Degna della mia voce interiore

«Ah, Marija Veniaminovna, noi la porteremmo in trionfo se solo… se solo Lei non credesse in Dio!». Ieri sera stavo sfogliando “Io donna” e mi sono imbattuto in un articolo su Marija Veniaminovna Judina, probabilmente la più grande pianista del ‘900. Le parole con cui ho iniziato il post sono di Pavel Fedorovic, uno degli esponenti del Partito Comunista russo. A lui risponde la Judina: «Non si darà mai il caso che mi portiate in trionfo, Pavel Fëdorovic. Non rinnegherò la fede e Dio. Sarete voi, invece, a venire tutti dalla nostra».

Da adolescente scrive: «Conosco solo una strada che porta a Dio, l’arte. Non voglio affermare che la mia strada sia universale, so che ne esistono altre. Ma sento che questa è per me. Questa è la mia vocazione. Io ci credo e credo anche nella forza che mi è data nel percorrerla. Io sono un anello di congiunzione nella catena dell’arte»

Scrive nel suo diario: «Una sera in cui il pubblico si ostinava a non volersi alzare al termine di un mio concerto nella sala Glinka dopo aver suonato già vari bis esco per l’ennesima volta e li vedo tutti lì seduti. “Ma siete ancora qui?”; e tutti di nuovo ad applaudire. “In questo caso vi reciterò delle poesie”. E recito Zabolockij, e poi Pasternak e si leva un uragano di applausi. Ma a causa dell’ottusità di qualcuno si vendicarono di me e i miei concerti a Leningrado si interruppero»

Nel 1933 la Judina viene assunta dal Conservatorio di Mosca e nel 1943 parte per il fronte, ma con come infermiera o interprete, come in un primo tempo avrebbe voluto, bensì per tenere concerti benefici alla radio o nelle sale della Leningrado stretta dalla morsa dei tedeschi. «È a questi anni che risale il leggendario episodio narrato dall’amico Sostancovic. Stalin ascolta alla radio il secondo movimento del concerto numero 23 K 488 di Mozart eseguito dalla Judina e ne rimane così colpito da chiedere immediatamente il disco, che però non esisteva trattandosi di un concerto eseguito in diretta. Convoca allora d’urgenza la pianista e l’orchestra in una sala di registrazione e ottenuto il disco invia in ringraziamento alla Judina ventimila rubli, una cifra da capogiro per l’epoca. E la pianista risponde: “La ringrazio per il Suo aiuto, Iosif Vissarionovic. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso. La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado”. Si dice che quel disco venne trovato sul grammofono la notte che trovarono Stalin morto nella sua dacia. Ma pochi sanno che la Judina aveva sempre suonato quel secondo movimento interpretandolo come un requiem per le vittime del gulag».

«Sì, voglio mostrare alla gente che si può vivere senza odiare, pur essendo liberi e indipendenti. Sì, voglio cercare di essere degna della mia voce interiore».

Una storia tutta da scoprire:

http://www.tempi.it/onda-speciale-su-marija-judina-la-pianista-che-ha-commosso-stalin#.UJ932oawXw8

http://www.ilsussidiario.net/News/Storia-della-Settimana/2009/3/30/MARIJA-JUDINA-La-pianista-che-commosse-Stalin/15235/

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2010/8/17/MARIJA-JUDINA-La-pianista-dimenticata/106653/

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=673&item=4991

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2010/8/23/MARIJA-JUDINA-Piero-Rattalino-la-pianista-immortale-all-ombra-del-regime/107574/

Mai sarò messo a tacere

Da Missionline

«Ieri mi hanno minacciato dicendo che mia madre deve prepararsi a indossare l’abito nero150570_551269438222383_1857186432_n.jpg e che se non chiuderò la mia grossa bocca faranno in modo che resti spalancata solo per le preghiere. Le mie intenzioni non sono contro la mia nazione, non sono affatto un traditore, io amo il mio popolo: siete voi i veri traditori, voi che vi comportate così con la vostra gente. Giorno e notte ricevo telefonate e lettere, ma non posso stare in silenzio davanti al dolore e alla tragedia che vedo. Non ci sarà mai nella mia vita un momento in cui sarò messo a tacere, anche se questo dovesse portare alla mia morte. Signori, non potreste essere voi a chiudere la bocca e a porre fine alle ingiustizie in modo che noi non dobbiamo denunciarle? Ogni giorno affrontiamo arresti, torture ed esecuzioni di gruppo mai dichiarate ufficialmente, i prigionieri politici subiscono il peggiore trattamento, privati persino della presenza degli avvocati. Non lasciano neppure alle famiglie la possibilità di raccogliere informazioni sui loro cari detenuti. Che razza di legge è questa? Quale nazione senza legge si comporta così? Credete che far sopravvivere il vostro regime qualche giorno in più valga tutti questi omicidi ed esecuzioni? Non abbiamo più paura. Le violenze e le torture non fermeranno il nostro impegno a far uscire le notizie dall’Iran. Il vostro motto è: “Arresteremo, tortureremo, vi faremo tacere e non potrete più dare informazioni”. Ma il nostro è: “Vogliamo uscire dall’oppressione, otterremo la nostra libertà o con la fine della nostra lotta o con la fine della vostra ingiustizia”. Lunga vita all’Iran e agli iraniani e che la mia vita sia sacrificata per il mio Paese».

Così aveva scritto pochi giorni fa sul suo blog Sattar Behesti, 35 anni, uno dei blogger iraniani che diffondono le notizie sul dissenso mai spento a Teheran. Sapeva benissimo di essere nel mirino: le immagini di qualche settimana fa sulle manifestazioni nel bazar rilanciate attraverso i social network sono costate agli attivisti un nuovo giro di vita della cyber polizia degli ayatollah. Fatto anche di minacce personali, che per Sattar si sono tragicamente avverate: arrestato la scorsa settimana, ieri la sua famiglia ha ricevuto una telefonata dal carcere di Kahrizak. «Venite a ritirare il cadavere di vostro figlio». Secondo la ricostruzione dei siti dell’opposizione iraniana Sattar non è sopravvissuto alle torture. Si è avverato, dunque, quanto scriveva nel suo blog. Ma il vero problema è che si sta avverando anche il resto delle minacce rivoltegli dal regime iraniano. Quelle che non dipendono dalla violenza degli sgherri di Teheran, ma dall’indifferenza del resto del mondo. Perché purtroppo è vero: la morte di Sattar sta scivolando via nell’indifferenza. Diffusa ieri pomeriggio la notizia si è guadagnata qualche riga su qualche sito, ma non ce n’è già traccia – ad esempio – sui grandi quotidiani italiani di oggi. Ha scelto anche il giorno sbagliato per morire, Sattar, quello della sbornia da otto o dieci pagine sulle elezioni americane.

Femminile plurale

A volte qualche studente mi chiede: “Prof, ma come si fa a scegliere di essere una suora di clausura? Che vita è?”. La mia mente va subito a un incontro che ho avuto in quarta liceo: gita di classe in Umbria, giornata ad Assisi, monastero di S. Chiara. Lì ho potuto ascoltare il racconto di vita di una clarissa e ho potuto respirare la pace che arrivava dalle sue parole. Oggi, sul Corriere ho trovato due articoli. Il primo riporta gli esiti dell’incontro tra la giornalista Laura Ballio con la clarissa Nella Letizia (lo ammetto, il nome fa sorridere…), il secondo è una testimonianza diretta della stessa monaca.

