagna. Pubblico questo articolo del docente di filosofia e storia e teologo Augusto Cavadi, preso da Adista. Non ho l’autorizzazione per pubblicarlo. Nel caso qualcuno se ne risentisse è sufficiente segnalarmi la cosa e provvederò a togliere il post.

fal_bor1.jpg“Raramente capita che le tragedie della storia ci tocchino quasi come vicende private. A me è capitato pochissime volte. Due di queste, a meno di due mesi di distanza, fra il 23 maggio e il 19 luglio del maledetto 1992. Ogni tanto ho riflettuto sulle ragioni di questa sensazione insolita, rara: ma non sono riuscito a fare chiarezza. Falcone e Borsellino li avevo conosciuti di persona, ma non ne ero certo amico: probabilmente non mi avrebbero riconosciuto se mi avessero incontrato in un salotto o in bar. Di contro avevo conosciuto molto più da vicino Gaetano Costa, un amico di famiglia da sempre, trasferito da Caltanissetta a Palermo come procuratore della Repubblica, integerrimo. Quando cadde trucidato sotto casa il 6 agosto dell’82 mi dispiacque davvero, ma forse – nonostante i miei 32 anni – non ero maturo: mi dispiacque come ci si dispiace quando un amico di famiglia muore di cancro o investito da un pirata della strada. Provai dolore e rabbia, dolore e odio verso i vigliacchi anonimi che avevano assassinato un sessantenne inerme che sfogliava libri usati in via Cavour: dolore, rabbia, odio, ma non angoscia. L’angoscia è tutta un’altra cosa. È una stretta alla gola che ti mozza il respiro; è una morsa al petto che mima l’infarto. È una sospensione dell’attività mentale perché non soltanto intorno a te si è fatto improvvisamente buio, ma anche dentro il cervello ti si è spento un interruttore. Solo piangere ti conforterebbe, ma l’angoscia t’impedisce pure questo. L’angoscia: ecco quello che ho avvertito quando, sull’autostrada Messina-Palermo, l’autoradio ha gracchiato le prime notizie confuse su un’esplosione nei pressi di Capaci. Con i primi telegiornali della sera ogni residuo di sia pur folle speranza fu spazzato via. E, con la concatenazione delle sequenze di un film già montato, mi passarono – e mi ripassarono – le immagini e le parole di una preghiera due volte laica. Era infatti la preghiera rivolta non solo, genericamente, a un Dio laico (l’unico che riesco a pregare), ma anche, più direttamente, a un concittadino laico. Gli ho chiesto – a Giovanni Falcone – perdono. Perdono a nome di quei palermitani che si erano lamentati di essere disturbati dal suono delle sirene quando lo riaccompagnavano a casa dal tribunale. Perdono a nome di quell’avvocato che, in tv, lo aveva accusato di essere cauto nell’incastrare gli amici potenti dei mafiosi. Perdono a nome di quel poliziotto che, in coda con me al panificio, prometteva al collega che l’avrebbe ammazzato lui quel giudice se non l’avesse fatto prima la mafia: troppe lavate di capo per chi veniva sorpreso a leggere La gazzetta dello sport quando avrebbe dovuto controllare ingressi ed uscite dal portone. Non fu una ferita facile da rimarginare. Tanto più che, 50 giorni dopo, le bombe di via D’Amelio l’avrebbero furiosamente risquarciata. Di Caponnetto – quando balbettò alle telecamere «tutto è finito» – compresi sillaba per sillaba, riconobbi perfino il tono della voce. Capii, arrivai quasi a condividere: decisi di fermarmi solo un attimo prima d’identificarmi totalmente con la disperazione di un vecchio padre ormai derubato dei due figli preferiti. Decisi: fu un atto della volontà perché ormai il resto – previsione razionale, sentimento, emozioni – si era arreso all’evidenza della tragedia senza scampo. Mi ricordai di san Juan de la Cruz: della necessità di attraversare la notte più fonda – la notte in cui non si vede nulla, non si sente nulla, non si crede più a nulla – prima di poter, forse, sperimentare la pace. E in queste notti senza stelle e senza luna puoi resistere, e persistere, solo se lo decidi con quell’energia intima che sai di possedere (o di esserne posseduto) quando ormai assapori lo stremo. […] A venti anni da quelle giornate – ma sono davvero trascorsi tanti anni? – la situazione è identica ma anche, per fortuna, incomparabilmente diversa. La mafia come sistema di potere asfissiante continua a riscuotere il pizzo su quasi ogni commessa, su quasi ogni impresa, su quasi ogni negozio; continua a inquinare la dialettica democratica contrattando intollerabili sinergie con politici di ogni livello (sino alla presidenza della Regione: certamente la penultima, dubitabilmente l’attuale). Ma il gotha di Cosa Nostra di quegli anni micidiali è quasi tutto sotto chiave: non c’è da cantare vittoria, ma sarebbe da stupidi negare che il bicchiere è adesso mezzo pieno. È difficilmente apprezzabile un risultato culturale inedito nella storia siciliana: la media statistica attesta che i boss si spengono, soli, in galera, non più nel proprio letto circondati dall’affetto delle persone care, dopo anni di quiescenza dorata fra gli agrumi del proprio feudo. Certo, ancora troppi giovani fanno la fila per subentrare nella militanza del disonore, ma almeno sanno che l’impunità – da regola che era – si è fatta eccezione. […] Sarebbe da illusi supporre che un giorno, sradicate Cosa Nostra e Stidde, altre associazioni criminali (simili se non identiche) non ne prenderanno il posto: malvagità e ingordigia aggrovigliano le viscere dell’essere umano da milioni d’anni e continueranno a fermentare sino alla scomparsa del genere umano. Ma, intanto, nel breve – o meno breve – periodo, se le mafie attuali si disgregheranno, sarà stata una vittoria complessiva della parte migliore dei cittadini “normali”.”

