La colpa

Sono nervoso, arrabbiato. Scriverò poco. Una brevissima frase presa sempresenso-di-colpa da “Centomila giornate di preghiera”: «Per rispondere alla tua domanda: tuo padre non era un assassino. Ma per chi lo aveva messo in prigione era colpevole: di essere un cinese, un chirurgo, una persona colta». Penso, e qui mi allontano dalla citazione, che ci siano colpe che non sono colpe, quanto meno non sono colpe pure, ma provocate o motivate, almeno spiegabili. E allora sento il bisogno di capire, di comprendere, di sentire tutte le parti, il presunto innocente e il presunto colpevole. Soprattutto se poi sono chiamato a esprimere una scelta: non voglio stare per partito preso dalla parte del presunto innocente. Non mi piace la presunzione. Non voglio per forza condannare chi ha la presunta colpa. La colpa… Senso di colpa… Assunzione di colpa… Complesso di colpa… Complemento di colpa… Concorso di colpa… Presunzione di colpa… Verbi di colpa… “Colpa in canna” è quella che non voglio per forza sparare su chi tu mi chiedi di colpire. Amen.

 

Fuori dai cardini

Sto riorganizzando le lezioni su terrorismi e fondamentalismi religiosi per le quinte, sui rischi delle Ideologie con la I maiuscola, disponibili, in nome di se stesse, a calpestare la dignità di interi popoli o gruppi sociali, etnici, politici, religiosi. Una delle domande che emergono frequentemente è “Ma come può succedere che si arrivi a quel punto? Cosa fa sì che molte persone ci credano e sacrifichino le proprie vite e quelle altrui, magari anche della propria famiglia?”. Le risposte sono molte, ma poco fa mi sono imbattuto in questa citazione contenuta nel bel libro di Miachael Burleigh “In nome di Dio. Religione, politica e totalitarismo. Da Hitler ad Al Qaeda”.
cardini“In due periodi cruciali per la Germania, quello della superinflazione tra il 1919 e il 1923 e quello della Depressione dal 1929 al 1933, nel Paese pullulavano i profeti itineranti che si aggiravano scalzi, con barbe e capelli lunghi, spillando alla gente somme considerevoli per assistere a riunioni in cui profetizzavano la fine del mondo e annunciavano l’avvento di un rinnovamento morale e di un nuovo tipo d’uomo che avrebbe dovuto creare un nuovo modello di società prima che fosse troppo tardi. Secondo un giornalista di un quotidiano di Colonia che aveva assistito ad una di queste riunioni a Berlino: «Oggi il pubblico riempie le sale per assistere alle conferenze di questi affabulatori dato che, a causa della sua monumentale confusione mentale, è alla ricerca di qualsiasi genere di sostegno per consolarsi. Alla fine della guerra, dopo che l’inutilità di qualsiasi sforzo diventò evidente, si impose un senso di illimitata delusione. Come se non bastasse, negli ultimi mesi il cervello della gente è stato completamente sconvolto da insormontabili difficoltà economiche, dalla lotta senza speranza contro l’inflazione… Tutti, soprattutto i soggetti più deboli, dato che non hanno altro a cui aggrapparsi, si sono radunati intorni a questi redentori contemporanei con i loro capelli lunghi e con le loro strambe fantasie. La profezia è un brutto sintomo dell’odierna condizione spirituale della Germania. Non va sottovalutata: potrebbe generalizzarsi con le crisi che ci aspettano. Il tempo è fuori dai cardini!, come diceva Amleto”

Tra sapere e non sapere

Se fossi stato a casa invece che nell’aula insegnanti nel momento in cui ho girato l’ultima pagina di “Centomila Centomilagiornate di preghiera”, sarebbero scese calde lacrime di commozione ed emozione. Pochi i disegni forti, di quelli che da soli fanno volgere lo sguardo da un’altra parte, direi quasi inesistenti. Molti quelli che fanno pensare, riflettere, muti per lasciare spazio ad un attonito silenzio. Bellissime alcune intuizioni (un canarino prima ascoltatore muto delle confidenze del ragazzino protagonista, poi mentore che racconterà al giovane la storia del padre; un buco nero nel pavimento della camera a indicare l’intimo, l’interiorità; l’atmosfera cineraria della Cambogia di Pol Pot). Su tutto i reali protagonisti del fumetto: il rapporto tra il passato e il presente, la fatica della memoria, il tentativo di rimozione del doloroso ieri, una riconciliazione che non può significare far finta di nulla. C’è un breve scambio che dice tutto:
– “Non lo so cosa preferisco”
– “Tra cosa e cosa?”
– “Tra sapere e non sapere”.