2957040519_2ec871e392_m.jpg“Quando ci pensavo immaginavo mura spesse, grate, buio, silenzio, isolamento, la ruota dove venivano lasciati i neonati abbandonati, il “di qua” e il “di là”, la separazione, l’oblio. Come il Manzoni descriveva il monastero di Gertrude, la monaca di Monza. E come mi ricordo da qualche vecchio reportage televisivo, con ombre di veli dietro reti fitte e voci deformate per renderle irriconoscibili. Invece, no. A Rimini, qualche settimana fa, ho conosciuto suor Nella Letizia, 45 anni, viso aperto al sorriso, velo beige su tonaca marrone-francescano, e ho scoperto – da laica ignorante di cose di chiesa – che la clausura nel 2012 è tutta un’altra cosa. L’incontro è avvenuto durante il Festival Francescano dedicato a Femminile, plurale, nella chiesa del Convento delle Clarisse di Rimini, dove suor Nella Letizia vive da 17 anni con 9 consorelle. Quel pomeriggio la chiesa era gremita, donne, uomini, anziani, ragazzi e bambini, seduti anche per terra e dentro i confessionali. Lei, che mi chiedevo come potesse essere una monaca di clausura, era in piedi dietro una cancellata puramente simbolica, e parlava di Chiara d’Assisi e dell’esperienza del corpo nella preghiera: con lievità e sapienza, declinando il suo femminile plurale, concludendo con un «la preghiera porta allegria e voi non lasciatela solo alle suore». E poi ha abbracciato decine di persone, stretto mani, scambiato battute. E a me – che la guardavo francamente sorpresa – ha dato il suo indirizzo di posta elettronica, attraverso il quale abbiamo avviato una conversazione che ha portato al post che segue questo, nel quale suor Nella Letizia (un nome, una garanzia) racconta la sua scelta e la sua vita di clausura. Nel 2012.

Ps. 1) in Italia ci sono circa 90mila suore, di cui 7mila sono in clausura e l’ordine religioso con più monasteri (nel 2004 erano 114, dati più recenti non disponibili) è quello delle clarisse.

2) la prima blogger religiosa è stata suor Elvira de Witt, ex cantante lirica olandese, così attiva sul facebook del suo paese (Hyves) e così abile nel muoversi nella rete, che il 13 luglio del 2011 è stata chiamata a tenere una lezione a porte chiuse per poche elette sul tema La suora nell’epoca digitale.

3) l’altra sera un’amica psicologa mi raccontava che, tra tutti i suoi pazienti, a prescindere da sesso età e occupazione, nessuno le ha mai posto il problema della spiritualità

 

“Femminile, plurale”: è l’originale titolo di una manifestazione svoltasi a Rimini dal 28 al 30 settembre scorso. Niente a che vedere con quanto la location potrebbe far pensare, bensì un ricco programma di conferenze, mostre, celebrazioni, spettacoli e tanto altro, incentrato principalmente su S. Chiara d’Assisi, nell’VIII centenario della sua consacrazione, nell’ambito del Festival Francescano. In quei giorni circa 30.000 persone sono state in qualche modo attirate da una donna vissuta tra il 1100 e il 1200, che ha trascorso 42 dei suoi 60 anni tra le mura di un monastero. Lo trovo sorprendente, anche se non dovrei essere sorpresa dal fascino suscitato da Chiara, dal momento che faccio parte di quel “femminile plurale” generato dal suo carisma e da quello del suo “piantatore” Francesco, come amava definirlo lei. Da clarissa non sono abituata alla frequenza di questi grandi numeri e, seppure nel nostro monastero non siano passati tutti e 30.000 (neanche allargando i nostri spazi all’ennesima potenza avrebbero potuto…), ho guardato con stupore le diverse migliaia di persone di tutte le età che hanno gremito quasi ininterrottamente la chiesa, per venerare le reliquie di S. Chiara e di S. Elisabetta d’Ungheria ospitate per l’occasione, e per partecipare alla nostra liturgia e ai due incontri sull’esperienza della preghiera di S. Chiara che ho proposto. Ho guardato con stupore e mi sono resa conto che, a mia volta, sono stata guardata con stupore, come per esempio dalla giornalista del Corriere, che è la causa della mia presenza su questo blog. Provo ad interpretare lo stupore che ho colto sul suo viso e su quelli di molti altri. Il primo inevitabile passaggio di meraviglia è susseguente ad una domanda: “Va bene che una donna come Chiara abbia vissuto la vita claustrale 800 anni fa, ma che ci fa una donna del XXI secolo tra quattro mura?” Immediatamente dopo, è la memoria degli studi liceali (o degli stereotipi che ne sono seguiti…) a far constatare con sorpresa che la claustrale che si ha davanti non ha nulla a che vedere con la Gertrude di manzoniana memoria. Non sembra monacata a forza, anzi addirittura sembra felice della sua scelta; non vive in catacombe buie e solitarie, ma in una comunità di sorelle, che si ritengono davvero tali, e si relaziona al mondo “di fuori”, talora anche via internet. Rispondo brevemente per chi ha avuto la pazienza di continuare a leggere fin qui. Non so spiegarmi perché si continui a pensare e a presentare la vita delle claustrali con tinte fosche e misteriose. Nei monasteri oggi non abitano più “monache di Monza”, ma donne normali, che provengono da estrazione sociale, professione, regione e talora anche nazione diverse (un piccolo mondo davvero variegato e plurale!), che insieme cercano di vivere la propria vocazione con amore e nell’amore, come qualsiasi persona, servendosi anche di quanto la tecnologia ci mette a disposizione, per incontrare e ascoltare i fratelli e le sorelle e offrire loro la vicinanza di preghiera.

Riguardo al senso della vita di clausura, devo dire che anch’io mi sono fatta questa domanda quando per la prima volta ho conosciuto le clarisse. La loro vita, apparentemente inutile, è stata per me utilissima, perché mi ha spronato a cercare il significato della ma esistenza, non accontentandomi dei vari surrogati di felicità a cui pure potevo avere accesso. Tuttavia, non avrei mai pensato che la loro vocazione sarebbe potuta diventare la mia, perché mi sembrava irragionevole vivere col Signore in un full time, e non con un più conveniente part time… E invece eccomi qui donna del XXI secolo, irragionevolmente ma felicemente, clarissa da quasi 20 anni, innestata in un Ordine ottocentenario nella Chiesa bimillenaria, di cui talora si vedono solo le “rughe”, ma non è solo così, almeno fino a quando continuerà a generare figure come Francesco e Chiara, e come i tanti santi/e, che hanno costellato la sua storia e continuano a costellarla (vedi don Oreste Benzi, di cui qui a Rimini sta per aprirsi la causa di beatificazione), rivelando un modello di persona che, pur non perseguendo le logiche del successo e del piacere ad ogni costo, si rivela realizzata e lieta. Guardo a questa schiera beata con la viva speranza di farne parte anch’io, insieme alle sorelle della mia comunità, e così auguro anche a te lettrice/lettore, offrendoti la nostra preghiera.