Dove sono?

La coerenza che tante volte mi ha spinto a dire alla Chiesa che deve chiedere perdono e guardarsi dentro per essere capace di rinnovarsi, mi spinge a pubblicare questo post di Piero Gheddo: per amore di verità, scomoda e non assoluta…

nigeria.jpg“La notizia dei cristiani massacrati in Nigeria dal terrorismo islamico è ormai così frequente che non fa quasi più notizia. Dal Natale 2011 alla fine dell’aprile scorso i morti degli attacchi terroristici nel Nord della Nigeria sono stati circa 600, con picchi di vittime che altrove sarebbero considerati una tragedia nazionale, mentre là aumentano solo l’odio e la voglia di vendetta: il 25 dicembre 25 morti ad Abuja e Jos, il 6 gennaio 17 morti a Mubi, il 20 gennaio 185 morti a Kano, il 20 febbraio 30 morti a Maiduguri, il 6 marzo 45 morti ad Abuja, il 6 aprile 40 morti a Kaduna, ancora 40 morti a Kaduna il 10 aprile, il 29 aprile la follia integralista si è scatenata contro gli studenti, provocando una trentina di morti nel campus universitario, mentre un sacerdote cattolico stava celebrando la Messa. Ma questi sono solo i fatti più gravi, mentre lo stillicidio degli attentati e delle uccisioni mirate anche nei villaggi rurali è notizia quasi quotidiana.