All’università di Ifrane

Al Akhawayn UniversityUn articolo un po’ lungo, ma molto molto interessante. E’ di Marco Ventura, pubblicato su Il club de La Lettura del Corriere.
“Sono studenti universitari come gli altri. Li incontri nel campus a passeggio sui viali, jeans, felpa e giubbotto, magari calzoncini corti nella bella stagione. Tra una lezione e l’altra li trovi ai tavolini della caffetteria. Li incroci a mensa, nei club studenteschi. O diretti alle residenze, con i sacchi della spesa. Sembrano distinguersi solo perché un po’ più avanti con gli anni. Devi entrare in aula con loro, per cogliere la vera differenza. Devi osservare che cosa succede quando il professore apre la discussione sul testo assegnato per quel giorno. La preparazione è impeccabile. La precisione è strabiliante. Senza guardare le fotocopie ricordano esattamente ciò che hanno letto. Ma se nelle prime lezioni chiedi di criticare l’autore, se spingi all’interpretazione personale, li metti in imbarazzo.
Comprendi allora che non sono studenti come gli altri. Ti spiegano: a dieci anni, per entrare nelle migliori scuole religiose, come la mitica Qarawiyyin di Fez, dovevano già conoscere il Corano a memoria. Per anni, da allora, la loro vita è stata apprendimento mnemonico, disciplina. Ora sono imam. Guide della comunità musulmana. Le loro famiglie sono orgogliose. Sono fieri di loro il Marocco e il suo re: Mohammed VI, comandante dei credenti.
Non sono studenti come gli altri, ma si trovano in questo campus universitario per diventarlo. A modo loro. Nel 2010, il ministro degli Affari religiosi marocchino, Ahmed Toufiq, siglò un accordo col rettore dell’università Al Akhawayn di Ifrane per l’istituzione di un corso di formazione per imam. In autunno arrivò il primo gruppo. Per tre anni gli imam studiano le religioni nella società contemporanea e l’islam globale. Autorità governative e accademiche hanno scommesso sulla compatibilità tra lo studio islamico tradizionale e il sapere occidentale. Uomini che dopo anni di scuola coranica hanno conseguito l’ijaza, titolo che consente l’accreditamento presso il ministero degli Affari religiosi, possono integrarsi in un’esperienza accademica all’americana. Gli imam che usciranno dal training saranno più forti, più completi: pronti per essere leader ovunque; a proprio agio a Meknes e a Montreal, a Casablanca e a Manchester.
Dopo tre anni, il progetto è ormai consolidato. Il governo del Mali ha firmato un accordo per inviare propri imam. Sembra che nelle scorse settimane anche la Tunisia abbia raggiunto un’intesa con le autorità marocchine. Al corso in scienze religiose, religious studies, disegnato per gli imam, s’iscrivono anche studenti americani e europei, che vengono qui soprattutto per l’islam. Connell Monette e Emilie Roy, rispettivamente direttore e professoressa nel programma, sono canadesi, con un solido percorso nordamericano nei religious studies. Il loro primo problema con gli imam è stato l’inglese, lingua ufficiale del corso. Ma la vera questione è più profonda. Dopo lunghi anni di madrassa, di scuola religiosa, gli imam che arrivano a Ifrane sono supini all’autorità del testo e dell’insegnante e hanno una testa divisa in due: esiste il sì e il no, il vero e il falso. L’islam è verità, il resto è ignoranza. Studiare l’islam secondo il metodo tradizionale fa bene; invece studiare qualsiasi altra cosa, soprattutto le altre religioni, fa male.
Monette, Roy e gli altri professori provano a spezzare la naturale resistenza dei loro studenti speciali senza minacciare la loro reverenza per l’islam. Lo studio critico della religione è proposto come un altro mondo che può aggiungersi a quello delle scuole coraniche. Il modello educativo dei religious studies di Al Akhawayn, scrivono Monette e Roy, «non è alternativo, ma di complemento» all’educazione tradizionale ricevuta nelle madrasse. Il banco di prova è lo studio della preghiera rituale musulmana, salât. Non si mette in discussione la verità islamica sul culto a Dio. Ma si usa il concetto di salât anche per definire in qualsiasi religione la ritualità, il comportamento esteriore, e si aiuta lo studente a familiarizzarsi con la categoria accademica di «rituale», cui non è più necessario applicare un giudizio di verità e falsità.
Il compito di professori e studenti è titanico. Si tratta di riconciliare due mondi straordinariamente diversi, fin nel paesaggio. Gli imam che hanno studiato a Fez sono cresciuti nella medina, con l’odore che sale dalle vasche in cui si conciano le pelli, i canti delle confraternite sufi, la ressa per le viuzze in cui si ammassano pezzi di carne e stoffe, datteri e ciambelle. È tutto diverso quassù a Ifrane, sul Medio Atlante, 1.600 metri di altezza, la Chamonix del Nord Africa. Struttura e vita del campus sono da università americana. Potresti scambiare il minareto della moschea per il campanile di Berkeley, se non fosse per la neve che ricopre i prati. I manifesti in bacheca pubblicizzano un corso di maquillage, la seduta settimanale di sensibilizzazione contro le molestie sessuali, la conferenza di Aicha Belarbi, ex ministro femminista venuta da Rabat. In un’aula della biblioteca, Jeremy Gunn sta preparando la proiezione serale del corso di cultura americana. Dalla Grace Kelly quacchera di Mezzogiorno di fuoco al predicatore di Furore, alla Madonna di Material Girl e alla Lady Gaga di Beautiful, Dirty, Rich.
Per gli imam paga il governo, ma costa caro iscriversi in questa università, in cui i rampolli del Marocco benestante studiano ingegneria, management e comunicazione, mentre gli studenti americani e europei vengono a imparare come si cammina sul filo di scambi e denaro che collega l’Occidente al mondo arabo. Gli imam si mischiano a studenti, come l’italiana Sofia, che hanno fretta di crescere e di riuscire.
Il collega Bouziane Zaid mi ha invitato nel suo corso di comunicazione e sviluppo, per parlare della teologia della liberazione. Racconto di Oscar Romero, di Desmond Tutu. Una studentessa di Liegi con il velo si stupisce che in tanti anni nelle scuole cattoliche del Belgio nessuno le abbia mai parlato di tutto ciò; si entusiasma al pensiero di un islam liberatore degli oppressi. Kenza Oumlil mi ha invitato nel suo corso di teoria dei media. Agli studenti interessa il business, nessuno vuol fare il giornalista: mestiere troppo mal pagato, troppo pericoloso. Non per questo si tirano indietro quando viene il momento delle domande.
Mi incalzano sui due Papi, sul rinnovamento della Chiesa, su ciò che ho dichiarato in proposito ad Al Jazeera un anno fa. Non ci sono imam in aula. Questi corsi non fanno parte del programma. Ma alla mia conferenza, la sera, una dozzina di loro è in sala. Parlo dell’uso della religione nella politica post moderna: faccio scorrere le immagini del Dalai Lama e di Tom Cruise, di Berlusconi e Gheddafi, dei manifesti svizzeri anti-minareto, delle musulmane in marcia a Parigi contro la laicità che vieta loro di indossare il velo a scuola, dei barbuti che a Londra inneggiano alla sharia che dominerà il mondo, debellando la democrazia.
Un imam, a fine conferenza, mi dice la sua passione per un islam politico, la sua determinazione nel costruire una religione di progresso. Gli imam di Al Akhawayn si preparano a diventare gli ambasciatori nel mondo dell’islam del Marocco. Non hanno dubbi che il loro sia il migliore islam possibile. Moderato ed energico, tradizionale e moderno. Non hanno velleità rivoluzionarie. Stanno con un ministero degli Affari religiosi impegnato a costruire un islam ufficiale, di credo asharita e di scuola malikita, sensibile al sufismo e alle tradizioni popolari.
Nella geopolitica globale, quest’islam d’ordine piace a molti, anche in Occidente. Quello che avviene sul campus, tuttavia, sfugge alle strategie e ai disegni. È grande politica, certo, ma anche, soprattutto, traiettorie individuali. Glorianna Pionati, psicologa italoamericana del campus, mi dice che i problemi sono simili per tutti: l’ossessione della verginità, la paura dell’omosessualità, i diversi modelli sociali e familiari che fanno l’individuo a pezzi. C’è l’imam che ha trovato qui la fidanzata, l’imam già sposato, quello che attende la scelta delle famiglie. C’è chi resterà in Marocco, chi sogna il Canada. C’è chi è a disagio per questa formazione e chi grazie ai corsi, mi dice Emilie Roy, «ha smesso di vedere l’islam come una bolla di astrazione teologica». Ci sono infine i tanti che hanno solo voglia di capire, di fare, che si preparano a percorrere le strade del mondo pensandola come Gunn: «Il problema non sta nelle religioni, ma in coloro che popolano le religioni».”