Con le unghie e con i denti

Donne che lottano contro la mafia. Questa è la storia di Piera Aiello, raccontata su Avvenire da Antonio Maria Mira.

piera-aiello.jpg«Io vedo una ragazza che ha avuto un passato turbolento, che però si è ribellata a questo passato che non ha mai accettato. Vedo una ragazza che ha un presente e avrà un futuro pieno di felicità. Non per altro: hai diritto ad avere felicità per tutto questo che stai facendo». Così Paolo Borsellino parlava a Piera Aiello. Erano davanti allo specchio e la giovane vi si guardava senza speranza. Già ma chi era, chi è Piera? Ce lo racconta lei, nel libro, intenso e commuovente, Maledetta mafia. Io, donna, testimone di giustizia con Paolo Borsellino, scritto col giornalista Umberto Lucentini (San Paolo, pagine 176, euro 12, in libreria nei prossimi giorni).
«Ho due vite che corrono parallele. Ho due vite che a volte si incrociano, si sovrappongono, si respingono e si fondono. Ho due vite che si accompagnano da quando, una mattina, la morte mi è entrata in casa a soli ventuno anni. Sono stata la moglie di un piccolo boss di un paese della Sicilia. Poi sono diventata vedova di un mafioso, vestita a lutto come impongono le regole della mia terra, con una bimba di tre anni da crescere e una rabbia immensa nel cuore. È in quel momento che il destino ha messo un bivio lungo il mio percorso: dovevo scegliere quale futuro dare a mia figlia Vita Maria. È allora che ho deciso di cambiare tutto. Devo dire grazie a molte persone per avermi aiutato a tracciare per la mia esistenza una strada diversa. Tra loro c’è un uomo che una mattina mi ha preso sottobraccio e mi ha piazzato davanti ad uno specchio, eravamo in una caserma dei Carabinieri». Piera è una figlia di Sicilia, nata a Partanna, paesone agricolo del Belice. Profumi di zagare e uliveti a perdita d’occhio. Famiglia di lavoratori, il padre costretto a emigrare in Venezuela. Bella ragazza, alta, magra. Da corteggiare. Nicola lo fa con insistenza, ma lei inizialmente lo raffredda. Donna forte e indipendente, anche se poco più che maggiorenne. Ma poi l’insistenza si fa più forte. E interviene il padre di Nicola, don Vito Atria, boss mafioso locale. Piera alla fine cede, forse in realtà ama Nicola. Ma non cede alla mafiosità, prova a cambiare il giovane marito. Prova ad avere una vita “normale”. Ma alla fine la violenza piomba su di lei. L’assassinio di don Vito, le armi che entrano in casa (Nicola la obbliga a tenere una mitraglietta nella borsetta), la vendetta sul killer del suocero e infine la morte, davanti ai suoi occhi, del compagno. È il punto di volta per Piera e, poco dopo, della cognata Rita, figlia di don Vito e sorella di Nicola, che la segue nella decisione di collaborare. Non “pentite” perché le due giovani nulla hanno commesso, ma testimoni di giustizia. Sostenute, aiutate, accompagnate da «zio Paolo», come si faceva chiamare l’allora procuratore di Marsala. Prima in codice poi per vera amicizia. Mi ha fatto, scrive Piera, «capire fino in fondo il vero significato della parola “legalità”: un termine che vuol dire dare se stessi per certi valori senza chiedere nulla in cambio». Così Piera lascia il suo paese per Roma. Sotto tutela costantemente, assieme alla figlia e poi anche con Rita. Parlano, raccontano. Testimonianze preziose, dall’interno del mondo mafioso. Nel rapporto con magistrati sensibili.
È la storia, breve, di un rapporto intenso. Al punto che Piera, affida tutto a Borsellino: «Se mi succede qualcosa ti affido mia figlia». La prima e unica volta che gli dà del tu. Lui sorride e risponde con un terribile: «Non ti preoccupare Piera, perché tanto ammazzano prima me». Arrivano infatti le stragi di Capaci e via D’Amelio. Tutto sembra crollare. Soprattutto per Rita. Piera cerca di sostenerla, proprio nel ricordo di “zio Paolo”. «Dobbiamo andare avanti, per lui e per noi, non può certamente finire tutto così». «No, è finito tutto», sussurra Rita. «Un’altra delle mie stelle è volata via, me l’hanno strappata dal cuore». Non regge il cuore della ragazzina di appena 17 anni che pochi giorni prima in un tema a scuola, dopo la morte di Falcone, aveva scritto: «Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo». Il 25 luglio si lascia cadere dal palazzo romano dove vive sotto tutela. «La vita di Rita Atria e la mia sono una storia unica – scrive Piera –: Rita non sarebbe diventata testimone di giustizia se non avesse seguito di sua spontanea volontà il mio esempio; io non sarei stata presa in considerazione fino in fondo se lei non avesse fatto il gesto estremo di togliersi la vita». Già, Piera non si arrende. Continua a parlare, a denunciare. Ma nel 1997 decide di lasciare il sistema di protezione. Nuovo nome, per lei e la figlia, nuova casa, lontana dalla sua Partanna. Un marito e un lavoro. («Mi sono ricostruita una vita lottando con le unghie e con i denti»). E l’impegno nelle scuole per raccontare la sua vita e quella di Rita. La piccola Rita che ancora non conosce pace. La sua tomba è ancora senza nome perché la madre non ha accettato il “tradimento” e ne dà la responsabilità proprio a Piera che neanche quest’anno, in occasione del ventesimo anniversario, ha potuto partecipare al ricordo al cimitero, col vescovo di Mazara, Mogavero e don Luigi Ciotti. Che nella postfazione al libro le dedica queste delicate e forti parole: «Cara Piera, aveva davvero ragione Paolo Borsellino quando incoraggiava quella giovane donna a resistere. Ragione nel prospettarti una vita certo difficile, ma vera e intensa. Una vita viva».

Un punto fermo

Amo le storie delle persone. Sull’inserto Letture del Corriere della Sera di ieri c’era la vicenda di Rosa Parks raccontata da Paola Capriolo: merita di essere conosciuta.

rosa parks, discriminazione, stati uniti, martin luther king“Esiste, io credo, una semplicità del bene, che è l’esatto opposto di quella «banalità del male» della quale Hannah Arendt si è servita come di una chiave di lettura per comprendere la possibilità degli orrori nazisti; e forse nessuno ha incarnato questa semplicità in modo così esemplare come Rosa Parks. Semplice, Rosa lo era di origini e di condizione: una donna «di colore», cresciuta poveramente tra i campi di cotone dell’Alabama, che si guadagnava da vivere cucendo vestiti per un grande magazzino e, dopo il lavoro, militava nelle file della Naacp, l’associazione sorta per rivendicare i diritti dei neri americani, svolgendovi con modestia la «femminile» funzione di segretaria. Una modestia connaturata, che faceva tutt’uno con la sua fierezza indomabile e che l’avrebbe portata a subire quasi controvoglia la celebrità e il ruolo di eroina nazionale. Ma semplice soprattutto, di quell’ardua eppure disarmante semplicità che è il sigillo delle vere rivoluzioni, è il gesto con cui quella signora fragile e minuta arrivò a cambiare la storia del suo Paese.

Siamo negli Stati Uniti d’America, negli anni Cinquanta del Novecento. La schiavitù è stata abolita da quasi un secolo, eppure nel Sud della nazione domina ancora la discriminazione razziale. I neri sono cittadini come tutti gli altri e hanno il diritto di voto, ma per esercitarlo devono sottoporsi a un umiliante esame o trovare un bianco disposto a «garantire» per loro; la Costituzione li proclama uguali agli altri di fronte alla legge, ma in una terra dove il linciaggio è all’ordine del giorno nessun tribunale si è mai sognato di condannare un bianco per l’assassinio di un nero; da soldati, hanno combattuto come gli altri nella Seconda guerra mondiale, ma ai caduti di colore toccavano funerali, sepolture, persino colonne dei necrologi sui giornali, rigorosamente separati da quelli dei loro commilitoni bianchi, mentre quanti riuscivano a tornare a casa venivano aggrediti e malmenati dai fanatici razzisti se osavano mostrarsi in pubblico con la divisa dell’esercito americano. Nella vita di tutti i giorni, poi, la discriminazione si traduce in un minuzioso sistema di segregazione razziale, molto simile all’apartheid sudafricano: scuole, fontane pubbliche, ospedali sono rigidamente divisi tra quelli per i bianchi e quelli per i coloured; un nero non può entrare liberamente in qualsiasi bar e farsi servire una tazza di caffè, e la legge, per evitare ogni «contaminazione», gli proibisce addirittura di provarsi un vestito in un negozio. Ma la forma di segregazione più invisa agli afroamericani è quella in vigore sui mezzi pubblici, dove le prime file sono a uso esclusivo dei bianchi, mentre i neri possono occupare le ultime file, a loro riservate, oppure quelle intermedie, ma con l’obbligo di alzarsi su ordine del conducente per cedere il posto a un membro della «razza superiore» che non trovi da sedersi altrove.