Il terrorismo di radice islamica è contro gli occidentali, i cristiani. Ci sono altri motivi che spiegano questo fenomeno demoniaco nato con Khomeini in Iran nel 1979: economici, culturali, storici, etnici, politici, commerciali, ma la radice è ben espressa dal nome dall’ultima setta islamica responsabile principale del terrorismo nel Nord Nigeria: “Boko Aram”, che nella lingua dei musulmani locali, gli “haussa”, significa: “L’educazione occidentale è peccato”. Nel mondo moderno, la rivolta dell’islam contro l’Occidente si è manifestata storicamente la prima volta con la fondazione dei “Fratelli musulmani”in Egitto nel 1928; è cresciuta e si è diffusa in tutto il mondo islamico con la fondazione di Israele, il chiodo, il punzone ebraico cristiano nel cuore dell’Islam; è scoppiata quando Khomeini nel 1979 ha cacciato a furor di popolo lo Shah di Persia, Muhammad Reza Pahlevi, che aveva tentato di portare il suo paese verso la modernizzazione, più o meno secondo il modello occidentale, mandando le bambine a scuola, facendo leggi favorevoli alle donne nel matrimonio, istituendo all’Università di Teheran una Facoltà per il dialogo islamo-cristiano, ecc. Khomeini, assumendo il potere, fece tutto quello che lo Shah voleva abolire e dichiarò la guerra contro il modello culturale dell’Occidente; non potendo combattere i popoli cristiani con le armi, ha ripescato nella tradizione “sciita” il “martirio per l’islam” e il mito dei “martiri per l’islam”, le cui immagini si vedono sui pullman, sui taxi, nelle scuole, nelle madrasse e nei centri culturali di molti paesi islamici.

Negli ultimi 40 anni, la tendenza “salafita” (cioè di estremismo islamico) si è molto diffusa fra i popoli del Corano attraverso le moschee, le scuole statali e i mass media, che dipingono l’Occidente e i cristiani come i nemici dell’Islam. L’Occidente non si rende ancora conto di questo: ucciso un Bin Laden, ne sorgono mille altri, perché il terreno di coltura, a partire dai bambini che frequentato le scuole, è seminato con i semi dell’opposizione radicale e dell’odio verso l’Occidente. Gli ultimi Papi, i vescovi e noi cristiani continuiamo a incontrare fraternamente ed a tessere la tela del dialogo con i musulmani. Negli ultimi anni ho visto che in diversi paese islamici (Libia, Senegal, Nord Camerun, Bangladesh, Indonesia) il dialogo, in condizioni di pace, produce buoni frutti. Ma la domanda che dobbiamo farci è questa: nei momenti di emergenza terroristica, dove sono i musulmani moderati? Non si può generalizzare attribuendo all’islam la responsabilità del terrorismo, ma perché le personalità dell’islam, le università, le moschee-guida di ogni paese non condannano in modo aperto e corale i troppi attentati terroristici fatti in nome dell’islam? Perché, quando c’è qualche offesa all’islam (le vignette su Maometto ad esempio) o violenze contro i musulmani, nei paesi cristiani siamo tutti uniti a condannare i responsabili, mentre quando vengono massacrati centinaia di cristiani innocenti, come negli ultimi quattro mesi in Nigeria, non si sentono voci islamiche di condanna? Papa Benedetto, nel famoso discorso a Ratisbona nel settembre 2006, fra l’altro ha detto che l’islam deve confrontarsi col problema della “violenza per Dio” che non può esistere. Nel mondo islamico ci sono state proteste, ma si sono anche levate voci di attenzione e di dialogo su quel tema. A distanza di alcuni anni, di fronte ai 600 uccisi in quattro mesi nel Nord Nigeria, cosa dicono quelle personalità di buona volontà e di dialogo?”

Ieri

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Amo la vita, il passato, il presente, il futuro. Amo oggi, domani, ieri. Una bellissima poesia di Angel Gonzalez, IERI.

Ieri è stato mercoledì tutta la mattina.
Nel pomeriggio è cambiato:
era quasi un lunedì,
la tristezza ha invaso i cuori
e c’è stato un chiaro
moto di panico verso i
tram
che portano i bagnanti al fiume.