La quaresima di Radio Deejay

quaresimaScrive Diego di Radio Deejay (!):
“bentornata tra noi! So che non sei abituata ad essere notata, ma quest’anno prometto di considerarti per quel che meriti, un’occasione per alzare l’asticella. Da oggi cominciano i quaranta giorni (che ricordano gli anni di esodo degli ebrei, nel deserto, e i giorni di digiuno e tentazione di Gesù, prima che iniziasse a predicare) che precedono la Pasqua. La festa più importante dei cristiani. No? Beh, così dovrebbe essere! Da oggi iniziano giorni in cui poter, se non seguire i precetti del digiuno ecclesiastico e dell’astinenza dalla carne il venerdì, quantomeno rimettere in discussione le nostre priorità. Provare a riempirci un po’ meno di cibo – e di cose materiali in genere – ad ascoltare ciò che abbiamo dentro. E magari scoprire che molte frustrazioni, tristezze e malesseri, ci vengono solo come conseguenza del nostro vivere in modo vorace, e che non abbiamo un tempo infinito per accumulare piacere sulla terra,e che presto o tardi si tornerà ad esser cenere (che dà il nome a questo speciale mercoledì) per cui vale la pena di pensare a chi aspetta le nostre scuse, un nostro sorriso, o un’attenzione che non abbiamo mai concesso. E imparare – come recita un antico libro, il Qoelet – che c’è un tempo giusto per ogni cosa, e vivere bene il tempo del digiuno, porta a godere il tempo della festa. E se viviamo bene il tempo presente , arriveremo pronti al nostro tempo per morire. Altrimenti tutta la nostra vita è inutile. E il tempo del ravvedimento, che c’è nell’ebraismo, nell’islam, e in tutte le pratiche religiose, è l’unico modo per cambiare in meglio, per far morire in noi le cose brutte e farne nascere di belle; per diventare uomini e donne nuovi. Che poi, per chi ci crede, si esprime con il termine risorgere.
Bentornata attesa!
Diego”

C’è qualcuno?

Ancora per sorridere: la utilizzeremo in seconda per discutere. Sta spopolando su fb e può essere spunto per numerose riflessioni.

Elogio del secchione

secchioneSabato pomeriggio ho comprato tre libri. Uno di questi è “Centomila giornate di preghiera”, che ho iniziato stamattina. E’ un fumetto: ultimamente mi sto appassionando molto a questa forma letterario-artistica, soprattutto quando ha a che fare con la storia. Questo è sulla Cambogia, ma non mi soffermo su tale argomento. A pag. 13 ci sono queste parole: “Prendere dei bei voti è come stare assenti. Se non fai storie e te ne stai zitto e buono nessuno ha da ridire”. Quant’è vero, quant’è triste. Purtroppo ci sono classi in cui si instaura un regime di mediocrità scolastica: che cerca di tirarsi fuori è emarginato, isolato, preso in giro, messo in disparte. Per un gioco di parole chi pensa all’emersione è destinato all’emarginazione. La scorsa settimana in due classi ho fatto l’elogio del secchione. Sul vocabolario Treccani ho trovato: “alunno (e, nel femm. secchiona, alunna) che, anche senza avere capacità eccezionali, raggiunge tuttavia risultati discreti o addirittura buoni applicandosi allo studio con ostinata diligenza”. Ricordo che, quando frequentavo il liceo, nella mia classe c’era una ragazza dotatissima per la filosofia e un ragazzo dotatissimo per la matematica e la fisica. A loro non servivano tanti esercizi, non occorreva passare ore sulle pagine e sui quaderni: “Mi basta ascoltare il prof, poi vado a casa, leggo e sono pronta”. Che rabbia, che invidia! Io non ero così: a me servivano le ore, gli esercizi, la costanza, la perseveranza. Dovevo ricorrere a quella “ostinata diligenza”, certo con strappi e “trasgressioni”, ma quella era comunque la mia via. E lo è stata anche dopo, quando quei due compagni di liceo mi hanno detto che non bastava più quanto facevano al liceo per raggiungere le mete che si erano prefissati, quando ho visto mia moglie fare l’università, e il tirocinio, e la scuola di specializzazione, e il dottorato per arrivare là dove voleva arrivare. Determinazione, perseveranza, coraggio, ostinazione, sacrifici, forza d’animo, orgoglio (perché no?), caparbietà, resistenza… “Ostinata diligenza” non è una brutta cosa. E si può applicare in tutti i campi della vita.
E se volete farvi una risata andate qui.

Piazza Piazza

Ucraina mapHo appena letto due articoli molto interessanti sulla questione Ucraina e visto che non voglio traumatizzare nessuno (soprattutto per la lunghezza apparente del secondo) li metto in allegato come pdf. Il primo, decisamente più breve, è opera di Marcello Foa ed è comparso originariamente su Il Giornale ieri pomeriggio: la focalizzazione è sullo scontro Obama-Putin. Il secondo, più lungo, è un alto volo sulla crisi ucraina, quindi con una prospettiva più ampia. Va detto che è stato scritto il 22 febbraio, quindi non tiene conto, pur prospettandola, della crisi in Crimea. L’ho preso da Limes, che non ne è la fonte originaria, come si evince dall’allegato. L’autore è Dario Quintavalle. L’ho trovato molto piacevole e di facile lettura: dovete affrontarlo se desiderate capire il senso del titolo di questo post 😛

Crisi Ucraina, quello che non viene detto – Vatican Insider

Due o tre cose che so sull’Ucraina

Tu dormi e non pensare ai dubbi

Sul filone del post “Appuntamento con lei” della scorsa settimana, oggi mi soffermo su una vecchia canzone che Enrico Ruggeri ha scritto per Fiorella Mannoia. Parto dalla seconda strofa perché sintetizza quello che molte studentesse e studenti di prima affermano quando parlano di cosa sia importante per loro nell’amore: il saper comunicare, il dirsi le cose, il rimanere innamorati con gli occhi dei primi istanti… “Ma se domani io mi accorgessi che ci stiamo sopportando e capissi che non stiamo più parlando ti guardassi e non ti conoscessi più”. Ruggeri elenca i rischi di una relazione stantia, appiattita sulla routine e sull’abitudine e propone la sua ricetta: “io dipingerei di colori i muri e stelle sul soffitto, ti direi le cose che non ho mai detto, che pericolo la quotidianità e la tranquillità”. Nella prima strofa si era anche ipotizzato che tale amore potesse finire: “Se una mattina io mi accorgessi che con l’alba sei partito con le tue valigie verso un’altra vita”. Cosa succederebbe? Forse in molti se lo chiedono. Ruggeri risponde. “riempirei di meraviglia la città, ma forse dopo un po’ prenderei ad organizzarmi l’esistenza, mi convincerei che posso fare senza, chiamerei gli amici con curiosità e me ne andrei da qua. Cambierei tutte le opinioni e brucerei le foto con nuove convinzioni mi condizionerei, forse ringiovanirei e comunque ne uscirei, non so quando, non so come”. Mi viene in mente la risposta che ho dato l’altro giorno ad una alunna sul “mal d’amore” e in cui avevo tirato dentro il Dottor Tempo che riesce a sanare le ferite; anche nella canzone c’è la fiducia, c’è la speranza, non ben definite, certo, ma ci sono. Eppure non è sempre così facile vederle, soprattutto quando si hanno 15 anni e un rapporto che entra in crisi o una storia che finisce fanno oscurare il cielo con le nubi più cupe e pare che il sole non debba sorgere più.

Le parole finali della canzone mi riportano a una delle cose per me più importanti nella coppia: la fiducia, senza la quale non sarei in grado di amare. “Tu dormi e non pensare ai dubbi dell’amore ogni stupido timore è la prova che ti do e rimango e ti cerco”.