Così andavano le cose negli Stati del Sud, questo era il trattamento al quale la gente di colore doveva assoggettarsi, finché, nel pomeriggio del 1° dicembre 1955, accadde qualcosa di inaspettato. Accadde che a Montgomery, capitale dell’Alabama, una sarta quarantaduenne di nome Rosa Parks, che come ogni giorno aveva preso l’autobus per rincasare dal lavoro, alla richiesta dell’autista di lasciare a un bianco il suo posto rispondesse: «No». Una parola semplice, addirittura un monosillabo; ma fu come se dietro quel «no» si radunassero a battaglia tutte le schiere degli angeli.

L’autista, sbalordito, ripete il suo ordine, ma lei rimane seduta. «Guarda», minaccia l’uomo, «che se non ti alzi ti faccio arrestare»; e Rosa risponde tranquillamente: «Sì, lei può farlo». Molti tra coloro che la conobbero affermano che quell’umile sarta aveva qualcosa di «regale», e proprio così, con la dignità di una regina, la immagino attendere l’arrivo della polizia e compiere il penoso tragitto verso il carcere. Non poteva aspettarsi niente di diverso, dato che il suo rifiuto di alzarsi equivale a un reato per la legge dell’Alabama. Rosa però è stanca: non, come dichiarerà in seguito, per la giornata faticosa, non per i piedi gonfi e la schiena indolenzita. È stanca di arrendersi, di chinare il capo di fronte all’ingiustizia, e nei giorni successivi, proprio grazie al suo caso, tutta la popolazione nera di Montgomery scopre di essere altrettanto stanca.

Per iniziativa di un gruppo di persone coraggiose, tra le quali un pastore battista ventiseienne di nome Martin Luther King, i neri decidono dunque di organizzare un boicottaggio: sugli autobus li si tratta in quel modo? Bene, allora andranno tutti a piedi. Ha inizio così una lotta che presto richiamerà l’attenzione dell’America, anzi, del mondo, suscitando intorno alla cittadina di Montgomery una straordinaria ondata di solidarietà: una lotta alla quale Rosa, rilasciata su cauzione, partecipa in prima fila, sia nei giorni che precedono il processo, sia dopo la sentenza di condanna che, «macchiandole» la fedina, la consacra per sempre al ruolo di «madre dei diritti civili». Nonostante gli espedienti più o meno legali escogitati dalle autorità per farlo cessare, nonostante intimidazioni e violenze di ogni specie, il boicottaggio si prolunga per tredici mesi, mandando quasi in fallimento la compagnia dei trasporti, e si conclude con una vittoria clamorosa: il 13 novembre 1956, dopo un lungo e travagliato iter legale, la Corte suprema degli Stati Uniti dichiara incostituzionale la segregazione sugli autobus, primo passo di un cammino che condurrà, sia pure a prezzo di molto sangue e di molte sofferenze, alla piena integrazione razziale e che forse non sarebbe stato possibile senza il coraggio e la fermezza di una donna. Come scrisse in seguito Martin Luther King, il gesto di Rosa è «un’espressione individuale di un anelito eterno alla dignità e alle libertà umane»; a inchiodarla a quel sedile furono «il cumulo di iniquità dei giorni passati e le sconfinate aspirazioni di generazioni non ancora nate»: aspirazioni tra le quali (perché no?) poteva esserci anche quella di vedere un nero insediarsi alla Casa Bianca come presidente degli Stati Uniti d’America.

Rosa Parks non fece in tempo ad assistere a questo trionfale «lieto fine»: morì il 24 ottobre del 2005, tre anni prima dell’elezione di Obama, che da parlamentare tenne per lei un discorso commemorativo al Senato. Nel frattempo le toccò pagare caro il suo gesto, in conseguenza del quale perse il lavoro e fu bersagliata a tal punto da telefonate anonime e minacce di morte da essere costretta con il marito a cambiare città. Una vita difficile, quella dei giusti: una vita semplice in un mondo che, della semplicità, spesso non ne vuole sapere. Non credo che Rosa abbia mai pensato di aver compiuto un atto di eroismo; solo di aver fatto ciò che, in quelle circostanze, avrebbe dovuto fare chiunque. O per dirla con le sue parole: «Doveva esserci un punto d’arresto, e sembra che quello sia stato per me il punto in cui smettere di lasciarmi bistrattare e scoprire quali fossero, se mai ne avevo, i miei diritti di essere umano».”

Il complesso meccanismo di un orologio svizzero

Anche oggi una storia, quella di Shaul Ladany, raccontata qui da Massimiliano Castellani.

Ladany.jpg“«Per sopravvivere, non si ha bisogno di fortuna, ma di una lunga serie di fortune. Si devono prendere molte decisioni e fare tante cose per aiutare, prima di tutto, se stessi». Considerazioni, amare, che marciano veloci nella mente di Shaul Ladany, 40 anni dopo quel tragico 5 settembre 1972 alle Olimpiadi di Monaco di Baviera. L’uomo in marcia, talora tragico e assorto come una scultura di Giacometti, con la sua memoria è ancora fermo a quel 5 settembre, al Villaggio olimpico, al n.31 di Connollystrasse. «Dentro l’unità 2. L’ultimo gesto prima di addormentarsi è lo stesso di sempre: via gli occhiali da vista, da cui non si separa neppure mentre gareggia e che gli conferiscono un’aria da professore…»: così Andrea Schiavon racconta la vigilia di quel massacro che insanguinò il mondo dello sport, in Cinque cerchi e una stella (Add Editore).

… A 36 anni, lo chiamavano già il “professore”, del resto l’ingegner Ladany teneva regolari lezioni dalla cattedra dell’università di Tel Aviv. Il suo “68” lo aveva fatto prima a New York assieme alla moglie Shoshana (allora ricercatrice), poi partecipando alle Olimpiadi del Messico. E quattro anni dopo, non aveva voluto perdere la grande occasione di essere a Monaco al via della 50 chilometri della marcia olimpica. Un sogno che diventò incubo, alle 4.30 di quel 5 settembre: un commando di terroristi palestinesi fece incursione nelle unità 1 e 3, prendendo in ostaggio atleti, allenatori e tecnici della delegazione d’Israele. Due ore di battaglia, 20 ore di trattative palpitanti e serrate, poi la fuga assurda verso l’aeroporto Furstenfeldbruck. Alla fine il bilancio passerà alla storia sotto alla voce strage: 17 morti tra cui 11 israeliani, 5 palestinesi e un poliziotto tedesco. Il primo a cadere fu l’allenatore dei lottatori israeliani, Moshe Weinberg, detto “Moony”, l’uomo a cui Ladany la sera prima aveva prestato la sveglia, «perché, mi disse, domattina devo alzarmi presto». Quella sveglia non suonerà mai, andò in frantumi sotto le raffiche omicide di un’organizzazione, nata appena un anno prima, che si firmava “Settembre Nero”. Ladany assistette impotente. Tutto il mondo andò in tilt. A cominciare dai media. I giornali all’indomani in prima pagina aprivano con due bufale clamorose: «Ladany scomparso», ma soprattutto con un rassicurante, quanto falso, «Liberati tutti gli ostaggi israeliani». Invece la morte, ancora una volta, aveva solo accarezzato il cuore di Shaul. Il cuore sensibile e combattivo di quel rampollo di una famiglia della ricca borghesia ebraica ungherese, nato a Belgrado, dove il 6 aprile del 1941, la bella vita dei Ladany si sgretolò come la sua casa, ridotta a macerie da un bombardamento tedesco. Le SS bussavano alle porte degli ebrei e Shaul con i suoi genitori fuggì a Budapest.

