Pubblicato in: Etica, Storia

La nostra parte


cap10.jpg

Lo so, è un post lungo, di quelli che scoraggiano la lettura. Però merita. Oggi non riesco a partecipare al corteo in ricordo di Giovanni Falcone che parte proprio dalla mia scuola. Ho trovato però questo bel ricordo personale di una persona che si firma su www.19luglio1992.com semplicemente come Una cittadina che crede nella giustizia. Quel che mi piace di questo pezzo è che apre alla speranza, ci fa capire che non tutto è finito in quell’inizio estate del 1992.

“Non fu un sabato come un altro per me che allora frequentavo Giurisprudenza in una grande città del centro Italia. Quel pomeriggio stavo studiando Diritto Privato, ricordo ancora il capitolo del libro (l’Eredità), mi ero appena trasferita in quella nuova casa con altre colleghe e non avevo ancora la TV: ad un certo punto sentii provenire dalla stanza accanto il volume alto del televisore e mi alzai per “dirgliene quattro a quella mia amica che continuava a disturbare”. Arrivata davanti alla porta aperta vidi lei con gli occhi sbarrati che fissava lo schermo, poi, girandosi verso di me, con gli occhi diventati tristi all’improvviso, mi disse: -Hanno ammazzato il tuo “Giudice”-.

Non capii più nulla, mi sembrava di aver compreso male le parole, non poteva essere, no Falcone doveva essere immortale, per noi che lo seguivamo, era un eroe; un eroe che tutti ammirano e difendono perché, un po’ come gli eroi dei fumetti, è immortale. Invece era vero, quella scellerata mano ci era riuscita, aveva compiuto l’ultimo atto di una battaglia iniziata anni prima tra il Giudice di Palermo e Cosa Nostra. Risposi alle parole della mia amica piangendo e imprecando, dissi che non poteva essere, che lui era scortato, era sorvegliato a vista dappertutto per cui poteva essere ferito ma ucciso no. Incominciai pian piano a guardare lo schermo, arrivavano le prime immagini dell’Autostrada sventrata, l’auto di Falcone era ricoperta di terra fin su il parabrezza, l’auto davanti invece era divenuta una carcassa proiettata a metri di distanza. All’interno vi erano i suoi angeli, coloro che lo avevano protetto questa volta non vi erano riusciti, erano saltati in aria prima di lui. Ricordo lo sconforto che mi assalì, mi passavano in mente tutte le vicende che, negli anni precedenti, avevo seguito seppur da lontano, non conoscendolo personalmente. Ritornavo indietro con la memoria a quando avevo 13/14 anni e vedevo per la prima volta il Giudice Falcone in TV che parlava di Criminalità Organizzata e Cosa Nostra, all’epoca il reato di Mafia (oggi perseguito con il 416/bis) non era nemmeno contemplato dal codice, sarebbero dovuti morire Pio La Torre e Dalla Chiesa per arrivare all’approvazione di quell’articolo. Un turbinio di ricordi e di emozioni mi pervasero l’animo; ricordi spiccioli come le interviste, i filmati, gli articoli sui giornali e ricordi diversi come le manifestazioni che si facevano alle scuole superiori quando il Pool veniva attaccato da Politici e, a volte, persino da loro colleghi stessi. Noi che allora eravamo studenti, ma coscienti della situazione, manifestavamo ed eravamo mosche bianche in un’Italia che ancora non aveva preso coscienza del problema mafia.

La maggior parte di coloro che studiavano Giurisprudenza lo facevano perché volevano seguire le orme del Giudice Antimafia, l’unico sino ad allora, che insieme a pochi altri aveva capito come si poteva combattere il fenomeno mafioso. Aveva capito che per stanare i criminali bisognava seguire il flusso di danaro enorme che proveniva dalla Sicilia per poi diramarsi verso il nord Italia e soprattutto all’Estero. Aveva intuito che alcuni uomini di cosa nostra, se avessero avuto la possibilità, avrebbero collaborato; si badi non perché pentiti ma per svariati altri motivi come ad esempio vendicarsi di ciò che la mafia aveva fatto loro oppure ottenere benefici sulla pena. Così si iniziò a parlare del “Metodo Falcone” che anche gli studenti di Legge conoscevano e … studiavano. Ricordai, in quell’istante, tutti gli amici e colleghi di Falcone che erano stati trucidati con i loro più stretti collaboratori. Quella sera del 23 Maggio non si riusciva ad andare a riposare, sembrava che la maggior parte (per lo meno la parte onesta e civile) del popolo Italiano avesse perso un amico di famiglia. Nell’aria era palpabile la tristezza come quando verso le 20 andammo alla mensa universitaria con la scusa di distrarci e mandar giù un boccone. Ci sedemmo, ci accorgemmo di essere in pochi, eppure era periodo di esami quindi nessuno tornava a casa per il fine settimana, invece quella sera l’Italia si era fermata costernata e ferita tutta nella sua interezza. Certamente non tutti si addolorarono per l’attentato, di sicuro non lo fecero coloro che l’avevano ideato, provato e portato a termine così come non si dispiacquero quei Politici che tanto avevano avversato Falcone e che erano collusi o corrotti. Furono giorni tristissimi e lo sarebbero stati per tutta quell’estate alla luce degli eventi che si consumarono il 19 Luglio, solo 57 giorni dopo. Forse l’unico risultato positivo di quel 23 Maggio fu il risveglio delle coscienze dei Palermitani onesti, la presa di posizione nei confronti della criminalità da parte di alcuni (per la verità pochi) Organi dello Stato. Vi fu la ferma condanna (si disse allora) di un atto così abominevole. I cittadini capirono che la Mafia poteva, così come aveva già fatto, colpire chiunque e in qualunque momento, indipendentemente che si fosse Servitori dello Stato o cittadini, compresi donne e bambini; veniva sfatato il mito per cui la mafia colpiva solo loro stessi e chi combatteva contro di loro. A Palermo si videro manifestazioni, lenzuoli bianchi ai balconi, mamme con bambini che manifestavano contemporaneamente conto la Mafia e lo Stato, contro le Istituzioni, ed era la prima volta che accadeva ciò. La rabbia salì ancor più dopo il 19 Luglio, quell’estate sembrava non finisse mai. Io pian piano ripresi la marcia, feci quello che era il mio dovere di studente all’Università.