Kurt, Marilyn, Lenny, Giona

Per me uno dei vantaggi più grandi della rete è la possibilità di ascoltare tutta la musica che voglio. Quando avevo 15 anni non era facile sperimentare nuovi ascolti: potevo solo contare sul giro di amici o piazzarmi con la radio o mtv accese e sperare che passasse qualcosa di interessante. Di certo non potevo permettermi di comprare un vinile o un cd per il gusto di provare: andavo sul sicuro, sulla musica preferita. Oggi sicuramente manca un po’ di affezione agli ascolti, sicuramente si ascolta un disco meno volte, ma si può facilmente sperimentare ed è una delle cose che preferisco fare mentre lavoro a casa. In questi giorni sto ascoltando Brunori Sas con il suo Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi. Questa sera ho ascoltato più volte il brano “Kurt Cobain”: con un titolo del genere non poteva non attirarmi… (tra l’altro quest’anno sono 20 anni che il cantante dei Nirvana non c’è più). Nel ritornello vengono citati Kurt Cobain e Marilyn Monroe, due persone la cui morte è avvolta nel mistero (più o meno montato) e su cui vi è l’ombra del suicidio. Il tema centrale qui è l’insensatezza del successo, la fatica dell’essere sotto i riflettori e di non poter mai spegnerli o abbassarne l’intensità, la falsa sensazione di essere amati da tutti mentre in realtà si è soli: “Ma chiedilo a Kurt Cobain come ci si sente a stare sopra a un piedistallo e a non cadere, chiedilo a Marilyn quanto l’apparenza inganna e quanto ci si può sentire soli e non provare più niente e non avere più niente da dire”. Parole dure che mi portano alla mente “Circus” di Lenny Kravitz, in cui lui si ribella al circo mediatico e al turbine del successo: “che tipo di circo è questo? ma che genere di clown siamo? quando c’è l’ultimo spettacolo? cosa posso fare per liberarmi?”.
Nelle strofe di Brunori ci sono le similitudini: vivere è come volare, come nuotare, come sognare. Ma il senso della canzone non è così semplice e immediato, almeno per me. Nella prima strofa c’è qualcuno che è in difficoltà, che si sente un recipiente senza contenuto, che non si sente protagonista della propria vita, che si sente proprio in fondo alla “classifica” umana; un giorno può succedere che desideri capire se questo sia vero oppure no (“un giorno qualunque ti viene la voglia di andare a vedere, di andare a scoprire se è vero che non sei soltanto una scatola vuota o l’ultima ruota del carro più grande che c’è”). La terribile possibilità del togliersi la vita si legge sia nei riferimenti del ritornello, sia nelle parole “non si può ignorare la voce che dice che oltre le stelle c’è un posto migliore” o “d’altronde non si può tacere la voce che dice che in fondo a quel mare c’è un mondo migliore”. Ma è proprio in fondo alla seconda strofa che si può trovare altro, quello che voglio leggere come un’alternativa: “proprio quel giorno ti viene la voglia di andare a vedere, di andare a scoprire se è vero che il senso profondo di tutte le cose lo puoi ritrovare soltanto guardandoti in fondo”. Conoscersi, sapersi leggere, dare voce alle proprie emozioni, ascoltare i propri pensieri, con sincerità e schiettezza, con serietà e benevolenza, andando dai voli più alti alle profondità più oscure. Lo stesso Brunori afferma: “Il pezzo richiama la necessità di andare “dietro le quinte”, di osservare l’altalena fra profondità e superficie. Addormentarsi felici o soffrire per restare svegli?”.
In sottofondo riecheggiano le parole di Marilyn Monroe: “Una volta celebri, sapete, potete leggere cose sul vostro conto, le idee di qualcun altro su di voi; ma ciò che conta — per sopravvivere, per affrontare giorno per giorno ciò che vi capita — è quel che pensate di voi stessi.”
Infine mi stacco dalla canzone con un personaggio biblico che mi è venuto in mente durante l’ascolto: Giona (di nuovo! Ne avevo scritto poco tempo fa qui). Dal ventre del pesce che l’ha inghiottito si rivolge a Dio e prega così: “Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, l’abisso mi ha avvolto, l’alga si è avvinta al mio capo. Sono sceso alle radici dei monti, la terra ha chiuso le sue spranghe dietro a me per sempre. Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, Signore mio Dio. Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore. La mia preghiera è giunta fino a te, fino alla tua santa dimora. Quelli che onorano vane nullità abbandonano il loro amore.” (2, 6-9).

Tetris

tetrisPer sorridere un po’