Quello che doveva essere il ritorno a casa e al rifugio sicuro, divenne la sua prima prigionia. A Budapest infatti, al comando dell’«Operazione Margarethe» si insediò Adolf Eichmann. Il carnefice Eichmann, che fece trucidare 440 mila persone, ma a sua volta verrà giustiziato nel 1961 (unica condanna a morte eseguita nello stato di Israele) dopo la cattura in Argentina da parte del Mossad e il “Processo” eternato in letteratura dalla filosofa Hannah Arendt. Epilogo lontano da quei giorni in cui Shaul per scampare alla deportazione venne affidato a un orfanotrofio salesiano. «Papà mi lascia la mano e il cancello si chiude alle mie spalle: sento che sto per piangere, ma trattengo le lacrime. Ho otto anni…», ricorda Ladany che con la stella gialla cucita sul cappotto, dal luglio al dicembre del ’44, si ritrovò con i suoi genitori nel campo di sterminio di Bergen-Belsen. Lo stesso in cui morì Anna Frank. «La brutalità di Bergen-Belsen mi ha lasciato la sensazione costante di fame, mista alla pioggia, il freddo, il filo spinato, gli appelli interminabili, il labbro leporino di una SS che ci grida addosso in continuazione…».

Tutto questo torna prepotentemente a galla nei giorni di Monaco ’72, quando Shaul chiede di non presenziare a Dachau alla visita commemorativa della delegazione olimpica israeliana. Viene obbligato, così come il 5 settembre i suoi occhi saranno costretti a vedere il drammatico ricorso della storia. Per descriverla, usa le parole del capo del Mossad, Zvi Zamir: «Dopo la Shoah, ancora una volta degli ebrei camminavano legati sul suolo tedesco». La storia si ripete in maniera sempre più macabra e irreale, e lo fa ancora proiettando le sue ombre e i tanti perché, che non hanno mai avuto adeguata risposta. «Perché non erano state predisposte misure di sicurezza maggiori per la squadra israeliana? Perché all’aeroporto c’erano solo cinque cecchini, quando i terroristi erano otto? Perché i tre uomini superstiti di Settembre Nero (i diciannovenni Jamal Al Gashey, Mohammed Safady e lo zio di Jamal, Adnan Al-Gashey) verranno liberati meno di due mesi dopo in circostanze dubbie?». Tre criminali barattati per salvare i passeggeri del dirottamento del volo Lufthansa Damasco-Francoforte.

Due mesi dopo il massacro di Monaco, Ladany a Lugano vinse il titolo mondiale alla 100 km di marcia ed era appena trascorso un anno, settembre 1973, quando dopo aver marciato per 19 ore e 38 minuti la 100 miglia su pista nel Missouri, pagò di tasca propria il biglietto del volo di ritorno per Israele: «Dovevo andare a combattere la Guerra di Yom Kippur». Oggi il 76enne professor Ladany vive nella sua casa di Be’er Sheba (nel deserto del Negev), vicina a quella dello scrittore Amos Oz, e ci sono tre cose che non ha mai smesso di fare: marciare, insegnare ai giovani il valore estremo della memoria e interrogarsi su quei tanti «perché?». A cominciare da quello dell’essere sfuggito continuamente alla morte. «Il dono della sopravvivenza? Penso sia il complesso meccanismo di un orologio svizzero che potrebbe smettere di funzionare, se solo lo si tocca troppo».”

Nell’intimo

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Scrivo? Non scrivo? In questi casi, quando tutti scrivono sul medesimo fatto, di solito taccio, aspetto, e poi butto giù i miei pensieri. E’ che ho letto poche parole in linea con quello che sento dentro. Ho letto parole osannanti da parte di chi non ha mai letto le sue. Ho visto persone tirarlo dalla loro parte come fosse una figurina Panini da inserire nel proprio album. Di lui mi restano , tra gli altri, due ricordi intimi, da non sbandierare ma da sussurrare. Non un ricordo diretto, ma per mezzo dei suoi scritti che mai mi hanno lasciato indifferente, e che mi hanno sempre posto davanti agli interrogativi ultimi:

“Io credo che molti cristiani rimangano al grado iniziale di una certa simpatia umana verso Gesù, senza approfondire la domanda fondamentale che lui pone all’uomo: «Credi in me?»” (Qualcosa in cui credere).

“Gli (a Gesù) domanderei se mi ama, nonostante io sia così debole e abbia commesso tanti errori; io so che mi ama, eppure mi piacerebbe sentirlo ancora una volta da lui. Inoltre gli chiederei se in punto di morte mi verrà a prendere, se mi accoglierà. In quei momenti difficili, nel distacco o in punto di morte, lo pregherei di inviarmi angeli, santi o amici che mi tengano la mano e mi aiutino a superare la mia paura” (Conversazioni notturne a Gerusalemme).

No, geometra Anzalone

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29 agosto 1991, a Palermo la mafia uccide Libero Grassi. Si è rifiutato di pagare il pizzo con questa lettera sul Giornale di Sicilia il 10 gennaio dello stesso anno: “… volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui”.

Amarezza

L’amaro comunicato stampa di ieri del presidente del centro di accoglienza Padre Nostro voluto da don Pino Puglisi:

“I soliti “ignoti”, perché nessuno si è mai impegnato a renderli noti, questa notte hanno rubato le persiane esterne e gli infissi interni in alluminio del Centro Polivalente Sportivo intitolato a Padre Pino Puglisi e Massimiliano Kolbe, sito in via San Ciro 23 int. 2. Già a maggio di quest’anno altri “ignoti” avevano rubato una stampante-fotocopiatore, un decespugliatore, un tagliaerba, una cassetta degli attrezzi, materiale di cancelleria, una webcam, e anche lo scudetto del Palermo donato ai bambini dal Palermo Calcio.

Questi “piccoli” furti, siano essi messi in atto dalla mafia o dal piccolo delinquente, in questi 19 anni centro-Padre-nostro-470x312.jpghanno avuto l’obiettivo di “avvelenare” l’umore dei volontari e degli operatori del Centro di Accoglienza Padre Nostro. La tecnica è quella, non della somministrazione di dosi di veleno massicce e letali, ma piccole dosi nel tempo sino a far morire la vittima, lentamente. Il loro obiettivo, come quello di tanti altri, è stato, nel tempo, quello di farci stancare, spingerci e gettare la spugna, farci arrendere, sfrattarci da Brancaccio. Non vi nascondo che tante volte ci abbiamo pensato e oggi più che mai.

Nell’anno della “buona notizia”, nell’anno in cui il Papa ha autorizzato la proclamazione di beatificazione di Padre Pino Puglisi, noi volontari e operatori del Centro da lui fondato, attendiamo, da 19 anni, la buona notizia della cattura dei responsabili di questi furti e atti intimidatori a noi rivolti. Siamo stanchi di sentirci dire che sono “ragazzate”, perché se così è, questi “ragazzetti” hanno messo in scacco, per ben 19 anni, persino le forze della polizia e gli inquirenti, visto che ad oggi mai nessuno di loro è stato identificato. Con le debite proporzioni Riina Salvatore e il suo socio, Provenzano Bernardo, erano dei pivelli a confronto.