Dopo 20 anni tante cose, in questo paese, sono cambiate. Sono cambiati Governi, Leggi, le regole del sistema penitenziario (con l’applicazione del carcere duro per i mafiosi con D.L. dell’8 giugno 1992), tanto di quello che è avvenuto fu dovuto a quella strage. A volte ci è sembrato che lo stato andasse in senso opposto con la modifica di Leggi tanto desiderate proprio da Giovanni Falcone come quando fu integrata la Legge sui collaboratori nel 2001, a volte ci siamo sentiti persi per la scarcerazione di mafiosi per la decorrenza dei termini o perché le motivazioni della sentenza tardavano ad arrivare ed allora il nostro pensiero andava a Lui, a tutti coloro che in questo Stato avevano creduto. Io in questi 20 anni non ho mai smesso di crederci, non ho voluto far parte del mondo Giudiziario per scelte familiari ma non ne sono affatto pentita. Faccio comunque ciò che tutti i cittadini onesti dovrebbero fare: combatto contro il sistema della mentalità mafiosa con ogni mezzo lecito che lo Stato ci mette a disposizione. Combatto quando vado in un ufficio a chiedere un certificato che mi spetta di diritto ma gli impiegati tergiversano aspettandosi di essere implorati o di ricevere regalie, combatto se vedo delle omissioni da parte delle Amministrazioni nei nostri confronti, lotto quando ci sono associazioni che reclamano determinati diritti, firmo (sempre con cognizione di causa) proposte di Leggi Popolari e richieste referendarie, denuncio determinati atti che colpiscono la comunità qualora siano interessi collettivi o anche dei singoli, faccio, praticamente, tutto quello che normalmente in un paese civile dovrebbero fare tutti, nient’altro che questo. Capisco che a volte l’ignoranza e la paura, riguardo determinate cose, regnano sovrane ma proprio in quei momenti cerco di convincere e spiegare alla gente con cui mi capita di parlare quanto sia forte la volontà e la forza di un popolo. Penso che questo sia dovuto proprio agli insegnamenti a noi lasciati dal “Mio Giudice” oltre ad una buona dose di valori che mi sono stati trasmessi dai miei genitori e da splendidi insegnanti. Adesso vivo dove sono nata cioè in un paesino del sud dove la mafia vorrebbe essere padrone del territorio, ho 40 anni, un bambino ed un marito stupendi, quest’ultimo lavora nell’ambito della Giustizia; è un Sottufficiale responsabile di un reparto specialistico dove ci si occupa di indagini sulla criminalità organizzata, ha scelto lui di fare questo lavoro e non per danaro (come tanti pensano si possa fare), non vi sarebbero soldi adeguati a ciò che fa e rischia.

No, lui ha scelto perché è cresciuto con gli stessi valori ed insegnamenti che ho avuto io, seguendo le vicende di Palermo degli anni 80, ha deciso di arruolarsi, l’ha fatto pochi giorni dopo il 23 Maggio, quasi a dare un senso alla morte di quegli uomini e tanti suoi colleghi, per continuare in nome loro. Non è stata facile la scelta di intraprendere questa strada, non tanto per le difficoltà di studio ma soprattutto per la coscienza che una volta intrapresa difficilmente si potesse tornare indietro. Nel suo lavoro affronta tutti i giorni problemi di ordine legislativo e pratico, come le carenze di organico, di strumentazioni adatte al lavoro, di collaborazione con l’Estero, di carenze strutturali degli uffici; tutte cose che a volte lo sconfortano ma mai un tentennamento su quella scelta, mai. Cerco di stargli vicino per quanto è possibile fare, resto in silenzio quando torna a casa scuro in volto e sconfortato, lo vedo scrivere fino a tardi quando il lavoro non lo finisce in ufficio, passa notti e giorni, a volte, fuori casa. La mattina esce e non sa mai a che ora si possa rientrare e se si rientrerà a casa. Scrivo tutto ciò a memoria delle future generazioni, per coloro che quei fatti non li hanno vissuti perché troppo piccoli o perché non c’erano. Vorrei che i ragazzi che oggi hanno 20 anni capissero chi fosse per noi, ragazzi di allora, Giovanni Falcone; vorrei che comprendessero perché era il nostro “Giudice”, perché in un mondo così colluso e corrotto noi, all’epoca, trovammo la forza di reagire. Noi abbiamo fatto e continuiamo a fare ciò che ci sembrava più giusto per onorarlo e ricordarlo ma tocca anche ai ragazzi di adesso e del futuro fare in modo che quei sani, saldi e imprescindibili principi camminino con le loro gambe, in nome della verità e della Giustizia perché uno Stato senza verità e Giustizia non può essere uno Stato libero e democratico. Onore ai ventenni e a tutti coloro che lotteranno sempre conto i soprusi camminando a testa alta e non abbassandola mai!

Una cittadina che crede nella giustizia”

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.