Rete che ingabbia, rete che salva

connessiPubblico un’intervista molto interessante pubblicata di Fabio Chiusi su Weird. La leggeremo in prima a proposito delle relazioni ai tempi della rete.
“È terribilmente difficile parlare della realtà sociale dei “ragazzi connessi” senza cadere in stereotipi e banalizzazioni. Con il suo volume ‘It’s Complicated. The Social Lives of Networked Teens’, come raccontato nella recensione di Wired.it, la ricercatrice danah boyd – rigorosamente minuscolo – ci è riuscita egregiamente. E tuttavia nel libro, è naturale, manca uno sguardo su come i dati e gli argomenti da lei prodotti si traducano nel contesto italiano. boyd lo spiega durante una conversazione via Skype, a partire dal nucleo centrale della sua riflessione, e dalle sue conseguenze.
boyd, perché è così complicato rendersi conto che le questioni di cui parla nel libro sono complicate?
Uno dei problemi è che le persone si abbandonano agli estremismi molto facilmente, specie quando c’è di mezzo la tecnologia: l’idea, sentita negli ultimi 30 anni, che si tratti di una cosa meravigliosa che risolverà tutti i problemi o che all’opposto li causa tutti. Il risultato è che le persone che le usano non riescono a comprendere la complessità che le nuove tecnologie hanno reso visibile. Mettiamo per un attimo da parte le questioni riguardanti gli adolescenti, e pensiamo per esempio alla retorica sulle rivoluzioni.
O sulla democrazia digitale. È lo stesso: molte petizioni di principio sugli effetti di Internet sulla partecipazione e le forme democratiche, molte meno analisi concrete su come singoli strumenti abbiano impattato sui processi democratici di singole comunità.
Esatto. Come per le vite dei giovani: questioni complicate, dove non sempre ci sono conclusioni nette. Molti ragazzi stanno bene, alcuni no. Il punto è che non ha niente a che fare con la tecnologia. Alcuni ragazzi stanno soffrendo davvero: come possiamo usare strumenti tecnologici per aiutarli? Come possiamo usarli per rendere i problemi visibili e comprenderli? Vorrei solo che ci si fermasse un attimo, e ci si pensasse.
Non sta semplicemente dicendo che la tecnologia è neutrale, quindi?
Lo si può vedere nelle tecnologie provenienti dagli Stati Uniti: molte riflettono valori, norme, aspettative statunitensi. Per questo è così difficile un dibattito su questi temi in America. E non è solo una questione che cambia da Paese a Paese: ci sono considerazioni di genere, etnia, classe sociale. I nostri valori vengono incorporati nelle tecnologie, noi le modelliamo e loro modellano noi. E dunque nel libro ho cercato di mostrare quali siano le caratteristiche, le proprietà di queste tecnologie che cambiano le cose.
Per esempio?
Gran parte delle tecnologie ‘social’ più diffuse assume la persistenza. Che quel che si dice resta. Ed è fantastico, perfino necessario per alcune conversazioni, e l’architettura di molti di questi strumenti ci si affida per il loro stesso funzionamento. Ma allo stesso tempo ciò crea nuove complicazioni quando le parole che hai scritto sei, nove, dodici mesi fa, o perfino oltre, restano in circolazione e stai cercando di contrattare il fatto che le tue idee sono cambiate. Si possono scrivere cose di cui ci pentiamo. O pensiamo alla diffusione: se dici una cosa davvero imbarazzante o stupida a scuola, il numero di persone che può averlo testimoniato è relativamente limitato; se lo fai online, e ciò che dici attira l’attenzione di altre persone, all’improvviso ti ritrovi con milioni di testimoni.
C’è un effetto delle caratteristiche dei social media sui problemi di cui parla?
C’è qualcosa di nuovo, ma cambia più il risultato che le dinamiche di fondo di quei problemi. Il punto è che siamo così ossessionati dalle nuove tecnologie che finiamo per ignorare quelle dinamiche di fondo. Invece dovremmo concentrarci su come aiutare le persone, piuttosto che sul nutrire paure e reprimere le tecnologie.
Cosa pensa dell’idea, apparsa anche in Italia, di chiudere un social network perché alcuni dei suoi utenti lo usano per compiere gesti di cyber-bullismo? Servono nuove leggi per l’hate speech in rete?
Alla politica spesso non importa risolvere i problemi, ma far sembrare che si stia facendo qualcosa per risolverli. E a me piacciono le persone che risolvono i problemi, non quelle che sembrano risolverli. Per esempio: il cyberbullismo. Si parla molto delle cattiverie. La mia prima reazione è sempre: beh, forse smettere di essere cattivi l’uno con l’altro aiuterebbe. Se si tratta di affrontare crudeltà e cattiverie tra i ragazzi, parlare di tecnologia non farà sparire il problema. Semplicemente, riapparirà in un altro luogo.
Che fare?
Bisogna comprendere le dinamiche di fondo di ciò che sta succedendo. E sono dinamiche intricate: hanno a che fare con lo status nel proprio gruppo sociale di riferimento, con i problemi a casa. Ciò che si scopre è infatti che molto spesso i bulli hanno difficoltà in famiglia, soffrono di alcolismo o dipendenze, di problemi di salute mentale, hanno subito abusi in passato. Per questo la mia prima reazione quando si parla di questi ragazzi è: cosa è successo? Cosa hanno passato? E sappiamo affrontare quelle situazioni pregresse? Molto spesso no. Per questo la reazione è di incolpare gli strumenti che le hanno rese visibili, anche se il bullismo appare molto più di frequente a scuola. E non sento la politica dire: diamo la colpa alla scuola!
Nel libro esplora anche le conseguenze nefaste in termini di policy-making derivanti dall’adottare una visione centrata su Internet del problema. E dice chiaramente che serve una maggiore educazione alla comprensione dei problemi reali sollevati a partire dall’uso delle nuove tecnologie. Può dare qualche suggerimento ai docenti e genitori che ci leggono?
C’è bisogno di alfabetizzazione all’uso dei media. Una alfabetizzazione critica. Non è una questione che riguarda solo la tecnologia, ma l’essere capaci di consumare i contenuti che produciamo da un punto di vista critico. Non si può pensare che siccome i ragazzi guardano MTV allora capiscono i media. È ridicolo, non l’avremmo mai detto negli anni 80. E allora perché lo diciamo oggi?
Per i social media, dice. La retorica dei «nativi digitali», che lei contesta.
I ragazzi possono essere abili nell’usarli a scopi di socializzazione o per divertirsi, ma non necessariamente comprendono come queste tecnologie siano costruite: un problema che sta diventando sempre più importante con l’era dei dati – e non ci stiamo equipaggiando affatto per avere a che fare coi dati. E non è solo una questione di privacy. Voglio dire: cos’è un algoritmo? Come è fatto? Come sceglie quali contenuti sarai in grado di vedere e quali non sarai in grado di vedere? Come decide se un curriculum inviato per un’offerta di lavoro verrà guardato o no? Una alfabetizzazione algoritmica di base è molto importante, e la maggioranza dei docenti non la possiede. Ecco perché è una questione che riguarda tutta la società, non solo i ragazzi. Il mio Paese, gli Stati Uniti, e il vostro sono ossessionati dall’educazione formale. Ma ci sono molte forme di apprendimento che avvengono in canali informali. Buona parte riguarda le interazioni sociali. E una delle cose che ritengo davvero importanti è comprendere quanto valore abbiano le interazioni sociali per imparare a comprendere la realtà.
Quali differenze ci sono tra il contesto in cui vivono i giovani statunitensi e quelli italiani?
C’è una grossa differenza: nel vostro Paese i giovani escono ancora di casa. Possono gironzolare liberamente. Possono fare capannello nella piazza del paese senza che nessuno li sgridi. Tutto questo non è più vero nel mio Paese. E il risultato è che ciò che si vede sui social media negli Stati Uniti è molto di più la trasposizione di quel gironzolare che voi vedete offline, nei luoghi di incontro pubblici. I nostri ragazzi non hanno il tipo di mobilità che voi date per acquisita.
Il che è congruente con il contesto più ampio del dibattito internettiano e non di questi anni: dal Datagate, all’aumento costante del numero di telecamere di videosorveglianza – accettato acriticamente o quasi anche in Italia. Il che non fa che perpetuare e alimentare la cultura del terrore di cui parla nel libro, e che ha l’effetto di radicalizzarci, farci concepire la rete come la salvezza o la condanna dell’umanità.
E dire che nel vostro Paese e nel vostro Continente la sorveglianza ha una lunga e spiacevole storia: pensiamo per un attimo agli anni 40. Sono sempre stupita quando vedo i Paesi europei imboccare questa strada. Hanno visto a cosa conduce. Per l’Italia non posso fare a meno di pensare agli scritti di Italo Calvino, a come ne avesse previsto le conseguenze logiche. Sono sorpresa gli italiani la accettino.”