Questo quartiere e la sua comunità, questa città e i suoi abitanti, hanno avuto un dono da Dio: Padre Pino Puglisi, con la sua creatura, il Centro di Accoglienza Padre Nostro… forse sono state donate “perle ai porci” e se così è non ci resta che sbattere la polvere delle nostre scarpe e andare altrove.

Maurizio Artale

Presidente”

Vite parallele

Don Gino Rigoldi è il cappellano del carcere minorile di Milano e ha scritto “Io, cristiano come voi”.

«Oggi uno dei più grandi problemi è la casa, perché avere o non avere la casa rende la vita familiaredon Rigoldi.jpg possibile o impossibile, così come avere anche un solo figlio può diventare quasi impossibile se si è strozzati dalla rata di un mutuo o l’affitto si mangia una parte importante dello stipendio. Che una grande proprietaria immobiliare in Italia sia la Chiesa nelle sue varie articolazioni parrocchiali e religiose, ci deve dar da pensare. Le case parrocchiali con molte stanze per un solo sacerdote o i palazzi di diocesi o di congregazioni religiosi enormi e vuoti sembrano un insulto ai bisogni. I problemi sono certamente molti, ma come si fa a parlare di famiglia senza assumere la propria parte di responsabilità per le case?». «A me pare – prosegue – che molti discorsi di singoli sacerdoti, e talora anche dei vescovi, non solo diano l’impressione ma siano effettivamente l’espressione di una sorta di vita parallela lontana da quelli che sono i bisogni e il sentire del popolo cristiano».

Il mio 19 marzo

Oggi è la festa del papà, è il 19 marzo. Personalmente penso di aver festeggiato mio padre in questa occasione solo all’asilo e alle elementari; non so perché, ma non è una festa che è nelle mie corde (c’è par condicio perché le stesse identiche cose valgono per la festa della mamma…). Però oggi il mio pensiero è andato a un collega che il 19 marzo del 1994 è stato assassinato dalla camorra. Giuseppe Diana insegnava sia materie letterarie che religione. Ed era anche un don: è stato ucciso a Casal di Principe mentre stava per celebrare messa. Diceva: “La camorra chiama “famiglia” un clan organizzato per scopi delittuosi, in cui è legge la fedeltà assoluta, è esclusa qualunque espressione di autonomia, è considerata tradimento, degno di morte, non solo la defezione, ma anche la conversione all’onestà; la camorra usa tutti i mezzi per estendere e consolidare tale tipo di “famiglia”, strumentalizzando persino i sacramenti. Per il cristiano, formato alla scuola della Parola di Dio, per “famiglia” si intende soltanto un insieme di persone unite tra loro da una comunione di amore, in cui l’amore è servizio disinteressato e premuroso, in cui il servizio esalta chi lo offre e chi lo riceve. La camorra pretende di avere una sua religiosità, riuscendo, a volte, ad ingannare, oltre che i fedeli, anche sprovveduti o ingenui pastori di anime”.

Esperienza di pace in Burundi

Se qualcuno segue in maniera assidua questo blog, forse si ricorderà che ho già parlato del Burundi e di padre Claudio Marano: l’ho fatto due volte, qui e qui. Ecco che c’è l’occasione di incontrare lui e la volontaria Anna in due possibili momenti. Entrambi si svolgeranno VENERDI’ 16 MARZO. Dalle ore 14.00 alle ore 16.00 racconteranno la loro esperienza nell’aula magna della ex-scuola di Anna, il liceo Marinelli. La sera, alle 20.30 ci sarà l’incontro al Centro Balducci di Zugliano, dove ci sarà anche Egide Hakim Ngendakuriyo, membro e logista del Centre Jeunes Kamenge. Si legge sulla locandina della serata: “In un mondo in cui caos e guerre sembrano essere diventati endemici, in un momento in cui frontiere che pensavamo permanenti vengono spezzate in un attimo, economie che sembravano solide sono messe in ginocchio, guerre suicide divampano, grandi nazioni si frantumano […], adesso che attorno a noi massacri, epidemie, odio e carestie dilagano senza controllo, ebbene esiste un barlume di speranza ed è la crescente presa di coscienza che nel bene e nel male siamo tutti vicini di casa e abitanti di uno stesso globo la cui superficie non è infinita e quindi la disperazione, le guerre, le sofferenze, le umiliazioni e la fame di coloro che vogliamo pensare come «gli altri» sono in ultima analisi le nostre stesse.” (Cahill, 1993)

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Seminare rose bianche e raccogliere rose rosse

Scrive Giampietro Baresi sul numero di Nigrizia che ho appena prelevato dalla cassetta della posta. “Se rose.jpgun giardiniere interra una semente di rose bianche e poi vede nascere rose rosse, la sua sorpresa è grande… Chi è incaricato di gestire la nomina di persone destinate a occupare posti importanti nei quadri ecclesiastici, usa tutti i mezzi per realizzare il programma stabilito, senza il rischio di sgradevoli sorprese. Il più delle volte, la cosa funziona. Talora, si registrano piccole sorprese, che però non creano seri problemi. Altre volte, invece, le sorprese sono notevoli, ma, se sono in linea con il programma, sono bene accolte, perché aiutano a raggiungere più speditamente gli obiettivi prefissati. Molto, molto di rado, ci sono sorprese “storiche”, tali cioè da spiazzare del tutto i programmatori. Nel non breve periodo della mia vita, ne ho registrate solo due: papa Giovanni XXIII e dom Oscar Romero.”

Qui l’intero articolo

C’è Chiesa e Chiesa

“Finché i contadini, e gli operai e i loro dirigenti non hanno sicurezza; finché il popolo viene sistematicamente assassinato dalle forze di repressione della giunta, io, che sono un semplice servitore del popolo, non ho nessun diritto di cercare misure di sicurezza. Vi prego di non fraintendermi: non voglio morire, perché so che il popolo non lo vuole, ma non posso tutelare la mia vita come se fosse più importante della loro vita. La più importante è quella dei contadini, degli operai, delle organizzazioni popolari, dei militanti e dei dirigenti, ed essi muoiono tutti i giorni; ogni giorno ne trucidano venti, trenta, quaranta o più ancora. Come potrei adottare delle misure di sicurezza personale? Sì, possono uccidermi; anzi, mi uccideranno, benchè alcuni pensino che sarebbe un grave errore politico; ma lo faranno ugualmente, perché pensano che il popolo sia insorto dietro le pressioni di un vescovo. Ma non è vero: il popolo è pienamente consapevole di chi sono i suoi nemici; e altrettanto conosce bene i propri bisogni e le alternative che si presentano. Se uccidono me, resterà sempre il popolo, il mio popolo. Un popolo non lo si può ammazzare.

(Oscar Arnulfo Romero, otto giorni prima del suo assassinio. Da una intervista rilasciata al domenicano spagnolo Juan Carmelo Garcia)


 http://oradireli.myblog.it/media/02/02/973284976.mp4

12 anni di braccio della morte

Quella che segue è la parte iniziale dell’articolo di Ada Serra comparso questo mese su Dimensioni Nuove. “Randy Steidl, americano dell’Illinois, ha trascorso 12 anni nel braccio della morte, condannato per un delitto che non aveva commesso. Nel 1986 è stato coinvolto nelle indagini sul duplice omicidio di una giovane coppia. Non conosceva le vittime ma è stato interrogato, come molti altri del suo paese, è ha fornito un alibi per la notte dell’omicidio. Nonostante questo, è stato arrestato, processato e condannato a morte nel giro di 90 giorni. Il processo è durato 7 giorni e a inchiodarlo sono state false testimonianze, confezionate ad hoc da poliziotti corrotti. Nel 1999, la condanna è stata commutata in ergastolo. Una nuova indagine di Polizia ha messo in luce che Randy era stato incastrato perché il vero responsabile dell’omicidio era un grosso finanziatore dello Stato dell’Illinois e nel 2004 è stato definitivamente assolto. Lo abbiamo incontrato a fine novembre a Latina, dove ha portato la propria testimonianza a Cities for life, l’iniziativa annuale della Comunità di Sant’Egidio contro la pena di morte.”