Intorno alle sette ha attraversato il cielo
un lento aeroplanino, e neppure i bambini
sono rimasti a guardarlo.
Si è spaccato
il freddo,
qualcuno è sceso in strada con il cappello,
ieri, e tutto il giorno
è stato uguale,
vedi,
che divertimento,
ieri e ancora ieri e così fino ad ora,
mentre andava di continuo per le vie
gente sconosciuta,
o dentro casa a fare merenda
pane e caffelatte, che
allegria!
La sera è scesa prontamente e si sono incendiate
calde luci gialle,
e nulla ha potuto
impedire che infine albeggiasse
il giorno di oggi,
così simile
ma
così diverso per luce e profumo!

Per questo,
perché è come dico io,
lasciatemi parlare
di ieri, una volta ancora
di ieri: il giorno
unico che nessuno mai
tornerà a vedere sopra la terra.

Sulle ceneri degli uccisi

Rileggendo il post precedente a questo, ho pensato: “Sembra quasi diretto il collegamento tra islam e movimento del jihad, come se non ci fosse alternativa”. Mi sono venuti alla mente due libricini che pongo su piani opposti: “Islam. Anatomia di una setta” si Stefano Nitoglia e “Lettera a un kamikaze” di Khaled Fouad Allam. Nella prefazione al primo Roberto de Mattei scrive: “Del resto, per il mondo islamico, non vale la discutibile distinzione, molto abusata dalla stampa occidentale, tra ‘fondamentalismo’ e ‘progressivismo’, il primo dei quali sarebbe dogmatico e violento, il secondo invecekamikaze.jpg elastico e tollerante. … l’Islam è una religione esteriore, ritualista e, dunque, necessariamente aggressiva nel suo progetto di conquista del mondo; la religione cattolica è invece l’unica religione che conosca una vita interiore, una trasformazione in radice dell’uomo e della società, una distinzione tra ordine naturale e soprannaturale e, quindi, un apostolato di conquista delle anime sul piano interiore e individuale, che si sviluppa di pari passo con la difesa della Civiltà cristiana sul piano pubblico e sociale”.

La risposta secondo me viene direttamente dal secondo libro citato, in cui l’autore si mette in dialogo con un kamikaze. Eccone alcuni passi: “So bene che la tua scelta procede da una lettura dei nostri testi: ma si tratta di una lettura letterale e decontestualizzata di quei versetti che sembrano legittimare la violenza in nome della giustizia, dunque di una lettura erronea perché promette agli shahid di conquistare attraverso la violenza le vie dell’assoluto per ottenere un posto nel giardini eterno. Ma questo posto può essere conquistato sulle ceneri degli uccisi, sul dolore dei vivi? Può quel sangue versato rappresentare l’acqua del tuo paradiso? … Il tuo gesto annega la volontà di vivere insieme e trasforma la nostra solitudine in esilio. Così la fede diventa pura follia, la nostra religione è sequestrata dalla violenza, tutto si confonde fino a non poter più separare la bellezza dalla bruttura, il bene dal male”.

Jihadista italiano

images.jpegAllibito, anche se era già successo, prendo da Rainews: “Un italiano convertitosi all’islam e’ stato arrestato dalla polizia a Pesaro per addestramento ad attivita’ di terrorismo internazionale durante una vasta operazione coordinata da Dcpp/Ucigos che ha smantellato una rete di estremisti islamici attivi nella diffusione su internet di documentazione apologetica del terrorismo jihadista. Nei confronti del cittadino italiano convertito arrestato a Pesaro e’ stata eseguita un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dalla procura distrettuale di Cagliari. L’operaio arrestato questa mattina a Pesaro, nel quadro dell’operazione ‘Niriya’ contro il terrorismo jihadista, lavorava in una fabbrica di vernici e dopo essersi convertito all’Islam, aveva cambiato il suo nome in Abdul Wahid As Siquili. Il suo arresto si e’ reso necessario perche’ era sul punto di lasciare l’Italia per trasferirsi in Marocco, paese dal quale proviene la sua fidanzata.”