De revolutionibus

rivoluzione-ai-miei-figli1Rivoluzione in Ucraina, rivoluzione in Siria, rivoluzione in Egitto, rivoluzione in Venezuela. Sui social network qualcuno scrive: “E da noi quando?”. Ecco un articolo per gli alunni più “grandicelli” sulla rivoluzione, scritto da Massimo Carlo Giannini per le pagine culturali di Treccani.
“Nei titoli di testa di uno fra i più bei film di Sergio Leone, Giù la testa! (1971), ambientato durante la rivoluzione in Messico nel 1913, compare un aforisma tratto dal Libretto rosso di Mao Zedong: «La Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo […]. La Rivoluzione è un atto di violenza» . Sarebbe interessante sapere se tutti coloro che in Italia, sempre più spesso, evocano la rivoluzione abbiano mai letto quelle parole o almeno visto quel film. E se politici, giornalisti e blogger che commentano quei discorsi abbiano in gioventù scandito slogan inneggianti alla “rivoluzione”, russa, cinese o cubana che fosse.
Peraltro questa parola non ha sempre avuto il significato che comunemente le attribuiamo: nel XVII secolo esso deriva dal linguaggio dell’astronomia, ove indica il moto di corpo celeste intorno al suo centro di gravitazione (ad esempio quella della Terra intorno al Sole). Allora indicava un cambiamento dei vertici dello Stato che, al pari del moto degli astri, rientrava in qualche modo nell’ordine naturale delle cose. È la Rivoluzione francese (1789) per prima a presentare sé stessa come una rottura radicale dell’ordine politico e sociale tradizionale, quello dell’antico regime.
Nel caso italiano molti ricordano “Mani pulite” e l’implosione del sistema dei partiti che avevano edificato la Repubblica italiana (1992-93). Nell’immaginario collettivo di quegli anni le inchieste della magistratura sul mondo politico e i processi presso il Tribunale di Milano, trasmessi dalle televisioni, costituivano una sorta di palingenesi, se non un surrogato della rivoluzione, auspicata o temuta, a seconda dei punti di vista.
Il vocabolo oggi è fra i più usati: non vi è imprenditore, amministratore pubblico, esperto di nuove tecnologie o del web, che non prometta mensilmente una rivoluzione (“culturale”) prossima ventura. In tale apparente trionfo dell’idea di rivoluzione si avverte però un che di posticcio, plasticamente esemplificato dall’immagine del leader di una protesta di piazza contro il sistema, che si allontana a bordo di una Jaguar.
Questo divorzio fra discorsi e fatti trova una spiegazione nell’elemento generazionale: le persone che compongono il ceto politico e il mondo dei mass-media dell’Italia odierna si sono formate per lo più negli anni Sessanta, Settanta e, in parte, Ottanta del XX secolo, allorché la rivoluzione apparteneva all’orizzonte degli ideali politici reali o considerati realizzabili. In un’epoca in cui si poteva teorizzare la costruzione di sistemi economici e politici radicalmente opposti all’economia di mercato e alla democrazia liberale. Ed esistevano paesi che si autodefinivano del “socialismo realizzato” attraverso la rivoluzione del proletariato (anche se non era certo così).
Il prestigio diffuso della parola rivoluzione è provato anche dal fatto che, nel corso degli anni Ottanta, le politiche di drastica riduzione dell’intervento pubblico nell’economia da parte dei governi di Margaret Thatcher in Gran Bretagna (1979-90) e di Ronald Reagan negli Stati Uniti (1981-89) furono spesso etichettate, da sostenitori e detrattori, con l’espressione “rivoluzione neo-liberista”.
Quando – a partire da metà degli anni Novanta – quella generazione è arrivata in Italia a occupare posti di potere, la rivoluzione è entrata a far parte del lessico pubblico, ma depotenziata e depurata. Priva di ogni addentellato con la possibilità e la volontà di pensarla e attuarla, essa è diventata sinonimo di cambiamento, nel contesto dell’eterna transizione della politica italiana verso riforme sempre promesse e mai realizzate.
Forse basterebbe guardare al di fuori dei nostri confini, per accorgerci che i drammatici avvenimenti in corso in Nord Africa o in Ucraina sono essi sì rivoluzionari (nel bene e nel male). E con il loro bagaglio di speranza e desiderio di riscatto, ma anche di morti e guerre civili, ci fanno vedere che, nel mondo reale, ogni rivoluzione «non è un pranzo di gala».”

Appuntamento con lei

corteggiamento-classicoL’abbiamo letto stamattina in una prima, un articoletto simpatico e dall’inizio furbo che ho trovato qui. A scriverlo è Jarrid Wilson, “un marito, un pastore, un autore, un blogger. E ha fatto una confessione che sta facendo discutere molto.”
«Ho una confessione da fare: Mi sto incontrando con una persona anche se sono sposato.
Lei è una ragazza incredibile. E’ bella, intelligente, astuta, forte e ha un’immensa fede in Dio . Mi piace portarla fuori a cena, andare al cinema, a teatro, e dirle sempre quanto è bella. Non riesco a ricordare l’ultima volta in cui sono rimasto arrabbiato con lei per più di cinque minuti, e il suo sorriso sembra sempre illuminare la mia giornata indipendentemente dalle circostanze.
A volte mi viene a trovare a lavoro senza preavviso, mi cucina cose deliziose. Non riesco a credere quanto sono fortunato ad essere uscire con qualcuno così, anche se sono sposato. Vi incoraggio a provare e vedere come può diventare la vostra vita .
Oh! Vi ho già detto che la donna con cui sto uscendo è mia moglie? Che cosa vi aspettavate?
Solo perché siete sposati, non significa che i vostri appuntamenti debbano finire.
Ho bisogno di continuare a uscire con mia moglie anche se siamo sposati. Non dovrei smettere di corteggiarla solo perché entrambi abbiamo detto “Lo voglio”. Troppe volte vedo rapporti che smettono di crescere perché la gente smette di prendere l’iniziativa e di riempire di attenzioni il partner.
L’appuntamento è un momento in cui si conosce qualcuno in un modo speciale e unico. Perché smettere? Non si dovrebbe. Quelle farfalle nello stomaco del primo appuntamento non devono svanire solo perché gli anni sono passati. Svegliarsi ogni giorno e corteggiare il coniuge come se foste ancora ai primi appuntamenti. Se lo farete, vedrete un drastico cambiamento in meglio nel vostro rapporto .
La chiave in ogni rapporto è la comunicazione e l’azione di costante ricerca. Nessuno vuole stare con qualcuno che non tiene a queste cose con tutto il cuore .
Vi incoraggio a dare appuntamenti al vostro coniuge, impegnarvi con tutto il cuore, e capire che tutto ciò non dovrebbe finire solo perché avete detto: “Lo voglio”.»