Qui l’intervista

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La storia di Maris-Chantal

Ricevo per posta il notiziario del Centro Balducci: mi serve per seguire le attività a cui non riesco a partecipare, come il Convegno di settembre. Stamattina, mentre attendevo che la mia super linea adsl spedisse in un quarto d’ora un file di 15 mb, mi sono messo a sfogliare il numero di dicembre e mi sono imbattuto nella testimonianza della scrittrice Isoke Aikpitanyi. Isoke ha raccontato la storia di Maris Davis, una ragazza nigeriana approdata sulle strade dell’Italia e di Udine. Ho cercato su internet e ho trovato il racconto in prima persona di Maris. Mi ha fatto molto pensare, mi ha fatto impressione leggere i nomi delle nostre strade e la sua sparizione in via Cotonificio, mi hanno lasciato stupefatto la sua forza di volontà e il suo coraggio. Ecco l’articolo

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Che uomo vuoi essere?

A vent’anni dalla morte del friulano David Maria Turoldo un piccolo ricordo:

Tutto deve ancora avvenire
nella pienezza:
storia è profezia
sempre imperfetta.
Guerra è appena il male in superficie
il grande Male è prima,
il grande Male
è Amore-del-nulla.


Memorie

Per i ragazzi di quinta ( e per chi lo volesse) il materiale delle dispense viste in classe, quello sulla shoah e quello sui gulag. Non ho avuto tempo di correggere sviste ed errori 🙂

A PROPOSITO DI AUSCHWITZ.doc

GULAG.doc

Il mio dovere

Prendo dal sito di Avvenire un articolo di Riccardo Michelucci in cui si racconta la storia dell’iraniano Sardari che riuscì a salvare centinaia di ebrei dalle mani naziste.

Abdol-Hossein-Sard_2091010b.jpgEra il VI secolo avanti Cristo, quando Ciro il Grande salvò la vita agli ebrei deportati a Babilonia dopo la distruzione di Gerusalemme. L’editto dell’imperatore persiano li liberò e li fece rientrare in patria, consentendo loro anche la ricostruzione del tempio. Quella lontana vicenda, tramandata nei secoli anche dal profeta Isaia, era ben chiara nella mente del diplomatico iraniano Abdol-Hossein Sardari, quando si ritrovò nelle mani la sorte di migliaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Il diplomatico di religione islamica riuscì a usarla per far credere ai nazisti che gli ebrei iraniani, da lui ribattezzati Djuguten, erano in realtà i discendenti di una setta convertita all’ebraismo all’epoca dell’imperatore Ciro, e che per questo non avevano legami di sangue con gli ebrei europei. Da responsabile della missione diplomatica di Teheran nella Parigi occupata dai nazisti, Sardari usò la storia antica per ingannare gli uomini della Gestapo e per salvare gli ebrei iraniani dalla persecuzione e dai campi di sterminio. Con la sua abilità di avvocato riuscì a garantire loro un trattamento speciale sfruttando le contraddizioni insite nelle leggi razziali, mentre in Germania gli “esperti” di tali questioni cercavano di verificare la sua teoria senza giungere a una conclusione univoca. Poi si spinse oltre, compilando personalmente passaporti falsi, impiegando a questo scopo anche le proprie finanze personali e mettendo a rischio la propria vita. Quando Adolf Eichmann in persona, alla fine del 1942, scoprì e denunciò la geniale macchinazione, circa duemila ebrei, non solo iraniani, erano già riusciti a mettersi in salvo con l’aiuto del giovane diplomatico. Sardari è uno dei tanti eroi rimasti a lungo nell’oblio, com’accaduto ad Oskar Schindler, Giorgio Perlasca, Giovanni Palatucci e a tanti altri. Il primo a ricostruire la sua vicenda, una decina d’anni fa, è stato suo nipote Fereydoun Hoveyda, anch’egli un noto diplomatico (partecipò tra l’altro alla stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nel 1948). Sono stati i suoi ricordi a innescare il lavoro di Fariborz Mokhtari, ricercatore al Centro di studi strategici sul Vicino Oriente di Washington, che è recentemente confluito nel libro Lion’s Shadow, appena uscito in inglese.
Quella di Sardari è una storia degna di un copione cinematografico: dopo l’invasione della Francia, a lui si rivolse la comunità degli ebrei iraniani che viveva a Parigi. L’Iran, ufficialmente neutrale, aveva interesse a mantenere rapporti commerciali con la Germania e i nazisti avevano dichiarato l’Iran una nazione ariana e compatibile, dal punto di vista razziale, con la Germania. Il diplomatico usò allora la sua influenza e i contatti per esentare i suoi connazionali di religione ebraica dalle leggi razziali, sostenendo che i cosiddetti
Djuguten non avevano legami di sangue con gli ebrei europei. Richiamato in patria nel 1941 dopo l’invasione anglo-sovietica dell’Iran, decise di rimanere in Francia al loro fianco, senza stipendio e senza protezione, per proseguire il suo piano e salvare centinaia di esseri umani. Come Eliane Senahi Cohanim, che aveva solo sette anni quando riuscì a scampare alla deportazione insieme alla sua famiglia, grazie ai passaporti falsi e ai documenti di viaggio forniti da Sardari. «Mio padre ripeteva sempre che se ce l’abbiamo fatta è stata solo per merito suo», ricorda la donna, ormai quasi ottantenne. Tra le tante testimonianze e gli inediti d’archivio citati o riprodotti nel libro di Mokhtari, c’è anche la lettera con la quale Eichmann definisce la tesi di Sardari «il solito trucco degli ebrei», un documento citato anche negli atti dello storico processo all’architetto dell’Olocausto. Ciononostante, per decenni la Storia si è dimenticata di un eroe politicamente scorretto sia per gli arabi che per gli ebrei, e a lungo si è cercato di cancellarne la memoria. Nel dopoguerra Sardari non ricevette alcun riconoscimento, mentre la rivoluzione khomeinista lo spodestò della pensione e di tutte le sue proprietà, facendolo morire povero e sconosciuto a Londra, nel 1981.
«Non ho fatto nient’altro che il mio dovere, che era quello di salvare gli iraniani. Tutti, anche quelli di fede ebraica», ebbe modo di spiegare. Prima di essere celebrato in questo libro, il suo coraggio era stato ricordato nel 2004 con un riconoscimento postumo conferito dal Centro Simon Wiesenthal. Invece il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, anche a causa delle tensioni tra Israele e Teheran, non ha ancora deciso di annoverarlo tra i “Giusti dell’Islam”. Eppure la sua vicenda, figlia di una cultura millenaria del rispetto e della tolleranza, rappresenterebbe una risposta chiara e inequivocabile al negazionismo del presidente iraniano Ahmadinejad.

 

Volevo essere di più e prima un uomo

Prendo dal sito del Centro Balducci di Zugliano la riflessione di Brutas, detenuto presso la Casa Circondariale di Udine: racconta il dramma di un detenuto non più giovane ed è un messaggio rivolto ai giovani, spesso abbagliati dalla vita e dal senso di onnipotenza dell’età.