Tra Il Capitale e il Corano

coranoPubblico un articolo interessante e curioso di Samim Akgönül preso da Osservatorio Iraq. L’articolo è originariamente apparso su OrientXXI.
«Si può essere marxista e musulmano? Sì, affermano i membri del movimento Anti-Kapitalist Müslümanlar (musulmani anticapitalisti) che vedono nell’islam uno dei pilastri del loro impegno. Nel suo nome, si oppongono al Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) al potere.
La questione è antica nel cristianesimo: Cristo e gli apostoli possedevano beni di loro proprietà? Nel suo romanzo Il nome della rosa, Umberto Eco mette in scena dei monaci che discutono per decidere se Gesù era proprietario della tunica che portava al momento della sua crocifissione. Questa domanda può sembrare assurda, ma esprime il divario tra due visioni d’organizzazione della società: quella di individui che interagiscono più o meno liberamente, e quella di una comunità in cui l’individuo può esistere solo come parte di un gruppo. Tutte le religioni e tutte le ideologie, del resto, sono fondate sull’idea di comunità. Nella Lettera ai Galati 3:28, Paolo di Tarso afferma: “Non c’è più né ebreo né greco, non c’è più né schiavo né libero, non c’è più né uomo né donna; poiché tutti voi siete uno in Gesù Cristo”.
Gli risponde la sura 7 Al-Araf, versetto 158: “O uomini! Io sono per voi tutti il messaggero di Allah, al quale appartiene la sovranità dei cieli e della terra”.
Il carattere collettivo dei beni era stato poco considerato nell’islam popolare turco. Quest’ultimo è stato relegato in secondo piano dalla fondazione della Repubblica nel 1923, od oppresso poiché considerato simbolo di arretratezza. È stato sostituito da un islam normativo centralizzato e soprattutto nazionalizzato, trasformato in strumento di costruzione nazionale sotto il controllo rigoroso dello Stato. Ma da quando l’islam politico è al potere, e soprattutto dopo l’emergere di una generazione di musulmani intellettuali urbani, l’islam politico ha perso il suo carattere monolitico e si è dotato di diverse tendenze opposte. Uno degli esempi più sorprendenti di questa molteplicità è l’emergere di un gruppo di giovani musulmani che si oppongono duramente al partito al potere, il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP), principale rappresentante dell’islam politico in Turchia. Questi musulmani anticapitalisti İhsan Eliaçıkrimproverano al potere islamista di essere più capitalista… che islamico. L’Anti-Kapitalist Müslümanlar è organizzato attorno alla figura di İhsan Eliaçık, un intellettuale iconoclasta che ha dedicato la sua vita alla necessaria “rinascita islamica”. Diventato scrittore ed editore dopo l’abbandono dei suoi studi di teologia, ha redatto una ventina di libri sull’idea di un islam sociale e solidale. E la sua casa editrice Inșa Kültürevi (“casa culturale di costruzione”), installata in uno dei quartieri più “islamisti” di Istanbul, Fatih, è diventata la piattaforma intellettuale “dell’islam rivoluzionario”, titolo di uno dei lavori di Eliaçık. I musulmani anticapitalisti sono spesso giovani provenienti dalle fasce popolari, politicizzati all’università, vicini alle idee marxiste ma che continuano a definirsi musulmani. La conciliazione tra un’appartenenza marxista ed un’appartenenza musulmana convinta avviene attraverso una serie di principi islamici interpretati come fondamenta di una posizione solidale, sociale, socialista e soprattutto anticapitalista.
Come fonti, due pilastri: il Corano ed Il Capitale. Ad esempio, il versetto 39 della sura An-Najm, (“la stella”) recita: “e in verità, l’uomo non ottiene che (il frutto) dei suoi sforzi” viene interpretato come un versetto favorevole ai proletari.
O anche, il versetto 7 della sura 59 Al-Hasr (“l’esodo”) – “(i beni) degli abitanti delle città, che Allah ha concesso senza combattere al Suo Messaggero, appartengono ad Allah, al Messaggero, ai parenti stretti, agli orfani, ai bisognosi e al viaggiatore in emergenza, affinché ciò non circoli solo tra i ricchi” – è, secondo i musulmani anticapitalisti, la prova della necessità della condivisione.
Questo gruppo non si oppone soltanto al capitalismo del AKP. E’ d’accordo su molti punti con gli altri movimenti politici della sinistra socialista e/o liberale. La sua presenza nel movimento di Gezi del giugno 2013 era evidente, soprattutto durante le preghiere del venerdì nel centro della “comune di Gezi” o quando hanno organizzato “le rotture del digiuno” (Yeryüzü iftarı), in strada, decisamente in contrasto con il fasto degli iftar dei politici e dell’alta borghesia. I musulmani anticapitalisti sono anche multiculturalisti, al contrario dei nazionalisti turchi. Difendono una Turchia diversa, basandosi sulla sura 30 Ar-Rum (“i Romani”), versetto 22: “E tra i suoi segni è la creazione dei cieli e della terra e la varietà delle vostre lingue e dei vostri colori”.
Contemporaneamente, optano per una soluzione pacifica della questione curda, dilemma principale della società turca dalla fondazione della Repubblica.
Infine, una particolarità considerevole dei musulmani anticapitalisti, rispetto ad altri movimenti generati dal panorama islamista, è il loro approccio umanistico alle questioni di genere e di sessualità. Forniscono un certo sostegno – timido ed indiretto – ai diritti delle donne e della comunità LGBT (lesbiche gay bisex transessuali). Ad esempio nel 2013, in occasione del processo degli assassini di un giovane omosessuale a Diyarbakir da parte di suo padre e dei suoi due zii avvenuto nel febbraio 2012, i musulmani anticapitalisti hanno dichiarato pubblicamente il loro sostegno alla condanna, poiché secondo il Corano “assassinare una persona è assassinare tutta l’umanità” e “il sistema capitalista crea oppressori che escludono ogni differenza, comprese le tendenze sessuali”.
Così, benché questo gruppo resti ancora marginale per numero dei militanti, il suo atteggiamento è pragmatico e destinato ad intensificare la sua presa. Si tratta di una discussione allo stesso tempo interna al mondo musulmano ma anche globale, parte di una critica sociale che supera di gran lunga la disputa religiosa.»

Come si fanno i papà

In questi anni mi è capitato di raccogliere i racconti di studentesse e studenti (una grande minoranza, per fortuna) che avevano la necessità di sfogarsi per la mancanza di qualcosa che ritenevano fondamentale, anzi, per la verità di qualcuno per loro essenziale: una figura genitoriale significativa, un adulto di riferimento, una madre, un padre nei quali potersi rispecchiare, dai quali essere riconosciuti, apprezzati, amati, ascoltati, rimproverati, abbracciati. Una delle canzoni più famose di Stromae, Papaoutai, afferma: “Tutti lo sanno come si fanno i bambini, ma nessuno sa come si fanno i papà”. Il video è dolorosamente bello: un ragazzo si confronta con un padre presente solo fisicamente. Il padre non parla, non si muove, non interagisce come fanno invece i genitori degli altri ragazzi e che il figlio invidia: solo nei suoi sogni ballano insieme. La conclusione è angosciante: il figlio si identifica con l’unica cosa che ha imparato dal padre e si mette immobile davanti alla tv con lo stesso sguardo perso ed ebete del genitore.