Lago di Cavazzo il 2 ottobre 2011

carcere ap_0.jpg“Non ho più il fisico dei vent’anni, e talvolta mi scricchiola un po’ la schiena, ma ancora oggi, con l’ingombro di qualche anno di troppo sulle spalle oramai un po’ curve, devo dire, narrare, testimoniare, urlando, queste poche parole, ai tanti giovani che hanno la pazienza, la volontà ed un po’ di umiltà per ascoltare.”

Giovani e spavaldi, sicuri e baldanzosi nell’immaturità di ogni età, ignari della vita, alla ricerca di sogni mai esistiti, vanno in gruppo potenti, nelle risate sguaiate, impasticcati e bevuti di una felicità non vera, sognando una esistenza perduta. Sono stropicciati, un po’ stanchi, hanno sonno, non trovano lavoro. Hanno vent’anni, a volte trenta, vanno, si fanno e tornano sempre alla ricerca di quella vita che non li vuole o non li ha mai voluti. Ma all’origine ci deve essere qualcosa di indefinito, di sconosciuto, di arcano che attraversa subdolamente la nostra mente debole e ricettiva, procurandoci delle scosse violente che ci dispensano sicurezza, superiorità, e anche profonda sconsideratezza. Vigliacchi ci lasciamo avvolgere, perciò, dal vessillo della più assurda stupidità e presunzione di onnipotenza che ci porta quasi sempre a confondere il lecito con l’illecito e con molta leggerezza, dimentichi dei consigli di quelli che ci vogliono bene, optiamo per la strada più facile o meglio che ci sembra più facile.

Per orgoglio o spirito di emulazione verso gli amici più grandi, per voglia di soldi facili e immediati, per fare colpo su qualche ragazza, o anche solo per fare una bravata in una sera da niente, in una sera dove solo la noia è la nostra fedele compagna, ci lasciamo tentare dal fascino dell’avventura proibita, vogliamo essere il protagonista, il primo attore e come in un film alla televisione entrare sulla scena del crimine, gioiamo nel sentire l’adrenalina scorrere e pulsare nelle vene, pronti a scattare, pronti a giocarci la vita in una sfida stupida e assurda con gli “sbirri” che, informati, nel buio ci attendono, pronti a fregarci.

Tentiamo sempre di tenerci aggrappati con salda sicurezza alla convinzione che possiamo smettere in qualsiasi momento, non siamo ancora “criminine-dipendenti”, purtroppo però questa nostra certezza non è stata comunicata anche alla nostra debole volontà e quindi il pensiero “posso smettere quando voglio” rimane solo un mero pensiero che usiamo come corazza per trovare la forza, la voglia di sopravvivere e dimostrare a noi stessi, prima che agli altri, che siamo i più forti.

Ma quasi sempre queste avventure, queste bravate, finiscono più o meno tragicamente, sicuramente non come avremmo voluto, sognato e sperato, e ci troviamo increduli e spauriti in una cella squallida e scialba, ancora prima che la sentenza di un processo ci condanni. Si spacca il cielo, urla il mio cuore, inorridisce il pensiero, piange la terra… bestemmia la vita. Abituato alla libertà, al cielo intero, al sole caldo, alla pioggia, alla nebbia delle sere autunnali, ai pianti, ai sorrisi delle persone che mi passano accanto, all’improvviso tutto questo non c’è più e mi sento precipitare in una cella piccola con le sbarre murate ed i letti a castello, in un silenzio irreale interrotto solo dai rumori metallici e anonimi dei blindo e dei carrelli che attraversano i corridoi per dispensare un po’ di cibo agli affamati. Occupiamo celle affollate che gli altri chiamano camere, e nella tristezza abbassiamo lo sguardo, abbassiamo la voce, abbassiamo la vita, e ci consegniamo ad un’altra notte che, per chi dorme, fuori da qui, forse vuol dire sognare, per noi invece, che inchiodati dalla disperazione rimaniamo svegli, macerarsi nell’angoscia e nel tormento cercando un nascondiglio, un rifugio dove poter leggere lo sgomento dell’anima.

C’è il silenzio della noia attorno a me, e pur con la finestra aperta, manca l’aria, l’ossigeno, la voglia, l’entusiasmo, la forza. L’ozio è difficile da sopportare, i ricordi, quando riusciamo a trovarli, sono pesanti fardelli, ma ci tengono ancorati a questo qualcosa che gli altri chiamano vita. L’assurdo è l’unico protagonista dei silenzi notturni, delle giornate vuote, delle speranze cancellate, della rabbia, del rancore e di questa esistenza sballata. Siamo rinchiusi clandestini di una vita sbagliata, siamo ombre ingombranti, ombre pesanti, come pacchi, posati, stivati, spostati. Siamo sempre osservati a distanza, nessuno ci chiede, nessuno ci domanda, nessuno s’informa, siamo in tanti ma non c’è allegria, non c’è festa, ognuno resta solo con il suo silenzio.

Siamo prigionieri in cortile, circondato da cemento, nel cemento, a girare intorno, come fiere braccate, per quell’ora d’aria che ci viene regalata. Qua, tra rabbia, disperazione, odio e rancore, anche i sogni diventano aceto, e la noia mortifica gli occhi, un po’ per non guardarci, un po’ per non essere visti. Consumiamo il tempo che passa inutilmente, bruciando sterili ore, ingabbiati, fumiamo e dormiamo, dormiamo fumiamo. Questo soggiorno obbligato in una gabbia che non è ancora dorata solo l’ozio e il nulla ci appartengono.

Stanchi arriviamo a sera, per un vagare incessante, in questa esistenza spenta, alla ricerca di un qualcosa che ci dia la forza per sopravvivere un altro giorno ancora, allo sconforto, all’ansia, all’angoscia, alla tristezza, al dolore, a questa non vita. Non ci sono più stelle, per noi nel cielo nero della notte, anche se talvolta vediamo la luna ballare il tango. Non c’è più speranza, non c’è domani, con il terrore di perdere anche gli affetti, l’amore, mentre l’amicizia se n’è già andata.

Consumiamo i giorni, le notti, il tempo nel grigiore opaco di una vita che stupidamente si è sbriciolata tra le dita, in una sera qualunque di insensata incoscienza per vincere una partita che alla fine non ci vede mai vincitori. Ne valeva la pena? Per un attimo di esaltazione, per pochi spiccioli di grandezza, per un orgoglio mal posto, per una sensazione di potere, ridicola, per sentirci qualcuno, ora sono qui, in mezzo ad altri ma sempre solo con la mia disperazione ed il rimorso che mi tormenta. Vorrei essere libero, vorrei non aver mai giocato questa partita. Vorrei avere più tempo, più luce più spazio, più sorrisi e non immalinconire alle prime ombre della sera, rimpiangendo di aver buttato un altro giorno di questa vita che inesorabilmente passa e mai ritorna. Vorrei ancora vedere la festa di un tramonto infuocato sopra i monti lontani. Vorrei fottere l’angoscia, la malinconia, la noia, vorrei tornare indietro nel tempo, e assieme a quelli come me, cantare quello che ci resta, lacrime e graffi nella voce, e smettere di giocarci ogni giorno la vita a dadi e l’indomani a tre sette.

Corrono i ricordi, volevo essere di più e prima un uomo, per giocarmi meglio questi anni ballerini, prendere, fare, andare, tornare, avere niente e poi magari avere tutto. Vorrei non avere più paure, per questo e per quello, per lui o per l’altro, cacciarle, eliminarle.

Ed oggi, per riprendermi questa vita che mi appartiene, vorrei il suono di una tromba in fondo al cuore, per assaporare, di nuovo quanto di straordinario ci possa essere in un’ora di vita, spesa per bene, senza ansia, senza fughe, senza paure, magari con la testa all’insù e guardare ancora il cielo tutto intero.

Brutas