Dites-moi d’où il vient Enfin je serais où je vais
Maman dis que lorsqu’on cherche bien On finit toujours par trouver
Elle dit qu’il n’est jamais très loin Qu’il part très souvent travailler
Maman dit travailler c’est bien Bien mieux qu’être mal accompagné
Pas vrai? Où est ton papa? Dis moi où est ton papa!
Sans même devoir lui parler, Il sait ce qu’il ne va pas.
Hein sacré papa! Dis moi où es-tu caché!
Ça doit…
Faire au moins mille fois que j’ai Compté mes doigts Hé!
[REFRAIN]
Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai?
Outai outai où papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai?
Où t’es? Papaoutai? Outai outai où papaoutai?
[COUPLET 2]
Quoi, qu’on y croit ou pas Y aura bien un jour où on y croira plus
Un jour où l’autre on sera tous papa Et d’un jour à l’autre on aura disparu
Serons-nous détestable? Serons-nous admirable? Des géniteurs ou des génies?
Dites nous qui donnait Sans soucis responsable!
Ah dites nous qui diar Tout le monde sait Comment on fait des bébés
Mais personne sait Comment on fait des papas
Monsieur j’sais tout On aurait hérité, c’est ça.
Trop d’sucer d’son pouce ou quoi? Dites nous où s’est caché, Ça doit…
Faire au moins mille fois qu’on a bouffé nos doigts Hé!
[REFRAIN]
Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai?
Outai outai où papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai?
Où t’es? Papaoutai? Outai outai où papaoutai? Où est ton papa?
Dis moi où est ton papa! Sans même devoir lui parler, Il sait ce qu’il ne va pas.
Hein sacré papa! Dis moi où es-tu caché! Ça doit…
Faire au moins mille fois que j’ai Compté mes doigts Hé!
Où est ton papa? Dis moi où est ton papa!
Sans même devoir lui parler, Il sait ce qu’il ne va pas.
Hein sacré papa! Dis moi où es-tu caché! Ça doit…
Faire au moins mille fois que j’ai Compté mes doigts Hé!

Il volo di Chagall

compleanno«“Cosa c’è?”. Mi lasci entrare in fretta e sgrani gli occhi. “Da dove arrivi?”.
“Pensi forse che, avendo dei pacchetti, stia tornando dalla stazione? Indovina che giorno è oggi?”.
“Fammi una domanda più facile. Io non so mai che giorno sia oggi”.
“Ebbene, oggi è il giorno del tuo compleanno!”.
Sei rimasto a bocca aperta. Se ti avessi annunciato l’arrivo dello zar nella nostra città non avresti potuto essere più stupefatto.
“Come hai fatto a saperlo?”.
Io estraggo velocemente dai pacchetti i miei scialli multicolori e li appendo al muro. Ne metto uno sul tavolo, stendo il copriletto sulla tua cuccetta. E tu… Tu ti volti, frughi fra le tue tele, ne scegli una, raddrizzi il cavalletto.
“Non ti muovere. Resta ferma dove sei…”.
Ho ancora i fiori tra le mani. Non so dove metterli. Vorrei immergerli nell’acqua. Potrebbero appassire. Ma, ben presto, me ne dimentico.
Ti sei gettato sulla tela, che trema fra le tue mani. Premi i colori dai tubetti e intingi i pennelli: rosso, bianco, nero, blu. E mi trascini nel torrente dei colori. Ad un tratto, mi sollevi da terra, e tu stesso prendi slancio con un piede, come se la stanzetta fosse troppo angusta per te. T’innalzi e ti distendi, fluttuando fino al soffitto. La tua testa gira intorno alla mia. Sfiori le mie orecchie sussurrando qualcosa…
Ascolto la melodia della tua voce dolce e grave. Perfino nei tuoi occhi intendo quel canto e tutti e due insieme, lentamente, ci solleviamo sulla camera adorna e ci involiamo. Arriviamo alla finestra e vogliamo attraversarla.
Fuori ci chiamano le nuvole e il cielo blu. I muri con tutti i miei scialli variopinti girano intorno a noi e ci fanno girare la testa. Ora voliamo abbracciati nel cielo e i campi di fiori, le case, i tetti, i cortili e la chiese sembrano galleggiare sotto di noi…
“Ti piace il mio quadro?”. Ecco che torni improvvisamente sulla terra.
Guardi la tua tela, mi guardi. Ti allontani dal cavalletto, ti riavvicini.
“C’è ancora molto da fare? Non potresti lasciarlo così? Dove puoi ancora ritoccarlo?”. Parli con te stesso. Aspetti e hai paura di ciò che andrò a dire.
“Oh! E’ bello. E’ bello come ti sei involato… Lo chiameremo ‘Il Compleanno’!”.
Il tuo cuore si placa.
“Tornerai domani? Prenderò un’altra tela e ci involeremo…”.»
(Bella Chagall, nel Diario sentimentale, descive la genesi del dipinto Il Compleanno di Marc Chagall)
Questa la fonte.

Nonostante

s21Ho letto diversi libri e visto diversi film e ascoltato varie testimonianze sui lager nazisti, sui gulag comunisti, sui centri di sterminio cambogiani. Eppure di tanto in tanto compro qualche altro libro e leggo ancora, voglio sapere, voglio conoscere, nonostante mi venga la nausea, nonostante mi faccia star male, nonostante mi venga la voglia di chiudere quelle pagine e pensare ad altro. Oggi ho capito il motivo che sento dentro e a cui fino ad ora non sono riuscito a dare voce, e l’ho trovato proprio in uno di quei libri. Stamattina ho approfittato della bella giornata di sole e mi sono mosso a piedi verso la succursale della mia scuola, quella più distante; essendo, come al mio solito, in anticipo, mi sono infilato in libreria. Ne sono uscito pahncon in mano “L’eliminazione” di Rithy Panh, regista di un film che a volte faccio vedere nelle quinte (“S21. La macchina di morte dei khmer rossi”, 2007). A pag. 25 scrive: “Dunque ho resistito. E’ per questo che la fine di Primo Levi mi amareggia e mi disturba – sì, la parola può sorprendere ma è la verità. L’idea di quest’uomo, sopravvissuto alla deportazione, autore di un grande libro, Se questo è un uomo, senza dimenticare La tregua e Il sistema periodico, che cinquant’anni dopo si butta dalle scale… E’ come se gli aguzzini l’avessero avuta vinta, malgrado l’amore e malgrado i libri. La loro mano ha attraversato il tempo per completare la distruzione, che continua. La fine di Primo Levi mi spaventa.”
Sono parole che mi hanno colpito e che mi hanno fatto pensare che uno dei modi che ho a disposizione per cercare di arginare quella continua distruzione è obbligarmi ad ascoltare, a leggere le parole di chi ha visto e vissuto: nonostante mi venga la nausea, nonostante mi faccia star male, nonostante mi venga la voglia di chiudere quelle pagine e pensare ad altro. No, voglio pensare proprio a quello.

Il calore del porcospino

riccio1L’altroieri era il compleanno di Schopenhauer, nato a Danzica il 22 febbraio 1788. Ma era anche il compleanno di Chicco, il più caro amico dei tempi del liceo, un’amicizia fatta di vicinanze e distanze fisiche, uno di quei rapporti dove basta un attimo per ritrovare la sintonia e il ritmo comuni.
Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.
Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere. A colui che non mantiene quella distanza, si dice in Inghilterra: keep your distance! − Con essa il bisogno del calore reciproco è soddisfatto in modo incompleto, in compenso però non si soffre delle spine altrui. − Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli.”
(Arthur Schopenhauer, Il dilemma dei porcospini in Parerga e Paralipomena, 1851)
Penso che l’amicizia vada oltre il solo “bisogno di società” e che accetti il rischio e la possibilità della ferita dell’eccessiva vicinanza, l’unica in grado di portare quel calore a cui non so rinunciare. Auguri Arthur, buon compleanno Chicco.